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giovedì 17 marzo 2016

LA CULTURA CELTICA



I Celti crearono una propria letteratura eroica, della quale tuttavia scarsissime sono le testimonianze. Tale tradizione letteraria, infatti, era trasmessa solo oralmente, per opera dei bardi e dei druidi, secondo quanto testimoniato da Cesare per i Galli. L'uso della scrittura - in alfabeto greco, latino o iberico - era riservato alle funzioni pratiche, poiché presso i Celti era ritenuta illecita la trascrizione della sapienza (poetica e religiosa); volendone preservare la segretezza, i sapienti la tramandavano esclusivamente per via orale, dedicando a questo compito molti anni di studio e l'impiego di mnemotecniche. In età più tarda, tuttavia, parte del corpus poetico celtico fu comunque messo per iscritto: le testimonianze più antiche, in irlandese, risalgono al VI-VII secolo.

Le strutture metriche e alcuni stilemi dell'epica celtica presentano, secondo alcuni studiosi, analogie con i Veda sanscriti e con la lirica greca. In tal caso, le coincidenze costituirebbero una comune eredità da un'antica poesia orale indoeuropea. Un espediente stilistico di questo genere è costituito, per esempio, dalla formula che coniuga l'affermazione di un concetto con la negazione del suo contrario: l'espressione celtica «che mi giunga la vita, che non mi giunga la morte» ha esatte corrispondenze in numerose tradizioni poetiche indoeuropee (sanscrito, avestico, persiano antico, greco e germanico). Di diretta ascendenza indoeuropea sarebbero poi altri espedienti stilistici, come la "composizione anulare", e la stessa figura del poeta orale professionista: figure analoghe al bardo celtico, infatti, si rintracciano sia nella tradizione indiana, sia in quella greca.

L'apogeo dell'arte celtica, collocabile tra il IV e il III secolo a.C., corrisponde a un livello molto elevato raggiunto dagli artigiani di questo popolo nel creare con il fuoco oggetti di grande valore, con esempi di vero virtuosismo. La lavorazione ornamentale del ferro delle spade, con l'incisione diretta, la cesellatura, la fucinatura a stampo ed altri procedimenti, hanno rivelato, soprattutto dopo i recenti progressi moderni nelle tecniche di restauro archeologico, che non si trattava di opere isolate di singoli artisti di quel periodo, ma costituivano uno standard abituale sia in termini di qualità artistica sia tecnica esecutiva.

L'insediamento abitativo tipico dei Celti è quello comunemente indicato dagli archeologi come "fortezza di collina": si tratta di città, in genere di modeste dimensioni, costruite sulla sommità di un'altura che ne rende facile la difesa. Tale schema, tipicamente indoeuropeo, è riscontrabile in quasi tutte le aree occupate storicamente da popolazioni di tale filiazione. Due erano i nomi utilizzati dai Celti per indicare le loro cittadelle. Nella Penisola iberica i Celtiberi (ma anche altri popoli, non indoeuropei, da essi influenzati) le chiamavano briga.

La tecnica costruttiva impiegata dai Celti nelle fortificazione delle loro cittadelle era quella definita dai Romani murus gallicus. Cesare, nel De bello Gallico, lo descrive come una struttura composta da un'intelaiatura lignea e riempimenti di sassi.

Rari sono i manufatti celtici di età antica sopravvissuti fino ai nostri giorni. Più frequenti, invece, le opere scultoree realizzate dai popoli celtici delle Isole britanniche in età medievale, come le Croci celtiche.

L'oreficeria è la branca artistica degli antichi Celti della quale sono sopravvissute le maggiori testimonianze. Tipici dell'artigianato celtico, gallico in particolare, sono i torque, collane o bracciali propiziatori realizzati in oro, argento o bronzo. Altri manufatti artistici celtici conservati sono gioielli, coppe e paioli.

Gli oggetti metallici, al termine della lavorazione, venivano abbelliti mediante applicazioni di materiale colorato. Su numerosi manufatti si hanno infatti, a partire dal IV secolo a.C., testimonianze di fusioni di smalti, ottenuti con una particolare pasta di vetro. Questo smalto di colore rosso era inizialmente fissato tramite una fine reticella di ferro, unitamente al corallo mediterraneo, direttamente sugli oggetti, quasi rappresentassero una forma magica di sangue, "pietrificato del mare" e uscito dal fuoco. A partire dal III secolo a.C., con l'evoluzione della tecnica di fusione, furono sviluppati nuovi oggetti, quali braccialetti di vetro policromo, e sviluppate nuove tecniche come l'applicazione diretta e fusione dello smalto su spade e parure, senza l'utilizzo di strutture di supporto. Nuovi colori, come il giallo e il blu, furono introdotti a partire dal II-I secolo a.C. anche se il rosso rimase il colore predominante.

I Celti avevano notevole gusto per i colori accesi anche sui tessuti che usavano per confezionare i loro abiti, come ancora oggi testimoniano i moderni tartan scozzesi. Diodoro Siculo racconta che «i Celti indossavano abiti sorprendenti, tuniche tinte in cui fioriscono tutti i colori, e pantaloni che chiamano "brache". Sopra portano dei corti mantelli a righe multicolori, stretti da fibule, di stoffa pelosa d'inverno e liscia d'estate».

Benché i Celti avessero sviluppato una propria produzione musicale, coltivata soprattutto dai bardi, nessuna testimonianza concreta è sopravvissuta fino ai nostri giorni. La cosiddetta musica celtica è uno stile musicale moderno, sviluppato a partire dalla musica folclorica nei Paesi che ospitano le lingue celtiche contemporanee.

Assimilati principalmente da popoli di lingua latina o germanica, i Celti si dissolsero come popolo autonomo nei primi secoli dopo Cristo. La loro eredità - linguistica e culturale - entrò in piccola parte nelle nuove sintesi che si crearono nei territori da loro un tempo occupati. Un influsso più ampio si registrò soltanto nelle Isole britanniche, dove insieme alla lingua furono conservate anche alcune tradizioni popolari. Tuttavia, a partire dal Medioevo non è più possibile parlare di "Celti", quanto piuttosto di popoli, lingue e tradizioni moderne eredi di quelle celtiche, siano esse irlandesi, gallesi, bretoni o scozzesi. Oggi il termine "celtico" è comunque anche impiegato per descrivere lingue e culture di matrice celtica presenti in Irlanda, Scozia, Galles, Cornovaglia, Isola di Man e Bretagna.

Esiste anche una forma di ripresa dell'eredità (vera o presunta) dei Celti, che a volte assume anche connotazioni religiose (celtismo o druidismo), nazionalistiche o semplicemente culturali (specie in campo musicale: la cosiddetta musica celtica); tuttavia, il nesso storico con i Celti dell'antichità è spesso flebile, quando non del tutto pretestuoso.

Per secoli, i simboli celtici hanno mantenuto la loro incredibile potenza derivata dalla cultura celtica, tornata in auge negli ultimi due decenni dopo vari impegni messi in atto da gruppi di studio storico sostenuti ed aiutati anche dalla messa in visione di film dedicati e serie televisive.

I Celti credevano che ciascun elemento del Mondo naturale fosse animato da uno spirito, ma con l'arrivo del cristianesimo molte divinità pagane si fusero spontaneamente con le figure della nuova religione, un po' come è successo anche in altre civiltà che provarono il “veleno cattolico” più che cristiano.
Presso i Celti molti rituali e gran parte del simbolismo religioso avevano come teatro dei siti naturali, offerte votive sono state ritrovate nei laghi, nei fiumi, nelle paludi e in prossimità delle fonti.
Le regioni collinari ospitavano spesso culti dediti alla venerazione degli dei delle montagne: simili luoghi che includevano anche boschetti sacri e radure potevano essere contrassegnati dalla presenza di un sacrario o dai più caratteristici megaliti fallici.
Impiegati per delimitare le zone sacre in tutto il mondo celtico, questi erano probabilmente, in origine, identificati con l'albero della vita.

