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sabato 25 luglio 2015

SANT'ANNA

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Il detto popolare della zona recita "Par sant'Ana l'àcua dal laag l'ingàna", cioè: per Sant' Anna l'acqua del lago inganna.
Gli abitanti dell'area della zona dei laghi lombardi, soprattutto quelli che abitano sulle riviere, il 26 luglio - giorno di Sant' Anna - non vanno a nuotare nei Laghi perchè nel corso dei secoli sempre nella medesima data sono state molte le persone annegate.

La vivana più famosa della letteratura fantastica è proprio Viviana, la dama del lago che sporgendo un braccio dalle acque consegnava la spada Excalibur a Re Artù.

Il cattolicesimo convertì la sensualità delle vivane nella figura materna di Sant’Anna, la mamma di Maria Vergine. Sant’Anna è la protettrice delle donne in gravidanza e, come vuole il culto, ogni 26 di luglio avrebbe preso nelle acque del lago tre bambini come sacrificio per proteggere tutti gli altri. Da qui il detto “Sant’Ana, tri ne la tana”.

Tutte le figure femminili citate agiscono per proteggere, per donarsi, per dare. Non per sottrarre o togliere.

Una ragazza del lago di Varese vide un piccolo che si immergeva da solo nelle acque. Capì il pericolo che correva: le caviglie erano bloccate dalle alghe. Corse a soccorrerlo prelevando il corpo e vegliandolo sul fondo, fino all’arrivo del barcaiolo.

A volte lasciarsi cullare da una spiegazione di fantasia è molto meglio. In attesa di scoprire chi o cosa sia la ragazza del lago di Varese.

Il vecchio proverbio che ti raccontano in questo periodo gli anziani che vivono sul lago Maggiore dice che a Sant’Anna, il 26 di luglio, il lago si prenda sette vite.



Anna e Gioacchino sono i genitori della Vergine Maria. Gioacchino è un pastore e abita a Gerusalemme, anziano sacerdote è sposato con Anna. I due non avevano figli ed erano una coppia avanti con gli anni. Un giorno mentre Gioacchino è al lavoro nei campi, gli appare un angelo, per annunciargli la nascita di un figlio ed anche Anna ha la stessa visione. Chiamano la loro bambina Maria, che vuol dire «amata da Dio». Gioacchino porta di nuovo al tempio i suoi doni: insieme con la bimba dieci agnelli, dodici vitelli e cento capretti senza macchia. Più tardi Maria è condotta al tempio per essere educata secondo la legge di Mosè. Sant'Anna è invocata come protettrice delle donne incinte, che a lei si rivolgono per ottenere da Dio tre grandi favori: un parto felice, un figlio sano e latte sufficiente per poterlo allevare. È patrona di molti mestieri legati alle sue funzioni di madre, tra cui i lavandai e le ricamatrici.

Nonostante che di s. Anna ci siano poche notizie e per giunta provenienti non da testi ufficiali e canonici, il suo culto è estremamente diffuso sia in Oriente che in Occidente.
Quasi ogni città ha una chiesa a lei dedicata, Caserta la considera sua celeste Patrona, il nome di Anna si ripete nelle intestazioni di strade, rioni di città, cliniche e altri luoghi; alcuni Comuni portano il suo nome.
La madre della Vergine, è titolare di svariati patronati quasi tutti legati a Maria; poiché portò nel suo grembo la speranza del mondo, il suo mantello è verde, per questo in Bretagna dove le sono devotissimi, è invocata per la raccolta del fieno; poiché custodì Maria come gioiello in uno scrigno, è patrona di orefici e bottai; protegge i minatori, falegnami, carpentieri, ebanisti e tornitori.
Perché insegnò alla Vergine a pulire la casa, a cucire, tessere, è patrona dei fabbricanti di scope, dei tessitori, dei sarti, fabbricanti e commercianti di tele per la casa e biancheria.
È soprattutto patrona delle madri di famiglia, delle vedove, delle partorienti, è invocata nei parti difficili e contro la sterilità coniugale
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Il nome di Anna deriva dall’ebraico Hannah (grazia) e non è ricordata nei Vangeli canonici; ne parlano invece i vangeli apocrifi della Natività e dell’Infanzia, di cui il più antico è il cosiddetto “Protovangelo di san Giacomo”, scritto non oltre la metà del II secolo.
Questi scritti benché non siano stati accettati formalmente dalla Chiesa e contengono anche delle eresie, hanno in definitiva influito sulla devozione e nella liturgia, perché alcune notizie riportate sono ritenute autentiche e in sintonia con la tradizione, come la Presentazione di Maria al tempio e l’Assunzione al cielo, come il nome del centurione Longino che colpì Gesù con la lancia, la storia della Veronica, ecc.
Il “Protovangelo di san Giacomo” narra che Gioacchino, sposo di Anna, era un uomo pio e molto ricco e abitava vicino Gerusalemme, nei pressi della fonte Piscina Probatica; un giorno mentre stava portando le sue abbondanti offerte al Tempio come faceva ogni anno, il gran sacerdote Ruben lo fermò dicendogli: “Tu non hai il diritto di farlo per primo, perché non hai generato prole”.
Gioacchino ed Anna erano sposi che si amavano veramente, ma non avevano figli e ormai data l’età non ne avrebbero più avuti; secondo la mentalità ebraica del tempo, il gran sacerdote scorgeva la maledizione divina su di loro, perciò erano sterili.
L’anziano ricco pastore, per l’amore che portava alla sua sposa, non voleva trovarsi un’altra donna per avere un figlio; pertanto addolorato dalle parole del gran sacerdote si recò nell’archivio delle dodici tribù di Israele per verificare se quel che diceva Ruben fosse vero e una volta constatato che tutti gli uomini pii ed osservanti avevano avuto figli, sconvolto non ebbe il coraggio di tornare a casa e si ritirò in una sua terra di montagna e per quaranta giorni e quaranta notti supplicò l’aiuto di Dio fra lacrime, preghiere e digiuni.
Anche Anna soffriva per questa sterilità, a ciò si aggiunse la sofferenza per questa ‘fuga’ del marito; quindi si mise in intensa preghiera chiedendo a Dio di esaudire la loro implorazione di avere un figlio.
Durante la preghiera le apparve un angelo che le annunciò: “Anna, Anna, il Signore ha ascoltato la tua preghiera e tu concepirai e partorirai e si parlerà della tua prole in tutto il mondo”.
Così avvenne e dopo alcuni mesi Anna partorì. Il “Protovangelo di san Giacomo” conclude: “Trascorsi i giorni necessari si purificò, diede la poppa alla bimba chiamandola Maria, ossia ‘prediletta del Signore’”.
Altri vangeli apocrifi dicono che Anna avrebbe concepito la Vergine Maria in modo miracoloso durante l’assenza del marito, ma è evidente il ricalco di un altro episodio biblico, la cui protagonista porta lo stesso nome di Anna, anch’ella sterile e che sarà prodigiosamente madre di Samuele.
Gioacchino portò di nuovo al tempio con la bimba, i suoi doni: dieci agnelli, dodici vitelli e cento capretti senza macchia.
L’iconografia orientale mette in risalto rendendolo celebre, l’incontro alla porta della città, di Anna e Gioacchino che ritorna dalla montagna, noto come “l’incontro alla porta aurea” di Gerusalemme; aurea perché dorata, di cui tuttavia non ci sono notizie storiche.
I pii genitori, grati a Dio del dono ricevuto, crebbero con amore la piccola Maria, che a tre anni fu condotta al Tempio di Gerusalemme, per essere consacrata al servizio del tempio stesso, secondo la promessa fatta da entrambi, quando implorarono la grazia di un figlio.
Dopo i tre anni Gioacchino non compare più nei testi, mentre invece Anna viene ancora menzionata in altri vangeli apocrifi successivi, che dicono visse fino all’età di ottanta anni, inoltre si dice che Anna rimasta vedova si sposò altre due volte, avendo due figli la cui progenie è considerata, soprattutto nei paesi di lingua tedesca, come la “Santa Parentela” di Gesù.
Il culto di Gioacchino e di Anna si diffuse prima in Oriente e poi in Occidente (anche a seguito delle numerose reliquie portate dalle Crociate); la prima manifestazione del culto in Oriente, risale al tempo di Giustiniano, che fece costruire nel 550 ca. a Costantinopoli una chiesa in onore di s. Anna.
L’affermazione del culto in Occidente fu graduale e più tarda nel tempo, la sua immagine si trova già tra i mosaici dell’arco trionfale di S. Maria Maggiore (sec. V) e tra gli affreschi di S. Maria Antiqua (sec. VII); ma il suo culto cominciò verso il X secolo a Napoli e poi man mano estendendosi in altre località, fino a raggiungere la massima diffusione nel XV secolo, al punto che papa Gregorio XIII (1502-1585), decise nel 1584 di inserire la celebrazione di s. Anna nel Messale Romano, estendendola a tutta la Chiesa; ma il suo culto fu più intenso nei Paesi dell’Europa Settentrionale anche grazie al libro di Giovanni Trithemius “Tractatus de laudibus sanctissimae Annae” (Magonza, 1494).
Gioacchino fu lasciato discretamente in disparte per lunghi secoli e poi inserito nelle celebrazioni in data diversa; Anna il 25 luglio dai Greci in Oriente e il 26 luglio dai Latini in Occidente, Gioacchino dal 1584 venne ricordato prima il 20 marzo, poi nel 1788 alla domenica dell’ottava dell’Assunta, nel 1913 si stabilì il 16 agosto, fino a ricongiungersi nel nuovo calendario liturgico, alla sua consorte il 26 luglio.
Artisti di tutti i tempi hanno raffigurato Anna quasi sempre in gruppo, come Anna, Gioacchino e la piccola Maria oppure seduta su una alta sedia come un’antica matrona con Maria bambina accanto, o ancora nella posa ‘trinitaria’ cioè con la Madonna e con Gesù bambino, così da indicare le tre generazioni presenti.
Dice Gesù nel Vangelo “Dai frutti conoscerete la pianta” e noi conosciamo il fiore e il frutto derivato dalla annosa pianta: la Vergine, Immacolata fin dal concepimento, colei che preservata dal peccato originale doveva diventare il tabernacolo vivente del Dio fatto uomo.
Dalla santità del frutto, cioè di Maria, deduciamo la santità dei suoi genitori Anna e Gioacchino.




