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venerdì 15 maggio 2015

I TAROCCHI & LA STORIA

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I tarocchi sono carte da gioco la cui origine non è stata ancora dimostrata con certezza definitiva. A tal riguardo, le teorie più diffuse ne indicano la nascita in Italia settentrionale, a Ferrara, nel periodo compreso tra la fine del Medioevo ed il Rinascimento. Secondo altre linee di ricerca, tra cui alcune risalenti agli inizi di questo secolo, l'origine sarebbe molto più antica; ma si tratta di teorie propugnate da esoteristi che non posano su alcun dato storico. L'evoluzione di tali teorie fu avviata sul finire del Settecento dal massone francese Antoine Court de Gébelin, propugnatore dell'origine egizia dei Tarocchi, ed ebbe nuovo impulso nella metà dell'Ottocento con l'occultista Eliphas Levi (pseudonimo di Alphonse Louis Constant), che indicava l'origine dei Tarocchi nella Cabbala ebraica. Fu Levi a distinguere le 78 carte del mazzo in "Arcani maggiori" e "Arcani minori". Negli anni a cavallo tra la fine dell'Ottocento ed i primi del Novecento le dottrine esoteriche sui Tarocchi furono fissate definitivamente dagli occultisti francesi Papus (pseudonimo di Gérard Encausse) e Oswald Wirth in una serie di celebri opere ancora in auge. Nei primi decenni del Novecento la "Scuola francese dei Tarocchi" cominciò ad essere soppiantata dalla "Scuola inglese" nata in seno all'Ordine Ermetico della Golden Dawn.

I tarocchi sono diretta derivazione dei geroglifici del Libro di Thoth e rappresentano una sintesi della conoscenza e religione Egizia. I tarocchi sono quindi un alfabeto geroglifico e numerale, riservato in origine ai sommi sacerdoti, che esprime il sapere universale originario, da cui si sono sviluppate le varie culture e religioni.

I tarocchi presentano diverse analogie con lo I Ching, libro custode dell’antica saggezza cinese e risalente a più di 3000 anni fa. L’estrazione casuale dei 64 esagrammi dello I Ching è uno strumento tradizionale di divinazione. Il fatto che siano invenzioni cinesi sia le carte da gioco che la carta e la stampa, rende plausibile che sia in Cina che vadano ricercate le primissime origini dei tarocchi.

I tarocchi nacquero con tutta probabilità nell’Italia del nord, alla corte di Filippo Maria Visconti – duca di Milano – durante la prima metà del Quattrocento. Lo testimoniano i molteplici ritrovamenti di carte, le numerose citazioni in documenti e registri di corte quattrocenteschi, e l’utilizzo nelle carte del sistema di semi tipicamente italiano: spade, bastoni, coppe, e denari.

Durante tutto il Rinascimento le “Immagini degli Dei Antichi” suscitarono nell’osservatore il ricordo dei miti classici ai quali veniva attribuito un grande valore etico e morale. In quell’epoca nacque il gioco dei Tarocchi: una delle più straordinarie realizzazioni dell’Umanesimo italiano. Esso riuniva i più augusti rappresentanti del pantheon greco affiancati dalle virtù cristiane, da immagini allegoriche di condizioni umane e dai simboli dei più importanti oggetti celesti. 

I tarocchi erano un grande gioco di memoria che racchiudeva le meraviglie del mondo visibile e invisibile e forniva ai giocatori istruzioni di ordine tanto fisico, quanto morale e mistico. Infatti, la serie delle virtù (Forza, Prudenza, Giustizia e Temperanza) ricordava loro importanti precetti etici; la serie delle condizioni umane (Imperatore, Imperatrice, Papa, Matto e Giocoliere) rammentava la gerarchia alla quale era soggetto l’uomo; quella dei pianeti (Stelle, Luna, Sole) alludeva invece alle forze celesti che assoggettavano gli uomini, sopra le quali era concepito l’Universo retto da Dio.

Ma l’utilizzazione ludica dei tarocchi prese presto il sopravvento sull’aspetto didattico-morale del gioco, che già agli inizi del Cinquecento non veniva più compreso. A questa incomprensione corrispose un preciso mutamento dell’iconografia delle figure, che si trasformarono di regione in regione secondo i diversi gusti popolari e le correnti di pensiero.

Solo sul finire del Settecento venne riscoperto il contenuto filosofico dei tarocchi ma, partendo da premesse totalmente esoteriche, i nuovi interpreti diedero origine ad una nuova utilizzazione del gioco: magica e divinatoria. In un celebre articolo pubblicato nel 1781 dall’archeologo-massone A. Court de Gébelin è contenuta la frase: “Il libro di Toth esiste, e le sue pagine sono le figure dei tarocchi”. Pochi anni dopo, un altro massone, Etteilla, avviò un grande progetto di restaurazione delle figure, sostenendo di conoscere la struttura del gioco in uso presso gli antichi egiziani. Secondo Etteilla, i primi tarocchi contenevano il mistero dell’origine dell’Universo, le formule di certe operazioni magiche e il segreto dell’evoluzione fisica e spirituale degli uomini.

Da quel momento il gioco dei tarocchi venne indissolubilmente legato al mondo della magia e, con la promessa di traguardi ben più alti della semplice conoscenza del domani, cominciò la grande epoca dei tarocchi occultistici.

I Tarocchi sono un gioco italiano formato da 56 carte numerali dette “a semi italiani” (coppe, danari, spade, bastoni), provenienti dal mondo arabo - che a sua volta derivò i simboli dei semi dall'antica monetazione romana degli Aes - apparse in Italia nel sec. XIV e da 22 immagini chiamate Trionfi. Questo gioco rimanda ai Triumphi di Francesco Petrarca, in cui il poeta trecentesco descrive le sei principali forze che governano gli uomini attribuendo loro un valore gerarchico. La numerologia romanica vedeva nel Sei "il sovrumano, la potenza" poichè il Sei corrispondeva ai giorni della creazione biblica. Per primo viene l’Amore (Istinto), che corrisponde ad una fase giovanile, vinto dalla Pudicizia (Castità, Ragione), fase successiva di matura pacatezza, a cui segue la Morte, che sta a significare la transitorietà delle cose terrene; essa viene vinta tuttavia dalla Fama, vittoriosa sulla morte nella memoria dei posteri, ma su di essa trionfa il Tempo il quale è sovrastato infine dal Trionfo dell’Eternità, che sottrae l’uomo dal flusso del divenire e lo pone nel regno dell’eterno.

Il numero delle carte di  Trionfi, la cui ideazione si deve al Principe Francesco Antelminelli Castracani Fibbia, sembra essere stato composto inizialmente da 8 allegorie, portate poi a 14 e 16 per stabilizzarsi infine su 22, numero che nel significato mistico cristiano rappresenta l’introduzione alla sapienza e agli insegnamenti divini impressi negli uomini. Tale percorso, che denuncia un progressivo adattamento di queste “carte da gioco” a dettami numerologici di carattere religioso, fu probabilmente adottato per evitare la condanna della Chiesa la quale ripetutamente si era scagliata contro i giochi di carte considerati d’azzardo. 

Riguardo il numero 22 così si esprime Origine, sommo Padre della Chiesa: "Nella disposizione numerale, i numeri singoli contengono certa quale forza e potere sulle cose e di tale potere e forza s'è valso il Creatore dell'universo, talora per la costituzione dell'universo stesso, talora a significare la natura delle cose singole cosi come esse ci appariscono. Ne segue allora che, in base alle Scritture, occorre osservare e derivare quegli aspetti che singolarmente appartengono ai numeri stessi. E in realtà occorre non ignorare che i libri stessi dell'Antico Testamento, come gli Ebrei li hanno trasmessi, sono Ventidue, e ad essi a uguale il numero degli elementi ebraici; e questo non senza motivo. Come infatti Ventidue lettere sembrano essere l'introduzione alla sapienza e alla dottrina impressa con queste figure negli uomini, cosi pure i Ventidue Libri della Scrittura costituiscono il fondamento e l'introduzione alla sapienza di Dio a alla conoscenza del mondo" (Select. in Ps l - PG 12, 1084). In altre parole, Origene "riferendosi ai 22 libri ispirati dalla Bibbia scorge nelle Ventidue lettere che compongono l'alfabeto ebraico, una introduzione alla sapienza e agli insegnamenti divini impressi negli uomini" (A. Quacquarelli, s.v. Numeri, in DPAC, pp.2447-2448).

