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sabato 8 ottobre 2016

SENTIMENTI D'AUTUNNO



Il cielo era tutto sereno: di mano in mano che il sole si alzava dietro il monte, si vedeva la sua luce, dalla sommità dei monti opposti, scendere, come spiegandosi rapidamente, giù per i pendii e nella valle.
Un venticello d'autunno, staccando dai rami le foglie appassite del gelso, le portava a cadere qualche passo distante dall'albero. 
A destra e a sinistra, nelle vigne, sui tralci ancor tesi, brillavan le foglie rosseggianti a varie tinte; e la terra, lavorata di fresco, spiccava bruna e distinta nei campi di stoppie biancastre e luccicanti dalla guazza.



Sono in molti a ritenere che l’arrivo dell’autunno e l’inverno porti con sé sentimenti di malinconia, tristezza, quand’anche depressione. Qualcuno poi ha riunito tutta questa serie di sintomi in quello che è stato definito disturbo affettivo stagionale o SAD (Seasonal Affective Disorder), che affliggerebbe le persone rendendole appunto apatiche, tristi, depresse e così via.

A sfatare il mito delle giornate umide, buie… e deprimenti, sono stati i ricercatori dell’Oregon State University (OSU), School of Psychological Science, i quali hanno condotto uno studio in cui si afferma che né il tempo dell’anno né le condizioni meteorologiche influenzano i reali sintomi depressivi.

Il professor David Kerr e colleghi dell’OSU hanno precisato che il loro studio non nega l’esistenza del disturbo affettivo stagionale, ma mostra tuttavia che le persone tendono a sopravvalutare l’impatto dell’alternarsi stagionale sulla salute mentale e la depressione.
In realtà, come dimostrato dallo studio, esiste un alternarsi dei sintomi da malinconia, depressione eccetera, ma il problema è che questo non è associabile alla stagione dalle persone stesse che ne sono oggetto.



Il prof. Kerr ha scoperto che quando s’interrogano le persone circa i propri sintomi depressivi – così come si è fatto nella maggior parte degli studi – queste sono molto brave a ricordare certi eventi, informazioni, sentimenti provati, ma non sono in grado di ricordare i tempi precisi in cui hanno provato queste emozioni o sintomi nel passato più remoto.
Per questo motivo i ricercatori hanno tentato un approccio diverso: hanno raccolto e analizzato i dati provenienti da un campione di 762 partecipanti che, nel corso di alcuni anni, hanno riportato e segnato quelli che erano i sintomi depressivi a cui erano soggetti.

Una volta che i ricercatori sono stati in possesso del materiale, hanno confrontato i dati con le condizioni meteorologiche locali, l’intensità di luce solare e latri fattori esterni presenti durante il periodo di tempo in cui i partecipanti hanno compilato i rapporti. Circa il 92% dei partecipanti hanno segnalato cambiamenti nel comportamento e nell’umore attribuiti al cambio stagionale; di questi, il 27% ha riferito che questi cambiamenti hanno costituito per loro un problema. Nonostante ciò, secondo gli autori dello studio, le persone hanno tendenzialmente sopravvalutato l’impatto del tempo meteorologico e della stagione invernale.



L’aver sovrastimato i disturbi attribuendoli alla stagione, secondo i ricercatori, è avvenuto per alcuni motivi, tra cui la consapevolezza dell’esistenza del SAD, la ormai accertata alta incidenza della depressione nella popolazione generale e un’avversione personale nei confronti della stagione fredda.
I sentimenti negativi nei confronti dell’autunno e dell’inverno spesso sono confusi con i sintomi depressivi, spiegano i ricercatori. Accade così che si tenda ad attribuire il senso di chiusura, maggiore inattività o bisogno di stare rintanati a un problema come la depressione che, invece, ha sintomi maggiori, più eclatanti – come per esempio la disperazione e l’angoscia – e di più lunga durata che non la sola stagionalità.
Se dunque pensare all’inverno ci rende un po’ tristi forse c’entra il fatto che non stiamo bene con noi stessi, perché se così non fosse non ne saremmo toccati – qualunque siano le condizioni climatiche esterne. Ma, a parte questo, la depressione o il SAD sono davvero un’altra cosa.

