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lunedì 13 giugno 2016

LA GRANDE MURAGLIA CINESE

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La Grande muraglia cinese è una gigantesca costruzione in muratura edificata durante il regno di Chin Shih-Huang-Ti (246-210 avanti Cristo). La sua realizzazione richiese otto anni di lavoro. La funzione di questa ciclopica impresa era proteggere i confini settentrionali del Paese e collegare una serie di fortezze.

Sopra di essa correva una strada per permettere ai messaggeri, in caso di pericolo, di dare l’allarme e di far accorrere le truppe. La Grande muraglia infatti avrebbe dovuto servire come frontiera invalicabile per le numerose tribù nomadi, per lo più di origine mongola, che continuamente minacciavano di invadere la Cina.

Questo enorme baluardo non riuscì comunque a contenere i nemici e il Paese fu poi conquistato dai mongoli. La Grande muraglia, mantenuta efficiente fino al '500, ha una lunghezza di 3.460 chilometri, a cui vanno aggiunti 2.860 di ramificazioni e contrafforti. L’altezza varia da 4,5 a 12 metri, mentre lo spessore raggiunge i 9 metri e mezzo.

L'arte della guerra si è evoluta moltissimo dal tempo lontano in cui la Grande Muraglia fu costruita. L'artiglieria pesante, l'aviazione, hanno ridimensionato drasticamente la funzione di strutture difensive pur massicce come la Grande Muraglia o come il Vallo di Adriano che i Romani costruirono nella prima metà del 2° secolo d.C. per difendere i possessi in Britannia dalle incursioni scozzesi. Queste strutture si rivelarono del resto inefficaci già in un tempo molto vicino alla loro costruzione.

Il lunghissimo muraglione che chiude a nord la Cina fu costruito nel 3° secolo a.C. utilizzando preesistenti strutture difensive edificate da diversi sovrani cinesi a partire dalla metà del 4° secolo a.C. A creare l'esigenza di una fortificazione continua tanto imponente furono le incursioni degli Xiongnu, feroce popolazione asiatica nomade appartenente probabilmente allo stesso ceppo degli Unni. Gli Xiongnu tentarono per più di due secoli, prima di essere definitivamente annientati, di penetrare in Cina.
In cinese essa è più comunemente nota come Changcheng che significa "lungo muro"; questo termine può essere trovato nelle Shiji (I secolo a.C.) con riferimento alle mura costruite dagli Stati Combattenti (più in particolare, alle mura di Qin Shi Huang); da queste Memorie deriva il senso figurato "senza fine"; l'unione con "lungo muro" forma il nome moderno della Grande Muraglia.

Storicamente, le dinastie dopo quella Qin hanno evitato di usare il termine changcheng per riferirsi alle loro "Grandi mura", in quanto si diceva che il termine evocasse immagini della tirannia dei Qin. Piuttosto, documenti storici indicano l'uso di vari termini come "frontiera", "bastione", "barriera", "fortezze esterne", e "muro di confine", oltre a nomi poetici e popolari come "frontiera violetta" e "drago della terra". Solo in tempi moderni Changcheng è diventato l'unico termine per riferirsi ai lunghi muri di confine indipendentemente dal luogo o dall'origine dinastico, equivalente al termine occidentale "Grande Muraglia Cinese".

Ai cinesi erano familiari le tecniche per costruire le mura già dal periodo della Primavera e Autunno tra l'VIII e il V secolo a.C. Durante questo periodo e il successivo Periodo dei regni combattenti, gli stati di Qin, Wei, Zhao, Qi, Yan e Zhongshan costruirono ampie fortificazioni per difendere i propri confini. Costruite per resistere all'attacco di armi come spade e lance, queste pareti furono fatte perlopiù riempendo con terra e ghiaia lo spazio fra due pareti.

Qin Shi Huang conquistò tutti gli stati avversari e unificò la Cina nel 221 a.C., istituendo la dinastia Qin; con l'intenzione di imporre il dominio centralizzato e di prevenire il riemergere dei signori feudali, ordinò la distruzione delle sezioni di muro che dividevano il suo impero lungo i precedenti confini statali. Per definire e difendere il territorio dell'impero rispetto al popolo Xiongnu del nord, ordinò la costruzione di nuove mura per collegare le restanti fortificazioni lungo la frontiera settentrionale dell'impero. Trasportare la grande quantità di materiali necessari per la costruzione era difficile, quindi i costruttori cercarono sempre di utilizzare risorse locali. Le pietre delle montagne furono utilizzate sulle catene montuose, mentre la terra battuta fu utilizzata per la costruzione in pianura. Non sono stati rinvenuti documenti storici intatti che indichino l'esatta lunghezza e il corso delle mura della dinastia Qin.

La maggior parte delle mura antiche si sono erose nel corso dei secoli, e molte sezioni rimangono oggi. Il costo umano della costruzione non è noto, ma è stato stimato da alcuni autori che centinaia di migliaia - forse vicino al milione - di lavoratori morirono nella costruzione delle mura durante la dinastia Qin. In seguito le dinastie del Nord, fra cui la Han e la Sui, ripararono, ricostruirono o espansero varie sezioni della grande Muraglia pagando molto per difendersi contro gli invasori del nord. Le dinastie Tang e Song non costruirono alcun muro nella regione, in modo sostanziale. Le dinastie Liao, Jin, Yuan, che governarono la Cina settentrionale durante la maggior parte dei secoli X-XIII, costruirono alcune mura difensive nel XII secolo situate, comunque, molto a nord della Grande Muraglia, nell'odierna Mongolia sia interna che esterna.

L'idea di una Grande Muraglia fu ripresa nuovamente durante la dinastia Ming nel XIV secolo, dopo la sconfitta dell'esercito Ming da parte degli Oirats, nella battaglia di Tumu. I Ming non erano riusciti a ottenere una vittoria chiara sulle tribù della Manciuria e della Mongolia dopo le battaglie successive, e il conflitto che ormai durava da lungo tempo stava indebolendo l'impero; i Ming adottarono una nuova strategia per tenere lontane le tribù nomadi: la costruzione di muri lungo il confine settentrionale della Cina. Riconoscendo il controllo Mongolo stabilito nel deserto Ordos, il muro seguì il bordo del deserto meridionale invece di incorporare la piegatura del Fiume Giallo.

