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sabato 7 maggio 2016

ORCOLAT



L'Orcolat  è un mostruoso essere che la tradizione popolare indica come causa dei terremoti in Friuli. L'Orcolat è una figura ricorrente soprattutto nei racconti della tradizione popolare. Vivrebbe rinchiuso nelle montagne della Carnia: ogni suo agitarsi bruscamente provocherebbe un terremoto.

Dopo il 1976 è divenuto sinonimo del terremoto che colpì il Friuli in quell'anno.

All’inizio della Carnia c’è il monte Amariana, che domina la cittadina di Amaro.
Per sfuggire al suo triste destino, Amariana si rivolse alla Regina dei Ghiacci che la trasformò nella montagna che porta il suo nome.

Ma la Regina pensò anche di punire l’Orcolat: lo richiuse per l’eternità nel vicino monte San Simeone, da dove a volte cerca di fuggire, per raggiungere la sua bella Amariana, e quando si muove sono dolori…
La terra trema e gli uomini dicono: “Ah… ci risiamo, si è svegliato l’Orcolat!” .


LEGGI ANCHE: http://asiamicky.blogspot.it/2016/05/il-terremoto-del-friuli.html




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sabato 8 agosto 2015

IL DIO PAN



Pan era il dio pastore, il dio della campagna, delle selve e dei pascoli.In alcuni miti è descritto come il più antico degli Olimpi, se è vero che aveva bevuto con Zeus il latte da Amaltea, allevato i cani di Artemide e insegnato l'arte divinatoria ad Apollo. Venne inoltre notoriamente associato a Fauno, versione maschile (poi figlio, fratello o marito, a seconda del mito) di Fauna, e come tale era lo spirito di tutte le creature naturali, più tardi legato anche alla foresta (della quale invece il dio era Silvanus), all'abisso, al profondo.

Dal suo nome deriva il termine timor panico, poiché il dio si adirava con chi lo disturbasse emettendo urla terrificanti, provocando così una incontrollata paura, il panico, appunto. Alcuni racconti ci dicono che lo stesso Pan venne visto fuggire per la paura da lui stesso provocata. Ma il mito più famoso legato a questa caratteristica è la titanomachia, durante la quale Pan salva gli Olimpi emettendo un urlo e facendo fuggire Delfine.

Plutarco nel suo De defectu oraculorum racconta di come Pan sia stato l'unico dio a morire. Durante il regno di Tiberio (14–37), la notizia della sua morte venne rivelata a tale Tamo (Thamus), un mercante fenicio che sulla sua nave diretta in Italia sentì gridare, dalle rive di Paxos: "Tamo, quando arrivi a Palodes annuncia a tutti che il grande dio Pan è morto!". Gli studiosi si dividono tra il significato storico e quello allegorico. Secondo Robert Graves, per esempio, il grido non fu Thamous, Pan ho megas tethneke, "Tamo, il grande dio Pan è morto", ma Tammuz Panmegas tethneke, "L'onnipresente Tammuz è morto", cioè il dio babilonese della natura, a indicare così la fine di un'oscura era politeista, di cui aver "timor panico", e l'inizio di un nuovo mondo sotto la luce di Cristo, morto appunto sotto l'impero di Tiberio (così Eusebio di Cesarea nel suo Praeparatio Evangelica).

La genealogia di Pan è controversa. La più accreditata è quella dell'Inno omerico, in cui vengono indicati quali genitori il dio Ermes e la ninfa Driope, ninfa della quercia.

È un dio potente e selvaggio, esteriormente è raffigurato con gambe e corna caprine, con zampe irsute e zoccoli, mentre il busto è umano, il volto barbuto e dall'espressione terribile. Vaga per i boschi, spesso per inseguire le ninfe, mentre suona e danza. È molto agile, rapido nella corsa ed imbattibile nel salto.
È principalmente indicato come dio Signore dei campi e delle selve nell'ora meridiana, protegge le greggi e gli armenti, gli sono sacre le cime dei monti. Tradizionalmente, indossa una nebris, una pelle di cerbiatto.



La leggenda vuole che la ninfa Driope sia fuggita terrorizzata dall'aspetto deforme del figlio, mentre il dio Ermes lo raccolse e, avvoltolo amorevolmente in una pelle di lepre, lo portò sull'Olimpo per far divertire gli dei, causando così l'ilarità di Dioniso.
Un altro mito lo vuole figlio di Penelope e di tutti i suoi pretendenti, con cui avrebbe avuto rapporti in attesa del marito.
Secondo altre fonti era figlio di un amorazzo tra Zeus e la ninfa Callisto dal quale vennero alla luce Pan ed Arcade. In un'altra fonte lo si ritiene nato da Zeus ed Ybris, pura astrazione. Un'altra versione, sostenuta da Igino, afferma che Zeus, dopo essersi unito ad una capra di nome Beroe, le diede un figlio, il dio Egipan, ovvero la forma caprina di Pan.