Il precipitare del Sole nella stagione invernale e il non poter prevedere o controllare direttamente il suo ritorno generò nell’uomo arcaico non solo l’ansia di ciò che poteva accadere ma anche il senso di forze cosmiche ed invisibili che governavano silenti il mondo fenomenico. 

Per molti l'autunno è il periodo dell'anno più triste, in realtà però se sapessimo guardare oltre non verremmo attanagliati da angoscia e malinconia.

É il periodo per tornare un po' alle vecchie abitudini, dopo un'estate di vacanze e divertimenti, è il momento per dare vita a progetti e idee e per coltivare amicizie appena nate.

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mercoledì 8 giugno 2016

IL PUDORE



Il pudore è il sentimento di avversione verso cose che appaiono oscene e disoneste.

La contemporaneità ci rimanda una modalità comportamentale dove tutto sembra essere lecito, paradossalmente l'imperativo "Godi sempre e comunque" come palliativo all'utopico raggiungimento della felicità sembra essere diventata una condanna piuttosto che una soluzione.

La contemporaneità attraverso i vari mezzi di comunicazione ci rende edotti sull'aumento della violenza e della aggressività, ci rimanda immagini in cui si assiste ad uno sbandieramento pubblico di quanto dovrebbe essere più intimo e riservato rispetto alle proprie sofferenze alle proprie difficoltà.

L'illusoria idea che attimi di protagonismo al fine di avere un effimero riconoscimento siano gli strumenti per il raggiungimento di una utopica felicità ha comportato e comporta la perdita di ogni pudore fino all'alienazione di se stessi, con conseguenze devastanti sia sul corpo che sulla mente.
Si può a questo punto dedurre che a tutt'oggi sembra che ci si debba sentire in colpa non quando ci lasciamo andare a tutte le forme e le spinte pulsionali pretese dal godimento quanto piuttosto se non riusciamo a soddisfare tali spinte.

"Il tutto è lecito" in cui la contemporaneità ci ha catapultati, in cui siamo immersi e sommersi cancellando dunque ogni idea di limite e di conseguenza di vergogna e pudore sta portando il Soggetto, ogni Soggetto verso una nuova forma di schiavitù, la schiavitù nei confronti del Godimento. Il piacere allora non è più il risultato di una scelta rispettosa di un desiderio, una conquista che passa attraverso la consapevolezza del rispetto del limite , quanto piuttosto una qualche forma di dittatura a cui bisogna sottostare..

Il pudore varia col passare del tempo e cambia da società a società. Per conseguenza ciò che prima era considerato impudico, immorale, diventa tollerato.

Il pudore è ambivalente, oscilla tra la tutela della propria identità e la paura di “aprirsi” agli altri.

Il pudore si collega col “segreto”, anche con la propria sessualità, pone tra noi e gli altri il limite che non deve essere condiviso, anche se nella società contemporanea i mass media tendono a pubblicizzare il corpo, le emozioni ed i sentimenti, la parte “privata” di molte persone.

Nel rapporto d’amore il pudore si pone come barriera e segno di contraddizione, perché tra gli amanti c’è il desiderio di annullare le distanze, di condividere la propria intimità.



