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giovedì 25 giugno 2015

LA SCALA DEL PARADISO



La Scala del Paradiso è costituita da più di novecento gradini che collegano Ponte Chiasso con il Sasso di Cavallasca. Costruita alla fine dell’ottocento per favorire il controllo del confine da parte della Guardia di Finanza, ha paradossalmente finito per essere una “infrastruttura” a servizio di chi, illecitamente, ha contrabbandato beni di diverso genere tra Svizzera e  Italia negli anni 50-70 del secolo scorso.

Oggi che il fenomeno del contrabbando è sostanzialmente finito l’opera è rimasta a testimonianza del passato uso e, attraverso una importante opera di pulizia e messa in sicurezza, il Parco Spina Verde l’ha formalmente inserita nei percorsi ufficiali del Parco ed è percorribile dagli escursionisti più “temerari” che desiderano accedere al Sasso di Cavallasca da Ponte Chiasso superando in una volta sola i più di 300 metri di dislivello.


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mercoledì 24 giugno 2015

IL BUCO DELLA VOLPE

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Il Buco della Volpe è un'ampia caverna che si trova a 585 m d'altezza con laghetti e collegamenti d'acqua sotterranei.

Si tratta di una cavità risorgente ad andamento suborizzontale piuttosto complesso. Superata la galleria di ingresso (Antica), si giunge ad un primo importante bivio. A sinistra si imbocca la galleria Sud-Ovest che dopo un lungo tratto allagato conduce (ancora a sinistra) alla galleria Ovest e al "ramo dei pozzi". Se al bivio invece pieghiamo a destra si raggiunge in breve il "Grande Plastico", la sala della "Colata Bianca" e il "Duomo Gianchero", da dove iniziano anche una serie di condotte in risalita ("Vie Aeree"). Alla sala della "Colata Bianca" girando a sinistra ci immettiamo nella "Galleria Moro" che, chiudendo un ampio anello, riconduce alla "Galleria Ovest". Procedendo dritti invece si raggiunge il "Sifone Arge". Oltre questo sifone (chiuso piuttosto sovente) si raggiunge poco dopo un settore di condotte piuttosto complesse delimitate ai quattro apici da quattro sifoni (sifone "dei Ghiri", sifoni"dei Nani", sifone "Scarafaggio", sifone"Renzo"). 



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LA LINEA CADORNA



La linea, impropriamente chiamata Cadorna (la sua vera definizione è Occupazione Avanzata Frontiera Nord – O.A.F.N.) fu realizzata negli anni 1915-1916 dal Passo del Gran San Bernardo fino al bacino del Lago di Como (Gruppo Galbiga – Tremezzo) e, passando dal Monte Legnone e dal Pizzo Tre Signori, terminava al Pizzo del Diavolo in alta Val Brembana. Lungo questo tratto vennero realizzati 72 km di trincee, 88 postazioni di artiglieria delle quali 11 in caverna, 296 km di strade camionabili e 398 km tra carrarecce e mulattiere. Le zone del Lago di Como e del Lago Maggiore erano le più difficili da fortificare perchè non avevano difese naturali e anche perchè vicine all’area industrializzata della Lombardia e quindi più a rischio per un attacco. La progettazione della linea prevedeva la divisione in tre settori: nel primo, il più vicino alle linee nemiche, erano sistemati i posti di vedetta che dovevano essere ben nascosti e quindi posizionati in galleria; il secondo settore era occupato da trincee e reticolati; il terzo prevedeva le postazioni di comando, le artiglierie , le munizioni e gli uomini sistemati in ricoveri blindati o in grotta. Importante era il mimetismo, possibilmente con la sistemazione sotterranea. La linea Cadorna è classificata tra le più lunghe fortificazioni d’Europa: è seconda solo alla Linea Maginot.

Nel complesso delle opere di fortificazione del Sasso di Cavallasca, la più importante dal punto di vista strategico – militare è il sistema delle trincee e di cunicoli del "fortino" del monte Sasso.
La struttura è di elevato interesse turistico poiché si articola su più livelli e comprende più manufatti: la galleria centrale a "U" scavata nella roccia e realizzata come deposito di armi, viveri e luogo di riposo per i militari è circondata per 360° da un sistema complesso di trincee e camminamenti con numerosi punti di osservazione, piazzole per mortaio e mitragliatrici.

Il tipo di fortificazione campale predominante nel complesso del “Fortino” è la trincea: di battaglia o di combattimento, rinforzata e di comunicazione. La trincea, scavata nel terreno, protetta da un parapetto in terra o in pietra e dotata di un fosso ricovero, deve adattarsi con facilità al terreno su cui viene costruita; disporsi con la faccia principale verso la probabile direzione di arrivo dell’avversario; non essere esposta al tiro d’infilata (tiro di fianco).

Il suo compito è di proteggere le truppe che l’occupano e facilitare l’esecuzione del tiro. Il fosso ricovero è profondo quanto l’altezza di un uomo e largo circa un metro e mezzo. Ha la funzione di mantenere le truppe, che si trovano in posizione di attesa, al sicuro dal tiro nemico. Il fondo di questo fosso è leggermente inclinato per favorire lo scolo delle acque.
Il parapetto è realizzato in pietra tagliata in blocchi di forma parallelepipeda impilati in modo da formare un muro alto da 1 metro a 3 metri e largo 70-80-centimetri. In zona in cui la pietra scarseggia, il parapetto viene costruito in calcestruzzo (impasto di sabbia, ghiaia e pietrisco con cemento e acqua). Nel parapetto vengono ricavate delle nicchie, a sezione quadrangolare, in cui depositare le munizioni. A volte sotto le nicchie quadrate si trovano nicchie a sezione rettangolare per il deposito di viveri e dello zaino.
La banchina è un gradino largo 50-80 centimetri posto alla base del parapetto sul quale salgono i soldati per affacciarsi al parapetto stesso, osservare il territorio circostante, far fuoco sul nemico.

Le scarpate delle trincee ricavate in terreni friabili sono rivestite con muri in calcestruzzo, con muri a secco, con ramaglie, fascine o graticci.
Facilitano l’uscita dalla trincea le scalette e le gradinate realizzate sul fianco dell’opera.

Al fortino del Monte Sasso sono altresì ritrovabili i cosiddetti camminamenti: i camminamenti sono passaggi più angusti, di altezza superiore rispetto alle normali trincee e, sovente, dotati di copertura. I camminamenti della Linea Cadorna sono prevalentemente scavati nella roccia o realizzati con copertura cementizia La loro funzione è di permettere il passaggio sotto il fuoco nemico da una trincea all’altra, il raggiungimento delle postazioni per armi automatiche in tutta sicurezza, il ricovero dei soldati nei momenti di pausa o di eventuali feriti e il trasporto a destinazione dei rifornimenti.

Il Fortino è altresì caratterizzato dalla presenza di una galleria ad “U” costruita a “rovescio” nella montagna al fine di evitare il danneggiamento in un possibile assalto nemico. Si tratta di una galleria semicircolare con due ingressi che si aprono sul pianoro della località denominata Pian Mericc. Dall’ingresso di sinistra parte, diretta alla sommità del rilievo, una trincea di comunicazione che, dopo aver raggiunto un appostamento scoperto per mitragliatrice, confluisce nel sistema di trincee da combattimento costruite appena sotto la cima di Monte Sasso per poi abbracciare i fianchi e dirigersi verso la zona della fontana meglio conosciuta come “l’abbeveratoio”.

Nel complesso di Sasso Cavallasca sono rilevabili numerosi ricoveri di varie dimensioni, ma non tutti sono visitabili a causa degli smottamenti che ne hanno ostruito gli ingressi.
Il ricovero principale, denominato “Galleria di deposito”, con apertura principale sulla strada militare Cavallasca-Sasso Cavallasca, poco sopra l’ex caserma della Guardia di Finanza, è scavato nella gonfolite (la roccia di cui è formata la collina della Spina Verde) e si compone di un locale rettangolare, con la volta conica, sul cui fondo si apre un camminamento che immette in una trincea di comunicazione diretta verso le postazioni della Maiocca.
I ricoveri servono per dare rifugio e riposo ai soldati, che hanno prestato servizio nelle trincee di combattimento o che attendono di entrare in azione, e per proteggere e conservare intatti materiali e munizioni. Sono di solito ricavati sul rovescio delle alture.