Un suo mito narra del suo amore per la ninfa Eco dal quale nacquero due figlie, Iambe e Iunce.
Pan non viveva sull'Olimpo: era un dio terrestre amante delle selve, dei prati e delle montagne. Preferiva vagare per i monti d'Arcadia, dove pascolava le greggi e allevava le api.
Pan era un dio perennemente allegro, venerato ma anche temuto. Legato in modo viscerale alla natura ed ai piaceri della carne, Pan è l'unico dio con un mito sulla sua morte. La notizia fu diffusa da Tamo, un navigatore, e portò angoscia e disperazione nel mondo.

Solo Atena non si nascose, e denigrando gli altri dei convinse il padre Zeus a scendere in battaglia contro il mostro. Nonostante il dio fosse armato, il mostro riuscì ad avere la meglio su di lui, e lo rinchiuse nella grotta dove Gea lo aveva generato. Con le sue Spire Tifone gli aveva reciso i tendini di mani e piedi, che aveva poi affidato a sua sorella Delfine, il cui corpo terminava con la coda di un serpente.
Il dio Pan spaventò questa creatura con un tremendo urlo, ed Ermes le sottrasse i tendini di Zeus.
Zeus recuperate le forze, ed i tendini, si lanciò su un carro trainato da cavalli alati contro Tifone, bersagliandolo di fulmini.
Zeus riuscì ad uccidere il mostro, e lo seppellì sotto il monte Etna, che da allora emette il fuoco causato da tutti i fulmini usati in battaglia, così come racconta lo Pseudo-Apollodoro.
Per ringraziare Pan, Zeus fece in modo che il suo aspetto fosse visibile in cielo. Così creò il Capricorno.

Dio dalle forti connotazioni sessuali - anche Pan infatti come Dionisio e Priapo era generalmente rappresentato con un grande fallo - recentemente Pan è stato indicato come il dio della masturbazione, da James Hillman, noto psicologo americano, che sostiene essere Pan l'inventore della sessualità non procreativa.
Infatti Pan, trovando difficoltà di accoppiamento a causa del suo aspetto, era solito esercitare la sua forza generatrice mediante la masturbazione, oltre che con la violenza sessuale.

Come dio legato alla terra ed alla fertilità dei campi è legato alla Luna, ed alle forze della grande Madre. Fra i miti che lo accompagnano uno che lo vede seduttore di Selene, cui si è presentato nascondendo il pelo caprino sotto un vello bianco. La Dea non lo riconobbe e acconsentì all'unione. Pan è un dio generoso e bonario, sempre pronto ad aiutare quanti chiedono il suo aiuto.

Questo dio pagano sarebbe stato ripreso in seguito dalla Chiesa Cristiana per utilizzare la sua immagine come iconografica di Satana.
Narra una leggenda che nell'età dell'Oro Pan giunse nel Lazio, dove venne ospitato dal dio Saturno.
In Grecia la presenza del dio viene collocata in Arcadia.

In Italia esiste una divinità che ha molte similitudini con la raffigurazione di Pan, è il dio Silvano.

La forma dei pani è metà umana e metà caprina, e non meno irsuta. Sono famosissimi perché Pan, la personificazione del loro spirito di gruppo, divenne il Dio della Vegetazione.
Figlio di una Ninfa e di Hermes, dunque, il grande essere cornuto accompagnava le danze delle Ninfe dei Boschi con il suo flauto di canne di bambù, da lui stesso inventato: quando diede la caccia alla Ninfa Siringa, la sorella di costei la trasformò in un letto di canne, che l’essere cornuto ritagliò in varie lunghezze per costruire il “Flauto di Pan”.
Pan è generalmente amichevole nei confronti degli uomini, ed era benvoluto dai pastori come protettore delle greggi. Tuttavia non ha perso mai il suo lato selvaggio originario, e può infestare il sonno con incubi, o con Spiriti che inducono sogni a sfondo sessuale.
I Satiri hanno una forma più rozza, e spesso una lunga barba. Sono il gruppo in assoluto più selvaggio, sensuale, infido, astuto e scaltro. Il loro capo è Dioniso, signore degli Spiriti della vegetazione.
Distinguere chiaramente fra questi girovaghi selvaggi è ancor meno possibile che fra i vari gruppi di Ninfe, infatti, le differenze fra loro sono perlopiù di natura cronologica e geografica: i Centauri inizialmente si trovavano nel Pelio ricco di boschi, Pan ebbe origine in Arcadia, i Satiri venivano da Argo, ed i Sileni sono la versione Frigia dei Satiri.
Pan era venerato, ma anche temuto dai pastori; la sua presenza, comunque, era pericolosa per tutti, specie nelle ore meridiane: era indizio di crisi che si traduceva in “timore”, quella grande paura che da Pan prende il nome di timor panico.
Il mito narra del suo amore per diverse Ninfe: Eco, Eufemie, Pitis, tuttavia il suo amore più celebre fu per la Naiade Siringa: un giorno Pan vide la figlia della divinità fluviale Ladone, Siringa, e se ne innamorò. La fanciulla però come lo vide, fuggì terrorizzata tanto da pregare il proprio padre, secondo un’altra versione del mito, di mutarle l’aspetto in modo da non farla riconoscere da Pan. Così Ladone, impietosito dalle preghiera della figlia, presso lo specchio d’acqua dove sorgeva una grande palude in cui ella si gettò per sfuggire al Dio, la trasformò in una canna, che in mezzo ad altre in una palude era indistinguibile.
Il vento sibilava attraverso il canneto, e Pan fu incantato da quel suono, cercò di distinguere la fanciulla fra i diversi giunchi e, alla fine, essendo la sua ricerca vana, tagliò una canna in sette (o nove) pezzi di lunghezze diverse che unì tra loro con cera e spago, a formare quello strumento che tutt’oggi si chiama “Flauto di Pan” od, originariamente, “Siringa”, dal nome della sventurata fanciulla.
Da allora il Dio tornò a vagare nei boschi, correndo e danzando con le Ninfe e spaventando i viandanti che attraversavano le selve. A Pan infatti si attribuivano i rumori di origine inesplicabile che si sentivano la notte.