Il concetto del pudore sembra fare immediatamente riferimento a diverse dualità, o anche a diversi dualismi. In primo luogo, infatti, esso rimanda a una linea di demarcazione che attraversa il singolo essere umano: c’è qualcosa di me (sia del mio corpo, sia dei miei sentimenti) che posso – e magari devo – mostrare e qualcosa che invece non devo mostrare. A ben vedere, però, il divieto di mostrare un certo aspetto di me non è assoluto, e rimanda a una seconda dualità, cioè a quella di una sfera pubblica e di una sfera privata o intima della mia vita; il divieto di mostrare un certo aspetto di me si riferisce solamente alla sfera pubblica. Anzi, non è sufficiente affermare semplicemente che nella sfera dell’intimità questo divieto sia sospeso; la sfera dell’intimità, piuttosto, si costituisce proprio sulla base di tale sospensione: così non è sufficiente dire che a un amico intimo posso confidare i miei sentimenti senza pudore, ma è anzi proprio in ragione della possibilità o del realizzarsi di questa confidenza che egli è un amico intimo; similmente l’intimità erotica non sospende semplicemente il pudore del corpo, ma piuttosto non potrebbe crearsi senza questa sospensione.
Esiste un pudore del corpo e un pudore dei sentimenti (o dei pensieri, delle convinzioni, e magari anche delle decisioni che ne conseguono). Questa dualità si proietta su di una sfera pubblica e una privata o intima, dividendo in particolare la sfera dell’intimità in due ambiti principali: l’intimità di una profonda amicizia si basa infatti sulla sospensione del pudore dei sentimenti, non su quella del pudore del corpo, per quanto anche questa forma di pudore possa essere sospesa tra amici intimi; può capitare, per esempio negli spogliatoi di una palestra, che due amici si vedano reciprocamente nudi senza provare imbarazzo, ma per nessuno dei due il fatto di vedere l’altro nudo o di essere visto nudo dall’altro è l’oggetto di un desiderio, e comunque un rapporto di amicizia (o in generale un rapporto di amore o affettività senza erotismo, come può esserci tra fratelli o tra genitori e figli) non si basa su un desiderio di questo tipo. Il caso dell’intimità erotica è invece opposto: quest’intimità non potrebbe darsi senza la messa da parte del pudore del corpo, ma in essa la sospensione del pudore dei sentimenti rimane invece un obiettivo difficile, non sempre desiderato, mai garantito, e spesso realizzato soltanto in modo inferiore rispetto a quanto accade nei rapporti di amicizia.

Il pudore si può riferire sia a un sentimento, sia a una virtù. Nel primo caso si può dire che il pudore sia una forma di vergogna; nel secondo caso, invece, il pudore appare come la virtù della decenza, come il saper distinguere (comportandosi di conseguenza) che cosa sia giusto mostrare di sé e che cosa no, che cosa debba rimanere nel privato e che cosa possa invece essere mostrato in pubblico. Certamente, se il pudore come sentimento appare come una forma di vergogna, il rapporto del pudore come virtù con la vergogna è invece molto meno stretto: ciò che non deve essere mostrato in pubblico, ma può e magari deve essere svelato nell’intimità, non è nulla di vergognoso (il fatto di nascondere o di voler nascondere eventuali propri pensieri o azioni o sentimenti vergognosi fa infatti semplicemente parte della consapevolezza del carattere vergognoso di queste azioni o di questi pensieri, non deriva dal pudore inteso come virtù), anzi, può essere anche doveroso (l’espressione “doveri coniugali”, del resto, non è una metafora), e tuttavia deve essere serbato per la sfera privata. Max Scheler, a questo proposito, fa notare come spesso lo svelamento pubblico di una nostra qualità positiva provochi in noi un sentimento di pudore più profondo di quello causato dallo svelamento di un difetto.



