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lunedì 9 maggio 2016

ANIMISMO



Il termine animismo fu usato per la prima volta nel 1720 in ambito medico, dal chimico e biologo Georg Ernst Stahl per definire una teoria secondo la quale l'anima svolgeva una funzione diretta nel controllo di ogni funzione corporea, in particolare come meccanismo di difesa nei confronti degli agenti patogeni. Si trattava di una teoria rivelatasi scientificamente di scarso successo, ma simmetrica a livello concettuale alla teoria del flogisto, formulata sempre da Stahl in ambito chimico, che teorizzava la presenza in ogni tipo di materiale di un ineffabile componente (il flogisto) che sarebbe stato liberato durante la combustione giustificando gli effetti di quest'ultima.

Successivamente, nel 1871, l'espressione animismo è stata utilizzata dall'antropologo inglese Edward Tylor per definire una forma primordiale di religiosità basata sull'attribuzione di un principio incorporeo e vitale (anima) a fenomeni naturali, esseri viventi e oggetti inanimati, in special modo per tutto ciò che incide direttamente con la vita di queste popolazioni ed è essenziale per la loro sopravvivenza: i prodotti alimentari e la loro caccia e raccolta, i materiali per costruire utensili, monili e ripari, i fenomeni atmosferici, la morfologia stessa del territorio. Tutto ciò viene riconosciuto come animato e progressivamente associato a forme di venerazione, spesso direttamente funzionali alla buona riuscita delle azioni quotidiane per vivere.

Questo culto dell'anima, semplice, spontaneo, irrazionale, basato sulle esperienze comuni e quotidiane, sarebbe stato alla base, secondo Tylor, di un'"evoluzione" del pensiero religioso che avrebbe condotto, di pari passo con la civilizzazione, a religioni sempre più strutturate, con pratiche sociali ben definite, fino a svilupparsi attorno alla figura di un essere creatore.

Il senso del termine animismo così come definito da Tylor è quello oggi di uso più comune per descrivere le caratteristiche di questo tipo di religiosità, per quanto la spiegazione da lui fornita dell'animismo come religione primitiva e "immatura", con le sue analogie con lo sviluppo cognitivo del bambino, sia stata, invece, ampiamente criticata e superata in antropologia.

In particolare, della teoria di Tylor viene contestato l'etnocentrismo insito nell'assunto che i temi mitologici alla base delle religioni animistiche, in quanto frutto di una concezione superstiziosa e primitiva della natura, potessero svilupparsi indipendentemente in varie parti del mondo per progredire, altrettanto indipendentemente, verso un'elaborazione più complessa, più "elevata" dei valori religiosi.
Si trattava di un approccio psicologico simile a quello utilizzato dall'antropologo James Frazer, con la pubblicazione nel 1890 de Il ramo d'oro, per indagare il ruolo sociale ricoperto dalla magia nelle società umane più antiche.

Un primo approccio alternativo a quello di Tylor allo studio delle culture primitive viene proposto nel 1903 da Leo Frobenius con il concetto di kulturkreislehre («teoria dell'area culturale») basata sull'ipotesi che i temi mitologici delle civiltà più antiche non si siano sviluppati in modo indipendente, ma si siano diffusi, invece, progressivamente in Mesopotamia e India a partire da un nucleo primitivo africano, successivamente nelle isole del Pacifico, e da lì nell'America Centrale e equatoriale.

Studi sull'animismo sono presenti anche nella letteratura psicoanalitica. All'interno di Totem e tabù di Sigmund Freud, l'animismo viene considerato una fase primitiva dello sviluppo sociale. Una recente e originale chiave di lettura ispirata alla tradizione junghiana afferma invece che l'animismo, lungi dall'essere l'ingenuo prodotto di un pensiero pre-logico come sosteneva l'antropologo Lévy-Bruhl, nasce piuttosto da una psicologia tutta incentrata sugli aspetti soggettivi della psiche (sensazione e intuizione). Da tale concezione si sarebbe creato un sistema culturale basato sulla proiezione dell'inconscio sulla Natura, ad esempio su luoghi sacri, o identificandosi con lo spirito degli animali totemici, recuperando così competenze ancestrali; ci si confronta con l'anima di defunti o di nemici per affrontare e superare i propri conflitti interni.

Muovendo da un'elaborazione originale del pensiero junghiano, lo psicoanalista Antoine Fratini nota invece come tutti i grandi simboli universali dell'inconscio presentino dei chiari riferimenti al mondo naturale: la montagna, il fiume, la grotta, il serpente, la foresta, il mare, la pietra, l'albero, l'animale. Tali riferimenti testimonierebbero l'esistenza di un inconscio animistico, riflesso dell'animismo originario nella psiche individuale, per cui l'inconscio sarebbe legato alla Natura non solo per via proiettiva, ma anche per via simbolica. Per questo motivo risulterebbe errato e dannoso alla salute psichica operare una scissione con il mondo naturale, il quale funge da sempre da contenitore adeguato di quelle parti dell'inconscio meno integrabili. La Natura sarebbe quindi da concepire come una sorta di appendice esterna della psiche, distruggendo o desacralizzando la quale si finirebbe per incidere negativamente sulla vita dell'anima.

Particolare rilevanza ha assunto anche il dibattito tra animisti e meccanicisti, riguardante la seguente questione: gli organismi viventi sono delle macchine perfezionate, o il risultato miracoloso di un principio spirituale? È la materia o l'anima a produrre la vita? Nell'Ottocento, con l'avanzare del positivismo, la domanda sembrava risolta dalla scienza in favore della tesi meccanica, sulla base del fatto che l'animismo, per spiegare la vita, faceva ricorso ad un principio autonomo, appunto l'anima, che non poteva essere oggettivamente studiato, e risultava quindi oscuro, non definibile, e scientificamente retrogrado. Poiché inoltre escludeva la possibilità di una dialettica materialista, appariva persino reazionario (specie negli ambienti marxisti).


Dietro la contrapposizione tra meccanicismo e animismo si celava sostanzialmente l'antitesi tra determinismo e finalismo: il primo ipotizzava che il mondo fosse soggetto a leggi causali senza un fine né un progetto; il secondo affermava invece che gli organi viventi sono talmente perfetti che non possono essere frutto del caso. Più recentemente, tuttavia, l'anima ha assunto altre connotazioni che le consentono di sfuggire alle obiezioni del meccanicismo: oggi, infatti, la fisica ammette una quota di casualità nei fenomeni naturali (principio di indeterminazione di Heisenberg), e la biologia, d'altro canto, riconosce che il finalismo vitalistico è tutt'altro che perfetto, essendo la vita soggetta a morte, malattie, e mostruosità. Così l'animismo non rifiuta più la ricerca sperimentale, ma ne riconosce i limiti nel comprendere la natura della vita, che non è riducibile a semplici fenomeni fisico-chimici.

Mentre infatti nell'organismo c'è un processo di auto-costruzione e auto-mantenimento, la macchina viene costruita dall'esterno. La macchina, inoltre, è costruita dall'uomo in vista di un fine, quindi non manca di finalismo, anzi, ha una finalità ben definita e rigida. Nell'organismo animato, invece, le funzioni sono in parte sostituibili l'una con l'altra poiché gli organi sono polivalenti: essi cioè hanno meno finalità e più potenzialità.

Ancora, la macchina è il prodotto di un calcolo a cui soggiace in maniera univoca, mentre l'organismo opera secondo criteri empirici, nel senso che la vita è esperienza, improvvisazione, tentativo in tutte le direzioni. Da ciò derivano le mostruosità che la vita comporta, trovandosi in un equilibrio precario e continuamente da ristabilire.

In definitiva, la concezione meccanica dell'organismo non sarebbe che un residuo antropomorfico, che cerca di spiegare la formazione della vita assimilandola al procedimento usato dall'uomo per fabbricare una macchina. Una concezione, affiorata la prima volta in Cartesio, che considera Dio alla stregua di un fabbro intento a costruire macchine perfette e rispondenti a degli scopi prefissati. E così l'accusa di finalismo, abitualmente rivolta all'animismo, viene da quest'ultimo ribaltata: la metafisica antropomorfa è alla base del meccanicismo, non del vitalismo.

Concezioni dell'animismo radicalmente anti-deterministe risulta peraltro che fossero presenti sin dall'antichità, in particolare nell'antica Grecia, contrapponendosi già da allora alle prime forme embrionali del meccanicismo. Così in Platone, e poi successivamente nel neoplatonismo, l'anima era considerata il principio vitale, non componibile, che sta alla base del composto, in opposizione alle teorie atomiste di Democrito, secondo il quale invece gli esseri viventi erano un semplice aggregato di atomi.

Per i platonici l'anima è sempre stata vista come il principio più semplice che si possa concepire, l'unità che si articola nella molteplicità. Mentre il composto può nascere (quando si abbia aggregazione) e morire (quando viene scomposto), l'anima è indistruttibile essendo in-composta, cioè qualcosa di straordinariamente semplice. Il finalismo del mondo, inteso come progettualità calata dall'alto, viene rigettato perché l'Uno, da cui ogni essere proviene, genera in maniera non intenzionale né voluta, bensì inconsapevolmente. Ne deriva che la natura è tutta pervasa da una comune Anima del mondo (concetto di derivazione anche orientale).

La critica della progettualità meccanicista in natura sarà un tratto comune anche al Kant della Critica del Giudizio, che parlerà piuttosto di «finalità interna» in maniera simile al concetto aristotelico di entelechia, contestando invece l'idea di un obiettivo predisposto in qualche modo dall'esterno.

Esponente dell'animismo neoplatonico nel Novecento sarà infine Bergson, secondo il quale la vita non segue binari rigidi e prefissati, ma nasce da infinite potenzialità: alcune si bloccano, altre invece proseguono. L'evoluzione della natura è creatrice, perché deriva da uno slancio vitale inesauribile, privo di scopi deterministici.

Il culto animista ed il feticismo hanno tra loro molte connessioni e somiglianze nei rituali ma sono profondamente differenti. L’animismo permette di comunicare attraverso il creato con il Dio supremo ed è una religione dalle implicazioni universali, mentre il feticismo è la pratica che attraverso simboli, simbolismi e rituali magici dà la credenza ai praticanti di possedere i geni e le forze soprannaturali per soddisfare i bisogni immediati della vita.

L’animismo è una religione che attribuisce un’anima a tutti i fenomeni naturali, una energia che pervade tutto l’esistente, visibile ed invisibile, causa di ogni fenomeno, della vita e della morte, della stabilità e di ogni cambiamento, intrinseca ad ogni essere vivente, uomo, animale o vegetale, e nella materia sia essa solida, liquida o gassosa.

La complessità e la profondità delle idee e dei concetti di questa religione è, per il ricercatore, sorprendente, un vero mondo in cui, come in altre religioni, le forze del male e del bene si scontrano. Queste lotte immani e misteriose si manifestano nella natura e nel mondo materiale sottoforma di simboli che l’animista vuole decifrare.

