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giovedì 28 maggio 2015

PERSONE DI CREMA : FRANCESCO BERNARDINO VISCONTI

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Il vero nome dell’Innominato è Francesco Bernardino Visconti, uno dei feudatari di Brignano Ghiaradadda, contro il quale l’allora governatore di Milano emise una grida indicandolo come capo di una folta schiera di delinquenti e condannandolo quindi all’esilio insieme al suo seguito di bravi. Bernardino Visconti era noto alle cronache come il conte del sagrato per la sua usanza di fare uccidere sul sagrato delle chiese, nei giorni festivi, coloro che non ubbidivano alle sue intimidazioni. Alessandro Manzoni evita questo nomignolo, preferendo avvolgere il personaggio in un atmosfera di mistero: lo chiama semplicemente Innominato.
L'Innominato è una delle figure psicologicamente più complesse e interessanti del romanzo. Figura malvagia la cui cattiveria più che ripugnanza forse incute rispetto, è il potente a cui don Rodrigo si rivolge per attuare il piano di rapire Lucia Mondella. In preda a una profonda crisi spirituale, che lo porta a non riconoscersi più nelle sue malefatte, l'Innominato coglie nell'incontro con Lucia un segno, una luce che lo porta alla conversione; solo in un animo simile, senza vie di mezzo, una crisi interiore può portare a una trasformazione completa.

Durante la notte in cui Lucia è prigioniera nel castello, la disperazione dell'Innominato giunge a un punto critico, tanto da fargli desiderare il suicidio; ma ecco che la Divina Provvidenza e le parole di Lucia lo salvano e gli mostrano la via della misericordia e del perdono. La sua conversione giunge dopo la notte angosciosa, infatti quel giorno arriva nel suo paese il cardinale Federigo Borromeo, personaggio storico. La scelta di Manzoni del personaggio per attuare la conversione non è certamente casuale: infatti solo un uomo di una grandissima bontà come il cardinale può redimere l'Innominato.

Inoltre, come dichiarato dall'autore stesso al termine del capitolo 24, le fonti storiche del Ripamonti stesso riferiscono che l'uomo si sia convertito dopo un lungo colloquio con il cardinale arcivescovo. Nel romanzo, i due personaggi si possono descrivere, per certi aspetti, come opposti. Dopo la conversione l'Innominato cambia completamente e coglie al volo l'occasione per far del bene in maniera proporzionata al male che aveva fatto. Il personaggio dell'Innominato e il suo "castello a cavaliere di una valle angusta e uggiosa" con la relativa ambientazione (capitolo XX) richiamano le tetre, cupe immagini del romanzo gotico del Settecento in cui era solitamente presente la figura della giovane innocente perseguitata da un tiranno malvagio, eroe del male.

Presenta volontà indomabile, desiderio e ricerca di solitudine, orgoglio e amore d'indipendenza, malvagità dovuta ad arroganza e fierezza, ma nata dallo sdegno e dall'invidia verso le tante prepotenze a cui assiste. Non si compiace della scelleratezza e tiranneggia per non essere tiranneggiato. Il Castello dell'Innominato presenta una solitudine eccelsa di paesaggio e d'anima. Il paesaggio è singolare e fa da sfondo alla vicenda eccezionale: si tratta di un paesaggio d'arte e fantasia. La personalità dell'Innominato impronta di sé tutta la realtà circostante e il paesaggio è un'introduzione psicologica alla vicenda.

L'atmosfera del castello è mitica e all'altezza dei luoghi corrisponde un'altezza d'animo. L'alba che precede la conversione mostra una liberazione vicina, "un colore di travaglio e di mortificazione che è il colore stesso della natura e della vita.  Presenza silenziosa e operosa di un Dio che non è solo testimone ma artefice". Attilio Momigliano evidenzia bene l'evoluzione dell'animo del personaggio, la solitudine dell'anima nelle tenebre della notte ed il travaglio del rinnovamento. Nel contrasto fra io antico e nuovo egli prova una "non so qual rabbia di pentimento" e Lucia Mondella è un'immagine presente di condanna e di perdono. Luigi Russo sottolinea che nella non resistenza di Lucia l'Innominato vede come l'immagine temuta della morte che viene sola e disarmata, senza che le si possa opporre nulla. Dinanzi alla fanciulla il più debole è lui. Ad un certo punto egli non discorre più con Lucia ma con il suo fantasma interno di Dio. Egli attua una ricerca sgomenta di un nuovo sentiero di vita, prova orrore delle memorie di una vita scellerata. Lucia Mondella è immagine presente di condanna e di perdono.