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lunedì 16 maggio 2016

IL SOGNO di Giacomo Leopardi



.Era il mattino, e tra le chiuse imposte
Per lo balcone insinuava il sole
Nella mia cieca stanza il primo albore;
Quando in sul tempo che più leve il sonno
E più soave le pupille adombra,
Stettemi allato e riguardommi in viso
Il simulacro di colei che amore
Prima insegnommi, e poi lasciommi in pianto.
Morta non mi parea, ma trista, e quale
Degl'infelici è la sembianza. Al capo
Appressommi la destra, e sospirando,
Vivi, mi disse. e ricordanza alcuna
Serbi di noi? Donde, risposi, e come
Vieni, o cara beltà? Quanto, deh quanto
Di te mi dolse e duol: nè mi credea
Che risaper tu lo dovessi; e questo
Facea più sconsolato il dolor mio.
Ma sei tu per lasciarmi un'altra volta?
Io n'ho gran tema. Or dimmi, e che t'avvenne?
Sei tu quella di prima? E che ti strugge
Internamente? Obblivione ingombra
I tuoi pensieri, e gli avviluppa il sonno,
Disse colei. Son morta, e mi vedesti
L'ultima volta, or son più lune. Immensa
Doglia m oppresse a queste voci il petto.
Ella seguì: nel fior degli anni estinta,
Quand'è il viver più dolce, e pria che il core
Certo si renda com'è tutta indarno
L' umana speme. A desiar colei
Che d ogni affanno il tragge, ha poco andare
L'egro mortal; ma sconsolata arriva
La morte ai giovanetti, e duro è il fato
Di quella speme che sotterra è spenta.
Vano è saper quel che natura asconde
Agl'inesperti della vita, e molto
All'immatura sapienza il cieco
Dolor prevale. Oh sfortunata, oh cara,
Taci, taci, diss'io, che tu mi schianti
Con questi detti il cor. Dunque sei morta,
O mia diletta, ed io son vivo, ed era
Pur fisso in ciel che quei sudori estremi
Cotesta cara e tenerella salma
Provar dovesse, a me restasse intera
Questa misera spoglia? Oh quante volte
In ripensar che più non vivi, e mai
Non avverrà ch'io ti ritrovi al mondo,
Creder nol posso. Ahi ahi, che cosa è questa
Che morte s'addimanda? Oggi per prova
Intenderlo potessi, e il capo inerme
Agli atroci del fato odii sottrarre.
Giovane son, ma si consuma e perde
La giovanezza mia come vecchiezza;
La qual pavento, e pur m'è lunge assai.
Ma poco da vecchiezza si discorda
Il fior dell'età mia. Nascemmo al pianto,
Disse, ambedue; felicità non rise
Al viver nostro; e dilettossi il cielo
De' nostri affanni. Or se di pianto il ciglio,
Soggiunsi, e di pallor velato il viso
Per la tua dipartita, e se d'angoscia
Porto gravido il cor; dimmi: d'amore
Favilla alcuna, o di pietà, giammai
Verso il misero amante il cor t'assalse
Mentre vivesti? Io disperando allora
E sperando traea le notti e i giorni;
Oggi nel vano dubitar si stanca
La mente mia. Che se una volta sola
Dolor ti strinse di mia negra vita,
Non mel celar, ti prego, e mi soccorra
La rimembranza or che il futuro è tolto
Ai nostri giorni. E quella: ti conforta,
O sventurato. Io di pietade avara
Non ti fui mentre vissi, ed or non sono,
Che fui misera anch'io. Non far querela
Di questa infelicissima fanciulla.
Per le sventure nostre, e per l'amore
Che mi strugge, esclamai; per lo diletto
Nome di giovanezza e la perduta
Speme dei nostri dì, concedi, o cara,
Che la tua destra io tocchi. Ed ella, in atto
Soave e tristo, la porgeva. Or mentre
Di baci la ricopro, e d'affannosa
Dolcezza palpitando all'anelante
Seno la stringo, di sudore il volto
Ferveva e il petto, nelle fauci stava
La voce, al guardo traballava il giorno.
Quando colei teneramente affissi
Gli occhi negli occhi miei, già scordi, o caro,
Disse, che di beltà son fatta ignuda?
E tu d'amore, o sfortunato, indarno
Ti scaldi e fremi. Or finalmente addio.
Nostre misere menti e nostre salme
Son disgiunte in eterno. A me non vivi
E mai più non vivrai: già ruppe il fato
La fe che mi giurasti. Allor d'angoscia
Gridar volendo, e spasimando, e pregne
Di sconsolato pianto le pupille,
Dal sonno mi disciolsi. Ella negli occhi
Pur mi restava, e nell'incerto raggio
Del Sol vederla io mi credeva ancora.



Leopardi scrisse il canto "Il sogno" tra la fine del 1820 e la prima metà del 1821. In questo canto Leopardi sintetizza ed armonizza diversi sentimenti e situazioni sue personali con la lettura di due opere di Petrarca. Le due opere di Petrarca sono: il II capitolo del Trionfo della Morte e la canzone CCCLIX delle Rime "Quando il soave mio fido conforto".
Il poeta immagina un dialogo durante un sogno mattutino tra lui e una giovane donna, forse Teresa Fattorini, morta pochi mesi prima, di tubercolosi, il 30 settembre 1818.

La poesia fu pubblicata la prima volta il 13 agosto 1825 nel giornale <<Il caffè di Petronio>> diretto da Pietro Brighenti.

