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lunedì 16 maggio 2016

IL SOGNO di Giacomo Leopardi



.Era il mattino, e tra le chiuse imposte
Per lo balcone insinuava il sole
Nella mia cieca stanza il primo albore;
Quando in sul tempo che più leve il sonno
E più soave le pupille adombra,
Stettemi allato e riguardommi in viso
Il simulacro di colei che amore
Prima insegnommi, e poi lasciommi in pianto.
Morta non mi parea, ma trista, e quale
Degl'infelici è la sembianza. Al capo
Appressommi la destra, e sospirando,
Vivi, mi disse. e ricordanza alcuna
Serbi di noi? Donde, risposi, e come
Vieni, o cara beltà? Quanto, deh quanto
Di te mi dolse e duol: nè mi credea
Che risaper tu lo dovessi; e questo
Facea più sconsolato il dolor mio.
Ma sei tu per lasciarmi un'altra volta?
Io n'ho gran tema. Or dimmi, e che t'avvenne?
Sei tu quella di prima? E che ti strugge
Internamente? Obblivione ingombra
I tuoi pensieri, e gli avviluppa il sonno,
Disse colei. Son morta, e mi vedesti
L'ultima volta, or son più lune. Immensa
Doglia m oppresse a queste voci il petto.
Ella seguì: nel fior degli anni estinta,
Quand'è il viver più dolce, e pria che il core
Certo si renda com'è tutta indarno
L' umana speme. A desiar colei
Che d ogni affanno il tragge, ha poco andare
L'egro mortal; ma sconsolata arriva
La morte ai giovanetti, e duro è il fato
Di quella speme che sotterra è spenta.
Vano è saper quel che natura asconde
Agl'inesperti della vita, e molto
All'immatura sapienza il cieco
Dolor prevale. Oh sfortunata, oh cara,
Taci, taci, diss'io, che tu mi schianti
Con questi detti il cor. Dunque sei morta,
O mia diletta, ed io son vivo, ed era
Pur fisso in ciel che quei sudori estremi
Cotesta cara e tenerella salma
Provar dovesse, a me restasse intera
Questa misera spoglia? Oh quante volte
In ripensar che più non vivi, e mai
Non avverrà ch'io ti ritrovi al mondo,
Creder nol posso. Ahi ahi, che cosa è questa
Che morte s'addimanda? Oggi per prova
Intenderlo potessi, e il capo inerme
Agli atroci del fato odii sottrarre.
Giovane son, ma si consuma e perde
La giovanezza mia come vecchiezza;
La qual pavento, e pur m'è lunge assai.
Ma poco da vecchiezza si discorda
Il fior dell'età mia. Nascemmo al pianto,
Disse, ambedue; felicità non rise
Al viver nostro; e dilettossi il cielo
De' nostri affanni. Or se di pianto il ciglio,
Soggiunsi, e di pallor velato il viso
Per la tua dipartita, e se d'angoscia
Porto gravido il cor; dimmi: d'amore
Favilla alcuna, o di pietà, giammai
Verso il misero amante il cor t'assalse
Mentre vivesti? Io disperando allora
E sperando traea le notti e i giorni;
Oggi nel vano dubitar si stanca
La mente mia. Che se una volta sola
Dolor ti strinse di mia negra vita,
Non mel celar, ti prego, e mi soccorra
La rimembranza or che il futuro è tolto
Ai nostri giorni. E quella: ti conforta,
O sventurato. Io di pietade avara
Non ti fui mentre vissi, ed or non sono,
Che fui misera anch'io. Non far querela
Di questa infelicissima fanciulla.
Per le sventure nostre, e per l'amore
Che mi strugge, esclamai; per lo diletto
Nome di giovanezza e la perduta
Speme dei nostri dì, concedi, o cara,
Che la tua destra io tocchi. Ed ella, in atto
Soave e tristo, la porgeva. Or mentre
Di baci la ricopro, e d'affannosa
Dolcezza palpitando all'anelante
Seno la stringo, di sudore il volto
Ferveva e il petto, nelle fauci stava
La voce, al guardo traballava il giorno.
Quando colei teneramente affissi
Gli occhi negli occhi miei, già scordi, o caro,
Disse, che di beltà son fatta ignuda?
E tu d'amore, o sfortunato, indarno
Ti scaldi e fremi. Or finalmente addio.
Nostre misere menti e nostre salme
Son disgiunte in eterno. A me non vivi
E mai più non vivrai: già ruppe il fato
La fe che mi giurasti. Allor d'angoscia
Gridar volendo, e spasimando, e pregne
Di sconsolato pianto le pupille,
Dal sonno mi disciolsi. Ella negli occhi
Pur mi restava, e nell'incerto raggio
Del Sol vederla io mi credeva ancora.