Il cavallo è legato alla Dea nelle sue molteplici manifestazioni sia nel suo aspetto luminoso, sia in quello tenebroso e sotterraneo. Il cavallo è una guida dell'uomo nei mondi spirituali luminosi degli dèi, ma anche fra le oscure regioni accessibili dal sogno. E' perciò una guida, un mezzo di trasporto fra i mondi, viaggiatore fra il regno terrestre e quello spirituale. Spesso viene associato al fuoco o all'acqua (le due porte sui mondi dell'Aldilà), alla vita e alla morte, incarnando in sè lo spirito del grano e i poteri della fecondità della terra e della sessualità, della vegetazione e del suo rinnovamento periodico, della vita attraverso la morte, dei cicli vitali legati alla luna e alle acque, dei poteri del sogno della divinazione, ma anche i caratteri luminosi dell'eroismo e la nobiltà.

I cigni sono in stretta relazione con gli dèi luminosi d'Irlanda, i Tuatha Dé Danann, e sono il simbolo di saggezza, amore sincero, fedeltà per la/il propria/o compagna/o, innocenza, purezza, forza e coraggio. Il cigno dona la capacità di interpretare i sogni e rappresenta l'evoluzione spirituale. E' legato all'acqua (dove nuota), all'aria (dove vola) ed alla terra (dove si posa), ma rappresenta soprattutto il fuoco del sole da cui trae il suo potere per padroneggiare gli altri tre elementi. Rappresenta la comunicazione fra gli elementi, fra i diversi mondi e come animale sacro alla Dea è considerato un simbolo del sole e un messaggero degli dèi, benefico e sacro possessore di poteri magici legati alla musica e al canto, uniti ai poteri terapeutici del sole e dell'acqua: il cigno rappresenta anche la luce interiore dello spirito umano, la scintilla divina nell'uomo. Il suo volo è paragonato al ritorno dello spirito verso la propria sorgente e rappresenta la parte dell'uomo che tende al bene, al meglio di sé, alla perfezione, alla spiritualità. Nel medioevo era l'emblema della cavalleria mistica e rappresentava il cavaliere che partiva alla rierca del Graal, la Sacra Coppa.



Il lupo è un simbolo di benessere, cura, lealtà, capacità di amare e proteggere i propri cari. E' una guida per coloro che si avventurano nei mondi spirituali, un animale di potere che viene in aiuto di chi ne ha bisogno. Il lupo è il messaggero della Dea della Morte-nella-Vita e fungeva da accompagnatore verso la Terra dei Morti, guidando le anime attraverso le foreste dell'Altromondo.

Per i Celti il cane era visto come un essere appartenente a due mondi: quello umano e quello spirituale. E' simbolo di protezione della comunità umana dei viventi, ma anche dei defunti, essendo il guardiano del regno dei morti, animale caro alla Dea, come guardiano del suo regno e dei suoi misteri. Il cane ha anche funzioni di guaritore, ed è quindi associato alle acqua curative e al potere di guarigione.

Il cinghiale ha una simbologia complessa e viene associato a differenti posizioni sulla croce celtica (corrispondente europea della Ruota di Medicina dei Nativi Americani).
All'Est è un simbolo spirituale, di saggezza, conoscenza, guarigione, verità, lealtà, messaggero fra il Mondo Sotterraneo e quello umano e rappresenta la classe sacerdotale una qualità di 'spirito' in grado di vitalizzare la materia, altrimenti inerte). Il cinghiale, come il Druido, vaga per la foresta solitario o in compagnia dei suoi simili, per 'scavare' alle radici dell'albero della conoscenza ed estrarre il frutto della sapienza proveniente dal Cielo.
Al Sud diviene il portatore di fertilità e vitalità, simbolo della Dea Madre, la Natura divina della terra legata al ciclo lunare, alla Dea e alla femminilità feconda e aggressiva, ma anche al ciclo solare, agli dèi, alla frenesia riproduttiva maschile e all'aggressività dei guerrieri. Rappresenta le energie del territorio, il potere della terra che si manifesta come energia vitale. E' quindi simbolo di abbondanza, nutrimento, ospitalità, festeggiamenti e riunioni sociali, fertilità, salute e protezione dal pericolo, potere e vitalità.
All'Ovest racchiude le qualità dell'iniziazione ai misteri della vita e della morte, del passaggio, della fine di un ciclo e inizio di un altro, alla rinascita.
Al Nord è ispiratore di musica e poesia. Per i Druidi il cinghiale rappresenta il ciclo dell'epoca odierna e simboleggia il polo immutabile (il nord) e l'autorità spirituale. La costellazione oggi chiamata dell'Acquario, un tempo era quella Cinghiale, considerata sede dell'energia mistica e dell'iniziazione, oggi della spiritualità nascente. Per i Romani rappresentava simbolicamente l'intera Gallia.

Il drago è il simbolo della protezione, della forza in combattimento e dell'energia vitale di grande potenza. E' il guardiano dei luoghi nascosti che custodiscono tesori e quindi rappresenta la capacità interiore di proteggere la nostra interiorità dalle intrusioni. Incarna le potenti forze all'interno della terra che ispirano , ma guariscono se non onorate e armonizzate, e possono anche portare distruzione.

Gli uccelli sono i messaggeri fra il mondo umano e quello divino. Incarnano forze di guarigione, ispirazione, gioia, semplicità, profezia, combattività per giustizia, saggezza, benevolenza.

Il pavone rappresenta il sole, essere immortale che perpetua il grande ciclo senza fine di nascita (alba) e morte (tramonto). E' simbolo del potere benefico di trasformare le energie negative in positive.

Il serpente è strettamente connesso con tutti gli elementi: terra, acqua, fuoco, aria ed energia. E' il Portatore di Vita, l'essere che meglio incarna e rappresenta la forza vitale che scorre sinuosa sotto e sopra la superficie. Appartiene alla terra e al cielo allo stesso tempo attraverso l'acqua: fluisce come fiume sotterraneo, sgorga alla superficie come sorgente, risale verso il cielo come arcobaleno (il ponte che collega la terra al cielo, la Materia allo Spirito, formato da un gioco di evaporazione e luce solare), scorre infinito come Via Lattea e quindi ricade sulla terra come pioggia. E' legato all'aria e al fuoco quando si muove guizzando nella forma delle fiamme che danzano nel focolare e delle spire di fumo che si elevano sopra di esse, dei mulinelli di polvere formati dal soffiare del vento, del saettare dei fulmini durante i temporali. Infine è simbolo dell'etere/energia, il quinto elemento che fa da legame per gli altri quattro, rendendosi veicolo per l'energia divina e spirituale che vi infonde la vita e permette l'esistenza fisica.E' legato alla Dea Madre Terra e alla sua fecondità, all'abbondanza donata con grande generosità, ma la grande energia che incarna può anche divenire distruttiva se mal utilizzata. Il serpente è presente negli spermatozoi (simili al serpente con la testa d'ariete) che corrono verso l'ovulo per dare origine a una nuova vita; i nostri intestini vengono paragonati ad un grande serpente e così il cordone ombelicale che ci nutre nel seno materno e ci accompagna nell'esistenza, primo vero iniziatore; il fluire delle emozioni, dei sentimenti e dei pensieri somigliano al sinuoso moto del serpente, così come il rapido scivolare delle correnti dei mondi spirituali riprende il suo movimento. E' legato al ciclo dell'anno che si ripete in eterno sempre uguale a se stesso, ma sempre diverso. Rappresenta perciò la fecondità, la vitalità, l'energia, l'abbondanza, il ritmo, il ciclo, la rinascita, il rinnovamento, la reincarnazione, la conoscenza/saggezza, la protezione, il fuoco guaritore e quello ispiratore.

Il salmone rappresenta l'incarnazione della saggezza e della magia racchiusa nella profonda conoscenza delle cose, la conoscenza divenuta saggezza.E' quindi simbolo di Conoscenza (la visione perfetta del passato e dell'avvenire), di Saggezza (l'utilizzo a fin di bene di tale conoscenza) e di Nutrimento Spirituale (la vitalità che scaturisce dall'esercizio della Saggezza). La sua particolarità di lottare contro la corrente del fiume con grande volontà, impegno e costanza per raggiungere la sorgente lo rendono un importante simbolo spirituale per i Celti. Rappresenta quindi il coraggio, lo spirito indomito, la fermezza nel raggiungere la meta, la costanza, la volontà umana tesa a uscire dalle tenebre dell'ignoranza e acquisire conoscenza e saggezza tramite lo sforzo, l'impegno e la ricerca. Il salmone viene considerato lo spirito guardiano dei pozzi, delle fonti, dei laghi, dei torrenti e dei corsi d'acqua in generale in grado di donare il potere di guarigione.

