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domenica 26 giugno 2016

LA CINTURA DI CASTITA'



La cintura di castità è un mezzo di contenzione fisica, mediante il quale è possibile impedire a un soggetto, consenziente o meno, di avere rapporti sessuali mediante la penetrazione. La cintura di castità può essere applicata sia a uomini che donne, ma nella tradizione il suo uso è legato strettamente al sesso femminile.

Nell'aneddotica tradizionale si fa risalire l'uso della cintura di castità al tempo delle crociate, collegandola alla necessità, per i cavalieri che partivano per il Santo Sepolcro, di assicurarsi della fedeltà delle proprie consorti, evitando i rischi connessi a un così prolungato distacco.

In realtà, una ricostruzione storica più attenta porta a concludere che i primi usi della cintura di castità risalgano, in Italia, al XIV o XV secolo, in particolare negli ambienti dell'alta nobiltà.

Il primo documento in cui compare la cintura di castità, è datato 1405 ed è conservato nella biblioteca di Gottinga (la cintura è qui nominata come "congegno fiorentino"). Tale manoscritto nel suo interno contiene disegni di macchine da guerra e altre invenzioni immaginarie.

Si dice che indossarono la cintura di castità, fra le altre, Caterina de' Medici, Anna d'Austria, la moglie di Francesco II di Carrara (il quale fu addirittura accusato di esserne l'inventore, in uno scritto del 1750 di Freydier de Nimes). Recentemente, tuttavia, l'esistenza e l'utilizzo della cintura di castità nel medioevo è stata contestata.

Ormai da tempo è opinione comune fra gli storici che l'uso medievale della cintura di castità sia un falso storico.

L’idea di astinenza sessuale è certamente antichissima e lo stesso termine latino cingulum castitatis (traducibile appunto come cintura di castità) compare, a partire dal VI secolo, in alcuni testi di Papa Gregorio Magno, Alcuino di York, San Bernardo di Chiaravalle, fino a Giovanni Boccaccio. Ma in tutti questi casi è inteso come un simbolo di purezza teologica, non certo come un oggetto di dissuasione erotica.

Il concetto di patto di castità tra due innamorati comparve invece più avanti, in alcuni poemi del XII secolo, come il Lai di Guigemar di Maria di Francia: alla partenza del cavaliere Guigemar la sua donna chiede all’amante di annodarle la camicia intorno alla vita, come patto di fedeltà fino al ritorno. Ma si tratta di un patto simbolico e, soprattutto, voluto dalla donna.

Per trovare la prima citazione visuale di un oggetto che ricordi vagamente una cintura di castità dobbiamo aspettare il 1405 e un manoscritto, il Bellifortis di Konrad Kyeser, dedicato alla tecnologia militare dell’epoca.

Il congegno disegnato, quasi un’armatura, è presentato come uno strumento imposto alle donne fiorentine dai mariti gelosi, ma i commenti di Kyeser sono ironici e probabilmente il disegno è stato realizzato sulla base di sentito dire e non copiando un oggetto autentico. Di certo non risulta nulla del genere nella Firenze del tempo.

Alcune incisioni del XVI secolo, tra cui una attribuita a Sebald Beham, raffigurano invece una donna che indossa una “cintura di castità”, chiusa da un lucchetto, in piedi tra due uomini mentre riceve e consegna denaro: l’interpretazione che ne è stata data è che si tratti di una prostituta in mezzo al cliente e al protettore, quest’ultimo disposto ad aprire il lucchetto solo al pagamento della prestazione. Anche se fosse stata vera e non solo simbolica, dunque, la cintura rappresentava qui solo uno strumento professionale.

Le prime cinture di castità “vere” sono quelle finite nei musei intorno al 1840. Al Museo d’arte medievale di Cluny a Parigi, per esempio, fino a poco tempo fa si poteva ammirare una cintura che si diceva fosse appartenuta alla regina di Francia Caterina de’ Medici (1519-1589). Fu solo nel 1990 che i responsabili del Museo si accorsero che si trattava di un falso risalente al XIX secolo.

Anche un altro esemplare simile, esposto al British Museum di Londra e a lungo indicato come risalente al XVI secolo, è stato di recente datato alla metà dell’800 e tolto dalle esposizioni. Quasi tutti i musei che le conservavano e le attribuivano all’epoca medievale, hanno oggi corretto i loro cataloghi per indicarne la fattura recente o l’origine fraudolenta.



La cintura di castità non è molto diversa dagli altri miti medievali, ma la sua popolarità è probabilmente maggiore. Classen ricorda in particolare il contributo del film di Woody Allen Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso (ma non avete mai osato chiedere) tratto dall’omonimo libro del sessuologo David Reuben.

La cintura di castità viene descritta del libro, e nel film viene mostra all’opera con conseguenze esilaranti. Ma Allen, mettendo in ridicolo i contenuti del libro, si è forse avvicinato all’essenza delle cintura di castità meglio di chiunque altro: l’oggetto infatti è citato in alcuni testi medievali, ma in queste fonti l’intento era invariabilmente comico o allegorico, cioè non si riferivano a qualcosa che esisteva fisicamente.

Esistono poi alcuni disegni di età Medievale, mentre durante il Rinascimento la cintura di castità nelle opere d’arte divenne un ingrediente molto frequente, ma lo storico spiega che oggi il disegno di un disco volante non è certo una prova dell’esistenza degli alieni. Inoltre, anche le rappresentazioni artistiche delle cinture di castità hanno chiaramente un intento satirico, e ci mostrano spesso un secondo uomo con una copia della chiave pronto ad aggirare la gelosia del marito. In effetti, anche nel medioevo peggiore che possiamo inventarci, un dispositivo come una cintura di castità sarebbe stato difficile da impiegare: non solo la mancanza di igiene sarebbe stata insostenibile (e possibilmente letale), ma procurarsi una copia della chiave non sarebbe certo stato molto complicato.