Leopardi scrisse il canto "Il sogno" tra la fine del 1820 e la prima metà del 1821. In questo canto Leopardi sintetizza ed armonizza diversi sentimenti e situazioni sue personali con la lettura di due opere di Petrarca. Le due opere di Petrarca sono: il II capitolo del Trionfo della Morte e la canzone CCCLIX delle Rime "Quando il soave mio fido conforto".
Il poeta immagina un dialogo durante un sogno mattutino tra lui e una giovane donna, forse Teresa Fattorini, morta pochi mesi prima, di tubercolosi, il 30 settembre 1818.

La poesia fu pubblicata la prima volta il 13 agosto 1825 nel giornale <<Il caffè di Petronio>> diretto da Pietro Brighenti.

Non ci sono dubbi: si tratta di un sogno e “colei che amore / Prima insegnommi” è inesorabilmente morta. Questa è la certezza da cui parte Leopardi, la certezza della realtà materiale che non lo abbandona mai. Ma subito dopo la “morta” comincia a vivere: gli accarezza la testa, sospira e gli parla. In questa dimensione di vita recuperata anche il poeta parla all’amata. L’illusione è subito spezzata, ma, sentendo la sua voce, Leopardi si rivolge a lei come se fosse viva pur sapendo che è morta (“Dunque sei morta”), e al tempo stesso non potendo credere che ella non viva piú. I due amanti parlano della morte e del dolore cui sono condannati gli uomini, quindi il discorso “scivola” sull’amore. Se mai l’amata avesse provato un sentimento d’amore per il poeta, questi dal ricordo di quel sentimento potrebbe trarre la forza per vivere, visto è che è vana la speranza nel futuro. Il gioco di Leopardi è qui estremamente complesso: il sogno fa vivere in maniera illusoria ciò che non è piú e questa illusione (presente) può creare un passato da usare come ricordo contro il dolore presente. Il risultato immediato è una presenza ancora piú viva dell’amata: ora è possibile accarezzarla, baciarla, abbracciarla, stringerla, sciogliere lo sguardo negli occhi di lei. La verità della morte irrompe di nuovo e l’unica possibilità che resta sembra un dolore sconsolato e un grido di angoscia. Eppure, anche alla luce del sole nascente – svanito il sogno – “Ella negli occhi / pur mi restava / vederla io mi credeva ancor”.

Nel canto “Il sogno” Leopardi sintetizza ed armonizza due esigenze vivide. Da un lato manifesta il suo profondo bisogno di esprimere l'acuto dolore per la morte di Teresa Fattorini che il poeta ascoltava e guardava dal suo balcone prima che lei morisse. Ma, probabilmente, l'ispirazione di scrivere “Il Sogno” venne al poeta dall'intenso desiderio di dare un bacio ad una giovane donna di Recanati, Teresa Brini. Dall'altro lato Leopardi esprime, in forma poetica, sia il suo dolore per la scomparsa della Fattorini sia il suo bisogno reale ed istintivo per la Brini, con le letture di Petrarca il quale aveva descritto, in forma onirica ed elegiaca, il suo incontro con Laura morta. In questo modo, trasferendo tutto nel sogno, il giovane Leopardi immaginava di potere soddisfare il desiderio di dare un bacio reale a Teresa Brini. Il canto sintetizza ed armonizza, in forma poetica ed elegiaca, il mondo interiore e sentimentale del poeta, negli anni tra il 1820 e il 1821, in una forma poetica e culturale simile a quella di Petrarca.
Queste spiegazioni della genesi del canto il poeta le ha lasciate in memoria in uno scritto dal titolo “Ricordi di infanzia e di adolescenza” alla fine del quale il poeta scrive: <<che io allora solo in sogno per la primissima volta provai che cosa sia questa sorta di consolazione con tal verità che svegliatomi subito e riscosso pienamente vidi che il piacere era stato appunto qual sarebbe reale e vive e restai attonito e conobbi come sia vero che tutta l'anima si possa trasfondere in un bacio e perder di vista tutto il mondo come allora proprio mi parve e svegliato errai un pezzo...>> (da Giacomo Leopardi – Canti – a cura di Lucio Felici – Newton & Compton editori – Pag. 308).