L’animismo in Africa occidentale è la religione autoctona praticata da molto tempo ancor prima che arrivassero Islam e Cristianesimo, considerate religioni dei popoli invasori. Queste religioni sono state in generale accettate dalle popolazioni ma adattate alle loro credenze e sovente snaturate dei loro messaggi originali. Nelle tradizioni dei popoli animisti l’accettazione di una nuova credenza religiosa non si contrappone ai loro princìpi. I portatori di nuove religioni sono sempre accolti con le loro divinità, che vengono in qualche modo inserite nel pantheon delle divinità locali, anzi, in alcune circostanze, quando il confronto di superiorità è per essi evidente, dichiarano senza esitazione che il Dio dei cristiani o dei musulmani è più forte dei loro.

Negli affollatissimi mercati di numerosi banchi di vendita di oggetti delle più variate provenienze religiose, sono in bella mostra: code di serpenti, camaleonti rinsecchiti, mazzi di piume di gallina e quant’altro necessario per il rito feticista affiancati alle immagini di Papa Woitila, S. Antonio di Padova, croci, Bibbie e Vangeli, Corani di varia foggia, rosari cristiani e musulmani, poster raffiguranti la Kaba e persino immagini induiste giunte in chissà quale modo.

L’animista crede in un Dio creatore che mantiene il perfetto ordine delle cose, tutte concatenate tra loro; il suo aspetto non viene mai antropomorfizzato, anzi è pensato tutt’uno con l’intero creato in un’idea che può rappresentare una sorta di panteismo dell’universale. Nel pensiero degli animisti africani Dio è troppo potente per interessarsi all’uomo, egli è al di sopra delle esigenze minute dei piccoli problemi umani, per questi bastano gli intermediari, e cioè i geni, le forze spiritiche del simbolismo, che vengono esortati con rituali magici.

Oggi tracce di animismo sono presenti in molti culti africani (circa duecento milioni di persone), in alcune zone dell’America latina, nel Borneo, in Siberia, e in Giappone. Il caso più evidente è forse rappresentato da Haiti dove, a partire dalla commistione delle superstizioni popolari e del cattolicesimo importato dai missionari francesi nel corso del Diciottesimo secolo, si è assistito al progressivo costituirsi di una nuova religione fondata sulla pratica del vudù.
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giovedì 10 marzo 2016

LA PAZZIA

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La follia rappresenta, per la psicologia umana, una condizione innaturale ed estrema. È affascinante da studiare perché ammette tutto ciò che la condizione umana ci offre in termini di commedia, tragedia, profondità di pensiero e irriverenza, e quindi reca con sé intuizioni delle quali non vorremmo fare a meno.

« La sanità mentale necessita della follia per la propria stessa sopravvivenza e in condizioni normali chi è sano di mente cerca di conseguenza di procurarsi forme temporanee delle sue più piacevoli manifestazioni: dalla leggere euforia che si procurano feste e balli agli stati non altrettanto salutari indotti dall'alcol, dalla cocaina e da altre sostanze che alterano la coscienza »
(A. C. Grayling, La ragione delle cose).

Il termine follia deriva dal latino folle, di origine onomatopeica, significava vuoto o mantice. Nel corso dei millenni è profondamente variato sia il concetto di follia sia la sua interpretazione.

Nel mondo classico la follia era imprescindibilmente legata alla sfera sacra: il folle rappresentava la voce del divino, quindi da ascoltare per interpretarla.

Nel Medioevo, invece, il folle diventò il rappresentante del demonio, perciò bisognava liberarlo dal male, in qualche modo esorcizzarlo. Si diffuse la dicotomia spirito-corpo che, nel caso di malattia mentale, impose come primo atto l'intervento riparatorio sul corpo guasto, e proprio per questo motivo incapace di far esprimere lo spirito, e nel caso di insuccesso l'eliminazione fisica del folle.

Un'interpretazione diametralmente opposta si ebbe nel Rinascimento, basti pensare all'Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam; in questa epoca il folle venne considerato una persona diversa, sia per i valori sia per la sua filosofia di vita, e quindi andava rispettato, lasciato libero. Questa corrente di pensiero getterà le basi per la moderna fenomenologia, sviluppata dal filosofo Husserl, ma anche dallo psichiatra Jaspers che influenzerà la psichiatria trasformandola in una disciplina di incontro con l'altro (il folle), per vivere insieme con il malato e comprenderlo.

Se nel Medioevo i folli rischiavano il rogo, ancora alla metà del Settecento erano detenuti nelle carceri, poiché mancavano le strutture sanitarie specifiche; proprio in questo periodo, in Francia, in Germania e in Inghilterra si mise in moto un processo lento che consentirà entro una cinquantina di anni, grazie alla promulgazione delle prime leggi apposite, di consegnare i folli ai familiari, o in caso di mancanza, anche inserirli negli ospedali oppure nei primi istituti specializzati nascenti in quell'epoca.

Per quanto riguarda l'approccio terapeutico ai malati, solamente verso la fine del XVIII secolo, il medico chirurgo Jacques René Tenon rivoluzionò la mentalità medica dell'epoca cercando di imporre il concetto di inviolabilità della persona umana e di libertà, seppur all'interno della struttura, per il malato, distinguendo la terapia medica, da quella solamente repressiva di tipo carcerario in vigore fino a quel momento.

Un altro medico francese di fine XVIII secolo, Pierre Jean Georges Cabanis, portò avanti il lavoro di Tenon, progettando il primo regolamento degli istituti per malati di mente: tra le altre innovazioni, Cabanis, abolì le catene per sostituirle con corpetti di tela (camicia di forza), introdusse un diario medico informativo sul malato e sugli effetti delle terapie e soprattutto regolamentò l'ingresso e l'eventuale fuori uscita del malato per guarigione avvenuta. Le cronache giudiziarie di quegli anni, per la prima volta, descrissero l'arresto, per omicidio, di "infermi di mente" da indirizzare nei manicomi.

In Inghilterra, invece, la gestione dei malati di mente era stata abitualmente appannaggio dei Quaccheri, e verso la fine del Settecento, l'ospedale di York venne ristrutturato ed adibito a questo compito. Oltre all'introduzione della semilibertà vigilata, emersero due aspetti caratteristici: l'uso dei principi religiosi come metodo di cura e il lavoro come valore terapeutico.

Nello stesso periodo, invece, in Francia si impose una visione laica nella gestione dei malati di mente, e grazie all'opera fondamentale del dottor Philippe Pinel le ideologie democratiche dell'epoca si riversarono sulla mentalità e sul tipo di controllo da applicare ai folli. Questo fu il periodo in cui la conoscenza delle malattie mentali acquistò una credibilità scientifica, e le innovazioni apportate da Pinel esalteranno l'importanza del rapporto paziente/terapeuta e l'importanza del transfert nella psicoterapia.

In tempi più recenti, dall'Ottocento in poi, emerse la visione, influenzata dal Positivismo, del folle come "macchina rotta", ovverosia lesionata nel cervello.

Nel Novecento Freud con l'intuizione della guarigione perseguibile tramite una ricerca interiore ed un rapporto più umano con il terapeuta, con tutta la architettura della psicoanalisi nel suo complesso, e Jung, con la sua indagine dei contenuti simbolici degli elementi della follia e l'introduzione degli archetipi per definirla con più chiarezza, mutarono nuovamente la storia del folle e del significato della follia.

La follia nella cultura moderna ha un ruolo importante, specialmente nelle opere liriche, dove occupa grandi scene, note come appunto scene "della follia" (Lucia di Lammermoor, Anna Bolena, Il pirata, Semiramide, Nabucco).

Nella letteratura restano ancora oggi memorabili ed emblematici Don Chisciotte della Mancia di Cervantes, affresco romanzesco della schizofrenia efficace quanto geniale; il dramma pirandelliano Enrico IV, nel quale si intrecciano i temi della solitudine, dell'incomprensione, dei confini assurdi tra il vero ed il falso, tra la follia e la saggezza. Le tragedie greche e quelle shakespeariane mettono in scena, talvolta, le follie vere o presunte di esseri umani schiacciati dalle forti emozioni oltre che dal destino. A rappresentare la depressione come follia, si può citare Bartleby lo scrivano di Herman Melville.

Kefka Palazzo, celebre personaggio di Final Fantasy VI, è un ottimo esempio della follia nel panorama dei videogiochi.

Nell'antichità e presso i primitivi la pazzia fu ed è concepita talvolta come una vera e propria possessione demoniaca, talvolta invece come una trasformazione della persona psichica (individuo pensante, senziente e operante) per opera di spiriti maligni, ma anche della divinità che punisce in tal modo una colpa. Ma Ippocrate diceva già: hac parte (cervello) sapimus et intelligimus et hac ipsa insanimus. Le varianti al concetto di alienazione mentale con l'andare dei tempi si sono moltiplicate, ma non furono così radicali come in generale si ritiene. Si può dire che, malgrado il concetto psicologico di pazzia cui tutti aderirono, da J.-E.-D. Esquirol a J. Guislain, da P. Zacchia a G. S. Bonacossa, a F. Bonucci, ad A. Verga, ecc., tutti la considerarono come un'affezione cerebrale senza alcun riguardo alle proprie convinzioni filosofiche. Vincenzo Chiarugi, che si può dire il fondatore della psichiatria in Italia, la definisce un delirio cronico permanente con offesa primitiva dell'organo cerebrale (1808). Lo Esquirol (1838) fu più esatto nella sua definizione, ma in pari tempo confermò il concetto somatico di pazzia. Andrea Verga trattò della definizione della pazzia nel suo discorso inaugurale dell'anno 1873-74. Egli confermò anche nella definizione che la pazzia è un'affezione del cervello, ma fu ancora più esplicito e più completo perché distinse le affezioni cerebrali, in congenite e acquisite, primarie e secondarie, che portano alterazioni nella sensibilità, nell'intelligenza, nella volontà dei malati.
Aumentate le conoscenze anatomiche e fisiologiche del sistema nervoso, nessuno più dubitò dei rapporti necessari fra pazzia e cervello; ma siccome si erano venute precisando le localizzazioni delle funzioni psichiche sulla corteccia cerebrale, come in altri segmenti si erano precisati già i centri motori, sensitivi e sensoriali, così la pazzia fu definita da Th. Meynert una malattia o un'anomalia del cervello anteriore. Tale definizione però non fu accettata che da una piccola minoranza, perché essa si basava sulla convinzione che l'attività psichica avesse il proprio organo specifico e separato nei lobi prefrontali del cervello; convinzione che fu condivisa da parecchi biologi, alienisti e medici generali oltreché da Th. Meynert; per es. da P. E. Flechsig, da C. Lombroso, da L. Bianchi, ma che ben presto subì una revisione ragionevole anche da parte dei neuropsichiatri che l'avevano prima sostenuta. E così i lobi frontali restarono nella mente degli psichiatri come una parte del cervello funzionalmente privilegiata ma non esclusivamente costituenti l'organo psichico.



Maggiore consenso poté raccogliere un'altra definizione certamente più larga e meno compromettente, e cioè: la pazzia è un'affezione diretta o indiretta, stabile dei centri corticali detti psichici e delle loro connessioni cerebrali (centri di associazione di Flechsig).