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venerdì 10 luglio 2015

IL LAUROSARIO



La leggenda del mostro del Lario nacque nell’immediato Dopoguerra, quando nel 1946 il «Corriere Comasco» scrisse di un misterioso ed enorme animale apparso nelle acque del Pian di Spagna.

Il 18 novembre 1946, due cacciatori dalle parti di Colico, sulla riva settentrionale del Lago di Como, sostengono di aver incontrato una creatura lunga tra i dieci e i dodici metri con squame rossastre e molto rigide a pochi passi dalla riva. I due cacciatori hanno immediatamente imbracciato i fucili e hanno sparato in direzione della "cosa", che si è rapidamente diretta verso il centro del lago, sparendo con un sibilo acuto. Questo strano animale venne chiamato Lariosauro, lo stesso nome usato un secolo prima per definire un rettile preistorico (Lariosaurus balsami) i cui resti fossili vennero trovati nei pressi del lago nel 1830. I fossili di questa e di altre specie ritrovati successivamente sono attualmente esposti nei musei di Lecco e di Monaco di Baviera.

Altri avvistamenti simili non lontani da questa zona diedero vita al leggendario Lariosauro, che fece la sua comparsa regolarmente negli anni a seguire: nel 1954 una coppia, padre e figlio, vide qualcosa con il muso arrotondato e i piedi palmati che nuotava in acqua. Era lungo appena 80 centimetri (forse una rara lontra). Tre anni dopo una batisfera, che si immerse alla profondità di 90 metri al largo della costa di Dervio, si imbatté in un animale con la testa simile a quella di un coccodrillo e lungo circa due metri.

L'ultimo avvistamento avvenne nel 2003: un'anguilla gigante, di circa 10-12 metri di lunghezza, comparve nei pressi di Lecco. Lo scettico ricercatore Giorgio Castiglioni, che studiò questi casi, pensa che in realtà si fosse trattato di un gruppo di pesci che nuotava compatto.

La tradizione popolare, un pizzico di verità e qualche goccia di fantasia sono gli ingredienti perfetti per una leggenda.



In media gli esemplari adulti di Lariosaurus avevano una lunghezza compresa tra 60 centimetri e 1,30 metri; ciò li rende tra i più piccoli notosauri conosciuti. Il collo di Lariosaurus era relativamente corto se rapportato a quello di altri notosauri, e anche le zampe erano piuttosto piccole. Una caratteristica di Lariosaurus era data dalle zampe anteriori, in cui l'omero era arcuato e molto massiccio, mentre l'ulna era allargata e piatta; tra le ossa dell'avambraccio, inoltre, è generalmente presente un largo spazio. Si suppone che le zampe anteriori si fossero trasformate in strutture simili a pinne, mentre quelle posteriori avessero conservato l'originale struttura con cinque dita (forse palmate).

Il cranio era appiattito come quello di tutti i notosauri, anche se non in misura estrema come in Nothosaurus; lunghi denti anteriori si intersecavano fra loro quando le fauci erano chiuse, mentre i denti della parte posteriore di mascella e mandibola erano più piccoli. Le costole presentano alcune parti ispessite, così come alcune vertebre e la clavicola. Le costole ventrali (gastralia) sono strettamente compresse fra loro e formavano una sorta di armatura protettiva.

Il primo esemplare noto di Lariosaurus venne alla luce nel 1830 a Perledo, una località presso il lago di Como, conosciuto anche con il nome di Lario. I reperti vennero studiati e descritti da Giuseppe Balsamo Crivelli sulla rivista Il Politecnico di Milano nel 1839. Balsamo Crivelli, in attesa che fosse confermato che si trattava di un animale mai descritto in precedenza, preferì non attribuirgli un nome. Solo nel 1847, appurato che si trattava di una nuova specie (e di un nuovo genere), Giulio Curioni gli attribuì il nome di Lariosaurus balsami.

Un altro fossile ritrovato appartenente alla stessa specie venne impropriamente chiamato Macromirosaurus plinii. L'esemplare meglio conservato è esposto nel museo botanico di Monaco di Baviera. Altri esemplari sono conservati al servizio geologico di Roma e due sono esposti al Museo di Storia Naturale di Lecco. L'individuo più lungo misura 130 cm.

Lariosaurus era un predatore acquatico che si muoveva nuotando grazie alle "pinne" anteriori potenti, e aiutandosi con la lunga coda. Il cranio, con i lunghi denti anteriori, è conformato per intrappolare piccoli pesci e altre prede scivolose come i cefalopodi, ma alcuni resti fossili di Lariosaurus contengono al loro interno anche piccoli esemplari di rettili placodonti del genere Cyamodus (Tschanz, 1989) e pachipleurosauri. La scoperta di probabili embrioni forse appartenenti a Lariosaurus (Renesto et al., 2003) potrebbe indicare l'ovoviviparità di questi animali, e quindi uno stile di vita completamente acquatico.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/turista-lecco.html




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sabato 27 giugno 2015

IL CASTELLO DI CUASSO AL MONTE



Il castello di Cuasso, noto anche come Castelasc, è un importante edificio difensivo di fondazione altomediovale dell'Insubria. Esso occupa l'intero crinale di un colle il cui nome è divenuto eponimo dell'intero comune di Cuasso al Monte, all'interno del quale sorge la struttura. Ne rimangono oramai solo imponenti ruderi.

Il mastio, in posizione di controllo della gola proveniente dalla valle, risulta visibile, per chi proviene da sud, anche da una decina di chilometri, pur essendo localizzato in una posizione defilata: questo ne attesta l'importanza strategica. Il castello era in origine composto da quattro piani distinti con un tetto merlato, alla guelfa, mentre sulla parete ovest si appoggiava una piccola torre al cui interno correvano le scale per raggiungere tutti i piani. Il mastio si presentava come la prora di una nave e probabilmente sulla scomparsa parete sud non vi erano accessi, ma solo finestre. Da quel punto poteva facilmente controllare la sottostante strada con un indubbio vantaggio strategico dovuto alla maggiore altezza.

Alle spalle del mastio in direzione nord il castello si apriva a ventaglio, con un angolo di circa 15°, con un cortile pianeggiante nel cui interno in successione si ergeva ad ovest la chiesa di San Dionigi, santo di origine franca attuale patrono di Parigi, e a est forse la chiesa di Sant'Ambrogio, i cui ruderi non permettono una chiara identificazione. La chiesa di San Dionigi aveva due accessi, uno, quello ovest principale, che si apriva all'esterno del castello ed un altro sulla parete sud che dava nel cortile. Questo fa supporre che la tale chiesa fosse la parrocchiale di un villaggio di legno, oramai scomparso, che sorgeva intorno e ai piedi della collina. La parte ovest era anche quella meglio difendibile. Sulla parete sud-est poco più a nord della presunta chiesa di Sant'Ambrogio, si apriva invece la porta carraia principale il cui ingresso era probabilmente accompagnato da una rampa di legno fissa o mobile, in considerazione del dislivello di parecchi metri che la separava dalla antica strada. Proseguendo verso nord si trovano ruderi di edifici non meglio identificati, forse magazzini o botteghe. La parte orientale si eleva quindi fino all'altezza di 455 metri. Il culmine del poggio è interamente occupato dalla poderosa rocca di nord-est. Essa è la parte più antica del castello, sicuramente di epoca romana faceva parte del sistema delle torri di segnalazione di cui era disseminato l'Impero. I Longobardi non fecero che ampliarla in seguito. Dalla parte più alta del poggio è possibile osservare tutta la porzione meridionale del lago di Lugano, operazione non fattibile dal mastio.

L'accesso alla rocca di nord est rimane difficoltoso per il dislivello e per la presenza di una fitta vegetazione che ne ostacola il cammino. La rocca, godendo di una virtuale imprendibilità e di un'ottima panoramica, fungeva da privilegiato punto di osservazione, tanto da essere ancora utilizzata anche nel corso della prima guerra mondiale, inserita nel contesto della Frontiera Nord, il sistema difensivo italiano verso la Svizzera impropriamente noto come "linea Cadorna", i cui manufatti sono diffusi in abbondanza sul territorio di Cuasso e della val Ceresio. La parte occidentale invece rimane al livello del mastio, con un ulteriore cortile protetto da mura da quale si accede poi a settentrione a Porta Nord, sicuramente munita di ponte levatoio. Tra il cortile nordoccidentale e la rocca di nord-est si sviluppavano una serie di terrazzamenti, in parte ancora presenti, sui cui pavimenti sorgevano probabilmente costruzione di legno ed anche di pietra.

Per la frammentarietà di fonti scritte la sua storia è ancora avvolta in gran parte dal mistero. Si ipotizza sia stato cruciale nello scontro tra guelfi e ghibellini nel XIII secolo quando fu probabilmente possedimendo della famiglia dei da Besozzo come caposaldo orientale dei loro possedimenti al confine con quelli dei Torriani. Al termine di tali conflitti, in cui trionfarono i Visconti, con la costituzione di un unico stato che poi sarebbe diventato il ducato di Milano, il castello perse progressivamente di importanza tanto da finire nella lista di un'ordinanza di Francesco Sforza in cui si ordinava di abbattere un determinato numero di fortificazione. In quel tempo tuttavia già versava in stato di abbandono tanto che tale ordinanza non fu portata a termine per mancanza di una funzione esercitata. Di certo dai pochi scavi e studi condotti in loco hanno appurato che si trattava di un castello posto sull'antica via che portava da Milano ai valichi alpini del San Bernardino e del San Gottardo. La sua edificazione al vertice di una gola in forte pendenza lo rendeva di fatto inespugnabile e chiave dell'intera viabilità dell'epoca romana e medievale. La sua prossimità al fiume Cavallizza, nelle cui vicinanze si trovavano miniere di argento, di piombo e, in misura molto minore, d'oro fanno supporre anche una sua importanza economico nel controllo delle risorse telluriche.