Il messaggio della poesia è certamente la presa di coscienza da parte del poeta che nel sogno riceve la terribile verità che non avrà più un amore nella sua vita. Infatti, la morte della fanciulla, che in giovane età aveva mostrato di avere una certa pietà ed amore per il poeta, costituisce l'evento più terrificante e devastante per Leopardi che sperava di potere amare la giovane Teresa e di esserne ricambiato. Invece, la morte prematura della ragazza, costringe il poeta a rinchiudersi in sé stesso e a disperarsi ancora di più contro la natura e contro il destino. Il giovane Leopardi dopo la confessione della giovane donna, che gli dice che non lo rivedrà più perché il fato ha interrotto il loro amore, non può fare altro che disperarsi, piangere e svegliarsi dall'incubo che gli annuncia la triste verità in piena mattina.
Il poeta, presa coscienza della triste realtà, implacabile ed inesorabile, capisce che è destinato a restare da solo, e l'unica cosa che gli rimane dopo il risveglio è quello di attendere e di sperare.

La tesi del canto “Il Sogno” è la riflessione centrale del poeta e cioè che l'evento più terribile che possa colpire gli uomini, è la morte che colpisce e rapisce, inesorabile, i giovani nel fiore della loro età. Infatti, morire “nel fior degli anni”, è veramente il dolore più irrazionale ed ingiustificabile che possa colpire e capitare ad un giovane. Morire per malattia, per disgrazia o per incidente, nel fior degli anni, è veramente la pena più bruciante ed inconsolabile che colpisce i familiari del giovane. La perdita di un giovane nel fiore degli anni è un doloroso evento, intenso e tremendo, che non dovrebbe capitare a nessuno. Leopardi con questo messaggio afferma che è inutile per un giovane, che muore nel pieno della sua giovinezza, sapere cosa la vita gli avrebbe riservato.



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domenica 25 ottobre 2015

CIGNO

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Dal latino cygnus, che deriva a sua volta dal greco kyknos. Il tedesco Schwan (antico svan) come l’inglese swan derivano dalla medesima radice *KAN, la quale è all’origine del latino cano (cantare). Il cigno è dunque, etimologicamente, il “cantante”.

Definizione curiosa per una specie che, notoriamente, non produce nessun verso particolarmente gradevole, nonostante le numerose leggende riguardo la sua voce splendida. Si dice che dopo una vita in silenzio, sia in punto di morte che innalzi agli dei il suo canto.
Nel Fedone platonico, Socrate afferma che il canto funebre del cigno esprimesse la gioia di reintegrarsi nel divino, del quale l’uccello era epifania.
Il canto del Cigno diviene sinonimo di ultimo atto glorioso, della fine onorevole della vita, poichè con il raggiungimento dello "stato perfetto" l'uomo è pronto per tornare "alle stelle", al Divino. Per tale motivo alcuni autori, come Socrate, associano il canto funebre del Cigno a qualcosa di positivo, a un'evoluzione spirituale.
È interessante che Omero ne lodi il canto, poiché i cigni erano pressoché sconosciuti nei paesi mediterranei e quelli in grado di cantare comparivano soltanto al Nord.
La vecchiaia legata all'animale, probabilmente, non si riferisce soltanto al candore delle piume in relazione alla capigliatura umana che si sbianca con l'età: il mito lo riconduce alla purezza, alla forza del Bianco e del Bene.
Rappresenta la luce dello spirito, la scintilla divina dell'uomo e la comunicazione fra gli elementi, fra i diversi mondi ed è considerato messaggero degli dèi, benefico e sacro, dotato di poteri di guarigione e magia legati al suo già citato canto.
Il suo volo è paragonato al ritorno dello spirito verso la propria sorgente, la riscoperta di se stessi e rappresenta la parte dell'uomo che tende al bene, al meglio di sé, alla perfezione, alla spiritualità