La teologia medievale assegna all’universo un preciso ordine, formato da una scala simbolica che sale dalla terra al cielo: dall’alto di questa scala Dio, la Prima Causa, governa il mondo, senza tuttavia intervenirvi direttamente, ma operando ex gradibus, cioè attraverso una serie ininterrotta di intermediari in modo che la sua potenza divina si trasmette fino alle creature inferiori, fino all’umile mendicante. Letta invece dal basso verso l’alto, la scala insegna che l’uomo può elevarsi gradualmente nell’ordine spirituale inerpicandosi lungo le cime del bonum, del verum e del nobile e che la scienza e la virtù lo avvicinano a Dio. 

Dal primo ordine di Trionfi conosciuto, risalente all’inizio del Cinquecento, risulta evidente che si trattava di un gioco a sfondo etico. Il Giocoliere (Bagatto) raffigura l’uomo peccatore a cui sono state date guide temporali, l’Imperatrice e l’Imperatore e guide spirituali, il Papa e la Papessa (la Fede). Gli istinti umani devono essere mitigati dalle virtù: l’Amore dalla Temperanza e il desiderio di potere, ossia il Carro, dalla Forza (la cristiana virtù  “Fortitudo”). La Ruota della Fortuna insegna che ogni successo è effimero e che anche i potenti sono destinati a diventare polvere. L’Eremita, che segue la Ruota, rappresenta il tempo al quale ogni essere deve sottostare e la necessità per ciascun uomo di meditare sul valore reale dell’esistenza, mentre l’Appeso (il Traditore) denuncia il pericolo di cadere nella tentazione e nel peccato prima che la Morte sopraggiunga. 

Anche l’Aldilà è rappresentato secondo la tipica concezione medievale: l’Inferno e quindi il Diavolo, è posto sotto la crosta terrestre sopra la quale si estendono le sfere celesti. Come nel cosmo aristotelico, la sfera terrestre è circondata dal cerchio dei “fuochi celesti”, raffigurati da fulmini che colpiscono una Torre. Le sfere planetarie sono sintetizzate dai tre astri principali: Venere, la Stella per eccellenza, la Luna e il Sole. La sfera più alta è l’Empireo, sede degli Angeli che nel giorno del Giudizio saranno chiamati a risvegliare i morti dalle loro tombe. In quel giorno la Giustizia divina trionferà, pesando le anime e dividendo i buoni dai malvagi. Sopra tutti sta il Mondo, cioè “El Dio Padre”, come scriveva un anonimo monaco che commentò i Tarocchi all’inizio del Cinquecento. Lo stesso religioso pone il Folle dopo il Mondo, come ad indicare la sua estraneità ad ogni regola e insegnamento in quanto, difettandogli la ragione, non era in grado di comprendere le verità rivelate. 

Il pensiero della Scolastica che mirava ad avvalorare le verità di fede attraverso l’uso della ragione, accumunò nella categoria dei folli tutti coloro che non credevano in Dio. Nei Tarocchi la presenza del Folle acquista pertanto un ulteriore e profondo significato: in quanto possessore di ragione ma non credente, doveva divenire, attraverso gli insegnamenti espressi dalla Scala Mistica, "Folle di Dio" come lo divenne il santo più popolare, cioè Francesco, che fu chiamato “Lo Sancto Jullare e il Sancto Folle di Dio” ("Non fu mai più bel sollazzo, / Più giocondo, nè maggiore, / Che, per zelo e per amore, / Di Iesù divenir pazzo", canzone a ballo di Girolamo Benivieni, 1453-1542).

Nel corso del Quattrocento il gioco dei tarocchi era chiamato Ludus Triumphorum. Solo agli inizi del Cinquecento apparve la parola Tarocco, probabilmente attribuita a queste carte nel momento in cui il loro contenuto etico venne dimenticato a scapito del solo aspetto ludico, anche se qualche buon giurista asseriva di scorgere in esse “un non so che di virtuoso”.

Il primo documento conosciuto in cui appare il termine Tarochi in riferimento al gioco, è un registro di conti della corte estense relativo al secondo semestre 1505, in una annotazione datata al 30 giugno. Ricompare poi una seconda volta nello stesso registro al 26 dicembre.

Nella Frotula de le dòne (Frottola delle donne), una poesia da noi individuata di Giovan Giorgio Alione, datata al 1494, anche se non riferita al gioco di carte, viene citata la parola Taroch con significato di "matto, sciocco" :

Marì ne san dè au recioch
Secundum el Melchisedech
Lour fan hic. Preve hic et hec
Ma i frà, hic et hec et hoc
Ancôr gli è – d'i taroch
Chi dan zù da Ferragù 

Il verso "Ancôr gli è – d'i taroch" deve essere quì tradotto, secondo la critica filologica,  con "ancora ci sono degli sciocchi, dei matti" (probabilmente in riferimento ai mariti traditi).

Ross Caldwell ha fatto notare che il termine tarochus era infatti già in uso nel sec. XV, come da lui individuato nella Maccheronea (dedicata a Gaspare Visconti, † 1499), del poeta Bassano Mantovano, in cui il termine viene utilizzato con il significato di "matto, idiota, imbecille".

Erat mecum mea socrus unde putana
Quod foret una sibi pensebat ille tarochus
Et cito ni solvam mihi menazare comenzat.

(Mia suocera era con me, e questo idiota pensava di poterle portare via un po' di denaro, così cominciò a minacciarmi).

Dopo anni di ricerche siamo dunque in grado di affermare come la parola Tarocco sia da farsi derivare dalla carta del Folle. In un nostro saggio abbiamo ulteriormente evidenziato come il vento scirocco, il vento creduto indurre alla pazzia, venisse chiamato nel Rinascimento Vento Theroco e, in altro saggio, come il termine Tharocus debba essere collegato anche a Bacco, in riferimento alla follia che caratterizzava i riti orgiastici svolti in suo onore), un'attribuzione ispirata quindi da una carta del mazzo, fatto non insolito in quanto con il termine di Ganellino o Gallerino - cioè il Bagatto - veniva chiamato il Tarocco Toscano in Liguria e in Sicilia. Ma non occorre risalire unicamente a questo significato: in base alle varianti storiche di 'tarrocco' o 'tarroco', è necessario anche valutare  il termine sotto l'aspetto ludico attribuendogli in questo caso il significato di attacco con carte di presa più forti rispetto a quelle calate dagli avversari, in quanto con le espressione 'ti arrocco, t'arrocco, ti arroco' si intendeva richiamare gli avversari sul fatto che si erano messe in campo carte di vittoria che costringevano gli stessi a mettersi sulla difensiva . Si tratta quindi di un termine connotato dal caratteristiche polisemiche, cioè con più significati, come abitualmente troviamo per altre parole del periodo rinascimentale. 


Le allegorie presenti nelle carte dei Trionfi appartengono a un repertorio figurativo consueto nel nostro Occidente medievale, riscontrabile negli affreschi delle cattedrali, in quelli dei palazzi pubblici e nei trattati enciclopedici e astrologici del tempo. In pratica, le figure presenti nelle carte dei Trionfi si configurano come una vera e propria Biblia Pauperum, cioè una “Bibbia dei Poveri”. Attraverso l’utilizzo ludico delle carte, il popolo traeva direttamente da queste una conoscenza della mistica cristiana e dei suoi contenuti, concetti che venivano continuamente rimandati alla mente, assecondando con ciò un metodo legato all’Ars Memoriae del tempo. 

È stato possibile decifrare il contenuto delle singole figure presenti nelle carte dei Trionfi riferendole al contesto culturale delle corti principesche dell’Italia padana, con il loro gusto per le immagini moralistiche tratte sia dalla tradizione religiosa, soprattutto da quella biblica, sia dalla mitologia classica. Infatti per tutto il Medioevo e il Rinascimento, gli “Antichi Dei” continuarono ad essere presenti nella cultura cristiana, anche se con un carattere diverso da quello della divinità. Da un lato erano ritenuti eroi civilizzatori che insegnarono agli uomini molte arti, come Minerva, considerata la prima tessitrice, o Apollo, il dio medico. Un’altra concezione li interpretava come allegorie di vizi e virtù, ed è con questa veste che vengono raffigurati in alcune carte dei Trionfi. Ad esempio, la virtù cristiana della “Fortitudo”, viene rappresentata nella carta della Forza dal mitico Ercole che sconfigge il leone Nemeo, simbolo degli istinti animali; l’Amore, nel suo significato di passionalità istintuale, è raffigurato da Cupido intento a lanciare i suoi strali su incauti amanti; il Sole (nella sua accezione di “Veritas”) è impersonato da Apollo, che illumina la terra col suo disco. 

Molte figure dei Tarocchi riprendono chiaramente l’iconografia cristiana come, ad esempio, l’immagine del Mondo, rappresentato nelle carte quattrocentesche dalla Gerusalemme Celeste posta all’interno di un tondo sorretto da angeli e sovrastato a volte dalla Gloria. Rimanda all’immagine della Fede la carta della Papessa, simile a quella dipinta da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova. E gli esempi potrebbero continuare. 