Per quanto riguarda gli oggetti che ancora si vedono in molti musei, sembra certo che nessuno di essi risalga al medioevo, e che siano invece stati fabbricati molto più di recente. A partire dal diciottesimo secolo cominciano infatti a essere regolarmente esposti strumenti di tortura attribuiti all’età Medievale, molti dei quali erano però inventati (come la Vergine di Norimberga) e, appunto, le cinture di castità. Successivamente diversi accademici estranei all’indagine storiografica contribuirono a legittimare il mito.

Sono esistiti svariati tipi di cintura di castità ma l'aspetto prevalente, essenzialmente, si compone di una banda in vita ed una fascia pubica (che copre completamente i genitali, in modo da renderli inaccessibili), bloccate insieme. Il materiale utilizzato nelle cinture classiche è solitamente metallico, con un rivestimento, soprattutto interno, di velluto o pelle; le cinture moderne sono realizzate perlopiù su misura, in acciaio inossidabile rivestito internamente in neoprene o gomma, che assicura una migliore igiene. L'igiene è infatti uno degli aspetti maggiormente problematici per chi adopera la cintura di castità nonostante essa preveda, in ogni caso, la presenza di due piccole aperture, una anteriore e una posteriore, per l'espletazione dei bisogni fisiologici.

Naturalmente, per impedire la rimozione della cintura, essa è predisposta per l'applicazione di uno o più lucchetti.

Tradizionalmente l'uso della cintura di castità è correlato all'esigenza maschile di assicurarsi la fedeltà della propria donna, in particolare laddove questa fedeltà sia messa a repentaglio dalla particolare avvenenza o disponibilità sessuale della donna. A questo uso tradizionale si correla invece l'esigenza di garantire la sicurezza delle donne, in particolare nobili o comunque aristocratiche, dalla possibilità di essere esposte a stupri o violenze che avrebbero potuto portare, come conseguenza, una filiazione illegittima. Questa esigenza, sia pure in un'epoca diversa, quella moderna, segnata dalla liberazione sessuale e dalla facilità di accesso alla contraccezione, è stata fra i motivi di una ripresa di interesse per l'uso della cintura di castità, la quale riveste, per alcune donne, il ruolo di difesa estrema dal pericolo di aggressioni e stupri, molto sentito dal sesso femminile in particolare nelle metropoli occidentali più esposte alla violenza e alla microcriminalità. Non è noto tuttavia il numero di donne che effettivamente utilizza la cintura di castità con questo scopo (si può immaginarlo, tuttavia, molto ridotto, anche a causa dell'alto costo commerciale della cintura stessa).

Altre motivazioni per l'uso della cintura di castità si riscontrano, in particolare negli ambienti più puritani, fra coloro che ritengono importante il mantenimento della verginità fino al momento del matrimonio. In questo caso la cintura di castità assume il ruolo (auto) dissuasivo, rispetto alla tentazione di un eventuale rapporto pre-matrimoniale: quasi una prova d'amore, fra due fidanzati impegnati nel rinviare il loro primo incontro sessuale.

La motivazione però più diffusa (ed estesa, peraltro, anche ai maschi), probabilmente, per l'uso della cintura, riguarda la comunità BDSM, nella quale l'uso di questo strumento fa parte di quel tipo di dominazione-sottomissione che prevede, da parte dello slave (lo schiavo), la disponibilità a lasciare al partner dominante le decisioni riguardo alla propria sessualità. In questo caso, è il partner dominante, di solito, a detenere la chiave e quindi a regolare l'uso e la rimozione della cintura, con l'obiettivo, oltre che di indurre l'impossibilità di avere rapporti sessuali, anche di ottenere una maggiore umiliazione e repressione sessuale del soggetto sottomesso, impedendone anche la masturbazione e, nel caso dei maschi, rendendone dolorosa la stessa erezione. In questo tipo di relazioni il cosiddetto "dono della chiave", che lo slave fa nei confronti del dominante, assume un valore molto significativo, come testimonianza effettiva dell'importanza della relazione e della fiducia che il sottomesso ha, nei confronti di chi assume il controllo sulla sua sessualità. Va infine detto che in alcuni casi questo tipo di disciplina sessuale è applicato a se stesso, direttamente, senza intervento di estranei, da soggetti praticanti il masochismo sessuale.
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venerdì 10 giugno 2016

LA SIMBOLOGIA DEL CANE

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I nostri avi indoeuropei conobbero, certo già nell’epoca precedente la loro diaspora, un termine comune per designare il cane. Questo animale accompagnava infatti la vita agro-pastorale dei lontani progenitori già numerosi millennî orsono. Il nome per designarlo doveva essere *kwón, che si è poi tramandato, tra le numerose lingue, nell’antico irlandese cu, nel gallese ci, nel tocario A ku, nel lituano šuõ(n), nell’armeno šun, nel greco cúon, nell’avestico span-, nel sanscrito çva-, oltre che nel latino canis, da cui il nostro ‘cane’.