Fu consacrato in particolare al Sole, alle energie di calore, di luci e maschili, anche se sono molte anche le dee a cui questo animale viene associato, probabilmente in virtù della vicinanza all'elemento acqua e per via del candore, della purezza e della grazia cristallina. E del fascino esercitato dalla bianchezza delle piume e dalla figura elegante.
I suoi poteri di guarigione gli derivano proprio dall’essere legato all’acqua e al sole e fanno di esso l'intermediario per eccellenza. E' legato all’acqua, nella quale nuota; all’aria, dove vola, e alla terra, dove si posa. In quanto uccello acquatico egli vive immerso in questi tre ambienti così differenti tra loro.



Fu l'emblema di Febo Apollo, dal momento che presiedette alla nascita del dio, e a lui, dio della poesia e delle arti, era associato per via del presunto dolcissimo canto in punto di morte.
Durante la notte erano o cigni a trainare il carro di Apollo - di giorno i cavalli - e questo associa il candido uccello al panorama infero, ctonio, come se si muovesse sulla linea tra la vita e la morte.
Questo poichè la Terra con i suoi anfratti e lo stesso Cielo, spesso rimandano all’Aldilà, e l'Acqua, da sempre conduttore, ponte, strada maestra da percorrere e attraversare per giungere all’Oltremondo.
Nel mito raccontato da Ovidio, Cigno era il figlio di Stenelo, re dei Liguri. Quando Fetonte, per avere rubato il carro solare del padre Apollo, fu fulminato da Giove e cadde nell’Eridano (ovvero il fiume Po), Cigno, parente del defunto, ne pianse disperatamente la morte. Il dolore fu tanto forte, quanto le sue alte grida, che trasmutò nell candido uccello che adesso porta il suo nome.
In cigno si trasformò Zeus quando sedusse la bella Leda, generandole - unendosi al seme umano del marito di lei, Tindaro - Castore, Polluce, Elena e Clitemnestra.
Il cigno è l'animale sacro alla bionda Aphrodite per antonomasia. E' su di un cocchio ricavato da una cocnchiglia e trainato da cigni e colombe che la dea si muove sull'acqua e nel cielo.
In epoca romana fu simbolo del Cristo sulla croce.
Nella tradizione hindu, il cigno è sacro alla dea Saraswati, tutelare della guarigione, della saggezza, della purezza e della conoscenza. Il cigno diventa la sua cavalcatura, l'animale santo che la trasporta sul suo dorso. Esso ricorda la Shakti, ovvero l’energia vitale femminile che si risveglia e connette alla Terra. Ed è da un aureo uovo deposto da un cigno che sorse il dio Brhama.
Nell'Antico Egitto, il Cigno era personificazione della Dea del Cielo Nut, madre di Osiride, Iside e Seth: ella partorisce ogni mattina il Disco Solare - simboleggiata dall'altezza delle tre piramidi nella Piana di Giza - costituendo così l'Ordine Cosmico.
Nel regno ultraterreno di Sidhe della mitologia celtica, si sente di fanciulle fatate che si manifestano nel mondo umano sotto le spoglie di cigni bianchissimi, oranti di catenelle d'oro e d'argento, a testimonianza della loro natura divina.
Il dio cavaliere Oengus McOg si innamorò perdutamente di una fanciulla vista solo in sogno: quando la trovò, pur di diventare suo amante, si mutò in cigno. Stessa metamorfosi fu scelta da Midr, principe dei Tuatha Dè Danaan irlandesi, e dalla sua amante Etain, per fuggire nell'Oltremondo.
In meravigliosi cigni vennero tramutati i figli del Re irlandese Llyr dalla crudele matrigna e ridotti per secoli in tale condizione: mantennero però una voce così dolce che fu perfino terapeutica, in grado di affascinare chiunque li ascoltasse.



