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lunedì 3 agosto 2015

I SAMURAI

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La parola "samurai" ha avuto origine nel periodo giapponese Heian, quando era pronunciata saburai, e significava "servo" o "accompagnatore". Fu soltanto nell'epoca moderna, intorno al periodo Azuchi-Momoyama e al periodo Edo del tardo XVI e XVII secolo che la parola saburai mutò in samurai. Per allora, il significato si era già modificato da tempo.

Durante l'era di più grande potere dei samurai, anche il termine yumitori (arciere) veniva usato come titolo onorario per un guerriero, anche quando l'arte della spada divenne la più importante. Gli arcieri giapponesi sono ancora fortemente associati con il dio della guerra Hachiman.

I samurai usavano una grande varietà di armi, anzi un'evidente differenza tra la cavalleria europea e i samurai riguarda proprio l'impiego delle armi, poiché i samurai non ritennero mai che esistessero armi disonorevoli, ma solo armi efficienti ed inefficienti. L'uso delle armi da fuoco costituì una parziale eccezione, in quanto fu fortemente scoraggiato durante il XVII secolo dagli shogun Tokugawa, fino a proibirle quasi completamente e ad allontanarle del tutto dalla pratica della maggior parte dei samurai.

Nel periodo Tokugawa si diffuse l'idea che l'anima di un samurai risiedesse nella katana che portava con sé, a seguito dell'influenza dello Zen sul bujutsu; a volte i samurai vengono descritti come se dipendessero esclusivamente dalla spada per combattere. Raggiunti i tredici anni, in una cerimonia chiamata Genpuku, ai ragazzi della classe militare veniva dato un wakizashi e un nome da adulto, per diventare così vassalli, cioè samurai a tutti gli effetti. Questo dava loro il diritto di portare un katana, sebbene venisse spesso assicurata e chiusa con dei lacci per evitare sfoderamenti immotivati o accidentali. Insieme, katana e wakizashi vengono chiamati daisho (letteralmente: "grande e piccolo") ed il loro possesso era la prerogativa del buke, la classe militare al vertice della piramide sociale. Portare le due spade venne vietato nel 1523 dallo Shogun ai cittadini comuni che non erano figli di un samurai, per evitare rivolte armate, perché prima della riforma tutti potevano diventare samurai.

Un'altra importantissima arma dei samurai, cui erano connessi importanti riti scintoisti, fu l'arco e non fu modificata per secoli, fino all'introduzione della polvere da sparo e del moschetto nel XVI secolo. Fino alla fine del XIII secolo anzi la via della spada (kendo) fu meno considerata della via dell'arco da molti esperti di bushido. Un arco giapponese era un'arma molto potente: le sue dimensioni permettevano di lanciare con precisione vari tipi di proiettili (come frecce infuocate o frecce di segnalazione) alla distanza di 100 metri, arrivando fino a 200 metri quando non era necessaria la precisione.

Veniva usato solitamente a piedi, dietro un tedate, un largo scudo di legno, ma poteva essere usato anche a cavallo. La pratica di tirare con l'arco da cavallo divenne una cerimonia Shinto detta Yabusame. Nelle battaglie contro gli invasori mongoli, questi archi furono l'arma decisiva, contrapposti agli archi più piccoli e alle balestre usate dai cinesi e dai mongoli.

Nel XV secolo, anche la lancia (yari) divenne un'arma popolare. Lo yari tese a rimpiazzare il naginata allorquando l'eroismo individuale divenne meno importante sui campi di battaglia e le milizie furono maggiormente organizzate. Nelle mani dei fanti o ashigaru divenne più efficace di una Katana, soprattutto nelle grosse cariche campali. Nella battaglia di Shizugatake, in cui Shibata Katsuie fu sconfitto da Toyotomi Hideyoshi (da allora anche noto come Hashiba Hideyoshi) i cosiddetti "Sette Lancieri di Shizugatake" ebbero un ruolo cruciale nella vittoria.