Miti e tradizioni legati a Pan possono essere tra quelli che hanno dato origini alla Stregoneria, giacché il Dio è connesso alla fertilità dei campi, i cui rituali potevano essere anche orgiastici, oltre che essere connesso alla Luna e alla Grande Madre. Pan rappresenta la Natura in toto, nel bene e nel male, senza nessuna connotazione di stampo manicheistico; è in definitiva una forza grezza della Natura, un essere neutrale che può originare creazione come distruzione, al pari di molte altre divinità primordiali come l’indiana Kali Ma, ad esempio.
È interessante notare che la fonte omerica ci dice che appena nato fu avvolto dal padre Hermes in una pelle di lepre e portato sull’Olimpo, dove Dioniso lo accolse con gioia: la lepre è un animale sacro ad Afrodite, ad Eros, alla Luna, e facente parte del mondo dionisiaco; l’avvolgere Pan con una sua pelle significa che egli stesso era pienamente parte di questo Universo; la paternità di Hermes, e la sua protezione (è lui che lo avvolge nella pelle), danno alle azioni di Pan la connotazione di azioni ermetiche, simboliche, dai messaggi nascosti insomma; la reazione di Dioniso quando lo vede testimonia la grande simpatia tra questi due Dèi, e con essi forma una sorta di triade ideale.
Il collegamento con la Luna diventa evidente nel mito della seduzione di Selene, seduzione che egli operò con l’inganno (tratto caratteriale tipico di Hermes), poiché la Dea lo rifiutava. Pan usò un trucco, e nascose il suo ispido pelo caprino sotto un velo candido, oppure sotto il vello di un agnello: così mascherato la Dea non lo riconobbe, ed acconsentì a salirgli in groppa, e il Dio poté finalmente possederla (sembra un chiaro riferimento ai riti orgiastici ed ai Sabba pagani celebrati a Beltane).
Sempre in tema di rito orgiastico, si narra che Pan si accoppiasse con le Menadi (probabilmente con tutte), le quali erano le sacerdotesse del Dio, cosa che ci riconduce a quanto appena detto: Pan è quindi il Dio Capro delle Streghe, la personificazione di ciò che è completamente naturale, di quell’istinto che è l’urgere della Natura, e ben si abbina con Dioniso che impersona il potere della forza produttiva della Natura.
Pausania scrive che i Galli, saccheggiando la Grecia, videro nel tempio di Delfo la statua del Dio Pan, e ne furono talmente spaventati che fuggirono. Un altro tratto caratteristico di Pan è che non sopportava di essere disturbato durante il suo riposo pomeridiano, e se ciò accadeva emetteva urla terrificanti che scatenavano appunto il timor panico.