I ricoveri possono essere in caverna, se scavati direttamente nella roccia o in galleria se scavati in terreni d’altra composizione e poi rivestiti, soprattutto nella volta con materiali idonei per impedire gocciolamenti d’acqua dovuti a infiltrazioni. L’acqua di percolazione, raccolta in piccoli canaletti scavati lungo le pareti del ricovero, è, opportunamente convogliata verso l’esterno. Altrettanta attenzione è dedicata alla ventilazione dell’ambiente, che può essere effettuata in modo naturale con apposite canalizzazioni in superficie oppure mettendo in funzione sistemi artificiali. I ricoveri devono avere almeno due imbocchi ben occultati all’osservazione nemica. All’interno vengono costruiti dei tavolacci di legno ad uno o più strati per dare comodo giaciglio agli uomini.
La capienza del ricovero è indicata nelle carte militari con un numero posto accanto al segno convenzionale che identifica il manufatto.

La linea Cadorna è una colossale opera di ingegneria militare che è corredata da una serie di strutture secondarie; tra essi gli abbeveratoi e le vasche per la raccolta dell’acqua; era specificato nelle linee guida per la costruzione delle opere di fortificazioni che vi dovessero essere abbeveratoi per i soldati e per le bestie, e, laddove non era possibile avere a disposizione acqua risorgiva, si costruissero cisterne nelle quali raccogliere l’acqua piovana o/e di scolo dei terreni. Nel complesso fortificato di Sasso Cavallasca sono state costruite tre grosse vasche in cemento, interrate e scoperte di circa tre metri per tre, una in prossimità della zona denominata Maiocca, l’altra a Pian Mericc e l’altra ancora in località Pian delle castagne. Probabilmente sono state utilizzate, durante i lavori, per raccogliere l’acqua piovana o di recupero, necessaria per usi edili.

In una rientranza, ricavata scavando il fianco collinare, a lato di un ruscello, è stata costruita, in località denominata Fontanin della Pobbia, una fontana ad angolo retto con duplice funzione di abbeveratoio nel primo tratto e, nel secondo tratto, di lavatoio caratterizzato da un piano inclinato. Si è provveduto a rinforzare le pareti laterali con calcestruzzo e ad acciottolare il piano di calpestio per evitare il formarsi di fango e putridumi. L’acqua che approvvigiona le vasche è convogliata da un vicino ruscello, attraverso un tubo di derivazione. Un secondo abbeveratoio, ora non più visibile a causa di una piccola frana di terriccio che l’ha sommerso, è stato costruito lungo la strada militare Cavallasca- Sasso Cavallasca, circa 200 metri dopo il ricovero in caverna.
Un’insegna in cemento, con inciso “G.M 1917”, ricorda che dette opere sono state costruite dal Genio Militare nel 1917.

La struttura comunemente denominata “Trincea del Pin Umbrela”, che ha uno  sviluppo iniziale allo scoperto per circa 20 metri e poi in galleria per un tratto di 23 metri è quello che nell’ingegneria militari si chiama “osservatorio”. L’osservatorio del Sasso Cavallasca, indicato nei documenti militari con il numero XLI.D e considerato un posto avanzato di osservazione, è stato costruito all’inizio del sentiero che porta alla località Pin Umbrela. Si accede, a rovescio dell’altura, attraverso un camminamento in caverna, di circa una ventina di metri, che porta ad un pozzo verticale dotato di scala alla marinara composta di cambrette di ferro.
Questo tipo d’osservatorio é particolarmente adatto all’osservazione per mezzo di un periscopio. L’apertura superiore del pozzo deve essere dotata di sportello al quale fissare lo strumento. Si ricorre al periscopio quando la vicinanza col nemico è tale da rendere rilevabile qualsiasi feritoia o imboccatura.

L’osservatorio doveva permettere un’ampia visuale del territorio da sorvegliare, essere ben occultato e protetto, avere accessi facili e defilati. assicurare collegamenti continui, rapidi e sicuri con i comandi da cui dipendeva ed essere debitamente distanziato dai centri di fuoco per non essere coinvolto durante le azioni belliche.
La comunicazione tra l’osservatorio, le unità d’artiglieria e gli organi di comando avveniva attraverso l’utilizzo del servizio telefonico.

Gli appostamenti per mitragliatrice lungo la linea Cadorna sono sostanzialmente di due tipi:costruiti o in tratti di trincea e all’infuori di essa e possono essere scoperti, blindati, in caverna, in pozzo.
Un esempio di appostamento blindato si trova, nel Parco Spina Verde in Località Maiocca, a circa metà della mulattiera militare che congiunge la strada militare Cavallasca-Sasso Cavallasca con Pian Mericc.

La postazione si raggiunge scendendo a sinistra su una breve pista che conduce a due tratti di trincea di combattimento, separati tra loro da una traversa. A monte della traversa si apre l’ingresso di un camminamento in caverna lungo il quale sono state costruite, sulla sinistra con un intervallo di una decina di metri, una postazione per artiglieria di piccolo calibro e una postazione per mitragliatrice realizzata qualche metro più in basso rispetto al piano di calpestio del camminamento. Entrambe sono posizionate in modo tale che le bocche da fuoco siano rivolte verso il vicinissimo confine svizzero. Il tratto di camminamento che collega le postazione è caratterizzato da una presa d’aria ricavata nel soffitto. Di fronte a ciascuna postazione si trova un ripostiglio per le munizioni.

Il camminamento prosegue oltre la postazione per mitragliatrice, sottopassa la mulattiera e va a terminare in una galleria con l’uscita su una pista che si raccorda con la mulattiera. Un piccolo rilievo del terreno protegge l’apertura, occultandola alla vista del nemico.

Il tipo di fortificazione campale predominante nel complesso del “Colombirolino” e del “Seveso” è la trincea: di battaglia o di combattimento, rinforzata e di comunicazione. La trincea, scavata nel terreno, protetta da un parapetto in terra o in pietra e dotata di un fosso ricovero, deve adattarsi con facilità al terreno su cui viene costruita; disporsi con la faccia principale verso la probabile direzione di arrivo dell’avversario; non essere esposta al tiro d’infilata (tiro di fianco).
Il suo compito è di proteggere le truppe che l’occupano e facilitare l’esecuzione del tiro. Il fosso ricovero è profondo quanto l’altezza di un uomo e largo circa un metro e mezzo. Ha la funzione di mantenere le truppe, che si trovano in posizione di attesa, al sicuro dal tiro nemico. Il fondo di questo fosso è leggermente inclinato per favorire lo scolo delle acque.

Il parapetto è realizzato in pietra tagliata in blocchi di forma parallelepipeda impilati in modo da formare un muro alto da 1 metro a 3 metri e largo 70-80-centimetri. In zona in cui la pietra scarseggia, il parapetto viene costruito in calcestruzzo (impasto di sabbia, ghiaia e pietrisco con cemento e acqua). Nel parapetto vengono ricavate delle nicchie, a sezione quadrangolare, in cui depositare le munizioni. A volte sotto le nicchie quadrate si trovano nicchie a sezione rettangolare per il deposito di viveri e dello zaino.

La banchina è un gradino largo 50-80 centimetri posto alla base del parapetto sul quale salgono i soldati per affacciarsi al parapetto stesso, osservare il territorio circostante, far fuoco sul nemico.

Qui è possibile osservare anche un appostamento scoperto costituito da una piazzola per l’arma, da un rialzo su cui appoggiarla, da buche laterali per i serventi. Le dimensioni della piazzola variano secondo il tipo di mitragliatrice, leggera o pesante, da posizionare. Il parapetto ha le stesse dimensioni della trincea in cui è inserita la postazione.