Seppuku è un termine giapponese che indica un rituale per il suicidio in uso tra i samurai. In Occidente viene usata più spesso la parola Harakiri, a volte in italiano erroneamente pronunciato come karakiri, con pronuncia e scrittura errata dell'ideogramma hara. Nello specifico, però, Seppuku e Harakiri presentano alcune differenze, qui di seguito spiegate.

Con il nome di Jigai, il seppuku era previsto, nella tradizione della casta dei samurai, anche per le donne; in questo caso il taglio non avveniva al ventre bensì alla gola dopo essersi legate i piedi per non assumere posizioni scomposte durante l'agonia. Anche di ciò è presente una descrizione nel citato libro di Mishima, Cavalli in Fuga.

L'arma usata poteva essere il tanto (coltello), anche se più spesso, soprattutto sul campo di battaglia, la scelta ricadeva sul wakizashi, detto per questo guardiano dell'onore, la seconda lama (più corta) che era portata di diritto dai soli samurai.



I samurai seguivano un preciso codice d'onore, chiamato Bushido (via del guerriero), la più famosa opera che lo sintetizza è l'Hagakure di Yamamoto Tsunetomo (1659-1721). Non bisogna però ritenere che il Bushido praticato nelle diverse epoche in cui vissero i samurai fosse sempre attinente ad un medesimo codice d'onore, privo di modifiche o di differenze. Per esempio l'Hagakure è sostanzialmente diverso e confliggente in molte parti con un'altra celebre opera sul Bushido, scritta poche decine di anni prima, il "Libro dei cinque anelli" di Miyamoto Musashi. Infatti il concetto di onore dell'Hagakure è basato sull'accettazione della morte e sull'obbedienza cieca al proprio signore, mentre Musashi lo lega alla ricerca dell'autoperfezionamento, e alla completezza culturale e filosofica. Si noti che Musashi non era un "vero" samurai ma un bushi, rifiutandosi per tutta la vita di prestare servizio ad un signore giurandogli fedeltà, rimanendo sempre indipendente; una pratica normale nel XV e XVI secolo, ma che nel XVII risultava alquanto "eccentrica", e considerata con sospetto negli ambienti culturali affini a quelli in cui fu redatto l'Hagakure. Inoltre Musashi si interessò pochissimo dell'onore formale e l'etichetta, concentrandosi soprattutto sull'onore sostanziale e personale.

I precetti dei samurai furono pesantemente influenzati dalle principali correnti spirituali e culturali giapponesi. Verso il 1000 era ancora lo Shintoismo la principale fonte d'ispirazione per i samurai, corrente che sottolineava la fedeltà all'imperatore, in un'epoca in cui essere samurai voleva dire, innanzi tutto, essere un guerriero abile, ma successivamente concetti taoisti, buddisti e confuciani iniziarono a diffondersi e a sovrapporsi a questi. In particolare ebbero grande fortuna, dopo il buddismo cinese, il buddismo zen e il buddismo esoterico (quest'ultimo soprattutto nelle casate nobili più ricche e potenti, mentre il primo anche a livello di piccole scuole e ronin). In quest'epoca si diffusero molte scuole che associavano ai doveri del samurai l'obbligo di svolgere i propri compiti non solo al massimo delle proprie capacità, ma con grazia ed eleganza, dimostrando attraverso il gesto la propria superiorità, pratica che fu molto contestata nel XVI secolo (quando riprese l'attenzione all'efficacia e non alla forma del gesto), ma che è rimasta in molte scuole di pensiero samurai.

I ruvidi guerrieri del 900 erano divenuti, prima del 1300, raffinati poeti, mecenati, pittori, cultori delle arti, collezionisti di porcellane, codificando in molte opere di bushido (fino al Libro dei cinque anelli) la necessità per un samurai di essere esperto in molte arti, non solo in quella della spada. La prima grande codificazione di questa svolta avvenne nel Heike Monogatari, opera letteraria più famosa del periodo Kamakura (1185-1249), che attribuiva alla via del guerriero l'obbligo dell'equilibrio tra la forza militare e la potenza culturale. Gli eroi di quest'epopea (la storia di una lotta tra due clan, i Taira e i Minamoto) e di altre che si ispirarono a questa negli anni immediatamente successivi, sono gentili, ben vestiti, molto attenti all'igiene, cortesi con il nemico nei momenti di tregua, abili musicisti, competenti poeti, letterati talvolta particolarmente versati nella calligrafia o nella disposizione dei fiori, appassionati cultori del giardinaggio, spesso interessati alla letteratura cinese. Inoltre morendo spesso mettono in versi il proprio epitaffio.