La millenaria stretta familiarità con il lupo ha determinato il sovrapporsi di una miriade di leggende, tradizioni e significati, tanto che è impossibile accennare a tutti. Vi sono però alcuni elementi fondamentali: il cane è uno psicopompo, vale a dire una “guida delle anime”, specie nel post-mortem, analogamente a come lo è stato durante la vita (sua e del padrone); è collegato agli inferi, che custodisce o nei quali dimora (si pensi al Garm dei Germani, al Cerbero dei Greci o alle figure dei cinocefali e di Anubis nell’antico Egitto) e alla morte in genere, tanto da poter mettere in contatto con l’aldilà; è, come accennato, un simbolo del furor guerriero (specie nel suo aspetto di lupo): esempio ne è l’eroe irlandese Cuchulainn, il cui stesso nome significa “cane di Culann”.

Cane e lupo a un tempo, il saggio – o il santo – si purifica divorandosi, cioè autosacrificandosi per accedere in fine alla tappa ultima del perfezionamento spirituale.

Nell’Antico Egitto si riesce chiaramente a distinguere la figura del cane nel Dio Anubi, sempre raffigurato con una testa di cane o addirittura con la testa di uno sciacallo, animale che si nutre solo di carogne. Anubi era il Dio dei morti e proprio questo lo lega al cane, giacché si è sempre visto a questo animale come al guardiano del regno dei morti ed addirittura si pensava che accompagnasse le anime nel proprio percorso verso l’aldilà. In alcune culture si usava seppellire il corpo del cane insieme a quello del defunto per propiziare al meglio il viaggio nell’oltretomba. Anche in altre culture, da quelle nordiche a quelle sudamericane, fino ai Maya, il cane assumeva lo stesso significato, mantenendo inalterato la sua valenza di fedeltà soprattutto vista verso il padrone o di un capo o addirittura verso il sovrano.

Il cane assume una simbologia polivalente, è sicuramente il simbolo della fedeltà, di vigilanza, della sicurezza, dell’affidabilità, dell’attaccamento, della pura amicizia, della protezione, della lealtà, della gentilezza, dell’energia, della compassione e della comprensione, non a caso è nota a tutti la caratteristica principale del cane di saper dimenticare e perdonare.

I cani hanno occupato un ruolo importante nel folklore mesoamericano e nella sua mitologia, soprattutto tra il periodo classico e l'era moderna. Secondo una comune credenza della mesoamerica un cane trasporta i morti oltre un corso d'acqua, per poter raggiungere l'aldilà. I cani appaiono nelle scene dell'oltretomba dipinte sulle ceramiche Maya del periodo classico. Nel preclassico i Chupicaro seppellivano i cani assieme ai morti. Nella grande metropoli del periodo classico di Teotihuacan, sono stati rinvenuti 14 corpi umani depositati in una grotta, molti dei quali di bambini, assieme a tre cani che li avrebbero dovuti guidare nella strada per l'oltretomba.
In molte versione del ciclo di 20 giorni del calendario mesoamericano, il decimo giorno si chiama "cane". Questo giorno si chiama itzcuintli in lingua nahuatl, la lingua degli Aztechi, tz'i' in K'iche' Maya e oc in Yucatec Maya. Tra i Mixtechi il decimo giorno era occupato dal coyote, ua.



Nelle tombe maya del periodo classico sono spesso stati trovati resti animali, quasi sempre cani. Ad esempio, tra le rovine della città maya di Kaminaljuyu, in Guatemala, fu trovato un cane sepolto con uno scheletro seduto, insieme ad offerte votive al morto. I frequenti ritrovamenti di scheletri di cani nelle tombe maya del classico confermano che la credenza secondo cui guiderebbero le anime nel viaggio ultraterreno era viva già allora.
Il cane veniva spesso rappresentato nell'atto di portare una torcia all'interno dei codici maya, il che potrebbe essere un riferimento al fatto che nella tradizione maya fu il cane a donare il fuoco agli uomini.
Nel Popol Vuh postclassico del Maya K'iche' dell'entroterra guatemalteco, cani e tacchini uccidono le persone per vendicarsi del fatto che erano stati sconfitti. Le persone che riescono a fuggire da questo destino vengono trasformate in scimmie.