Il pensiero della morte ed il confuso presentimento dell'oltretomba scavano nel suo animo in cui gli pare di sentire una voce che dice "Io sono però" (cap. XX). Avverte una misteriosa presenza e diviene consapevole della propria effimera potenza. Poi inizia l'ascensione dello spirito dell'Innominato: il terrore nella notte della conversione, a mano a mano che la sua coscienza si profonda, la sua angoscia si fa opprimente. Il ricordo delle parole di Lucia ("Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia") è un avvertimento di cui l'anima non sa precisamente l'origine. Nella sua mente si accalcano il pensiero del futuro e la memoria insopprimibile dell'io di un tempo, l'orrore delle memorie di una vita scellerata.

Dopo gli ultimi ondeggiamenti dell'anima, l'Innominato giunge all'alba di redenzione, alla palingenesi spirituale e al rischiararsi dell'anima corrisponde un rischiararsi del paesaggio in un profondo sentimento religioso della natura. Il cielo, i monti, gli uomini, accompagnati dalla musica d'indeterminata speranza del suono delle campane, partecipano alla redenzione di un'anima. La crisi spirituale dell'Innominato, descritta alla fine del XXI capitolo, passa attraverso fasi progressive:

la comprensione della vanità del continuo agire nel male ("non che riuscisse a trovar ragioni che in quel momento gli paressero buone a scusare il fatto, non sapeva quasi spiegare a se stesso come ci si fosse indotto.");
l'esame di coscienza ("si trovò ingolfato nell'esame di tutta la sua vita");
la disperazione e la tentazione del suicidio ("S'alzò in furia a sedere, gettò in furia le mani alla parete accanto al letto, afferrò una pistola, la staccò, e....al momento di finire una vita divenuta insopportabile, il suo pensiero sorpreso da un terrore, da un'inquietudine, per dir così, superstite, si slanciò nel tempo che pure continuerebbe a scorrere dopo la sua fine");
il pensiero di Dio ("Se quell'altra vita di cui m'hanno parlato quand'ero ragazzo, di cui parlano sempre, come se fosse cosa sicura; se quella vita non c'è, se è un'invenzione de' preti; che fo io? perché morire? cos'importa quello che ho fatto? cos'importa? è una pazzia la mia....E se c'è quest'altra vita.....!").


Il personaggio che Manzoni fa rivivere nel suo romanzo con l'appellativo di Innominato sembra essere Alberto da Salvirola, che visse tra il 1500 e il 1600, e del quale si narra fosse un brigante. Altre fonti fanno invece risalire la figura dell'Innominato a Francesco Bernardino Visconti, personaggio storico del quale Manzoni è discendente da parte di madre, Giulia Beccaria.

Quest'ultima infatti discendeva dalla famiglia Visconti, che aveva la propria dimora estiva presso Palazzo Pignano. Il Visconti razziava le campagne cremasche della Repubblica di Venezia, per poi rifugiarsi nelle terre del Milanese. Visconti era il feudatario di Brignano Gera d'Adda, come Manzoni stesso afferma in una lettera a Cesare Cantù. Soccorre la testimonianza della marchesa Margherita Provana Di Collegno, la quale frequentò assai il Manzoni sul Lago Maggiore, e poi nella propria tenuta di Cassolo: nel diario, in data 18 ottobre, annota: "sentii da Manzoni che l'Innominato è un Visconti, ed è personaggio verissimo".

Nel Fermo e Lucia (1ªedizione), l'Innominato veniva chiamato "Il Conte del Sagrato", in riferimento ad uno dei suoi tanti omicidi, avvenuto appunto sul sagrato di una chiesa. In seguito pare che Manzoni ne cambiò il nome poiché questo in un certo senso ne immiseriva la condizione titanica e ribelle, rimandando allo squallore di un omicidio.