Questa visione duplice dei compiti del samurai si affermò grandemente, fino a diventare egemonica, Hojo Nagauji (o Soun), signore di Odawara (1432-1519), uno dei più importanti samurai della sua epoca scrisse nei "Ventuno Precetti del Samurai": "La Via del guerriero deve sempre essere sia culturale che marziale. Non è necessario ricordare che l'antica legge stabilisce che le arti culturali dovrebbero essere rette con la sinistra, e quelle marziali con la destra", in questo sottolineava una certa predominanza per le arti marziali, ma da questo insegnamento trassero spunto numerosi samurai che divennero famosi tanto come spadaccini, quanto, e più, come esperti della cerimonia del tè, o come artisti, attori di teatro No, poeti. Imagawa Royshun (1325-1420), grande commentatore dell'Arte della guerra di Sun Tzu, nelle sue "Norme" si era spinto oltre, affermando che "Senza conoscere la Via della cultura, non ti sarà possibile raggiungere la vittoria in quella marziale", creando un nuovo concetto di equilibrio tra cultura e guerra noto come bunbu ryodo ("non abbandonare mai le due vie").

Lo stesso Miyamoto Musashi, uno dei più grandi duellisti del XVII secolo (con 59 vittorie e un pareggio o 60 vittorie e un pareggio entro i trent'anni, a seconda delle fonti), divenne nella seconda parte della sua vita uno dei più grandi pittori di quel periodo. Concordava con Takeda Shingen (1521-1573), forse il più brillante generale del XVI secolo, che affermava come la grandezza di un uomo dipendeva dalla pratica di numerose vie.

Questo atteggiamento ovviamente provocò tutta una serie di aspre critiche; in particolare si ricorda l'avversione di Kato Kiyomasa (1562-1611) per tutto ciò che non era marziale e la sua opinione, condivisa da molte scuole "estremamente marziali", secondo la quale un samurai dedito alla poesia sarebbe divenuto "effeminato" mentre un samurai che avesse praticato il mestiere dell'attore o si fosse interessato al teatro No avrebbe dovuto suicidarsi per il disonore che arrecava al suo nome. Correnti di pensiero "estremamente marziali" e di rifiuto degli aspetti culturali della figura del samurai si diffusero notevolmente nei secoli successivi. Questo fatto potrebbe sembrare paradossale per un'epoca di pace (la Pax Tokugawa) durante la quale in piccoli dojo non solo si accettava l'etichetta ma anzi la si studiava a fondo; al contempo però si intendeva anche ritornare al significato originario dell'essere samurai, il guerriero impavido; in questo contesto persino l'Hagakure potrebbe essere stato considerato troppo "raffinato".

Inoltre le differenti fonti d'ispirazione culturale cui erano soggetti i samurai (scintoismo, scintoismo esoterico, taoismo, buddismo cinese, buddismo della terra pura, buddismo zen, buddismo esoterico, confucianesimo ufficiale cinese, confucianesimo dei glossatori giapponesi, epica classica giapponese) crearono scuole di pensiero e di pratica molto differenti, con principi di vita talvolta contrapposti o, più spesso, semplicemente complementari, anche grazie alla grande attitudine al pragmatismo e al sincretismo della cultura giapponese.