Le batterie della Linea Cadorna sono opere fortificate in cui vengono sistemati  da uno a sei pezzi d’artiglieria. Possono essere scoperte, in caverna o in casamatta.
A San Fermo della Battaglia, nella proprietà di Villa Preglio, a rovescio di un rilievo collinare, il Genio Militare costruisce cinque piazzole per pezzi da 149 di cui una in caverna, due coperte e due scoperte, collegate con camminamenti e completate con ricoveri, e riservette in caverna.
Gli obiettivi di tiro risultano essere la conca di Mendrisio, la Val Breggia, la strada e la ferrovia da Capolago a Mendrisio.

La postazione attualmente visibile dalla strada per Cardano, nel linguaggio corrente definita «in barbetta», consta di un’ampia piazzola rettangolare collegata, tramite un camminamento in calcestruzzo, ad una postazione in caverna. Sul lato a monte della piazzola è visibile l’apertura di un pozzo per l’acqua.
Questo tipo di installazione offre scarsa protezione ai serventi e all’armamento, ma ha il vantaggio di poter usufruire di un ampio campo di tiro.
Nella denominazione del cannone da posizionarsi 149 A, il numero indica il calibro della bocca da fuoco (149 mm) e la lettera, il materiale con il quale è stato realizzata la canna (A, acciaio).
Questo cannone ha una canna della lunghezza di 5,464 m; pesa 6,630 tonnellate; ha una gittata (distanza massima alla quale può lanciare un proietto) di 3,4-14,2 km.

Sulle pendici di Monte Olimpino viene edificata, all’interno di un lungo sistema di trinceramenti che da Pian delle castagne raggiunge il cimitero di monte Olimpino, una batteria in casamatta, indicata sulla carta militare aggiornata al 1° luglio 1918 come cannoniera da 75.
Vi si accede dal sentiero che scende da Pian delle castagne e va verso l’abitato di Monte Olimpino. Attraverso una breve galleria in cui è stata ricavata una nicchia per il deposito delle munizioni e una presa d’aria nel soffitto, si raggiunge un’ampia casamatta con copertura a volta e due feritoie rettangolari orientate verso la strada e la ferrovia Como-Chiasso.



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IL BUCO DELL'ORSO



La Grotta dell’Orso o Buco dell’Orso, si trova all’estremità settentrionale del comune di Laglio, nella frazione di Torriggia a circa 400 m. sul livello del lago di Como, vi si arriva salendo da Torriggia per un sentiero di montagna piuttosto impervio. La grotta è celebre per le ossa pietrificate ritrovate nelle sue viscere, ossa non solo di orso, ma di molti altri animali nei secoli estinti, un luogo d’importanza mondiale per i reperti ivi ritrovati. Nell’estate del 1849 Vincenzo Barelli fu il primo che vi rinvenne un frammento d’osso, cominciarono le prime esplorazioni che sortirono ottimi risultati, dal suolo della caverna si riuscirono a raccogliere un gran numero di fossili e reperti. Molti fossili furono donati a Dott. Emilio Cornalia, un giovane studioso di paleontologia che si recò sul posto, esaminò le ossa, studiò la località e i depositi fossili, infine scrisse una memoria scientifica molto dettagliata. I giornali ripresero la notizia della scoperta di questi antichi fossili e molti professori, studiosi, scienziati, sia nazionali che esteri giunsero su questa sponda del lago di Como, alla grotta del Buco dell’Orso, per vedere con i propri occhi questa meraviglia della natura, un incontro tra acqua e roccia, immutato nei millenni. Le pareti della grotta sono coperte da stalattiti e stalagmiti, dopo alcuni metri si inizia a sentire il suono del torrente che scorre al suo interno, dopo il torrente il sentiero sale, le pareti mostrano a nudo le diverse e successive stratificazioni calcari; a circa 200 m. dall’entrata troviamo uno stagno che occupa tutto il fondo della caverna, l’acqua dello stagno ha una profondità da 1 a 2 metri e una temperatura costante di 9°centigradi. Il Buco dell’ Orso per la sua lunghezza e per l’aspetto del suo interno, è una delle più belle grotte naturali che si conoscano, tutti i visitatori ne escono ripieni di stupore e meraviglia.




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IL DIALETTO COMASCO



Considerato molto spesso simile al dialetto milanese, pur appartenendo alla medesima famiglia, presenta molteplici differenze.

Simili ad esso sono il dialetto ticinese, il varesotto, il lecchese ed il brianzolo.

Sulle sponde occidentali del lago a nord della città è parlato il dialetto laghée che è una variante del dialetto comasco con influenze del dialetto ticinese. Tra paese e paese, si sono sviluppate notevoli differenze causate dalle non facili possibilità di frequentazione nei secoli passati, soprattutto nelle valli più isolate delle montagne del lago.

In Tremezzina la parlata è riconosciuta dalla finale en nei nomi che normalmente finiscono con in (per esempio misulten per misultin). A Cremia terminano i nomi femminili in e invece che a (Marise al posto di Marisa). La gente di Lezzeno spesso usa la o al posto della a (lona al posto di lana) come anche a Vercana ("Mè quant gò fom mai poo e salom" per dire "io quando ho fame mangio pane e salame", o "beef un bionc" per dire "bere un bianco"). Quelli della Valle Albano, in seguito alle emigrazioni in Sicilia, hanno subito forti influenze da quella regione: per esempio è frequente l'uso della erre retroflessa, il loro dialetto è chiamato muncecch.
In Val Cavargna, valle isolata, si è sviluppato un dialetto assolutamente originale, anzi, qui è stato elaborato un vero e proprio dialetto gergale, il rungin, incomprensibile ai non iniziati.

In alcuni comuni della provincia di Como molto vicini alla città di Varese come Binago, Cagno e Rodero, la parlata locale risente l'influsso del dialetto varesotto, mentre nei paesi confinanti con il Saronnese come Rovellasca, Rovello Porro e Turate, sfuma nel dialetto saronnese.

Nel Lecchese si parla invece una variante del dialetto milanese con influssi di origine bergamasca. Non a caso il sottotitolo dei Promessi Sposi è " Storia milanese del XVII secolo" e Lecco ha sempre fatto parte del Contado di Milano fino ai primi anni del XIX secolo.

Per accedere all’area in lingua italiana premere il tasto uno, in dialetto due, in inglese tre”. Questo era il messaggio che si sentiva contattando il centralino del comune di Como. Una risponderia automatica multilingue che, come seconda scelta, contemplava il dialetto comasco, dopo l’italiano e prima dell’inglese. Era stato introdotto nel 2009 da Diego Peverelli, all’epoca assessore leghista con delega all’Ambiente, che si era guadagnato le luci della ribalta anche introducendo il rito dialettale per il matrimonio civile. Sua l’idea e sua anche la voce registrata che riferiva i messaggi in comasco agli utenti del servizio.