I cigni sono collegati con gli dei luminosi d'Irlanda, i Tuatha Dé Danann, e sono
il simbolo di saggezza, amore sincero, fedeltà, innocenza, purezza, forza e coraggio. Il cigno dona la capacità di interpretare i sogni e rappresenta l'evoluzione spirituale.

E' legato all'acqua (dove nuota), all'aria (dove vola) ed alla terra (dove si posa), ma rappresenta anche il fuoco, collegato al sole da cui trae il suo potere per interagire con gli altri tre elementi.

Rappresenta la comunicazione fra gli elementi, fra i diversi mondi e
come animale sacro alla Dea è considerato un simbolo del sole e un messaggero
degli dèi, benefico e sacro, possessore di poteri magici legati alla musica e
al canto, uniti ai poteri di guarigione del sole e dell'acqua.

Il cigno rappresenta anche la luce dello spirito, la scintilla divina
nell'uomo. Il suo volo è paragonato al ritorno dello spirito verso la propria
sorgente e rappresenta la parte dell'uomo che tende al bene, al meglio di sé,
alla perfezione, alla spiritualità.
Rappresenta il percorso di riscoperta del proprio sè e della propria bellezza interiore, dal goffo anatroccolo alla splendida maestosità e grazia de cigno bianco adulto.

Nel medioevo era l'emblema della cavalleria mistica e rappresentava il cavaliere che partiva alla Cerca del Graal, la Sacra Coppa..




lunedì 14 settembre 2015

LE MUSE

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Le Muse sono divinità della religione greca. Erano le figlie di Zeus e di Mnemosýne (la "Memoria") e la loro guida era Apollo. L'importanza delle muse nella religione greca era elevata: esse infatti rappresentavano l'ideale supremo dell'Arte, intesa come verità del "Tutto" ovvero l'«eterna magnificenza del divino».

Erano dette anche Eliconie, poiché la loro sede era il monte Elicona; dato che tale monte si trova in Beozia, regione abitata dagli Aoni (Aonia), venivano anche chiamate Aonie. A volte erano definite anche Aganippidi, dal nome della fonte omonima, Aganippe, situata proprio in prossimità del monte Elicona, o Pimplee, da una fonte a esse dedicata sul monte Pimpla, situato in Tessaglia. In Teocrito sono definite "Pieridi", poiché una tradizione collocava la loro nascita nella Pieria, in Macedonia.

L'etimologia delle muse trova discordanze negli studiosi, alcuni di essi preferiscono non pronunciarsi, Crisippo fu uno dei primi a fornire una loro origine lessicale mentre fra le più diffuse quella che le vede legate ai monti, come «ninfe dei monti».

Le Muse erano invocate specialmente dai poeti come ispiratrici delle lore opere. Chiunque osasse offenderle veniva severamente punito, come le figlie di Pierio, re della Tessaglia, che avevano voluto rivaleggiare con loro nel canto e furono mutate in uno stormo di rauche gazze. Oltre al Parnaso, le Muse frequentavano anche altri luoghi: il monte Pindo, il monte Elicona. Gli alberi a loro consacrati erano l'alloro e le palme e avevano a loro servizio Pègaso, il cavallo alato.

La leggenda non è una sola, come non lo è il numero stesso delle Muse, che varia da leggenda a leggenda.

Le Muse, che alla fine arrivarono fino a noi, sono le nove figlie di Zeus, chiamate Pieridi (di "Pieria", in Tracia) e quelle della Beozia, alle pendici dell'Elicona, alle dipendenze di Apollo che ne dirigeva i canti.

Originariamente le Muse erano legate alla musica considerata la prima di ogni arte, ma in seguito venne loro attribuita la protezione di ogni forma di pensiero che gli uomini di allora esprimevano, in tutte le sue forme: eloquenza, persuasione, saggezza, storia, matematica, ed astronomia.

Una leggenda racconta che le Muse impegnate in una gara di canto riuscirono, con le loro soavi melodie, ad arrestare il corso delle sorgenti e dei fiumi e che addirittura il monte cominciò a salire verso il cielo.