Nell'iconografia classica del guerriero il ciliegio rappresenta insieme la bellezza e la caducità della vita: esso, durante la fioritura, mostra uno spettacolo incantevole nel quale il samurai vedeva riflessa la grandiosità della propria figura avvolta nell'armatura, ma è sufficiente un improvviso temporale perché tutti i fiori cadano a terra, proprio come il samurai può cadere per un colpo di spada infertogli dal nemico. Il guerriero, abituato a pensare alla morte in battaglia non come un fatto negativo ma come l'unica maniera onorevole di andarsene, rifletté nel fiore di ciliegio questa filosofia. Un antico verso ancora oggi ricordato è tra i fiori il ciliegio, tra gli uomini il guerriero, ovvero come il fiore del ciliegio è il migliore tra i fiori, così, il guerriero è il migliore tra gli uomini. Il sakura era venerato.

Il samurai è diventato, nella vulgata comune, il combattente fedele all’autorità pronto a seguire il suo capo fino alla morte, ligio ai suoi doveri più di quanto sia attaccato alla sua stessa vita. In sostanza il rappresentante supremo di una cultura del dovere della quale la cultura nipponica è intrisa, e che l’Occidente ha fatto sua banalizzandola nell’etica del lavoro, creando dei samurai calvinisti la cui missione è di fatto permettere a qualcuno altro di accumulare soldi; il tutto basato su una lettura, a dir poco “spinta”, di Sun Tzu e della sua arte della guerra. Ma come Arena dimostra, lo “spirito samurai” andava ben oltre la fedeltà, nemmeno sempre presente, al capo, essendo la morte non altro che un modo per sfuggire al disonore, uno strumento per dare un senso alla vita. E si ritorna al non sense, la vera anima dello zen, sebbene l’autore lo ritienga troppo abusato come strumento di analisi.

Non a caso la figura del samurai, così come lo stesso Giappone, ha sempre fatto presa in certi ambienti neofascisti, essendo stata facilmente collegata all’immagine, che tanta parte ha nella dottrina evoliana, dell’uomo in piedi tra le rovine. Che sia indifferenziato, o che sia samurai, quell’uomo è portatore di una superiorità verso il resto del genere umano estetica prima ancora che filosofica. E a ricordarcelo c’è Mishima, con il suo seppuku in diretta TV, disperato appello fatto ad un mondo che si sa incapace, e non interessato, ad ascoltare. Qualcosa che si riallaccia al futurismo dannunziano, ma molto più spirituale e senza il mito del progresso (senza entrare nel merito di un futurismo pre e post D’Annunzio). Tuttavia per mantenere quest’immagine eroica il prezzo è stato la cancellazione delle donne samurai dalla Storia, altrettanto dimenticate delle donne ninja.

Interessantissimo poi il capitolo dedicato all’omosessualità dei samurai, il “colore maschile”, che tratteggia un guerriero ben più amante degli appartenenti al suo sesso che del genere femminile. E non sembra un controsenso, a cosa porta infatti il senso di superiorità se non ad una comunità chiusa, dove anche il sesso è inter pares? Non ha caso  prima ancora dei samurai i giovani discepoli erano amati dai monaci. La pulsione sessuale è ineliminabile nel genere umano, e se a questo aggiungiamo una cultura che mette la donna in secondo piano (arduo dire cosa origina cosa), è facile capire come il senso di cameratismo spinto all’estremo porti a comportamenti omosessuali. E non deve stupire nemmeno che anche il nazismo fosse pervaso da questa ambiguità e che oggi esistano gruppi di neonazisti dichiaratamente gay.



Il samurai è qualcuno che gode di una estrema libertà sapendo da sempre di essere morto, partecipe di un’etica che reca tranquillità anche a coloro che samurai lo sono solo nello spirito, sempre parafrasando l’autore, non senza una strizzatina d’occhio. Il modo in cui poi ognuno utilizza la sua libertà è un’altra questione.

Il significato dei tatuaggi che rappresentano samurai è in parte personale, in parte manifestatamente oggettivo.

Da che mondo è mondo il samurai incarna un ideale di fedeltà, onore e disciplina che non ha eguali nel resto del mondo.
Tatuarsi un samurai vuol dire non solo abbracciare un mondo molto diverso dal nostro, lontano anni luce, ma anche gli elementi più radicati di quel mondo.