Però, malgrado la grande fortuna che ebbero la dottrina di Meynert e quella di Flechsig, in Italia prevalse, per impulso di Enrico Morselli, l'opinione che nella definizione della pazzia dovesse essere implicito il concetto di "personalità". La pazzia dunque è un'alterazione di tutta la personalità psichica, dipendente da originaria anomalia, ovvero da processi morbosi primari o secondari, intrinseci o estrinseci (fattore causale), istologici o biochimici, a carico del mantello cerebrale e interessanti comunque il complicato apparecchio corticale e neuro-umorale, la cui attività comprende il concomitante organico necessario dell'attività psichica.

Il termine follia, come il suo sinonimo pazzia, indica uno stato generico di alienazione mentale. Di difficile definizione da parte del sapere medico e psicologico, attualmente il suo impiego è estremamente ridotto in ambito scientifico, dove si fa ricorso a nozioni più specifiche, più rigorose e anche meglio verificabili per definire disturbi mentali e organici tradizionalmente compresi sotto la denominazione di follia. Una diversa pregnanza assume invece il termine nella sua accezione socioculturale: la coscienza contemporanea coglie nel concetto di follia non soltanto il particolare stato psicofisico di determinati individui, ma più in generale l'espressione di una condizione di 'diversità', rispetto a modelli di 'normalità' socialmente stabiliti, che è imputabile non tanto a un disturbo interno a un soggetto sofferente, quanto da un'interazione squilibrata tra il soggetto stesso e il suo ambiente.
Esporre in breve il significato e le implicazioni del concetto di follia è un'impresa ardua. Né la sua difficoltà diminuisce in maniera apprezzabile anche quando si intenda esplorarne non già le accezioni direttamente mediche, bensì quelle di carattere più teorico-culturale o, se si preferisce, più storico-antropologico. In effetti, fin dai primordi dell'uso di tale nozione appare evidente che quest'ultima viene interpretata nei modi più diversi e secondo criteri di giudizio spesso assai contrastanti. Sotto il profilo etimologico, follia deriva dal latino follis, che indicava approssimativamente un qualche sacco o contenitore "pieno d'aria". Riferire tale termine ai (cosiddetti) folli, nel senso più moderno e ordinario della parola, risulta già un'operazione metaforica più in grado di aprire ulteriori interrogativi che non di offrire risposte chiarificatrici al problema in questione.
Che cos'è, in effetti, 'pieno d'aria'? L'uomo nella sua totalità? O forse la sua testa, considerata già nell'antichità la sede delle facoltà intellettive? E perché l'aria dovrebbe evocare in modo immediato una condizione di anormalità avvicinabile alla penosa situazione del pazzo? Si è detto pazzo come se fosse un quasi sinonimo di folle, e la cosa appare per più versi legittima. Ma proprio questa dualità terminologica richiama alla mente che la cultura dell'Occidente ha elaborato un numero estremamente ampio di parole denotanti uno stato di follia. La lingua latina possedeva almeno insania: un termine che esprime in maniera assai chiara la natura "non sana", patologica della follia.
Ma oltre a follia, a pazzia e a insania la nostra cultura ha impiegato anche alienazione, demenza, disordine (sovente accompagnato dai qualificativi mentale o morale), mania, devianza. E l'elenco potrebbe ancora continuare. Certo sarebbe possibile osservare che ognuna di queste parole ha, almeno per noi oggi, un'accezione abbastanza specifica, non completamente coincidente con quella delle altre. Ma ciò non cancella il problema storico-teorico suggerito da questa sovrabbondanza terminologica. Riassunto nel modo più schematico, il problema è il seguente: il sapere antico e moderno non ha mai potuto o saputo (o voluto) definire univocamente la follia e, con essa, i folli. Le ragioni di questa impotenza sono molteplici. Indichiamone, per ora, una delle principali e delle più inquietanti: il sapere di cui sopra non ha mai stabilito una volta per sempre se la follia sia uno stato/fenomeno esclusivamente corporeo, o uno stato/fenomeno di altro genere (mentale, spirituale, comportamentale, sociale). Ma c'è di più: per una parte cospicua del pensiero antico, e per un filone non irrilevante di quello moderno e contemporaneo, non si è mai stabilito (o non lo si è stabilito senza forti esitazioni, dubbi e ambiguità) se la follia sia una condizione umana negativa o positiva, patologica o fisiologica, inferiore o superiore alla (cosiddetta) normalità.
La cosa non può sorprendere. È ben noto che in varie comunità cosiddette primitive ancor oggi il cosiddetto folle, ben lungi dall'essere considerato un malato, viene spesso visto come un soggetto 'abitato' da forze particolari, che potrebbero anche essere segni o veicoli di poteri soprannaturali. Ma, anche a voler restare nell'ambito della civiltà e del pensiero occidentale, è altrettanto noto che una parte del sapere psichiatrico contemporaneo, nonché le concezioni solitamente chiamate 'antipsichiatriche', hanno proposto un'immagine della follia e del folle assai lontana da connotazioni patologico-diminutive. Su quest'ultimo punto torneremo nella parte finale della trattazione. Qui converrà sottolineare con forza che già nell'età antica la follia - spesso espressa con il termine mania (poi ampiamente ripreso, anche se con accezioni diverse, dalla scienza moderna) - veniva sovente concepita come una condizione privilegiata sotto diversi punti di vista. A tale proposito, senza inoltrarsi in periodi più arcaici, basterà fermarsi a Platone. In uno dei suoi dialoghi maggiori, il Fedro, il filosofo distingue una follia buona da una follia cattiva; e della pazzia non esita a dire che "i maggiori beni ci sono elargiti per mezzo d'una follia che è un dono divino". Le forme buone di follia sono, per Platone, quella profetica, che consente di antivedere il futuro; quella purificatoria, che consente all'uomo di distanziarsi da determinati mali; quella poetica, ispirata direttamente dalle Muse; e quella amorosa, suscitata dal ricordo della bellezza ideale. Questo rapido riferimento a Platone è sembrato per più ragioni necessario. In primo luogo, le pagine del Fedro attestano quanto la follia potesse essere considerata una condizione per nulla patologica, ma, al contrario, generatrice e/o espressione di stati privilegiati. In secondo luogo, bisogna sottolineare che l'interpretazione platonica (che in realtà non è soltanto di Platone) ha continuato nei secoli successivi ad alimentare un approccio alla follia profondamente diverso da quello clinico-medicalizzante affermatosi, sia pure con rilevanti eccezioni, nella nostra modernità.



Quando, nel 1509, Erasmo da Rotterdam scrive il suo celebre Elogio della pazzia, egli ha certo in mente anche Platone. In ogni caso, indipendentemente da qualsiasi esegesi filologica, il testo erasmiano rappresenta un'altra tappa miliare di quella che potrebbe essere chiamata l'interpretazione della follia in ambito culturale. Anche nel pensiero di Erasmo la follia è tutt'altro che una malattia. Essa è piuttosto una diversità: una diversità, va subito aggiunto, rispetto alla normalità giudicata dal grande umanista olandese iniqua e assurda, anzi essa sì realmente 'pazza'. La follia erasmiana si configura in sostanza come ironia smascheratrice, come dissenso critico nei confronti di realtà ingiuste e di costumi corrotti. Se, come sembra dire Erasmo, la ragione ha prodotto il mondo che vediamo intorno a noi, allora ben venga la follia: una follia capace, paradossalmente, di essere più saggia e avveduta della realtà sociale convinta di ispirarsi al logos. Platone nell'Evo Antico, Erasmo nel Rinascimento, alcuni romantici nel primo Ottocento, alcuni (o molti) 'decadenti' tra la fine del 19° secolo e l'inizio del 20°: anche in questo caso l'elenco dei lodatori della follia potrebbe continuare a lungo.
Tuttavia, il punto che qui preme mettere in evidenza è, in fondo, soltanto il seguente. La coscienza occidentale ha considerato la follia, molto frequentemente, in modo non patologico e tantomeno medico. Anzi, l'ha considerata una sorta di alternativa a un universo individuale/sociale per più versi insoddisfacente. Oppure, magari, si è spinta a vederla come una protesta, più o meno eloquente, contro tale universo. Dall''idiota' di F. Dostoevskij a certi protagonisti 'inetti' (o pazzi tout court) sia della narrativa sia della cinematografia contemporanee, tutta una cultura critica, o 'alternativa', ha scorto nel folle il diverso che sovverte le gerarchie canoniche dell'ordine normale, che testimonia l'esistenza (magari solo potenziale) di altri ordini, di altri valori. Nell'individuo alienato a causa di una sua difficoltà relazionale con il mondo, l'individuo 'normale' - in realtà anch'egli fortemente alienato da una realtà socioeconomica disumana - vede, quasi con una punta di invidia, l'essere che è in qualche modo legittimato a vivere fuori dal sistema, e indipendentemente dalle sue angustie e dalle sue più o meno visibili barbarie.

Il discorso svolto fin qui si proponeva soltanto di far rilevare che non dovunque, non sempre (e neppure qui e ora, nel mondo cui apparteniamo), la follia è stata giudicata nel senso in cui viene usualmente giudicata: una malattia che differenzia chi ne è affetto dall'uomo che si sente sano; una devianza rispetto a una normalità considerata l'unica possibile o ragionevole.
Alludiamo alla follia vista come malattia, o almeno come disturbo. A questo proposito, grande sarebbe la tentazione di tornare ancora una volta agli antichi. In Ippocrate, in Galeno, in Celso e in tanti altri studiosi greci e latini riscontriamo una somma straordinaria di dati e di osservazioni, di ipotesi e di congetture sulla natura e sull'eziologia di quella particolarissima condizione d'essere che è, appunto, la follia. A volerlo esprimere in modo sintetico, l'interrogativo è il seguente: la follia si riferisce al corpo o all'anima? Nasce da cause endogene o esogene? È curabile o non curabile? Si sono evocate queste tre domande soprattutto per mostrare quanto la questione della follia si correli con una ben più ampia problematica, riguardante in fondo la natura stessa dell'uomo. Appare infatti ben chiaro che le risposte ai quesiti sopra richiamati richiedevano il possesso di una conoscenza preliminare: quella, appunto, relativa all'organizzazione generale dell'essere umano. Una conoscenza, bisogna aggiungere, che per la sua vastità era percepita come filosofica.
A quest'ultimo proposito non è certo un caso che sullo scenario del sapere sia antico sia moderno riguardante la follia compaiano assai spesso studiosi dotati, per così dire, di una doppia preparazione: medica e, appunto, filosofica. Il momento più peculiare di questa situazione si colloca nel 18° secolo. In questo periodo, e non senza la significativa riscoperta del più grande medico-filosofo dell'antichità, Ippocrate, una figura intellettuale che acquista un particolare prestigio è quella del cosiddetto médecin-philosophe. È a questa figura che la cultura dei Lumi chiede di chiarire non solamente la struttura psicofisica dell'uomo ma anche la causa dei disturbi connessi alla follia, ovvero all''alienazione' delle sue facoltà intellettuali e morali. È proprio nell'età illuministica (o, più precisamente, tardoilluministica) che molti studiosi collocano la genesi di una moderna scienza della follia e degli altri disturbi a essa apparentati. Dietro questo evento sta un cammino assai complesso, il quale, di nuovo, conferma l'organico intreccio tra tale scienza e la più generale scienza dell'uomo. Il termine scienza ricorre assai spesso nei testi dei médecins-philosophes e rivela in essi l'esistenza di un progetto teorico ben definito.