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martedì 23 giugno 2015

I DENTI DELLA VECCHIA



La Placca Adriatica è quasi sempre rimasta sommersa da un mare poco profondo. Ad un certo punto della storia della Terra, nel Giurassico (190 milioni d’anni fa), questa placca iniziò a ruotare in senso orario, spinta dalle grosse placche continentali che la circondavano. Nel movimento la Placca Adriatica andò a scontrarsi con la Placca Europea. Dopo alcuni milioni d’anni di relativa calma (dal punto di vista geologico), con l’inizio del Cretaceo (da 136 a 65 milioni d’anni fa) improvvisamente le placche continentali invertirono il loro movimento di allontanamento e la placca africana ed euroasiatica iniziarono ad avvicinarsi tra loro causando la lenta chiusura della Tetide e dando inizio alla formazione della catena di montagne piú nota al mondo: le Alpi. Le Alpi rappresentano la catena montuosa piú lunga d’Europa e si estendono per oltre 600 chilometri con cime che superano i 4’000 metri di altezza, il Monte Bianco con i suoi 4’848 metri è la montagna piú alta. Nasceva cosí il territorio che si sarebbe chiamato Cantone Ticino; i Denti della Vecchia sono ciò che rimane di una parte del continente africano quando avvenne il distacco tra l’Europa e l’Asia dall’Africa. Possiamo definire la Linea Insubrica come la cicatrice nata dallo scontro della Placca Africana con quella Europea. L’origine e il significato di questo lineamento è molto complesso ed è, ancora oggi, fonte di discussione e pareri contrastanti. La nascita della Linea Insubrica coincide, all’incirca, con l’inizio dell’orogenesi alpina e cioè a partire dal Cretaceo.
I Denti della Vecchia sono una delle formazioni orografiche piú particolari del Ticino, occupando buona parte della cresta che fa da confine con l’Italia tra la Val Colla e Valsolda. I loro bei torrioni di colore chiaro si alzano al cielo come canne d’organo visibili dal Luganese e danno un tocco alpino a tutta la regione. Esse sono un bastione occidentale della forte fascia di rocce della famiglia dei carbonati, ossia calcari e dolomie; sono composte in parte da calcite e dolomite e i Denti della Vecchia appartengono alla Dolomia Principale, l’unità carbonatica piú diffusa ed omogeneamente distribuita nelle Alpi Meridionali, ovvero nelle montagne che si trovano a sud della Linea Insubrica. Oggi si pensa che la Dolomia Principale sia nata in un mare di bassa profondità dove si potevano sviluppare grandi piani con distese di alghe, dove si raccoglievano i vari sedimenti trasportati dalla corrente. Questi sedimenti intrappolati dalle alghe venivano poi ricoperti da una sottile guaina di carbonato di calcio, mentre piccolissimi cristalli riempivano i diversi interstizi, serrandosi insieme durante lo sprofondamento, che ha trasformato il tutto nella bella roccia che oggi possiamo ammirare. La Dolomia Principale ci porta alle Dolomiti per il fatto che è dello stesso tipo ed età. Con i suoi appigli e i caratteristici camini è una roccia ideale per essere scalata e i Denti della Vecchia sono, infatti, un vero paradiso per gli scalatori con decine e decine di itinerari diversi e interessanti. I veri conoscitori di tutte le arrampicate possibili sono i componenti del Gruppo Scoiattoli dei Denti della Vecchia. Tipici di questa montagna sono i torrioni e le guglie: il Sasso Grande con i suoi 1491 metri è il punto piú alto; (il Sasso Palazzo 1483 metri è il secondo) le diverse rocce escono dalla fitta vegetazione che si trova sui fianchi risaltando ancora di piú. Ai piedi dei Denti della Vecchia si trova la capanna Pairolo; di proprietà della SAT Lugano; è situata in alta Val Colla tra i Denti della Vecchia e la Cima di Foiorina ed è il punto d’arrivo e di partenza per passeggiate in diverse direzioni: Val Colla, Sopraceneri, Italia e lago di Lugano.

Nei prati tra gli spuntoni calcarei, i frastagliati pinnacoli e le bizzarre guglie dei Denti della Vecchia (1’491 m) prospera una flora straordinaria. Fino a poco prima della seconda guerra mondiale nella regione esisteva una Primula viola, quasi nera, con fauce gialla, nota col nome dialettale di “Vedovella”. Pier Luigi Zanon, botanico del Museo Cantonale di Storia Naturale di Lugano, mi aveva scritto che questa primula è quasi certamente un ibrido tra l’Orecchietta d’orso (Primula auricola) di color giallo, conosciuta in dialetto col nome di “Fioo sassin”, e la Primula hirsuta dal colore rosa porpora, ambedue presenti sui Denti. La regione è ricca di Rose di Natale (Helleborus niger) che fioriscono d’inverno, proprio quando tutti gli altri fiori dormono, quasi a dimostrare che la natura è sempre viva, anche durante l’inclemente stagione. È pure presente il raro Rododendro irsuto o Rosa delle Alpi a foglie ciliate (Rhododendron hirsutum) caratterizzato da foglie verdi lucenti orlate di peli. Altre piante rare che crescono solo sulle rocce carbonatiche sono la Peverina di Carinzia sudalpina (Cerastium carinthiacum austroalpinum) e la piccola ed elegante Aquilegia di Einsele (Aquilegia einseleana), presenti solo sulla Cima dell’Oress, il Millefoglio di Clavena (Achillea clavenae) e la Pedicolare spiralata (Pedicularis gyroflexa), queste ultime due pure presenti sul Generoso. Dalla fine di aprile a metà maggio è in piena fioritura il Ranuncolo erba tora (Ranunculus thora), la pianta piú velenosa tra le terribili ranuncolacee. Dalle sue radici i Galli estraevano un liquido usato per avvelenare le punte delle loro frecce. Una vera preziosità dei “Denti” è però costituita dalla presenza, su un ripido pendio sassoso, di un raro endemita delle Prealpi lombarde, il Citiso insubrico (Cytisus emeriflorus), una piccola pianticella legnosa che fiorisce verso la fine di maggio. Dal Brè alla Foiorina, invece, abbonda il Ciclamino (Cyclamen purpurescens) che in particolari circostanze profuma l’aria di tutto il sottobosco. Mentre quasi tutte le piante fanno il possibile per disseminare lontano i propri semi, il Ciclamino fa esattamente il contrario: appena il fiore è fecondato attorciglia il gambo floreale a “molla d’orologio” e, come farebbe un giardiniere, si china sul terreno e deposita il seme vicino al suo bulbo. Lungo il vecchio sentiero, dove un tempo c’era pascolo, troviamo una delle stazioni piú belle della cespugliosa Genziana asclepiadea, con centinaia di fiori. Diffuso è pure l’elegante Ormino (Horminum pyrenaicum) dai grandi fiori viola, presente in Svizzera solo in questa regione. Raro è invece il delicato Garofano di bosco (Dianthus monspessulanus), rosa o bianco e profumato. Rarissima è la strisciante Clematide alpina (Clematis alpina) che in Ticino cresce solo in un remoto angolo dei Denti. Le piante descritte sono rare in Svizzera perché, durante l’ultima glaciazione, sono sopravvissute in questa regione calcarea tra i Denti della Vecchia e la cima dell’Oress, che emergevano dalle potenti fiumane di ghiaccio provenienti dal Ceneri e da Porlezza (Ghiacciaio dell’Adda). I Denti sono anche l’ambiente ideale per molti insetti e molluschi rari, che tra le rocce calcaree hanno trovato l’ambiente ideale per riprodursi.
Dato la strana forma dei monti sono derivate parecchie leggende.

La vecchia del lago è la protagonista di una antichissima leggenda d'amore e di fedeltà che si ricollega al periodo celtico.

Un giovane guerriero si innamora di una bellissima fanciulla quindicenne e venne organizzato il matrimonio. La roccia a poca distanza del lago era stata allestita ad altare e decorata con fiori alpestri e fronde. La sposa ornata di ricche vesti attese lo sposo per tutto il giorno e la notte ma il giovane non arrivò. Al mattino successivo arrivò un uomo sconvolto dicendo che il promesso sposo era stato trovato ucciso in un bosco. La giovane volle dargli sepoltura in fondo al lago e là rimase per tutta la vita a custodire il suo amore, in compagnia di un orso. Negli anni la giovane divenne una vecchia, considerata una maga a cui la gente del luogo chiedeva consigli per rimedi, sortilegi, medicamenti. Quando morì fu sepolta al fondo del lago e secondo le tradizioni celtiche, i due spiriti innamorati s'incontrarono e si fusero. Ancora oggi, nelle magiche notti di luna, c'è chi afferma che si scorge sorvolare la superficie del lago un fantasma dai lunghi e bianchi capelli.