Ulteriori fonti di ispirazione furono i trattati astrologici del tempo. La figura del Bagatto o Giocoliere appare tra i “Figli della Luna”, cioè tra i mestieri sottoposti all’influenza dell’astro. La figura del “Misero”, o Folle, si trova tra i “Figli di Saturno”; quella degli Amanti tra i “Figli di Venere”; il Papa tra i “Figli di Giove” e l’Imperatore tra i “Figli del Sole”. Inoltre, figure di astrologi compaiono in diversi mazzi dei Trionfi a rappresentare la Luna o le Stelle. 

Vi sono infine immagini tratte dalla vita quotidiana. Un esempio di notevole interesse si riscontra dalla figura dell’Appeso, che si riferisce alla pena che veniva comminata ai traditori nel periodo medievale. Nel affresco dell’Inferno del 1410, opera di Giovanni da Modena (Cappella Bolognini, S. Petronio, Bologna), un’identica figura è servita quale rappresentazione della pena di contrappasso per l’idolatria, considerata la più grande forma di tradimento in quanto rivolta a disconoscere il proprio Creatore.

Nell’antichità Hermes, associato al dio egizio Thoth, fu considerato l’inventore della scrittura, delle scienze e autore di numerosi trattati magico-religiosi. Durante l’Impero Romano i testi ermetici vennero reinterpretati presso la scuola di Alessandria d’Egitto alla luce della filosofia greca, in particolare di Pitagora e Platone, mentre i Padri della Chiesa considerarono Hermes con grande rispetto in virtù delle analogie di certi brani dei Vangeli con alcuni scritti a lui attribuiti. 

Nel 1460 venne portato a Cosimo de’ Medici, Signore di Firenze, un manoscritto ritrovato in Macedonia e attribuito erroneamente a Hermes Trismegistus. Quest’opera, tradotta nel 1463 dal sacerdote e filosofo Marsilio Ficino, venne seguita dalle traduzioni di testi platonici che rivelavano un affascinante concezione del Cosmo. Secondo questa filosofia l’Universo converge verso l’Unità Divina ordinata secondo gradi di perfezione rappresentati dai cerchi concentrici delle sfere planetarie e celesti. Nell’uomo esiste un principio divino, l’Anima, che già durante l’esistenza terrena può condurlo alla contemplazione del Bene Supremo attraverso l’esercizio delle virtù e tramite la meditazione delle diverse entità angeliche. 

Un altro importante aspetto filosofico implicava l’idea che l’universo si riflettesse in ogni cosa esistente. L’uomo era concepito come un “piccolo mondo”, un Microcosmo identico per struttura e contenuto al Macrocosmo. I filosofi del Rinascimento, a partire da Ficino, immaginarono elaborati sistemi di corrispondenze tra gli astri del firmamento e le diverse parti dell’organismo umano. Su questi presupposti avvenne la rivalutazione della magia, dell’astrologia e dell’alchimia, arte ermetica per eccellenza. Tali scienze avrebbero aiutato l’uomo a capire i segreti legami che mantengono unito l’universo e influiscono sul comportamento umano. Così le antiche divinità astrali, Saturno, Giove, Marte, Venere, Mercurio, il Sole e la Luna, tornarono a rivestire il ruolo di spiriti potenti e temibili a cui si potevano rivolgere preghiere e interrogazioni per conoscere la sorte degli uomini. Attraverso la costruzione di amuleti, lo svolgimento di particolari riti e la realizzazione di specifiche operazioni, l’uomo avrebbe potuto difendersi dalla potenza degli astri, celata anche nelle pietre e nei metalli, ottenendo la facoltà di catturarla e di servirsene per un’elevazione spirituale. 

Alla filosofia ermetica si ispirò il poeta Ludovico Lazzarelli (1450 - 1500), autore di un’opera illustrata con figure tratte dai cosiddetti Tarocchi del Mantegna, il De gentilium imaginibus deorum e alle operazioni alchemiche fece riferimento anche l’anonimo autore dei Tarocchi Sola Busca (ca. 1490). 

All’inizio del Cinquecento alcune immagini dei tarocchi, come la Luna e il Sole, vennero modificate sulla base dei trattati iconologici del tempo, e, mentre la figura della Torre si arricchì di contenuti biblici (La distruzione della casa di Giobbe), altre furono rese aderenti all’iconografia ermetica. Nella carte delle Stelle, infatti, è rappresentata l’origine astrale dell’anima secondo la concezione platonica, mentre nella carta del Mondo è raffigurata quell’Anima Mundi che, secondo Ficino, rappresenterebbe l’elemento mediatore tra l’uomo e Dio.

Verso il primo decennio del Quattrocento, il Principe Francesco Antelminelli Castracani Fibbia ideò a Bologna, dove risiedeva, i prodromi di questo gioco di carte che iniziò a diffondersi in Italia verso gli anni '40 dello stesso secolo, per diffondersi rapidamente nel Cinquecento  in tutta Europa. I tarocchi erano usati originariamente in giochi con regole vicine a quelle degli scacchi e proprio per questo suo carattere “ingegnoso”, il Ludus Triumphorum venne esplicitamente omesso nelle ordinanze contro i giochi d’azzardo emanate nel corso del Quattrocento. 

Grazie ai numerosi documenti rinascimentali sappiamo che nei salotti aristocratici il gioco dei Trionfi era al centro di raffinati divertimenti che consistevano, ad esempio, nell’inventare sonetti cortesi o nel rispondere a domande di vario tipo attinenti alle carte estratte dal mazzo. Un’altra usanza molto diffusa, sopravissuta fino all’Ottocento, consisteva nell’appropriare le figure dei Tarocchi a persone famose scrivendo su di loro sonetti, o semplicemente motti, a volte elogiativi, altre volte burleschi o decisamente satirici. Nel Settecento si sviluppò una ricca produzione di tarocchi con scene fantastiche, ispirate al mondo animale, alla storia, alla mitologia, ai costumi dei vari popoli. 

Ma poiché era gioco e d’azzardo, con tutte le conseguenze che ciò comportava, fin dal Cinquecento la Chiesa intervenne per reprimerlo. Dopo appena cento anni dalla loro creazione, il significato cristiano della Scala Mistica sul quale era strutturato il loro ordine, venne dimenticato. Infatti già sull’inizio del XVI secolo un anonimo monaco predicatore si accaniva contro i Trionfi definendoli “opus diaboli” e giustificava la sua affermazione asserendo che l’inventore di questo gioco, per trascinare gli uomini al vizio, aveva deliberatamente usato figure solenni quali il Papa, l’Imperatore, le virtù cristiane e persino Dio. Il buon religioso scrive inoltre che “Se il giocatore pensasse al significato delle carte, se ne starebbe alla larga. Infatti nelle carte c’è una quadruplice differenza. Lì infatti ci sono i denari che corrono via dalle mani dei giocatori. E questo significa l’instabilità del denaro nel giocatore, perché devi pensare che quando entri nel gioco i tuoi denari andranno alla malora perché perderai. Ci sono anche le coppe a mostrare a qual punto di povertà arriverà il giocatore, perché privo di bicchiere si servirà per bere di una coppa. Ci sono anche i bastoni. Il legno è secco per suggerire l’aridità della grazia divina nel giocatore. Ci sono poi da ultimo le spade a significare la brevità della vita del giocatore poiché per lo più uccidono ecc. Infatti nessun genere di peccatori è così disperato come quello dei giocatori. Quando perde e non può avere il punto desiderato, la carta o il trionfo, percuote la croce nel denaro, bestemmiando Dio o i santi, e getta via con rabbia i dadi dicendo a se stesso ‘Che me sia moza la mano ecc.’ Molto facilmente si arrabbia con il compagno che lo deride e continuamente sorgono delle offese e ci si picchia ecc..”. L’anonimo predicatore termina poi con la frase canonica “O giocatore scuotiti in tempo perché finirai male”. 

Nonostante la condanna della Chiesa i tarocchi continuarono a diffondersi, tanto che a partire dal secolo XVIII l’Italia importò tarocchi dalla Francia, in particolare quelli della variante “Marsigliese” alla quale si ispirarono i fabbricanti piemontesi e lombardi per rinverdire la loro produzione. Poi, incalzati da giochi più moderni, i tarocchi sparirono lentamente. Oggi sono diffusi in pochi centri della Sicilia, dell’Emilia, della Lombardia, del Piemonte e della Francia sud-orientale. Nel frattempo, tuttavia, le immagini dei tarocchi erano state oggetto di manipolazioni e interpretazioni esoteriche che le portarono ad essere considerate “icone magiche”.

