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lunedì 3 agosto 2015

HARAKIRI



Seppuku è un termine giapponese che indica un rituale per il suicidio in uso tra i samurai.

In Occidente viene usata più spesso la parola harakiri. La motivazione di questa apparente discrepanza tra l'uso di seppuku e harakiri è chiarita qui di seguito.

Il seppuku è anche conosciuto come harakiri ("taglio del ventre") ed è scritto con lo stesso kanji di seppuku, ma in ordine inverso con un okurigana. In giapponese il termine più formale seppuku, una lettura cinese on'yomi, è usato di solito nella lingua scritta, mentre harakiri, una lettura kun'yomi, è utilizzato nella lingua parlata. Ross nota che:

« Di norma, si considera "hara-kiri" come un termine di uso volgare, ma si tratta di un malinteso. Hara-kiri è la lettura giapponese Kun-yomi dei caratteri; poiché divenne uso comune preferire la lettura cinese negli annunci ufficiali, negli scritti si impose l'uso del termine seppuku. Quindi, hara-kiri è un termine del registro parlato, mentre seppuku è un termine del registro scritto per indicare lo stesso atto. »
(Christopher Ross, Mishima's Sword, p.68)
La pratica di fare seppuku alla morte del proprio signore, nota come oibara ( il kun'yomi o lettura giapponese) o tsuifuku (lo on'yomi o lettura cinese), segue un rituale simile.

Il seppuku veniva eseguito, secondo un rituale rigidamente codificato, come espiazione di una colpa commessa o come mezzo per sfuggire ad una morte disonorevole per mano dei nemici. Un elemento fondamentale per la comprensione di questo rituale è il seguente: si riteneva che il ventre fosse la sede dell'anima, e pertanto il significato simbolico era quello di mostrare agli astanti la propria anima priva di colpe in tutta la sua purezza.

Il primo atto di seppuku di cui si abbia traccia fu compiuto da Minamoto no Yorimasa durante la battaglia di Uji nel 1180.

Alcune volte praticato volontariamente per svariati motivi, durante il periodo Edo (1603 – 1867) divenne una condanna a morte che non comportava disonore. Infatti il condannato, vista la sua posizione nella casta militare, non veniva giustiziato ma invitato o costretto a togliersi da solo la vita praticandosi con un pugnale una ferita profonda all'addome di una gravità tale da provocarne la morte.

Il taglio doveva essere eseguito da sinistra verso destra e poi verso l'alto. La posizione doveva essere quella classica giapponese detta seiza cioè in ginocchio con le punte dei piedi rivolte all'indietro; ciò aveva anche la funzione d'impedire che il corpo cadesse all'indietro, infatti il guerriero doveva morire sempre cadendo onorevolmente in avanti. Per preservare ancora di più l'onore del samurai, un fidato compagno, chiamato kaishakunin, previa promessa all'amico, decapitava il samurai appena egli si era inferto la ferita all'addome, per fare in modo che il dolore non gli sfigurasse il volto.

La decapitazione (kaishaku) richiedeva eccezionale abilità e infatti il kaishakunin era l'amico più abile nel maneggio della spada. Un errore derivante da poca abilità o emozione avrebbe infatti causato notevoli ulteriori sofferenze.

Il più noto caso di seppuku collettivo è quello dei "Quarantasette Rōnin", celebrato nel dramma Chushingura, mentre il più recente è quello dello scrittore Yukio Mishima avvenuto nel 1970. In quest'ultimo caso il kaishakunin Masakatsu Morita, in preda all'emozione, sbagliò ripetutamente il colpo di grazia. Intervenne quindi Hiroyasu Koga che decapitò lo scrittore.

Una delle descrizioni più accurate di un seppuku è quella contenuta nel libro Tales of old Japan (1871) di Algernon Bertram Mitford, ripresa in seguito da Inazo Nitobe nel suo libro Bushidō, l'anima del Giappone (1899). Mitford fu testimone oculare del seppuku eseguito da Taki Zenzaburo, un samurai che, nel febbraio 1868, aveva dato l'ordine di sparare sugli stranieri a Kobe e, assuntasi la completa responsabilità del fatto, si era dato la morte con l'antico rituale. La testimonianza è di particolare interesse proprio perché resa da un occidentale che descrive una cerimonia, così lontana dalla sua cultura, con grande realismo.