L'attuale castello risulta costruito in più tappe. La torre più antica di epoca gallo-romana venne ampliata in epoca longobarda secondo un'insolita pianta, i cui unici raffronti si possono trovare nel castello di Warkworth in Northumberland (Regno Unito) e nell'oramai scomparso castello di Trecate. Si sa per certo che l'attuale castello inglese sorge su un preesistente insediamento sassone ricalcandone la forma. Per tale motivo, è stata ipotizzata una edificazione da parte di maestranze sassoni. Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum narra di circa 20.000 sassoni discesi insieme ad Alboino nella primavera del 568. I Sassoni vantavano una comune ascendenza con i Longobardi, avendo risieduto entrambi nel I secolo nella zona estrema settentrionale della Germania romanizzata, lungo il corso del fiume Elba. Nel 734 una parte di ventimila arimanni, a causa di disaccordi con il potere centrale longobardo, si allontanarono dall'Italia. Il castello fu sicuramente un presidio militare della via che conduceva da Como al Gottardo in quanto, prima della costruzione del ponte di Melide la strada principale passava attraverso di esso. Fu parte poi del Contado del Seprio per essere poi abbandonato definitivamente verso il XIII secolo. Fu in seguito sede della parrocchiale di Cuasso fino a metà del XVI secolo per essere poi ridotto a cimitero nei secoli successivi. Ebbe nuovamente funzione di punto di osservazione e di stalla all'epoca della costruzione della Frontiera Nord.

Lo stesso toponimo Cuasso non deriverebbe da un generico Locus cuvaxi (luogo del covo) che non ha particolare senso in quanto la parola "covo" in latino viene resa semplicemente con covum. Esso molto più probabilmente potrebbe derivare da una crasi tra la parola latina covum (covo) e quella germanica, ma latinizzata, Sachsum-i (spada-Sassone), secondo una forma tarda di declinazione latina, ove al classico Saxo-onis è subentrata la forma radicale germanica Sachs-i; tale lemma è comunque attestato nell'alto tedesco antico. Secondo molti studi la lingua longobarda apparteneva non alla branca orientale delle lingue germaniche ma a quella occidentale, come il sassone. La disseminazione di componenti del proprio popolo sul territorio conquistato era una consuetudine tipicamente longobarda. Tale dispersione veniva attuata secondo i gruppi familiari, le fare. Venivano fondati nuovi villaggi o piazzeforti che ancor oggi sopravvivono nella toponomastica italiana come Fara Filiorum Petri, Vidigulfo (Vicus Lodulfi), Mendrisio (Locus Mandrici). Questo metodo però favorì anche la dissoluzione dell'elemento longobardo nel precedente substrato gallo-romano.

I castelli sono luoghi del mistero. Laddove la storia ha fatto tappa e le passioni sono state consumate in tutto il logo vigore, là si sono verificate immancabilmente vicende che hanno poco di ordinario. Storie di battaglie e potere, di assassinii e tradimenti, di morte e d’amore, alle volte cristallizzatesi nei racconti leggendari della tradizione orale. Nei boschi circostanti, tra i ruderi e la cascata della Cavallizza, si aggirerebbe dai tempi della prima crociata la diafana ombra di Carlo, figlio del Duca di Cuasso, ucciso a tradimento nel sonno per amore della bella Rosamaria.
Le storie di fantasmi sono solo una parte del mistero.
Di antichissima origine, il Castelasc fu una fortificazione di una certa importanza, quasi inespugnabile perché al vertice di una gola in forte pendenza. Inserita nel sistema difensivo di avvistamento e segnalazione del Ceresio, si trovava in una posizione strategica nel percorso che allora univa Ponte Tresa e le valli del Verbano con Como, nonché sull’antica via che portava da Milano ai valichi alpini del San Bernardino e del San Gottardo.
Ora è un imponente, tetro rudere quasi irriconoscibile, arroccato su un piccolo poggio di fronte ad una cava di porfido. Ciò che rimane in piedi è circondato da rovi, robinie e piante rampicanti. Un tempo lo si poteva scorgere da lontano, isolato su quell’altura tra l’erica e i cardi. Ora sembra scomparso dalla collina, nascosto agli occhi dei viandanti dalla vegetazione cresciuta col tempo e quindi cancellato dalla memoria degli uomini. Nell’abbandono è forse più percepibile il passare inesorabile del tempo.
A metà degli anni Settanta il professor Adelio Bianchi condusse una breve campagna di scavi e pubblicò i suoi studi in un volumetto oramai introvabile. Del castello si sapeva ben poco, qualche notiziola riportata dal Sormani e da Cesare Cantù, oramai datate e confinate in un ambito più letterario che propriamente storico, tipico degli interessi romantici dell’Ottocento. Il Bianchi non ebbe unicamente il merito di ricostruirne l’architettura, ma confrontando la pianta con quella di altri fortilizi ipotizzò l’intervento di maestranze e mastri muratori sassoni. Le geometrie del Castelasc di Cuasso sono infatti molto simili al castello di Warkworth di Nothumberland in Inghilterra, ricostruito nel 1440, ma impostato sullo schema originale, appunto di origine sassone.
Da allora é nato un certo interesse intorno al castello e al suo destino. Lo sosteneva negli anni Novanta il sindaco Marino Sturaro introducendo una riedizione dello studio del Bianchi. Lo confermavano cittadini di Cuasso quando si mobilitarono nel 2001 per chiedere al Municipio la pulizia del sito. Tra il 2002 e il 2006 comparvero le ricerche aggiornate di Roberto Corbella e Matteo Colaone, il primo in un volume dedicato ai fortilizi della provincia mentre il secondo sulla rivista edita dall’Associazione Culturale Terra Insubre.
Nel 2004 le associazioni Amici della Terra e Italia Nostra si attivarono per proporre un intervento di messa in sicurezza del sito, ma senza troppo successo. La motivazione era chiara: “Il Castello rappresenta una testimonianza irrinunciabile della storia del territorio varesino. Deve essere fatto ogni sforzo per conservarne l’integrità. È un valore non rinunciabile, è la radice originaria della più antica storia di una parte della nostra terra”.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/cuasso-al-monte.html




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martedì 23 giugno 2015

I DENTI DELLA VECCHIA



La Placca Adriatica è quasi sempre rimasta sommersa da un mare poco profondo. Ad un certo punto della storia della Terra, nel Giurassico (190 milioni d’anni fa), questa placca iniziò a ruotare in senso orario, spinta dalle grosse placche continentali che la circondavano. Nel movimento la Placca Adriatica andò a scontrarsi con la Placca Europea. Dopo alcuni milioni d’anni di relativa calma (dal punto di vista geologico), con l’inizio del Cretaceo (da 136 a 65 milioni d’anni fa) improvvisamente le placche continentali invertirono il loro movimento di allontanamento e la placca africana ed euroasiatica iniziarono ad avvicinarsi tra loro causando la lenta chiusura della Tetide e dando inizio alla formazione della catena di montagne piú nota al mondo: le Alpi. Le Alpi rappresentano la catena montuosa piú lunga d’Europa e si estendono per oltre 600 chilometri con cime che superano i 4’000 metri di altezza, il Monte Bianco con i suoi 4’848 metri è la montagna piú alta. Nasceva cosí il territorio che si sarebbe chiamato Cantone Ticino; i Denti della Vecchia sono ciò che rimane di una parte del continente africano quando avvenne il distacco tra l’Europa e l’Asia dall’Africa. Possiamo definire la Linea Insubrica come la cicatrice nata dallo scontro della Placca Africana con quella Europea. L’origine e il significato di questo lineamento è molto complesso ed è, ancora oggi, fonte di discussione e pareri contrastanti. La nascita della Linea Insubrica coincide, all’incirca, con l’inizio dell’orogenesi alpina e cioè a partire dal Cretaceo.
I Denti della Vecchia sono una delle formazioni orografiche piú particolari del Ticino, occupando buona parte della cresta che fa da confine con l’Italia tra la Val Colla e Valsolda. I loro bei torrioni di colore chiaro si alzano al cielo come canne d’organo visibili dal Luganese e danno un tocco alpino a tutta la regione. Esse sono un bastione occidentale della forte fascia di rocce della famiglia dei carbonati, ossia calcari e dolomie; sono composte in parte da calcite e dolomite e i Denti della Vecchia appartengono alla Dolomia Principale, l’unità carbonatica piú diffusa ed omogeneamente distribuita nelle Alpi Meridionali, ovvero nelle montagne che si trovano a sud della Linea Insubrica. Oggi si pensa che la Dolomia Principale sia nata in un mare di bassa profondità dove si potevano sviluppare grandi piani con distese di alghe, dove si raccoglievano i vari sedimenti trasportati dalla corrente. Questi sedimenti intrappolati dalle alghe venivano poi ricoperti da una sottile guaina di carbonato di calcio, mentre piccolissimi cristalli riempivano i diversi interstizi, serrandosi insieme durante lo sprofondamento, che ha trasformato il tutto nella bella roccia che oggi possiamo ammirare. La Dolomia Principale ci porta alle Dolomiti per il fatto che è dello stesso tipo ed età. Con i suoi appigli e i caratteristici camini è una roccia ideale per essere scalata e i Denti della Vecchia sono, infatti, un vero paradiso per gli scalatori con decine e decine di itinerari diversi e interessanti. I veri conoscitori di tutte le arrampicate possibili sono i componenti del Gruppo Scoiattoli dei Denti della Vecchia. Tipici di questa montagna sono i torrioni e le guglie: il Sasso Grande con i suoi 1491 metri è il punto piú alto; (il Sasso Palazzo 1483 metri è il secondo) le diverse rocce escono dalla fitta vegetazione che si trova sui fianchi risaltando ancora di piú. Ai piedi dei Denti della Vecchia si trova la capanna Pairolo; di proprietà della SAT Lugano; è situata in alta Val Colla tra i Denti della Vecchia e la Cima di Foiorina ed è il punto d’arrivo e di partenza per passeggiate in diverse direzioni: Val Colla, Sopraceneri, Italia e lago di Lugano.