C’è un aspetto di Pan su cui può essere interessante soffermarsi: la solitudine. Fin dall’inizio, da quando viene abbandonato dalla madre, Pan è solo. Hermes lo porta in cielo, ma lo presenta come una cosa buffa, e gli chiede di non far sapere troppo in giro che è suo figlio. Solo Dioniso, anche lui è stato privato della madre (addirittura fin da prima della nascita) ed esule ramingo, lo prende realmente a benvolere: in questo contesto le connotazioni di fertilità e lascivia passano in secondo piano per dare rilievo ad un destino che, pur dando occasione a Pan di avere innumerevoli accoppiamenti con altrettante donne, non gli consente mai di formare una coppia. Pan avrà sempre una natura solitaria, rimarrà sempre un bambino abbandonato.
In netto contrasto con figura del Cristo, Pan morì quando quest’ultimo divenne sovrano assoluto, cosicché, il Diavolo non è altro che Pan visto attraverso l’immaginario cristiano, colui che tenta l’individuo con il peccato della lussuria. Ma perché in epoca cristiana all’immagine di un Dio benevolo e generoso, è stata progressivamente sovrapposta quella di un Demone, della quintessenza del principio del Male?
La morte dell’uno significò la vita dell’altro, in un’opposizione chiaramente espressa nelle iconografie: Pan nella grotta, Cristo sul Monte; l’uno ha la musica (anche se rozza e primitiva dal momento che riproduce il suono dell’istinto), l’altro la Parola.
Racconta Plutarco che, sotto il regno di Tiberio, un vascello romano si trovò a passare nei paraggi di un’isola del Mar Egeo, quando il vento cessò improvvisamente e nel silenzio si udì una voce gridare: “Il Grande Pan è morto”. A quella notizia da ogni parte dell’isola scoppiarono pianti, gemiti e singhiozzi di cui non si seppe mai la provenienza.
Pan è l’unico Dio che morì, secondo Plutarco: una morte purtroppo inevitabile, sospinta dall’avanzare del cristianesimo e di fronte al rifiuto della sessualità e degli istinti, anche se diversi commentatori di Plutarco sono concordi nell’affermare che Pan non sia morto, ma che giaccia soltanto addormentato, ovvero rimosso. E quando l’umano perde la connessione personale con la Natura e l’istinto personificati, l’immagine di Pan muore per lasciare spazio all’immagine del Diavolo: l’operazione compiuta dal cristianesimo fu quella di evocare dalle ceneri di Pan il Diavolo, che nella cultura cristiana è l’avversario dell’uomo e della Creazione (quindi anche della Natura stessa).
Tuttavia Pan non è morto, ma dorme dentro di noi: può risvegliarsi se si recupera la connessione personale con la Natura e con l’istinto…


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venerdì 10 luglio 2015

IL LAUROSARIO



La leggenda del mostro del Lario nacque nell’immediato Dopoguerra, quando nel 1946 il «Corriere Comasco» scrisse di un misterioso ed enorme animale apparso nelle acque del Pian di Spagna.

Il 18 novembre 1946, due cacciatori dalle parti di Colico, sulla riva settentrionale del Lago di Como, sostengono di aver incontrato una creatura lunga tra i dieci e i dodici metri con squame rossastre e molto rigide a pochi passi dalla riva. I due cacciatori hanno immediatamente imbracciato i fucili e hanno sparato in direzione della "cosa", che si è rapidamente diretta verso il centro del lago, sparendo con un sibilo acuto. Questo strano animale venne chiamato Lariosauro, lo stesso nome usato un secolo prima per definire un rettile preistorico (Lariosaurus balsami) i cui resti fossili vennero trovati nei pressi del lago nel 1830. I fossili di questa e di altre specie ritrovati successivamente sono attualmente esposti nei musei di Lecco e di Monaco di Baviera.

Altri avvistamenti simili non lontani da questa zona diedero vita al leggendario Lariosauro, che fece la sua comparsa regolarmente negli anni a seguire: nel 1954 una coppia, padre e figlio, vide qualcosa con il muso arrotondato e i piedi palmati che nuotava in acqua. Era lungo appena 80 centimetri (forse una rara lontra). Tre anni dopo una batisfera, che si immerse alla profondità di 90 metri al largo della costa di Dervio, si imbatté in un animale con la testa simile a quella di un coccodrillo e lungo circa due metri.

L'ultimo avvistamento avvenne nel 2003: un'anguilla gigante, di circa 10-12 metri di lunghezza, comparve nei pressi di Lecco. Lo scettico ricercatore Giorgio Castiglioni, che studiò questi casi, pensa che in realtà si fosse trattato di un gruppo di pesci che nuotava compatto.

La tradizione popolare, un pizzico di verità e qualche goccia di fantasia sono gli ingredienti perfetti per una leggenda.



In media gli esemplari adulti di Lariosaurus avevano una lunghezza compresa tra 60 centimetri e 1,30 metri; ciò li rende tra i più piccoli notosauri conosciuti. Il collo di Lariosaurus era relativamente corto se rapportato a quello di altri notosauri, e anche le zampe erano piuttosto piccole. Una caratteristica di Lariosaurus era data dalle zampe anteriori, in cui l'omero era arcuato e molto massiccio, mentre l'ulna era allargata e piatta; tra le ossa dell'avambraccio, inoltre, è generalmente presente un largo spazio. Si suppone che le zampe anteriori si fossero trasformate in strutture simili a pinne, mentre quelle posteriori avessero conservato l'originale struttura con cinque dita (forse palmate).