La spirale racchiude in sé il concetto di espansione, crescita, sviluppo. Rappresenta il sole nel suo movimento del cielo se a partire dal centro si svolge da sinistra verso destra, ma se il suo moto procede dal centro verso sinistra è connessa all'acqua che scorre e fluisce dal sottosuolo verso la superficie. In questo caso la spirale simboleggia il potere della Terra in quanto Dea della vita, colei che guida le tribù a spostarsi nel territorio. Questa spirale rappresenta anche la strada da seguire per entrare in se stessi e trovare la luce interiore, come indicato sulla pietra di ingresso del tumulo di Newgrange*, mentre al contrario è il sentiero che lo spirito deve percorrere per giungere agli dèi celesti. Essenzialmente rappresenta lo scorrere e il fluire dell'energia divina, ben incarnata dai fili intrecciati che formano il corpo dei torques.

La doppia spirale rappresenta il sorgere e calare del sole in successione stagionale e quindi i due centri delle rispettiva spirali indicano i giorni degli equinozi, le parti più esterne i solstizi. E' simbolo perciò dell'equilibrio interiore raggiunto nel movimento, di comprensione del ciclo della Vita composto dall'armonizzazione degli opposti (luna/sole, maschile/femminile, caldo/freddo, luce/buio, estate/inverno, andare/venire, nascere/morire, ecc.). Rappresenta il ritmo, la danza, il flusso, il respiro, lo scorrere del tempo, le stagioni. E' un aiuto per comprendere e amare il percorso di vita.

Il Triskele racchiude in sé il potere del numero Tre. Se, a partire dal centro del simbolo, le tre spirali che lo formano si avvolgono su loro stesse da destra verso sinistra, rappresenta il turbinare delle energie dall'interno verso l'esterno, la manifestazione; se invece si sviluppano da sinistra verso destra simboleggia il discendere nei mondi inferi (dal latino in-fero "ciò che si porta in sé"). Ha diversi significati e rappresenta:
La Triplice Manifestazione del Dio Unico: Forza, Saggezza e Amore e quindi le tre classi della società celtica che incarnavano tali energie, Guerrieri, Druidi e Produttori.
I Tre Cerchi della manifestazione o dell'esistenza: Ceugant, il Mondo dell'Assoluto; Gwynwydd, il Mondo Spirituale dell'Aldilà e Abred, Mondo Umano o della Prova.
All'interno di Abred il simbolo dei tre aspetti del mondo materiale: Terra (cinghiale), Acqua (Salmone), Cielo (Drago) che con il loro movimento si riuniscono tutti nel quarto elemento, il Fuoco, simboleggiato dal cerchio che racchiude il triskele.
Il Passato, il Presente e il Futuro riuniti in realtà al centro in un unico Grande ed Eterno Ciclo chiamato Continuo Infinito Presente, in cui tutto esiste contemporaneamente. Si riesce così a comprendere come, durante la festa di Samhain del 1° novembre i Celti potessero incontrare i loro antenati defunti, ma anche i loro discendenti non ancora nati.
Le tre fasi solari in manifestazione: alba, mezzogiorno, tramonto
Nell'uomo la sua triplice manifestazione come corpo, emozioni/sentimenti/pensieri e spirito, ma anche l'Azione, il Sentimento, il Pensiero e le tre età: infanzia, maturità, vecchiaia.
La Dea nel suo triplice aspetto di Vergine-Madre-Vecchia/Figlia-Madre-Sorella.
La triplice specializzazione della dea Brigit come custode e dispensatrice del Fuoco Sacro, in quanto protettrice dei poeti, dei fabbri e dei guaritori.
Il simbolo della trinità femminile della battaglia Morrigan-Macha-Boadb e di quella maschile Ogma-Lugh-Dagda.
Il segno sul quale Patrizio spiegherà il concetto della Trinità Cristiana (in realtà un'idea del cristianesimo celtico) agli irlandesi, trasformando però il triskele in un trifoglio.

Gli intrecci e nodi in generale rappresentano la Continuità della Vita, l'infinito susseguirsi di nascita e morte, giorno e notte, ecc. Per i Celti la Vita non aveva un inizio e una fine, ma procedeva con continuità e infatti non esistono leggende sulla creazione del Mondo nella mitologia celtica. Gli intrecci e i nodi formati da animali, vegetali ed esseri umani o da semplici linee rappresentano lo scorrere dell'energia divina nelle forme, della Vita Unica che incessantemente riempie e vivifica le molteplici manifestazioni materiali. La morte è solo l'abbandono delle forme da parte di questa energia per trasferirsi altrove, per continuare a scorrere. Muore chi si identifica con le forme; è immortale chi si identifica con l'Energia della Vita. Gli intrecci rappresentano perciò la Vita, l'energia spirituale, il percorso di crescita, la continuità, la resurrezione, le relazioni con tutti gli esseri (minerali, vegetali, animali, umani e divini), l'immortalità nel movimento, la buona fortuna che deriva dalla capacità di mettere in moto le energie vitali e collaborare coscientemente con esse. Simboleggiano anche il ciclo dell'esistenza nascita/crescita/maturazione/invecchiamento/morte/rinascita e vengono usati come talismani di protezione contro le negatività e anche come rinforzo dell'energia spirituale che vive dentro di noi. Sono anche 'mandala' di meditazione (seguendo con gli occhi il loro percorso è possibile entrare in un differente stato di coscienza), come facevano i monaci del cristianesimo celtico che leggevano una pagina del Vangelo e quindi seguivano con lo sguardo le forme degli intrecci a bordo pagina riflettendo sulla lettura e, cambiando stato di coscienza, riuscivano a evocare il significato profondo della Sacra Scrittura e del suo messaggio spirituale.

La spada è il simbolo della Forza, incarnata nella società celtica dalla classe dei Guerrieri. Indica la Volontà, il Potere Interiore che spinge ad agire e che pone l'individuo in contatto con il proprio essere profondo che percorre i sentieri della Vita per realizzare il proprio destino. Rappresenta sia l'autorità e la sovranità sia la raggiunta maturità fisica/emotiva/mentale/spirituale simboleggiata dal Cavaliere Antico e da Artù al momento dell'estrazione della Spada dalla Roccia e dal ricevimento di Excalibur da parte della Dama del Lago.

Il torque è il simbolo della Libertà, del Valore individuale e dell'Onore. Veniva indossato solo da uomini e donne liberi e dai guerrieri. Rappresenta l'energia spirituale della Vita che scorre nella gola (da cui passa respiro e nutrimento) di chi lo indossa. Indica nobiltà d'animo e capacità d'azione.

Anche se il Cristianesimo in Irlanda fece suo questo simbolo, in realtà la più antica rappresentazione della Croce Celtica, chiamata anche "Ruota del Sole" o "Anello Crociato" o "Croce Druidica"o "Sigillo dei Druidi", risale in Europa al 8-10.000 a.C. ed è stata trovata in una grotta dei Pirenei francesi. Rappresenta l'Albero della Vita, le Quattro Direzioni del Mondo, il Cosmo (cerchio) in cui è inserita la Terra (croce), i Quattro Elementi (la croce: terra, acqua, aria, fuoco) uniti dal Quinto (il cerchio: lo Spirito, l'Energia), le Quattro Feste Stagionali (Samhain, 1° Novembre; Imbolc, 1° Febbraio; Beltane, 1° Maggio; Lughnasadh, 1° Agosto), il Sole, il Ponte dell'Arcobaleno fra il Mondo Terreno (asse orizzontale della croce) e quello Divino (asse verticale della croce) racchiusi nell'infinità dell'Universo (il cerchio). Corrisponde alla "Ruota-di-Medicina" dei Nativi Americani, anche se i simboli associati alle Quattro Direzioni Sacre sono lievemente differenti. Per i Celti l'Est rappresenta lo Spirito, associato all'elemento Aria e alla Lancia del dio Lugh; il Sud è legato alle Emozioni/Sentimenti, all'elemento Fuoco e alla Spada di Nuada; l'Ovest alla Mente/Pensiero, all'elemento Acqua e al Calderone di Dadga; il Nord al Corpo, all'elemento Terra e alla Pietra del Destino (L’a Fàil).