Si narra di una giovane e bellissima ragazza e del suo promesso sposo che, improvvisamente, dovette partire per la guerra. La giovane lo attese per molti anni, fedele, fino a quando arrivò in paese un giovane di Torino, ricco e affascinante, che iniziò a fare la corte alla ragazza. Lei inizialmente resistette, poi venendo a mancare anche le informazioni del fidanzato dal fronte, cedette e si fidanzò con il giovane torinese. Nel frattempo, a Rosazza, giugevano le notizie della morte del giovane rosazzese. Il giorno delle nozze della giovane con il promesso sposo di Torino, in chiesa comparve un pesonaggio vestito da un mantello nero. Era il fidanzato tradito che interruppe il matrimonio e fece morire d'infarto la madre della ragazza. La ragazza stessa scappò dalla chiesa e, in preda al senso di colpa, vagò per le montagne. La trovarono morta presso le sponde del lago. Fu trasportata in pese e le fu data sepoltura ma la sua anima continua a vagare intorno alle sponde del lago e si ode il lugubre lamento che rimprovera tutte le infedeltà d'amore. 

Al tempo della dominazione romana, un re e la sua sposa furono presi in ostaggio e messi a servizio come schiavi. Un servo fedele e devoto ai sovrani li seguì e li riscattò, dando loro la libertà. Ma il re morì e la vedova, fatta costruire una cassa di quercia, cercò nella solitudine delle alpi biellesi un luogo adatto al riposo del suo signore. Scelse il lago montano e calò la cassa nelle acque. La donna rimase a vegliare l'amato, viveva in una grotta e si nutriva di erbe, frutti selvatici e latte di una capretta. Era bellissima ma la gente la fuggiva perché straniera; veniva considerata una masca. Un giorno, un fanciullo si ammalò gravemente e la donna del lago lo guarì con i filtri di erbe alpine. La gente iniziò ad idolatrare la donna del lago e ricorreva a lei per le cure. In cambio le portavano doni. La donna invecchiò e quando mori la piansero e la calarono in fondo al lago, accanto allo sposo tanto amato. Ancora oggi, nelle magiche notti di luna, c'è chi afferma di vedere un fantasma bianco, dal lunghi capelli che sorvola la superfice del lago. E' la vecchia, ombra amica che ama i mortali, salva i viandanti smarriti e protegge gli innamorati.

Un giorno, molto ma molto tempo fa, nel Luganese accadeva qualcosa di molto strano. In una certa zona situata nelle vicinanze dei Denti della Vecchia, si udivano le note melodiose di un organo che suonava; ma questo capitava raramente e siccome il posto non era abitato pochi lo avevano udito.
I suonatori ambulanti e i cantastorie portavano la musica in spalla: nelle vie della città rallegravano grandi e piccini, nelle aie dei contadini animavano le feste campagnole, accompagnando le danze con ariette popolari e accontentandosi di poche monete buttate dalla finestra. Uno di loro, un certo Spallucci di Como, era giunto a Lugano col suo organetto caricato sul carro trainato da due cavalli. Girava soprattutto nella zona di confine col Ticino perché in Italia la concorrenza era tanta. Spallucci oltre che suonatore era anche un cantastorie, uno di quelli che portavano le storie e le leggende di paesi lontani sulla bocca di tutti e che poi le tramandavano ai figli e cosí via. Lui aveva tante storie da raccontare e restò a lungo nel Luganese. Qui la gente non era abituata a quello svago e Spallucci rappresentava per loro una delle poche occasioni per riunire tutta la gente. Una sera accadde che un calzolaio di nome Nicola si avvicinò a Spallucci e gli confidò di avere udito, nei boschi sotto i Denti della Vecchia, una musica meravigliosa, ma che non sapeva dire quale strumento o chi la suonasse. Per Spallucci era una gioia inaspettata; ora aveva un’altra storia da raccontare, ma doveva saperne di piú. Nicola lo accompagnò nella zona in cui aveva udito la musica e ve lo lasciò solo col suo organo da viaggio. Spallucci si mise a suonarlo direttamente dal carro e il suono si levò verso la montagna. Continuò cosí per ore fino a quando la sua musica richiamò un’altra musica, proprio come aveva pensato. Ma quello che udí fu il suono piú celestiale, la musica piú bella che mai un musicista avrebbe potuto comporre. Le note sembravano uscire dalle nuvole e la melodia sembrava un canto di angeli. Non riusciva a capire da dove provenisse, ma davanti a lui si trovavano le guglie della montagna chiamata Denti della vecchia. Osservandola, Spallucci vide che le nuvole stavano tutt’intorno alla montagna, come se da sotto qualcosa le soffiasse via. Rimase sconvolto quando comprese che le guglie erano delle vere e proprie canne d’organo e che il suono usciva da quella montagna. Immerso nei pensieri cercò di tranquillizzarsi e di trovare una spiegazione logica; nel frattempo il suono cessò e lo Spallucci non lo udí mai piú. Ritornò centinaia di volte ancora e centinaia di volte suonò il suo organetto, ma della celestiale melodia non c’era piú traccia. Lui era un cantastorie e un suonatore e alla fine comprese che la montagna desiderava che lui portasse la sua musica alle genti di altri paesi. E cosí fece. Da allora tutto il mondo conosce la storia delle “canne d’organo” della montagna chiamata Denti della Vecchia, che si trova in Ticino e piú precisamente nel Luganese. Ma ciò che nessuno sapeva è che la montagna suonò ancora; quando lo Spallucci si recò per l’ultima volta sulla guglia piú grande della montagna. Stava morendo e voleva ascoltare ancora una volta il suono che l’avrebbe reso felice d’essere vissuto raccontando storie. E cosí fu.




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lunedì 22 giugno 2015

L'UOMO DI NEANDERTHAL

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L'Uomo di Neandertal, è un ominide strettamente affine all'Homo sapiens, che visse nel periodo paleolitico medio, compreso tra i 200 000 e i 40 000 anni fa.

Prende il nome dalla Valle Neander in Germania, presso Düsseldorf, dove vennero ritrovati i primi resti fossili. Fu un "Homo" molto evoluto, in possesso di tecnologie litiche elevate e dal comportamento sociale piuttosto avanzato, al pari dei sapiens di diversi periodi paleolitici.

Convissuto, nell'ultimo periodo della sua esistenza, con lo stesso Homo sapiens, l'Homo neanderthalensis scomparve in un tempo relativamente breve, un evento che costituisce un enigma scientifico oggi attivamente studiato.

Documentata fra 130 000 (per le forme arcaiche) e 30 000 (documentata con reperti fossili)-22 000 (in assenza di fossili ma con discusse prove culturali) anni fa principalmente in Europa e Asia, e limitatamente in Africa, questa specie si è presumibilmente evoluta dall'Homo heidelbergensis.

Studi del 2010 suggeriscono, tra alcune ipotesi probabili relative alla vicinanza genetica tra H. neanderthalensis e H. sapiens, che ibridazioni fra i due possano avere avuto luogo nel Vicino Oriente all'incirca tra 80 000 e 50 000 anni fa, per la presenza nell'uomo contemporaneo di una percentuale tra 1 e il 4% di materiale genetico specificamente neanderthaliano.

Tali tracce genetiche sono presenti negli euroasiatici e nei nativi americani ma non negli africani, e ciò suggerisce, tra diverse ipotesi possibili, almeno quattro, che l'ibridazione possa avere avuto luogo nei primi stadi della migrazione della specie umana fuori dall'Africa, presumibilmente quando venne a contatto con i Neanderthal che vivevano nel Medio Oriente, circa 80 000 anni or sono.

In passato la specie era stata chiamata anche uomo di Neanderthal, dall'originale nome specifico scientifico, e Homo sapiens neanderthalensis quando era ancora considerato sottospecie dell'homo sapiens; queste denominazioni talora si riscontrano, così pure avviene in altre lingue. Il problema del nome come sottospecifico, non è, al contrario del primo, meramente formale, ma riflette, differenze che sottintendono differenti possibili cammini evolutivi e differenti gradi di reincrocio con i sapiens.

I resti che diedero il nome alla specie furono scoperti da Johann Fuhlrott nell'agosto 1856 in una grotta di Feldhofer nella valle di Neander in Germania, che prende il nome dalla traduzione in greco antico del cognome dell'organista sacro e pastore Joachim Neumann, appunto cambiato poi in Joachim Neander, a cui i concittadini di Düsseldorf intitolarono come omaggio toponomastico la piccola valle. Della scoperta dei fossili venne poi dato annuncio ufficiale solo il 4 febbraio 1857.