Si trattava, per dirla in breve, di accostare determinati fenomeni - quelli relativi ai modi d'essere che oggi chiameremmo devianti - secondo il rigoroso metodo empirico-analitico elaborato dalla rivoluzione intellettuale del Seicento. Per porre in essere tale programma occorreva, peraltro, soddisfare una 'precondizione' estremamente impegnativa che potremmo definire la 'naturalizzazione dell'uomo', anzi di tutto l'uomo. In effetti, solo in tal modo si sarebbe giustificata l'applicazione ai fenomeni umani (sia fisiologici sia patologici) del metodo di cui sopra, ritenuto riferibile solo alla realtà naturale (o, almeno, non metafisica). Una precondizione, come si è detto, estremamente impegnativa. Non è un caso che il grande rivolgimento epistemologico avvenuto nel Seicento avesse un po' trascurato l'universo umano. Se, in particolare, un sapere convincente relativo alle funzioni cognitive, affettive e comportamentali dell'uomo appare in certa misura assente nel 17° secolo è perché gli studiosi dell'epoca si trovavano dinanzi a due interpretazioni di tali funzioni parimenti insoddisfacenti: un'interpretazione che manteneva la credenza nell'esistenza di una sfera spirituale, letteralmente meta-fisica, dell'uomo, contrapposta a un'interpretazione materialistica che riconduceva tutte quelle funzioni a mere conseguenze di processi meccanici prodotti dalla macchina-uomo.
La prima interpretazione escludeva evidentemente a priori la possibilità di costituire una scienza empirica delle funzioni psicocomportamentali; la seconda, al contrario, la ammetteva, ma arrivava, dato anche il modesto livello delle conoscenze fattuali sull'organismo umano nel Seicento, a risultati del tutto inadeguati. Per questo motivo, un approccio nuovo e affidabile allo studio della follia e degli altri disturbi psicocomportamentali richiedeva preliminarmente una risoluta messa tra parentesi di qualsiasi referente metafisico, a cominciare dall'anima, e un'interpretazione radicalmente nuova della corporeità. In un certo senso questo secondo obiettivo risulterà il più importante. In effetti, solo la dimostrazione che l'organismo corporeo è una realtà autosufficiente e capace di generare da solo anche stati/processi 'superiori' poteva dare la necessaria credibilità al rifiuto filosofico dell'anima (e di altri enti empiricamente inverificabili) espresso dai matérialistes. Orbene, una parte del sapere settecentesco si propone esattamente questo secondo obiettivo, spesso (anche se non sempre) con l'intenzione di cogliere anche il primo. Gli studi dei tessuti, delle ghiandole e soprattutto del sistema nervoso (a questo proposito almeno una rapida menzione del grande scienziato svizzero A. von Haller, fondatore della neurologia e della fisiologia moderna, è d'obbligo) portano il sapere illuministico a delineare un'immagine in larga misura inedita del corpo umano. Esso appare infinitamente più dinamico e più complesso di quanto non si fosse pensato in precedenza. L'opinione che potesse produrre funzioni che un tempo erano state attribuite a facoltà spirituali si allargherà rapidamente: forse l'intero 'modo di essere e di agire' dell'uomo, e anche i suoi stati di salute e di sofferenza, potevano essere ricondotti alla dimensione corporea.
A questo punto, non può certo sorprendere che anche l'interpretazione della follia e dei fenomeni a essa in qualche modo avvicinabili (a ragione o a torto) muti profondamente. Ancora nel Seicento la follia era considerata spesso una condizione più spirituale che fisico-naturale. Molti la definivano un 'disordine' o una 'sregolatezza' da giudicare (e da condannare) in sede essenzialmente etico-sociale. Nel secolo successivo gli stessi disordini e sregolatezze vengono rubricati, almeno in sede interpretativa, in modo assai diverso. Forse questi stati o comportamenti vanno connessi a determinate condizioni del corpo, del 'nuovo' corpo ricco di forze e pulsioni empiricamente accertabili scoperto nel secolo dei Lumi. Forse il sapere più legittimato a occuparsi di certi problemi era il sapere medico. Nel 1744, il medico A. Le Camus pubblicava un libro intitolato La médecine de l'esprit. L'opera non è certo un capolavoro, ma il titolo appare per più versi emblematico. La scienza medica si sente ormai in grado di esaminare condizioni e problemi che un tempo sarebbero stati accostati da altri studiosi, e in altro modo.
Nella seconda metà del 18° secolo quella che potremmo definire la 'medicalizzazione della follia' guadagna strada rapidamente. Un potente ausilio viene fornito dallo sviluppo delle indagini sull'apparato nervoso e dalle prime ricerche sull'organo cerebrale. Nel 1802 il medico-filosofo P.-J.-G. Cabanis scriveva: "Ritornando ancora, a più riprese, sulle dissezioni di soggetti morti in stato di follia, e non stancandosi di esaminare il loro cervello, degli anatomisti esatti sono finalmente giunti, toccando i diversi stati di quest'organo, ad alcuni risultati abbastanza generali e costanti. Hanno trovato, per esempio, il cervello di una mollezza straordinaria in certi imbecilli; di una durezza contro natura in certi pazzi furiosi; di una consistenza assai disuguale, cioè secco e duro in un punto, umido e molle in un altro in persone colpite da deliri meno violenti" (Rapports du physique et du moral de l'homme). Si tratta di un passo estremamente significativo. Dopo essere stata considerata un disordine morale e poi la malattia di un generico e ambiguo esprit, ora questa stessa malattia viene non solo ancorata al corpo, ma collegata a un suo organo specifico, precisamente al cervello. Non basta. Il riferimento a Cabanis ci permette di accennare senza altri indugi a Ph. Pinel, che è considerato, insieme a V. Chiarugi e a J.-Ch. Reil - tutti vissuti tra il 18° e il 19° secolo -, uno dei padri fondatori della psicopatologia e della psichiatria moderna: Pinel è stato infatti amico di Cabanis e ne ha condiviso in larga misura l'interpretazione dell'uomo sia normale sia patologico. Anche per lui l'uomo è un essere essenzialmente materiale. Di conseguenza, tutte le sue condizioni di vita dipendono in ultima analisi dalle condizioni del suo organismo.
A lungo direttore dei manicomi parigini di Bicêtre e della Salpêtrière, egli poté verificare empiricamente la validità di certe tesi. Una parte della sua fama è legata, più che alla sua riflessione scientifica, a un gesto pratico: Pinel sarebbe stato il primo ad aver liberato i folli dalle catene con le quali erano spesso legati. Indipendentemente dalla sua piena attendibilità, questo gesto - e l'atteggiamento assunto in generale da Pinel nei confronti dei ricoverati nei suoi ospedali - ha un grande rilievo. Un rilievo che assume un preciso spessore teorico, in quanto il medico francese ha condensato il proprio pensiero in un volume organico, dedicato in gran parte proprio alla follia, e intitolato Traité médico-philosophique sur l'aliénation mentale ou la manie (1801; seconda edizione ampiamente riveduta 1809). Per comprendere appieno l'importanza storica dell'opera di Pinel (e anche di Chiarugi) occorre tener presente che, ancora nei loro anni, i sofferenti dei disturbi che chiamiamo neurocerebrali, mentali e psicocomportamentali erano considerati non tanto dei soggetti bisognosi di cure quanto dei 'diversi', classificati essenzialmente in rapporto al loro presunto grado di pericolosità per sé e per gli altri. Di conseguenza, i luoghi nei quali erano custoditi non solo avevano ben poco a che fare con degli ospedali, ma ospitavano gli individui più eterogenei: delinquenti, alcolizzati, malati contagiosi ecc. Da questo punto di vista, il primo merito di Pinel è di aver cercato di definire in modo più attento e specifico i soggetti affetti da determinati disturbi o difficoltà. Dopo Pinel, insomma, il folle non è più equiparato a un delinquente, e l'intervento richiesto dal primo non ha nulla a che fare con le misure da adottare con il secondo. È anzitutto per realizzare questo obiettivo che il direttore di Bicêtre ha medicalizzato la follia.



Tale medicalizzazione ha suscitato nel nostro tempo critiche assai aspre: sia perché solo pochi folli sarebbero dei veri malati, sia perché la prassi terapeutica voluta da Pinel avrebbe in sostanza conservato molti dei vecchi sistemi repressivi. Pinel è stato anzi considerato da qualcuno il promotore non già della liberazione bensì di una reificazione del folle, perfino più grave di quella prodotta dalle pratiche inumane in uso nei vecchi lazzaretti. Una più attenta disamina storica della questione non può non giungere a conclusioni assai diverse, e ciò non solo per il già notato sforzo pineliano di far uscire il folle dal magma eterogeneo di un'umanità distinta ed esterna rispetto a un determinato ordine sociale. In verità Pinel, pur sottolineando il carattere patologico della follia, tratta poi i folli in modi assai differenziati. Il traitement moral da lui più volte evocato include una gamma di ausili - non esclusi quelli che oggi chiameremmo i 'colloqui d'appoggio' - assai lontani dalla durezza repressiva che qualche studioso gli ha attribuito. Anche l'interpretazione della follia fornita dal grande medico francese è più complessa di quanto sia stato detto da alcuni. Per Pinel la follia è essenzialmente uno "smarrimento" (égarement) o una "perdita" (aliénation) di un'equilibrata pratica di vita. Certo, alcune di queste pratiche sono a vario titolo inique, e dunque l'allontanamento del folle potrebbe essere giudicato positivamente. Resta il fatto che una linea maestra della psichiatria moderna ha scorto proprio nel recupero da parte del folle di un rapporto ragionevole con la realtà l'obiettivo del proprio lavoro. In tale prospettiva, anche l'imposizione pineliana di una certa disciplina nell'esistenza quotidiana dell'égaré assume un significato diverso da quello indicato da certi esegeti. Ciò che Pinel si propone attraverso determinate procedure è di sollecitare nel folle il pur parziale risveglio dell'attenzione, dell'autocontrollo, del rispetto di sé e dell'altro. La riacquisizione di un ordine sia interiore sia interpersonale è per lui un traguardo terapeutico prezioso che, naturalmente nella misura del possibile, è indispensabile cercare di raggiungere.
Malgrado quanto si è detto sui meriti di Pinel, va senza dubbio riconosciuto ch'egli non ha adeguatamente colto l'intrinseca vaghezza del concetto di follia, ha inclinato più volte a privilegiare le 'lesioni' cerebrali nell'eziologia di certi disturbi, e ha contribuito a istituzionalizzare la differenza tra normalità e anormalità entro l'esperienza psicocomportamentale degli uomini. Alcuni suoi allievi o eredi, ben lungi dal riflettere criticamente su certi limiti della lezione pineliana, tenderanno talvolta ad accentuarli.