Nei prati tra gli spuntoni calcarei, i frastagliati pinnacoli e le bizzarre guglie dei Denti della Vecchia (1’491 m) prospera una flora straordinaria. Fino a poco prima della seconda guerra mondiale nella regione esisteva una Primula viola, quasi nera, con fauce gialla, nota col nome dialettale di “Vedovella”. Pier Luigi Zanon, botanico del Museo Cantonale di Storia Naturale di Lugano, mi aveva scritto che questa primula è quasi certamente un ibrido tra l’Orecchietta d’orso (Primula auricola) di color giallo, conosciuta in dialetto col nome di “Fioo sassin”, e la Primula hirsuta dal colore rosa porpora, ambedue presenti sui Denti. La regione è ricca di Rose di Natale (Helleborus niger) che fioriscono d’inverno, proprio quando tutti gli altri fiori dormono, quasi a dimostrare che la natura è sempre viva, anche durante l’inclemente stagione. È pure presente il raro Rododendro irsuto o Rosa delle Alpi a foglie ciliate (Rhododendron hirsutum) caratterizzato da foglie verdi lucenti orlate di peli. Altre piante rare che crescono solo sulle rocce carbonatiche sono la Peverina di Carinzia sudalpina (Cerastium carinthiacum austroalpinum) e la piccola ed elegante Aquilegia di Einsele (Aquilegia einseleana), presenti solo sulla Cima dell’Oress, il Millefoglio di Clavena (Achillea clavenae) e la Pedicolare spiralata (Pedicularis gyroflexa), queste ultime due pure presenti sul Generoso. Dalla fine di aprile a metà maggio è in piena fioritura il Ranuncolo erba tora (Ranunculus thora), la pianta piú velenosa tra le terribili ranuncolacee. Dalle sue radici i Galli estraevano un liquido usato per avvelenare le punte delle loro frecce. Una vera preziosità dei “Denti” è però costituita dalla presenza, su un ripido pendio sassoso, di un raro endemita delle Prealpi lombarde, il Citiso insubrico (Cytisus emeriflorus), una piccola pianticella legnosa che fiorisce verso la fine di maggio. Dal Brè alla Foiorina, invece, abbonda il Ciclamino (Cyclamen purpurescens) che in particolari circostanze profuma l’aria di tutto il sottobosco. Mentre quasi tutte le piante fanno il possibile per disseminare lontano i propri semi, il Ciclamino fa esattamente il contrario: appena il fiore è fecondato attorciglia il gambo floreale a “molla d’orologio” e, come farebbe un giardiniere, si china sul terreno e deposita il seme vicino al suo bulbo. Lungo il vecchio sentiero, dove un tempo c’era pascolo, troviamo una delle stazioni piú belle della cespugliosa Genziana asclepiadea, con centinaia di fiori. Diffuso è pure l’elegante Ormino (Horminum pyrenaicum) dai grandi fiori viola, presente in Svizzera solo in questa regione. Raro è invece il delicato Garofano di bosco (Dianthus monspessulanus), rosa o bianco e profumato. Rarissima è la strisciante Clematide alpina (Clematis alpina) che in Ticino cresce solo in un remoto angolo dei Denti. Le piante descritte sono rare in Svizzera perché, durante l’ultima glaciazione, sono sopravvissute in questa regione calcarea tra i Denti della Vecchia e la cima dell’Oress, che emergevano dalle potenti fiumane di ghiaccio provenienti dal Ceneri e da Porlezza (Ghiacciaio dell’Adda). I Denti sono anche l’ambiente ideale per molti insetti e molluschi rari, che tra le rocce calcaree hanno trovato l’ambiente ideale per riprodursi.
Dato la strana forma dei monti sono derivate parecchie leggende.

La vecchia del lago è la protagonista di una antichissima leggenda d'amore e di fedeltà che si ricollega al periodo celtico.

Un giovane guerriero si innamora di una bellissima fanciulla quindicenne e venne organizzato il matrimonio. La roccia a poca distanza del lago era stata allestita ad altare e decorata con fiori alpestri e fronde. La sposa ornata di ricche vesti attese lo sposo per tutto il giorno e la notte ma il giovane non arrivò. Al mattino successivo arrivò un uomo sconvolto dicendo che il promesso sposo era stato trovato ucciso in un bosco. La giovane volle dargli sepoltura in fondo al lago e là rimase per tutta la vita a custodire il suo amore, in compagnia di un orso. Negli anni la giovane divenne una vecchia, considerata una maga a cui la gente del luogo chiedeva consigli per rimedi, sortilegi, medicamenti. Quando morì fu sepolta al fondo del lago e secondo le tradizioni celtiche, i due spiriti innamorati s'incontrarono e si fusero. Ancora oggi, nelle magiche notti di luna, c'è chi afferma che si scorge sorvolare la superficie del lago un fantasma dai lunghi e bianchi capelli.

Si narra di una giovane e bellissima ragazza e del suo promesso sposo che, improvvisamente, dovette partire per la guerra. La giovane lo attese per molti anni, fedele, fino a quando arrivò in paese un giovane di Torino, ricco e affascinante, che iniziò a fare la corte alla ragazza. Lei inizialmente resistette, poi venendo a mancare anche le informazioni del fidanzato dal fronte, cedette e si fidanzò con il giovane torinese. Nel frattempo, a Rosazza, giugevano le notizie della morte del giovane rosazzese. Il giorno delle nozze della giovane con il promesso sposo di Torino, in chiesa comparve un pesonaggio vestito da un mantello nero. Era il fidanzato tradito che interruppe il matrimonio e fece morire d'infarto la madre della ragazza. La ragazza stessa scappò dalla chiesa e, in preda al senso di colpa, vagò per le montagne. La trovarono morta presso le sponde del lago. Fu trasportata in pese e le fu data sepoltura ma la sua anima continua a vagare intorno alle sponde del lago e si ode il lugubre lamento che rimprovera tutte le infedeltà d'amore. 

Al tempo della dominazione romana, un re e la sua sposa furono presi in ostaggio e messi a servizio come schiavi. Un servo fedele e devoto ai sovrani li seguì e li riscattò, dando loro la libertà. Ma il re morì e la vedova, fatta costruire una cassa di quercia, cercò nella solitudine delle alpi biellesi un luogo adatto al riposo del suo signore. Scelse il lago montano e calò la cassa nelle acque. La donna rimase a vegliare l'amato, viveva in una grotta e si nutriva di erbe, frutti selvatici e latte di una capretta. Era bellissima ma la gente la fuggiva perché straniera; veniva considerata una masca. Un giorno, un fanciullo si ammalò gravemente e la donna del lago lo guarì con i filtri di erbe alpine. La gente iniziò ad idolatrare la donna del lago e ricorreva a lei per le cure. In cambio le portavano doni. La donna invecchiò e quando mori la piansero e la calarono in fondo al lago, accanto allo sposo tanto amato. Ancora oggi, nelle magiche notti di luna, c'è chi afferma di vedere un fantasma bianco, dal lunghi capelli che sorvola la superfice del lago. E' la vecchia, ombra amica che ama i mortali, salva i viandanti smarriti e protegge gli innamorati.

Un giorno, molto ma molto tempo fa, nel Luganese accadeva qualcosa di molto strano. In una certa zona situata nelle vicinanze dei Denti della Vecchia, si udivano le note melodiose di un organo che suonava; ma questo capitava raramente e siccome il posto non era abitato pochi lo avevano udito.
I suonatori ambulanti e i cantastorie portavano la musica in spalla: nelle vie della città rallegravano grandi e piccini, nelle aie dei contadini animavano le feste campagnole, accompagnando le danze con ariette popolari e accontentandosi di poche monete buttate dalla finestra. Uno di loro, un certo Spallucci di Como, era giunto a Lugano col suo organetto caricato sul carro trainato da due cavalli. Girava soprattutto nella zona di confine col Ticino perché in Italia la concorrenza era tanta. Spallucci oltre che suonatore era anche un cantastorie, uno di quelli che portavano le storie e le leggende di paesi lontani sulla bocca di tutti e che poi le tramandavano ai figli e cosí via. Lui aveva tante storie da raccontare e restò a lungo nel Luganese. Qui la gente non era abituata a quello svago e Spallucci rappresentava per loro una delle poche occasioni per riunire tutta la gente. Una sera accadde che un calzolaio di nome Nicola si avvicinò a Spallucci e gli confidò di avere udito, nei boschi sotto i Denti della Vecchia, una musica meravigliosa, ma che non sapeva dire quale strumento o chi la suonasse. Per Spallucci era una gioia inaspettata; ora aveva un’altra storia da raccontare, ma doveva saperne di piú. Nicola lo accompagnò nella zona in cui aveva udito la musica e ve lo lasciò solo col suo organo da viaggio. Spallucci si mise a suonarlo direttamente dal carro e il suono si levò verso la montagna. Continuò cosí per ore fino a quando la sua musica richiamò un’altra musica, proprio come aveva pensato. Ma quello che udí fu il suono piú celestiale, la musica piú bella che mai un musicista avrebbe potuto comporre. Le note sembravano uscire dalle nuvole e la melodia sembrava un canto di angeli. Non riusciva a capire da dove provenisse, ma davanti a lui si trovavano le guglie della montagna chiamata Denti della vecchia. Osservandola, Spallucci vide che le nuvole stavano tutt’intorno alla montagna, come se da sotto qualcosa le soffiasse via. Rimase sconvolto quando comprese che le guglie erano delle vere e proprie canne d’organo e che il suono usciva da quella montagna. Immerso nei pensieri cercò di tranquillizzarsi e di trovare una spiegazione logica; nel frattempo il suono cessò e lo Spallucci non lo udí mai piú. Ritornò centinaia di volte ancora e centinaia di volte suonò il suo organetto, ma della celestiale melodia non c’era piú traccia. Lui era un cantastorie e un suonatore e alla fine comprese che la montagna desiderava che lui portasse la sua musica alle genti di altri paesi. E cosí fece. Da allora tutto il mondo conosce la storia delle “canne d’organo” della montagna chiamata Denti della Vecchia, che si trova in Ticino e piú precisamente nel Luganese. Ma ciò che nessuno sapeva è che la montagna suonò ancora; quando lo Spallucci si recò per l’ultima volta sulla guglia piú grande della montagna. Stava morendo e voleva ascoltare ancora una volta il suono che l’avrebbe reso felice d’essere vissuto raccontando storie. E cosí fu.