Nella mitologia azteca i Quattro Soli scompaiono in una grande inondazione. Un uomo ed una donna sopravvivono ed approdano su una spiaggia, dove subito accendono un fuoco per arrostire del pesce. Il fumo prodotto dal falò scombussola le stelle Citlalatonac e Citlalicue, facendo infuriare il grande dio Tezcatlipoca. Nella sua furia taglia le loro teste cucendole suli loro posteriori, e creando i primi cani.
Tra gli Aztechi il dio Xolotl era un cane mostruoso. Durante la creazione del quinto sole, Xolotl fu cacciato dalla Morte e le fuggì trasformandosi prima in un germoglio di mais, poi in foglie di maguey ed infine in una salamandra in una pozza d'acqua. La terza volta la Morte trovò Xolotl, lo intrappolò e lo uccise. Tre importanti generi alimentari furono prodotti da corpo di questo cane mitologico. Mictlantecuhtli, Signore della Morte, possiede le ossa dei morti nell'oltretomba. Xolotl scese negli inferi per rubare queste ossa in modo da poter rinascere nella creazione del Quinto sole. Xolotl riuscì a recuperare le ossa riportando in vita l'uomo trafiggendone il pene. Xolotl era visto come reincarnazione del pianeta Venere e come Stella della Sera (quella del mattino era il fratello Quetzalcoatl). Xolotl era il compagno canino del Sole, e ne seguiva il percorso sia nel cielo sia nel mondo sotterraneo. La forte connessione di Xolotl col mondo ultraterreno, la morte ed i morti è dimostrata dai simboli che lo accompagnano. Nel Codice Borbonicus Xolotl viene raffigurato con un coltello in bocca, un simbolo di morte, ed ha capelli neri mossi come i capelli portati dagli dei della morte.
Il quattordicesimo periodo di 13 giorni del calendario rituale tonalpohualli inizia con il giorno di ce itzcuintli (cane) e si dice che le persone, soprattutto i re, siano molto fortunati quel giorno. Il decimo giorno del calendario agricolo di 20 giorni di xiuhpohualli, itzcuintli (cane), era comandato da Mictlantecuhtli, sinistro dio della morte. Nel postclassico, quando moriva un comune cittadino azteco, doveva passare attraverso ognuno dei nove livelli di Mictlan, il mondo sotterraneo. Il Mictlan veniva raggiunto solo dopo quattro anni di viaggio, accompagnati da un cane che era stato cremato con il deceduto. Il primo livello del Mictlan si chiamava Apanoayan (dove uno attraversa il fiume), noto anche come Itzcuintlan (il luogo dei cani) a causa dei tanti cani che girovagavano sulla vicina costa. Il cane che avrebbe riconosciuto il proprio padrone lo avrebbe accompagnato oltre il fiume sulla schiena. In alcuni racconti il cane sulla riva si comporta diversamente a seconda del colore; quelli gialli portano l'anima oltre il fiume, mentre quelli bianchi si rifiutano perché si sono già bagnati, e quelli neri si rifiutano perché hanno già nuotato nel fiume o perché sono sporchi.
Nel folklore azteco l'Ahuizotl era un mostro d'acqua simile ad un cane con una mano posizionata alla fine della coda a spirale. Si dice che abitasse sott'acqua nei pressi delle coste e che trascinava sotto le persone affogandole. Le anime delle vittime sarebbero state portate a Tlalocan, uno dei tre paradisi aztechi. Una simile credenza esisteva tra i vicini Taraschi, dove la divinità canina era chiamata Uitzimengari e salvava le anime delle persone affogate accompagnandole oltre l'acqua fino alla Terra di Morti.

Attualmente i Chinantechi ed i Mixe di Oaxaca (stato) credono che un cane nero aiuterà le persone morte ad attraversare un corso d'acqua, fiume o mare, fino a raggiungere la terra dei morti. Gli Huitzilani credono che un cane porti i morti oltre l'acqua per arrivare nella casa sotterranea del diavolo.
In buona parte del Messico si crede che gli stregoni cattivi siano in grado di trasformarsi in cani neri per poter cacciare il bestiame dei vicini. Negli stati del Messico centrale (come Oaxaca, Tlaxcala e Veracruz) uno stregone è noto come Nagual, nella penisola dello Yucatán prendono il nome di huay chivo. Un altro cane soprannaturale nel folklore dello Yucatan è il huay pek (cane-strega in Maya Yucatec), un enorme cane nero fantasma che attacca chiunque incontri, e che si dice essere la reincarnazione del Kakasbal, uno spirito maligno.
Una storia popolare di Tlaxcala parla di alcuni cacciatori che videro un enorme cane nero di notte e decisero di catturarlo. Fuggì quando si avvicinarono, e così un cacciatore gli sparò, ferendolo ad una gamba. Seguendo il sangue lasciato dall'animale giunsero fino alla ricca casa di un contadino, il cui proprietario era ferito ad una gamba. Rinunciarono alla caccia ed andarono al villaggio vicino, dove gli abitanti locali gli dissero che si trattava di un nahual che poteva trasformarsi in cane.
Tzeltal e Tzotzil delle colline del Chiapas messicano affermano che un cane bianco si sia accoppiato con Eva durante la Terza Creazione, dando alla luce la razza europea, mentre un cane giallo fosse all'origine degli indigeni.
Una storia Jakaltek dell'entroterra guatemalteco racconta di come il primo cane fu testimone della creazione del mondo e di come sia corso ovunque raccontando a tutti i segreti della creazione. Hunab' Kuh, il Dio-Creatore, si arrabbiò e scambiò la testa del cane con la coda. Ora, ogni volta che un cane vuole raccontare i propri segreti, non può parlare ma solo scodinzolare.



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domenica 25 ottobre 2015

CIGNO

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Dal latino cygnus, che deriva a sua volta dal greco kyknos. Il tedesco Schwan (antico svan) come l’inglese swan derivano dalla medesima radice *KAN, la quale è all’origine del latino cano (cantare). Il cigno è dunque, etimologicamente, il “cantante”.

Definizione curiosa per una specie che, notoriamente, non produce nessun verso particolarmente gradevole, nonostante le numerose leggende riguardo la sua voce splendida. Si dice che dopo una vita in silenzio, sia in punto di morte che innalzi agli dei il suo canto.
Nel Fedone platonico, Socrate afferma che il canto funebre del cigno esprimesse la gioia di reintegrarsi nel divino, del quale l’uccello era epifania.
Il canto del Cigno diviene sinonimo di ultimo atto glorioso, della fine onorevole della vita, poichè con il raggiungimento dello "stato perfetto" l'uomo è pronto per tornare "alle stelle", al Divino. Per tale motivo alcuni autori, come Socrate, associano il canto funebre del Cigno a qualcosa di positivo, a un'evoluzione spirituale.
È interessante che Omero ne lodi il canto, poiché i cigni erano pressoché sconosciuti nei paesi mediterranei e quelli in grado di cantare comparivano soltanto al Nord.
La vecchiaia legata all'animale, probabilmente, non si riferisce soltanto al candore delle piume in relazione alla capigliatura umana che si sbianca con l'età: il mito lo riconduce alla purezza, alla forza del Bianco e del Bene.
Rappresenta la luce dello spirito, la scintilla divina dell'uomo e la comunicazione fra gli elementi, fra i diversi mondi ed è considerato messaggero degli dèi, benefico e sacro, dotato di poteri di guarigione e magia legati al suo già citato canto.
Il suo volo è paragonato al ritorno dello spirito verso la propria sorgente, la riscoperta di se stessi e rappresenta la parte dell'uomo che tende al bene, al meglio di sé, alla perfezione, alla spiritualità