È soltanto molto più tardi, negli anni a cavallo tra Otto e Novecento e poi nel corso del Novecento, che il pensiero medico e psicoantropologico ha riaffrontato con adeguata radicalità alcune questioni concernenti il tema che ci interessa. Che cos'è propriamente la follia? Ha ancora un senso porsi tale domanda, e a chi va posta? Se è un disturbo o una sofferenza, qual è la sua natura e quale la sua origine? La si può definire in modo univoco, al singolare, oppure il termine si riferisce a una gamma di stati e di problemi assai diversi tra loro?
Le risposte a questi e ad altri interrogativi sono numerosissime e assai eterogenee. Né si può dire che il sapere contemporaneo si senta attualmente più vicino che nel passato alla scoperta di verità definitive. Sono semmai da registrare preliminarmente due dati: 1) il termine/concetto di follia è usato in misura estremamente ridotta dalle scienze mediche; 2) la problematica della follia è invece assai presente in una vasta area della cultura odierna. Le ragioni di tutto ciò sono abbastanza chiare. Da un lato, il sapere medico rigoroso richiede nozioni più puntuali e meglio verificabili della nozione di follia. Dall'altro, la coscienza contemporanea coglie nel concetto di follia qualcosa di estremamente importante: l'espressione di una 'differenza' che non riguarda soltanto il particolare stato psicofisico di determinati individui, ma si estende anche a più generali concezioni relative al benessere e al malessere in senso sia individuale sia sociale. Da quest'ultimo punto di vista, esaminare l'immagine e la valutazione della cosiddetta follia nel nostro tempo implicherebbe una ricognizione amplissima, che dovrebbe includere sostanzialmente tutte le aree dell'esperienza umana. Nell'ovvia impossibilità di operare tale indagine in questa sede, converrà limitarsi a una serie di notazioni introduttive a una riflessione e a un dibattito ancora aperti. In primo luogo occorre comprendere a fondo che il termine follia non designa alcuno stato universale-oggettivo. Esso è piuttosto un costrutto teorico, elaborato per caratterizzare determinati modi d'essere e di agire dell'uomo.
Da tale punto di vista 'follia' appare l'espressione sintetica di un giudizio formulato in diretto rapporto con principi relativamente convenzionali e assai mutevoli. Proprio perciò un comportamento descritto come folle in una comunità A può non essere considerato tale in una comunità B o C. Approfondendo questo tema, molti studiosi hanno sottolineato il carattere non tanto naturale quanto culturale della follia. Ciò non significa escludere a priori la possibile esistenza di componenti organiche in certi disturbi psicorelazionali. È anzi ovvio che alterazioni a vario titolo somatiche sono in grado di produrre tali disturbi. Ed è altrettanto ovvio che qualsiasi seria analisi di essi deve tener conto di tutte le dimensioni dell'essere/agire umano. In realtà l'approccio culturalistico (o meglio socioculturalistico) alla follia mira non certo a separare quest'ultima dal corpo, bensì a impedire una sua riduzione a una mera malattia del corpo medesimo.
In effetti, se è vero che la follia può essere principalmente l'esito in sede psicocomportamentale di una condizione patologica, è anche vero che in un elevatissimo numero di casi l'organizzazione neurocerebrale (e corporea in genere) del folle non presenta alcun tipo di lesioni o disfunzioni. Anche per questo le scienze mediche hanno preferito ridurre drasticamente l'impiego della nozione di follia nello studio della cosiddetta vita mentale dell'essere umano. Così, mentre i disturbi nevrotici, psicotici, schizofrenici ecc. (oltre, evidentemente, alle malattie propriamente neurocerebrali) sono rimasti, a ragione o a torto, all'interno dell'area controllata dalla medicina, la follia è potuta uscire da ben precisi recinti categoriali/disciplinari e usufruire di interpretazioni e interventi di natura non esclusivamente medica.
Chi è, in effetti, il folle e perché è definito tale? La prima risposta da dare a questo proposito è che anche all'interno di una stessa comunità il folle è un tipo umano tutt'altro che univoco. La follia è una figura concettuale così elastica e ambigua da poter comprendere un panorama di casi e di modalità estremamente vario. L'unico suo minimo comune denominatore pare essere, come si è già notato, la diversità: la diversità soprattutto in relazione a modelli d'essere e di agire assunti come i soli sani e normali. Per questo, 'folle' può essere chiamato, di volta in volta, l'individuo sistematicamente aggressivo e violento e l'individuo sistematicamente passivo e assente (quello di cui si dice che 'la sua mente è sempre altrove'), l'individuo solitamente definito caratteriale e l'individuo abitualmente e, in apparenza, immotivatamente trasgressivo. A tale riguardo non andrebbe mai dimenticata la frequenza con cui certe élite dirigenti hanno bollato come folli soggetti che semplicemente si rifiutavano di inserirsi nell'ordine sociale costituito, o preferivano una vita solitaria e precaria (si pensi ai cosiddetti barboni), o tendevano a disobbedire alle norme proprie della comunità di appartenenza. Non a caso una delle denominazioni oggi più diffuse per connotare i diversi non è tanto la parola follia quanto la parola devianza. Il folle, in effetti, è anzitutto colui che esce da una determinata via, che è poi semplicemente la strada percorsa dalla maggioranza.
Il folle è poi anche percepito come uno 'sbandato': di nuovo un termine che allude al reiterato allontanamento da un percorso giudicato il solo giusto. In fondo, anche la più antica parola delirio indicava non tanto manifestazioni scomposte e assurde quanto l'uscita da un certo 'solco' (in latino lira), di nuovo quello più familiare e accreditato dalla maggioranza degli uomini. Probabilmente è proprio questa costitutiva diversità, questa spesso clamorosa e ostentata propensione a tenersi lontani dalle regole della vita associata che ha spinto i gruppi di potere di tante comunità a condannare, e spesso a perseguitare, i folli. In prima approssimazione si potrebbe ritenere che tale comportamento repressivo e discriminatorio sia stato originato dal timore di rischi e turbative nell'ordine pubblico, e in buona misura tale interpretazione è corretta. Ma forse l'indagine critica dovrebbe spingersi oltre, arrivando a cogliere ragioni più profonde e inquietanti rispetto a quella ora evocata. Forse la durezza nei confronti dei folli, lo sforzo di allontanarli dallo spettacolo della vita visibile (attraverso la loro reclusione in istituti manicomiali) esprime un sottile e più o meno inconscio disagio da parte dei cosiddetti normali. È come se questi ultimi scorgessero nei folli l'incarnazione disinibita di desideri pulsanti, ma temuti e repressi, anche nella loro stessa coscienza di 'normali'. È, ancora, come se questi ultimi vedessero nei folli una libertà e delle potenzialità nello stesso tempo paventate e agognate. E allora del folle è meglio liberarsi, o nel senso forte di eliminarlo dalla vita pubblica recludendolo in luoghi appartati (ospedali, manicomi, case 'protette') oppure, quantomeno nel senso debole di definirlo un diverso, nel significato negativo di un inferiore. Il pazzo, infatti, nell'immaginario collettivo, è essenzialmente un 'povero diavolo', uno 'che non ce la fa': un esempio imbarazzante e fastidioso di inettitudine e, appunto, di inferiorità. A proposito di queste ultime espressioni, bisogna cominciare con il cogliere in esse l'elemento di verità che contengono.
In anni ancora recenti vari studiosi hanno considerato i cosiddetti pazzi essenzialmente come le vittime di un sistema socioculturale repressivo o, magari, come i rappresentanti (spesso inconsapevoli) di forme di vita alternative, protesi verso uno stato di distanziamento liberatorio da quel medesimo sistema. Bisogna dire che si tratta di una rappresentazione assai discutibile dei folli. Quando venga accostato in modo meno ideologico, l'universo della follia appare ben lungi dall'offrire prospettive o spiragli verso un nuovo mondo liberato e libertario. Al contrario, tale universo appare, in più sensi, chiuso, anzi autorecluso. La pazzia non è né libertà né la sua promessa o vigilia: è invece, spesso, prigionia, povertà relazionale, solitudine sociale.
Il folle è colui che non ha potuto attivare appropriatamente tutte le sue funzioni; è colui che non conosce adeguatamente sé stesso e, tantomeno, gli altri; è colui che non riesce a intrattenere relazioni attive e feconde con il mondo che lo circonda. Per queste ragioni il pazzo è realmente un 'povero diavolo' che 'non ce la fa' e di conseguenza egli ha bisogno di un aiuto, spesso non facile, da parte della società di cui fa parte. Il discorso cambia invece radicalmente se ci si interroga sulla 'genealogia' della condizione di insania. Qui, a questo riguardo, emerge tutta la dirompente validità dell'approccio socioculturale alla follia. Lo si è già notato più volte, ma ora occorre ripeterlo: la follia, nelle sue forme più standard e frequenti, deriva solo assai raramente da una mera patologia organico-endogena. Né il corpo né la mente sono necessariamente le sorgenti generative primarie della follia.
Folle, solitamente, non lo si è: lo si diventa. Lo si diventa dietro la pressione (o l'oppressione) dei più diversi fattori individuali e sociali. Una storia privata segnata da vicende dolorose o drammatiche (abbandoni, gravi mancanze affettive, reiterate violenze psichiche e/o fisiche), una storia di relazioni interpersonali e microsociali profondamente negativa, un contesto incapace di favorire lo sviluppo nell'individuo di funzioni positive e capace invece di isolarlo, frustrarlo, offenderlo in più modi: queste e altre vicende - vicende, come si vede, lato sensu culturali - sono nel maggior numero dei casi le sorgenti generative della follia. Il soggetto devia, si aliena, si disadatta quando la via giusta è chiusa e impraticabile; quando l'adattamento è reso impossibile dall'ostilità del mondo circostante. È allora che si impazzisce: soprattutto se l'organizzazione psicofisica interna del soggetto già in partenza soffriva di qualche carenza o fragilità. È stata proprio la graduale scoperta della centralità di questa genesi della follia che ha prodotto l'ipersensibilità della coscienza moderna nei confronti della follia medesima. Si è infatti compreso che la sua esistenza è indisgiungibile dall'esistenza di una patologia segretamente inscritta nelle pieghe della più specchiata normalità individuale e sociale. Insomma pazzia e ragione, ben lungi dall'appartenere a due mondi incomunicabili, sono state percepite per più versi congeneri, appaiono anzi nate e cresciute insieme, in quanto la pazzia è, per tanti aspetti, essenzialmente la rivelazione che qualcosa nella ragione (o nella civiltà da essa prodotta) non funziona sempre e ovunque in maniera corretta; e il primo a farne le spese è il singolo individuo, partito magari da personali condizioni di svantaggio.
In conclusione, le indagini più attente e aggiornate tendono anzitutto a sottolineare la palese genericità del concetto di follia già più volte notata sopra. Rilevano inoltre quanto diversi siano gli usi di tale concetto. In effetti, nel linguaggio ordinario follia può indicare anche solo il singolo atto anomalo o sorprendente rispetto a una norma. 'Sei pazzo' può significare non tanto che un certo soggetto è realmente e permanentemente immerso in una determinata condizione esistenziale, quanto che un certo suo atto o comportamento fuoriesce da certe attese. La stessa locuzione può invece esprimere una valutazione che investe (a ragione o a torto) l'essere/agire complessivo di quel soggetto. Le indagini di cui sopra tendono anche a respingere ogni sbrigativa identificazione della follia con malattie sia mentali sia organiche (per alcune di esse, ammesso che siano tali, si impiegano termini più specifici). Si orientano, invece, a concepire la follia come un 'processo' cagionato non solo e non tanto da un disturbo oggettivo-fattuale interno a un soggetto sofferente, quanto da un'interazione squilibrata e difficilmente sopportabile tra esso e il suo contesto. Condizioni prolungate di carenze materiali e affettive, di isolamento esistenziale, di stress sociale, di mancanza di scopi e fini ragionevoli e gratificanti minano duramente la struttura di ogni personalità. La diversa incidenza dei relativi contraccolpi è connessa alla diversa resistenza dell'Io che ne è vittima. Non sorprende che una parte del sapere contemporaneo esplori con particolare impegno soprattutto le complesse relazioni istituibili tra la pressione potenzialmente patogena dell'ambiente e l'essere/agire dell'Io.
In questa prospettiva, a partire dagli anni Sessanta del 20° secolo tutto un settore degli studi psicologico-psichiatrici, definito con qualche discussa approssimazione 'antipsichiatria' (basti qui ricordare i nomi di Th. Szasz, R. Laing, D. Cooper e F. Basaglia), ha enfatizzato in modo estremo, radicale, l'origine primariamente sociale di molte delle cosiddette malattie mentali, ivi compresa la follia. Indipendentemente da un giudizio su tale orientamento, esso ha alimentato in maniera vigorosa una rinnovata riflessione sulla natura della follia e sulla sua dipendenza da criteri di valore non solo genericamente culturali, ma anche propriamente politici. Se talune conclusioni sono apparse ad alcuni un po' sbrigative (a cominciare dall'affermazione di Szasz che la malattia mentale è un 'mito'), indubbiamente il movimento antipsichiatrico ha riproposto un dibattito di cruciale importanza non solo sulla follia in sé e sui suoi rapporti con la razionalità e la 'normalità', ma anche sui modi di trattare i soggetti tradizionalmente considerati folli. La critica delle istituzioni manicomiali è solo uno dei fronti sui quali gli antipsichiatri - o forse meglio i nuovi psichiatri - si sono impegnati più intensamente e con i risultati più significativi. La tesi di fondo sostenuta da tale orientamento è costituita da due assunti. Il primo ripropone, ma con particolare forza e passione, la natura non fisico-organica ma socioculturale di molte malattie mentali (a cominciare proprio dalla follia), che dunque non dovrebbero neppure esser chiamate tali. Tale interpretazione, in sé non nuova, di determinati disturbi e sofferenze viene poi precisata e sviluppata in una prospettiva lato sensu politica. Sotto il profilo socioculturale, il cosiddetto folle risulta essere ora un più o meno potenziale avversario di una ben precisa ideologia egemone, ora un soggetto cresciuto in modo particolarmente anomalo entro l'universo dei poveri e dei diseredati, dei diversi e dei 'dannati della terra'. Un soggetto che proprio per ciò appare di volta in volta un peso nello sviluppo tecnologico-economico del sistema, o (come si è accennato sopra) la fastidiosa e imbarazzante testimonianza che, nella 'società opulenta' o nella società ad 'amministrazione totale' (H. Marcuse), non tutto funziona nel modo disciplinato, razionale ed efficace che ci si sarebbe aspettati. Il secondo assunto cui si è alluso riguarda invece i luoghi e i modi della cosiddetta cura o tutela dei folli. Una delle più influenti e clamorose denunce culturali della realtà manicomiale è il celebre saggio Asylums (1961) di E. Goffman.
Successivamente vari altri studiosi - in Italia con particolare vigore Basaglia - hanno aspramente criticato non solo le violenze palesi commesse nei manicomi, ma la validità scientifico-clinica della stessa organizzazione manicomiale. A questo riguardo, si è osservato che i principi di disciplina autoritaria, di equiparazione coatta tra sofferenti di disturbi assai diversi in sede terapeutica e, ancor più, la recisione dei rapporti tra questi sofferenti e la vita vissuta degli affetti e delle relazioni sociali, tutto questo e altro fa del manicomio un'istituzione assolutamente negativa per la cura e la stessa sopravvivenza dei sofferenti. Di qui è scaturita la richiesta (anche in Italia) di chiudere i manicomi sostituendoli con più appropriate forme di assistenza sociale.
Non è questa la sede per illustrare appieno una vicenda, per certi versi ancora aperta, che pur vede i folli protagonisti, troppo spesso indiretti e inascoltati, di un dibattito scientifico e civile estremamente complesso. E qui è necessario anche concludere il discorso sul concetto di follia nei suoi aspetti storico-teorici generali: un discorso che più di altri potrebbe un giorno richiedere aggiunte e integrazioni, se è vero che la riflessione sulla follia coincide in buona misura con il proposito di mettere in discussione le presunte 'normalità' del vivere razionale, di allargare i confini della comprensione del cosiddetto 'diverso' e di esplorare i lati che restano ancora enigmatici e oscuri (ma, talvolta, semplicemente occultati e rimossi) dell'esistenza umana.