A differenza delle fortificazioni precedenti la costruzione Ming era più forte e più elaborata impiegando mattoni e pietra piuttosto che terra battuta. Si stima che siano state costruite fino a venticinquemila torri di guardia lungo il muro. Poiché le incursioni mongole continuarono periodicamente nel corso degli anni, i Ming dedicarono notevoli risorse per riparare e rinforzare le mura; le sezioni vicino alla capitale Ming di Pechino furono particolarmente fortificate. Anche Qi Jiguang riparò e rinforzò il muro, tra il 1567 e il 1570; aggiunse mattoni a sezioni in terra battuta e costruì milleduecento torri di guardia da Shanhaiguan Pass a Changping per la vigilanza riguardo l'avvicinamento di predoni mongoli. Fra il 1440 e il 1460, i Ming costruirono anche un cosiddetto "Muro di Liaodong"; simile in funzione alla Grande Muraglia (della quale, in un certo senso, era un'estensione), ma più basico nella costruzione, il Muro di Liaodong racchiudeva il cuore agricolo della provincia Liaodong, proteggendolo contro eventuali incursioni dai mongoli Jurched, Oriyanghan da nord-ovest e gli jurchen dello Jianzhou da nord. Mentre pietre e piastrelle furono utilizzate in alcune parti del Muro Liaodong, la maggior parte del muro era in realtà semplicemente realizzato con terra battuta e corredato di fossati su entrambi i lati.

Verso la fine della dinastia Ming la Grande Muraglia contribuì a difendere l'impero dalle invasioni Manciù che ebbero inizio intorno al 1600. Anche dopo la perdita di tutta la regione Liaoning, l'esercito Ming mantenne il controllo dell'altamente fortificato passo di Shanhai, impedendo ai Manchu di conquistare il cuore della Cina. I Manciù furono finalmente in grado di attraversare la Grande Muraglia, nel 1644, dopo che Pechino era già stata conquistata dai ribelli di Li Zicheng; già precedentemente i Manciù avevano attraversato la Grande Muraglia più volte per razziare, ma questa volta fu per conquistare. Il 25 maggio le porte a Shanhaiguan furono aperte dal comandante generale Ming Wu Sangui alleatosi con i Manciù, nella speranza di usarli per espellere i ribelli da Pechino. I Manciù si impadronirono velocemente di Pechino, e dopo aver sconfitto sia la dinastia Shun (fondata dai ribelli) sia la restante resistenza Ming, stabilirono il governo della dinastia Qing su tutta la Cina.



Sotto il governo Qing i confini della Cina si estesero oltre le mura e la Mongolia fu annessa all'impero, quindi, si interruppe la costruzione della Grande Muraglia. D'altra parte, il cosiddetto Salice Palisade, seguendo una linea simile a quella del muro Ming Liaoning, è stato costruito dai governanti Qing in Manciuria; il suo scopo, però, non era per difesa ma per il controllo delle migrazioni.

Gli arabi antichi avevano sentito parlare della Grande Muraglia Cinese nei periodi precedenti della storia della Cina già nel XIV secolo. Essi la associarono con i muri Gog e Magog di Dhul-Qarnayn del Corano, come il viaggiatore del Nord Africa Ibn Battuta aveva sentito dalle comunità musulmane locali a Guangzhou intorno al 1346. Marco Polo, nel suo Milione (scritto intorno al 1298), non fa invece alcun cenno ad essa.

Soltanto dopo che gli Europei raggiunsero la Cina Ming nei primi anni del XVI secolo, i racconti della Grande Muraglia iniziarono a circolare in Europa anche se nessun europeo riuscì a vederla con i propri occhi per un altro secolo. Forse una delle prime descrizioni del muro, e della sua importanza per la difesa del Paese contro i " tartari " (cioè i Mongoli), potrebbe essere quella contenuta nel terzo Decada di Asia di João de Barros (pubblicato nel 1563). Altri racconti nelle fonti occidentali comprendono quelli di Gaspar da Cruz, Bento de Goes, Matteo Ricci, e il vescovo Juan González de Mendoza. Nel 1559, nella sua opera "Trattato della Cina e delle Regioni Vicine" Gaspar da Cruz offre una discussione iniziale della Grande Muraglia. Forse il primo caso registrato di un europeo che entrò effettivamente in Cina attraverso la Grande Muraglia è del 1605, quando il fratello gesuita portoghese Bento de Góis raggiunse il Passo Jiayu a nord-ovest, dall'India. I primi racconti europei erano per lo più modesti ed empirici, copiando molto la descrizione contemporanea cinese del muro, anche se poi scivolavano in iperboli compresa l'affermazione errata, ma onnipresente, che le Mura Ming fossero le stesse che erano state costruite da Qin Shi Huang nel III secolo a.C..

Quando la Cina aprì le sue frontiere ai mercanti e ai visitatori stranieri, dopo la sconfitta nella prima e nella seconda guerra dell'oppio, la Grande Muraglia diventò un'attrazione principale per i turisti. I diari di viaggio del tardo XIX secolo migliorarono ulteriormente la reputazione e la mitologia della Grande Muraglia in modo tale che, nel XX secolo, si credeva che la Grande Muraglia fosse visibile dalla Luna o perfino da Marte (mentre in realtà non è vero).

Nonostante non ci sia un consenso unanime sulla definizione della Grande Muraglia Cinese, fatto che rende l'intero corso della Grande Muraglia difficile da descrivere nella sua interezza, il percorso della linea principale della Grande Muraglia che segue le costruzioni Ming può essere tracciato.

Il Passo di Jiayu, situato nella provincia di Gansu, è il termine occidentale della Grande Muraglia Ming. Sebbene fortificazioni Han come il Passo di Yumen e il Yangguan esistano più a ovest, le pareti ancora esistenti che portano a questi passaggi sono difficili da rintracciare. Dal Passo di Jiayu il muro viaggia in modo discontinuo lungo il Corridoio Gansu e nei deserti di Ningxia, dove entra il bordo occidentale del Fiume Giallo a Yinchuan. Qui le prime grandi mura erette durante la dinastia Ming tagliano attraverso il deserto Ordos verso il bordo orientale del Fiume Giallo. Lì al passo di Piantou nella città di Xinzhou, in provincia di Shanxi, la Grande Muraglia si divide in due con la "Grande Muraglia Esterna" che si estende lungo il confine della Mongolia con lo Shanxi in provincia di Hebei, e la "Grande Muraglia Interna" che si estende verso sud-est dal Passo di Piantou per circa quattrocento chilometri, attraversando passaggi importanti come il Passo di Pingxing e il Passo di Yanmen prima di ricongiungersi con la Grande Muraglia Esterna a Sihaiye, nella Contea di Yanqing, Pechino.