La nascita dei tarocchi come strumento magico avvenne alla fine del Settecento, in pieno illuminismo, ad opera di un “archeologo” a quell’epoca molto famoso, Antoine Court de Gébelin, affiliato alla Massoneria francese: “Se ci apprestassimo ad annunciare che, ai giorni nostri, sussiste un’Opera che contiene la più pura dottrina degli Egizi sfuggita alle fiamme delle loro biblioteche chi non sarebbe impaziente di conoscere un Libro tanto prezioso e straordinario. Questo libro esiste e le sue pagine sono le figure dei tarocchi”. 

Per giustificare le sue affermazioni Court de Gébelin spiegò che la parola Tarocco sarebbe derivata dall’egizio Ta-Rosch = Scienza di Mercurio (Ermete per i Greci, Thoth per gli Egizi), indicandone le numerose proprietà magiche. Queste teorie vennero riprese da un altro massone, Etteilla, pseudonimo di Jean Francois Alliette: “Il Tarocco è un antico libro egiziano le cui pagine contengono il segreto di una medicina universale, della creazione del mondo e del divenire della razza umana. Esso venne ideato nel 2170 a.C. durante un convegno di 17 maghi presieduto da Ermete Trismegisto. Poi fu inciso su lamine d’oro che furono poste attorno al fuoco centrale del Tempio di Menfi. Infine, dopo varie peripezie, venne riprodotto da vili incisori medievali in maniera tanto inesatta da snaturare completamente il senso”. 

Etteilla restituì ai tarocchi quella che lui riteneva la forma primitiva, ne rimodellò l’iconografia e lo battezzò Libro di Thot. L’eredità del neoplatonismo e dell’ermetismo rinascimentale risulta evidente nelle manipolazioni operate da Etteilla. Infatti, nei primi otto Trionfi riprodusse le frasi della Creazione; nei quattro successivi evidenziò le virtù che conducono le anime degli uomini al cospetto di Dio; mentre negli ultimi dieci trionfi rappresentò i condizionamenti negativi a cui sono sottoposti gli esseri umani. Le 56 carte numerali furono interpretate come le sentenze divinatorie per i mortali. 

Grazie a queste rivelazioni esplose la moda della cartomanzia, ma molti anni dopo l’aspetto mistico del Libro di Thot venne rivalutato da Eliphas Levi. Egli denunciò gli errori di Etteilla affermando che i 22 Trionfi corrispondevano alle 22 lettere dell’alfabeto ebraico. Ne spiegò il rapporto con le operazioni magiche, col simbolismo della Massoneria e soprattutto con i 22 sentieri dell’Albero della Qabbalah, che riflettevano l’identica struttura dell’uomo e dell’Universo. Percorrendo i 22 Canali della “Sapienza Suprema” l’anima dell’uomo poteva giungere alla contemplazione della “Luce Divina”. 

Le teorie di Levi furono riprese da numerose fratellanze occultistiche. Ognuna di esse realizzò un nuovo mazzo di tarocchi conforme alla propria filosofia. Per alcune l’obiettivo degli iniziati doveva tendere alla realizzazione di un grande “Tempio Umanitario” finalizzato alla creazione del “Regno dello Spirito Santo” fondato sull’ esoterismo comune a tutti i culti. Per altre i tarocchi avrebbero rappresentato le tappe di un percorso individuale di elevazione mistica o anche di esaltazione psichica grazie al conseguimento di grandi poteri magici.

L'utilizzo delle carte per uso magico fu pratica diffusa nei secc. XVI e XVII tanto che i tribunali inquisitori intervennero a più riprese per condannarla. A Venezia nel 1586 l' Inquisizione prese provvedimenti in seguito all'uso di carte di tarocchi in un rituale svolto su un altare e così a Toledo nel 1615.

Un rapporto indiretto delle carte con  la divinazione si trova in alcuni libri di sorte italiani e tedeschi dove le carte da gioco servivano esclusivamente come strumento per ottenere punteggi e combinazione di numeri e figure, rimanendo del tutto estranea ad esse qualsiasi valenza cartomantica e simbolica. Ne è un esempio l'opera Le Ingegnose Sorti di Marcolino da Forlì apparsa a Venezia nel 1540.

Da diverse testimonianze scritte del tempo siamo a conoscenza che la cartomanzia  era alquanto diffusa. Merlin Cocai (pseudonimo di Teofilo Folengo) nella sua opera, il Chaos del Tri per uno del 1527, scrive in forma letteraria una sorta di lettura divinatoria con i tarocchi simile a quella usata attualmente, mentre dalla Spagna del 1538 (come ha evidenziato lo storico dei tarocchi Ross. G. Caldwell) ci giunge un documento redatto da  un certo Pedro Ciruelo in cui egli, accanto ai dadi e ai fogli scritti, inserisce la lettura delle carte (in questo caso fatta con i naipes, cioè con le carte numerali e di corte) quali strumento per divinare (Adivina por las suertes). 

Sappiamo che nella Spagna del Seicento l'uso della cartomanzia era alquanto diffuso, ma è alla Bologna del Settecento che appartiene il primo documento conosciuto in cui troviamo l’elenco delle carte con i relativi significati divinatori. Tuttavia fu soltanto a partire dal secolo XIX che i cartomanti si moltiplicarono a vista d’occhio, soprattutto in Francia, grazie alle stupefacenti rivelazioni di Court de Gebelin, di Etteilla e delle fratellanze occultistiche. Si ammette comunemente infatti che tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento i tempi fossero propizi a profeti e indovini, e non solo in Francia, grazie all’incertezza della situazione politica e all’accentuarsi di una grave crisi economica.

Tra i tanti indovini di quell’epoca viene spesso ricordata Madamoiselle Le Normand, che seppe costruirsi una fortuna curando abilmente la propria immagine pubblica.  Nei suoi libri afferma di essere stata la confidente dell'Imperatrice Giuseppina e di aver letto regolarmente le carte a personaggi della statura di Marat, Danton, Robespiere, Madame de Stael e Talleyrand. La “Sybille des Salons”, come veniva chiamata la Le Normand, fu seguita da una folta schiera di indovine che cercarono di trarre profitto dalla loro arte dichiarandosi allieve e discepole o eredi della più illustre sibilla. 

Altre idearono nuovi mazzi cartomantici basandosi sui Tarocchi Egiziani di Etteilla oppure sulle carte da gioco francesi. Intorno al 1850 la divinazione con i tarocchi e le carte da gioco in generale era ormai divenuta una tecnica divinatoria estremamente popolare in tutta Europa. In quegli stessi anni, la rinascita delle filosofie esoteriche diede nuovo vigore alle arti magiche in generale e alla cartomanzia in particolare.

Nel corso dell’Ottocento vennero stampati, soprattutto in Francia, Italia e Germania, almeno un centinaio di originalissimi mazzi da divinazione che, nella maggioranza dei casi, non avevano niente a che vedere con i tarocchi, ma piuttosto con i libri di interpretazione dei sogni o con la cosiddetta Cabala del Lotto.

Si può dire che da allora questa moda non abbia conosciuto crisi, fatta eccezione per i periodi bellici. A torto, secondo noi, i sociologi si interrogano sulle cause di quello che viene considerato oggi un ritorno all’irrazionalità, ma che invece è più giusto vedere come una presenza che testimonia il bisogno costante, nella storia occidentale, di certezze “superiori”. Al di là dell’aspetto divinatorio occorre poi considerare l’aspetto artistico. Nella creazione dei mazzi da divinazione si sono spesso cimentati estrosi grafici e pittori le cui opere testimoniano non solo il gusto personale, ma anche la sensibilità artistica e la tendenza estetica dell’epoca alla quale sono appartenuti.

I tarocchi sono formati da 78 carte, dette anche "lame" a partire dall'esoterista ottocentesco Paul Christian (pseudonimo di Jean-Baptiste Pitois), seguace di Court de Gébelin ed Eliphas Levi. Il gruppo degli "Arcani maggiori" è costituito da 22 carte illustrate con figure umane, animali e mitologiche, anticamente chiamate "Trionfi". Il gruppo degli "Arcani minori" consta di 56 carte suddivise nelle 4 serie di semi della tradizione italiana: denari, coppe, spade e bastoni (anche se, in alcuni casi, i nomi dei semi si adattano alla tradizione locale). Ogni serie, costituita da 14 carte, include 4 figure, definite anche "onori" o "carte di Corte" (Fante, Cavaliere, Regina e Re), e 10 carte numerali.

I tarocchi furono creati certamente come gioco di carte didattico; in particolare la sequenza dei Trionfi fu pensata per l'insegnamento della dottrina cattolica; in seguito sono stati usati per diversi giochi di carte a scopo ludico. A partire dal XVIII secolo, inizialmente in Francia con il celebre Etteilla (pseudonimo di Jean-François Alliette), i tarocchi sono stati usati a scopo divinatorio e sono diventati uno strumento molto utilizzato nella cartomanzia.