Il cranio era appiattito come quello di tutti i notosauri, anche se non in misura estrema come in Nothosaurus; lunghi denti anteriori si intersecavano fra loro quando le fauci erano chiuse, mentre i denti della parte posteriore di mascella e mandibola erano più piccoli. Le costole presentano alcune parti ispessite, così come alcune vertebre e la clavicola. Le costole ventrali (gastralia) sono strettamente compresse fra loro e formavano una sorta di armatura protettiva.

Il primo esemplare noto di Lariosaurus venne alla luce nel 1830 a Perledo, una località presso il lago di Como, conosciuto anche con il nome di Lario. I reperti vennero studiati e descritti da Giuseppe Balsamo Crivelli sulla rivista Il Politecnico di Milano nel 1839. Balsamo Crivelli, in attesa che fosse confermato che si trattava di un animale mai descritto in precedenza, preferì non attribuirgli un nome. Solo nel 1847, appurato che si trattava di una nuova specie (e di un nuovo genere), Giulio Curioni gli attribuì il nome di Lariosaurus balsami.

Un altro fossile ritrovato appartenente alla stessa specie venne impropriamente chiamato Macromirosaurus plinii. L'esemplare meglio conservato è esposto nel museo botanico di Monaco di Baviera. Altri esemplari sono conservati al servizio geologico di Roma e due sono esposti al Museo di Storia Naturale di Lecco. L'individuo più lungo misura 130 cm.

Lariosaurus era un predatore acquatico che si muoveva nuotando grazie alle "pinne" anteriori potenti, e aiutandosi con la lunga coda. Il cranio, con i lunghi denti anteriori, è conformato per intrappolare piccoli pesci e altre prede scivolose come i cefalopodi, ma alcuni resti fossili di Lariosaurus contengono al loro interno anche piccoli esemplari di rettili placodonti del genere Cyamodus (Tschanz, 1989) e pachipleurosauri. La scoperta di probabili embrioni forse appartenenti a Lariosaurus (Renesto et al., 2003) potrebbe indicare l'ovoviviparità di questi animali, e quindi uno stile di vita completamente acquatico.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/turista-lecco.html




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mercoledì 27 maggio 2015

IL MARE IN PIANURA

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Anticamente, fra Milano, Lodi e Cremona si stendeva un grande lago chiamato Gerundo :
di quelle acque restano solo pochi ricordi suggestivamente animati da varie leggende.

Questo succedeva oltre un milione di anni fa, quando Milano e la Lombardia intera non esistevano. Considerato che questo vasto golfo adriatico arrivava a lambire le zone dove oggi sorgono Mondovi, Saluzzo e Cuneo. Poi la crosta terrestre cominciò a sollevarsi e, contemporaneamente, il clima fresco e piovoso provocò l'aumento dell'azione erosiva dei fiumi che scendevano dagli Appennini.

Veniva chiamato ora lago ora mare, ma la parola mare va presa con cautela: nel nostro caso è una parola del basso latino mara che significa palude. Da questo mare poco profondo ma molto esteso (circa 35 Km da est a ovest e 50 Km da nord a sud) emergevano isole e isolette molto allungate. La più grande era l'isola Fulcheria su cui si sviluppò la città di Crema.

Lodi era città costiera affacciata alla sponda ovest del lago, Orzinuovi era costiera sulla sponda opposta (o meglio, tale sarebbe stata se fosse esistita ai tempi del lago). A nord il lago raggiungeva Vaprio, a sud Pizzighettone. Il lago doveva essere una distesa di acqua alimentata dagli straripamenti dei tre fiumi e dalle risorgive di provenienza sotterranea. La profondità variava dai dieci ai venti metri con punte sui venticinque. Nelle aree meno profonde erano frequenti le formazioni paludose; a Genivolta venne trovata un'ara, conservata oggi al museo di Cremona, dedicata alla dea italica Mefite, sovrana delle paludi.

Ancora in epoche relativamente recenti abbiamo notizia di grandi aree padane allagate in maniera permanente, tanto da diventare dei veri e propri laghi che i fiumi, non disciplinati da argini e canalizzazioni, alimentavano, soprattutto nei mesi primaverili e autunnali.

Nella parte orientale della Padania, il Po si diramava in sette braccia che penetravano in una regione sempre incerta tra le terre e le acque, selvaggia, abitata da gente tagliata fuori da ogni consorzio civile.
La regione era detta "Septem Marie", o Sette Mari, e di queste immense paludi restano oggi soltanto le Valli di Comacchio. C'era poi il lago Bondeno, a sud del Po, tra Ferrara e la Mirandola, tanto vasto e profondo che una leggenda locale lo considerava fundo carens, senza fondo, e direttamente collegato al Paese degli Antipodi. A nord del Po, fino a poco più di cent'anni fa, si stendevano le Grandi Valli Veronesi.