Il Labirinto non deve venire confuso con il Dedalo. Entrambi seguono percorsi tortuosi, ma nel Labirinto è impossibile perdersi; ha una sola via per raggiungere il Centro e lo stessa serve anche per uscirne; si può vagare e fermarsi, ma mai smarrirsi. Nel Dedalo invece le vie sono molte, con strade chiuse ed è difficile trovare la strada. Nella tradizione celtica è importante il Labirinto che rappresenta il Cammino di Ricerca, la strada che conduce al centro di se stessi e della Conoscenza, lo Spazio Sacro, il Percorso Magico che può far raggiungere e sviluppare grande potere interiore. Il Labirinto è fonte di Magia Sacra che unisce le energie della Terra (l'interiorità dell'uomo) con quelle del Cielo (il cosmo) grazie alla concentrazione, alla danza, al movimento.

L'Ogham è un antico alfabeto dei Bardi e Druidi celtici irlandesi, usato, nel passato e ancora oggi, per scopi divinatori e magici. La tradizione narra che fu inventato dal dio Ogma Viso-di-Sole, quando lo utilizzò per scrivere il primo messaggio Ogham al Dio Lug su un bastoncino di betulla (la betulla è quindi il primo segno, o lettera, nella serie dell'Ogham). L'alfabeto Ogham è formato da 4 serie di cinque lettere-alberi ciascuna a cui ne è stata successivamente aggiunta una. E' chiamato anche Beth-Luis-Nion (BLN dal nome dei primi tre alberi-lettere che lo compongono, Betulla/Sorbo/Frassino) ognuno con un significato preciso. St. Justin ha associato alcuni di questi alberi-lettere ai mesi dell'anno, utilizzando in questo modo solo 12 Ogham.
BETULLA B La Betulla è l'albero legato alla nascita, ai nuovi inizi, alla guarigione, all'ispirazione, all'arte e alla poesia. Allontana la negatività presente nel propria animo ed è un potente armonizzatore degli sbalzi dell'umore provocati dalle emozioni discordanti. Evoca la gentilezza del cuore. Indica la purificazione fisica, emotiva e mentale come rituale per iniziare qualcosa di nuovo e accoglierne degnamente i risultati.
SORBO L Il Sorbo è un grande simbolo di protezione. Funge da aiuto contro attacchi magici e negatività dirette contro di noi dall'invidia e dalla gelosia altrui. Il Sorbo è un albero magico usato per ricavare bastoncini su cui incidere i segni Ogham per scopi divinatori. Dà rapidità di pensiero, concentrazione, discernimento e ispirazione all'azione. Protegge dalla paura.
FRASSINO N E' l'albero che unisce il Cielo e la Terra e perciò offre l'integrazione dello Spirito con la Materia, equilibrando le forze dell'anima con quelle del corpo. E' simbolo di rinascita, trasformazione, iniziazione. Mette in contatto con la propria forza vitale interiore della gioventù e stimola all'azione.
ONTANO F Rappresenta un guardiano delle 'porte' che separano la coscienza ordinaria dalle forze del subconscio dalle quali funge da protettore. Mette in contatto con la propria forza e centratura e rende consapevoli dell'unicità dell'individuo. E' legato ai poteri oracolari e di protezione. Mette in contatto con la propria interiorità, anche se smuove forze molto potenti e quindi richiede equilibrio.
BIANCOSPINO H E' legato all'equilibrio della forza sessuale: la stimola se troppo poca e la attenua se troppo veemente. Stimola un processo di riacquisizione di salute e aiuta chi vuol smettere qualche vizio. Purifica la mente da ogni tipo di pregiudizio e chiusura libera il pensiero.
QUERCIA D Rappresenta la Forza della Saggezza e della Conoscenza e la stimola in se stessi. Offre la consapevolezza della soglia che esiste fra il mondo materiale e quello dell'aldilà. Tranquillizza l'animo irrequieto e stimola alla ricerca della conoscenza nascosta racchiusa nelle proprie domande e nell'Universo. Rappresenta l'abbondanza e la ricchezza a tutti i livelli.
AGRIFOGLIO T E' un simbolo di buona fortuna e protezione dalle persone e dalle forze ostili. Indica la direzione da intraprendere e aiuta a mantenersi sul cammino per realizzare ciò che si spera. Offre sia la fermezza sia l'apertura mentale per cogliere al volo le occasioni che si presentano.
NOCCIOLO C Ispira i cercatori di conoscenza e saggezza grazie allo sviluppo dell'intuizione che porta a individuare la sorgente interiore da cui tutto deriva. Facilita il raggiungimento di uno stato di meditazione che permette di accedere alla saggezza interiore e ala capacità di sintesi per poter usare e interpretare con efficacia i sistemi responsi oracolari. E' infatti il simbolo del sacro potere della parola che deriva da vera conoscenza.
MELO Q Rappresenta il contatto con il Mondi Spirituali e gli esseri luminosi che li abitano. Aiuta a rendersi degni di ricevere l'aiuto e l'ispirazione delle divinità. E' un simbolo di scelta consapevole e decisa di una direzione, oltre che di poteri di guarigione attraverso il sonno e il contatto con i mondi interiori. E' un simbolo regale e rappresenta il frutto del nostro agire attivo: vitalità giovanile, abbondanza, guadagno, luce, benessere, gioia e bontà.
VITE M Rappresenta la liberazione dei poteri di profezia e di conoscenza intima della verità una volta che lasciamo andare le rigidità mentali e il nostro punto di vista troppo serioso e sicuro di sé. E' simbolo di gioia che nasce dalla risata, di allegria che scaturisce dalla rinuncia a voler controllare a tutti i costi una situazione o un problema nel quale ci si sente invischiati. Aiuta ad abbandonare il senso di pesantezza in situazioni difficili.
EDERA G E' simbolo di ebbrezza sacra che porta in contatto con le parti più profonde di se stessi e indica la spinta impellente alla ricerca della propria anima. E' perciò un ottimo aiuto per chi vuole intraprendere un cammino di conoscenza interiore, di chi sente di non avere più una direzione nella vita e non può rimandare oltre l'inizio di un rinnovamento. Cura le ferite interiori.
CANNA DI PALUDE Y E' il simbolo del potere interiore di sicurezza e fiducia in se stessi che rende capaci di compiere scelte determinate che guidino al meglio il vivere quotidiano. Dona quindi capacità di scelta consapevole e senza ripensamenti, assunzione di responsabilità e determinazione che scaturiscono dalla fiducia riposta nel Bene generale dell'Universo.

La spilla di Tara rappresenta la Regalità e la Nobiltà dell'individuo. Tara è il luogo in Irlanda dove avevano preso dimora gli dèi luminosi, i Tùatha De Danann, sede dell'Ard R’, il Re Supremo. Indica la provincia del Mìde, la Quinta, corrispondente all'Energia Spirituale e all'Anima di chi indossa la Spilla di Tara.

La stella è un simbolo druidico molto potente che indica protezione e potere di saggezza attraverso la magia. Indica anche l'individuo in contatto con il proprio lato spirituale e con l'energia divina.

Il cardo è il simbolo della Scozia scelto per ricordare un'invasione di Vichinghi Danesi respinta da un gruppo di guerrieri scozzesi svegliati dalle urla di dolore causate da questo fiore spinoso, messi in fuga al grido gaelico "Cha togar m'fhearg gun d“ oladh" (in latino "Nemo me impune lacessit" - "Nessuno mi attacca impunemente" o "Nessuno susciterà la mia collera senza pagare per questo"). E' quindi simbolo di protezione attenta, di bellezza protetta dalla forza, della potente energia maschile che difende la delicata energia femminile. Ispira coraggio e presenza di spirito nelle prove difficili.