Una certa affinità con il mondo dei tatuaggi: imprimersi sulla pelle un disegno indelebile richiama un po’ quelle leggende di samurai che non hanno avuto paura di prendere decisioni che avrebbero continuato a produrre i loro effetti per tutta la loro vita.



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HARAKIRI



Seppuku è un termine giapponese che indica un rituale per il suicidio in uso tra i samurai.

In Occidente viene usata più spesso la parola harakiri. La motivazione di questa apparente discrepanza tra l'uso di seppuku e harakiri è chiarita qui di seguito.

Il seppuku è anche conosciuto come harakiri ("taglio del ventre") ed è scritto con lo stesso kanji di seppuku, ma in ordine inverso con un okurigana. In giapponese il termine più formale seppuku, una lettura cinese on'yomi, è usato di solito nella lingua scritta, mentre harakiri, una lettura kun'yomi, è utilizzato nella lingua parlata. Ross nota che:

« Di norma, si considera "hara-kiri" come un termine di uso volgare, ma si tratta di un malinteso. Hara-kiri è la lettura giapponese Kun-yomi dei caratteri; poiché divenne uso comune preferire la lettura cinese negli annunci ufficiali, negli scritti si impose l'uso del termine seppuku. Quindi, hara-kiri è un termine del registro parlato, mentre seppuku è un termine del registro scritto per indicare lo stesso atto. »
(Christopher Ross, Mishima's Sword, p.68)
La pratica di fare seppuku alla morte del proprio signore, nota come oibara ( il kun'yomi o lettura giapponese) o tsuifuku (lo on'yomi o lettura cinese), segue un rituale simile.

Il seppuku veniva eseguito, secondo un rituale rigidamente codificato, come espiazione di una colpa commessa o come mezzo per sfuggire ad una morte disonorevole per mano dei nemici. Un elemento fondamentale per la comprensione di questo rituale è il seguente: si riteneva che il ventre fosse la sede dell'anima, e pertanto il significato simbolico era quello di mostrare agli astanti la propria anima priva di colpe in tutta la sua purezza.

Il primo atto di seppuku di cui si abbia traccia fu compiuto da Minamoto no Yorimasa durante la battaglia di Uji nel 1180.

Alcune volte praticato volontariamente per svariati motivi, durante il periodo Edo (1603 – 1867) divenne una condanna a morte che non comportava disonore. Infatti il condannato, vista la sua posizione nella casta militare, non veniva giustiziato ma invitato o costretto a togliersi da solo la vita praticandosi con un pugnale una ferita profonda all'addome di una gravità tale da provocarne la morte.

Il taglio doveva essere eseguito da sinistra verso destra e poi verso l'alto. La posizione doveva essere quella classica giapponese detta seiza cioè in ginocchio con le punte dei piedi rivolte all'indietro; ciò aveva anche la funzione d'impedire che il corpo cadesse all'indietro, infatti il guerriero doveva morire sempre cadendo onorevolmente in avanti. Per preservare ancora di più l'onore del samurai, un fidato compagno, chiamato kaishakunin, previa promessa all'amico, decapitava il samurai appena egli si era inferto la ferita all'addome, per fare in modo che il dolore non gli sfigurasse il volto.

La decapitazione (kaishaku) richiedeva eccezionale abilità e infatti il kaishakunin era l'amico più abile nel maneggio della spada. Un errore derivante da poca abilità o emozione avrebbe infatti causato notevoli ulteriori sofferenze.

Il più noto caso di seppuku collettivo è quello dei "Quarantasette Rōnin", celebrato nel dramma Chushingura, mentre il più recente è quello dello scrittore Yukio Mishima avvenuto nel 1970. In quest'ultimo caso il kaishakunin Masakatsu Morita, in preda all'emozione, sbagliò ripetutamente il colpo di grazia. Intervenne quindi Hiroyasu Koga che decapitò lo scrittore.