Le sezioni della Grande Muraglia vicino al comune di Pechino sono particolarmente famose: erano frequentemente rinnovate e sono regolarmente visitate dai turisti al giorno d'oggi. La Grande Muraglia Badaling vicino a Zhangjiakou è il più famoso tratto della Muraglia, e per questo è stato il primo tratto ad essere aperto al pubblico dalla Repubblica popolare cinese; un seguente tratto fu reso visitabile ai dignitari stranieri. A sud di Badaling c'è il Passo di Juyong; utilizzato dai cinesi per proteggere la loro terra, questa sezione del muro aveva molte guardie per difendere Pechino, capitale della Cina. Realizzata in pietra e mattoni dalle colline, questa porzione della Grande Muraglia è di quasi otto metri di altezza e cinque metri di larghezza.

Una delle sezioni più suggestive del Grande Muraglia Ming è dove si inerpica per pendii estremamente ripidi. Si estende per undici chilometri di lunghezza, varia da cinque a otto metri di altezza e sei metri in tutta la parte inferiore, restringendosi sino a cinque metri in alto. Wangjinglou è una delle sessantasette torri di guardia di Jinshanling, a 980 metri sul livello del mare. A sud est di Jinshanling c'è la Grande Muraglia Mutianyu che si snoda lungo altre montagne, da sud-est a nord-ovest per più di due chilometri; è collegata con il Passo di Juyongguan ad ovest e con Gubeikou a est. Questa sezione è stata una delle prime ad essere rinnovata in seguito ad agitazioni della Rivoluzione Culturale.

Ai margini del Golfo di Bohai c'è il Passo di Shanai, la fine tradizionale della Grande Muraglia conosciuto come "Il primo passaggio sotto il cielo". La parte del muro che incontra il mare è chiamata "Vecchia testa di Drago" ed è all'interno del complesso del Passo di Shanhai. Tre chilometri a nord di Shanhaiguan c'è il Grande Muro di Jiaoshan, il sito della prima montagna della Grande Muraglia. Quindici chilometri a nord-est da Shanhaiguan c'è Jiumenkou, che è l'unica parte del muro che fu costruita come un ponte.

Prima dell'uso di mattoni, la Grande Muraglia era stata costruita principalmente utilizzando terra battuta, sassi e legno. Durante la dinastia Ming, tuttavia, i mattoni furono utilizzati in molte aree della parete, così come lo furono i materiali come piastrelle, calce e pietra. Le dimensioni e il peso dei mattoni li rendeva più facili da lavorare rispetto alla terra e alla pietra, accelerando la costruzione. Inoltre, i mattoni potevano sopportare più peso e durare nel tempo meglio della terra battuta. D'altronde, la pietra può sopportare il proprio peso meglio dei mattoni, ma è più difficile da lavorare; di conseguenza, le pietre tagliate in forme rettangolari sono state utilizzate per la fondazione e per i passaggi pedonali interni ed esterni. La stragrande maggioranza del muro è edificata con merli per la difesa; questi sono alti poco più di trenta centimetri e larghi poco più di venti; dai parapetti le guardie potevano controllare il terreno circostante. La comunicazione tra le unità dell'esercito lungo la lunghezza della Grande Muraglia, tra cui la possibilità di chiamare rinforzi e avvertire le guarnigioni riguardo ai movimenti nemici, era di grande importanza: svariate torrette di segnalazione sono presenti sulle cime delle colline o in altri punti alti lungo il muro in modo da renderle facili le segnalazioni. I cancelli di legno forse erano usati come una trappola contro quelli che li attraversavano. Caserme, scuderie e armerie furono costruite vicino alla superficie interna del muro.

Mentre alcune porzioni a nord di Pechino e vicino a centri turistici sono state conservate e anche ampiamente rinnovate, in molti luoghi la Muraglia è in rovina. Alcune sezioni del Muro sono anche soggette a graffiti e ad atti vandalici. Alcune parti sono state distrutte perché la Muraglia ostacolava nuove costruzioni.

Più di sessanta chilometri della Muraglia in provincia di Gansu potrebbero scomparire nei prossimi venti anni per via dell'erosione causata da tempeste di sabbia. In alcuni punti l'altezza del muro è stata ridotta da più di cinque metri a meno di due metri. Le torri di avvistamento quadrate che caratterizzano le immagini più famose del muro sono scomparse completamente. Molte sezioni occidentali del muro sono state costruite utilizzando il fango, piuttosto che mattoni e pietra, pertanto, sono più sensibili all'erosione. Nel mese di agosto 2012, una sezione di trenta metri della muraglia, nella provincia di Hebei (nord della Cina) è crollata dopo giorni di forti piogge continue.

Uno dei primi riferimenti noti al mito della visibilità dallo spazio appare in una lettera scritta nel 1754 dall'archeologo inglese William Stukeley. Stukeley ha scritto che, "Questo possente muro di quattro miglia di lunghezza (Vallo di Adriano) è superato solo dalla Muraglia Cinese, la quale fa una notevole figura sul globo terrestre, e potrebbe essere individuata dalla Luna". L'affermazione è stata citata anche da Henry Norman nel 1895 dove egli afferma che "oltre alla sua età - la Grande Muraglia - gode della reputazione di essere l'unica opera fatta dalle mani dell'uomo sul globo terrestre visibile dalla Luna". La questione dei "canali" su Marte era prominente alla fine del XIX secolo e può aver portato alla convinzione che oggetti sottili e lunghi possano essere visibili dallo spazio. L'affermazione che la Grande Muraglia sia visibile dalla Luna appare anche nella fascetta Ripley's Believe It or Not! del 1932, e nel libro Secondo Libro delle Meraviglie di Richard Halliburton del 1938.

La grande Muraglia viene spesso indicata come l'unica opera umana visibile dallo spazio (o dalla Luna), ma questa è un'affermazione che, per quanto suggestiva, è priva di ogni fondamento. Il motivo è molto semplice: anche se lunga migliaia di chilometri (misura rimarchevole riguardo un'osservazione anche da notevoli distanze dal pianeta) la Grande Muraglia è però larga meno di dieci metri, pertanto, già ad un centinaio di chilometri di altezza - e, a maggior ragione, da migliaia o centinaia di migliaia di chilometri dal pianeta - essa non sarebbe visibile a causa del potere risolutivo dell'occhio umano. Effettivamente, molti astronauti hanno riferito al quartier generale della NASA di non aver mai notato la serpeggiante costruzione, se non usando il telescopio. In ogni caso, dalla Luna è assolutamente impossibile vederla ad occhio nudo; basti l'affermazione di un astronauta riguardo al fatto che la Terra appare come una "meravigliosa sfera, principalmente bianca, con un po' di blu e qualche zona gialla e occasionalmente un po' di vegetazione verde".