L'oggetto è il coperchio in legno di quercia del pozzo di Glastonbury, la mitica Isola di Avalon dove fu portato il corpo di re Artù gravemente ferito per essere sanato. Il nome Glastonbury deriva dal celtico Yniswytrin 'Isola di Vetro' (uno dei nomi dell'Altromondo celtico), perchè la superficie era di colore verdeazzurro perchè vi abbondava l'erba chiamata glast, ossia il guado - Isatis tinctoria - le cui foglie e radici contengono una sostanza colorante azzurra usata dai Celti per dipingersi il corpo. Nel peridodo celtico a Glastonbury ("Villaggio della Verde Collina") sorgeva una scuola druidica e il luogo era considerato una porta di passaggio verso l'Altromondo. Nel 1191 fu rinvenuta dai monaci dell'Abbazia la tomba di Artù e Ginevra e si narra che nel Pozzo di Glastonbury Giuseppe d'Arimatea gett˜ il Santo Graal. Il coperchio è quindi il simbolo del passaggio nell'Altromondo, di protezione, di guarigione sacra, di conoscenza dei misteri della salute.

L'antica tradizione celtica prevedeva rituali di unione sessuale eseguiti in modo sacro durante la festa di Beltane (1° Maggio, inizio della metà luminosa dell'anno) che portava i bambini a nascere intorno alla festa di Imbolc e all'inizio della primavera. Una cerimonia per celebrare gli antichi riti della fertilità prevedeva l'accoppiamento di un sacerdote, rappresentante del dio e della forza maschile, con una sacerdotessa, portatrice della forza femminile e ambasciatrice della dea e doveva servire come veicolo per manifestare sulla terra le energie creative della nuova stagione luminosa e feconda. Il fallo è simbolo di fecondità, potere manifesto e benessere fisico.

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domenica 25 ottobre 2015

CIGNO

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Dal latino cygnus, che deriva a sua volta dal greco kyknos. Il tedesco Schwan (antico svan) come l’inglese swan derivano dalla medesima radice *KAN, la quale è all’origine del latino cano (cantare). Il cigno è dunque, etimologicamente, il “cantante”.

Definizione curiosa per una specie che, notoriamente, non produce nessun verso particolarmente gradevole, nonostante le numerose leggende riguardo la sua voce splendida. Si dice che dopo una vita in silenzio, sia in punto di morte che innalzi agli dei il suo canto.
Nel Fedone platonico, Socrate afferma che il canto funebre del cigno esprimesse la gioia di reintegrarsi nel divino, del quale l’uccello era epifania.
Il canto del Cigno diviene sinonimo di ultimo atto glorioso, della fine onorevole della vita, poichè con il raggiungimento dello "stato perfetto" l'uomo è pronto per tornare "alle stelle", al Divino. Per tale motivo alcuni autori, come Socrate, associano il canto funebre del Cigno a qualcosa di positivo, a un'evoluzione spirituale.
È interessante che Omero ne lodi il canto, poiché i cigni erano pressoché sconosciuti nei paesi mediterranei e quelli in grado di cantare comparivano soltanto al Nord.
La vecchiaia legata all'animale, probabilmente, non si riferisce soltanto al candore delle piume in relazione alla capigliatura umana che si sbianca con l'età: il mito lo riconduce alla purezza, alla forza del Bianco e del Bene.
Rappresenta la luce dello spirito, la scintilla divina dell'uomo e la comunicazione fra gli elementi, fra i diversi mondi ed è considerato messaggero degli dèi, benefico e sacro, dotato di poteri di guarigione e magia legati al suo già citato canto.
Il suo volo è paragonato al ritorno dello spirito verso la propria sorgente, la riscoperta di se stessi e rappresenta la parte dell'uomo che tende al bene, al meglio di sé, alla perfezione, alla spiritualità

Fu consacrato in particolare al Sole, alle energie di calore, di luci e maschili, anche se sono molte anche le dee a cui questo animale viene associato, probabilmente in virtù della vicinanza all'elemento acqua e per via del candore, della purezza e della grazia cristallina. E del fascino esercitato dalla bianchezza delle piume e dalla figura elegante.
I suoi poteri di guarigione gli derivano proprio dall’essere legato all’acqua e al sole e fanno di esso l'intermediario per eccellenza. E' legato all’acqua, nella quale nuota; all’aria, dove vola, e alla terra, dove si posa. In quanto uccello acquatico egli vive immerso in questi tre ambienti così differenti tra loro.



Fu l'emblema di Febo Apollo, dal momento che presiedette alla nascita del dio, e a lui, dio della poesia e delle arti, era associato per via del presunto dolcissimo canto in punto di morte.
Durante la notte erano o cigni a trainare il carro di Apollo - di giorno i cavalli - e questo associa il candido uccello al panorama infero, ctonio, come se si muovesse sulla linea tra la vita e la morte.
Questo poichè la Terra con i suoi anfratti e lo stesso Cielo, spesso rimandano all’Aldilà, e l'Acqua, da sempre conduttore, ponte, strada maestra da percorrere e attraversare per giungere all’Oltremondo.
Nel mito raccontato da Ovidio, Cigno era il figlio di Stenelo, re dei Liguri. Quando Fetonte, per avere rubato il carro solare del padre Apollo, fu fulminato da Giove e cadde nell’Eridano (ovvero il fiume Po), Cigno, parente del defunto, ne pianse disperatamente la morte. Il dolore fu tanto forte, quanto le sue alte grida, che trasmutò nell candido uccello che adesso porta il suo nome.
In cigno si trasformò Zeus quando sedusse la bella Leda, generandole - unendosi al seme umano del marito di lei, Tindaro - Castore, Polluce, Elena e Clitemnestra.
Il cigno è l'animale sacro alla bionda Aphrodite per antonomasia. E' su di un cocchio ricavato da una cocnchiglia e trainato da cigni e colombe che la dea si muove sull'acqua e nel cielo.
In epoca romana fu simbolo del Cristo sulla croce.
Nella tradizione hindu, il cigno è sacro alla dea Saraswati, tutelare della guarigione, della saggezza, della purezza e della conoscenza. Il cigno diventa la sua cavalcatura, l'animale santo che la trasporta sul suo dorso. Esso ricorda la Shakti, ovvero l’energia vitale femminile che si risveglia e connette alla Terra. Ed è da un aureo uovo deposto da un cigno che sorse il dio Brhama.
Nell'Antico Egitto, il Cigno era personificazione della Dea del Cielo Nut, madre di Osiride, Iside e Seth: ella partorisce ogni mattina il Disco Solare - simboleggiata dall'altezza delle tre piramidi nella Piana di Giza - costituendo così l'Ordine Cosmico.
Nel regno ultraterreno di Sidhe della mitologia celtica, si sente di fanciulle fatate che si manifestano nel mondo umano sotto le spoglie di cigni bianchissimi, oranti di catenelle d'oro e d'argento, a testimonianza della loro natura divina.
Il dio cavaliere Oengus McOg si innamorò perdutamente di una fanciulla vista solo in sogno: quando la trovò, pur di diventare suo amante, si mutò in cigno. Stessa metamorfosi fu scelta da Midr, principe dei Tuatha Dè Danaan irlandesi, e dalla sua amante Etain, per fuggire nell'Oltremondo.
In meravigliosi cigni vennero tramutati i figli del Re irlandese Llyr dalla crudele matrigna e ridotti per secoli in tale condizione: mantennero però una voce così dolce che fu perfino terapeutica, in grado di affascinare chiunque li ascoltasse.



I cigni sono collegati con gli dei luminosi d'Irlanda, i Tuatha Dé Danann, e sono
il simbolo di saggezza, amore sincero, fedeltà, innocenza, purezza, forza e coraggio. Il cigno dona la capacità di interpretare i sogni e rappresenta l'evoluzione spirituale.

E' legato all'acqua (dove nuota), all'aria (dove vola) ed alla terra (dove si posa), ma rappresenta anche il fuoco, collegato al sole da cui trae il suo potere per interagire con gli altri tre elementi.

Rappresenta la comunicazione fra gli elementi, fra i diversi mondi e
come animale sacro alla Dea è considerato un simbolo del sole e un messaggero
degli dèi, benefico e sacro, possessore di poteri magici legati alla musica e
al canto, uniti ai poteri di guarigione del sole e dell'acqua.

Il cigno rappresenta anche la luce dello spirito, la scintilla divina
nell'uomo. Il suo volo è paragonato al ritorno dello spirito verso la propria
sorgente e rappresenta la parte dell'uomo che tende al bene, al meglio di sé,
alla perfezione, alla spiritualità.
Rappresenta il percorso di riscoperta del proprio sè e della propria bellezza interiore, dal goffo anatroccolo alla splendida maestosità e grazia de cigno bianco adulto.