Nei luoghi manzoniani vengono indicati come castello dell'Innominato i resti di una fortificazione posta nel comune di Vercurago in località Somasca. Del castello, costruito su di un dirupo in una posizione che domina la strada che collega Bergamo a Lecco e il sottostante lago di Garlate, rimangono un torrione e parti delle due cerchie di mura.

L’unico rapimento messo in atto e storicamente accertato sarebbe quello della madre Paola Benzoni, quando l’Innominato aveva 11 anni. Ecco i fatti: la contessa, vedova da otto anni, aveva già sofferto le licenziose amoralità del consorte, disordini morali di tipo familiare, avendo avuto tre figli naturali, e finanziario, era un giocatore d’azzardo. Alla fine si era ritirata in campagna, a Bagnolo Cremasco… ove aveva dei possedimenti. Secondo alcune fonti a Crema, nel Palazzo Avito. Una solitudine insopportabile. E lì pensava ad un nuovo matrimonio. Nel 1590, alla vigilia del matrimonio con un nobile della Valcuvia, Cottino Cotta, nel castello di Brignano, Paola Benzoni venne rapita da Galeazzo Maria, quindicenne, Bernardino, undicenne, Benedetto Cagnola, e Sagramoro Visconti, nipote della rapita. Il tutto venne tenuto sotto traccia e messo a tacere, come fosse stata una ragazzata da punire con una leggera reprimenda, dato il lignaggio dei discoli.

Nel 1593, a Bagnolo Cremasco venne fatta una bravata dall’Innominato quattordicenne. Erano ventisette bravi, armati di archibugi, entrarono nella casa di tale Schiavino, forzando la porta e scalando le finestre. Assalirono il malcapitato devastando l’abitazione, ammazzando i polli e operando molti altri atti disonesti che per modestia tacemo. Ancor’oggi a Bagnolo esiste la casa dei bravi. Il 22 dicembre del 1593 il consiglio dei Dieci di Crema condannò al bando dalla città e dal territorio cremasco per tre anni l’Innominato e i suoi sodali.

Nel 1596 le strade dei due fratelli si divisero, l’Innominato aveva 17 anni e andò a vivere nella in una cascina chiamata Sangiorgino. Nell’agosto del 1597 fu commesso un omicidio, la documentazione, pur corposa, è ambigua e non chiarisce i fatti; pare che a quel primo omicidio possa esserne seguito un secondo nel 1599. Dopo aver passato una vita scellerata, a Treviglio nel 1619 incontrò il cardinal Federico Borromeo , per due ore il cardinale rimane con Bernardino Visconti. Si dice che Federico gli andò incontro con il volto sereno, trasparente di premure e con le braccia aperte, fece cenno al cappellano di uscire e rimasero a lungo in silenzio, non trovavano le parole, probabilmente non le cercavano.
Francesco Bernardino Visconti (Brignano Gera d'Adda, 16 settembre 1579 – Crema, 1647 circa) era figlio di Giovanni Battista Visconti e Paola Benzoni, di un'importante famiglia di Crema.

Aveva cinque fratelli: Maddalena, Giulia, Ercole, Caterina, Galeazzo Maria (1575-1648).

A Milano i Visconti vivono in una casa in via Teodoro Crescia in un palazzo presso San Giovanni in Conca. Alla morte del padre nel 1584 i fratelli vivono nel palazzo Visconti di via Lanzone. I tutori decidono di mettere i due maschi nel Collegio dei Nobili. Nel 1590 i due fratelli con altri parenti rapiscono la madre Paola Benzoni per impedirle di sposare in seconde nozze Cottino Cotta di Valcuvia. Ne segue un processo senza conseguenze perché il giudice ritiene che siano affari di famiglia.

Nel 1596 i due fratelli si dividono i beni. Francesco Bernardino si ritira in una sua tenuta e costituisce una banda e inizia la sua attività criminale. Dal 1600 al 1602, Bernardino commette una serie di crimini. Nel 1602 i suoi beni sono confiscati e incomincia una lunga controversia con i creditori.