Le Muse, che rappresentavano l'ideale supremo dell'Arte, ne erano anche patrone e ad esse vennero attribuiti molti appellativi, spesso riferiti alle località in cui esse soggiornavano:

Aganippidi, dal nome della fonte omonima, Aganippe, posta in prossimità del monte Elicona;
Aonidi (perchè il Monte Elicona era abitato dagli Aoni), Camene, Castalidi, Eliconidi (poiché la loro sede era il monte Elicona), Ilissiadi, Libetriadi, Meonidi, Olimpiadi e Olimpiche, Pegasdi, Pieridi, Tespiadi o Tespie, Alate, Ardalidi, Citeriadi, Janzie, Ligie, Lidie, Mnemosinidi, Parnassidi o Parnassie, Partenie o Partenidi, Pateidi, Pimpleiadi o Pimplee, ma erano sempre e solo nove.




Esiodo, che scrisse il poema mitologico Teogonia circa 700 anni a.C., le enumera fissandone il numero in nove, ma non specifica quale sia il raggio d'azione di ognuna. Sempre secondo il mito, Apollo era il loro protettore, e le muse venivano invitate alle feste degli dei e degli eroi perché allietassero i convitati con canti e danze. Le Muse erano considerate anche le depositarie della memoria, infatti era con il canto ripetuto, delle gesta degli dei e degli eroi greci, che esse contribuivano a mantenere negli uomini la memoria del passato.

Sembra che le Pieridi, abilissime nel canto, fossero le nove figlie di Pierio di Pellae e di Evippa i cui nomi fossero: Colimba, Iunce, Cencride, Cissa, Cloride, SchemaAcalantide, Nessa, Pipo, Dracontide.

Un giorno ebbero la cattiva idea di andare sul monte Elicona, per sfidarle in una gara di canto.
Calliope cantò anche per le sorelle e le Ninfee, nominate arbitri della contesa, dichiararono vincitrici le Muse.

Le Pieridi, invece di accettare umilmente la sconfitta, cominciarono ad insultare le Ninfe, tanto che le Muse, per punirle, le trasformarono in uccelli.

Il greco Pausania afferma nei suoi scritti che le Pieridi portavano gli stessi nomi delle Muse, da qui le confusioni sui nomi e sui figli attribuiti alle Muse considerate in genere vergini.

Il culto delle muse fu assai diffuso fra i Pitagorici, prima che ad ognuna di loro fosse affidato uno specifico campo d'azione.

La filosofia pitagorica, fa delle Muse il motore dell'etere fra i pianeti: garantendo i movimenti armonici planetari esse assicurano che tutto sia pervaso da ordine, sapienza e armonia.

La Musa Calliope è raffigurata con una tavoletta su cui scrivere, un rotolo di carta o un libro ed in capo una corona d'oro, il nome in greco significa "dalla bella voce", era l'ispiratrice della Poesia Epica.

La poesia epica è il racconto in versi delle imprese leggendarie di un popolo, dei suoi miti e dei suoi eroi.

Nella nostra cultura occidentale, per poesia epica ci si riferisce ad Omero con l'Iliade e l'Odissea, a Virgilio con l'Eneide, ad Ariosto con la Gerusalemme liberata e l'Orlando furioso.

Il compito "morale" della Poesia Epica era esaltare i valori dell'amicizia, del coraggio, dell'amore, della famiglia, della gratitudine e della pace.

Ai nostri giorni la poesia epica ha abbandonato la forma in versi divenendo il genere narrativo proprio del romanzo specificatamente d'avventura, storico o didascalico.

La Musa Erato è raffigurata come una giovane ninfa coronata di mirti e di rose, che nella mano sinistra regge una lira e nell'altra il plettro. Spesso, collocato vicino a lei, c'è un Amorino armato d'arco e di turcasso.

Erato, che si dice significhi "Amabile", deriva il nome da Eros ed è considerata l'ispiratrice della Poesia lirica, del canto corale e della poesia anacreontica, la poesia che rifiuta i valori eroici in cambio di un nuovo equilibrio, situato nel canto, nell'amore, nella temperanza che favorisce la pace.

Erato è la musa collegata all'amore e molti poeti antichi la invocano nelle composizioni amorose.

La leggenda vuole che Erato fosse la madre del poeta e cantore Tamiri e di Cleomene.