Nel 1889, con la costituzione Meiji, venne abolito come forma di punizione. Un caso celebre fu quello dell'anziano ex-daimyō Nogi Maresuke che si suicidò nel 1912 alla notizia della morte dell'imperatore. Casi di seppuku si ebbero al termine della Seconda guerra mondiale tra quegli ufficiali, spesso provenienti dalla casta dei samurai, che non accettarono la resa del Giappone.

Con il nome di Jigai, il seppuku era previsto, nella tradizione della casta dei samurai, anche per le donne; in questo caso il taglio non avveniva al ventre bensì alla gola dopo essersi legate i piedi per non assumere posizioni scomposte durante l'agonia. Anche di ciò è presente una descrizione nel  libro di Mishima, Cavalli in fuga.

L'arma usata poteva essere il tantō (coltello), anche se più spesso, soprattutto sul campo di battaglia, la scelta ricadeva sul wakizashi, detto anche guardiano dell'onore, la seconda lama (più corta) che era portata di diritto dai soli samurai.

In Giappone tagliarsi la pancia era l'onorato modo di esecuzione. Il samurai aveva l'idea che il suo signore aveva il potere di dargli la morte e che gli era concesso uccidersi da sé, mentre essere decapitato ed essere messo in croce erano condanne disonorevoli.
A proposito, perché la pancia? Tagliarsi la pancia è assurdo come modo di uccidersi. Di solito non si può morire subito e si soffre forte dolore a lungo, però fu usato per quasi 700 anni. Circa la ragione, il dott. Nitobe Inazo scrive nel suo libro "Bushido: l'anima del Giappone": per le credenze anatomiche antiche l'anima e l'affezione umana dimorano in ventre, e quindi era creduto che tagliarsi la pancia fosse il modo di uccidersi secondo bushido, mostrando la propria anima.
Secondo alcuni studiosi la tradizione di seppuku è la ragione perché tanti giapponesi riconoscono e accettano la pena di morte, dato che è già stato fissato come "tradizione giapponese" il concetto: espiare la sua colpa con la sua morte per l'onore.

Su questo assetto ha pesato la concezione cristiana del suicidio, che lo rifiuta in maniera assoluta; notiamo però che la concezione latina del suicidio, in particolar modo in periodi più risalenti, non era così aliena a quella giapponese. Specie in contesti militari era considerato una reazione alta e onorevole rispetto alla sconfitta, estremo atto di libertà; e l'onda lunga di questa suggestione giunge fino Dante, che pone Catone, suicida, non all'inferno ma alle porte del purgatorio.