L'aspetto fisico esteriore del neanderthaliano classico alla luce delle conoscenze attuali, notevolmente incrementatesi rispetto alle prime ipotesi e estrapolazioni otto-novecentesche, è quello di un uomo di altezza media (1,60 m) perfettamente eretto e muscolarmente molto robusto.

La testa, rispetto ad un sapiens è allungata antero-posteriormente, anche se si sovrappone in genere nella variabilità sapiens, ha un volume cerebrale di 1500 cm³ in media, del 10% superiore agli uomini attuali e arcate sopraccigliari sporgenti. Ha uno spiccato prognatismo e il mento può essere sfuggente, per lo meno nei tipi arcaici. Col tempo, in alcune zone e verso la fine del Paleolitico si diffonde un tipo più gracile e con un mento osseo più pronunciato, mentre gli zigomi sono molto meno accentuati e le arcate sopraccigliari al contrario più sporgenti.

Una tesi esposta nel 2006 e confermata nel 2007 è basata su ricerche avanzate con tecniche di biologia molecolare e ipotizza che la specie, in Europa, abbia sviluppato individui di carnagione bianca con capelli rossi: il tipo di pigmentazione è in accordo con la scarsa irradiazione solare (ultravioletta) del territorio colonizzato, analogamente alla distribuzione geografica attuale della pigmentazione nei tipi umani. Nonostante ciò, si è evidenziato come la variabilità genetica della popolazione neanderthaliana suggerisca una variabilità del fenotipo piuttosto ampia, analogamente a quella attuale di H. sapiens.

Recenti studi, basati sull'analisi di alcune sequenze geniche di DNA, suggeriscono che, senza arrivare a parlare di sottospecie, vi fu sicuramente una suddivisione in tre (o forse quattro, ma il metodo non riesce ancora a chiarire quest'ipotesi) diversi grandi gruppi di popolazioni. La reale esistenza dei gruppi sud europeo (sud iberico, subalpino, balcanico), centro-est europeo (dalla zona nord iberica fino al mar Caspio) e medio asiatico (fino ai confini orientali kazaki) in precedenza era stata frequentemente messa in discussione sulla base dei soli reperti fossili.

L'uomo di Neanderthal inizia a evolvere in un contesto culturale Acheuleano superiore, dove i manufatti bifacciali cambiano forma, migliorano la punta e diminuiscono di spessore.
Nell'industria litica compare la nuova tecnica di scheggiatura Levalloisiana. Da un nucleo litico iniziale, sgrossato fino a portarlo a una forma biconvessa, lateralmente su di una faccia si staccano parallelamente a un piano di base schegge di forma regolare. Questa tecnica evolve e le forme chiamate amigdale (a mo' di mandorla) dell'Acheuleano scompaiono, anche se a sud del Sahara continuerà fino al 50 000 a.C. circa.
In Europa, territorio principale del Neanderthal, si parla di cultura Musteriana, da ritrovamenti a Le Moustier, in Dordogna. Abbiamo punte triangolari, raschiatoi per la preparazione delle pelli molto rifiniti, col bordo tagliente finemente ritoccato. Il Musteriano si articola in diverse culture, geografiche e cronologiche.
Pare accertato, con qualche residua incertezza, il passaggio successivo al castelperroniano, con reperti affidabilmente attribuiti ai neanderthal come lamette litiche, manufatti in osso e ornamenti per il corpo.

Sull'evoluzione culturale del neanderthal non vi è ancora una visione condivisa. A fronte di antropologi come Ian Tattersall che non riconoscono il raggiungimento di livelli culturali che sconfinino dalla mera tecnologia, e in particolare non condividendo il fatto che sia stata raggiunta la visione simbolica, intesa come dimensione simbolica nel senso psicologico, premessa a riti, arte, e comportamenti relativi, vi sono indizi di comportamenti culturali avanzati.
Le culture litiche che poi evolveranno (Castelperroniano, Aurignaziano e molto dubbiosamente Gravettiano, condivise sicuramente dai sapiens) sono quindi tuttora allo studio per la sicura eventuale attribuzione ai neanderthal; pare con buona significatività accertato il primo passaggio.
In sintesi e a grandi linee si può dire che la cultura neanderthaliana dominante fu il Musteriano e che il limite convenzionale (attuale) superiore si situa fra il Castelperroniano e l'Aurignaziano.
Molto diffuso l'utilizzo delle pelli, anche per la costruzione di ripari estivi all'aperto, contrapponendosi alla pratica troglodita invernale. Si ritrovano strutture di pietre o di ossa atte ad assicurare i bordi delle pelli al suolo.
Abbondanti tracce di ocra rossa fanno pensare a usi rituali e religiosi. Anche in tale ottica si evidenzia l'inumazione come pratica diffusa, in fosse di forma ovale, con corredi funerari (cibo, corna e strumenti litici), spesso ricoperte da lastroni per sottrarre i corpi alle fiere, deposizioni di fiori (studi sui pollini in ritrovamenti in Asia Minore). Il fuoco, in cerchi di contenimento di pietre, è largamente utilizzato.

Forse, con i neanderthalensis si ha il primo esempio di strumento musicale non a percussione ma intonato, grazie al ritrovamento del cosiddetto flauto di Divje Babe (in Slovenia): un frammento di femore di orso delle caverne perforato regolarmente. Inizia anche l'arte figurativa in senso stretto, considerata prerogativa di sapiens ma dalla stratigrafia recentemente attribuita anche ai neanderthalensis.
I recenti progressi molecolari nello studio delle popolazioni neanderthaliane e la loro localizzazione geografica, uniti a quelli sull'industria litica e degli altri manufatti, permetteranno in futuro di chiarire meglio i rapporti tra le diverse culture e la loro evoluzione nello spazio e nel tempo.

Un articolo pubblicato su Proc Natl Acad Sci U S A. il 13 Nov 2012 a cura di un gruppo del Department of Human Evolution, Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia, getta nuova luce sulla sempre più probabile attività simbolica e artistica dei Neanderthal nel passaggio dal Paleolitico medio a Paleolitico superiore, periodo caratterizzato dalla sostituzione degli ultimi Neanderthal con gli esseri umani moderni in Europa tra 50.000 e 40.000 anni fa. Le raccolte di manufatti del Castelperroniano  trovati nella Francia centrale e nella Spagna settentrionale sono databili in questo intervallo di tempo. Fino ad ora, è il solo tipo di collezioni che ha consentito di associare i resti Neanderthal con manufatti di stile UP. I manufatti CP includono anche ornamenti del corpo, praticamente sconosciuti in tutto il mondo Neanderthal. Tuttavia, si è sostenuto che i manufatti CP non siano stati fabbricati da Neanderthal, ma piuttosto i processi di formazione dei siti e la commistione degli strati abbiano portato all'associazione casuale di resti di Neanderthal, assemblaggi CP, e gli ornamenti del corpo. Gli autori pubblicano una serie di datazioni al radiocarbonio ottenute con spettrometria di accelerazione di massa analizzando collagene osseo ultrafiltrato estratto da 40 frammenti di ossa ben conservate del tardo Musteriano, CP, e dagli strati Protoaurignaziani nel sito di Grotte du Renne (a Arcy-sur-Cure, Francia) . I risultati sono incompatibili con l'ipotesi di commistione. Inoltre, si riporta una data direttamente calcolata su di un frammento di osso compatto di tibia di Neanderthal rinvenuto a Saint-Césaire (Francia). Questa data conferma l'assegnazione di manufatti CP agli ultimi Neanderthal dell'Europa occidentale. Inoltre, ed è ancora più importante, i dati stabiliscono che la produzione di ornamenti corporei nel CP è successiva all'arrivo degli umani moderni nelle regioni adiacenti dell'Europa. Questo nuovo comportamento potrebbe quindi essere il risultato di una diffusione culturale dai gruppi moderni ai gruppi di Neanderthal.

