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venerdì 19 febbraio 2016

IL MONOLOGO

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Un monologo è un discorso, espresso a voce, tenuto da un singolo personaggio e diretto ad un'altra persona o ad un pubblico. Il monologo si differenzia dal soliloquio perché, in quest'ultimo, colui che parla indirizza le sue parole a se stesso (o ad un pubblico, se si è in un contesto teatrale), senza la presenza di un destinatario a cui rivolgere direttamente le proprie parole.

Il monologo è una forma espressiva ampiamente utilizzata in tutti i generi letterari; esso è noto al grande pubblico soprattutto perché usato in ambito teatrale.

In ambito teatrale, spesso il termine viene utilizzato anche per lunghe battute teatrali in cui l'attore - a differenza del monologo puro - si rivolge a interlocutori presenti sulla scena o collocati immediatamente fuori di essa: tali lunghe battute sono, in realtà, dei soliloqui, non dei monologhi.

Il celebre Essere o non essere nell'Amleto di William Shakespeare è un soliloquio, mentre i dialoghi di Eduardo De Filippo con il professore sul set di Questi fantasmi sono monologhi. Lunghi monologhi possono costituire composizioni sceniche complete, che prevedono diversi gradi di partecipazione del pubblico, come Novecento di Alessandro Baricco, o il Mistero Buffo di Dario Fo.

Talvolta un monologo può essere un prologo o un epilogo, quando l'attore si ritrova da solo a recitare, all'apertura o alla conclusione della messa in scena, con intento esplicativo. In alcuni casi la funzione introduttiva o conclusiva di tali monologhi è esplicitata, come nel caso in cui l'attore impersona direttamente un personaggio che ha funzione narrativa, chiamato direttamente Prologo, come nelle commedie di Pietro Aretino. In altri casi la funzione è implicita alla scena, ad esempio quando, nel Riccardo III, è egli stesso un personaggio della storia, che introduce lo spettatore nelle vicende, con esplicazione degli antecedenti e dichiarazione degli intenti futuri.



In altri casi un testo recitato da un solo attore ha diverse valenze, come nel caso del soliloquio finale di Puck nel Sogno di una notte di mezza estate, che chiama in causa sia il suo personaggio di folletto, sia la figura dell'attore, che dà corpo all'ombra del personaggio, sia la visione del teatro come sogno.

Il monologo rientra nella categoria delle convenzioni teatrali, ossia dei "trucchi" realizzati dal drammaturgo per rendere partecipe lo spettatore di un evento che non ha visto rappresentato (ad esempio un episodio avvenuto nel passato di uno dei personaggi o il resoconto di una morte avvenuta fuori scena) o ancora per esplicitare i pensieri interiori di un personaggio (riflessioni su un avvenimento): in molti casi, quindi, ha funzione didascalico-narrativa o illustrativa di episodi extradiegetici. Ciò che lo rende un artificio scenico è dunque il carattere di estraneità alle convenzioni dialogiche della realtà sensibile, dove difficilmente si potrebbe esporre un argomento interiore a voce alta, se fossimo sicuri di non essere ascoltati.

Proprio per il suo carattere di innaturalezza, il monologo venne quasi totalmente soppresso nei testi esemplificativi del teatro borghese, che tendeva a restituire in scena la dimensione della realtà sensibile: Cechov lo reintrodusse, forzando i caratteri propri del naturalismo borghese, per sottolineare il tumulto interiore dei suoi personaggi.

Sempre l'innaturalezza dello stesso lo porta spesso ad essere definito "soliloquio", ossia il pensare ad alta voce rivolgendosi ad un pubblico immaginario: il monologo ha invece una funzione di reale agente della vicenda narrata quando un altro partecipante alla scena, nascosto da colui che lo sta agendo, lo ascolta. In questo caso, il monologo perde la caratteristica dell'attore solo in scena ma ha la funzione drammatica ben precisa di fungere da veicolo di informazione per gli altri personaggi del dramma.

Nel cinema il monologo può avere funzioni differenti: se la voce recitante agisce fuori campo può essere da supporto all'immagine filmica, alla quale spesso detrae la sua funzione narrativa. Al contrario, può ovviamente essere utilizzato anche come supporto della stessa o servire per giustificare un'ellissi temporale. Rientra, di norma, nel carattere della naturalezza, quando il personaggio parla tra sé a voce alta, in funzione della necessità di rappresentazione. Molto frequente, nel caso di trasposizioni cinematografiche di opere teatrali, è la trasformazione del monologo in voce fuori campo, come nel caso del film Hamlet 2000 di Michael Almereyda, in cui il monologo dell'Amleto si trasforma da voce fuori campo a voce recitante da parte del protagonista, mescolando quindi le diverse tecniche di rappresentazione cinematografica del monologo.

Il monologo è una tecnica narrativa, sperimentata da É. Dujardin alla fine dell’Ottocento e largamente impiegata nella letteratura del Novecento (J. Joyce, I. Svevo ecc.), mediante la quale il lettore viene introdotto direttamente nella vita interiore del personaggio, di cui sono registrati in prima persona, e senza alcun commento dell’autore, pensieri, reazioni, impressioni, ricordi, libere associazioni d’idee, così come si presentano alla sua mente, in una sorta di autoanalisi continuata. Spesso assimilato al flusso di coscienza, il m. interiore se ne distingue in genere per il carattere meno alogico e disordinato, che si traduce in un maggior controllo linguistico e sintattico.