Una domanda più controversa è se la Grande Muraglia sia visibile dall'orbita terrestre bassa (ad un'altitudine di minimo 160 km). La NASA sostiene che è appena visibile, e solo in condizioni praticamente perfette: non è più evidente di molti altri oggetti artificiali. Altri autori hanno sostenuto che a causa delle limitazioni delle ottiche dell'occhio e la spaziatura dei fotorecettori nella retina, è impossibile vedere il muro ad occhio nudo, anche da un'orbita bassa: ciò richiederebbe un'acutezza visiva di 20 /3 (7,7 volte migliore rispetto al normale).

L'astronauta Bill Pogue pensava di averla vista dallo Skylab, ma scoprì che in realtà stava guardando il Gran Canale vicino a Pechino. Vide la Grande Muraglia con il binocolo, ma ha detto che "non era visibile ad occhio nudo". Il senatore statunitense Jake Garn ha affermato di essere stato in grado di vedere la Grande Muraglia a occhio nudo da un'orbita di un veicolo spaziale nei primi anni '80, ma la sua affermazione è stata contestata da diversi astronauti americani. L'astronauta veterano statunitense Gene Cernan ha dichiarato: "Orbitando intorno alla Terra da 160 a 320 chilometri la Grande Muraglia Cinese è, a dire il vero, visibile ad occhio nudo". Edward Lu, ufficiale scientifico della Spedizione 7 a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, aggiunge che "È meno visibile di un sacco di altri oggetti. E bisogna sapere dove guardare".

Nel 2001, Neil Armstrong ha dichiarato circa la vista dall'Apollo 11: "Io credo che, almeno con i miei occhi, non ci sia stato alcun oggetto artificiale che ho potuto vedere. Io non ho ancora trovato nessuno che mi abbia detto di aver visto la Grande Muraglia Cinese da un'orbita terrestre... Ho chiesto a varie persone, particolarmente ai ragazzi dello Shuttle, che hanno fatto varie orbite intorno alla Cina di giorno, e quelli con cui ho parlato non l'hanno vista".

Nell'ottobre 2003, l'astronauta cinese Yang Liwei ha dichiarato che non era stato in grado di vedere la Grande Muraglia Cinese. In risposta, l'Agenzia Spaziale Europea (ESA) ha emesso un comunicato stampa che riporta che da un'orbita fra 160 e 320 chilometri, la Grande Muraglia è visibile ad occhio nudo. Nel tentativo di chiarire ulteriormente le cose, l'ESA ha pubblicato una foto di una parte della "Grande Muraglia" fotografata dallo spazio; tuttavia, una settimana più tardi, in un comunicato stampa (non più disponibile nel sito web della ESA), hanno ammesso che la " Grande Muraglia " nella foto era, in realtà, un fiume.

Leroy Chiao, un astronauta cinese-americano, ha scattato una fotografia dalla Stazione Spaziale Internazionale che mostra la Muraglia. Era così indistinta che il fotografo non era certo di averla effettivamente fotografata. Sulla base della fotografia, il China Daily ha riferito che la Grande Muraglia può essere vista dallo spazio, ad occhio nudo, in condizioni di visualizzazione favorevoli, se si sa esattamente dove cercare. Al riguardo si deve considerare, però, che la risoluzione di una fotocamera è tipicamente di gran lunga superiore rispetto all'occhio umano, quindi, la questione della visibilità ad occhio nudo non ha nulla a che vedere con eventuali fotografie.

L'espressione "Grande Muraglia" viene spesso utilizzata per simboleggiare qualcosa di enorme che può impedire l'accesso a qualcosa. Per analogia, una grande struttura astronomica è stata chiamata in questo modo.
Una leggenda vorrebbe che gli schiavi morti durante la costruzione venissero seppelliti all'interno della muraglia. In realtà resti umani sono stati trovati nei pressi delle mura ma mai all'interno. Del resto i corpi - qualora parte integrante del muro - decomponendosi, avrebbero destabilizzato la struttura.
Nei primi anni del duemila è risultata l'opera architettonica più votata in un sondaggio effettuato, con metodologie piuttosto controverse, al fine di stabilire un insieme di opere che potessero essere considerate le Sette meraviglie del mondo moderno.
Il gioco da tavolo del Mah Jong, inventato nel XIX secolo, celebra nel proprio svolgimento la costruzione della Grande Muraglia grazie a tessere particolari in avorio e bambù simili a mattoncini (le stesse usate nel solitario). Le prime fasi del gioco sono la costruzione della muraglia e l'apertura della breccia.
Lo scrittore praghese Franz Kafka si è ispirato alla Grande Muraglia nel suo frammento in prosa intitolato da Max Brod Durante la costruzione della muraglia cinese (Beim Bau der chinesischen Mauer).


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sabato 6 febbraio 2016

LE DOLOMITI

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«...Sono le grandi cattedrali della terra, con i loro portali di roccia, i mosaici di nubi, i cori dei torrenti, gli altari di neve, le volte di porpora scintillanti di stelle...». John Ruskin, 1869

Le Dolomiti, anche dette Monti pallidi, sono un insieme di gruppi montuosi delle Alpi Orientali italiane, comprese tra le province di Belluno (sul cui territorio è situata la maggior parte dei gruppi dolomitici), Bolzano, Trento, Udine e Pordenone.

Il 26 giugno 2009 il Comitato Esecutivo della Convenzione sul patrimonio materiale dell'umanità dell'UNESCO, riunita a Siviglia, ha dichiarato le Dolomiti Patrimonio dell'umanità.

L'esistenza delle Dolomiti d'Oltrepiave, situate a est del fiume Piave, nelle province di Belluno, Udine e Pordenone (e anche in parte dell'Austria, in bassa Carinzia, e nel Tirolo orientale le Dolomiti di Lienz), delle Dolomiti di Brenta, collocate nel Trentino occidentale, delle Piccole Dolomiti, fra Trentino e Veneto, e di affioramenti sparsi sulle Alpi (ad esempio la cima del Gran Zebrù nel gruppo Ortles-Cevedale) evidenzia la natura puramente convenzionale di questa delimitazione territoriale.

Le Dolomiti, intese nell'accezione più ristretta, vengono divise in due zone dal corso del torrente Cordevole (il quale scorre in provincia di Belluno ed è il principale affluente del Piave), in Dolomiti Orientali, ovvero ad est del Cordevole e Dolomiti Occidentali ad ovest del Cordevole.

L'area dolomitica si estende tra le province di Belluno, sul cui territorio è situata la maggior parte dei gruppi dolomitici, Bolzano, Trento, Udine e Pordenone.