Non ci sono dubbi: si tratta di un sogno e “colei che amore / Prima insegnommi” è inesorabilmente morta. Questa è la certezza da cui parte Leopardi, la certezza della realtà materiale che non lo abbandona mai. Ma subito dopo la “morta” comincia a vivere: gli accarezza la testa, sospira e gli parla. In questa dimensione di vita recuperata anche il poeta parla all’amata. L’illusione è subito spezzata, ma, sentendo la sua voce, Leopardi si rivolge a lei come se fosse viva pur sapendo che è morta (“Dunque sei morta”), e al tempo stesso non potendo credere che ella non viva piú. I due amanti parlano della morte e del dolore cui sono condannati gli uomini, quindi il discorso “scivola” sull’amore. Se mai l’amata avesse provato un sentimento d’amore per il poeta, questi dal ricordo di quel sentimento potrebbe trarre la forza per vivere, visto è che è vana la speranza nel futuro. Il gioco di Leopardi è qui estremamente complesso: il sogno fa vivere in maniera illusoria ciò che non è piú e questa illusione (presente) può creare un passato da usare come ricordo contro il dolore presente. Il risultato immediato è una presenza ancora piú viva dell’amata: ora è possibile accarezzarla, baciarla, abbracciarla, stringerla, sciogliere lo sguardo negli occhi di lei. La verità della morte irrompe di nuovo e l’unica possibilità che resta sembra un dolore sconsolato e un grido di angoscia. Eppure, anche alla luce del sole nascente – svanito il sogno – “Ella negli occhi / pur mi restava / vederla io mi credeva ancor”.

Nel canto “Il sogno” Leopardi sintetizza ed armonizza due esigenze vivide. Da un lato manifesta il suo profondo bisogno di esprimere l'acuto dolore per la morte di Teresa Fattorini che il poeta ascoltava e guardava dal suo balcone prima che lei morisse. Ma, probabilmente, l'ispirazione di scrivere “Il Sogno” venne al poeta dall'intenso desiderio di dare un bacio ad una giovane donna di Recanati, Teresa Brini. Dall'altro lato Leopardi esprime, in forma poetica, sia il suo dolore per la scomparsa della Fattorini sia il suo bisogno reale ed istintivo per la Brini, con le letture di Petrarca il quale aveva descritto, in forma onirica ed elegiaca, il suo incontro con Laura morta. In questo modo, trasferendo tutto nel sogno, il giovane Leopardi immaginava di potere soddisfare il desiderio di dare un bacio reale a Teresa Brini. Il canto sintetizza ed armonizza, in forma poetica ed elegiaca, il mondo interiore e sentimentale del poeta, negli anni tra il 1820 e il 1821, in una forma poetica e culturale simile a quella di Petrarca.
Queste spiegazioni della genesi del canto il poeta le ha lasciate in memoria in uno scritto dal titolo “Ricordi di infanzia e di adolescenza” alla fine del quale il poeta scrive: <<che io allora solo in sogno per la primissima volta provai che cosa sia questa sorta di consolazione con tal verità che svegliatomi subito e riscosso pienamente vidi che il piacere era stato appunto qual sarebbe reale e vive e restai attonito e conobbi come sia vero che tutta l'anima si possa trasfondere in un bacio e perder di vista tutto il mondo come allora proprio mi parve e svegliato errai un pezzo...>> (da Giacomo Leopardi – Canti – a cura di Lucio Felici – Newton & Compton editori – Pag. 308).

Il messaggio della poesia è certamente la presa di coscienza da parte del poeta che nel sogno riceve la terribile verità che non avrà più un amore nella sua vita. Infatti, la morte della fanciulla, che in giovane età aveva mostrato di avere una certa pietà ed amore per il poeta, costituisce l'evento più terrificante e devastante per Leopardi che sperava di potere amare la giovane Teresa e di esserne ricambiato. Invece, la morte prematura della ragazza, costringe il poeta a rinchiudersi in sé stesso e a disperarsi ancora di più contro la natura e contro il destino. Il giovane Leopardi dopo la confessione della giovane donna, che gli dice che non lo rivedrà più perché il fato ha interrotto il loro amore, non può fare altro che disperarsi, piangere e svegliarsi dall'incubo che gli annuncia la triste verità in piena mattina.
Il poeta, presa coscienza della triste realtà, implacabile ed inesorabile, capisce che è destinato a restare da solo, e l'unica cosa che gli rimane dopo il risveglio è quello di attendere e di sperare.