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giovedì 31 dicembre 2015

I Luoghi Più Strani Dove Fare L'Amore

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Il sesso è fantasia, sperimentazione, rischio.. e quale modo migliore di rischiare se non facendolo in posti "particolari"?

I sessuologi a questo proposito parlano chiaro farlo in posti strani, magari con il rischio di essere scoperti, è una vera iniezione di adrenalina che in molti casi viene consigliata per ravvivare un rapporto un pò spento o la solita monotona routine del farlo sul letto/divano.

Per sconvolgere un po’ la routine sessuale che vuole gli amanti distesi in posizione supina nel comfort della camera da letto, la sessuologa britannica Tracey Cox ha dispensato un trasgressivo decalogo che promette di accendere l’entusiasmo nelle coppie fiaccate dalla noia erotica.

Al Cimitero - Sarà per l’atmosfera un po’ dark o per la certezza di non trovarci anima viva di notte, ma il cimitero è tra i luoghi in cui tutti dovrebbero fare sesso. La dottoressa Cox ritiene che sarebbe un’ottima esperienza per la coppia perché “esalta il concetto di vita” e dunque indurrebbe a godere di ogni momento.
L’altalena – Approfittando del movimento oscillatorio e trovando un buon equilibrio, reinterpretare in chiave hot uno dei giochi che tutti i bambini hanno amato è un bizzarro modo di accendere l’intesa.
Il terrazzo di un hotel – L’hotel è da sempre il più banale dei luoghi in cui programmare una scappatella, Tracey Cox non propone la solita camera da letto, ma consiglia di andare sulla terrazza: all’aria aperta è più facile correre il rischio di essere scoperti dalle finestre vicine.
La lavatrice – Il fatto che fare sesso sulla lavatrice sia un’esperienza unica è un luogo comune esistente da decenni. La sessuologa britannica lo conferma, affermando che, in particolare, bisogna scegliere la fase di centrifuga poiché le vibrazioni amplificano il piacere.
Il cinema – È il luogo preferito dagli adolescenti all’epoca dei primi baci, ma la Cox afferma che è il luogo ideale anche per gli adulti che vogliano andare oltre, grazie al buio, al silenzio, alle poltroncine comode e al rischio di essere scoperti.
Il sole – Il cielo limpido, il caldo, l’abbronzatura sono tutti elementi che aumentano il desiderio. Fare sesso in spiaggia e magari tuffarsi a mare sfiniti è assolutamente una delle esperienze da provare almeno una volta nella vita.
Mare, piscina, idromassaggio – Immergersi in acqua è una delle cose che rilassa di più.
La campagna – L’atmosfera rustica e bucolica mette a proprio agio e riporta la mente al tempo dell’infanzia. Il consiglio della sessuologa è quello di trovare l’intimità dietro un albero o un cespuglio e di divertirsi senza preoccupazioni.
La tenda da campeggio – Tanta è l’intimità creata da una tenda, nonostante sia solo un pezzo di stoffa a separare la coppia dal mondo esterno e il rischio di essere scoperti aumenta il piacere.
L’auto – Chi non ha mai fatto sesso in auto? Tracey Cox, però, dice no al classico sedile posteriore e consiglia di farlo sul cofano con la donna seduta e l’uomo in piedi avanti a lei.
Un cult, in cui tra l’altro si può dare libero corso all’opzione Andromaca. Comunque diciamolo, il bello del sesso in auto è appannare i vetri in un Maggiolone arenato in mezzo all’erba alta. Se hai un Suv con gli interni in pelle e il climatizzatore di serie, non è esattamente la stessa cosa.
Nel bagno del treno - Qual è il problema di quando fai la pipì in treno? Che non è facile centrare il buco. Ecco, ci siamo capiti. Comunque può essere divertente.



In taxi - Se vuoi farti spiare durante l’amore, dovresti cercarti un autista con il tuo stesso hobby. Così non rischi la denuncia, né di finire a tua insaputa sul canale di YouTube del tassista, e risparmi i soldi della corsa.
Sulla scrivania manageriale - un mito degli anni 80, quando i manager se la facevano con le segretarie. La messa in scena funziona se tu hai la gonna a tubino, lo chignon e gli occhiali a farfalla. E se non sei tu il manager. Nel qual caso, chiediti se sia etico approfittare di uno stagista o un co.co.pro, e comunque valuta se hai davvero voglia di essere schienata su una superficie rigida e disseminata di tagliacarte e spillatrici. La butto lì: il bello delle stanze manageriali è che di solito c’è anche un divanetto.
In doccia - Un’icona dell’immaginario erotico collettivo. Però gli spazi sono angusti, il sapone va negli occhi di continuo, e c’è sempre questo imbarazzante minuetto: ti lavo io? Mi lavi tu? Prima io o prima tu? Ci si lava ognuno per sé? Carponi nel piatto doccia a sfregare maldestramente il polpaccio dell’altro, scrosci d’acqua in testa, pezzi di sapone che sgusciano come anguille, la difficoltà a cambiare posizione. E poi, non si è mai d’accordo sulla temperatura dell’acqua.




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