Comunemente si indica la Marmolada come la cima più alta delle Dolomiti, con i suoi 3.348 m s.l.m., ma è da notare come questa formazione non sia affatto costituita da dolomia, bensì in prevalenza da calcari bianchi molto compatti derivati da scogliere coralline, con inserti di materiale vulcanico: quindi a rigore la Marmolada non farebbe parte del gruppo.

Le Dolomiti prendono il nome dal naturalista francese Déodat de Dolomieu (1750-1801) che per primo studiò il particolare tipo di roccia predominante nella regione, battezzata in suo onore dolomia, costituita principalmente dal minerale dolomite (MgCa(CO3)2) ovvero carbonato doppio di calcio e magnesio. Questa composizione chimica delle rocce dà origine al fenomeno dell'enrosadira.

La prima denominazione geografica del termine "Dolomiti" comparve nel 1837 in una guida edita a Londra, per descrivere una regione montuosa comprendente le valli di Fassa, Gardena, Badia, la val Pusteria nonché le Alpi veneziane. Nel 1864 fu pubblicato il volume The Dolomite Mountains, resoconto di viaggio di due naturalisti inglesi, John Gilbert e G.C.Churchill. Con questo volume il termine fu introdotto a livello europeo.

La denominazione Monti Pallidi si rifà ad una leggenda.

I nove sistemi montuosi che compongono le Dolomiti Patrimonio dell’Umanità comprendono una serie di paesaggi montani unici al mondo e di eccezionale bellezza naturale. Le loro cime, spettacolarmente verticali e pallide, presentano una varietà di forme scultoree che è straordinaria nel contesto mondiale. Queste montagne possiedono, inoltre, un complesso di valori di importanza internazionale per le scienze della Terra. La quantità e la concentrazione di formazioni carbonatiche estremamente varie è straordinaria nel mondo, e contemporaneamente la geologia, esposta in modo superbo, fornisce uno spaccato della vita marina nel periodo Triassico, all’indomani della più grande estinzione mai ricordata nella storia della vita sulla Terra. I paesaggi sublimi, monumentali e carichi di colorazioni, delle Dolomiti hanno da sempre attirato una moltitudine di viaggiatori e sono stati fonte di innumerevoli interpretazioni scientifiche e artistiche dei loro valori.

Il loro fascino e la loro bellezza derivano da una grande varietà di forme verticali spettacolari, come pinnacoli, guglie e torri, in contrasto con le superfici orizzontali tra cui cenge, balze e altipiani, il tutto emergente all’improvviso da estesi giacimenti detritici o da dolci colline. A ciò si aggiunga l’estesa gamma di colori creata dai contrasti tra le spoglie e pallide rocce e le foreste e i prati sottostanti. Le montagne risaltano come guglie, alcune isolate, altre unite a formare estesi paesaggi. Il territorio delle Dolomiti ha coniato il nome all’archetipo “paesaggio dolomitico”;
 le Dolomiti hanno avuto origine nel Triassico (circa 250 milioni di anni fa) dall’accumulo di conchiglie, coralli e alghe in zone con latitudine e longitudine diverse dall’attuale, dove esistevano mari caldi e poco profondi. Sul fondo dei mari si sono andati ad accumulare centinaia di metri di sedimento che si sono poi trasformati in roccia.  Il successivo scontro tra la placca europea e la placca africana ha fatto emergere le rocce innalzandole ad oltre 3000 metri sopra il livello del mare.



Sul Pelmetto in Cadore e ai Lavini di Marco presso Rovereto vi sono impronte fossili di dinosauro.
Il paesaggio attuale è spigoloso e ricco di dislivelli. A determinare tale trasformazione sono stati i piegamenti e le rotture delle rocce lungo piani di scorrimento (faglie), ai cui movimenti corrispondono altrettanti terremoti; episodiche esplosioni vulcaniche e relativi depositi; erosioni differenziali legate agli agenti atmosferici e ai piani di debolezza insiti nelle rocce. Ne risulta una topografia molto articolata in strutture verticali (pale, guglie, torri, pinnacoli, denti, campanili) ed orizzontali (tetti, cornicioni, spalti, cenge, plateau). Si possono osservare le testimonianze di periodi a clima temperato, precedenti a quelli glaciali, ma soprattutto dominano le forme di erosione ed accumulo legate ai periodi glaciali, gobbe rocciose levigate e striate dal ghiaccio (rocce montonate), valli sospese, circhi glaciali, depositi di morene, tracce di antichi suoli gelati (permafrost), testimonianze delle pressioni esercitate dalle masse glaciali.

L'innalzamento delle rocce dolomitiche è tuttora in corso. Oggi le Dolomiti mostrano il biancore dei carbonati di scogliera corallina, l'acutezza di rocce coinvolte in orogenesi recenti, le incisioni di potenti agenti esogeni (ghiacciai, vento, pioggia, freddo-caldo). Frequenti sono i macereti (depositi detritici), mentre ghiacciai e nevai sono presenti anche se non di grande estensione (il più esteso è quello della Marmolada. Importante anche quello di Fradusta nelle Pale di San Martino).

Fenomeni di erosione sono alla base di particolari formazioni geologiche, le Piramidi di terra in Alto Adige e a Segonzano in Trentino.

Nel futuro geologico, le Dolomiti continueranno a crescere inglobando nuovi settori di rocce sospinte dallo scontro tra le placche europea e africana (analogamente a quanto succede per la catena himalayana); la scomparsa di questa spinta determinerà il prevalere degli agenti esogeni tendenti ad appianare e addolcire il paesaggio montano (come è successo negli Urali).

Fino a 1800 m (versanti nord) o 2.200 m (versanti soleggiati) la vegetazione è formata principalmente da boschi di conifere (abete rosso, abete bianco e pino silvestre, larice), mentre nelle alte quote da boschi di larice, cirmolo e cespuglietti di mughi. Il “pino mugo” legnoso, resistente a tutte le bufere, trattiene le nevi, protegge dalle valanghe, e fornisce una sostanza medicamentosa detta “olio di mugo”. Un altro nome del pino mugo è barancio (nelle Dolomiti di Sesto si trovano i gruppi dolomitici della rocca dei Baranci e della Croda dei Baranci). Nelle Dolomiti è presente anche il ginepro che è ad arbusteto e costituisce vasti tappeti con gli arbusteti del mirtillo, dell'erica e del rododendro alpino i quali sono ampiamente diffusi. Al di sotto dei 1200-1000 metri troviamo boschi di latifoglie: faggio, quercia (rovere, roverella), betulla, nocciòlo, castagno, frassino, acero di monte, ornello. In zone ricche di acqua, sul fondovalle, crescono il salice e l'ontano.

Sono presenti anche diversi pascoli in alta quota, come ad esempio l'alpe di Siusi, gli altipiani Ampezzani e Pian dei Buoi.