Fu consacrato in particolare al Sole, alle energie di calore, di luci e maschili, anche se sono molte anche le dee a cui questo animale viene associato, probabilmente in virtù della vicinanza all'elemento acqua e per via del candore, della purezza e della grazia cristallina. E del fascino esercitato dalla bianchezza delle piume e dalla figura elegante.
I suoi poteri di guarigione gli derivano proprio dall’essere legato all’acqua e al sole e fanno di esso l'intermediario per eccellenza. E' legato all’acqua, nella quale nuota; all’aria, dove vola, e alla terra, dove si posa. In quanto uccello acquatico egli vive immerso in questi tre ambienti così differenti tra loro.



Fu l'emblema di Febo Apollo, dal momento che presiedette alla nascita del dio, e a lui, dio della poesia e delle arti, era associato per via del presunto dolcissimo canto in punto di morte.
Durante la notte erano o cigni a trainare il carro di Apollo - di giorno i cavalli - e questo associa il candido uccello al panorama infero, ctonio, come se si muovesse sulla linea tra la vita e la morte.
Questo poichè la Terra con i suoi anfratti e lo stesso Cielo, spesso rimandano all’Aldilà, e l'Acqua, da sempre conduttore, ponte, strada maestra da percorrere e attraversare per giungere all’Oltremondo.
Nel mito raccontato da Ovidio, Cigno era il figlio di Stenelo, re dei Liguri. Quando Fetonte, per avere rubato il carro solare del padre Apollo, fu fulminato da Giove e cadde nell’Eridano (ovvero il fiume Po), Cigno, parente del defunto, ne pianse disperatamente la morte. Il dolore fu tanto forte, quanto le sue alte grida, che trasmutò nell candido uccello che adesso porta il suo nome.
In cigno si trasformò Zeus quando sedusse la bella Leda, generandole - unendosi al seme umano del marito di lei, Tindaro - Castore, Polluce, Elena e Clitemnestra.
Il cigno è l'animale sacro alla bionda Aphrodite per antonomasia. E' su di un cocchio ricavato da una cocnchiglia e trainato da cigni e colombe che la dea si muove sull'acqua e nel cielo.
In epoca romana fu simbolo del Cristo sulla croce.
Nella tradizione hindu, il cigno è sacro alla dea Saraswati, tutelare della guarigione, della saggezza, della purezza e della conoscenza. Il cigno diventa la sua cavalcatura, l'animale santo che la trasporta sul suo dorso. Esso ricorda la Shakti, ovvero l’energia vitale femminile che si risveglia e connette alla Terra. Ed è da un aureo uovo deposto da un cigno che sorse il dio Brhama.
Nell'Antico Egitto, il Cigno era personificazione della Dea del Cielo Nut, madre di Osiride, Iside e Seth: ella partorisce ogni mattina il Disco Solare - simboleggiata dall'altezza delle tre piramidi nella Piana di Giza - costituendo così l'Ordine Cosmico.
Nel regno ultraterreno di Sidhe della mitologia celtica, si sente di fanciulle fatate che si manifestano nel mondo umano sotto le spoglie di cigni bianchissimi, oranti di catenelle d'oro e d'argento, a testimonianza della loro natura divina.
Il dio cavaliere Oengus McOg si innamorò perdutamente di una fanciulla vista solo in sogno: quando la trovò, pur di diventare suo amante, si mutò in cigno. Stessa metamorfosi fu scelta da Midr, principe dei Tuatha Dè Danaan irlandesi, e dalla sua amante Etain, per fuggire nell'Oltremondo.
In meravigliosi cigni vennero tramutati i figli del Re irlandese Llyr dalla crudele matrigna e ridotti per secoli in tale condizione: mantennero però una voce così dolce che fu perfino terapeutica, in grado di affascinare chiunque li ascoltasse.



I cigni sono collegati con gli dei luminosi d'Irlanda, i Tuatha Dé Danann, e sono
il simbolo di saggezza, amore sincero, fedeltà, innocenza, purezza, forza e coraggio. Il cigno dona la capacità di interpretare i sogni e rappresenta l'evoluzione spirituale.

E' legato all'acqua (dove nuota), all'aria (dove vola) ed alla terra (dove si posa), ma rappresenta anche il fuoco, collegato al sole da cui trae il suo potere per interagire con gli altri tre elementi.

Rappresenta la comunicazione fra gli elementi, fra i diversi mondi e
come animale sacro alla Dea è considerato un simbolo del sole e un messaggero
degli dèi, benefico e sacro, possessore di poteri magici legati alla musica e
al canto, uniti ai poteri di guarigione del sole e dell'acqua.

Il cigno rappresenta anche la luce dello spirito, la scintilla divina
nell'uomo. Il suo volo è paragonato al ritorno dello spirito verso la propria
sorgente e rappresenta la parte dell'uomo che tende al bene, al meglio di sé,
alla perfezione, alla spiritualità.
Rappresenta il percorso di riscoperta del proprio sè e della propria bellezza interiore, dal goffo anatroccolo alla splendida maestosità e grazia de cigno bianco adulto.