Ogni epoca ha avuto i suoi eroi, figure che, nella speranza di migliorare il proprio paese, si sono battuti arrivando anche rischiare la propria vita. E, in un’epoca come la nostra, dove si sono persi quasi del tutto i principi che ci legano alle tradizioni ed alla nostra terra, fondamentale è “ Ritrovare se stessi” . Emblematica è la figura di Mishima Yukio. Mishima Yukio, originario di Tokyo, non fu solo scrittore, ma anche attore, regista, cinematografo e cultore delle arti marziali. Noto per aver riscosso immediato successo anche all’estero, ha una storia tanto affascinante quanto drammatica. Egli pose fine alla sua vita con un suicidio, attraverso il rituale tipico giapponese chiamato seppuku, noto, in occidente, anche con il nome harakiri.
Ma perché anche Yukio si sottopose a tale gesto? Che cosa era accaduto?
Per rispondere a tale domanda bisogna fare un passo indietro. Siamo alla fine della seconda guerra mondiale, 1945, quando gli americani sganciarono le due bombe nucleari Little boy e Fat man rispettivamente su Hiroshima e Nagasaki. A governare il Giappone vi è Hiroito, l’ultimo imperatore Giapponese, il quale, così come tutti gli imperatori, secondo la tradizione, aveva origini divine. Gli americani, ben istruiti sulle tradizioni Giapponesi, costrinsero Hiroito a dichiarare pubblicamente che egli non aveva discendenza divina. La notizia ebbe una eco estremamente negativa al punto che innumerevoli furono i suicidi. Chiara fu, a quel punto, la svolta cui stava assistendo il paese. Profondo era il processo di Occidentalizzazione cui i samurai e la stirpe guerriera stavano assistendo.
Ecco che, il 25 novembre 1970, Mishima insieme ad altri quattro inquirenti di una associazione chiamata Tatenokai (la società degli scudi), si recarono presso un punto strategico, la caserma del quartier generale dell’armata Giapponese, situata nel cuore di Tokyo, con l’intenzione di rapire il comandante dell’armata orientale allo scopo di sollevare una sommossa contro il governo. Per otto minuti Mishima, indossando l’uniforme imperiale, col fronte cinto dell’ Hachimaki, si rivolse ai soldati radunati nel cortile della caserma, esortandoli a rimanere fedeli alla tradizione, fedeli all’imperatore, fedeli alla patria attraverso un discorso breve ed indirizzato soprattutto ai giovani.
– “Noi ora testimonieremo a tutti voi l’esistenza di un valore più alto del rispetto per la vita. Questo valore non è la libertà e non è la democrazia ma il Giappone! Il Giappone, il paese della nostra amata storia, il paese della nostra tradizione, il Giappone. Non c’è nessuno tra di voi disposto a morire per scagliarsi contro questa costituzione che ha disossato la nostra patria? Esiste qualcuno?! Se esiste, che sorga e muoia con noi! Abbiamo intrapreso questa azione nell’ ardente speranza che voi tutti, a cui è stato donato un animo purissimo, possiate tornare ad essere veri uomini, e veri Samurai!”
Da tempo in Mishima era cresciuto il disgusto per quella società dedita solamente alla venerazione del denaro, intrisa di apparenza ed incapace ad educare le giovani generazioni ai valori ed allo stile proprio delle antiche tradizioni Giapponesi, oltre che contro la politica degli americani. E’ in questo ambiente che Mishima fonda il suo atto di rivolta. Fallito il tentativo di sollevare l’esercito si ritira nella stanza dove era presente il generale sequestrato, ed è qui che, con grande coraggio, pratica il Seppuku. Insieme ad egli ebbe il privilegio di togliersi la vita il suo allievo prediletto, Morita. E’ in tale gesto che è racchiusa tutta la sua vita. Una vita tormentata, nonostante la sua fama. Una fama che, però, passa in secondo piano rispetto ai principi della sua educazione, delle tradizioni, della perdita di valore della figura del imperatore. Mishima è il testimone della crisi del mondo moderno; è la testimonianza di un uomo che non fugge davanti gli ostacoli, che sa assumersi fino in fondo le proprie responsabilità finanche ad arrivare al sacrificio di se stesso attraverso un atto di amore, amore per la tradizione, per i valori che passa attraverso l’amore per il Giappone. Dicendo no alla modernità resa schiava dal denaro, Mishima riesce, in un mondo senza onore, a farci rivivere tutta quelle che è la tradizione Giapponese, riproponendo in epoca moderna i valori dell’ onore, della lealtà e soprattutto del sacrificio.
E’ a queste figure che dovremmo rivolgere il nostro pensiero anche quando aggiriamo o, ancor peggio, fuggiamo dagli ostacoli o quando anteponiamo il denaro alla dignità umana. Mishima era e deve essere un punto di rifermento per tutti noi: un uomo che non ha mai smesso di lottare per ciò in cui credeva.


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giovedì 30 luglio 2015

L' OMBELICO



Il ventre per analogia è l'interno di qualcosa, la cavità, dove si può incontrare l'oscuro, il buio, l'orrido, ma anche l'isola incantata, il paradiso perduto, dove germoglia la vita.
L'atto dell'offrire o del mostrare il ventre può essere atto di perdizione e atto sacro e profondo, con l'attribuzione al ventre di punto di raccolta non solo di energie sessuali e della istintualità, ma anche cosmiche. Quando il piacere, di cui esso è sede, viene associato al solo piacere genitale, il sesso viene così separato dal sentimento cosmico.