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lunedì 18 gennaio 2016

LA COSCIENZA

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Le domande sull’origine e la definizione della coscienza sono alla base di importanti questioni etiche. Ad esempio: in che senso è possibile dire che alcuni animali sono coscienti? In quale momento dello sviluppo fetale inizia la coscienza? È possibile immaginare macchine coscienti? Domande tanto più centrali in quanto coinvolgono direttamente il nostro modo di rapportarci agli altri, siano essi animali, embrioni umani o, magari in futuro, macchine intelligenti.

Se la psicologia classica ruotò attorno alla coscienza al punto da indurre Wundt a definire la stessa psicologia come "scienza dei fatti e degli stati di coscienza", nei decenni successivi i ricercatori, tra i quali Oswald Külpe indagarono soprattutto riguardo ai processi dinamici della coscienza. La psicanalisi focalizzò e definì i vari stati di conscio, subconscio e inconscio. La Gestalt, invece, riprese gli studi dei processi dinamici associandoli e comparandoli a quelli effettuati sulle percezioni per elaborare un suo modello di spiegazione della coscienza.

Poiché gli uomini esprimono i loro stati di coscienza tramite il linguaggio, sembrerebbe naturale associare l’uno all’altra. Tuttavia, alcune eccezioni alla regola (i bambini, gli stati di afasia negli adulti), mostrano come la coscienza si manifesti anche al di là del linguaggio.

La coscienza viene spesso definita come la consapevolezza dell’individuo di stimoli esterni, provenienti quindi dall’ambiente, ed interni, ovvero sensazioni e pensieri; essa ha di conseguenza la duplice funzione di monitore tali stimoli, mettendone a fuoco alcuni ed ignorandone altri, e di pianificare le nostre azioni in base agli stimoli assimilati.

I meccanismi dell’attività della coscienza non sono però sempre chiari, in quanto spesso molte azioni sono conseguenza di processi inconsci e appaiono quindi prive di consapevolezza. Nell’attività di monitoraggio, per esempio, noi concentriamo l’attenzione su particolari stimoli, ma in realtà attraverso l’attenzione periferica ne percepiamo anche degli altri inconsapevolmente, custoditi nella nostra mente e quindi sempre accessibili.

I pensieri e i ricordi non accessibili alla coscienza risiedono invece, secondo Freud, nell’inconscio e riemergono solo indirettamente, per esempio sotto forma di “lapsus”. Freud sosteneva che sono destinati all’inconscio tutti i ricordi e i desideri causa di dolore. Anche l’attività di pianificazione può presentare aspetti inconsapevoli; per esempio quando un’azione diviene abituale o automatica (automatismo), la necessità del controllo cosciente diminuisce.

William James, in Principi di Psicologia, sembra dirci che la coscienza è qualcosa che crediamo forse di conoscere fino a che qualcuno non ci chiede di definirla.
E’ sempre difficile cogliere e definire uno stato di coscienza, sia esso ordinario o non ordinario, e pare la coscienza resti in quel lembo di terra indefinito dell’esperienza umana. Il punto di vista fenomenologico mette in luce l’idea della totalità, l’idea secondo la quale “è sempre nella totalità dello stato di coscienza, che si manifestano i singoli fenomeni” .
Non c’è un definito stato ordinario di coscienza, ma si può solo rappresentarlo come un flusso di vissuti.


In altre parole, quando possiamo cogliere un vissuto in maniera più nitida, allora ci troviamo di fronte ad uno stato ben definito della coscienza.

Nell’analisi di uno stato di coscienza bisogna soprattutto tener conto dell’idea di come “l’intero stato d’animo sia vissuto nel momento”.      
“Lo stato di coscienza è un concetto puramente descrittivo molto vasto, può definirsi: quanto viene effettivamente vissuto in un determinato momento o, in altre parole, la somma, il tutto, rappresentato dai vari processi psichici coscienti”.
Come si è visto è sempre difficile, se non impossibile, dare una definizione univoca della coscienza e dei suoi stati.
“Genericamente i vari fenomeni psichici, da quelli elementari, come le sensazioni, a quelli più complessi, come il ragionamento o il giudizio, sono stati denominati stati di coscienza”.
William James, chiama gli stati di coscienza stati sostantivi, e intende qualcosa di solido e compatto, una specie di dati primari che andranno a costituire la struttura della coscienza.
Uno stato di coscienza è simile ad una fotografia del mentale che sintetizza tutto il percepito, il pensato dell’attimo. Possiamo pensare ad una struttura o configurazione singolare e dinamica di strutturre psicologiche, una specie di sistema attivo formato da sottosistemi psicologici.
Uno stato di coscienza rappresenta una certa regione di spazio esperenziale, all’interno del quale l’instabilità e la dinamicità sono le caratteristiche di base.
“La nostra normale coscienza in stato di veglia, la coscienza razionale, come la chiamiamo, non è altro che un tipo speciale di coscienza, mentre tutto attorno ad essa, separate dal più trasparente degli schermi, vi sono forme potenziali di coscienza del tutto diverse. Possiamo attraversare tutta la vita senza sospettarne l’esistenza; ma, presentandosi lo stimolo adeguato, alla minima pressione appaiono in tutta la loro completezza vari tipi di strutture spirituali, che probabilmente hanno in qualche luogo il loro campo d’applicazione e d’adattamento. Nessuna visione dell’universo nella sua totalità può essere definitiva, quando lascia fuori queste altre forme di coscienza”.
Il problema, secondo James, è come raccordarle con il resto, vista la discontinuità della coscienza. Quello che colpisce di più è che uno stato di coscienza non sia un dato definitivo dell’attività psichica. L’attività della coscienza sembra essere sottoposta a continui mutamenti e modificazioni e il passaggio da uno stato di coscienza ad un altro avviene più spesso di quanto pensiamo. L’attività psichica prende le sembianze di un continuo fluttuare, pensieri, sensazioni ed emozioni si susseguono senza sosta.
“Le nostre percezioni del mondo, degli altri e di noi stessi, come anche le nostre reazioni ad esse (cioè, coscienza di esse) sono costruzioni semiarbitrarie”. Il nostro stato di coscienza ordinario è considerato come lo stato di base e qualsiasi allontanamento da questo stato d’equilibrio sfocia in una possibilità di patologia.
Non è detto però che sia sempre così. La percezione del mondo che noi abbiamo, è in realtà il frutto di un complicato processo controllato da molti fattori. Abbiamo imparato a distinguere una realtà consensuale, essendo allo stesso tempo beneficiari e vittime della nostra cultura. La stessa percezione è un atto altamente complesso ed automatizzato. L’evoluzione testimonia che, la funzione fondamentale di uno stato di coscienza è fronteggiare con successo un ambiente.