A sud, verso Bologna, la palude di Crevalcore sfiorava quella dei Sette Mari. Ma nessuno di questi specchi d'acqua, un poco lago e un poco palude, era ricco di acque e navigabile quanto i Gerundo. Come gli altri bacini di pianura, il Gerundo non è mai stato di una vastità costante.

Dipendeva dai fiumi che lo alimentavano, l'Adda, l'Oglio e il Serio (con qualche apporto forse anche dal Lambro), e perciò dall'andamento climatico; e dipendeva da gli uomini che abitavano la Padania. I coloni del periodo romano sicuramente ne prosciugarono grandi tratti bonificando i terreni per coltivarli.

Alcune strade consolari lo attraversarono, a dimostrazione che in talune epoche il Gerundo non era un'unica superficie lacustre, ma un insieme di bacini. L'epoca della sua massima espansione fu sicuramente quella che coincide con la caduta dell'impero romano e le successive invasioni barbariche, quando l'Italia tornò in gran parte preda delle foreste e delle paludi, e così fino all'Xl secolo, quando l'uomo della pianura cominciò a riconquistare il territorio partendo soprattutto dai monasteri benedettini, centri di lavoro e di studio, oltre che di preghiera.

Nell'Alto Medioevo, quando il Gerundo era un'unica gigantesca superficie con al centro l'Insula Fulcheria", i suoi confini dovevano sfiorare (partendo da nord) i luoghi dove sorgono attualmente i paesi di Vaprio, Cassano, Lodi, Cavena, Cavacurta, Pizzighettone, Grumello (risalendo verso nord), Cortemadama, Madignano, Offanengo, Vidolasco, Castelgabbiano, Caravaggio (verso ovest), Treviglio, Brembate.

I confini dell'isola Fulcheria, nel bel mezzo del Gerundo, erano grosso modo delineati dagli attuali centri abitati di Azzano, Palazzo Pignano, Casaletto, Montodine, Formigara, San Bassano, Ripalta Arpina, Crema, Ombriano, Trescore.

Un'epoca remotissima che risale al periodo postglaciale dell'Olocene, quando le alluvioni corrosero il materiale facilmente asportabile depositato in precedenza, creando così un ampio bacino, con l'eccezione dell'allungato conoide dell'isola Fulcheria e di altre isole più piccole.

Un'epoca remota, quando i fiumi della zona riunirono le loro acque formando la distesa lacustre sulle cui sponde cominciarono a insediarsi i primi nuclei di uomini; siamo nell'epoca in cui la gente del neolitico conquista la pianura.

Un'epoca di mezzo, caratterizzata dalle progressive bonifiche dell'uomo, con successivi abbandoni e altri recuperi del territorio; i fiumi vengono adagio disciplinati, vengono costruiti fossi scolmatori e canali, gli acquitrini prosciugati e i terreni asciutti messi a coltura; dove il lago era più profondo restano banchi di ghiaia e di sabbia; restano anche, fino a pochi anni fa, piccole chiazze di palude vera e propria, dette Mosi.

Il Gerundo non doveva essere molto profondo, perché era pur sempre un lago "di pianura", e non di origine tettonica e neppure glaciale: gli unici esempi ancora visibili sono i laghi di Mantova, tre laghi acquitrinosi che costituivano fino a pochi anni fa un interessante biotipo padano: oggi restano poche tracce di flora palustre, con carici, felci idrofile, scirpo, potamogeti, ninfee e castagne d'acqua.

Infine un'epoca moderna, che è la nostra, durante la quale ogni traccia del lago è sparita, almeno per un osservatore non specialista e non attento: il paesaggio è quello padano classico, con campi coltivati organizzati in una rete di canali di scolo che impediscono ogni ristagno delle acque; con l'eccezione delle zone dove l'acqua sgorga dal suolo dalle cosiddette risorgive.
Sulla sua esistenza abbiamo prove geologiche, archeologiche, documentali. L'esplorazione del territorio del Gerundo, e cioè la provincia di Bergamo nella parte meridionale, la provincia di Cremona nella parte superiore, oltre al Lodigiano e a tutto il Cremasco, muovendosi tra musei, chiese, ruderi, cave di ghiaia, remoti angoli di campagna dove il terreno è "inspiegabilmente" fatto come la sponda di un lago, consente un viaggio dentro una storia che i libri ignorano.

Una storia che sul posto però non è stata dimenticata. Ad esempio a Lodi e a Crema possiamo trovare strade dedicate alla leggenda: Via Lago Gerundo, Vicolo Gerundo. La parola "gera", o "ghera", che significa ghiaia e dà il nome al lago Gerundo (lago Ghiaioso potremmo tradurre oggi), ricorre spesso proprio al centro dell'area ex lacustre, nella zona detta Gera d'Adda, con i toponimi Brignano Gera d'Adda, Fara Gera d'Adda, Misano di Gera d'Adda, solo per citarne alcuni.