Dai boschi di abete rosso (o peccio) di certe zone (come quelli della val di Fiemme, di Paneveggio o attorno al lago di Carezza) si ricava il legno per le casse armoniche degli strumenti musicali: è l'abete di risonanza. Il popolo del Cadore, fiero delle sue peccete, volle rappresentare nel suo stemma un abete rosso avvinto da due torri.

Importanti come habitat sono pure i luoghi umidi: le torbiere, i siti alluvionali dei torrenti glaciali, le sorgenti, gli specchi d'acqua libera, i prati umidi (molineti), le pozze d'alpeggio, le pozze di risorgiva. Tra i laghi, particolare è il lago di Tovel in Trentino in quanto, a causa di un microrganismo, assumeva in passato una colorazione rossastra. I laghetti delle Dolomiti, come in genere quelli delle Alpi, sono oligotrofi. I più noti e pittoreschi laghi dolomitici sono: il lago di Tovel, il lago di Molveno, il lago di Carezza, il lago di Braies, il lago di Dobbiaco, il lago di Landro, il lago di Misurina, il lago d'Antorno, il lago di Auronzo, il lago di Alleghe.

Innumerevoli sono i tipi di fiori che costituiscono la flora alpina dolomitica, come ad esempio: la stella alpina alle alte quote (originaria dell'Asia centrale), alcuni tipi di genziana, alcuni tipi di sassifraghe (saxifraga), il giglio martagone, la campanula (campanula del Moretti e campanula scheuchzeri), l'azalea alpina del genere rhododendron, l'ambretta strisciante (geum reptans) su macereti e morene, vari tipi di Ranuncolacee (come il botton d'oro, il ranuncolo dei ghiacciai e la clematide alpina), la vitalba alpina, la daphne striata, la miosòtide (o myosotis, noto anche come "non-ti-scordar-di-me"), vari tipi di orchidea, la viola, il ciclamino delle Alpi, il colchicum, il croco, l'astro alpino, il garofano dei ghiacciai, la pulsatilla alpina o anemone alpino, il senecio, la soldanella, la veronica gialla delle rocce (abitatrice delle fessure delle rocce), la nigritella, l'arnica, il narciso, il cardo, il camedrio alpino, il papavero alpino retico, il geranio sanguineo, la pinocchiella delle rupi, il brugo, la valeriana nana, l'aquilegia azzurra, la peonia selvatica, il dente di cane, la primula minima, il leontodon, il raponzolo di roccia, l'androsace alpina e l'androsace di Hausmann, il giacinto di montagna.

Nelle Dolomiti vivono numerose specie di mammiferi e roditori: il capriolo, il cervo, il camoscio, il daino, lo stambecco, il cinghiale, la marmotta, la martora, lo scoiattolo, il tasso, la donnola, la faina, la puzzola, la talpa, la volpe, la lepre, il ghiro, il riccio. Molto rara è la lontra, ritornata in questi ultimi anni (Alto Adige e Carnia). In alcune zone vivono l'orso bruno, la lince e il lupo. Negli ultimi anni in alcune zone (tra Friuli e Trentino Alto Adige) è stata accertata la presenza dello sciacallo dorato proveniente dalla penisola balcanica.

Tra gli uccelli si ricordano: l'aquila reale, il falco pellegrino, l'astore, la poiana, il gheppio, il gipeto, il corvo, il gallo forcello, la civetta, il barbagianni, l'urogallo, il picchio, l'upupa, lo sparviere, il fagiano di monte, il francolino di monte, il gufo, la pernice bianca, il merlo e il merlo acquaiolo, il gracchio alpino, la ghiandaia, l'allocco, la coturnice, il tordo, il pettirosso. Tra gli anfibi vivono la rana alpina, il rospo, la lucertola, il ramarro, il tritone alpestre, la salamandra, la salamandra alpina, l'ululone. Tra i rettili velenosi vi sono la vipera e il marasso. Sono presenti pure la biscia dal collare, il biacco, la coronella austriaca, il saettone, l'orbettino

Le prime frequentazioni degli esseri umani nelle Dolomiti risalgono all'11.500 a. C. L'insediamento stanziale nelle valli dolomitiche è ben documentato dall'età del bronzo. Nel corso del I millennio avanti Cristo le Dolomiti furono popolate dai Reti e colonizzate pure dai Celti, popoli che ebbero rapporti commerciali anche con gli Etruschi. Successivamente il territorio fu occupato dai Romani che, in età imperiale, divisero l'area tra le province di Raethia e Noricum a nord e la X Regio Venetia et Histria a sud. Il contatto tra le popolazioni retiche indigene e quelle latine diede origine ad una nuova cultura e lingua: il ladino. Nel Medioevo vi giunsero i Longobardi. Dall'XI secolo si formarono nell'area dolomitica forme di autogoverno delle comunità locali (Magnifiche Comunità o Regole), esercitate per mezzo di statuti votati democraticamente (le Carte di Regola o Statuti). Durante il periodo fra i secoli XIV e XVIII il territorio dolomitico fu diviso in due grandi aree d'influenza austroungarica e veneta. I principati vescovili di Trento e Bressanone facevano parte del Sacro Romano Impero, mentre il Bellunese e la Carnia appartenevano alla Repubblica di Venezia. Il Bellunese, come tutto il Veneto, entrerà a far parte del Regno d'Italia nel 1866 dopo la terza guerra d'indipendenza. Il Trentino Alto Adige entrerà a far parte del Regno d'Italia nel 1918 al termine della prima guerra mondiale.



Quanto poi agli insediamenti umani, nell'area sudtirolese tedescofona prevale il cosiddetto maso chiuso, mentre nella zona ladina (Badìa e Gardena, Trentino, Bellunese) prevalgono le cosiddette viles, nuclei compatti di case addossate le une all'altre. Sono dominanti due diversi modelli culturali: sull'area germanofona prevale il modello germanico, basato su un'organizzazione per nuclei monofamiliari con prevalenza dell'allevamento sull'agricoltura e quindi caratterizzato da ampie superfici a pascolo generalmente indivise; nell'area di cultura romanza è invece diffuso il modello romano, con un'organizzazione sociale in piccole comunità regolate dal diritto romano e dedite prevalentemente all'agricoltura e alla silvicoltura.