Nel medioevo era l'emblema della cavalleria mistica e rappresentava il cavaliere che partiva alla Cerca del Graal, la Sacra Coppa..




sabato 8 agosto 2015

IL DIO THOR

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Figlio di Odino, re degli dèi, e di Jörð, dea della terra, era il più forte degli Æsir e di conseguenza dimorava ad Ásgard, nel regno di Þrúðvangar, nel castello Bilskirnir.

Mentre Odino era considerato re degli dèi, il rosso Thor dalla fluente barba e dai possenti muscoli, era un po' più il dio degli uomini, infatti era molto amato dagli scandinavi, probabilmente più di Odino, tanto che i Vichinghi si definivano Popolo di Thor. Thor presentava due aspetti della personalità prominenti: il primo era quello del gigante accigliato e brutale, mentre dall'altra faccia della medaglia, emergevano la bonarietà e una rappresentazione dai contorni comici.

Sua moglie, dea della fertilità, si chiamava Sif, ma poco si conosce di lei a parte che avesse i capelli d'oro come il grano, fabbricati per lei dai nani dopo che Loki le aveva tagliato quelli originali. Thor ebbe molti altri amori oltre alla moglie: la gigantessa Járnsaxa partorì suo figlio Magni mentre con Sif ebbe Þrúðr e Móði; aveva anche un figliastro Ullr che era in realtà solo figlio di Sif.

La sua forza, già leggendaria, era aumentata da tre oggetti che non abbandonava mai e che lo rendevano quasi invincibile: una cintura che raddoppiava la forza di chi la indossava, un paio di guanti di ferro e il leggendario martello Mjöllnir, strumento usato per colpire i mostri e i nemici, dal funzionamento analogo a quello di un boomerang, che simbolicamente rappresentava il fulmine e, dunque, preannunciava le piogge. I contadini solevano indossare catenine con appesi martelletti proprio per ingraziarsi la divinità.

Il suo mezzo di spostamento era un carro trainato da due capre (Tanngnjóstr e Tanngrisnir). Anche questi animali avevano proprietà portentose: per Thor, durante i suoi viaggi, era consuetudine cibarsene considerando che, conservando le pelli e le ossa, il mattino seguente sarebbero rinati.

Nelle sue frequenti scorrerie era spesso accompagnato da Loki. Nelle sue epiche gigantomachie, traspare il senso di una mitica iniziazione che gli consentirà, dopo aver dimostrato tutto il suo valore, di ottenere i meritati "gradi".

Nel corso del Ragnarök, Thor ucciderà e sarà ucciso da Miðgarðsormr (o anche Jörmungandr), il serpente di Miðgarðr (la Terra): Thor ucciderà il serpente e, ammorbato dal suo soffio velenoso, farà solo nove passi prima di cadere a sua volta a terra morto, quasi a voler simboleggiare l'eterna lotta fra il bene e il male.

Il Tonante Thor, rappresenta l’esatto contrario di suo padre Odino: egli incarna l’odio, la forza bruta, l’impeto primordiale di uccidere e distruggere ogni cosa, che si manifesta in particolare nell’oggetto che gli è più caro: Mjollnir, il martello di Thor, detto “maciullatore di giganti” (si tratta sempre di una creazione dei nani).

Thor è il dio del tuono e come tale antichissimo.



La sua figura trova confronti indoeuropei in Indra per gli indiani, Taranis per i celti e Jupiter per i romani.

La sua presenza si fa sentire attraverso il tuono e il lampo, rappresentando quest'ultimo sia il potere sovrano, creatore, legato alla fertilità, che il potere distruttore.

Thor svolge una funzione di tutela degli dei e degli uomini.

Restano segni della sua esistenza perfino nell’inglese moderno: il giovedì thursday deriva dallo svedese arcaico thorsdag, cioè “giorno di Thor”.

Il suo culto fu iniziato da Snorri, il più grande autore di prosa dell’anno mille che narrò i miti nordici riunendo antiche rune e racconti tramandati a voce da padre in figlio.

Inizialmente Thor comparve nell’Edda In Prosa, poi nel Saxo Grammaticus, tradotto da un anonimo latinista.

Figlio di Odino e di una gigantessa, Thor cova un odio smisurato e ossessionante nei confronti dei giganti, contro cui combatte per tutta la sua vita.

Il suo culto guerriero è quello dei berserkir, uomini vestiti di pelli d’orso che solevano combattere pieni di follia omicida, proprio come il loro patrono Thor avrebbe combattuto: senza ragione e senza pietà.

Tuttavia Thor è anche il Dio Della Pioggia, quindi il suo culto è indissolubilmente legato alla fertilità della terra, al rigenerarsi della natura, alla forza del verde nei confronti della distruzioni, il cui simbolo sono i giganti tanto odiati da Thor.

Un altro grande nemico di questo è dio è sicuramente Jormungard, il Serpente Del Mondo figlio di Loki, che avvolge Midgard nelle sue spire.

Più volte Thor ha provato a misurarsi con lui, ma invano.

La sua sposa Sif dai capelli d’oro, è un rafforzamento del suo culto della fertilità: Thor era pregato sì dai soldati e dai combattenti, ma anche dai contadini nei periodi di magra e Sif ne è quasi una caratteristica, significa infatti la discesa della pioggia dal cielo nei campi, pioggia sacra al dio.

Thor il Tonante è sempre in giro per i nove mondi, ma a differenza di suo padre, che si muove spinto dalla sete di conoscenza, Thor si muove solo per soddisfare la sua sete di battaglia, distruggendo giganti con il suo martello.

È sicuramente il guerriero più valoroso dell’universo, e il difensore più votato di Asgard.

Gli altri dèi gli sono debitori di molte cose, ma come suo padre, Thor è anche simbolo di modestia ed umiltà, caratteristiche che secondo la visione di Snorri, dovrebbero essere determinanti nel carattere di un guerriero.

Quando arriverà il giorno del Ragnarok, Thor si confronterà finalmente con il suo acerrimo nemico, il Serpente Jormundgandr, e alla fine lo abbatterà con il suo martello, ma mortalmente avvelenato dal veleno del mostro, compirà solo nove passi prima di cadere a terra privo di vita.

Vive a Thrudvang “Campo della Forza” e il suo dominio è un'immensa nuvola temporalesca, scura e compatta, la sua dimora, Bilskinir, è la più grande mai costruita, con 540 stanze.
La Runa Thurisaz simboleggia anche Mjollnir “frantumatore”, il formidabile martello di Thor, che provoca il tuono, forgiato dagli elfi neri. La sua potenza è tale, che il dio deve impugnarlo con guanti di ferro, dopo aver indossato una cintura chiodata in cuoio intrecciato: Thor può lanciarlo lontano quanto vuole e il martello torna sempre nelle sue mani. Ha il compito di proteggere la società divina, è il protettore di Asgard, l'ultimo bastione contro le forze del Caos rappresentate dai Giganti, è sposato con la bella Sif, dai capelli d'oro, che simboleggia la discesa della pioggia dal cielo nei campi.
Quando arriverà il giorno del Ragnarok, Thor si confronterà finalmente con il suo acerrimo nemico, il Serpente Jormundgandr, e alla fine lo abbatterà con il suo martello, ma mortalmente avvelenato dal veleno del mostro, compirà solo nove passi e poi cadrà a terra privo di vita.



Le storie tramandateci su Thor sono numerosissime, eco dell'importanza che aveva nell'immaginario comune: lotte furiose ma anche burle contro il dio stesso, sicuramente esempi del tentativo di screditare la divinitá piú popolare del popolo avvantaggiando la conversione.
Ma Thor è ovviamente più di un muscoloso avventuriero dalla mente un po' sempliciotta. Il suo ruolo è estremamente importante, perchè in quanto difensore degli uomini è anche dio che sovrintende alla giustizia, all'ordine sociale e che protegge da tutti i mali, sia terreni che sovrannaturali. Amuleti a forma di martello furono sempre usati nel Nord come protezione dalle forze del male, dalla prima età vichinga fino al XX secolo, quando ancora in Svezia i contadini usavano appendere asce di pietra che somigliavano al martello di Thor nelle stalle e fuori casa (anche l'ascia è forse un antico simbolo magico, forse caratteristico del dio germanico Tiwaz, di cui Thor è, secondo alcuni, un aspetto evolutosi separatamente). Il ruolo di dio del tuono includeva anche quello di garante di pioggia, e quindi la sua opera aiutava i raccolti e permetteva la sopravvivenza.