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mercoledì 27 maggio 2015

IL MARE IN PIANURA

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Anticamente, fra Milano, Lodi e Cremona si stendeva un grande lago chiamato Gerundo :
di quelle acque restano solo pochi ricordi suggestivamente animati da varie leggende.

Questo succedeva oltre un milione di anni fa, quando Milano e la Lombardia intera non esistevano. Considerato che questo vasto golfo adriatico arrivava a lambire le zone dove oggi sorgono Mondovi, Saluzzo e Cuneo. Poi la crosta terrestre cominciò a sollevarsi e, contemporaneamente, il clima fresco e piovoso provocò l'aumento dell'azione erosiva dei fiumi che scendevano dagli Appennini.

Veniva chiamato ora lago ora mare, ma la parola mare va presa con cautela: nel nostro caso è una parola del basso latino mara che significa palude. Da questo mare poco profondo ma molto esteso (circa 35 Km da est a ovest e 50 Km da nord a sud) emergevano isole e isolette molto allungate. La più grande era l'isola Fulcheria su cui si sviluppò la città di Crema.

Lodi era città costiera affacciata alla sponda ovest del lago, Orzinuovi era costiera sulla sponda opposta (o meglio, tale sarebbe stata se fosse esistita ai tempi del lago). A nord il lago raggiungeva Vaprio, a sud Pizzighettone. Il lago doveva essere una distesa di acqua alimentata dagli straripamenti dei tre fiumi e dalle risorgive di provenienza sotterranea. La profondità variava dai dieci ai venti metri con punte sui venticinque. Nelle aree meno profonde erano frequenti le formazioni paludose; a Genivolta venne trovata un'ara, conservata oggi al museo di Cremona, dedicata alla dea italica Mefite, sovrana delle paludi.

Ancora in epoche relativamente recenti abbiamo notizia di grandi aree padane allagate in maniera permanente, tanto da diventare dei veri e propri laghi che i fiumi, non disciplinati da argini e canalizzazioni, alimentavano, soprattutto nei mesi primaverili e autunnali.

Nella parte orientale della Padania, il Po si diramava in sette braccia che penetravano in una regione sempre incerta tra le terre e le acque, selvaggia, abitata da gente tagliata fuori da ogni consorzio civile.
La regione era detta "Septem Marie", o Sette Mari, e di queste immense paludi restano oggi soltanto le Valli di Comacchio. C'era poi il lago Bondeno, a sud del Po, tra Ferrara e la Mirandola, tanto vasto e profondo che una leggenda locale lo considerava fundo carens, senza fondo, e direttamente collegato al Paese degli Antipodi. A nord del Po, fino a poco più di cent'anni fa, si stendevano le Grandi Valli Veronesi.

A sud, verso Bologna, la palude di Crevalcore sfiorava quella dei Sette Mari. Ma nessuno di questi specchi d'acqua, un poco lago e un poco palude, era ricco di acque e navigabile quanto i Gerundo. Come gli altri bacini di pianura, il Gerundo non è mai stato di una vastità costante.

Dipendeva dai fiumi che lo alimentavano, l'Adda, l'Oglio e il Serio (con qualche apporto forse anche dal Lambro), e perciò dall'andamento climatico; e dipendeva da gli uomini che abitavano la Padania. I coloni del periodo romano sicuramente ne prosciugarono grandi tratti bonificando i terreni per coltivarli.

Alcune strade consolari lo attraversarono, a dimostrazione che in talune epoche il Gerundo non era un'unica superficie lacustre, ma un insieme di bacini. L'epoca della sua massima espansione fu sicuramente quella che coincide con la caduta dell'impero romano e le successive invasioni barbariche, quando l'Italia tornò in gran parte preda delle foreste e delle paludi, e così fino all'Xl secolo, quando l'uomo della pianura cominciò a riconquistare il territorio partendo soprattutto dai monasteri benedettini, centri di lavoro e di studio, oltre che di preghiera.

Nell'Alto Medioevo, quando il Gerundo era un'unica gigantesca superficie con al centro l'Insula Fulcheria", i suoi confini dovevano sfiorare (partendo da nord) i luoghi dove sorgono attualmente i paesi di Vaprio, Cassano, Lodi, Cavena, Cavacurta, Pizzighettone, Grumello (risalendo verso nord), Cortemadama, Madignano, Offanengo, Vidolasco, Castelgabbiano, Caravaggio (verso ovest), Treviglio, Brembate.

I confini dell'isola Fulcheria, nel bel mezzo del Gerundo, erano grosso modo delineati dagli attuali centri abitati di Azzano, Palazzo Pignano, Casaletto, Montodine, Formigara, San Bassano, Ripalta Arpina, Crema, Ombriano, Trescore.

Un'epoca remotissima che risale al periodo postglaciale dell'Olocene, quando le alluvioni corrosero il materiale facilmente asportabile depositato in precedenza, creando così un ampio bacino, con l'eccezione dell'allungato conoide dell'isola Fulcheria e di altre isole più piccole.

Un'epoca remota, quando i fiumi della zona riunirono le loro acque formando la distesa lacustre sulle cui sponde cominciarono a insediarsi i primi nuclei di uomini; siamo nell'epoca in cui la gente del neolitico conquista la pianura.

Un'epoca di mezzo, caratterizzata dalle progressive bonifiche dell'uomo, con successivi abbandoni e altri recuperi del territorio; i fiumi vengono adagio disciplinati, vengono costruiti fossi scolmatori e canali, gli acquitrini prosciugati e i terreni asciutti messi a coltura; dove il lago era più profondo restano banchi di ghiaia e di sabbia; restano anche, fino a pochi anni fa, piccole chiazze di palude vera e propria, dette Mosi.

Il Gerundo non doveva essere molto profondo, perché era pur sempre un lago "di pianura", e non di origine tettonica e neppure glaciale: gli unici esempi ancora visibili sono i laghi di Mantova, tre laghi acquitrinosi che costituivano fino a pochi anni fa un interessante biotipo padano: oggi restano poche tracce di flora palustre, con carici, felci idrofile, scirpo, potamogeti, ninfee e castagne d'acqua.

Infine un'epoca moderna, che è la nostra, durante la quale ogni traccia del lago è sparita, almeno per un osservatore non specialista e non attento: il paesaggio è quello padano classico, con campi coltivati organizzati in una rete di canali di scolo che impediscono ogni ristagno delle acque; con l'eccezione delle zone dove l'acqua sgorga dal suolo dalle cosiddette risorgive.
Sulla sua esistenza abbiamo prove geologiche, archeologiche, documentali. L'esplorazione del territorio del Gerundo, e cioè la provincia di Bergamo nella parte meridionale, la provincia di Cremona nella parte superiore, oltre al Lodigiano e a tutto il Cremasco, muovendosi tra musei, chiese, ruderi, cave di ghiaia, remoti angoli di campagna dove il terreno è "inspiegabilmente" fatto come la sponda di un lago, consente un viaggio dentro una storia che i libri ignorano.

Una storia che sul posto però non è stata dimenticata. Ad esempio a Lodi e a Crema possiamo trovare strade dedicate alla leggenda: Via Lago Gerundo, Vicolo Gerundo. La parola "gera", o "ghera", che significa ghiaia e dà il nome al lago Gerundo (lago Ghiaioso potremmo tradurre oggi), ricorre spesso proprio al centro dell'area ex lacustre, nella zona detta Gera d'Adda, con i toponimi Brignano Gera d'Adda, Fara Gera d'Adda, Misano di Gera d'Adda, solo per citarne alcuni.

A dimostrazione che il mare Gerundo era navigabile, percorso da barche di pescatori e da piccole (ma non tanto) navi mercantili e da battaglia, esistevano fino a pochi decenni fa gli anelli e i ganci utilizzati per l'ormeggio, come scrive Ambrogio Curti nel suo
"Tradizioni e leggende di Lombardia" (1856): «Delle origini del lago Gerondo, che l'arte degli uomini e il tempo vennero affatto disseccando, sì che più non ne rimangono adesso altre vestigia che nei grossi anelli ed lavori sul gerundoarpioni che in più di un luogo si trovano; onde da tutti si congettura con giustezza che servissero ad affrancare navigli, che per quella vastità di acque correvano a commerci, alla pesca, ed alle comunicazioni coi limitrofi paesi...».

Uno di questi grossi anelli da ormeggio era infisso alla base dell'antichissima torre Poccalodi, che modificata divenne la cappella di San Bernardino nella chiesa di San Francesco a Lodi. Il porto di Lodi sul Gerundo era in località Monte Eghezzone, dove sorgeva la chiesa di San Nicolò. Altre torri adibite un tempo a porti fortificati si trovano anche a Pandino, Truccazzano e Soncino.
Qui è più viva che altrove una tradizione popolare fatta di fiabe, leggende e aneddoti legati all'epoca in cui le onde del mare Gerundo lambivano il paese. La più nota delle leggende attribuisce la responsabilità del prosciugamento del Gerundo al Barbarossa. Sparita l'acqua, i pesci morirono e con loro molti uomini a causa di una conseguente pestilenza. Sopravvisse soltanto una donna, una certa Soresina che se ne andò a fondare un paese non lontano da Soncino, paese che porta ancora il suo nome.