A dimostrazione che il mare Gerundo era navigabile, percorso da barche di pescatori e da piccole (ma non tanto) navi mercantili e da battaglia, esistevano fino a pochi decenni fa gli anelli e i ganci utilizzati per l'ormeggio, come scrive Ambrogio Curti nel suo
"Tradizioni e leggende di Lombardia" (1856): «Delle origini del lago Gerondo, che l'arte degli uomini e il tempo vennero affatto disseccando, sì che più non ne rimangono adesso altre vestigia che nei grossi anelli ed lavori sul gerundoarpioni che in più di un luogo si trovano; onde da tutti si congettura con giustezza che servissero ad affrancare navigli, che per quella vastità di acque correvano a commerci, alla pesca, ed alle comunicazioni coi limitrofi paesi...».

Uno di questi grossi anelli da ormeggio era infisso alla base dell'antichissima torre Poccalodi, che modificata divenne la cappella di San Bernardino nella chiesa di San Francesco a Lodi. Il porto di Lodi sul Gerundo era in località Monte Eghezzone, dove sorgeva la chiesa di San Nicolò. Altre torri adibite un tempo a porti fortificati si trovano anche a Pandino, Truccazzano e Soncino.
Qui è più viva che altrove una tradizione popolare fatta di fiabe, leggende e aneddoti legati all'epoca in cui le onde del mare Gerundo lambivano il paese. La più nota delle leggende attribuisce la responsabilità del prosciugamento del Gerundo al Barbarossa. Sparita l'acqua, i pesci morirono e con loro molti uomini a causa di una conseguente pestilenza. Sopravvisse soltanto una donna, una certa Soresina che se ne andò a fondare un paese non lontano da Soncino, paese che porta ancora il suo nome.

Proprio a Soncino un'altra leggenda vuole che sia nato il drago Tarantasio, o Tarànto, il più famoso degli abitatori del mare Gerundo, seminatore di terrore e di lutti.

Il nome gli derivava dal fatto che, benché rettile, aveva gambe numerose e lunghe, come quelle della tarantola. Lo storico Francesco Castiglioni, nella sua opera "Antichità di Milano", riporta un testo conservato presso l'archivio dei monaci Olivetani: «Nell'anno 1300 dalla natività di Cristo Signor nostro, Bravi intorno alla città di Lodi un certo lago, che per la ingente larghezza e per la grandissima inondazione dell'acqua che vi era fluita, appellavisi mare Gerondo.

Su questo medesimo lago apparve prodigiosamente un velenoso e mostruoso serpente, che col solo alito pestifero infestava tutta la città; per cui molti dal pessimo puzzo ammorbati, morivano.

«Contagio e infermità facendosi di' giorno in giorno maggiori e scemandosi assai il numero degli abitanti, e la città dalla furia dell'acqua essendo invasa, grandemente i cittadini se ne accoravano, e tanto più l'affluizione s'aumentava, quanto meno fosse sperabile rinvenire rimedio che valesse a guarire gli infetti, o a prosciugare l'acqua, o ad estinguere l'animale stesso. «Epperò stando tutti gravemente ín angustia, si rivolsero alla Divina Maestà, colla ferma speranza ch'essa nessuno respinga che con puro cuore le si raccomandi.

Ma perché più facilmente ciò che tanto bramavano avessero a conseguire, il Reverendissimo Bernardino Tolentino, allora vescovo della città, convocato il clero e tutto il popolo, tenne loro pietoso sermone in cui efficacemente pregavali perché con tutto il calore del cuore e con tutta la pietà levassero preghiere a Dio, onde sì degnasse liberare questo suo popolo da quella pestifera strage.

Il medesimo Reverendissimo Vescovo sancì che si facessero per tre giorni continui solenni processioni e si stabilisse un voto: che se Dio operasse che, preso da compassione di quella mortalità, gli avesse a campare da quella velenosa fiera, erigerebbero un tempio in onore della santissima Trinità e del glorioso martire Cristoforo. Né fu certamente quella una vana speranza, perché compite le processioni, e dato il voto, in quello stesso giorno, che fu il primo di gennaio, si ottennero due memorabilissimi miracoli, che morisse cioè l'infestissimo drago e si prosciugasse quell'immenso lago. Laonde i pii cittadini, di questo beneficio immensamente riconoscenti, edificarono un magnifico tempio, come avevano promesso col voto, il quale tempio fu poi più augustamente riedificato dai Reverendi Padri della Congregazione Olivetana nell'anno 1563».

In ogni leggenda di origine popolare c'è sempre del vero. Se poi preferiamo credere nell'esistenza dei draghi, non mancano gli indizi per accettare e accertare la loro presenza nel Gerundo.