La tesi del canto “Il Sogno” è la riflessione centrale del poeta e cioè che l'evento più terribile che possa colpire gli uomini, è la morte che colpisce e rapisce, inesorabile, i giovani nel fiore della loro età. Infatti, morire “nel fior degli anni”, è veramente il dolore più irrazionale ed ingiustificabile che possa colpire e capitare ad un giovane. Morire per malattia, per disgrazia o per incidente, nel fior degli anni, è veramente la pena più bruciante ed inconsolabile che colpisce i familiari del giovane. La perdita di un giovane nel fiore degli anni è un doloroso evento, intenso e tremendo, che non dovrebbe capitare a nessuno. Leopardi con questo messaggio afferma che è inutile per un giovane, che muore nel pieno della sua giovinezza, sapere cosa la vita gli avrebbe riservato.



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mercoledì 28 ottobre 2015

VIVERE IN UNA BOLLA

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La vita da cittadini in perenne connessione avrà pure i suoi lati positivi, ma ogni tanto fa venir voglia di mollare tutto e diventare come dei Robinson Crusoe: irraggiungibili.

Ma il desiderio di trasformarsi in fantasmi, oggi, non è facilmente perseguibile. Come allontanarsi da  una società che pare inghiottire persino i sentimenti, ci costringe a rimare linkati, e a comunicare anche quando non abbiamo niente da dire? Non è proprio facile diventare invisibili di questi tempi. Ma anche nell’era di Internet si può tentare di scollegarsi, diventare “liquidi” per dirla alla Bauman,  e tagliare almeno le relazioni più invasive.

Un celebre magazine economico americano ha indicato ben otto posti, in cui si potrebbe passare il resto della propria vita senza l’assillo di dover rispondere a richieste di amicizia, spesso concesse solo per non prendersi l’etichetta di cafoni. Otto località sparse per il Pianeta, dove: il cellulare “non prende”, non esistono internet point e si può vivere come il celebre personaggio di Daniel Defoe.

Il primo posto isolato è Tristan da Cunha, un arcipelago nell'Oceano Atlantico. Territorio britannico, è lontano  circa 2000 chilometri da Sant'Elena, l’ isola dove morì esule Napoleone Bonaparte. Abitato da 300 abitanti, questo territorio, è visto come uno degli angoli più sperduti della Terra. Può essere raggiunto in sei giorni solo in nave, partendo da Città del Capo e percorrendo oltre 3.000 km di mare. Il posto conserva uno stretto legame con la Liguria: due marinai di Camogli, Andrea Repetto, e Gaetano Lavarello, nel 1892, naufragarono sull'isola con il brigantino «Italia» e decisero di rimanervi per sempre. Oggi alcuni abitanti mantengono gli stessi cognomi, mentre l'ospedale presente nell'arcipelago si chiama «Camogli Hospital».

Un altro territorio davvero remoto, ma suggestivo, è quello dell’arcipelago di Socotra, nell'Oceano Indiano. Composto da quattro piccole isole, che si trovano a circa 300 km dalla costa somala, Socotra è dal 2008 patrimonio dell'Umanità. Per circa quattro mesi le isole sono irraggiungibili a causa delle tempeste monsoniche. Inoltre la mancanza di approdi sicuri rende questo territorio poco accogliente anche negli altri mesi. Tuttavia l'arcipelago, che conta circa 45.000 abitanti e che può essere raggiunto in aereo, con due voli a settimana dallo Yemen o in nave, è unico dal punto di vista naturalistico. Sembra che  il 37% delle 825 specie di piante presenti sulle isole siano uniche al mondo. Rari sono anche i tanti rettili e uccelli che popolano l'arcipelago.

Altro luogo isolato è rappresentato dal Darien Gap, l'immensa giungla che divide la Colombia da Panama. Qui mancano strade asfaltate e il territorio è controllato dai guerriglieri colombiani. Di tanto in tanto avventurieri organizzano spedizioni per esplorare questi luoghi poco conosciuti. E i rischi sono tanti. Qui è difficile troverà altri turisti, e si potrebbe essere rapiti dai narcotrafficanti colombiani.

Se amate il freddo e i luoghi sconfinati, potrete scegliere la laguna di San Rafael nella Patagonia cilena. Si tratta di un parco naturale, raggiungibile da Porto Montt solo in nave. E’ noto per la pesca, la ricca vegetazione e le bellissime catene montuose. Dichiarato nel 1979 Riserva della Biosfera dall’Unesco, la Laguna di San Rafael è caratterizzata da continue piogge e da enormi lastre di ghiaccio che si staccano dalla terraferma e galleggiano nel mare.