Proprio a Soncino un'altra leggenda vuole che sia nato il drago Tarantasio, o Tarànto, il più famoso degli abitatori del mare Gerundo, seminatore di terrore e di lutti.

Il nome gli derivava dal fatto che, benché rettile, aveva gambe numerose e lunghe, come quelle della tarantola. Lo storico Francesco Castiglioni, nella sua opera "Antichità di Milano", riporta un testo conservato presso l'archivio dei monaci Olivetani: «Nell'anno 1300 dalla natività di Cristo Signor nostro, Bravi intorno alla città di Lodi un certo lago, che per la ingente larghezza e per la grandissima inondazione dell'acqua che vi era fluita, appellavisi mare Gerondo.

Su questo medesimo lago apparve prodigiosamente un velenoso e mostruoso serpente, che col solo alito pestifero infestava tutta la città; per cui molti dal pessimo puzzo ammorbati, morivano.

«Contagio e infermità facendosi di' giorno in giorno maggiori e scemandosi assai il numero degli abitanti, e la città dalla furia dell'acqua essendo invasa, grandemente i cittadini se ne accoravano, e tanto più l'affluizione s'aumentava, quanto meno fosse sperabile rinvenire rimedio che valesse a guarire gli infetti, o a prosciugare l'acqua, o ad estinguere l'animale stesso. «Epperò stando tutti gravemente ín angustia, si rivolsero alla Divina Maestà, colla ferma speranza ch'essa nessuno respinga che con puro cuore le si raccomandi.

Ma perché più facilmente ciò che tanto bramavano avessero a conseguire, il Reverendissimo Bernardino Tolentino, allora vescovo della città, convocato il clero e tutto il popolo, tenne loro pietoso sermone in cui efficacemente pregavali perché con tutto il calore del cuore e con tutta la pietà levassero preghiere a Dio, onde sì degnasse liberare questo suo popolo da quella pestifera strage.

Il medesimo Reverendissimo Vescovo sancì che si facessero per tre giorni continui solenni processioni e si stabilisse un voto: che se Dio operasse che, preso da compassione di quella mortalità, gli avesse a campare da quella velenosa fiera, erigerebbero un tempio in onore della santissima Trinità e del glorioso martire Cristoforo. Né fu certamente quella una vana speranza, perché compite le processioni, e dato il voto, in quello stesso giorno, che fu il primo di gennaio, si ottennero due memorabilissimi miracoli, che morisse cioè l'infestissimo drago e si prosciugasse quell'immenso lago. Laonde i pii cittadini, di questo beneficio immensamente riconoscenti, edificarono un magnifico tempio, come avevano promesso col voto, il quale tempio fu poi più augustamente riedificato dai Reverendi Padri della Congregazione Olivetana nell'anno 1563».

In ogni leggenda di origine popolare c'è sempre del vero. Se poi preferiamo credere nell'esistenza dei draghi, non mancano gli indizi per accettare e accertare la loro presenza nel Gerundo.

Cominciando dall'inizio, dalla nascita del Tarantasio proprio a Soncino. "Padre" della leggendaria bestia sarebbe nientemeno che Ezzelino da Romano, vicario imperiale e genero di Federico III, signore di un territorio che comprendeva gran parte del Veneto e Brescia. Un condottiero tanto feroce che papa Innocenzo IV lo scomunicò e bandì una crociata contro di lui nel 1254, affidandone il comando ad Azzo VII d'Este. A Cassano d'Adda, nel 1259, Ezzelino fu sconfitto e mortalmente ferito. Secondo la tradizione sarebbe stato sepolto proprio a Soncino.

Un arciprete, vissuto in quel paese nel secolo scorso, testimonia di aver trovato sotto la chiesa un sepolcro contenente lo scheletro di un uomo gigantesco, qual era Ezzelino secondo quanto riportato dai contemporanei. Proprio in quel sepolcro, riferisce la credenza popolare, era nato il drago Tarantasio, come una specie di reincarnazione malefica del crudele signore. Tracce di carattere più "scientifico" erano, e sono, custodite in alcune chiese del territorio, sotto forma di ossa gigantesche rinvenute in quelli che un tempo erano i fondali del Gerundo.

Secondo Luciano Zeppegno, grande cronista delle curiosità e delle stranezze sparpagliate nelle nostre contrade, nella chiesa di Sant'Andrea di Lodi era custodito addirittura uno scheletro completo di Tarantasio. Un osso gigantesco, e precisamente una costola di drago del Gerundo, è ancora oggi visibile appesa al soffitto della sacrestia della chiesa di San Bassiano, a Pizzighettone. La costola, probabilmente, appartiene a una balena fossile o a un elefante.

Scheletri di balene sono stati spesso rinvenuti sulle Prealpi e, soprattutto, sull'Appennino che si affacci sulla Pianura Padana. Più interessanti, dal punto di vista storico, altri ritrovamenti che dimostrano l'esistenza dell'enorme specchio d'acqua detto mare Gerundo. Ci riferiamo alle numerose piroghe rinvenute nei fiumi che interessano il territorio. Uno degli esemplari più belli e meglio conservati è visibile nel cortile del Museo di Crema, restaurato con sostanze speciali che ne hanno arrestato il processo di dissoluzione.

Le piroghe del Gerundo sono monossiliche, cioè ricavate da un unico tronco (immaginiamo quanto dovevano essere enormi le querce roveri delle foreste lambite dal Gerundo) e di grandezza variabile a seconda dell'impiego: per la pesca, il commercio o la guerra. La grandezza e la forma delle piroghe dimostra che erano impiegate in acque paludose o lacustri, essendo inadatte alla navigazione fluviale.

Si tratta di imbarcazioni costruite nell'Alto Medioevo con tecniche che risalgono al neolitico. In epoche più recenti, il Gerundo è stato attraversato da vere e proprie navi, le medesime che percorrevano i fiumi e i laghi di tutta l'Europa, fino a raggiungere il mare aperto. Cocche, burchi, bucintori e galee che parteciparono anche a battaglie navali, qui come nella parte più orientale della Padania, dove le flotte fluviali di Venezia e di Ferrara si scontrarono spesso in furibonde battaglie combattute da marinai d'acqua dolce non meno esperti navigatori di quelli delle acque salate.

Del lago Gerundo sono rimasti ricordi e leggende dove storia e fantasia sono difficili da separare. Anche il Gerundo ebbe il suo drago, come il suo fratello scozzese di Loch Ness: il drago Tarànto, che terrorizzo le campagne tra Lodi e Crema. Si diceva venisse dalle viscere della terra di Soncino dove era stato sepolto Ezzelino da Romano, feroce tiranno di parte ghibellina. Ezzelino rimase a lungo nella fantasia della gente. Era un gigante e sulla torre di Soncino si conservarono a lungo, dice la leggenda, due ferri murati che indicavano la sua statura sia a piedi che a cavallo. Della sua sepoltura si è persa traccia , ma in compenso ha lavorato la fantasia. Si tramanda perfino l'epigrafe latina che sarebbe stata incisa sulla sua tomba: Terre Suncini / Tumulus canis est Ecelinis quem lacerant manes / tartareique canes che tradotta liberamente suona: Qui in terra di Soncino / giace il cane Ezzelino. Le sue spoglie mortali / son date in pasto ai cerberi infernali. Il drago, continua la leggenda, fu ucciso da San Cristoforo che liberò le popolazioni dall'incubo. Secondo un'altra versione ad uccidere il drago fu Federico Barbarossa. In entrambi le varianti della leggenda, all"uccisione del mostro seguirono il ritiro delle acque, la scomparsa del lago, i recupero di immense buone terre da coltivare.




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lunedì 11 maggio 2015

IL CARNEVALE DI BAGOLINO



Il carnevale di Bagolino per il suo folklore tipico, conservatosi tale in virtù della posizione isolata del paese, ha acquisito notorietà crescente, attirando anche l’attenzione di studiosi di etnologia. La festa si articola in due manifestazioni distinte, animate rispettivamente dalle eleganti figure dei Balarì (ballerini e suonatori) e dalle figure grottesche dei Maschér (maschere).

Il Carnevale di Bagolino è un fenomeno unico in Italia e con pochi equivalenti in tutta Europa. La tradizione, di origine antichissima, è profondamente radicata nella gente di Bagolino e della frazione di Ponte Caffaro, che la vive tuttora intensamente.