Nella concezione dell’anatomia sottile dell’essere umano la tradizione yogica-tantrica ha tramandato la conoscenza dei Chakra, centri energetici dislocati in varie parti del corpo che mettono in relazione tutti i livelli di esistenza: fisici, vitali, mentali e spirituali.

Il Chakra addominale tradizionalmente chiamato Manipura, che ha la sua localizzazione fisica nella colonna vertebrale e in linea all’ombelico, è l’espressione di vari aspetti dell’essere umano: i processi metabolici, il deposito e la distribuzione dell’energia del Prana, l’espressione del dinamismo e della volontà, la manifestazione della propria identità e del proprio potere personale.

“Quando la sua energia è insufficiente, è più simile alle braci incandescenti di un fuoco morente piuttosto che ad una più intensa e forte fiammata. In questo stato l’individuo diventa apatico, privo di vitalità e sprovvisto di energia. Egli sarà limitato da scarsa salute , depressione, mancanza di motivazione e di impegno nella vita.” Tratto da Kundalini Tantra di Swami Satyananda Saraswati

Le emozioni di Manipura non sono quelle più raffinate del Chakra superiore (Chakra del plesso cardiaco) ma emozioni più immediate, più dirette e spesso più grossolane: chi non ha mai sperimentato quella evidente sensazione alla bocca dello stomaco dopo una forte emozione o un prolungato stress? O quanto è perforante sulle mucose l’azione corrosiva dell’ulcera? Queste sono alcune somatizzazioni di Manipura.

La parola Manipura in sanscrito significa “la città (pura) dei gioielli (mani)” ovvero il sito di un tesoro per ricordare le potenzialità insite in questo chakra, le capacità nascoste: manifestarsi in gioielli preziosi o cristallizzarsi in pietre e sassi.

L’ombelico è il riferimento per localizzare fisicamente questo Chakra chiamato anche Nabi Padma, il loto dell’ombelico. L’ombelico è il centro del microcosmo umano ma anche l’omphalos, il centro del mondo in numerose tradizioni e simbologie ma anche un punto di riferimento per la concentrazione (gli Esicasti nella loro preghiera/meditazione piegano la testa verso l’ombelico).

L’Ayurveda indica Pitta (composto da due protoelementi di fuoco e uno di acqua) come il Dosha che governa le funzioni della digestione (e tutte le secrezioni coinvolte, ormoni, enzimi ecc.), del metabolismo, della temperatura corporea, dello splendore degli occhi, della colorazione del sangue e della pelle e su un altro piano anche il fuoco dell’allegria dell’intelligenza, dell’acutezza, della chiarezza e dell’assimilazione mentale.

Pitta dosha ha il suo radicamento nell’intestino tenue, ed è attraverso l’azione di un sub-dosha, cioè di una energia Pitta e specializzata e localizzata (chiamata Ranjaka Pitta) che agisce principalmente sul fegato. Ma la sua azione sul processo digestivo coinvolge anche stomaco, milza, pancreas e cistifellea. Ricordiamo che sono squilibranti per Pitta quelle emozioni calde e corrosive come l’ira, l’odio, l’aggressività.



Nella simbologia del corpo, l'area del bacino forma un semicerchio concavo che, seduti, può essere rappresentato dalle braccia lungo il corpo con le dita delle mani che si uniscono all'altezza del grembo.

In questa posizione (assunta dalla tecnica della meditazione) sentimenti ed emozioni, connessi al torace ed al bacino, sono contenuti dall'Io relazionale, connesso alle spalle-braccia-mani.
Il bacino con la sua forma a semicerchio concava, si restringe verso l'alto, nell'area della vita, e si dirama verso il basso in due sezioni ampie, area delle cosce.