Altra leggenda racconta che dal suo amore per Arcade, che diede il nome alla terra di Arcadia, nacque Azan.

La Musa Clio è raffigurata seduta e con una pergamena in mano, Clio rappresentava la Storia.

Clio, la sorella maggiore, la prima fra le muse, riceve dalla madre Mnemosine, personificazione della memoria, il potere di trasmettere il ricordo di fatti e personaggi.

Clio, "Colei che può rendere celebri" è dunque Musa della storia.
Nell'antichità questa musa veniva invocata dai poeti che si accingevano a comporre testi che avrebbero contenuto fatti storici come Stazio che, nella Tebaide (1, 41 e X, 630), la invoca come ispiratrice del suo poema.

Ai giorni nostri è possibile allargare l'interesse della Musa Clio ai saggi, alle recensioni ed ai componimenti che hanno come obiettivo di indagare con rigore, ma anche con obiettività, la Storia e le sue proiezioni.

Della vita mitologica di Clio ci giungono leggende contrastanti riguardanti il fatto che le Muse fossero eternamente vergini e le attribuzioni di maternità di semidei che affollano la mitologia greca e latina.

Una leggenda vuole che Orfeo fosse nato dall'unione tra la musa Clio ed Apollo, il dio della musica.

Un'altra leggenda narra che Giacinto, il bellissimo giovane, fosse figlio di Piero e della musa Clio.

La Musa Euterpe è raffigurata con un "Aulos", la Musa Euterpe, nella mitologia Greca e Romana era la musa della musica, protettrice di strumenti a fiato e, più tardi, anche della poesia lirica.

Il suo nome deriva dal greco eu (bene) e τέρπ-εω (piacere) e significa "colei che rallegra".

L’antico Aulos greco, spesso tradotto erroneamente come “flauto", era uno strumento di canna (giunco) a due ance, come l'oboe e, secondo la leggenda, fu inventato proprio da Euterpe.

L’Aulos accompagnava una vasta gamma di attività Greche: era presente ai sacrifici, alle rappresentazioni drammatiche, agli incontri di lotta, al salto in lungo, al lancio del disco, alla danza dei marinai sul triremo.

Platone lo associava al culto estatico di Dionisio e dei Coribanti (Sacerdoti della dea Cibele).

La Musa Melpomene è raffigurata nella mitologia greca con un lungo chitone teatrale e un mantello allacciato sulle spalle, tiene fra le mani, una maschera, una spada o un pugnale insanguinato.

Il nome Melpomene, significa "colei che canta la Tragedia" era la musa del canto, dell'armonia musicale e della tragedia.

Melpomene sarebbe, secondo alcuni, la madre delle sirene esseri favolosi rappresentati con testa di donna e corpo di uccello, (secondo altre versioni con corpo di pesce), la cui voce seducente attirava i marinai per farli morire. Altri ancora ne fanno la madre del musico Tamiri.

Musa Polimnia è una figura della mitologia greca, una delle nove Muse, figlie di Zeus e Mnemosine, raffigurata come una giovane donna dall'aspetto devoto, avvolta da velo e mantello, con il capo cinto da una corona di perle.

Polimnia è la Musa protettrice dell'orchestica, della pantomima e della danza associate al canto sacro e eroico.

Talvolta viene associata anche alla retorica, la memoria, la geometria e la storia.

A Polimnia sono attribuite le invenzioni della lira e della agricoltura.

Platone cita una leggenda che considera Polimnia madre di Eros.



La Musa Talia (Θάλεια) thallein (fiorire), è una figura della mitologia greca.
È una delle Muse, colei che presiede alla commedia ed alla poesia bucolica.

Comunemente raffigurata come una ragazza dall'aria allegra, che porta una corona di alloro sul capo e tiene una maschera in mano e calza degli stivaletti.

È ritenuta la madre con Apollo dei Coribanti che, nella mitologia greca, sono sacerdoti della dea Cibele, che inventarono il tamburo a cornice e con esso crearono una musica basata sul ritmo ossessivo che doveva servire per curare l’epilessia e per sconfiggere la malinconia di Giove.