Seguendo antiche ed immutate tradizioni il Carnevale si snoda lungo le strade del paese nella suggestiva cornice di vecchie case e “pièstròi” (viottoli) che a Bagolino conservano ancora intatto il loro fascino. Il Carnevale supera le apparenze, supera l’antagonismo tra fede e spettacolo, l’erotico - allusivo celebrato in paese chiama in causa il bagosso in prima persona. E come dice il Seccamani quei comportamenti o sentimenti opposti, il bagosso li fa suoi, li custodisce e li alimenta poiché provato da millenarie tribolazioni: “ha radicata nella coscienza la storicizzata necessità di superare gli eventi, di velare traumaturgicamente le avversità del vivere, e particolarmente del vivere in terra rigogliosa ma anche isolata”.
Ecco allora che il Carnevale pagano, sentito e vissuto come: “simbolo delle forze del rigenerarsi misterioso e irrazionale dell’esistenza o simbolo della lussureggiante propulsiva stagione della giovinezza”. si fonde e coabita nello spirito bagosso, in perfetta simbiosi con la Fede salda, profonda, pregna delle secolari sofferenze; è l’accettazione, in definitiva, di vivere il quotidiano cristianamente. La festa che il Carnevale ripropone ogni anno è motivo di richiamo oltre che per i bagossi emigrati anche per i turisti. Il carnevale viene sentito dai bagolinesi come loro manifestazione personale a ricordo di secolari tradizioni.
Dell’usanza carnevalesca restano alcuni stralci di documenti comunali del sedicesimo secolo. In uno, che risale al 1518, si legge che il Comune di Bagolino aveva dato disposizioni perché la Compagnia di Laveno, venuta in paese per rallegrare il carnevale, fosse ricompensata con un formaggio. Bisogna tenere presente che era allora abitudine quella di scambiarsi, tra paesi, vicendevoli inviti in occasione di feste.
dagli atti di una visita pastorale avvenuta nel 1694, risulta che il Vescovo Giorgio Sigismondo Sinnersberg riprendeva alcuni preti che “ne tempi carnevaleschi si siano avanzati anche di andar vagabondando mascherati”.
Il Buccio, conterraneo del diciannovesimo secolo, ricorda che ai suoi tempi il Carnevale era festeggiato con grande allegria e che venivano eletti dei “Direttori” con il compito di vigilare perché non succedessero disordini. A questa festa, aggiunge il Buccio: “… erano reciproci gli inviti… tra le Comunità di Storo e di Condino… anche con scambievoli banchetti venivano a coltivare la società, l’amore, la corrispondenza…”.
Don L. Zenucchini, curato di Bagolino, così scriveva nel 1929 ai Missionari Salesiani di Ivrea “… Il Carnevale di Bagolino è caratteristico e, quantunque non approvato dall’autorità ecclesiastica, per ragioni ovvie, tuttavia, per l’antichissima tradizione… continua ancora, in via generale, non si fa del male… vanno in maschera persino vecchi di settant’anni…”.

 
I ballerini e i Suonatori si esibiscono solo il lunedì e il martedì ultimi di carnevale.
Il Ballerino si fa notare per il suo fantasioso cappello. Il copricapo di feltro, a cupola bassa, è ricoperto da metri di nastro rosso che cuciti e ripiegati in modo del tutto particolare noto alle donne del paese, formano arricciandosi delle increspature che donano al cappello il suo singolare aspetto. Ogni cappello viene vestito secondo la consuetudine: cucendo al nastro rosso gli ori di famiglia e degli amici. Alcuni vecchi cappelli erano ornati con sonaglietti, specchietti e “méérine”, specie di coralli dorati o argentati che cuciti insieme formavano delle esse o dei cuori. A sinistra del copricapo, un grande fiocco variopinto alla “bersagliera”, formato da tantissimi nastri colorati. Il costume indossato dai ballerini è il comune abito scuro che i locali portavano durante l’anno e che in occasione del Carnevale viene decorato con abilità. I calzoni, al ginocchio, hanno ricami laterali fatti con fettucce colorate. la giacca è ornata da serpentine o passamanerie cucite in modo da formare diversi ricami. sul braccio sinistro spicca un nastro o una coccarda.
Alle spalle sono appuntate delle grandi spalline di cotone bianco con alamari; questo ornamento è introdotto solo dopo il 1915 perché prima le spalline erano più semplici ed il ricamo era formato da una spighetta. Una larga fascia in seta, velluto o pizzo, portata a mò di tracolla, dalla spalla destra al fianco sinistro, termina con delle nappe policrome, coccarde o fiocco. Le mani sono coperte da guanti bianchi. Le calze bianche lavorate a mano, con sottocalze rosse, sono fermate al polpaccio con le “sènte” (passamaneria locale tessuta al telaio) che terminano ai bordi con delle “mèsoline” variopinte (nappe) in numero di tre+tre, le scarpe sono nere. Un grande scialle con frange fissato al di sotto delle spalline e annodato alla gola, ricadendo lungo la schiena, completa l’abito. Il volto dei ballerini è nascosto da una maschera in tela color avorio, priva di espressione. Per evitare che la tela venga impregnata di sudore, si unge l’interno con cera fusa. La maschera è tenuta a posto da un foulard che ricopre testa e collo.

A Bagolino le “Compagnie” dei Ballerini erano quattro e contavano nell’insieme circa 150 uomini. Ogni gruppo cercava di essere il più numeroso possibile e le “Compagnie”, per non disturbarsi a vicenda, ballavano in strade diverse. I Ballerini potevano passare da una “Compagnia” all’altra; Le suonate erano le stesse per tutti. Ora le “compagnie” dei Ballerini sono due, una nel capoluogo e una a Ponte Caffaro. Sotto la guida di uno o due “Capi Ballerini” eseguono di volta in volta le “ballate scelte”. Il “capo” richiama all’ordine i ballerini suonando la cornetta d’ottone che porta appesa al collo, annuncia i titoli delle ballate e guida la compagnia scandendo ordini a voce alta, fra un passaggio e l’altro delle danze.
E’ convinzione presso alcuni anziani che i tipici ordini rivolti al femminile scanditi durante i balli “en crus” (scambio incrociato di ballerini). “co lè so balalè” (ballare con la propria “donna”), “en crus e balalè” starebbero a significare una precedente partecipazione femminile alle danze.

Anche se i danzatori sono tutti uomini con il volto coperto da maschere uguali, per distinguere nella danza il ruolo degli uomini, “om” o “capo”, dalle donne “fomle” o “figura”, le maschere femminili portano due macchie rosse dette “pomeì” dipinte sugli zigomi. Quando è l’ora dei balli il “Capo”, dividendo gli “om” e le “fomle”, dà inizio alle danze.
I Ballerini cominciano le loro ballate lungo le strade del paese fermandosi in luoghi stabiliti. Una volta era consuetudine fare tre suonate sotto le finestre della fidanzata o degli amici. I Ballerini danzano muovendo le mani in modo personalissimo e scherzoso che i bagolinesi chiamano “segnacole”; ciò è in contrasto con i movimenti e la raffinatezza dei balli che rievocano le danze di corte in voga nei secoli scorsi. I Suonatori che accompagnano i Ballerini sono sei e suonano due chitarre, due violini, un mandolino (introdotto di recente) e un contrabbasso chiamato per scherzo “vèdèl” (vitello). In genere, indossano il costume locale; la testa è coperta da un “vecchio” cappello con un solo nastro avvolto intorno alla cupola.

Le musiche che accompagnano i Ballerini nelle danze, vengono eseguite in pubblico esclusivamente durante il lunedì e il martedì ultimi di Carnevale. Il violino è quello che detta la melodia conduttrice di tutti i motivi. Il singolare “neniare” degli strumenti porta ad assaporare, in un’alternanza strumentale caratteristica, belle suonate che sono accompagnate dalla tradizionale arte interpretativa, unica nel suo genere, di solito a tre voci: una bassa e due alte. Il suono si ottiene per lo più “pizzicando” le prime due corde mi-la, meno la terza, mai la quarta.

L’Ariosa è composta dai seguenti balli:

Bal Frances
Bas de Tac
Biondina
Busulu
Francischète
Meschèrine
Molètà
Monichèlè
Pas en amur
Roze e Fiori
Saltè ‘n barchè
Sefolòt
Tonine
Bal dei Pògn
Bal de l’Urs
Chedine – Oibò
Partensè Emanuèl
Segnù

Si ipotizza che il repertorio musicale abbia radici nell’Europa continentale, e più precisamente dai paesi a noi più vicini. Le congetture portano a pensare che il Carnevale “signorile” del paese, quello dei ballerini per intenderci, avrebbe ereditato la pratica strumentale dai musicanti del Tirolo. La compostezza con cui vengono eseguiti i balli, in contrasto con l’evidenza erotica che permea alcuni passi delle danze e l’antico rito del Carnevale popolare che si anima intorno ai ballerini mimerebbe, in forma paradossale, antiche danze di corte, rivisitate ed esternate in maniera propria dai bagolinesi. E questa dovrebbe essere la particolarità saliente che rende speciali ed unici i balli bagossi che comunemente danzati, sarebbero passati del tutto inosservati e non avrebbero perciò potuto resistere agli anni e invece costituiscono, ancora oggi, il punto centrale del Carnevale bagosso.

La tradizione vuole che il Carnevale offerto dai “Maschèr”, schietta manifestazione di cultura contadine, renda anche testimonianza di un triste passato di quando i paesani, favoriti dalla maschera, potevano schernire i loro nemici e soprattutto rivalersi sui Conti di Lodrone, poiché era un’impresa difficile scoprire gli autori dei gesti. Allo scopo di ben camuffarsi, il “Maschèr” non si limita solo al travestimento ma coinvolge l’intera persona dal passo, dall’andatura oscillante e strisciata, alla voce in falsetto, al portamento. I “Maschèr”, a differenza dei Ballerini, possono comparire per le strade anche dopo l’Epifania, nei lunedì e giovedì precedenti il Carnevale. Mentre i ballerini durante i due giorni di Carnevale rallegrano con la loro “aristocratica” esibizione, le strade del paese sono invase da decine e decine di persone mascherate alla foggia bagossa. Anche i costumi indossati da queste Maschere sono dei padri ma, a differenza di quelli dei Ballerini, non portano particolari “guarnizioni”.

Il costume maschile chiamato “ceviòl” è costituito dall’abito in fustagno pesante, per lo più di colore nero o marrone  portato dagli avi.
E’ composto da:
calzoni al ginocchio con patta quadrata a due bottoni;
camicia bianca senza colletto;
crozèt, corto gilè aperto sul davanti;
calze bianche o ghette dello stesso tessuto del vestito, allacciate lateralmente da una fila di bottoni ricoperti.
Ai piedi troviamo gli “sgalbèr” specie di scarponi locali, in cuoi rigido e legno. In occasione del Carnevale, vengono chiodati tanto da produrre, durante la camminata, un caratteristico suono che costituisce il rumore di fondo del carnevale, che viene evidenziato dalle frequenti “strisciate” sulla strada.
Il viso è coperto da una maschera, la testa da un cappello o da un fazzoletto.