Le due sezioni si restringono e terminano più sottili, area delle gambe, fino ad appoggiarsi su basamenti, piedi.
Il bacino, per la sua forma è contenitore, accoglie, conserva, trattiene; per la sua funzione genera, trasforma, espelle, non solo materia ma anche energia.
La concezione orientale ipotizza una corrente energetica fondamentale che è la medesima nel cosmo e nell'uomo. Questa corrente passa dall'Io cosmico (ombelico).

Ma il bacino è sede anche dell'Io fisico (pube).
Assumendo i valori dicotomici dati dalla nostra cultura, il bacino diventa campo di battaglia di diverse lotte: quella tra cosmico e fisico; tra puro e impuro; tra movimento circolare, simbolo del femminile, e movimento a punta, simbolo del maschile.

Nella letteratura marziale del Giappone, il nome dato all'energia è Ki; mentre la sorgente unificata da cui questa energia scaturisce (che è l'unica e la medesima negli dei, nel cosmo, nell'uomo), viene identificata col nome Hara, che letteralmente significa addome o ventre. Ki come energia irradiante e Hara come centro.

Nell'Aikido viene chiesto al praticante di centralizzare l'intera personalità sulla parte centrale dell'addome, attraverso il respiro.

Il concetto di centralizzazione addominale, sul centro che si identifica come armonia universale che equilibria i contrasti, appare in molte discipline educative che vanno dalla meditazione Zen alle arti marziali, alla cerimonia del tè, alla recitazione teatrale.

Per il giapponese, la parte centrale dell'addome è il centro della vita stessa a cui il guerriero accede direttamente nella cerimonia del Hara-Kiri taglio del ventre (Aikido di O. Ratti, p. 19).

Nell'ipotesi di Lowen la mancanza di sensibilità nella pancia, come se fosse senza budella, è la paura che non vi sia sostegno se ci si lascia andare (Depressione, p. 32).
Lowen descrive il funzionamento di 2 riserve di energia, il bacino e il cervello. Indica nella colite il disturbo della riserva del bacino che comprende il ventre, le natiche, gli organi genito-urinari.
L'addome non ha ossa che lo riparino, è coperto solo da fasce muscolari che gli permettono di ritirarsi ed estendersi. Il ventre è la zona più vulnerabile, con il centro morbido aperto verso l'esterno.
Per reprimere i sentimenti si irrigidisce l'intestino. Con la respirazione addominale si rilassano i muscoli.



Nell'ipotesi di Reich, l'energia organica dovrebbe liberamente fluire attraverso il corpo, e ha i punti di sostegno nel collo, nel raccordo bacino-tronco.
Reich pone al settimo posto dei segmenti dell'armatura il bacino che comprende tutti i muscoli pelvici. Il bacino è morto, è privo di espressione quando emotivamente non si avverte nessun tipo di sensazione o di eccitazione. Nell'armatura del bacino sono contenute emozioni di angoscia e di ira.

Gli atti amorosi, pur iniziando in armonia con il principio biologico di piacere, si possono trasformare in impulsi di ira perché l'armatura non permette i movimenti involontari. Il piacere frenato si trasforma in ira e l'ira frenata in spasmi muscolari.
Nel linguaggio parlato del corpo, auspicato da Reich, lo scioglimento della corazza del bacino si traduce in movimenti in avanti e verso l'alto (p. 475, Analisi del carattere).

Aggiunge che il desiderio cosmico è funzionalmente ancorato nei movimenti espressivi del riflesso orgastico: espansione e contrazione (p. 480) come funzioni del piacere e dell'angoscia dall'ameba in su fino all'uomo.

Barba (p. 75) riferisce che l'attore giapponese Kobuk dice che le anche dell'attore Nò debbono rimanere fisse mentre si cammina.

Per farlo, occorre piegare leggermente le anche, usare il tronco come un solo blocco, e usare la colonna vertebrale per premere verso il basso. Le tensioni nella parte superiore obbligano a trovare un nuovo equilibrio, avere "anche" o non averle si dice Rai Ko-shi, non ha Ko-shi.

La vita dell'attore si basa su una alterazione dell'equilibrio per ricercare altro equilibrio.