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lunedì 3 agosto 2015

IL BACIO



In Italia siamo assolutamente poco originali. Mentre negli USA si vedono selfie, anche di celebrità, che si fotografano il sedere, che fanno casino, che stanno andando a lavoro, che mangiano, da soli o in compagnia. In Italia, nell 80 % dei casi, di selfie se ne vedono solo di due tipi: quello in ascensore, ma soprattutto il selfie del labbro a culo di gallina.

Lo definisco a culo di gallina perché non so neanche come poterlo descrivere; avete presente quando sporgete le labbra in avanti come per dare un bacio ma senza arricciare le labbra? Ecco così. Magari fatto uno o due volte va benissimo, può risultare anche simpatico ma il problema è che è diventato una sorta di moda senza senso.

In quella posizione le labbra appariranno più grandi e gonfie, ma fidatevi che non sembrerete assolutamente naturali. Se proprio necessitate di labbra più grandi fatevi delle iniezioni di acido ialuronico; la tecnologia è avanzata, non c’è più bisogno del silicone e almeno otterrete ciò che volete con un risultato finale meno fittizio.

Invece di immortalare sorrisi spontanei, genuini, invece di dare importanza allo sguardo in una foto più sexy oppure ai capelli, l’unica cosa che emerge sono queste labbra sporgenti,giganti, messe così.

Il selfie è un fenomeno pazzesco, sbizzarritevi con la creatività. Nei momenti di tristezza, di felicità, o di vanità usatelo come meglio potete per ottenere degli scatti originali.
Ricordate però che non sempre ciò che è di tendenza è bello da guardare. La bellezza sta in un sorriso, gli occhi spesso comunicano prima di ogni altra cosa, e io credo che anche un autoscatto possa essere un ottimo mezzo per comunicare ciò che vogliamo in questa nostra era multimediale.

La famosissima bocca “a culo di gallina” è stata ormai sdoganata da tutti, fashion blogger in cima. Mandare baci all’obbiettivo è certamente la cosa più facile da fare, ma il rischio di cadere nella categoria bimbominkia è altissimo, quindi meglio non esagerare con gli smack al vento. Prima di tutto accertatevi che il selfie ne valga la pena: magari aspettare il giorno in cui i capelli sono ok e il trucco anche? E poi buon divertimento: di certo non cambiano la vita, ma prendere tanti Like su un autoscatto fa bene all’umore e all’autostima!

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Il bacio è un importante fonte di contatto fisico fra due persone ed è per questo che assume diverse caratteristiche e significati a seconda del contesto, ed oggi è diventata in molte culture del mondo una comune forma di espressione di affetto, ma anche di amore, passione, amicizia, rispetto, un saluto, e molte altre ancora.

Esistono diverse opinioni e teorie riguardo alle possibili funzioni del bacio e ai suoi legami con la sfera emotiva e sociale umana, anche in seguito all'osservazione di comportamenti simili di altre specie animali. Attualmente si ritiene che il bacio abbia anche la funzione di cercare partner con sistema immunitario diverso dal proprio, al fine, in termini evolutivi di favorire il riassortimento genico e aumentare le probabilità di sopravvivenza della prole.

Esiste inoltre una scienza che studia il bacio nei suoi vari aspetti: la filematologia.

In alcuni Paesi europei, arabi e dell'America Latina, quando si incontrano amici, ci si scambiano due baci porgendosi a vicenda entrambe le guance; questa usanza è comune in tutta Italia. Il numero di baci può variare notevolmente: in Francia lo standard sono due o tre baci, ma spesso non è così: in alcune regioni si danno un bacio solo, oppure anche quattro o cinque (ma si registrano notevoli variazioni anche tra villaggi vicini). Nei Paesi Bassi se ne danno tre, come pure in Belgio (dove però è d'uso anche un solo bacio), in Svizzera e in Polonia. Il triplo bacio è tipico delle culture ortodosse, infatti è diffuso in Ucraina e Serbia, ma non in Romania, Bulgaria e Grecia. Nel Regno Unito, Scandinavia, Germania e anche alcune zone del nord Italia non viene praticato il bacio tra amici. In questo caso il bacio non ha dimostrazione di affetto, ma esclusivamente di saluto.

In Italia il bacio è diffuso come forma di saluto soprattutto tra parenti, in particolare tra coloro che non si vedono molto frequentemente. Generalmente ci si scambiano due baci. Il bacio singolo è invece più informale e viene usato quando ci si vede quotidianamente, soprattutto tra membri della stessa famiglia. Il bacio viene usato tra donne o tra uomini e donne, mentre tra uomini la forma di saluto più comune è la stretta di mano. Nel Sud il bacio è molto diffuso anche come forma di saluto tra amici e come forma di presentazione tra persone che si incontrano per la prima volta e viene scambiato anche tra uomini. Negli ultimi tempi, si assiste al diffondersi del bacio come forma di saluto tra i giovani, soprattutto tra ragazze, ma anche tra ragazzi.



In Russia un tempo era diffuso il bacio sulle labbra fra uomini; nei paesi europei nord-occidentali, invece, il bacio sulle guance non è molto utilizzato, specialmente fra gli uomini, tra i quali il minimo contatto fisico è visto con diffidenza.

Negli ambienti nobili e raffinati è stato sempre diffusissimo il "baciamano", consistente nello sfiorare appena con le labbra (di un uomo) il dorso della mano di una donna. Questo tipo di saluto è ancora abbastanza praticato in Polonia.

Quando durante il bacio come saluto, si vuole sottolineare l'affetto verso l'altra persona, allora invece di porgere solo le guance, si porgono le labbra in modo da baciare in pieno il viso dell'altra persona. Il bacio sulla guancia è infatti un grande segno d'affetto, e viene utilizzato fra amici e parenti quando si vuole dimostrare il bene che si vuole. Spesso è anche accompagnato da un abbraccio.

Anticamente il bacio sulla bocca non aveva una connotazione prevalentemente erotica, anzi era essenzialmente un simbolo di comunione fraterna, anche fra persone dello stesso sesso, un po' come lo è per noi la stretta di mano. L'esempio più famoso di bacio di fratellanza, anche nascondente un tradimento, è il bacio di Giuda, descritto nei Vangeli di Matteo e di Marco e che documenta la normalità di tale pratica. Nelle lettere di Paolo si trovano molti richiami al "bacio santo" tra persone che si incontrano, una pratica che anticamente nelle funzioni sostituiva il segno di pace della stretta di mano durante la celebrazione eucaristica.

Dante Alighieri è baciato da Virgilio nella Divina Commedia (Inf. VIII, 44) per rassicurarlo dopo un difficile episodio. Più o meno negli stessi anni Dino Compagni documentava la pace del Cardinal Latino a Firenze (1304) suggellata da baci sulla bocca dei capi delle fazioni avverse (Cronica delle cose occorrenti ne' tempi suoi, III, 4).

Non è chiaro quando questa usanza decadde. Ancora agli inizi del Novecento era normale per uno sposo baciare sulla bocca la madre della sposa il giorno del matrimonio (un esempio si vede nel film Rapacità di Erich von Stroheim).



I baci scambiati sulle guance non hanno in genere carica erotica: essa però si riscontra in pieno nel bacio alla francese. Questo tipo di bacio consiste nel leccare la lingua del partner con la propria e nello scambiarsi, quindi, emozioni che coinvolgono in maniera molto forte. Questo bacio è, di solito, accompagnato da uno scambio di morsi molto leggeri sulla bocca e sulle labbra, ed è quasi sempre scambiato ad occhi chiusi. Può arrivare a durare anche per molti minuti. Il bacio alla francese è un avvicinamento all'atto sessuale vero e proprio, ovvero uno dei cosiddetti preliminari, e spesso i più giovani iniziano a scoprire il sesso tramite questo tipo di bacio.

Un altro tipo di bacio di ambito sessuale è il bacio sul collo; esso, infatti, provoca un intenso eccitamento, e spesso, si trasforma nel cosiddetto "succhiotto" (termine di origine dialettale). Quest'ultimo consiste nell'aspirare con forza il collo dell'altra persona staccando poi le labbra d'improvviso in modo da far apparire una marcata macchia rossa che, se fatta bene, può durare anche per diversi giorni.

I baci poi, raggiungono la loro acme nel momento dei preliminari. Infatti da qui diventano un vero e proprio atto sessuale che può essere seguito da fellatio o da cunnilingus, oppure dall'atto sessuale vero e proprio.

Vatsyayana ritiene che una fanciulla debba praticare solo tre tipi di baci:
il bacio simbolico: quello di una fanciulla che sfiora le labbra del suo innamorato;
il bacio fremente: quello che una fanciulla dà toccando le labbra pressate contro le sue e muovendo il labbro inferiore;
il bacio a contatto: quello che una fanciulla dà al suo innamorato toccando le labbra con la sua lingua e facendolo, socchiude gli occhi e lascia le sue mani in quelle di lui.

Ecco una "promessa di bacio" della dea Venere, nelle Metamorfosi di Apuleio: «ab ipsa Venere septem savia suavia et unum blandientis appulsu linguae longe mellitum», cioè chi lo merita riceverà «da Venere in persona sette meravigliosi baci, e uno addolcito di molto dal tocco della sua lingua carezzevole»

Per evitare di scontrarsi col naso, di solito le persone quando si baciano piegano la testa. Spesso, per stare più comodi, uno dei due seduto sorregge l'altro fra le braccia ed il torace combinando così un bacio con un abbraccio. Colui che sorregge di solito ha un ruolo più attivo nel baciare l'altro. A questo proposito lo psicologo Onur Güntürkün ha pubblicato su Nature uno studio basato sull'osservazione di coppie che si baciano in pubblico in luoghi come aeroporti e parchi secondo il quale l'inclinazione della testa verso destra è più frequente che verso sinistra con un rapporto di 2:1. Güntürkün attribuisce questa asimmetria alle preferenze mostrate dai neonati per il lato destro.

Un dolore al collo o una contrattura muscolare (solitamente lo sternocleidomastoideo) può far assumere al capo tale inclinazione asimmetrica; questa posizione patologica è ironicamente definita Sindrome del baciatore.