Nel maggio e giugno 1615 c'è la visita pastorale del cardinale Federico Borromeo nel lecchese. È forse il momento della conversione. Si ipotizza che l’incontro tra il Borromeo e il Visconti sia stato preparato dai parenti del Visconti (molti erano religiosi) e stabilito con le autorità.

Le vicende relative al resto dell'esistenza di Francesco Bernardino Visconti sono tuttora avvolte nel mistero: l'ultima traccia compare in un documento datato 1647, all'interno del quale risulta essere ancora in vita, domiciliato in un paese vicino a Crema, luogo d'origine della madre. Di sicuro egli trascorse gli ultimi anni della sua esistenza pregando nei conventi cremaschi, fra i quali quello dei Cappuccini dei Sabbioni.




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giovedì 14 maggio 2015

LO STEMMA DELLA CITTA' DI MONZA

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L’araldica delle città ha un rilievo molto importante perché rispecchia, attraverso simboli e colori, la fase di nascita dei comuni liberi e le successive modificazioni costituzionali.
Lo stemma più antico di Monza risale a questo periodo. Era rappresentato da una luna rossa in campo bianco.
L’interpretazione simbolica rimanda alla teoria del potere imperiale (luna rossa) riflesso in quello papale (sole bianco).
L’unica versione rimasta di tale stemma si può vedere nel frontespizio miniato del Codice degli Statuti della comunità di Monza, conservato nella Biblioteca Capitolare del Duomo di Monza.
Un bassorilievo della Luna fu rinvenuto in una casa in via Lambro (denominata per questo “Casa della Luna”), ma si trattava di un manufatto dell’800.

Il più antico blasone usato dal comune di Monza è uno scudo celeste in cui è raffigurata una luna crescente rossa con un bianco semicerchio al mento.

Lo stemma, con ogni probabilità, risale al XIII secolo.  Una pittura trecentesca nella monzese Casa dei Decumani riproduce lo stemma comunale con la luna crescente rossa in campo bianco. Una copia scolpita ottocentesca è incastonata nel fastigio della cosiddetta Torre di Teodolinda.

Lo storico Merati riferisce che se ne trova inoltre una raffigurazione ben conservata dipinta sul soffitto del salone del Guardaroba, nella canonica del Duomo di Monza.

Un primo tentativo di descrizione e di intepretazione si può leggere nel famoso "Chronicon modoetiense" di Bonincontro Morigia, storico vissuto nella metà del '300. Successiva, del 1794, è la descrizione fatta da Anton Francesco Frisi nelle sue "Memorie storiche di Monza", là dove si parla degli stemmi presenti un tempo sull'ambone (il pulpito) dell'Arengario. Quel simbolo è poi rintracciabile in due Stemmari: il primo, del 1496, conservato presso la biblioteca Trivulziana di Milano (n. 1390); il secondo, nel volume di Marco Cremosano "Galleria di imprese ed arme ed insegne viscontee", del 1637, conservato presso l'Archivio di Stato di Milano.

La caratteristica della Luna rossa di Monza, simbolo pur presente su alcuni stemmi di altre città é tuttavia quella di essere rappresentata falcata o "crescente al mento", così come la definisce il Frisi. Ed è questo forse un primo indizio sulla provenienza e sulla scelta di quel simbolo. E' cosa nota che le rappresentazioni araldiche provengono dalle epoche medioevali, dove i primi stemmi si ritrovano sugli scudi di condottieri e crociati. Quelli che noi oggi chiamiamo appunto "stemmi", avevano in realtà un significato apotropaico, venivano cioè disegnati sulle armature per incutere timore all'avversario. Solo successivamente vennero ad indicare la casata; da ciò deriva l'uso di affiggerli sugli edifici, sui libri e sui sigilli per indicare la proprietà.
Ricostruendo la storia dello stemma della famiglia Visconti, che molta importanza ebbe per l'Italia settentrionale dalla metà del '200 a quella del '400, pare che l'effige fosse stata presa dalla Casata dopo il periodo delle Crociate (Ottone Visconti) e che raffigurasse un biscione che ingoiava un moro.