Morris tra i tipi di eco genitale (p. 240), pone certe posture a ventre teso da parte di modelle affinché l'ombelico invece che un foro rotondo appaia una fessura verticale simile a quella della vulva.
Tra i segnali di identità sessuale, Morris pone le natiche che nella donna sono più appariscenti, e questo influenza la sua andatura.

Altro segnale è nell'uomo la "pancetta" che nel primitivo era indice di successo nella carriera di cacciatore, e nell'uomo moderno scandisce la gioventù perduta (p. 233).
Le natiche, nella donna, sono state un antico segnale di richiamo sessuale nelle tribù africane dei boscimani, degli ottentotti (steatopigia) e nei costumi delle dame vittoriane.

In cucina, la fantasia popolare vuole che il famoso ed italianissimo tortellino sia nato dall’ispirazione del cuoco dei Gonzaga, guardando la padrona duchessa attraverso il buco della serratura…e vedendone così solo l’ombelico. Ammaliato da tale bellezza, creò il tortellino.

Anche i modenesi rivendicano la paternità del tortellino, e raccontano che è stato inventato da un cuoco del luogo, che sognò Venere innalzarsi dalle onde del mare e, visto il suo ventre perfetto, si svegliò e corse in cucina per ricreare con la pasta il divino ombelico.

L’ombelico è ciò che rimane della recisione praticata al cordone ombelicale al momento della nascita: la sua forma e dimensione viene determinata dal successivo processo di cicatrizzazione dei tessuti.

L’ombelico è una zona erogena, molti infatti ne sono attratti  e fin dall’antichità è stato considerato un simbolo di femminilità. Oggi questa tesi è confermata dalla diffusione dei piercing e dei tatuaggi a scopo estetico.

C’è chi ce l’ha a forma di triangolo allungato, chi a semicerchio, chi a “chicco di caffè”. Il mito dell’ombelico perfetto non muore mai. La parola “ombelico” deriva dal greco “omphalòs” che significa centro. Ed infatti la sua è una posizione mediana tra due richiami sessuali , quasi un semaforo dell’eros.

Più del 90% delle opere d’arte del passato con nudi femminili rappresentano l’ombelico come una fossetta circolare. Secondo una leggenda turca fu Dio a creare quel piccolo buco al centro del corpo del primo uomo, strappando in quel punto la pelle contaminata dallo sputo di un Diavolo.

Ma questo “pozzetto dei desideri” fu oggetto anche di furiose censure. Negli anni Trenta il codice di autocensura dei produttori di Hollywood considerava infatti insopportabile oscenità l’esposizione della pancia nuda.

E così anche un simbolo sexy come Marylin Monroe in “Gli uomini preferiscono le bionde” compare con un pagliaccetto aperto su ogni centimetro di pelle ma chiuso sull’ombelico.

Ma l’ombelico è anche un punto preciso della nostra pelle che i microbi sembrano trovare particolarmente “accogliente”. Tra le pieghe dell’ombelico di alcuni volontari, i ricercatori della North Carolina State University hanno trovato 1400 diversi ceppi di batteri, di cui 662 apparentemente sconosciuti fino ad ora. Tra le specie sconosciute, una era stata in precedenza individuata solamente nei fondali oceanici, un’altra soltanto nel terreno cinese. L’abbondanza e la diversità di microrganismi in questa regione si potrebbero spiegare con il fatto che la sua conformazione la rende meno facilmente raggiungibile rispetto ad altre zone dell’epidermide.

La moda dice che è il momento di metterlo in mostra con top e pantaloni a vita bassa, e…. sembra facile! Ma avere un ventre ed un ombelico perfetto non è facile. Ci vuole innanzitutto un regime alimentare controllato e una certa attività fisica, poiché la muscolatura deve essere tonica e la pelle ben tesa.

Non esiste un tipo ideale d’ombelico. Anzi,la cosa affascinante che ognuno di noi c’è l’ha diverso.

Oggi grazie alla chirurgia estetica è possibile modificare la forma, l’aspetto e la dimensione del proprio ombelico: si tratta dell’ombelico-plastica.