Un'accurata statistica, basata sull'analisi multivariata di forma e dimensioni del cranio, tuttavia, pur rilevando un habitus tipico del Neanderthal, mostra sorprendenti vicinanze con crani attuali di forme estreme (C.Stringer, del British Museum).

Da uno studio del 2001 alcuni commentatori speculano sul fatto che i Neanderthal dimostrino un tipo a capelli rossi, condividendone l'eredità con uomini attuali di tipo lentigginoso e di pelo rosso; in ogni caso altri ricercatori dell'epoca dissentivano. Gli studi molecolari del 2007 dell'aspetto esteriore sciolgono comunque ogni dubbio, ovvero sulla base dello studio sulle varianti dei melanocortin 1 receptor (mc1r), si deduce che la ridotta funzionalità di questi porti a sviluppare un fenotipo poco pigmentato a pelle chiara e capelli rossi. Lo studio è stato condotto, con tecniche di amplificazione genica su un gene responsabile della pigmentazione umana, appunto quello relativo al melanocortin 1 receptor (mc1r), che codifica sette proteine eterometriche transmembrana GTP-ligande (G protein)–coupled receptor (GPCR). I capelli rossi e la pelle chiara risultano da alleli che comportino complete o parziali perdite di funzionalità dell'MC1R umano (huMC1R), alterando il bilancio nella sintesi eumelanina-feomelanina. I campioni provenivano da DNA ben conservato (sulla base di dati relativi ad abbondante contenuto amminoacidico e alla sua alla scarsa racemizzazione) di un esemplare dei Monti Lessini e dell'esemplare El Sidrón 1252 (Cueva de El Sidrón, in Spagna).

Un'altra differenza secondo i paleoantropologi, potrebbe essere stata nella crescita, infatti si ritiene, analizzando la crescita del primo molare comparata con quello della dentatura di Homo sapiens, che i neanderthal crescessero più velocemente di quanto facciano gli uomini moderni, raggiungendo l'età adulta già a 15 anni. Questa crescita rapida, stando a quanto riportano gli esperti, è una caratteristica tipica dei primi ominidi. Tempi di sviluppo più rapidi, secondo gli studiosi, sembrano essere stati una necessità per una specie che viveva in terre molto fredde e inospitali, dove la mortalità infantile era molto elevata e l'aspettativa di vita breve.

Si dibatte lungamente sugli ultimi rappresentanti noti dei nostri parenti più prossimi. Quest'argomento, assieme al mistero della scomparsa della popolazione neaderthaliana, è forse uno dei più controversi della scienza paleoantropologica e il più soggetto a evoluzione. Le datazioni tramite spettrometria di massa da parte di Fred Smith ed Erik Trinkaus, (Northern Illinois University e Washington University rispettivamente), da scavi di Vindija (Croazia) portano a 28 000 anni i reperti più recenti, con articoli pubblicati a cavallo del 2000. Nuove datazioni ricollocano indietro a 32 000 anni i reperti. Vengono scoperti altri fossili recenti sulle coste atlantiche del Portogallo, e si riscontrano evoluzioni morfologiche verso una maggiore modernità. Contemporaneamente viene messa in discussione l'associazione di alcune culture litiche (Aurignaziano, Musteriano) ai vari Homo.

Si dibatte anche sulla completa scomparsa della popolazione, non perfettamente spiegabile sulla base delle sole caratteristiche fisiche degli individui. Si trattava di una specie lungamente adattata all'ambiente colonizzato, con un volume cranico pari o superiore ai sapiens attuali, e di cultura tecnica almeno inizialmente sovrapponibile nelle due popolazioni. Le prime ipotesi teorizzate parlano di lenta ibridazione con Sapiens moderni, eliminazione fisica (genocidio), competizione, o selezione sessuale. La difficoltà ad analizzare lo scarso materiale genetico sopravvissuto completa il quadro. Certamente la lunga coesistenza di uomo di Neanderthal e uomo moderno pongono sul tavolo della discussione molti problemi irrisolti, e l'argomento è in costante riscrittura.

Nel 2005 sul Journal of Economic Behaviour and Organization Jason Shogren, economista dell'Università del Wyoming di Laramie, pubblica con i suoi collaboratori un articolo in cui avanza una teoria sulla scomparsa dell'uomo di Neanderthal. Lo studioso avanza l'ipotesi che H. neanderthalensis si sia dovuto scontrare con la particolare cultura dell'H. sapiens: questa cultura si basava su tecniche avanzate di commercio, cosa che portava più tempo libero rispetto a una cultura basata sulla caccia. Il tempo libero ottenuto avrebbe permesso lo sviluppo di specializzazioni non strettamente legate alla sussistenza, come costruire utensili sempre più complessi o dedicarsi all'arte. La complessità e la versatilità di una tale cultura avrebbe avuto esito fatale per la più "tradizionale" cultura dei Neanderthal.

Stephen Kuhn e Mary Stimer dell'università dell'Arizona, sulla rivista Current Anthropology, propongono, documentandola, la tesi per cui la principale causa di estinzione fu la mancata suddivisione dei lavori tra i sessi. I più organizzati sapiens, più efficientemente, poterono competere affidando alle donne compiti stanziali, e meno gravosi, affidando ai maschi i ruoli di cacciatori e approvvigionatori di materiali. La prole, protetta e anch'essa stanziale, avrebbe avuto più possibilità di sopravvivenza.

Due caratteristiche dei neanderthalensis vanno rimarcate. La prima è che il loro fisico era strutturato per esprimere al meglio la forza, mentre quello di alcuni, ma non tutti, i sapiens loro contemporanei come i Cromagnonoidi, a gambe più lunghe e a bacino più stretto e compatto, privilegiava le capacità di resistenza nella corsa. Quindi quei sapiens sarebbero stati più resistenti nel percorso di sensibili distanze con quel tipo di andatura, ma svantaggiati nella forza fisica e nella lotta. Una caratteristica che si pensava differenziasse sapiens e neanderthal, la diversa alimentazione, con sapiens marcatamente onnivori e neanderthal carnivori si è variamente rivelata parziale e dipendente esclusivamente da singole situazioni. Entrambi ad esempio erano specie ben adattate agli ambienti costieri con un'alimentazione basata su frutta e verdura, prodotti della pesca, raccolta di molluschi e caccia. Soggetta a periodiche discussioni è anche la capacità dei Neanderthal di cacciare grosse prede (come la megafauna); mentre esistono prove che anche i più antichi esponenti della nostra specie utilizzassero zagaglie, e altri ordigni da lancio, non si sa se i neanderthal utilizzassero armi da lancio. Avrebbero cioè dovuto approcciarsi alle prede (e a eventuali nemici) a distanza ravvicinata. I neanderthal, almeno alcune popolazioni, erano comunque prettamente carnivori e superpredatori.

Molto ma non tutto si può dire del vero aspetto di questo ominide ricostruendolo dai suoi resti fossili. La scienza contemporanea ha messo a punto varie tecniche per la ricostruzione delle parti non fossilizzabili, i tessuti molli, a partire da elementi quali le inserzioni tendinee sulle ossa, le linee di forza sulle stesse, i livelli di consunzione dei denti e altro ancora. La biologia molecolare ha poi fornito ulteriori elementi per valutare l'espressione genica di caratteri non conservabili, appunto come il colore dei capelli. Il Neanderthal possedeva la tecnologia necessaria a confezionare indumenti; a tale scopo utilizzava prevalentemente pelli, per la concia delle quali costruiva utensili quali i raschiatoi musteriani. Le zone climatiche frequentate imponevano sicuramente l'uso di coperture, e possiamo rappresentare il neanderthal tipico prevalentemente vestito.
Oltre a ciò si segnala la capacità simbolica e artistica, che ha portato all'uso, almeno episodico, di monili e pendagli.
In passato, al contrario, è spesso stato rappresentato come lo stereotipo dell'uomo cavernicolo, tale ricostruzione ripete né più né meno la figura dell'uomo selvatico presente nella tradizione popolare europea e raffigurata sin dal Medioevo. Secondo alcune interpretazioni di studiosi di criptozoologia, non di antropologi o paleontologi, poteva però essere di aspetto scimmiesco, dotato di un fitto villo pilifero distribuito su tutta la superficie del corpo che lo proteggeva dal clima freddo europeo.