I miti "eddici" continuano a fornirci varie informazioni su Thor: sposato con Sif dai capelli d'oro, è padre di Magni e Moði ("Forza" e "Coraggio") avuti dalla gigantessa Jarnsaxa ("colei che taglia il ferro"). Lo si mette in relazione anche con l'attaccabrighe e il maligno Loki, che é suo amico e accompagnatore nelle sue avventure (Loki ha una duplice, anzi forse multipla natura): in un episodio si narra di come Thor, per recuperare il suo martello, si travesta da Freya. Lo si mette in ridicolo per tutto il racconto ma alla fine il matrimonio di Freya/Thor con chi aveva rubato il martello, il gigante Þhrýmr, finisce in un massacro in cui Thor mostra chi é davvero.
Forse questo é un eco di un unione rituale tra la dea ed il dio, entrambi rappresentanti vita e fertilitá, per dare forza a uomini, bestie e coltivazioni. Qui dunque Thor potrebbe in teoria rappresentare "colui che feconda", quindi si riprende il suo aspetto di dispensatore di vita.

In tutte le culture è spesso il dio "tonante" ad essere il maggiore: alcuni esempi sono Zeus, Giove, il dio finnico Ukko - padre degli dèi finnici e dio del tuono.
Alcuni studiosi sono pronti ad affermare che il ruolo reale di Thor fosse di gran lunga maggiore di quel che si crede. Molti cronisti cristiani affermano che Thor fosse il dio più importante, che stesse al centro delle triadi lignee nei templi pagani (sull'esistenza di templi gli studiosi discutono ancora; sicuramente furono tardi, forse su ispirazione delle chiese cristiane con le quali volevano rivaleggiare) e molti lo assimilano a Giove. Olaus Magnus, un geografo svedese del XVI secolo scrive, nella sua opera Historia de gentis septentrionalis: "Svedesi e goti adoravano un tempo molte divinità  Odino, come lo chiamano loro, in tempo di guerra; Giove al centro, invocato per carestie o crisi, lo chiamavano Thor". Osservare che Olaus non "traduce" Odino ma assimila nell'opera latina Thor a Giove Tonante (Juppiter Tonans).
Questo può essere preso come esempio dell'importanza data a Thor dalle genti nordiche, cosa che dai racconti burleschi e avventurosi di Snorri non trapela. In essi infatti Thor è spesso preso in giro, una sorta di Conan il barbaro in veste divina, un Hercules nordico.

Un'altra caratteristica di Thor è la sua forte contrapposizione con il padre, Odino. Se Odino è visto come il dio mistico e nascosto, Thor è quello presente, vicino (si manifesta nel tuono possente, nella pioggia; Odino appare sotto forme alterate magicamente oppure nelle violente bufere invernali); Odino è il dio dei capi, dei maghi e dei poeti (insomma, l'elite), Thor è il dio degli uomini liberi, i böndir (una classe sociale particolare, proprietari terrieri, guerrieri ed allevatori allo stesso tempo. Erano inoltre loro ad amministrare la giustizia inter pares durante le assemblee comuni); Odino é dio della morte, Thor della vita; Odino domina le arti magiche e l'inganno, é subdolo e volubile, mentre Thor ama lo scontro diretto, l'azione immediata e onorevole. Se Odino accoglie gli eroi, Thor accoglie un po' tutti nella sua sala personale, Bilskirnir (secondo Snorri anche gli schiavi) dove non si lotta nè si muore, ma si beve e si mangia in allegria per l'eternità.

Sacri a Thor erano il capro, animale forte e testardo; la quercia, simbolo comune di forza e robustezza; un particolare albero chiamato rönnr, "le bacche di Thor" per via delle sue bacche e fiori piccoli e rossi come ciuffi di barba: é un albero che resiste anche agli inverni piú rigidi e quindi simbolo di forza e determinazione. Il rapporto speciale che la gente aveva con Thor si nota ancora oggi in Scandinavia, dove a Natale è tradizione mettere sotto l'albero un capro di paglia (tradizione non riscontrabile in nessun'altra parte del mondo) eco forse delle maschere di paglia a forma di caprone che i guerrieri nordici al servizio del basileus bizantino indossavano in occasione "della festa che loro chiamano Jól (Jól era il periodo del solstizio d'inverno; ancora oggi Jul nelle lingue scandinave indica il periodo di Natale, fino al 13 gennaio, che anticamente era il midvetr, la festa di mezzo inverno quando esso raggiungeva il suo apice)".

Peculiare del culto di Thor è l'offerta di birra e/o idromele, bevande sacre per eccellenza ma molto gradite al dio in quanto Thor è figlio della Madre Terra (Jórðr): la birra è prodotta con il più nobile frutto della Terra, il grano, e quindi si offre ciò che si è preso a chi lo ha dato. Secondo alcuni mitologi, Thor è anche fecondante della terra, sua stessa madre; la pioggia infatti rende fertile la terra che produce cibo: dunque l'offerta di birra è centrale nel suo culto in quanto va sia a lui che alla Terra dal quale nasce e con la quale fa nascere. Thor ha infatti anche il ruolo di dispensatore di vita, ruolo che si intravede anche nella cerimonia nuziale: gli sposi erano benedetti dal sacerdote che ufficializzava l'unione toccandoli con un martello.

Tradizionalmente i nemici di Thor sono i giganti ed i hrimrþursir, i giganti del ghiaccio. Tra déi e giganti infatti non corre buon sangue (i primi hanno sconfitto i secondi prendendo con forza il dominio dell'universo; i þursir non aspettano altro che distruggere il mondo e occuparlo con gelo e neve, la fine dei tempo - il celebre Ragnarökr).


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venerdì 7 agosto 2015

CORVI E CORNACCHIE



Le cornacchie sono considerate uccelli del male augurio. Ma in alcuni paesi dell’Europa Orientale i contadini credono che se un gruppo di cornacchie fa il nido sul proprio campo, arriveranno la prosperità e la ricchezza.

Il corvo, è il più profetico tra tutti gli uccelli, e la sua presenza predice cambiamenti. Se la cornacchia si trova sul lato sinistro della strada, porta sfortuna, perfino morte. Chiamate il suo cuore forte, e il suo spirito guerriero, se venite affrontati. Il corvo si invoca per chiedere il coraggio di entrare nelle tenebre per cercare la saggezza dell’ inconscio primordiale. La differenza tra i poteri dei due uccelli, consiste nel fatto che quelli del corvo erano più forti, intensi, grandi e profondi. Laddove entrambe nidificano, era il corvo a cambiare forma, mentre la cornacchia era relegata al ruolo di maestra delle illusioni.Il corvo è considerato più malvagio, uno che cambia strada.

In Irlanda quello della cornacchia è uno dei nomi della dea della guerra che usa questa forma oltre che quella di latri animali per mostrarsi agli avversari: presso i nativi americani la cornacchia è la custode di grandi misteri, è l'unico animale che ha la possibilità di trsgredire le leggi di questo mondo, in quanto può trasformarsi o essere presente in due luoghi contemporaneamente.

Il simbolismo della cornacchia e quello del corvo sono molto simili nella tradizione celtica. In genere sia la cornacchia che il corvo vengono associati alle dee irlandesi della battaglia Nemain, Bodb-Macha e Morrigan-Modron e alla dea gallese Branwen, mentre il corvo è un uccello tipico degli dèi Bran e Lugh e di Nantosuelta (detta anche «dea della colomba»).
Diverse leggende di molti popoli anche distanti fra loro narrano che in origine il colore delle piume del corvo fosse bianco. Un corvo bianco appare nel mito celtico gallese che parla di Branwen, sorella di Bran, ed esiste un racconto irlandese a questo proposito riferito a Lugh, dio accompagnato da due corvi.