Numerosi parchi naturali proteggono questa particolare natura e vari comitati ad hoc si sono impegnati nel proporre le Dolomiti come Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO, tentativo coronato da successo il 26 giugno 2009, quando a Siviglia i ventuno componenti del World Heritage Committee hanno deciso all'unanimità di includere la quasi totalità delle Dolomiti nell'elenco dei patrimoni naturali. La candidatura era stata inizialmente avanzata nel 2004 dal Ministero dei Beni Culturali ma era stata bocciata dall'UNESCO nel maggio 2006. Successivamente il gruppo di lavoro UNESCO del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, coordinato dal prof. Pier Luigi Petrillo, ha ripresentato i due dossier di candidatura, avviando, contestualmente, un intenso negoziato con i 165 paesi membri della Convenzione e i 37 paesi membri del Comitato. A conclusione del negoziato, durato due anni e mezzo, l'Autorità indipendente di valutazione delle candidature naturalistiche, l'IUCN, ha espresso parere favorevole alla candidatura. Da ultimo, a Siviglia, nel giugno 2009, la squadra coordinata dal prof. Petrillo ha condotto gli ultimi finali negoziati ottenendo il riconoscimento dell'UNESCO che "certifica" l'unicità, nel mondo, delle Dolomiti.

Le Dolomiti, specialmente nella loro parte settentrionale e occidentale, sono intensamente sfruttate ad uso turistico. In particolare le valli delle Province di Trento e Bolzano e la parte alta della Provincia di Belluno basano la propria economia sulla pratica invernale dello sci alpino divenuto popolare con le Olimpiadi Invernali di Cortina del 1956. Il Dolomiti Superski unisce poi sotto un unico skipass la quasi totalità dei comprensori sciistici della zona. Più marginali sono invece lo sci di fondo (di cui esistono però vari punti di eccellenza sparsi nelle varie vallate), e lo sci alpinismo che in costante crescita negli ultimi decenni vede la continua nascita di nuovi sci club e di nuove gare (prevalentemente notturne) tra le quali vanno sicuramente citati gli eventi di "Dolomiti Sotto le Stelle" e la "Sellaronda Skimarathon".

L'estate è invece il tempo dei trekking e delle scalate, turismo questo che viene praticato sull'intera area. Le Dolomiti vantano una lunga tradizione escursionistica e alpinistica che nel corso del '900 ha dotato la cima più alta della quasi totalità delle montagne di una via di salita segnalata e spesso ferrata per facilitarne l'accesso. Le Vie Ferrate sono estremamente diffuse e non si contano i tipici Rifugi Alpini ed i Bivacchi Fissi che facilitano di molto la salita a questi monti. Altro punto di eccellenza sono le Alte Vie delle Dolomiti: sentieri ben battuti e segnati che consentono di compiere lunghe attraversate a tappe della durata di svariate giornate camminando sempre in quota senza mai scendere a fondovalle. Le due Alte Vie più famose sono l'Alta Via numero 1 dal Lago di Braies a Belluno e l'Alta Via numero 2 da Bressanone a Feltre. L'arrampicata data la sua estrema variabilità e veloce evoluzione meriterebbe un capitolo a sé stante: vie alpinistiche (classiche e moderne) in montagna, Big Wall, Falesie attrezzate, vaste aree boulder e arrampicata su ghiaccio sono solo alcuni esempi delle varie attività legate a questo sport.

Alcune fra le località di villeggiatura più conosciute presenti nelle vallate dolomitiche sono: Cortina d'Ampezzo nella Conca Ampezzana, Auronzo di Cadore-Misurina in val d'Ansiei, Rocca Pietore-Marmolada nella val Pettorina, Agordo nella Conca Agordina Selva e Ortisei in val Gardena, Dobbiaco e Sesto in val Pusteria, Castelrotto ai piedi dell'alpe di Siusi, Canazei e Moena nella val di Fassa, Falcade in valle del Biois, San Martino di Castrozza nel Primiero, Arabba nella valle di Livinallongo, Corvara, La Villa, San Cassiano, Badia in val Badia, Madonna di Campiglio in val Rendena e Forni di Sopra in Friuli Venezia Giulia.

Un altro tipo di turismo è rappresentato dai luoghi legati ai combattimenti del fronte italiano della prima guerra mondiale: tra questi ricordiamo il Pasubio nelle Piccole Dolomiti (Strada delle 52 gallerie e Dente Italiano).

Sul Monte Rite, nel comune di Cibiana di Cadore, è possibile visitare il museo MMM Dolomites dedicato alla storia dell'esplorazione e dell'alpinismo in Dolomiti.



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domenica 12 luglio 2015

IL VERRUCANO



La pietra verrucana o verrucano è un insieme di rocce metamorfiche di origine sedimentaria.

In geologia stratigrafica, si intende per verrucano un’unità litoformazionale affiorante nella Toscana marittima sino al Promontorio Argentario, costituita da conglomerati quarzoso-filladici, arenarie, argille e scisti filladici rossastri di età variabile dal Permiano superiore al Triassico medio-superiore e di facies tipicamente continentale.

Il nome deriva dal Monte Verruca, nel Monte Pisano, dove si trovavano vasti affioramenti di tale roccia e che fu studiato dal geologo pisano Paolo Savi nel 1832. Compongono la roccia conglomerati quarzosi, anageniti, quarziti, filladi e scisti pelitici, con il colore che può variare dal rosso violaceo al grigio-verde.

La varietà più nota delle quarziti è il grigio verdastro chiaro ed è una pietra massicciamente usata nell'edilizia medievale di Pisa e delle città vicine (Livorno in particolare), soprattutto per la costruzione di strutture portanti di chiese, palazzi e torri.

Il Verrucano Lombardo è un'unità geologica di età tardo-permiana, affiorante nel Dominio Sudalpino lombardo e nel Trentino occidentale.

Si tratta di depositi silicoclastici continentali, di colore rosso, caratterizzati da alternanze di arenarie e conglomerati sedimentatisi in ambiente fluviale.

Abbiamo conglomerati a granulometria molto variabile, cui si alternano arenarie a grana medio-grossolana, con composizione quarzoso-feldspatica, abbondante matrice e cemento siliceo-argilloso, compatte, che localmente passano a siltiti e peliti. Caratteristico il colore rossastro indicante forte ossidazione del sedimento. I conglomerati sono costituiti in parte da frammenti litici di quarzo latteo e rosa, rocce vulcaniche e in parte metamorfiche. Queste rocce si sono originate da depositi di conoide alluvionale e piana alluvionale sedimentatisi in aree continentali a clima arido o semi-arido (a paleo-latitudini verosimilmente tropicali), drenate da corsi d’acqua a regime torrentizio di tipo intrecciato (braided) o meandriforme. Erano quindi aree caratterizzate da apporti sedimentari concentrati e massicci con cadenza stagionale, separati da lunghi periodi di magra, con intensa ossidazione dei sedimenti. I depositi derivanti da un contesto di questo tipo mostrano una stratificazione lenticolare, a volte anche alla scala dell’affioramento, con bruschi contatti verticali (sovente erosivi) e frequenti passaggi laterali di facies. Sono talora osservabili anche strutture sedimentarie da corrente (laminazioni parallele e incrociate) e frequenti inclusi pelitici derivati dall’erosione e dal trasporto di frammenti di materiale fangoso da parte delle correnti fluviali. Non è mai stata segnalata la presenza di fossili.