Nel medioevo era l'emblema della cavalleria mistica e rappresentava il cavaliere che partiva alla Cerca del Graal, la Sacra Coppa..




lunedì 3 agosto 2015

I SAMURAI

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La parola "samurai" ha avuto origine nel periodo giapponese Heian, quando era pronunciata saburai, e significava "servo" o "accompagnatore". Fu soltanto nell'epoca moderna, intorno al periodo Azuchi-Momoyama e al periodo Edo del tardo XVI e XVII secolo che la parola saburai mutò in samurai. Per allora, il significato si era già modificato da tempo.

Durante l'era di più grande potere dei samurai, anche il termine yumitori (arciere) veniva usato come titolo onorario per un guerriero, anche quando l'arte della spada divenne la più importante. Gli arcieri giapponesi sono ancora fortemente associati con il dio della guerra Hachiman.

I samurai usavano una grande varietà di armi, anzi un'evidente differenza tra la cavalleria europea e i samurai riguarda proprio l'impiego delle armi, poiché i samurai non ritennero mai che esistessero armi disonorevoli, ma solo armi efficienti ed inefficienti. L'uso delle armi da fuoco costituì una parziale eccezione, in quanto fu fortemente scoraggiato durante il XVII secolo dagli shogun Tokugawa, fino a proibirle quasi completamente e ad allontanarle del tutto dalla pratica della maggior parte dei samurai.

Nel periodo Tokugawa si diffuse l'idea che l'anima di un samurai risiedesse nella katana che portava con sé, a seguito dell'influenza dello Zen sul bujutsu; a volte i samurai vengono descritti come se dipendessero esclusivamente dalla spada per combattere. Raggiunti i tredici anni, in una cerimonia chiamata Genpuku, ai ragazzi della classe militare veniva dato un wakizashi e un nome da adulto, per diventare così vassalli, cioè samurai a tutti gli effetti. Questo dava loro il diritto di portare un katana, sebbene venisse spesso assicurata e chiusa con dei lacci per evitare sfoderamenti immotivati o accidentali. Insieme, katana e wakizashi vengono chiamati daisho (letteralmente: "grande e piccolo") ed il loro possesso era la prerogativa del buke, la classe militare al vertice della piramide sociale. Portare le due spade venne vietato nel 1523 dallo Shogun ai cittadini comuni che non erano figli di un samurai, per evitare rivolte armate, perché prima della riforma tutti potevano diventare samurai.

Un'altra importantissima arma dei samurai, cui erano connessi importanti riti scintoisti, fu l'arco e non fu modificata per secoli, fino all'introduzione della polvere da sparo e del moschetto nel XVI secolo. Fino alla fine del XIII secolo anzi la via della spada (kendo) fu meno considerata della via dell'arco da molti esperti di bushido. Un arco giapponese era un'arma molto potente: le sue dimensioni permettevano di lanciare con precisione vari tipi di proiettili (come frecce infuocate o frecce di segnalazione) alla distanza di 100 metri, arrivando fino a 200 metri quando non era necessaria la precisione.

Veniva usato solitamente a piedi, dietro un tedate, un largo scudo di legno, ma poteva essere usato anche a cavallo. La pratica di tirare con l'arco da cavallo divenne una cerimonia Shinto detta Yabusame. Nelle battaglie contro gli invasori mongoli, questi archi furono l'arma decisiva, contrapposti agli archi più piccoli e alle balestre usate dai cinesi e dai mongoli.

Nel XV secolo, anche la lancia (yari) divenne un'arma popolare. Lo yari tese a rimpiazzare il naginata allorquando l'eroismo individuale divenne meno importante sui campi di battaglia e le milizie furono maggiormente organizzate. Nelle mani dei fanti o ashigaru divenne più efficace di una Katana, soprattutto nelle grosse cariche campali. Nella battaglia di Shizugatake, in cui Shibata Katsuie fu sconfitto da Toyotomi Hideyoshi (da allora anche noto come Hashiba Hideyoshi) i cosiddetti "Sette Lancieri di Shizugatake" ebbero un ruolo cruciale nella vittoria.

Seppuku è un termine giapponese che indica un rituale per il suicidio in uso tra i samurai. In Occidente viene usata più spesso la parola Harakiri, a volte in italiano erroneamente pronunciato come karakiri, con pronuncia e scrittura errata dell'ideogramma hara. Nello specifico, però, Seppuku e Harakiri presentano alcune differenze, qui di seguito spiegate.

Con il nome di Jigai, il seppuku era previsto, nella tradizione della casta dei samurai, anche per le donne; in questo caso il taglio non avveniva al ventre bensì alla gola dopo essersi legate i piedi per non assumere posizioni scomposte durante l'agonia. Anche di ciò è presente una descrizione nel citato libro di Mishima, Cavalli in Fuga.

L'arma usata poteva essere il tanto (coltello), anche se più spesso, soprattutto sul campo di battaglia, la scelta ricadeva sul wakizashi, detto per questo guardiano dell'onore, la seconda lama (più corta) che era portata di diritto dai soli samurai.