Un altro luogo da considerare, consigliato dalla rivista, è l'entroterra della Mongolia. Raggiungere Ulaanbaatar, la capitale di questo Stato senza sbocco sul mare e dalle temperature estreme, non è complicato. Occorre prendere un aereo da Mosca o Pechino. Qui si potranno ammirare i passatempi popolari, che sono l'equitazione e la falconeria, e godere dell’ ospitalità mongola. Poi il viaggio riprenderà verso il deserto del Gobi e verso la taiga, una fitta foresta sempreverde.

Ancora, il parco nazionale di Auyuittuq, in Canada. Inaccessibile quando a giugno il ghiaccio si sta rompendo e a ottobre quando invece si sta congelando, in estate è raggiungibile in barca, mentre in inverno solo in motoslitta. Tra gli aspetti negativi ci sono: la presenza in primavera di orsi polari, la quasi totale oscurità anche nelle ore giornaliere e il rischio di ipotermia in inverno.

C’è poi la penisola della Kamchatka, nell'estremo oriente siberiano. Abitata da 450 mila persone e grande oltre 470 mila km quadrati, questo territorio è pieno di vulcani, geyser e foreste. Famoso per lo sci e  la pesca della trota, è pericoloso per la presenza di tanti predatori, tra cui orsi bruni, linci e lupi e per i suoi ventinove vulcani ancora attivi. Per finire, lo stato della Papua Nuova Guinea. Si può raggiungere in aereo dall'Australia. Ha spiagge e panorami magici. È uno dei pochi luoghi del mondo, dove la copertura dei telefoni cellulari è ancora scarsa. Inoltre da anni è teatro di guerre tribali.

Solo un appunto a Defoe. Se il pirata Selkirk fosse oggi abbandonato su un'isola dell'arcipelago di Juan Fernández non avrebbe problemi a tornare in patria. Ogni giorno ci sono tratte aeree che collegano queste isole con Santiago, la capitale del Cile, e ogni giorno sbarcano sull'isola di Robinson Crusoe centinaia di turisti.



Ci sono persone che sono obbligate a vivere dentro una bolla è il caso di circa 1600 persone e sono i componenti della tribù Watoto wa mateso (Figli del dolore), che da 80 anni è confinata a vivere a 2.400 metri di altitudine, sulle montagne dell’Udzungwa, nella Tanzania centro-meridionale. Affetti da una forma di epilessia rarissima, vengono considerati posseduti dal demonio e per questo sono stati isolati e cacciati dalla regione dell’Iringa, dalla tribù dei Wahehe. Negli anni si sono spinti sempre più all’interno della foresta, vivendo in una dimensione temporale che si poggia esclusivamente sul presente, tagliando fuori ogni concezione del futuro, “in una lotta ancestrale per la vita”.

L’intensità della pioggia, come lancette di un orologio segna le stagioni, quindi il lavoro dei campi e la kifafa, la malattia, definisce il tempo della vita. Ogni gesto è sacro e per questo interpretato dal baba mkubwa, il capo villaggio, e dai guaritori-stregoni. L’origine della malattia è ancora incerta. Una delle cause generanti viene fatta risalire a un parassita del maiale che, creando una grave infezione celebrale, genera attacchi di epilessia che a loro volta, non essendo ben curati, provocano cadute con relative conseguenze, come ustioni e malformazioni gravissime. Si presumono anche cause genetiche dovute alla consanguineità e al forte abuso di alcol.





venerdì 21 agosto 2015

LE BUFALE

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Molte notizie che circolano specialmente sul web vi sembrano probabilmente così evidentemente falsi che vi verrà il dubbio: ma davvero la gente è così ingenua?
E' facile giudicare quando si esamina un appello col senno di poi, ossia quando lo si ritrova in un elenco in cui è già classificato come bufala o meno.

Inoltre molti di questi appelli fanno leva sui sentimenti o sui pregiudizi: due aspetti della psicologia umana che notoriamente annebbiano la parte razionale del nostro modo di pensare.
Di conseguenza, abboccare a una bufala non è sintomo di stupidità o di scarso intelletto: è una normale reazione umana.
Lo stimolo irresistibile a diffondere un appello ricevuto deriva anche da un altro fattore: il piacere di far sapere. La bufala si presenta in genere come un'informazione importante che pochi sanno: ricevendola e inoltrandola, crediamo di entrare a far parte di una cerchia elitaria di "coloro che sanno", e ci nasce dentro irresistibile la voglia di farci belli con amici e colleghi ostentando il nostro nuovo sapere. Non importa se il "nuovo sapere" è in realtà una bufala: l'effetto gratificante si ha lo stesso, anche perché praticamente tutti coloro che riceveranno la nostra comunicazione la riterranno autentica.