Secondo alcune ipotesi storiografiche, sino al 1500 le carte furono soprannominate Ludus triumphorum. Tuttavia, l'allusione ai Trionfi è da sempre controversa. Sono state ipotizzate alcune possibilità:

un rapporto diretto con un'opera letteraria omonima, Triumphi, di Francesco Petrarca, le cui sei allegorie sono state spesso rappresentate in modo simile alle icone trionfali dei tarocchi: Trionfo dell'Amore = Amanti (Arcano VI), Trionfo della Castità = Temperanza (Arcano XIV), Trionfo della Morte = Morte (Arcano XIII), Trionfo della Fama = Giudizio (Arcano XX), Trionfo del Tempo = Eremita (Arcano IX), Trionfo dell'Eternità = Mondo (Arcano XXI);
un rapporto con i carri trionfali che nel Medioevo accompagnavano le processioni carnevalesche.
A partire dal 1600 circa, ovvero circa un secolo dopo la creazione del mazzo più antico oggi conosciuto (i Tarocchi milanesi classificati come Visconti-Sforza), in Italia fu utilizzato il termine tarocco (o tarocchi) la cui etimologia è tuttora oscura.

Tuttavia, secondo alcune correnti d'indagine, la definizione corretta non sarebbe da cercare nel termine tarocco (o tarocchi) ma nel lemma Tarot (sostantivo singolare), peraltro usato a livello linguistico in maniera internazionale. Secondo questo approccio sarebbe possibile cogliere il significato più profondo di questa parola solo accettando la necessità di un opportuno sistema di decodifica. Per esempio, gli esperti hanno rilevato che analizzando Tarot si ottiene Rota, che in latino significa Ruota (cioè la Ruota astrologica al centro della via dei Tarocchi che, per sua natura, è caratterizzata dalla circolarità, parimenti espressa dalla presenza delle due T all'inizio ed alla fine della parola stessa).

Oppure hanno evidenziato che in Tarot è contenuta la voce Tora, testo sacro ebraico; o che Tar-ro, in egizio, vuole dire “Via Regale,” e così via.

Risale ad un periodo anteriore al 1447 la creazione di un mazzo per il duca milanese Filippo Maria Visconti (morto nel 1447). Questo gioco è oggi il più antico tra quelli conosciuti ed è conservato alla Yale University Library di New Haven (Connecticut). Un altro mazzo praticamente identico a questo, ma più frammentario, è conservato alla Pinacoteca di Brera a Milano. In entrambi i casi tutte le carte sono miniate col fondo in foglia d'oro o d'argento e lavori di punzonatura. Il loro prezzo non è pervenuto ma era certamente molto alto in quanto simili opere erano riservate solo alle corti signorili.

Questi Tarocchi furono quasi certamente dipinti dal pittore di corte Bonifacio Bembo, come si evince dalle affinità stilistiche con altre opere dello stesso artista. Ulteriori frammenti di mazzi sono di origine ferrarese: per esempio i Tarocchi detti di Carlo VI conservati alla Biblioteca Nazionale di Parigi; quelli detti "di Alessandro Sforza" conservati al Museo di Castel Ursino a Catania; quelli di Ercole I d'Este conservati alla Yale University Library. Il fatto che quasi tutti questi giochi (ed altri più recenti) siano giunti incompleti è evidentemente legato alla fragilità del supporto cartaceo ed alle citate persecuzioni che subirono le carte da gioco (spesso soggette a roghi oppure sciolte nel macero per ricavarne cartapesta da riutilizzare).

Non prima del 1450 fu realizzato il mazzo più completo a noi pervenuto, cioè i Tarocchi di Francesco Sforza, legato ai Visconti nel governo del ducato di Milano. Lo stemma ed il motto Visconteo "à bon droyt" compaiono assieme ai simboli araldici della famiglia (un sole raggiante; tre anelli con diamanti intrecciati; il biscione). Il mazzo, conservato in tre gruppi separati, si trova presso l'Accademia Carrara di Bergamo (26 carte), la Pierpont Morgan Library di New York (35 lame) e la famiglia Colleoni di Bergamo (proprietaria di 13). Questi mazzi e le loro varianti si diffusero nell'Italia settentrionale con diverse interpretazioni illustratrive: per esempio, nella versione ferrarese la Luna è rappresentata da uno o due astrologi, mentre in quella viscontea una donna tiene una mezza luna nella mano destra; nei Tarocchi ferraresi il Matto è un buffone tormentato da alcuni bambini mentre in quelli lombardi è un mendicante gozzuto (evidente allusione al gozzo, cioè la tipica malattia dei montanari della zona prealpina). A volte i mazzi erano realizzati in occasione di matrimoni signorili ed in tal caso gli emblemi dei due sposi erano dipinti sulla carta dell'Innamorato.

Le tecniche che nel corso dei secoli si sono susseguite per la creazione dei Tarocchi e per le carte da gioco sono state innumerevoli. È presumibile che anticamente fossero vergati su pergamena o incisi su tavolette di legno; nei secoli successivi, si passò dall'uso degli stampi in legno di pero (o affini per morbidezza e robustezza) come matrice per i tratti, congiuntamente agli stampini (i cosiddetti pochoirs o stencil) per l'applicazione dei colori. Verso la metà del XV secolo, le tecniche di stampa furono perfezionate prima con la xilografia, poi con la calcografia e, alla fine del secolo, con l'invenzione dei caratteri mobili.

Il progresso della stampa fece nascere le prime fabbriche di mazzi di tarocchi, che erano stampati su foglio unico, numerati, rozzamente colorati e tagliati. Il prezzo era superiore alle carte comuni, dato il maggior numero, come ci informa un registro fiscale bolognese del 1477. Tuttavia la stampa introdusse sul mercato mazzi a basso costo che favorirono la diffusione del gioco. Nell'Ottocento, in concomitanza con la rivoluzione industriale, si passò all'uso delle macchine di stampa quadricromiche (che modificarono notevolmente i colori più antichi di certi cartai) ed oggigiorno i Tarocchi sono disegnati e riprodotti soprattutto mediante tecnologia informatica (penne grafiche e digitalizzazione).

Uno dei modelli di ricerca più conosciuti dal grande pubblico è appunto quello che tratta il tema dal punto di vista storico, concentrandosi cioè sui documenti, di qualunque natura siano, che li riguardano. Nel complesso, questo tipo di approccio sostiene che i Tarocchi, creati in Italia nella metà del Quattrocento circa, avrebbero avuto una primitiva funzione ludico-artistica, cioè sarebbero stati un passatempo ricreativo analogo ai giochi di carte da cui, probabilmente, deriverebbero.

Il credito di cui gode questa teoria da un lato deriva dal fatto che il mazzo più antico oggi conosciuto è quello quattrocentesco dei Visconti, dall'altro dal fatto che i ricercatori, più o meno consapevolmente, sembrano essersi tutti accontentati di seguire pedissequamente una linea già definita. Tuttavia, se è innegabile che i Tarocchi, nel corso delle epoche, abbiano anche svolto questa funzione, è indispensabile sottolineare che l'esclusività di questo ruolo non è mai stata acclarata in via conclusiva.

Rispetto al gioco dei Tarocchi, purtroppo manca una doviziosa documentazione scritta prima del XVI secolo che ci ragguagli sia sull'uso che sulla disposizione delle carte, e non ci sono pervenuti manuali di un periodo antecedente il XVIII secolo. Inoltre, una ricostruzione delle regole è praticamente impossibile sia perché queste variavano da città a città sia perché i tipi di giochi erano molto numerosi e caratterizzati da strategie particolarmente complesse. Ciononostante, conosciamo alcune indicazioni di base. Per esempio, i partecipanti potevano essere da due a sette; era permesso lanciare segnali ai giocatori e scommettere sulla posta; ciascuno poteva tenere in mano fino venti carte; si trattava di un gioco di presa, in cui si calava una volta a testa e si era obbligati a rispondere al seme o alla carta in modo ciclico. Le briscole, ossia i Trionfi (gli Arcani Maggiori), avevano maggior valore delle carte numerali, compreso l'Asso (privo di una posizione di privilegio).