Si narra che il corvo, in origine dal piumaggio bianco, era l'uccello favorito del dio Lugh e che questi gli aveva lasciato il compito di sorvegliare una giovane fanciulla incinta, amante del dio, affinché nessun mortale potesse giacere con lei. Ma durante l'assenza del dio la giovane passò la notte fra le braccia di un pastore e chiese al corvo di passare sotto silenzio il suo tradimento. L'uccello acconsentl e al ritorno di Lugh, interrogato sugli eventi intercorsi durante la sua assenza, il corvo mentì e il dio della divinazione, colui che sapeva tutto, si infuriò e condannò l'uccello ad avere il piumaggio nero come la notte e a ubbidirgli ciecamente.
Il corvo perse così la libertà e il suo piumaggio bianco, e fu sottomesso alla volontà di Lugh. Questa leggenda cela 'insegnamento riguardante la coscienza umana che, separata dal principio spirituale che l'anima, pur essendo la rappresentante della divinità nella personalità, può rendersi la nera consigliera di quest'ultima prestandosi ad appoggiare la menzogna.
Lugh veniva considerato il dio della profezia e il corvo, uccello prediletto del dio e, come abbiamo visto, sottoposto al suo volere, appare quindi come un animale profetico. Presso i Celti le persone preposte alla divinazione traevano auspici riguardanti il futuro osservando la direzione e la modalità di volo dei corvi e fu un volo di corvi sopra una particolare altura a fornire le indicazioni per la fondazione della città di Lione.
L'espressione irlandese «possedere la conoscenza del corvo» si riferisce a colui che detiene la conoscenza suprema. Questa forma di sapere eccelso non deriva semplicemente dalla divinazione ma dalla focalizzazione della coscienza individuale sul piano spirituale, nel piano del Superconscio (il cui Signore e simbolo è il dio Lugh Samildanach), dove ogni cosa è conosciuta. Il corvo, essendo un attributo di Lugh, viene ritenuto un uccello celeste e solare, anche se per il suo piumaggio nero è connesso anche con le regioni profonde e oscure, sia interiori che esteriori. Ricordiamo che spesso Lugh rappresenta la luce segreta del sole, invisibile a occhio nudo, che irradia dal lato nascosto dell' astro simbolo della luce spirituale. Nel 1873 Eugene O'Currey pubblicò un libro, basato su un vecchio opuscolo conservato al Trinity College di Dublino, intitolato On the Manners and Customs oJ the Ancient Irish in cui viene citato un tipo di divinazione fondata sul verso dei corvi. Dice che il gracchiare di un corvo sopra un letto chiuso all'interno della casa annunciava la visita di un ospite importante, laico o ecclesiastico. Per riconoscere la funzione di chi stava per giungere era necessario ascoltare Il verso dell'uccello se assomigliava a bacach! bacach! l'ospite sarebbe stato un laico, se era gradh! gradh! e sul far della sera, sarebbe stato un religioso più precisamente il corvo avrebbe annunciato l'arrivo di un poeta satirico o di un soldato con un grog! grog! o un gradh! gradh! gracchiando alle spalle di chi ascoltava e dalla direzione da cui sarebbero giunte le persone in visita.


Il simbolismo del corvo è quindi ambiguo: da un lato accompagna dei solari, e indice di longevità, portatore di profezie che indicano dove fondare città ed è protettore del popolo, ma dall'altro è associato alle dee della guerra e della morte, un uccello portatore di sventure. Sembra che nelle culture dei cacciatori-raccoglitori il simbolismo del corvo fosse stato positivo e che fosse mutato in negativo quando i popoli divennero, sedentari. Secondo una tradizione del folklore celtico scozzese i corvi avrebbero potuto assumere forme di esseri fatati quando hanno cattive intenzioni nel confronti degli esseri umani, forse una credenza derivata dalla leggenda delle dee Morrigan e Bodb e della loro azione nei confronti dell' eroe irlandese Cù Chulainn.
La prima volta che Cù Chulainn incontra la Morrigan (nella mitologia celtica a volte è la dea Bodb), essa appare come una donna vestita di rosso a cavallo di un destriero rosso che gli offre la propria compagnia sessuale, rifiutata. dall' eroe. La dea allora scompare e Cù Chulainn sente il gracchiare di un corvo provenire da un ramo su cui è appollaiato un uccello nero realizzando che è la dea a celarsi sotto quell' aspetto.
Morrigan inizierà a perseguitarlo senza sosta e al momento della sua morte gli si poserà sulla spalla nelle sembianze di un corvo.
La cornacchia e il corvo assumono in questo caso una valenza negativa, simboleggiando le energie femminili orientate verso la rovina piuttosto che per la creatività, l'uso della sessualità per scopi distruttivi piuttosto che procreativi. Tuttavia questo uccello, così come il corvo, è legato. alla luce, forse quella notturna, che lo rende guida delle anime verso il regno del morti.
Il corvo e la cornacchia, quindi, sono due uccelli associati alla funzione guerriera e con le loro sembianze le dee apparivano sul campo di battaglia per incitare i contendenti allo scontro, eccitare gli animi, accompagnare gli Spiriti del caduti nell' Altromondo. Ricordiamo le tre donne che su una nave portano Artù lontano dal luogo dell'ultimo combattimento verso l'Isola di Avalon.





La presenza sui campi di battaglia della dea Morrigan sotto forma di corvo veniva Invocata tramite il gracchiare dei carnyx che imitavano il verso dell'uccello. Per quanto riguarda le altre due dee della triade si fa derivare il nome della dea Macha dalla parola «cornacchia», adeguandosi all'interpretazione del Book of Lecan, e lo stesso significato si attribuisce al nome (o forse esso era un semplice soprannome) della dea Bodb, la cui corrispondente gallica è Cathubodhua, la «cornacchia del combattimento».
Nella tradizione cristiana vi sono alcuni santi rappresentati in compagnia di corvi o cornacchie: san Benedetto, san Bonifacio, sant'Osvaldo, san Meinardo e san Vincenzo.


Le cornacchie nei sogni preannunciano come il corvo cose sgradevoli e funeste e la cultura popolare li vede forieri di disgrazie e di morte.

Questa visione essenzialmente negativa si giustifica pensando al significato che nella nostra cultura ha il colore nero (colore che assumono le piume di questi uccelli) e che è associato all’oscurità, al mistero della notte e delle cose nascoste, al mondo sotterraneo ed infernale, al male, e questa negatività è amplificata dal verso gracchiante e sgraziato che questi animali emettono, dall’aspetto imponente e altero, dall’abitudine di nutrirsi anche di cadaveri.

E’ necessario ricordare però che in altre culture o nell’ antichità corvo e cornacchia avevano ben altro peso simbolico, legati come erano alla chiaroveggenza e alle capacità medianiche. Per gli indiani d’America la cornacchia era messaggero e presagio di cambiamento, elemento di equilibrio fra passato presente e futuro e di fusione fra il mondo interno e quello esterno. La cornacchia rappresentava il potere dell‘occhio che vede al di là dell’apparenza, ed appariva nei sogni ad annunciare il pericolo e guidare il sognatore nelle difficoltà.

La riconosciuta intelligenza della cornacchia la rende inoltre simbolo di perspicacia e di astuzia, facendo emergere anche un aspetto positivo nell’analisi onirica. Questo ci porta a considerane sempre l’ ambivalenza: da un lato rappresenta le forze oscure e rinnegate dell‘inconscio che emergono con manifestazioni sgradevoli, dall’altra indica un messaggio importante ed inconscio che vuole essere compreso.

Un’interpretazione che si accosti ad un livello più oggettivo vede nei corvi o nelle cornacchie che compaiono nei sogni gli aspetti più sgradevoli ed oscuri che circondano il sognatore, persone che gli vogliono male o che tramano contro di lui, pensieri funesti e pesanti di solitudine e di morte, idee o progetti “sfortunati”.

Uccidere le cornacchie da questo punto di vista può collegarsi al liberarsi di tutto ciò che ostacola il sognatore con il proprio peso e la propria negatività, mentre vedere cornacchie schiamazzare pone domande sulla dispersione delle proprie idee e sul proprio pessimismo o sulla necessità di prestare maggiore attenzione a quanto accade intorno per sapersene difendere.


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                           http://pulitiss.blogspot.it/2015/02/il-corvo.html


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