I samurai seguivano un preciso codice d'onore, chiamato Bushido (via del guerriero), la più famosa opera che lo sintetizza è l'Hagakure di Yamamoto Tsunetomo (1659-1721). Non bisogna però ritenere che il Bushido praticato nelle diverse epoche in cui vissero i samurai fosse sempre attinente ad un medesimo codice d'onore, privo di modifiche o di differenze. Per esempio l'Hagakure è sostanzialmente diverso e confliggente in molte parti con un'altra celebre opera sul Bushido, scritta poche decine di anni prima, il "Libro dei cinque anelli" di Miyamoto Musashi. Infatti il concetto di onore dell'Hagakure è basato sull'accettazione della morte e sull'obbedienza cieca al proprio signore, mentre Musashi lo lega alla ricerca dell'autoperfezionamento, e alla completezza culturale e filosofica. Si noti che Musashi non era un "vero" samurai ma un bushi, rifiutandosi per tutta la vita di prestare servizio ad un signore giurandogli fedeltà, rimanendo sempre indipendente; una pratica normale nel XV e XVI secolo, ma che nel XVII risultava alquanto "eccentrica", e considerata con sospetto negli ambienti culturali affini a quelli in cui fu redatto l'Hagakure. Inoltre Musashi si interessò pochissimo dell'onore formale e l'etichetta, concentrandosi soprattutto sull'onore sostanziale e personale.

I precetti dei samurai furono pesantemente influenzati dalle principali correnti spirituali e culturali giapponesi. Verso il 1000 era ancora lo Shintoismo la principale fonte d'ispirazione per i samurai, corrente che sottolineava la fedeltà all'imperatore, in un'epoca in cui essere samurai voleva dire, innanzi tutto, essere un guerriero abile, ma successivamente concetti taoisti, buddisti e confuciani iniziarono a diffondersi e a sovrapporsi a questi. In particolare ebbero grande fortuna, dopo il buddismo cinese, il buddismo zen e il buddismo esoterico (quest'ultimo soprattutto nelle casate nobili più ricche e potenti, mentre il primo anche a livello di piccole scuole e ronin). In quest'epoca si diffusero molte scuole che associavano ai doveri del samurai l'obbligo di svolgere i propri compiti non solo al massimo delle proprie capacità, ma con grazia ed eleganza, dimostrando attraverso il gesto la propria superiorità, pratica che fu molto contestata nel XVI secolo (quando riprese l'attenzione all'efficacia e non alla forma del gesto), ma che è rimasta in molte scuole di pensiero samurai.

I ruvidi guerrieri del 900 erano divenuti, prima del 1300, raffinati poeti, mecenati, pittori, cultori delle arti, collezionisti di porcellane, codificando in molte opere di bushido (fino al Libro dei cinque anelli) la necessità per un samurai di essere esperto in molte arti, non solo in quella della spada. La prima grande codificazione di questa svolta avvenne nel Heike Monogatari, opera letteraria più famosa del periodo Kamakura (1185-1249), che attribuiva alla via del guerriero l'obbligo dell'equilibrio tra la forza militare e la potenza culturale. Gli eroi di quest'epopea (la storia di una lotta tra due clan, i Taira e i Minamoto) e di altre che si ispirarono a questa negli anni immediatamente successivi, sono gentili, ben vestiti, molto attenti all'igiene, cortesi con il nemico nei momenti di tregua, abili musicisti, competenti poeti, letterati talvolta particolarmente versati nella calligrafia o nella disposizione dei fiori, appassionati cultori del giardinaggio, spesso interessati alla letteratura cinese. Inoltre morendo spesso mettono in versi il proprio epitaffio.

Questa visione duplice dei compiti del samurai si affermò grandemente, fino a diventare egemonica, Hojo Nagauji (o Soun), signore di Odawara (1432-1519), uno dei più importanti samurai della sua epoca scrisse nei "Ventuno Precetti del Samurai": "La Via del guerriero deve sempre essere sia culturale che marziale. Non è necessario ricordare che l'antica legge stabilisce che le arti culturali dovrebbero essere rette con la sinistra, e quelle marziali con la destra", in questo sottolineava una certa predominanza per le arti marziali, ma da questo insegnamento trassero spunto numerosi samurai che divennero famosi tanto come spadaccini, quanto, e più, come esperti della cerimonia del tè, o come artisti, attori di teatro No, poeti. Imagawa Royshun (1325-1420), grande commentatore dell'Arte della guerra di Sun Tzu, nelle sue "Norme" si era spinto oltre, affermando che "Senza conoscere la Via della cultura, non ti sarà possibile raggiungere la vittoria in quella marziale", creando un nuovo concetto di equilibrio tra cultura e guerra noto come bunbu ryodo ("non abbandonare mai le due vie").

Lo stesso Miyamoto Musashi, uno dei più grandi duellisti del XVII secolo (con 59 vittorie e un pareggio o 60 vittorie e un pareggio entro i trent'anni, a seconda delle fonti), divenne nella seconda parte della sua vita uno dei più grandi pittori di quel periodo. Concordava con Takeda Shingen (1521-1573), forse il più brillante generale del XVI secolo, che affermava come la grandezza di un uomo dipendeva dalla pratica di numerose vie.

Questo atteggiamento ovviamente provocò tutta una serie di aspre critiche; in particolare si ricorda l'avversione di Kato Kiyomasa (1562-1611) per tutto ciò che non era marziale e la sua opinione, condivisa da molte scuole "estremamente marziali", secondo la quale un samurai dedito alla poesia sarebbe divenuto "effeminato" mentre un samurai che avesse praticato il mestiere dell'attore o si fosse interessato al teatro No avrebbe dovuto suicidarsi per il disonore che arrecava al suo nome. Correnti di pensiero "estremamente marziali" e di rifiuto degli aspetti culturali della figura del samurai si diffusero notevolmente nei secoli successivi. Questo fatto potrebbe sembrare paradossale per un'epoca di pace (la Pax Tokugawa) durante la quale in piccoli dojo non solo si accettava l'etichetta ma anzi la si studiava a fondo; al contempo però si intendeva anche ritornare al significato originario dell'essere samurai, il guerriero impavido; in questo contesto persino l'Hagakure potrebbe essere stato considerato troppo "raffinato".