C'è anche un altro aspetto psicologico curioso: essere coinvolti in una bufala, sia come disseminatori sia come suoi "garanti" (per esempio apponendo volontariamente o involontariamente il proprio nome o indirizzo in calce a un appello), ci fa sentire importanti. Ci sono persone così sole o bisognose di protagonismo da trarre piacere dal fatto di essere tempestate di telefonate di sconosciuti che chiedono notizie sull'argomento della bufala che hanno sottoscritto.

Tra i seguaci delle bufale ci sono anche le tante persone che in qualche modo si collegano agli idioti, cioè le persone che non sono capaci di pensare con la propria testa, cioè quelle che non hanno le capacità per avere un pensiero critico e indipendente. Le persone troppo stupide per riuscire a farsi una propria idea sono più diffuse di quanto comunemente si pensi.
Infine, tra coloro che appaiono credenti nelle bufale sono da citare i bastian contrario, cioè persone che per sentirsi intelligenti assumono per partito preso le opinioni e gli atteggiamenti contrari a quelli della maggioranza. A queste persone piace stare all'opposizione: chiunque ci sia ai piani alti, chiunque abbia il potere o il successo, loro devono stare dalla parte opposta, altrimenti non ti sentirebbero i più intelligenti. In realtà, questa gente sono l'esattamente opposto di una persona intelligente.

Per poter riuscire a comprendere un'informazione, sia che la leggiamo sia che la ascoltiamo, in prima battuta dobbiamo considerarla vera, quindi, in qualche modo l'accettazione della veridicità è un prerequisito della comprensione.
Andare oltre questa accettazione automatica richiede una motivazione addizionale e risorse cognitive. Perciò, normalmente il meccanismo del dubbio non si attiva. Quando, invece, la nostra mente rileva la presenza di alcune caratteristiche sospette nell'informazione ricevuta, l'attivazione cognitiva avviene.
Accade, ad esempio, quando quella specifica informazione manca di coerenza interna. Molte informazioni, ad esempio, si presentano più o meno esplicitamente sotto forma di storia, e le buone storie vengono ricordate molto facilmente.
Una volta che una storia coerente si è formata nella mente diventa fortemente resistente al cambiamento. E questo, a prescindere del suo grado di veridicità. Se, però, la storia è zoppicante o ha evidenti incoerenze interne, allora la mente di chi la riceve diventa critica e pronta a rigettarla. Lo stesso capita quando l'informazione che arriva non è coerente con altre informazioni che una persona ha già: siccome diventa difficile mettere insieme i pezzi, la mente si trova a dover lavorare per capire se si possa conservare una congruenza, o se non sia il caso di rigettare la nuova informazione.



Questo sistema sembrerebbe funzionare, però fa sì che informazioni sbagliate, ma coerenti con ciò di cui si è già convinti, passino tranquillamente e vadano a rafforzare le preesistenti convinzioni erronee. Poi c'è la questione della credibilità della fonte da cui l'informazione proviene: è chiaro che più la fonte è ritenuta affidabile, meno si attivano i meccanismi di valutazione e di critica.
Tuttavia, anche fonti inaffidabili possono influenzare le persone, soprattutto perché nel tempo può affermarsi il cosiddetto sleeper effect. Ovvero: si ricorda l'informazione, ma si dimentica la fonte dalla quale proveniva.
Infine, sebbene possa non piacere, conta anche il consenso sociale che si crea attorno a una notizia. Così, se la maggioranza dubita, allora i meccanismi cognitivi di critica e valutazione scattano. Questo fenomeno però è particolarmente complesso, perché in alcuni casi può diventare difficile capire quale sia realmente la maggioranza. Si parla di ignoranza pluralistica, cioè una divergenza tra la prevalenza reale di una certa credenza all'interno di una società e quello che le persone di quella stessa società pensano che gli altri credano in maggioranza.



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