In quello medievale, il bacio era utilizzato per suggellare il cosiddetto 'baciatico', cioè diritto della fidanzata a ricevere una donazione dal fidanzato.

La consuetudine deriva da un'analoga consuetudine romana, l'osculum interveniens, il bacio che interveniva a sancire il diritto della fidanzata a ricevere in donazione metà dei beni ricevuti in regalo, in caso di morte del fidanzato.

Il bacio di particolari oggetti secondo un preciso rituale è tipico di molte religioni e di alcuni cerimoniali legati a papi e imperatori.

Per esempio per i musulmani baciare la Pietra Nera alla Mecca è un elemento necessario del pellegrinaggio rituale (Haji), mentre gli ebrei baciano il Muro del pianto e oggetti sacri - come la Torah o il Siddur - durante la preghiera, gli Hindu baciano talvolta la terra nei templi e i cristiani (in particolar modo i cattolici e gli ortodossi), durante la liturgia del Venerdì Santo, baciano la croce in segno di adorazione del Cristo. Usanza in uso nel passato era baciare un oggetto liturgico, la pace, durante la celebrazione eucaristica.

I cristiani ortodossi hanno una lunga tradizione di praticare il bacio nelle loro cerimonie; tra loro è comune, quando si entra in chiesa, baciare le icone e le reliquie sacre. Alcuni baciano il calice dell'Eucaristia, altri baciano il bordo dei paramenti del prete al suo passaggio, e gli accoliti baciano la sua mano quando gli danno l'incensiere. I fedeli spesso si baciano reciprocamente prima di ricevere la Comunione.

Nel cerimoniale papale è tradizione baciare i piedi al Papa (l'anello dei cardinali e dei vescovi), una tradizione nata nell'impero bizantino ai tempi dell'Imperatrice Teodora come segno di estrema devozione al sovrano. Papa Giovanni Paolo II era solito baciare la terra appena arrivato in un nuovo Paese.

L'atto di baciare non è una pratica universale: una interessante storia del bacio ha scritto, nel secolo scorso, l'erudito e filologo danese Kristoffer Nyrop.

Il bacio, per metà del mondo, non è piacevole e talvolta può recare fastidio. In Cina il bacio è considerato poco igienico. In Giappone non si usa baciarsi in pubblico, perché può recare fastidio. Il bacio degli eschimesi è molto particolare: si strofinano le punte dei nasi, con labbra ed occhi chiusi. 

Esistono vari tipi di baci e per ciascuno di essi esiste una storia e un significato. Non possiamo infatti mettere a confronto il bacio accademico con il bacio di saluto, il bacio appassionato di due amanti con il bacio di Giuda.



Eppure, tutti questi baci hanno qualcosa in comune, ovvero il gesto di avvicinare le labbra e di emettere un caratteristico rumore, che nel linguaggio onomatopeico utilizzato nei fumetti è rappresentato con uno “smack”.

Il bacio può essere dato sulle labbra, sulle guance, su un anello, sui genitali o in qualsiasi altra parte del corpo; può essere dato ma non ricevuto, oppure dato e ricevuto nello stesso tempo; può essere “asciutto” o “bagnato” se vi è o meno presenza di saliva.

Cosa significa un bacio? Di tutto: può significare affetto, amicizia, amore, attrazione sessuale, ma anche adorazione, rispetto, accordo, obbedienza, superiorità, inferiorità, ammirazione. In alcune circostanze un bacio può perfino essere un insulto.

Il bacio ha avuto, in senso evolutivo, lo scopo di rafforzare i legami sociali, le relazioni personali e politiche all’interno dei gruppi.

Il bacio è molto diffuso in tutto il mondo, ma assume dei significati differenti, a seconda dei contesti culturali nei quali viene praticato. Lo studioso danese Kristoffer Nyrop (1858-1931) ad esempio ha descritto i comportamenti di alcune tribù finniche i cui membri, uomini e donne, usavano fare il bagno nudi insieme, ma consideravano il baciarsi una cosa indecente. Nel 1897 l’antropologo francese Paul d’Enjoy descrisse invece il comportamento delle popolazioni cinesi, che consideravano il baciarsi in bocca una pratica orrenda, simile al cannibalismo. In alcune aree della Cina, nonostante i radicali mutamenti culturali, questo tabù permane e solo nelle grandi metropoli cinesi è oggi possibile scambiarsi delle effusioni e dei baci, cosa che fino a pochi anni fa era assolutamente proibita. Altre popolazioni non usano il bacio, o presentano modi diversi di comunicarsi affetto e tenerezza, fra essi ricordialo lo sfregarsi il naso degli Esquimesi o i vari comportamenti intimi di gruppi etnici dell’Africa e dell’Oceania.

Negli anni sessanta lo studioso britannico Desmond Morris pensò di aver individuato la filogenesi del bacio dopo aver osservato, fra i primati, delle madri che masticavano il cibo, per poi nutrire bocca a bocca i piccoli. E’ possibile, secondo Morris, che anche gli antenati degli esseri umani abbiano utilizzato tale modalità per nutrire i piccoli e che la pressione delle labbra sulle labbra, sia stata poi utilizzata dalle madri per placare la richiesta di cibo nei periodi di carestia.

Nelle altre specie animali invece è difficile osservare il comportamento del bacio sebbene questi animali siano capaci di esprimere la tenerezza in altro modo e siano perfettamente capaci di compiere atti sessuali senza questo genere di preliminari.

Secondo l’etologo Irenäus Eibl-Eibesfeldt (1970) almeno un decimo del genere umano non usa il comportamento del bacio. Da stime più recenti, sembra che oltre 650 milioni di esseri umani non si bacino mai sulle labbra.

Questo non riguarda certo la nostra cultura: basti pensare che gli antichi cristiani usavano scambiarsi il bacio come segno di pace, di fratellanza e di unione in Cristo. In seguito si cercò di evitare il bacio fra persone di sesso opposto ed i Protestanti lo abolirono completamente. Non a caso oggi in Chiesa il gesto della pace che viene richiesto di scambiarsi fra fedeli è una semplice stretta di mano.

In molte società gli uomini si baciano fra di loro mentre in altre questa pratica è considerata un vero tabù. Per citare un esempio, quando Thomas Coryate, esperto cortigiano, visitò Venezia nel 1608, rimase molto colpito da questa “straordinaria usanza” di due conoscenti di sesso maschile che si scambiavano baci al momento di salutarsi. Il cortigiano affermò di non aver mai visto prima nulla del genere, né di averne letto o sentito parlare da nessuno. Ancora oggi in Italia e in altri Paesi latini gli uomini possono baciarsi tra loro in segno di saluto, o anche di affetto, senza per questo essere considerati degli omosessuali.

Ma il bacio, oltre che un gesto di saluto, di affetto o di tenerezza, ha anche un significato erotico molto importante. Freud considerava il bacio erotico come un tentativo di ritornare alla sicurezza del seno materno. Un bacio infatti è il primo gesto importante di fiducia, di confidenza, di disponibilità in una coppia: il fatto di poter riprovare uno dei primissimi piaceri dell’infanzia accresce la sensazione di intimità, scarica le tensioni muscolari, provoca un forte coinvolgimento durante l’atto sessuale ed aiuta a “lasciarsi andare”.


Anche molto prima di Freud comunque le labbra venivano considerate una zona erogena. Un bacio in questa area del viso infatti può suscitare delle reazioni e delle emozioni molto intense. Le donne più degli uomini considerano il momento del bacio particolarmente erotico, mentre per molti uomini esso non è altro che un preliminare all’atto sessuale.

Il bacio erotico non necessariamente deve essere particolarmente profondo e potrebbe riguardare, oltre alla bocca, anche altre parti del corpo molto sensibili, come ad esempio le orecchie, la nuca, il collo: zone tutte riccamente innervate di terminazioni nervose e dunque particolarmente sensibili.

Baciando una persona si entra in contatto con una serie di sostanze odorose e organiche e dunque è molto importante che i due partners curino l’igiene, per quanto riguarda la pulizia dei denti, l’odore dell’alito, la pulizia del collo e delle orecchie. E’ consigliabile inoltre fare attenzione alla dieta: meglio evitare di mangiare aglio, cipolla o altre specialità esotiche troppo piccanti prima di dare un bacio, se non si vuole disgustare il/la partner con un alito pesante quanto sgradevole e imbarazzante.

I tipi di baci conosciuti sono circa una trentina: da quello ‘aspirapolvere’ che toglie il respiro, a quello bagnato che si pratica dopo essersi passati la lingua sulle labbra, a quello ‘lip-o suction’, dove si bacia il labbro inferiore dell’altro, mentre il partner bacia quello superiore, per poi scambiarsi le posizioni…

Quando due persone si baciano, specie quando lo fanno per la prima volta, provano un’emozione intensa, che mette in moto mille meccanismi : si risvegliano i sensi, il desiderio, la sudorazione, la pressione, il battito cardiaco e si calcola che in un minuto vengano bruciate circa 6 calorie, grazie all’accelerazione del ritmo cardiaco ed all’utilizzo simultaneo di circa 35 muscoli del viso.

Non esiste un modo ‘giusto’ di baciare e gli adolescenti dovrebbero tranquillizzarsi sul fatto che l’unico modo per imparare a baciare è attraverso la pratica, cercando di lasciarsi andare il più possibile, di chiudere gli occhi e di adattarsi ai ritmi dell’altro.

In genere tutte le storie romantiche iniziano con un bacio: è un rito di passaggio importante che segna l’ingresso nell’età adulta e per questo è difficile che una persona possa dimenticare il suo primo bacio. Oggi l’età del primo bacio si è abbassata: ormai a tredici anni buona parte dei ragazzi ha già sperimentato il ‘bacio alla francese’, che consiste nella profonda esplorazione della bocca dell’altro, con la lingua.

Last, but not least, ci sembra giusto ricordare che il bacio può causare anche qualche problema non grave alla salute, ad esempio quando lo scambio di saliva può far contrarre il virus dell’ influenza, mal di gola, tosse, tonsillite, ecc. in seguito ad un bacio con una persona influenzata. Vi è poi la mononucleosi (detta anche “malattia del bacio”), una malattia febbrile causata dal virus di Epstein-Barr (EBV), appartenente alla famiglia degli Herpes Virus, che causa un aumento dei globuli bianchi, in particolare delle cellule mononucleate. Questa patologia può essere contratta in qualsiasi ambiente affollato, dato che è estremamente contagiosa, ma poiché il contatto avviene tramite la saliva, si trasmette in particolar modo attraverso i baci. Il periodo di incubazione varia fra 30 e 50 giorni, può produrre stanchezza, ingrossamento dei linfonodi, febbre, irritazione alla gola. La malattia del bacio è molto diffusa nei paesi occidentali nella popolazione di età compresa tra i 14 e i 18-20 anni e non presenta rischi per la salute: normalmente l’infezione si risolve da sola in modo benigno entro due mesi.

Il bacio inoltre non è una pratica a rischio HIV, almeno per quanto se ne sa al momento, anche se dopo un bacio molto profondo, con morsi e in presenza di lesioni in entrambe le bocche, sarebbe consigliabile parlarne con un infettivologo.








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