La numerazione dei Trionfi permetteva a quello più alto di vincere su quello più basso. Il Matto non entrava nel gioco (valeva solo come punteggio) ed alla fine della partita vinceva chi aveva totalizzato il massimo dei punti. Come già anticipato, a causa dello sfrenato uso che dei giochi di carte si fece, sia presso i ceti popolari che quelli aristocratici o religiosi, cominciarono ad apparire divieti ed invettive tra cui, nel 1480, il 'Sermones de ludo cum aliis' dove un anonimo predicatore domenicano si scagliava contro l'uso dei Tarocchi, ed in particolare dei Trionfi. Tale documento riveste un interesse peculiare poiché riporta l'elenco delle figure con i nomi e la disposizione attualmente noti, seppur accompagnati da note di profondo sdegno per il fatto che Angeli, Virtù cardinali, Imperatore e Papa e perfino Dio Padre fossero raffigurati in un gioco profano. Il predicatore terminava condannando l'inventore del mazzo, cioè il Diavolo, colpevole di trascinare l'uomo nel vizio. La pratica di condannare il gioco di carte era così diffusa che persino San Bernardino da Siena le stigmatizzò in un famoso sermone tenuto a Bologna nel 1423, dopo il quale fu acceso un rogo per bruciare mazzi di carte, dadi ed altre vanità.

Poiché nei secoli successivi i vari governi tentarono di reprimere o almeno limitare il gioco senza risultati convincenti, si giunse al compromesso di tassare le carte e creare disposizioni di fabbricazione e commercio in modo da scoraggiare evasioni, contraffazioni e contrabbando. Il bollo, ora non più in uso, era applicato solitamente sull'Asso di Denari.

L'uso dei tarocchi come carte da gioco si trova ancor oggi in molte aree italiane e francesi. Il tarocco siciliano è ancora giocato in quattro paesi della Sicilia:Barcellona Pozzo di Gotto, Calatafimi, Tortorici e Mineo. A Bologna si usa il tarocchino bolognese, le cui regole originali sono conservate dall'Accademia del tarocchino bolognese. A Pinerolo si usa il tarocco ligure-piemontese. In Francia si usa il Tarot nouveau; qui le regole sono fissate dalla Fédération Française de Tarot.

Oltre a questo tipo di passatempo, i Tarocchi furono utilizzati come giochi di abilità verbale. Nelle lunghe serate a corte, infatti, non di rado si utilizzavano le figure per comporre frasi e motti che dovevano ispirarsi alle carte estratte ed i 22 Trionfi potevano anche essere abbinati (o appropriati, come si diceva) a persone e gruppi, specialmente gentildonne oppure note cortigiane. Molti di questi sonetti sono giunti fino a noi: poesiole comiche, satiriche, mordaci, scritte solitamente in ambiente cinquecentesco.

Probabilmente, in questo ambito colto vanno a collocarsi due mazzi: quello cosiddetto del Mantegna ed il Tarocco Sola-Busca, realizzato con la tecnica dell'acquaforte tra il XIV e il XV secolo. In quest'ultimo le 22 carte dei Trionfi raffigurano guerrieri dell'antichità classica e biblica, mentre le carte numerali rappresentano scene della vita quotidiana e, in parte, operazioni di alchimia, come ha dimostrato nel 1995 la studiosa Sofia di Vincenzo.

Anche Pietro Aretino si occupò di Tarocchi nella sua opera Le carte parlanti che ebbe un discreto successo e godette di varie ristampe.

Negli ultimi secoli si è sviluppato un secondo modo di operare nell'indagine conoscitiva dei Tarocchi definibile un modello esoterico ed occulto. Già dalla fine del Settecento, gli esponenti di questa corrente di pensiero nel complesso, pur con diverse interpretazioni, sostengono che queste immagini sono un Libro di Saggezza proveniente dai tempi più remoti e ne fanno risalire la nascita all'antico Egitto.

Scorrendo in rapidissima e non esaustiva rassegna i diversi autori, troviamo che una delle prime dichiarazioni in tal senso fu quella del pastore e studioso francese Antoine Court de Gébelin che nel 1781 ricopriva da anni la carica di censore reale sotto Luigi XV.

De Gébelin, anche presidente del Musée, rinomata società letteraria parigina del tempo, era una figura di spicco di certi ambienti francesi, amico degli enciclopedisti Diderot e d'Alembert, degli scienziati Franklin e Lalande, dei teorici della rivoluzione Danton e Camille Desmoulins e dell'eroe dell'indipendenza statunitense La Fayette, iniziati presso la loggia massonica Le Nove Sorelle della quale fu Maestro Venerabile per due anni. Per queste ragioni, diversamente da quanto accade oggi, ciò che de Gébelin scrisse sui Tarocchi, ai suoi tempi, di cui riportiamo una breve e significativa sintesi, fu giudicato di grande interesse senza essere deriso o schernito come una stravaganza:

« Se ci apprestassimo ad annunciare che, ai nostri giorni, sussiste un'Opera degli antichi Egizi sfuggita alle fiamme che hanno distrutto le loro superbe biblioteche, un'Opera che contiene la più pura dottrina degli egizi, chi non sarebbe impaziente di conoscere un Libro tanto prezioso, tanto straordinario! E se aggiungessimo che questo Libro è molto diffuso in gran parte dell'Europa, che da secoli va per le mani di tutti riguardato come un mazzo di strane figure prive di senso! Chi non penserebbe che scherziamo o che vogliamo approfittare della credulità degli ascoltatori? E tuttavia quanto sostengo è rigorosamente vero: questo Libro egizio, il solo rimasto delle loro superbe Biblioteche, esiste ai nostri giorni e, fatto stupefacente, esso è talmente comune che nessuno, prima di noi, ne aveva intuito l'illustre origine...questo libro è il gioco dei Tarocchi. »
Nel 1783 un indovino di moda, Aliette, sotto lo pseudonimo di Eteilla (1750-1810), creò un tarocco fantasioso che pose in relazione con l'astrologia e la cabala ebraica.

Alphonse Louis Constant, alias Eliphas Lévi (1816-1875), nonostante il grande intuito, disdegnò i Tarocchi di Marsiglia trovandoli "exoterici" e, in Dogma e Rituale dell'Alta Magia, propose una versione "esoterica" del Carro, della Ruota di Fortuna e del Diavolo. Inoltre, collegò i 22 Arcani Maggiori con l'alfabeto ebraico e la mistica ebraica e rinnegò i 56 Arcani Minori considerandoli di poco valore. Concentrandosi in via quasi esclusiva sui Maggiori, li aveva descritti grazie alla Cabala giungendo a considerarli quali chiavi universali per l'accesso a tutti gli antichi dogmi religiosi.

Gérard Encausse, sotto lo pseudonimo di Papus (1865-1917), seguendo le idee di Lévi, si permise di creare Tarocchi con i personaggi egizi illustranti una struttura cabalistica.

Arthur Edward Waite, per far combaciare i Tarocchi con le 22 vie dell'Albero della Vita che uniscono le 10 sephirot della medesima Tradizione cabalistica, scambiò il numero VIII della Giustizia con il numero XI della Forza; trasformò l'Innamorato in Gli Amanti; rivisitò a suo modo il Matto, spogliandolo di qualunque valenza esoterica, falsificando in questo modo il significato di tutti gli arcani.

Aleister Crowley, occultista appartenente all'Ordo Templi Orientis, cambiò anche i nomi, i disegni (e quindi il significato) e l'ordine delle carte: la Giustizia diventa il Giudizio; Temperanza diventa l'Arte; il Giudizio diventa Eone ed i Fanti ed i Cavalieri, eliminati, sono sostituiti da Principi e Principesse.

Oswald Wirth, occultista svizzero massone e membro della Società Teosofica, disegnò da sé i propri Tarocchi introducendo negli arcani non soltanto abiti medievali, sfingi egizie, numeri arabi e lettere ebraiche al posto dei numeri romani, simboli taoisti e la versione alchemica del Diavolo inventata da Éliphas Lévi, ma si ispirò anche alla grossolana versione di Court de Gébelin.

All'inizio del Novecento un noto autore, Paul Marteau, nel suo libro Le Tarot de Marseille riprodusse le sue carte. Questo evento, insieme a tutte le deviazioni di cui sono stati oggetto i Tarocchi in questi ultimi due secoli, ha rappresentato il "colpo di grazia" per i Tarocchi di Marsiglia. Infatti Marteau, commise due grandi errori: per un verso il suo mazzo è soltanto un'approssimazione dell'originale (i disegni sono, infatti, l'esatta riproduzione dei Tarocchi di Besançon pubblicati da Grimaud alla fine del XIX secolo, che a sua volta riproducono altri Tarocchi di Besançon pubblicati da Lequart e firmati "Arnault 1748." ); inoltre, modificò alcuni dettagli originali, forse per imprimere il proprio marchio e poter commercializzare il "prodotto" incassandone i diritti d'autore. Per di più, conservò i quattro colori di base imposti dai macchinari tipografici invece di rispettare gli antichi colori delle copie dipinte a mano.