Da lì forse parte il primo indizio sull'origine di quella Luna falcata al mento, rinvenibile anche nell'iconografia cristiana in rappresentazioni assai posteriori, dove la Madonna viene spesso dipinta in piedi su una falce di luna proprio a rappresentare la vittoria della fede cristiana su quella musulmana, le cui insegne, ancora oggi, mantengono spesso sulle bandiere proprio questo simbolo (ad es. la bandiera della Turchia). Pare che il simbolo della Luna non fosse proprio della cultura cristiana: più esattamente, proverrebbe dall'Oriente, forse dalla Mesopotamia o dall'antico Egitto (il culto di Iside e Osiride), e poi da lì si si sarebbe diffusa in altri paesi oggi europei, probabilmente la Spagna e la Francia, dove sono rintracciabili alcuni calendari astrologici e astronomici (i lunari) con la rappresentazione di Sole e Luna.

E forse proprio dalla Francia (e ancora prima dalle Crociate) arrivò alla famiglia Visconti questo simbolo astrologico, anche perché la casata Viscontea ebbe rapporti di potere e di unione matrimoniale con quel paese: basti pensare a quella tra Gian Galeazzo Visconti e Isabella di Valois.

Questo scambio di culture fu fortemente accentuato nel periodo di edificazione del Duomo di Milano che richiamò numerosi artisti da molte parti d'Europa. Il cosiddetto "periodo dell'ovrangerie", con lo scambio fra le culture quella Lombarda e francese Fiamminga, fu assai fecondo e dialettico. Sono riconducibili a quel periodo alcuni libri d'ore, i breviari, miniati con rappresentazioni astrali (sole e luna).

Queste rappresentazioni influirono molto sulla cultura di allora, tant'è che l'altro simbolo per eccellenza della famiglia Visconti era un sole fiammeggiante (la Raza, disegnata, pare, dal Petrarca), più volte rintracciabile sulle facciate e all'interno degli edifici sacri fatti erigere da loro. Si vedano, a tal proposito, le grandi finestre del Duomo di Milano, il sole affrescato spesso sulle volte della Certosa di Pavia, ma anche negli interni del Castello Sforzesco, fino ad arrivare a Monza dove "il Sole" visconteo fu affrescato dietro l'orologio sul lato nord dell'Arengario. Ben visibili, nel loro buon restauro, sono anche quelli sulle volte dell'antica sagrestia della chiesa di S. Maria in strada, oggi in vicolo Ambrogiolo 6, dove si trovano anche rappresentazioni della Luna e di alcune colombe.

Spesso quei "Soli" contengono la scritta IHS, il cosiddetto "cristogramma", più tardi simbolo dei Gesuiti, che pare potesse significare "In Hoc Signo (vinces)". In realtà c'è un lontano intreccio religioso tra l'ordine dei Cistercensi di origine francese (da Citaux) e il successivo ordine dei Templari che ebbero impulso da Bernardo di Fontaines poi detto Bernardo da Chiaravalle (dall'abbazia francese di Clairvaux). Si vedano, a tale proposito, le abbazie cistercensi di Chiaravalle e Morimondo, a sud di Milano. In particolare, sui capitelli del chiostro di Mirasole è presente un Sole cerchiato al mento (stemma poi adottato dalla Provincia di Milano alla fine degli anni '90), molto simile nelle fogge alla Luna di Monza.

D'altra parte, che in quel periodo medioevale vi fosse grande attenzione verso l'astrologia è confermato da Candido Decembrio (1399-1477) che descrisse accuratamente la vita di Filippo Maria Visconti (1392-1447), personaggio schivo e chiuso, che faceva abbondante ricorso ad astrologi e, nel contempo, si racconta fosse particolarmente attento e timoroso delle fasi lunari. Che l'astrologia fosse scienza integrante della conoscenza di allora nelle corti italiane e viscontee è visibile nell'opera denominata " De Sphaera", oggi conservata presso la Biblioteca estense, dove tra l'altro è rappresentata in modo evidente una donna discinta, Venere, contrassegnata da una Luna e di un uomo, Marte, dal Sole. Anche nei Tarocchi fatti miniare nel '400 da Filippo Maria, i più antichi e forse i primi, vi sono, tra l'altro, le rappresentazioni di Luna e Sole.