Un'immagine da alcuni supposta e interpretata di neanderthal è una rappresentazione preistorica nella caverna di Isturits sui bassi Pirenei francesi, frequentata da 80 000 a 10 000 anni fa prima dai neanderthal e poi dai Cro-magnon. Vi compare la rappresentazione di una testa-trofeo di un essere antropomorfo con testa ovale senza fronte e mento, collo grosso, occhi a mandorla infossati sotto grandi arcate frontali, con un grosso naso, orecchie piccole, con capelli corti a spazzola e dritti a cresta sulla testa che proseguivano sulla schiena in una sorta di criniera equina, e peli fitti simili su quasi tutta la faccia e collo simili al manto di un cervo.

I resti rinvenuti nel 1856 da Johann Fuhlrott nella valle di Neander consistevano nella parte superiore del cranio, alcune ossa, parte dell'osso pelvico, alcune costole, e ossa del braccio e della spalla.
In precedenza erano stati scoperti altri fossili, infatti già nel 1829 nel Belgio venne trovato parte di un cranio di un bambino di due anni e mezzo. Questi, però, venne riconosciuto come arcaico soltanto nel 1836. Nel 1848 a Gibilterra venne trovato un cranio adulto, ma la sua esistenza rimase sconosciuta alla scienza fino al 1864, quando venne riconosciuto come appartenente agli uomini di Neanderthal.

Altri due scheletri di Homo neanderthalensis, risalenti ad almeno 60 000 anni, vennero trovati in Belgio nel 1886 da Marcel de Puydt e Max Lohest. Altri rinvenimenti importanti vennero fatti in Croazia nel 1899 da Dragutin Gorjanovic-Kramberger e nel 1908 in Francia a La Chapelle-aux-Saints da Jean Bouyssonie che rinvenne lo scheletro di un uomo anziano, risalente a 50 000 anni, in possesso di un cranio di 1620 centimetri cubi.

Nel 1939 venne rinvenuto nella grotta Guattari a San Felice Circeo, un cranio presumibilmente appartenente a Homo neanderthalensis.

Nel secondo dopo guerra emersero ancora altri resti importanti; tra il 1953 e il 1960 nella grotta di Shanidar in Iraq vennero scoperti 9 scheletri di uomini di Neanderthal, risalenti a un periodo compreso tra i 70 e i 40 000 anni fa, e nel 1979 nel villaggio di Saint-Césaire in Francia uno scheletro completo risalente a 35 000 anni fa.

Nel 1868 a Cro-Magnon in Francia vennero trovati da alcuni operai i resti di un uomo risalenti a 28 000 anni fa; era venuto alla luce uno dei più antichi progenitori della nostra specie (Homo sapiens). Era un rappresentante della nostra specie umana, che proveniente dall'Africa o dall'Asia, migrando stava insediandosi in Europa, confinando verso la penisola iberica gli ultimi Neanderthal.

I resti portati alla luce in Italia non sono molto numerosi rispetto all'Europa continentale. Si distingue in ogni caso tra ritrovamenti fossili (rari) e ritrovamenti di tracce e manufatti, non sempre associati. Nel secondo caso, alcuni siti sono discussi; alcune culture, infatti, furono condivise con soggetti appartenenti al genere Homo.

Si potrebbero definire “storie fugaci, di amori rapaci”. Usciti dall'Africa, circa 65.000 anni fa, i nostri antenati Homo sapiens incontrarono almeno altre due specie dello stesso genere. Nonostante quello che pensano i teorici della “purezza della razza”, i sapiens non persero occasione per accoppiarsi con i veri padroni del territorio – prima di conquistare tutto il mondo. Non furono certo episodi isolati, se una parte dei geni delle altre specie è ancora visibile nel nostro genoma.
Gli altri uomini con cui i nostri bis-bis nonni hanno avuto storie d'amore sono il nostro primo cugino, l'uomo di Neanderthal, e l'uomo di Denisova. Se per il Neanderthal ci sono parecchi scheletri, per l'uomo di Denisova (che prende il nome dalla grotta nell'Asia centro occidentale dove sono stati trovati i fossili) gli unici frammenti trovati sono la falange di un dito e un dente: nonostante le difficoltà, è stato possibile scrutare all'interno del patrimonio genetico di entrambe le specie e confrontarle con quello dell'uomo moderno.
Gli accoppiamenti con neanderthaliani e denisoviani hanno introdotto nel nostro Dna geni diversi da quelli presenti nei sapiens in Africa.

In particolare un folto gruppo di studiosi proveniente da tutto il mondo ha cercato di capire se gli amori dei tre uomini avessero lasciato nella nostra specie qualche pezzetto utile alla sopravvivenza. E hanno studiato in particolare un gruppo di geni chiamato Hla (Human leukocyte antigen) che ha il compito importantissimo di creare proteine che riconoscono e distruggono i germi. L'analisi ha portato a più di una sorpresa: per esempio che una variante di uno di questi geni, HLA-B73, è rara nell'Africa attuale ma presente nelle popolazioni dell'Asia occidentale (proprio dove si pensa ci siano statigli incontri di uomini e denisoviani).
Un altro gene, che si chiama HLA-A11, rappresenta il 64% delle varianti in Asia orientale e Oceania. Negli europei si trovano invece pezzetti di patrimonio genetico dei neanderthaliani, perché è proprio in Europa e in Asia orientale che le due specie si sono sono “incontrate”.
Cosa ne deducono i genetisti? Che gli accoppiamenti con neanderthaliani e denisoviani hanno introdotto nel nostro Dna geni diversi da quelli presenti in Africa, che ci hanno aiutato a combattere i nuovi parassiti che abbiamo incontrato uscendo dalla nostra culla.

Forse sarà stato il suo aspetto, ricostruito grazie ai resti fossili, la fronte stretta, lo spiccato prognatismo e le sopracciglia sporgenti, ma per lungo tempo l'uomo di Neanderthal ha avuto fama di poca intelligenza. Ora però le ultime ricerche, descritte sul 'Washington Post', riabilitano questo ominide che convisse a lungo con l'Homo sapiens: le sue capacità sarebbero state sottovalutate. Questi antichissimi abitanti della terra erano abili cacciatori, sapevano usare degli strumenti e avevano una forma di cultura. Inoltre gli abitanti di Europa o Asia hanno buone probabilità di avere tracce di Dna Neanderthal nel proprio genoma.

Secondo Paola Villa, archeologa dell'University of Colorado, la cattiva fama dei Neanderthal iniziò nel 1850, con la scoperta del primo teschio in Germania. "Le caratteristiche morfologiche hanno portato all'idea che fossero esemplari molto diversi da noi e inferiori". Un'idea non più condivisa dagli esperti, ma ancora popolare. Ebbene, per Villa, autrice di uno studio su 'Plos One', non c'è nulla che sostenga il "complesso di superiorità" dei 'sapiens'. E a ben guardare il cranio dei Neanderthal, il loro cervello era "più grande" del nostro. Inoltre questi nostri 'parenti estinti' usavano ornamenti personali, conchiglie colorate, pezzi di uccelli, cosa che supporta l'idea che fossero capaci di simbolismo e pensieri astratti. Alcuni erano anche artisti, come mostra un ritrovamento a Gibilterra di quello che secondo alcuni ricercatori sarebbe il primo esempio noto di arte Neanderthal. E ancora, bruciavano i loro morti, come hanno rivelato altri studi. Ed è chiaro, spiega i ricercatori, che nel corso dei secoli si sono mescolati ai moderni esseri umani. In questo modo, non sono mai svaniti nel tutto, "ma ancora oggi vivono un po' negli esseri umani moderni", conclude Svante Paabo del Max Planck Institute di Lipsia, che ha scoperto come l'1-2% del Dna degli esseri umani moderni - originari di Europa o Asia - arrivi proprio dai Neanderthal.



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