In generale, da sempre il mondo accademico contemporaneo schernisce il modo di procedere esoterico valutandolo un'inammissibile sciocchezza od un colpo ad effetto privo di alcuna attendibilità: perfino chi non dubita della validità e dell'onestà intellettuale di certi esponenti si interroga se dar credito a conclusioni all'apparenza tanto azzardate. Si tratta di una questione fondamentale che, lungi dall'essere un caso isolato, non può essere liquidata sommariamente. In generale, infatti, qual è il punto debole del modus operandi occulto? Per comprenderlo, è necessario sapere che i principi adottati come presupposti di ricerca sono riassumibili in questo modo:

Gli esoteristi hanno ipotizzato che il mazzo d'origine, i Tarocchi di Visconti-Sforza, fossero imperfetti e per questo bisognosi di modifiche e miglioramenti. Quest'idea ha condotto al tentativo di “perfezionare” il loro simbolismo nel corso delle generazioni e ha portato all'incredibile numero di mazzi, dal presunto valore esoterico, ridisegnati negli ultimi secoli.
Non è mai stata data particolare rilevanza alla pura rappresentazione dei disegni; ciò che contava è sempre stato, principalmente, il loro valore come simboli. In sostanza, non aveva importanza come un oggetto fosse rappresentato, quanto che senso gli si potesse attribuire. In questo modo si è creata una notevole divergenza di pareri in merito al significato simbolico ed un contemporaneo disinteresse rispetto a come i tratti, i colori ed in generale le immagini dovessero essere o fossero state eseguite.
Il numero complessivo delle carte, 78 (22 Arcani Maggiori + 56 Arcani Minori) e la posizione dei soggetti raffigurati, in relazione alla sequenza numerica, di volta in volta non sono stati giudicati essenziali. Per questo, coloro che si sono dedicati ad una rielaborazione dei Tarocchi hanno creato mazzi con numeri di Arcani spesso diversi e con immagini collocate in maniera arbitraria e variegata.
Nel complesso si può riconoscere che tutti coloro che si sono cimentati nella spiegazione di un significato occulto dei Tarocchi si sono trovati nell'impossibilità di dimostrare in maniera oggettiva ed inconfutabile la veridicità delle loro affermazioni. È un'insidia legata alla connotazione soggettiva, interpretativa, in un certo senso personale, empirica ed interiore che questa prassi reca in sé. Questo si deve al fatto che il modello occulto ha da sempre tentato di dimostrare un contenuto sapienziale dei Tarocchi mediante la comparazione tra questi e gli antichi testi di molteplici tradizioni mistico-religiose (la Cabala, l'Alchimia, l'Astrologia, il Cristianesimo, il Buddhismo, l'Induismo, etc…), cercando di estrapolare il significato dei primi attraverso i secondi. Tuttavia, poiché in questo tipo di ricerca è sempre mancato un riferimento critico oggettivo, cioè un criterio di orientamento autonomo a garanzia della correttezza delle deduzioni ricavate, si è prodotta una ridda di esegesi che ha generato la più totale confusione.

In pratica, la visione di ogni occultista ha seguito le sue idee, la sua personalità, la sua formazione fino a prescindere, in un certo senso, dal contenuto oggettivo grafico presente nei Tarocchi stessi.

Gli esoteristi si difendono dalle critiche mosse contro questa modalità d'indagine ribattendo che chi non è iniziato a certi misteri e non possiede un intimo sapere esoterico non può comprendere il senso ermetico e profondo dei Tarocchi. Eppure, proprio l'esistenza di una sterminata e multiforme letteratura sembra una testimonianza più che convincente del fatto che questo modello di analisi non sia stato particolarmente efficace e in grado di offrire risposte definitive ed inequivocabili.

I tarocchi del Mantegna probabilmente inciso prima del 1467, questo mazzo di 50 carte fu erroneamente attribuito ad Andrea Mantegna, ma per lo stile è collegato all'ambito ferrarese. Questo tarocco non ha alcun riferimento iconografico alle carte Visconti-Sforza: mancano infatti totalmente i semi e in parte gli onori (ossia Fante, Cavallo, Regina, Re) nonché i classici Trionfi, a parte alcune allusioni al Matto e all'Imperatore.

Il mazzo, di cui si conoscono due serie soprannominate E ed S, è suddiviso in cinque gruppi di dieci carte. L'ordine numerico corrisponde a una precisa gerarchia d'importanza.

Ogni gruppo inizia con Le condizioni umane, prosegue poi con Apollo e le Muse, le Arti e le scienze , con particolare riferimento alle Arti Liberali , ossia a quel complesso di conoscenze teoriche considerato indispensabile all'uomo libero. Nel Medioevo cristiano erano considerate superiori alle Arti meccaniche tra cui figuravano quelle visive. Successivamente si passa agli Spiriti e alle Virtù, poi ai Pianeti e le Stelle dell'Universo, aderenti alla classica visione di Tolomeo e infine all'Ottava Sfera, al Primo Mobile e alla Prima Causa, cioè Dio.

Non sappiamo come veniva usato questo mazzo: più che carte da gioco, i tarocchi del Mantegna sembrerebbero un'opera didattica e istruttiva, cosa tutt'altro che rara in epoche in cui la diffusione delle idee non aveva la velocità odierna. Il contenuto stimolava quindi il giocatore ad un'ascesa verso la perfezione, simile al viaggio di Dante dall'Inferno al Paradiso.

Non abbiamo riferimenti per la datazione dei tarocchi di Marsiglia così chiamati per la città della Francia che ha goduto di una posizione di monopolio nella produzione di questo tipo di carte pur non avendole inventate; sebbene i primi mazzi conosciuti risalgano al XVIII secolo, lo stile delle carte a semi italiani fa propendere per l'origine latina di questo tipo di mazzo, probabilmente diffusosi dalla Lombardia in territorio francese. Uno dei modelli più conosciuti dei tarocchi di Marsiglia fu inciso su legno dal francese Claude Burdel nel 1751.

Egli aveva contrassegnato Il Carro con le sue iniziali, mentre la sua firma per esteso compare sul 2 di denari. Le figure sono intere, e - relativamente agli Arcani maggiori - recano la denominazione in francese e sono contrassegnati da numeri romani. La morte non aveva nome. Le scritte erano in un francese sgrammaticato, spesso privo di accenti e apostrofi. Gli abiti delle figure, pur nella loro forte stilizzazione, si riferiscono a prototipi rinascimentali. Il mazzo fu poi rielaborato correttamente dal francese Grimaud, e ristampato nel XIX secolo.

I tarocchi di Besançon: il più antico mazzo di questo genere databile con certezza risale al 1746, e ne conosciamo sia il fabbricante - Nicolas Laudier - sia l'incisore, Pierre Isnard. Le eccezioni più notevoli sono i Trionfi II, la Papessa, trasformata in Giunone, e il V, il Papa, diventato Giove tonante.

Le Minchiate: comparso a Firenze, questo curioso mazzo di novantasette carte fu chiamato così con probabile attinenza al membro virile, ma anche per indicare che il gioco di carte non era da prendersi sul serio. Godette di grande fortuna soprattutto nell'Italia centro settentrionale, ma fu poi gradualmente abbandonato. Le Minchiate sono una curiosa variante regionale, completamente alterata, del tarocco tradizionale. Le prime trentacinque carte, dette Papi sono seguite da cinque carte chiamate Arie: la Stella, la Luna, il Sole, il Mondo e il Giudizio finale detto Le trombe. I semi sono Denari, Coppe, Bastoni, Spade. Gli onori sono detti Cartiglia e presentano centauri al posto dei cavalieri. Tra le altre carte mancano la Papessa e il Papa, mentre sono stati aggiunti il Granduca, le quattro Virtù Cardinali, le tre Teologali, i quattro Elementi, i dodici Segni zodiacali.

Bologna, che è stata uno dei centri in cui il gioco era più attivamente praticato, non ci ha lasciato alcun mazzo completo prima del XVII secolo. I questo periodo si giocava una nuova forma di tarocco a mazzo ridotto di 62 carte, anche se non abbiamo indicazioni precise sulla data in cui vennero eliminate determinate carte. I tagli erano relativi alle carte numerali, ad esclusione degli Assi. Né il tarocchino è l'unico esempio di contrazione del mazzo: a Venezia il gioco della Trappola prevedeva trentasei carte.

Il tarocchino bolognese trionfò in questo periodo grazie a vicissitudini particolari: tra il 1663 e il 1669 un artista bolognese fantasioso e versatile, Giuseppe Maria Mitelli (1634 - 1718) incise un libro sui tarocchini dedicato a Prospero Bentivoglio. I fogli dovevano poi essere tagliati e incollati dal giocatore.