Inoltre le differenti fonti d'ispirazione culturale cui erano soggetti i samurai (scintoismo, scintoismo esoterico, taoismo, buddismo cinese, buddismo della terra pura, buddismo zen, buddismo esoterico, confucianesimo ufficiale cinese, confucianesimo dei glossatori giapponesi, epica classica giapponese) crearono scuole di pensiero e di pratica molto differenti, con principi di vita talvolta contrapposti o, più spesso, semplicemente complementari, anche grazie alla grande attitudine al pragmatismo e al sincretismo della cultura giapponese.

Nell'iconografia classica del guerriero il ciliegio rappresenta insieme la bellezza e la caducità della vita: esso, durante la fioritura, mostra uno spettacolo incantevole nel quale il samurai vedeva riflessa la grandiosità della propria figura avvolta nell'armatura, ma è sufficiente un improvviso temporale perché tutti i fiori cadano a terra, proprio come il samurai può cadere per un colpo di spada infertogli dal nemico. Il guerriero, abituato a pensare alla morte in battaglia non come un fatto negativo ma come l'unica maniera onorevole di andarsene, rifletté nel fiore di ciliegio questa filosofia. Un antico verso ancora oggi ricordato è tra i fiori il ciliegio, tra gli uomini il guerriero, ovvero come il fiore del ciliegio è il migliore tra i fiori, così, il guerriero è il migliore tra gli uomini. Il sakura era venerato.

Il samurai è diventato, nella vulgata comune, il combattente fedele all’autorità pronto a seguire il suo capo fino alla morte, ligio ai suoi doveri più di quanto sia attaccato alla sua stessa vita. In sostanza il rappresentante supremo di una cultura del dovere della quale la cultura nipponica è intrisa, e che l’Occidente ha fatto sua banalizzandola nell’etica del lavoro, creando dei samurai calvinisti la cui missione è di fatto permettere a qualcuno altro di accumulare soldi; il tutto basato su una lettura, a dir poco “spinta”, di Sun Tzu e della sua arte della guerra. Ma come Arena dimostra, lo “spirito samurai” andava ben oltre la fedeltà, nemmeno sempre presente, al capo, essendo la morte non altro che un modo per sfuggire al disonore, uno strumento per dare un senso alla vita. E si ritorna al non sense, la vera anima dello zen, sebbene l’autore lo ritienga troppo abusato come strumento di analisi.

Non a caso la figura del samurai, così come lo stesso Giappone, ha sempre fatto presa in certi ambienti neofascisti, essendo stata facilmente collegata all’immagine, che tanta parte ha nella dottrina evoliana, dell’uomo in piedi tra le rovine. Che sia indifferenziato, o che sia samurai, quell’uomo è portatore di una superiorità verso il resto del genere umano estetica prima ancora che filosofica. E a ricordarcelo c’è Mishima, con il suo seppuku in diretta TV, disperato appello fatto ad un mondo che si sa incapace, e non interessato, ad ascoltare. Qualcosa che si riallaccia al futurismo dannunziano, ma molto più spirituale e senza il mito del progresso (senza entrare nel merito di un futurismo pre e post D’Annunzio). Tuttavia per mantenere quest’immagine eroica il prezzo è stato la cancellazione delle donne samurai dalla Storia, altrettanto dimenticate delle donne ninja.

Interessantissimo poi il capitolo dedicato all’omosessualità dei samurai, il “colore maschile”, che tratteggia un guerriero ben più amante degli appartenenti al suo sesso che del genere femminile. E non sembra un controsenso, a cosa porta infatti il senso di superiorità se non ad una comunità chiusa, dove anche il sesso è inter pares? Non ha caso  prima ancora dei samurai i giovani discepoli erano amati dai monaci. La pulsione sessuale è ineliminabile nel genere umano, e se a questo aggiungiamo una cultura che mette la donna in secondo piano (arduo dire cosa origina cosa), è facile capire come il senso di cameratismo spinto all’estremo porti a comportamenti omosessuali. E non deve stupire nemmeno che anche il nazismo fosse pervaso da questa ambiguità e che oggi esistano gruppi di neonazisti dichiaratamente gay.



Il samurai è qualcuno che gode di una estrema libertà sapendo da sempre di essere morto, partecipe di un’etica che reca tranquillità anche a coloro che samurai lo sono solo nello spirito, sempre parafrasando l’autore, non senza una strizzatina d’occhio. Il modo in cui poi ognuno utilizza la sua libertà è un’altra questione.

Il significato dei tatuaggi che rappresentano samurai è in parte personale, in parte manifestatamente oggettivo.

Da che mondo è mondo il samurai incarna un ideale di fedeltà, onore e disciplina che non ha eguali nel resto del mondo.
Tatuarsi un samurai vuol dire non solo abbracciare un mondo molto diverso dal nostro, lontano anni luce, ma anche gli elementi più radicati di quel mondo.

Una certa affinità con il mondo dei tatuaggi: imprimersi sulla pelle un disegno indelebile richiama un po’ quelle leggende di samurai che non hanno avuto paura di prendere decisioni che avrebbero continuato a produrre i loro effetti per tutta la loro vita.



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