La Musa Tersicore (greco Terpsichórē; latino Terpsichŏre) è una delle nove muse della mitologia greca, il suo nome viene la parola "tersicoreo" τερπέω ("mi piace") e χoρός ("danza").

Di solito Tersicore si rappresentata come una bella giovane, coronata d’alloro, la pianta sacra ad Apollo e vestita con l’abito lungo dei suonatori di cetra, nell’atto di trarre accordi con le dita affusolate dal suo strumento, per accompagnare, con la sua musica le danzatrici.

È quindi la protettrice della danza e della lirica corale.

La Musa Urania (dal greco antico Ouranos, «cielo») è una figura della mitologia greca, figlia di Zeus e di Mnemosine.

Era la Musa dell'astronomia e della geometria.

Viene rappresentata vestita di un abito azzurro, coronata di stelle, mentre sostiene con le mani un globo che sembra misurare ed una verga.
Ai suoi piedi diversi strumenti matematici.

Secondo Esiodo fu amata da Apollo, dando alla luce Lino e Orfeo, cantori mitici.
Secondo Catullo, fu la madre di Imene, il dio delle nozze, il cui padre era Bacco.

Pausania ci narra che le Muse, Dee dei Monti, erano in origine tre, figlie della Madre Terra e dell'Aria, mentre la Mitologia dalle originarie tre, ne individua nove o addirittura dieci, secondo Omero, che chiamò Saffo "Decima Musa".

Esiodo e la Mitologia, ci tramandano la nascita delle nove Muse da Mnemosine, Dea della Memoria, figlia del Cielo e della Terra, con cui Zeus (l'Autorità) giacque per nove notti.

Nella rappresentazione del mito risiede il suo significato: le Muse, Dee delle Arti e delle Scienze, sono figlie della Memoria e del Potere.


Muse secondo Klimt. Esse rappresentavano la triplice Dea Madre nel suo aspetto orgiastico per il quale il culto antichissimo della Dea è legato ai cicli naturali.

Questa triplicità è, di volta in volta, associata ai cicli della vita (nascita, morte, rinascita) e a quelli della Luna.

La Dea Madre viene dipinta nel suo triplice aspetto di Donna Vergine, Donna Adulta e Donna Vecchia.

In verità tutte le rappresentazioni delle Dee nelle tradizioni politeiste traggono origine dal culto ancestrale della Dea Madre, radicato profondamente nelle nostre culture.

I miti greci sono scatole magiche giunte fino a noi, le cui narrazioni si incastrano e si intersecano all'infinito.
Soltanto in epoca più "moderna", Zeus si vantò di essere padre delle Muse, di nove Muse, generate con Mnemosine, Dea della Memoria.

Perchè gli uomini non dimentichino, spetta alla Muse tramandare le consuetudini pubbliche e familiari: Zeus e Mnemosyne, potere e memoria, si fondono nella loro arte.

La voce dell'istruzione e dell'autorità è nello stesso tempo la voce del piacere: le Muse, che stanno accanto a Zeus e accanto ai re, sanno essere così gradevoli da distogliere i mortali dai loro dolori e dalle loro preoccupazioni.

Le muse, ritratte dagli artisti rinascimentali, si tengono per mano, indicando come le scienze e le arti siano connesse le une alle altre.

Omero, in omaggio alla poesia chiama Saffo "Decima Musa", ma il decimo posto non apparteneva alla tradizione e rimase vacante.

Il giudice, gastronomo Brillat-Savarin, che visse a cavallo fra il '700 e l'800 aveva designato come decima Musa Gastarea, per presiedere ai piaceri del Gusto.

L'undicesima Musa avrebbe dovuto essere Peithò (persuasione), figlia di Hermes (eloquenza) e Afrodite (seduzione), divinità caratterizzata dall’assenza di violenza nel suo modo d'essere, che avvince senza costringere, vincolando eros e logos nella persuasione, irresistibile perché sa cedere.

Ai nostri tempi si sono aggiunte altre due Muse, la decima Musa, quella delle Arti Cinematografiche e l'undicesima che non ha ancora una fisionomia definita e sembra sia l'ispiratrice per alcuni della pubblicità, per altri dell'informatica o la multimedialità.



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