Cominciando dall'inizio, dalla nascita del Tarantasio proprio a Soncino. "Padre" della leggendaria bestia sarebbe nientemeno che Ezzelino da Romano, vicario imperiale e genero di Federico III, signore di un territorio che comprendeva gran parte del Veneto e Brescia. Un condottiero tanto feroce che papa Innocenzo IV lo scomunicò e bandì una crociata contro di lui nel 1254, affidandone il comando ad Azzo VII d'Este. A Cassano d'Adda, nel 1259, Ezzelino fu sconfitto e mortalmente ferito. Secondo la tradizione sarebbe stato sepolto proprio a Soncino.

Un arciprete, vissuto in quel paese nel secolo scorso, testimonia di aver trovato sotto la chiesa un sepolcro contenente lo scheletro di un uomo gigantesco, qual era Ezzelino secondo quanto riportato dai contemporanei. Proprio in quel sepolcro, riferisce la credenza popolare, era nato il drago Tarantasio, come una specie di reincarnazione malefica del crudele signore. Tracce di carattere più "scientifico" erano, e sono, custodite in alcune chiese del territorio, sotto forma di ossa gigantesche rinvenute in quelli che un tempo erano i fondali del Gerundo.

Secondo Luciano Zeppegno, grande cronista delle curiosità e delle stranezze sparpagliate nelle nostre contrade, nella chiesa di Sant'Andrea di Lodi era custodito addirittura uno scheletro completo di Tarantasio. Un osso gigantesco, e precisamente una costola di drago del Gerundo, è ancora oggi visibile appesa al soffitto della sacrestia della chiesa di San Bassiano, a Pizzighettone. La costola, probabilmente, appartiene a una balena fossile o a un elefante.

Scheletri di balene sono stati spesso rinvenuti sulle Prealpi e, soprattutto, sull'Appennino che si affacci sulla Pianura Padana. Più interessanti, dal punto di vista storico, altri ritrovamenti che dimostrano l'esistenza dell'enorme specchio d'acqua detto mare Gerundo. Ci riferiamo alle numerose piroghe rinvenute nei fiumi che interessano il territorio. Uno degli esemplari più belli e meglio conservati è visibile nel cortile del Museo di Crema, restaurato con sostanze speciali che ne hanno arrestato il processo di dissoluzione.

Le piroghe del Gerundo sono monossiliche, cioè ricavate da un unico tronco (immaginiamo quanto dovevano essere enormi le querce roveri delle foreste lambite dal Gerundo) e di grandezza variabile a seconda dell'impiego: per la pesca, il commercio o la guerra. La grandezza e la forma delle piroghe dimostra che erano impiegate in acque paludose o lacustri, essendo inadatte alla navigazione fluviale.

Si tratta di imbarcazioni costruite nell'Alto Medioevo con tecniche che risalgono al neolitico. In epoche più recenti, il Gerundo è stato attraversato da vere e proprie navi, le medesime che percorrevano i fiumi e i laghi di tutta l'Europa, fino a raggiungere il mare aperto. Cocche, burchi, bucintori e galee che parteciparono anche a battaglie navali, qui come nella parte più orientale della Padania, dove le flotte fluviali di Venezia e di Ferrara si scontrarono spesso in furibonde battaglie combattute da marinai d'acqua dolce non meno esperti navigatori di quelli delle acque salate.

Del lago Gerundo sono rimasti ricordi e leggende dove storia e fantasia sono difficili da separare. Anche il Gerundo ebbe il suo drago, come il suo fratello scozzese di Loch Ness: il drago Tarànto, che terrorizzo le campagne tra Lodi e Crema. Si diceva venisse dalle viscere della terra di Soncino dove era stato sepolto Ezzelino da Romano, feroce tiranno di parte ghibellina. Ezzelino rimase a lungo nella fantasia della gente. Era un gigante e sulla torre di Soncino si conservarono a lungo, dice la leggenda, due ferri murati che indicavano la sua statura sia a piedi che a cavallo. Della sua sepoltura si è persa traccia , ma in compenso ha lavorato la fantasia. Si tramanda perfino l'epigrafe latina che sarebbe stata incisa sulla sua tomba: Terre Suncini / Tumulus canis est Ecelinis quem lacerant manes / tartareique canes che tradotta liberamente suona: Qui in terra di Soncino / giace il cane Ezzelino. Le sue spoglie mortali / son date in pasto ai cerberi infernali. Il drago, continua la leggenda, fu ucciso da San Cristoforo che liberò le popolazioni dall'incubo. Secondo un'altra versione ad uccidere il drago fu Federico Barbarossa. In entrambi le varianti della leggenda, all"uccisione del mostro seguirono il ritiro delle acque, la scomparsa del lago, i recupero di immense buone terre da coltivare.




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