L’intervento viene eseguito in anestesia locale e può durare dai 20 ai 30 minuti. La tecnica applicata varia ovviamente in base al tipo di correzione desiderata. La plastica dell’ombelico può essere associata a BodyTite con radiofrequenza o liposuzione, se c’è un problema di grasso in eccesso sulla pancia.

Ombelico dilatato: può trattarsi di un difetto congenito o di un inestetismo provocato da un rilassamento dei tessuti dopo una gravidanza. Il chirurgo effettua con un bisturi un’incisione attorno alla circonferenza dell’ombelico, asporta un anello di cute e poi stringe con una sutura continua. Poi tira il filo, così che l’ombelico si rimpicciolisce.

Ombelico troppo piccolo: l’ombelico può anche essere troppo piccolo, dalla nascita. In questo caso, dopo avere fatto mini-incisioni lungo la circonferenza, si pone nella parte centrale dell’ombelico un tappo di silicone modellato secondo la forma desiderata.

Ombelico estroflesso: si asporta la pelle in eccesso tramite un potente laser in grado di vaporizzare la cute al momento del suo passaggio, dopo aver escluso la presenza di una concomitante ernia ombelicale.

Per quanto riguarda i tempi di guarigione necessitano in tutti i casi 14-15 giorni circa; è sottointenso che nei prima 4-5 giorni si assumeranno antibiotici e al bisogno antidolorifici. La medicazione viene rimossa dopo due-tre giorni dall’intervento. Per i primi tempi bisogna evitare di bagnare la parte ed almeno per un mese si dovranno evitare movimenti che comportino lo stiramento dell’addome. Naturalmente l’ombelico va protetto fino alla completa guarigione, lontano quindi dal sole e da capi che possono dare fastidio alla zona, come bottoni ed elastici.



L’ombelico compare raramente nei sogni ed il suo simbolismo è legato alla posizione “centrale” nel corpo umano che suggerisce l’idea di un “centro” ( psichico, simbolico, geografico), oppure la nascita e l’inizio di qualche cosa.

Il simbolo dell’ombelico va considerato anche per un movimento di contrazione ed espansione che conduce l’attenzione sia su circoscritti elementi e sul loro potenziale, che sull’ampliamento e l’applicazione di questi. Come dire che l’ombelico rappresenta l’inizio ed il divenire, il centro di un mandala e gli aspetti che ne derivano.

E proprio questo movimento lo ha reso, nei miti o nelle rappresentazioni iconiche religiose del passato, espressione di una “manifestazione ” fisica e spirituale: vita che sboccia, nucleo che si espande. L’ Omphalon” greco quindi non segnala un punto fisso, per quanto cosmico ed universale sia, ma un processo che da questo punto si attiva.

Nel corpo l’ombelico è la cicatrice della nascita fisica, il segno tangibile di un legame con la madre biologica, il flusso di sentimenti che da questo legame si espande, ma è pure legato all’eros per la sua vicinanza agli organi genitali ed il piacere estetico che la sua forma rotonda, concava o prominente come un piccolo nodo, suscita. Così come suscita sentimenti legati alla vulnerabilità per il suo trovarsi nella posizione più esposta e molle dell’addome.

Vederlo nei sogni deve far riflettere il sognatore sulle situazioni in cui si è sentito “scoperto”, in cui si messo troppo in mostra o si è esposto impunemente.

E quando l’attenzione è focalizzata verso questa parte e la sua immagine è definita e ripetuta, può essere utile pensare al proprio “egocentrismo” o ad un automatismo nel ricondurre a se’ le situazioni senza sforzarsi di vedere oltre …..così che l’ombelico appare allora come il simbolo di un limite individuale che blocca il sognatore in un nucleo ( ombelico ) di pensieri e sensazioni da cui si fatica ad uscire.

L’ombelico nei sogni può fare riferimento anche alla necessità di tagliare il cordone ombelicale e quindi al proprio bisogno di crescere e distaccarsi da qualcuno, di diventare indipendenti e di prescindere da una situazione di sicurezza.


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