E' forse questo il primo possibile e più evidente significato del simbolo della Luna: non Papato (il Sole) e Impero (la Luna) come sosteneva Bonincontro Morigia a metà del '300, bensì uomo e donna, Re e Regina, figure provenienti dai breviari ma anche nei trattati di alchimia. Significativo a questo proposito è il " Rosarium Philosophorum", testo del 1550, analizzato da Carl Gustav Jung nel 1945, nel suo volume " la psicologia del Transfert", dove scrive: " Re e Regina sposo e sposa si uniscono in fidanzamento e matrimonio...La coppia infatti si trova sul Sole e sulla Luna, il che simboleggia la natura solare e lunare, e richiama la premessa astrologica dell'importanza della posizione del sole per l'uomo e di quella della Luna per la donna". Che il simbolo del sole e della luna rappresentassero e rappresentino la trasposizione simbolica ed onirica della figura dell'uomo e della donna si può rintracciare sin dalla prima interpretazione dei sogni scritta nel II° secolo D.C. da Artemidoro di Daldi e poi confermata nell' "Interpretazione dei sogni" scritta da Sigmund Freud. D'altra parte lo stesso Erich Fromm, freudiano ortodosso, sosteneva che i simboli onirici non sono mai mutati nei tempi, dagli egiziani a noi, come ben visibile su alcuni geroglifici.

In particolare, che la Luna sia sempre stato simbolo femminile e di fecondità ha dei riscontri anche di carattere materiale: si pensi al ciclo mestruale della donna, uguale al periodo di rotazione della luna intorno alla terra (i 27 giorni del ciclo sidereo), ma rintracciabile anche nei primi calendari del tempo, quelli lunari, che ne prendevano le fasi come riferimento. La Luna provoca le maree e , secondo alcuni, condiziona la semina e i raccolti tanto che ancora oggi vi è una branca dell'agricoltura, detta "biodinamica", che è attenta alle fase lunari. La Luna rappresenta la natura madre, il ritmo del tempo, le fasi di nascita, e, sul lato umano, l'irrazionale, l'inconoscibile, l'intuitivo ed il soggettivo, la ragione umana come luce riflessa dal Sole. E' l'occhio e la luce della notte (il sogno), come il sole è l'occhio e la luce del giorno (la realtà).
La Luna di Monza fu molto probabilmente simbolo archetipo e la rappresentazione figura di una donna. Quasi certamente si trattava di Bianca Maria Visconti, figlia di Filippo Maria, l'ultimo dei Visconti, la quale, andata in sposa a Francesco Sforza, fu fertile non solo di idee ed opere ed ebbe ben otto figli. Fece erigere dal Filarete un ospedale, la Ca' Granda, (dove oggi ha sede l'Università Statale di Milano) che ha come simbolo una colomba. Nella pagina degli Statuti del Comune di Monza dove compare la Luna di Monza, a fianco, vi è uno stemma dei Visconti - Sforza (con il biscione e l'aquila imperiale), sostenuto da due angeli, stemma ritrovabile, tale e quale, su un portale del castello sforzesco di Milano.

Anche sul pulpito dell'Arengario, erano rappresentati uno scudo dei Visconti - Savoia (Filippo Maria Visconti aveva sposato in seconde nozze Maria di Savoia); l'aquila, simbolo imperiale concesso da Federico II; un'insegna d'arme dei Visconti e la Luna di Monza. Questa parte venne però cancellata durante la Repubblica Cisalpina.