La composizione del Verrucano indica una origine dei depositi per erosione in parte del basamento metamorfico, in parte delle coperture vulcaniche e terrigene Permiane.

Gli spessori massimi dell'unità variano da 100 a 500 metri tra il Lario e le Giudicarie; gli spessori minori si registrano lungo il crinale orobico (da 20 a oltre 200 metri).

Data l'assenza di fossili diagnostici, l'età della formazione è desunta per via indiretta dalla sua posizione stratigrafica. L'unità poggia tramite una marcata discorformità stratigrafica sia sul basamento metamorfico che sui depositi continentali silicoclastici e vulcanici del Permiano Inferiore. Il limite superiore è invece dato dalla base del Servino, risalente al Triassico Inferiore. L'età di deposizione del Verrucano Lombardo è quindi, per interpolazione, il Permiano Superiore (Tatariano). Questa datazione è confermata da quella delle formazioni che si sviluppano verso oriente lateralmente al Verrucano Lombardo: le Arenarie di Val Gardena e la Formazione a Bellerophon, databili in base al loro contenuto faunistico e floristico.



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venerdì 8 maggio 2015

LE PIRAMIDI DI ZONE



Situate sull'altipiano di Cislano, nel territorio del comune di Zone, ad un'altitudine di 600 metri, le piramidi di Zone sono uno degli spettacoli naturali più singolari della conca sebina e costituiscono un importante documento dell'evoluzione geologica dell'epoca glaciale e post-glaciale alpina.
La Riserva Naturale delle Piramidi di Zone, istituita nel 1984 dalla Regione Lombardia; si trova sulla sponda orientale del lago d'Iseo (detto anche Sebino), in provincia di Brescia, nella valle del Bagnadona a ridosso delle pendici nord occidentali del monte Pura.

La riserva naturale Piramidi di Zone conosciuta come camini delle fate o Piramidi di terra, è il singolare risultato della forza erosiva dell'acqua.

L'azione fisica delle acque dilavanti e il potere corrosivo dell'acido carbonico, prodotto dalla reazione chimica dell'anidride carbonica contenuta nelle acque meteoriche a contatto col detrito morenico (deposito tipicamente glaciale), dà seguito a processi erosivi da cui prende il via la formazione delle Piramidi di terra.

Durante la glaciazione del Riss (circa 150 000 anni fa), da una lingua laterale dell'imponente ghiacciaio camuno, dilatatosi dal bacino ora occupato dal Lago d'Iseo, venne deposto un vasto deposito morenico che ostruì la testata della valle impedendo il normale deflusso dei torrenti. I continui detriti trasportati dai torrenti formarono l'Altipiano di Zone Cislago. La diga morenica venne erosa dall'acqua piovana e dai ruscelli che scendevano veloci dalla montagna formando nel terreno canali sempre più profondi e larghi che hanno dato inizio alla formazione delle Piramidi di terra e sassi. La costante erosione dei lati delle stesse le ha modellate nel tempo a forma di colonne di argilla sempre più strette e alte. Sulla sommità delle colonne sono rimasti dei grossi sassi che, insieme al formarsi di uno strato costituito da materiale fine (prevalentemente limo) intorno alle colonne stesse, le ha protette dall'erosione e ne ha impedito il crollo dando origine allo spettacolare fenomeno delle Piramidi.

Le Piramidi di Zone offrono uno scenario particolarmente spettacolare non solo per le diverse forme e le imponenti dimensioni (la più imponente presenta un'altezza di circa 30 metri, un diametro alla base di 8 metri ed è protetta alla sommità da un masso di quattro metri di diametro), ma anche per il contrasto dei colori dato dal violaceo delle piramidi e delle quinte da cui emergono, dal verde intenso della fitta boscaglia e da quello più brillante del pianoro sovrastante oltre che dalle chiare cime calcaree che coronano lo sfondo. In autunno questi colori virano acquistando toni più svariati e caldi e rendendo lo spettacolo ancora più affascinante. Il continuo processo di erosione produce continui cambiamenti nelle Piramidi di Zone, cambiamenti osservabili anche a distanza di poche decine di anni, infatti ancora oggi nuovi esemplari vengono a crearsi e altri si distruggono lasciando in alcune zone solchi molti profondi simili a canyon.

Ampio e spettacolare anfiteatro situato nella valle che si affaccia sulla sponda orientale del Lago d’Iseo, caratterizzato dalla singolare presenza di numerose piramidi di terra, sormontate da larghi cappelli di roccia, creato dall’azione erosiva sull’originario deposito morenico. La Riserva Regionale delle Piramidi di Erosione di Zone si sviluppa su una superficie di circa 21 ettari ad un altezza tra i 400 metri ed i 600 metri sul livello del mare. Il vasto deposito morenico che dà origine alle Piramidi di Zone è stato lasciato circa 150.000 anni fa dall’imponente ghiacciaio proveniente dalla Valle Canonica; durante la terza glaciazione, di Riss, esso riempiva il bacino ora occupato dal lago d’Iseo con uno spessore di oltre 600 metri, penetrando nella valle del Bagnadore con una lingua laterale. Il fenomeno è originato dalla combinazione di due fattori: dall’erosione degli agenti atmosferici sopra questa morena e dall’azione protettiva compiuta dai massi più grossi, come “cappelli” sulle “colonne di terra” sottostanti. Quando il cappello sommatale cade, la piramide si disgrega rapidamente fino a trovare un altro cappello ad un livello inferiore.Tutto intorno alla Riserva delle Piramidi di Erosione si sviluppa una contesto ambientale di eccezionale rilevanza: Zone, infatti, è incastonata in uno tra gli altipiani più belli dell’intero comprensorio Sebino – Camuno; alle passeggiate rilassanti nei pressi dell’abitato e delle frazioni si possono aggiungere escursioni più o meno difficoltose tra faggi, castagni ed abeti, verso i pascoli del Monte Guglielmo (m. 2000) dell’Aguina (m. 1250) dell’Agolo (m. 1378) ovvero alla scoperta di interessanti punti panoramici che dominano il territorio circostante quali la Corna Trentapassi a sbalzo sul Lago d’Iseo (m. 1248) ed il monte Pura.



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