Il costume femminile “guèrnèl” è formato da una gonna lunga in tela grossa scura e grezza a righe che, come la “gèdé”, (grembiule) veniva tessuta a mano sul telaio. L’abbigliamento è completato da un corto corpetto con o senza maniche, da una camicia bianca, da mutandoni lunghi, da un grande fazzoletto - scialle con motivi floreali. Lo “scialle” può coprire la testa o essere portato sulle spalle incrociato e fissato alle estremità sul davanti, al di sotto della “gèdé”. Ai piedi delle donne troviamo i “sopèi” (zoccoli con suola di legno) e delle calze che sono di colore bianco per le nubili, rosse per le sposate e viola per la anziane.

I “maschèr” quando si aggirano per le strade, portano varie cose che venivano usate dagli antichi nella vita quotidiana: arcolai, forche, “èrchècc” (trappole per uccelli), rastrelli, bastoni, “chèègnòi” (cestelli per vimini), campanacci “ciochè dèlè ache”; alcune maschere appoggiano sulla testa una specie di sacco chiamato “bèstèrèl” ed una cesta dove “dorme” un bambolotto. In genere le maschere passeggiano suddivise in gruppi facendo, talvolta, rivolti agli spettatori, gesti allusivi a carattere sessuale o, munite di “bocài” esasperano per burla gli atti corporali. Una vecchia usanza vuole che quando si vedono i “maschèr”, si debba gridargli “cuè-cuè”, parole che tacerebbero i “maschèr” come ubriaconi. Le maschere battendo gli “sgalbèr” sulla strada, rincorrono con aria aggressiva gli insolenti urlatori. secondo la tradizione il “mascher” che si sente apostrofare, può fare scherzi come prendere qualcuno in braccio e “buttarlo” nelle fontane piene d’acqua.
Sebbene tale uso ora sia un po’ inconsueto, negli anni scorsi questo era lo scherzo carnevalesco preferito dai bambini: costituiva un divertimento da non perdere. In occasione diversa dal carnevale, sino a pochi decenni fa, i “maschèr” facevano la loro apparizione anche in autunno. I giovanotti del paese usavano mascherarsi in quel periodo poiché era abitudine che tante ragazze andassero “a sèstè” (a ceste), cioè ad aiutare i contadini nei lavori di concimazione dei campi. A sera, per antica tradizione, i giovani si mascheravano e allegramente, anche a costo di tanta strada, si portavano in quelle cascine dove c’erano ragazze da corteggiare. Era un’occasione per scambiare quattro chiacchiere, fare approcci scherzosi e mangiare anche due castagne in padella, in attesa del Carnevale.

Dalle testimonianze raccolte è certo che esisteva una speciale Compagnia locale, detta “gli Zuavi”.
Gli Zuavi, scomparsi negli anni successivi alle grande Guerra, eseguivano le stesse danze dei Ballerini indossando un costume diverso. La figura maschile portava una maschera bianca o bianca e rossa con i baffi. I pantaloni larghi e lunghi fino al ginocchio, erano formati da strisce colorate: “Erano come l’Arlecchino”, ricordano i vecchi del paese. La casacca aveva un grande collo a punta e la tracolla era annodata ai fianchi. La figura femminile si copriva il volto con una maschera bianca mentre il costume, bianco e tessuto a mano, era formato da una gonnellina e da una camicia che terminava con un’arricciatura ai polsi.
Le calze per maschi e femmine erano bicolori. Ci sono discordanze sul cappello che taluni descrivono di colore beige, con fiori e piccoli nastri appuntati qua e là e con a lato una fascia multicolore formata da tanti nastri: “piccoli, non come quelli dei ballerini” precisa un intervistato, mentre altri lo ricordano solo attraversato dalla fascia multicolore. Si presume che la compagnia degli Zuavi sia scomparsa per due motivi: il primo economico, vista la povertà dei tempi ed il dispendio di denaro per preparare un costume che, data la sua foggia, non permetteva di essere sfruttato durante l’anno come invece succedeva al costume dei ballerini. Il secondo motivo è da ricercarsi nella fantasiosità dell’attuale copricapo dei ballerini, che “avviliva” il costume zuavo. Forse qualche vecchia cassapanca conserva, nascosto, un esemplare di costume zuavo, sì da poter ricostruire, in rispetto della tradizione, una nuova compagnia.

Altra figura che forse meriterebbe di essere rispolverata è quella del Paiasso. Le testimonianze concordano nel presentare questo personaggio vestito a “casaccio”: poteva avere delle pezze colorate qua e là sul vestito. Il suo ruolo non era da poco, aiutava il capo ballerino a mantenere l’ordine, teneva lontana la gente che si accalcava troppo vicina ai ballerini. Il Paiasso aveva anche il compito di portare il vino ai ballerini. Girava armato di gerle colme dell’alcolica bevanda per ritemprare i “bisognosi”.





venerdì 8 maggio 2015

LE PIRAMIDI DI ZONE



Situate sull'altipiano di Cislano, nel territorio del comune di Zone, ad un'altitudine di 600 metri, le piramidi di Zone sono uno degli spettacoli naturali più singolari della conca sebina e costituiscono un importante documento dell'evoluzione geologica dell'epoca glaciale e post-glaciale alpina.
La Riserva Naturale delle Piramidi di Zone, istituita nel 1984 dalla Regione Lombardia; si trova sulla sponda orientale del lago d'Iseo (detto anche Sebino), in provincia di Brescia, nella valle del Bagnadona a ridosso delle pendici nord occidentali del monte Pura.

La riserva naturale Piramidi di Zone conosciuta come camini delle fate o Piramidi di terra, è il singolare risultato della forza erosiva dell'acqua.

L'azione fisica delle acque dilavanti e il potere corrosivo dell'acido carbonico, prodotto dalla reazione chimica dell'anidride carbonica contenuta nelle acque meteoriche a contatto col detrito morenico (deposito tipicamente glaciale), dà seguito a processi erosivi da cui prende il via la formazione delle Piramidi di terra.

Durante la glaciazione del Riss (circa 150 000 anni fa), da una lingua laterale dell'imponente ghiacciaio camuno, dilatatosi dal bacino ora occupato dal Lago d'Iseo, venne deposto un vasto deposito morenico che ostruì la testata della valle impedendo il normale deflusso dei torrenti. I continui detriti trasportati dai torrenti formarono l'Altipiano di Zone Cislago. La diga morenica venne erosa dall'acqua piovana e dai ruscelli che scendevano veloci dalla montagna formando nel terreno canali sempre più profondi e larghi che hanno dato inizio alla formazione delle Piramidi di terra e sassi. La costante erosione dei lati delle stesse le ha modellate nel tempo a forma di colonne di argilla sempre più strette e alte. Sulla sommità delle colonne sono rimasti dei grossi sassi che, insieme al formarsi di uno strato costituito da materiale fine (prevalentemente limo) intorno alle colonne stesse, le ha protette dall'erosione e ne ha impedito il crollo dando origine allo spettacolare fenomeno delle Piramidi.

Le Piramidi di Zone offrono uno scenario particolarmente spettacolare non solo per le diverse forme e le imponenti dimensioni (la più imponente presenta un'altezza di circa 30 metri, un diametro alla base di 8 metri ed è protetta alla sommità da un masso di quattro metri di diametro), ma anche per il contrasto dei colori dato dal violaceo delle piramidi e delle quinte da cui emergono, dal verde intenso della fitta boscaglia e da quello più brillante del pianoro sovrastante oltre che dalle chiare cime calcaree che coronano lo sfondo. In autunno questi colori virano acquistando toni più svariati e caldi e rendendo lo spettacolo ancora più affascinante. Il continuo processo di erosione produce continui cambiamenti nelle Piramidi di Zone, cambiamenti osservabili anche a distanza di poche decine di anni, infatti ancora oggi nuovi esemplari vengono a crearsi e altri si distruggono lasciando in alcune zone solchi molti profondi simili a canyon.

Ampio e spettacolare anfiteatro situato nella valle che si affaccia sulla sponda orientale del Lago d’Iseo, caratterizzato dalla singolare presenza di numerose piramidi di terra, sormontate da larghi cappelli di roccia, creato dall’azione erosiva sull’originario deposito morenico. La Riserva Regionale delle Piramidi di Erosione di Zone si sviluppa su una superficie di circa 21 ettari ad un altezza tra i 400 metri ed i 600 metri sul livello del mare. Il vasto deposito morenico che dà origine alle Piramidi di Zone è stato lasciato circa 150.000 anni fa dall’imponente ghiacciaio proveniente dalla Valle Canonica; durante la terza glaciazione, di Riss, esso riempiva il bacino ora occupato dal lago d’Iseo con uno spessore di oltre 600 metri, penetrando nella valle del Bagnadore con una lingua laterale. Il fenomeno è originato dalla combinazione di due fattori: dall’erosione degli agenti atmosferici sopra questa morena e dall’azione protettiva compiuta dai massi più grossi, come “cappelli” sulle “colonne di terra” sottostanti. Quando il cappello sommatale cade, la piramide si disgrega rapidamente fino a trovare un altro cappello ad un livello inferiore.Tutto intorno alla Riserva delle Piramidi di Erosione si sviluppa una contesto ambientale di eccezionale rilevanza: Zone, infatti, è incastonata in uno tra gli altipiani più belli dell’intero comprensorio Sebino – Camuno; alle passeggiate rilassanti nei pressi dell’abitato e delle frazioni si possono aggiungere escursioni più o meno difficoltose tra faggi, castagni ed abeti, verso i pascoli del Monte Guglielmo (m. 2000) dell’Aguina (m. 1250) dell’Agolo (m. 1378) ovvero alla scoperta di interessanti punti panoramici che dominano il territorio circostante quali la Corna Trentapassi a sbalzo sul Lago d’Iseo (m. 1248) ed il monte Pura.



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