Una delle descrizioni più accurate di un seppuku è quella contenuta nel libro Tales of old Japan (1871) di Algernon Bertram Mitford, ripresa in seguito da Inazo Nitobe nel suo libro Bushidō, l'anima del Giappone (1899). Mitford fu testimone oculare del seppuku eseguito da Taki Zenzaburo, un samurai che, nel febbraio 1868, aveva dato l'ordine di sparare sugli stranieri a Kobe e, assuntasi la completa responsabilità del fatto, si era dato la morte con l'antico rituale. La testimonianza è di particolare interesse proprio perché resa da un occidentale che descrive una cerimonia, così lontana dalla sua cultura, con grande realismo.

Nel 1889, con la costituzione Meiji, venne abolito come forma di punizione. Un caso celebre fu quello dell'anziano ex-daimyō Nogi Maresuke che si suicidò nel 1912 alla notizia della morte dell'imperatore. Casi di seppuku si ebbero al termine della Seconda guerra mondiale tra quegli ufficiali, spesso provenienti dalla casta dei samurai, che non accettarono la resa del Giappone.

Con il nome di Jigai, il seppuku era previsto, nella tradizione della casta dei samurai, anche per le donne; in questo caso il taglio non avveniva al ventre bensì alla gola dopo essersi legate i piedi per non assumere posizioni scomposte durante l'agonia. Anche di ciò è presente una descrizione nel  libro di Mishima, Cavalli in fuga.

L'arma usata poteva essere il tantō (coltello), anche se più spesso, soprattutto sul campo di battaglia, la scelta ricadeva sul wakizashi, detto anche guardiano dell'onore, la seconda lama (più corta) che era portata di diritto dai soli samurai.

In Giappone tagliarsi la pancia era l'onorato modo di esecuzione. Il samurai aveva l'idea che il suo signore aveva il potere di dargli la morte e che gli era concesso uccidersi da sé, mentre essere decapitato ed essere messo in croce erano condanne disonorevoli.
A proposito, perché la pancia? Tagliarsi la pancia è assurdo come modo di uccidersi. Di solito non si può morire subito e si soffre forte dolore a lungo, però fu usato per quasi 700 anni. Circa la ragione, il dott. Nitobe Inazo scrive nel suo libro "Bushido: l'anima del Giappone": per le credenze anatomiche antiche l'anima e l'affezione umana dimorano in ventre, e quindi era creduto che tagliarsi la pancia fosse il modo di uccidersi secondo bushido, mostrando la propria anima.
Secondo alcuni studiosi la tradizione di seppuku è la ragione perché tanti giapponesi riconoscono e accettano la pena di morte, dato che è già stato fissato come "tradizione giapponese" il concetto: espiare la sua colpa con la sua morte per l'onore.

Su questo assetto ha pesato la concezione cristiana del suicidio, che lo rifiuta in maniera assoluta; notiamo però che la concezione latina del suicidio, in particolar modo in periodi più risalenti, non era così aliena a quella giapponese. Specie in contesti militari era considerato una reazione alta e onorevole rispetto alla sconfitta, estremo atto di libertà; e l'onda lunga di questa suggestione giunge fino Dante, che pone Catone, suicida, non all'inferno ma alle porte del purgatorio.