Infine, negli affreschi della cappella degli Zavattari (1440-1446) nel Duomo di Monza sono riportate le iniziali di Filippo Maria Visconti, e l'immagine della Regina Teodolinda è molto simile a quelle arrivate sino a noi che rappresentano sua figlia Bianca Maria o forse sua madre, Agnese del Maino, amante di Filippo Maria. Anche tutte le date di vita delle persone e di quegli affreschi sembrano comunque far risalire la data della Luna di Monza alla prima metà del '400.
Secondo altri, quel simbolo monzese si riferisce a Gian Galeazzo Maria Sforza (1444-1476), figlio di Francesco Sforza e di Bianca Maria Visconti, il quale sposò Bona di Savoia nel 1468. Altri ancora lo indicano come emblema voluto da Galeazzo II Visconti (1320-1378) che sposò Bianca di Savoia nel 1350 e che diede alla luce Gian Galeazzo, poi padre di Filippo Maria. Ma quelle datazioni non sembrerebbero coincidere.

Ferdinando I, Imperatore d’Austria dal 1835 al 1848, firma la concessione dello stemma alla Città di Monza in data 11 settembre 1835.
Il diploma è custodito nel Regio Archivio di Stato di Milano, Governo, Araldica, Cart. 59, e una copia della pergamena è conservata nella Biblioteca Civica.

E’ importante definire esattamente gli elementi inseriti nello scudo ovale.
La corona è evidentemente quella Ferrea, mentre la Croce è quella del Regno o di Berengario.
La scritta (esametro) in latino risalirebbe ad Ottone III, incoronato imperatore a Monza nel 996.

L’uso dello stemma e del gonfalone per gli Enti territoriali e morali è previsto come obbligatorio dal Regio Decreto del 13 aprile 1905, N° 234.
Ogni comune deve avere la propria insegna che lo indica, lo rappresenta, lo contraddistingue. Inoltre, lo stemma serve per rendere autentici e riconoscibili gli atti e le comunicazioni emanati dal comune.
Nel 1933 il comune di Monza presenta la domanda per ottenere il riconoscimento del suo stemma (quasi totalmente simile al precedente) e del suo gonfalone, allegando bozzetti realizzati dal pittore E. Ripa.
Riconoscimento che ottiene in data 29 maggio 1933. La trascrizione nei registri della Consulta Araldica, Libro araldico degli enti morali al vol. I, pag. 358, è invece datata 31 maggio 1933.
Da notare la “fantasiosa” raffigurazione della Croce di Berengario e della Corona Ferrea, non corrispondente alle forme originali.

Nel Regio Decreto, firmato dal Capo del Governo Mussolini, così viene descritto lo stemma:
“D’azzurro, alla Corona ferrea sormontata da una croce greca; il tutto circondato da una fascia d’argento con il motto Est Sedes Italiae Regni Modoetia Magni. Ornamenti esteriori da città.”

Nel 2003 si è proceduto ad un restyling dello stemma comunale.
Un’operazione tanto importante quanto delicata, per non stravolgere il simbolo del Comune, ma limitarsi ad aggiornarlo per renderlo più funzionale alle esigenze dei nostri tempi e all'uso di strumenti di comunicazione più evoluti.
Tutti gli elementi dello stemma sono stati ridisegnati semplificando le forme per facilitare la loro leggibilità, anche a dimensioni ridotte.
Lo stemma di Monza è infatti particolarmente complesso, visto i numerosi elementi che lo compongono.

Nell’attualizzarlo si è voluto rimanere fedeli agli elementi già presenti nei due stemmi storici di Monza: quello del 1835, concesso dall’imperatore d’Austria Federico I, e quello riconosciuto con Regio Decreto nel 1933.
Le figure simboliche sono la Croce di Berengario (o del Regno) e la Corona Ferrea.
Il terzo elemento è la scritta in latino “Est Sede Italiae Regni Modoetia Magni”, esametro che risalirebbe ad Ottone III, incoronato imperatore a Monza nel 996.
Questi tre elementi-simbolo ben rappresentano i valori storici di Monza: prestigio culturale, politico ed economico.

Gli altri due elementi, corona turrita di città e scudo sannitico, sono invece obbligatori per gli stemmi degli Enti territoriali (Regolamento araldica civica).

Completano lo stemma i rami di quercia (la forza) e di alloro (la gloria), annodati alla base da un nastro tricolore. Questo elemento decorativo ha la funzione di rendere immediatamente riconoscibili gli stemmi civici.



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