Ogni epoca ha avuto i suoi eroi, figure che, nella speranza di migliorare il proprio paese, si sono battuti arrivando anche rischiare la propria vita. E, in un’epoca come la nostra, dove si sono persi quasi del tutto i principi che ci legano alle tradizioni ed alla nostra terra, fondamentale è “ Ritrovare se stessi” . Emblematica è la figura di Mishima Yukio. Mishima Yukio, originario di Tokyo, non fu solo scrittore, ma anche attore, regista, cinematografo e cultore delle arti marziali. Noto per aver riscosso immediato successo anche all’estero, ha una storia tanto affascinante quanto drammatica. Egli pose fine alla sua vita con un suicidio, attraverso il rituale tipico giapponese chiamato seppuku, noto, in occidente, anche con il nome harakiri.
Ma perché anche Yukio si sottopose a tale gesto? Che cosa era accaduto?
Per rispondere a tale domanda bisogna fare un passo indietro. Siamo alla fine della seconda guerra mondiale, 1945, quando gli americani sganciarono le due bombe nucleari Little boy e Fat man rispettivamente su Hiroshima e Nagasaki. A governare il Giappone vi è Hiroito, l’ultimo imperatore Giapponese, il quale, così come tutti gli imperatori, secondo la tradizione, aveva origini divine. Gli americani, ben istruiti sulle tradizioni Giapponesi, costrinsero Hiroito a dichiarare pubblicamente che egli non aveva discendenza divina. La notizia ebbe una eco estremamente negativa al punto che innumerevoli furono i suicidi. Chiara fu, a quel punto, la svolta cui stava assistendo il paese. Profondo era il processo di Occidentalizzazione cui i samurai e la stirpe guerriera stavano assistendo.
Ecco che, il 25 novembre 1970, Mishima insieme ad altri quattro inquirenti di una associazione chiamata Tatenokai (la società degli scudi), si recarono presso un punto strategico, la caserma del quartier generale dell’armata Giapponese, situata nel cuore di Tokyo, con l’intenzione di rapire il comandante dell’armata orientale allo scopo di sollevare una sommossa contro il governo. Per otto minuti Mishima, indossando l’uniforme imperiale, col fronte cinto dell’ Hachimaki, si rivolse ai soldati radunati nel cortile della caserma, esortandoli a rimanere fedeli alla tradizione, fedeli all’imperatore, fedeli alla patria attraverso un discorso breve ed indirizzato soprattutto ai giovani.
– “Noi ora testimonieremo a tutti voi l’esistenza di un valore più alto del rispetto per la vita. Questo valore non è la libertà e non è la democrazia ma il Giappone! Il Giappone, il paese della nostra amata storia, il paese della nostra tradizione, il Giappone. Non c’è nessuno tra di voi disposto a morire per scagliarsi contro questa costituzione che ha disossato la nostra patria? Esiste qualcuno?! Se esiste, che sorga e muoia con noi! Abbiamo intrapreso questa azione nell’ ardente speranza che voi tutti, a cui è stato donato un animo purissimo, possiate tornare ad essere veri uomini, e veri Samurai!”
Da tempo in Mishima era cresciuto il disgusto per quella società dedita solamente alla venerazione del denaro, intrisa di apparenza ed incapace ad educare le giovani generazioni ai valori ed allo stile proprio delle antiche tradizioni Giapponesi, oltre che contro la politica degli americani. E’ in questo ambiente che Mishima fonda il suo atto di rivolta. Fallito il tentativo di sollevare l’esercito si ritira nella stanza dove era presente il generale sequestrato, ed è qui che, con grande coraggio, pratica il Seppuku. Insieme ad egli ebbe il privilegio di togliersi la vita il suo allievo prediletto, Morita. E’ in tale gesto che è racchiusa tutta la sua vita. Una vita tormentata, nonostante la sua fama. Una fama che, però, passa in secondo piano rispetto ai principi della sua educazione, delle tradizioni, della perdita di valore della figura del imperatore. Mishima è il testimone della crisi del mondo moderno; è la testimonianza di un uomo che non fugge davanti gli ostacoli, che sa assumersi fino in fondo le proprie responsabilità finanche ad arrivare al sacrificio di se stesso attraverso un atto di amore, amore per la tradizione, per i valori che passa attraverso l’amore per il Giappone. Dicendo no alla modernità resa schiava dal denaro, Mishima riesce, in un mondo senza onore, a farci rivivere tutta quelle che è la tradizione Giapponese, riproponendo in epoca moderna i valori dell’ onore, della lealtà e soprattutto del sacrificio.
E’ a queste figure che dovremmo rivolgere il nostro pensiero anche quando aggiriamo o, ancor peggio, fuggiamo dagli ostacoli o quando anteponiamo il denaro alla dignità umana. Mishima era e deve essere un punto di rifermento per tutti noi: un uomo che non ha mai smesso di lottare per ciò in cui credeva.


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