In periodo della Controriforma e con sensibilità tutta barocca, il Mitelli trasformò il mazzo eliminando la figura della Papessa e ridisegnando i Trionfi. Così l'Appeso è un uomo condannato alla pena capitale che aspetta che il boia gli fracassi il cranio con un martello; la Stella è un mendicante che avanza nella notte con una lanterna; la Luna e il Sole sono ispirati ad Artemide e ad Apollo, il mondo è un globo sorretto da un gigantesco Atlante. Anche le carte numerali hanno disegni fantasiosi, mentre nell'Asso di denari l'artista ha inciso il suo ritratto con la firma.

Un altro tipo di tarocchino bolognese, che non è mai stato usato neppure per la divinazione, risale al 1725 e fu ideato dal canonico Montieri. L'autore aveva indicato le diverse forme di stati europei, audacemente situando Bologna sotto un governo misto, laico-clericale. Dal momento che la città era inserita nei domini dello Stato Pontificio, la cosa fu giudicata irrispettosa e l'audace prelato fu incarcerato.

Il senato bolognese trovò un accordo facendo sostituire le icone irriverenti con figure di mori. In una data non precisata della seconda metà del Settecento, il tarocchino fu uno dei primi mazzi che suddivise le figure in due metà speculari.

Grazie alla sua vicinanza alla Francia, ma forse anche per influenza dell'Italia settentrionale, il Piemonte conobbe e usò ben presto i tarocchi, che sono ancora uno dei pochissimi mazzi di questo genere in produzione. Intorno al 1830 una famiglia di Torino, i Vergnano, avviarono la produzione di un nuovo modello, oggi definito "Tarocco piemontese", simile ai Tarocchi cosiddetti “di Marsiglia. Tuttavia, come ha rilevato lo storico Giordano Berti, i Tarocchi di Vergnano si distinguono dalla produzione francese per lo stile e per il contenuto di alcune carte, in particolare per il Matto, vestito con i pantaloni a sbuffo, che insegue una farfalla; per il Bagatto, che ha sul tavolo gli strumenti del calzolaio; per il Diavolo, che ha un muso di felino che spunta dall’addome; per il Giudizio, detto Angelo, dove i morti emergono dalle fiamme, collegandosi con l'iconografia popolare delle anime del Purgatorio; per l’Asso di Coppe, un vaso colmo di fiori e frutti. 

Altra variazione rispetto al mazzo "marsigliese" è l'uso dei numeri arabi al posto di quelli romani.

Nella seconda metà di quel secolo, sulla base del mazzo di Vergnano fu introdotto il modello a due teste, senza dubbio utile ai giocatori che non dovevano girare le carte ogni volta che si presentavano rovesciate.

Lo straordinario interesse che si è sviluppato intorno ai tarocchi dall'Ottocento in avanti ha spinto numerosi artisti contemporanei a reinterpretare le misteriose figure. Fra gli italiani si possono ricordare Franco Gentilini, Renato Guttuso, Emanuele Luzzati, Ferenc Pinter e Sergio Toppi. Fra gli artisti non italiani spiccano Salvador Dalí e Niki de Saint-Phalle, autrice del fantastico Giardino dei Tarocchi costruito a Garavicchio, presso Capalbio. Le fumettiste giapponesi CLAMP hanno basato sui tarocchi la loro opera X, collegata a temi mistici e strutturata in una serie di 22 volumi, di cui 21 di fumetto e uno illustrato, ognuno dei quali è introdotto da un Arcano maggiore interpretato da un personaggio della serie.

Numerosi illustratori hanno realizzato nuovi mazzi, talvolta in collaborazione con storici e letterati. Per esempio, i Tarocchi di Dario Fo sono stati dipinti dal figlio Jacopo su progetto del Premio Nobel Dario Fo, mentre allo scrittore Giordano Berti si deve la sceneggiatura di dieci mazzi realizzati da vari illustratori.

A Riola, in provincia di Bologna, è stato istituito da tempo un Museo dei Tarocchi con un'ampia raccolta di carte.



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giovedì 14 maggio 2015

LA PAPESSA DEI TAROCCHI



La Papessa, rappresenta la sacerdotessa del mistero ovvero la conoscenza al femminile, rispettata e assecondata nei tempi più antichi come la via dell'intuito e del cuore, prima che la religione e la cultura virassero verso una ricerca più attiva, mascolina, improntata alla ragione e non più alla veggenza ed al segreto.
Sotto il suo manto porpora ed azzurro, i colori della spiritualità e della saggezza, si cela, dunque, l'immagine della Grande Madre cosmica, la Terra, conosciuta e adorata dagli antichi culti sotto il nome di Iside, Diana, Ishtar, Sequana. La Papessa, simbolicamente collegata alla Luna che regola l'emotività e la veggenza, è la signora dei saperi notturni, iniziatici e, per questo, preclusi alla maggioranza.


La figura della papessa è di origine medievale.
Si erano diffuse infatti voci sul fatto che Papa Giovanni VIII fosse stato in realtà una donna.
Tali voci, molto probabilmente infondate, attecchirono molto bene tra la popolazione, e contribuirono alla genesi di questa figura popolare di un papa donna, che ritroviamo anche nei tarocchi.


Nella cartomanzia rappresenta generalmente la conoscenza segreta e la dualità tra l'universo materiale e l'universo spirituale.

In alcuni mazzi antichi era chiamata La Fede, in particolare nel mazzo di Filippo Maria Visconti, che conteneva anche le carte della Speranza e della Carità.

La Papessa viene generalmente raffigurata come una sacerdotessa o una monaca che indossa un copricapo, una veste e un mantello. Un simbolo simile ad una croce può apparire sul copricapo oppure sulla veste; nei tarocchi Visconti-Sforza la croce appare su un bastone impugnato dal personaggio. Il copricapo generalmente è una triplice corona (tiara). In mano tiene un libro appoggiato in grembo, che può essere aperto o chiuso; anche quando il libro è aperto, la donna non lo legge, ma guarda dritto con sguardo fiero.

La donna siede su un trono, e in alcune raffigurazioni i suoi piedi sono appoggiati su un cuscino. Alle spalle della donna c'è un drappo con delle decorazioni. Nei mazzi più recenti il trono è affiancato da due colonne.

Nei tarocchi Rider-Waite le colonne hanno colori opposti (nero e bianco) con incise le lettere "B" (la nera) e "J" (la bianca), secondo la simbologia massonica. Il copricapo talvolta ha la forma di tre fasi lunari (crescente, plenilunio e ultimo quarto). Sul drappo, in alcuni tarocchi, sono dipinti fiori e frutti (melagrane), e sul rotolo che tiene in mano sono incise, in alcuni, le lettere "TORA", in altri, i simboli Yin e Yang. Ai piedi della donna c'è una falce di luna.

Fin dall'origine la Papessa simboleggia la fede, una delle tre virtù teologali del Cristianesimo.

Il mantello che ricopre parzialmente la veste simboleggia la conoscenza; la Papessa è Colei che sa, ma svela solo in parte il suo sapere. Il libro, per alcuni, rappresenta la Torah, che è la legge ebraica. La Papessa non ha bisogno di leggere perché ha già la conoscenza, e questo le dà modo di tenere alta la testa e fiero lo sguardo verso il futuro.

Le due colonne e il numero 2 con cui la carta è indicata rappresentano la dualità (la vita e la morte, il bene e il male e così via); questa dualità può essere sottolineata anche da altri simboli, come due file di pietre nella corona o due chiavi.

La tiara o il copricapo con le fasi lunari rappresentano l'essenza femminile e le tre fasi di essa (fanciulla, madre, anziana).

Nei tarocchi di Wirth-Knapp stringe nella sinistra due chiavi, «che aprono l'interno delle cose».

Nei tarocchi Rider-Waite le lettere "B" e "J" sono le iniziali di Boaz e Jakin, i nomi delle colonne del tempio di Salomone; simboleggiano la forza e la giustizia, principi della saggezza. La falce di luna, dove è presente, è simbolo femminile e simbolo religioso insieme; a seconda della tradizione simboleggia la Madonna, la Grande Madre o la dea Iside, quindi la chiaroveggenza, l'intuizione e la percezione dei mondi sottili.

Le melagrane raffigurate nel velo dei tarocchi Rider-Waite simboleggiano la purezza della conoscenza spirituale.

Nel velo dei Tarocchi di Marsiglia, invece, molti autori descrivono le fiaccole delle cerimonie della dea madre.
La Papessa rappresenta la conoscenza segreta in tutte le sue forme, come la legge, la scienza, il passato, il presente e il futuro. La dualità di questa carta rappresenta l'universo materiale e l'universo spirituale.

Quando l'Arcano esce al dritto oppure occupa una posizione favorevole nel gioco espleta al massimo i suoi significati benefici: tuttavia il successo e la completezza assicurati dalla carta non riguardano tanto il piano materiale dell'esistenza, quanto piuttosto la crescita interiore e le questioni dello spirito. Rappresenta tutto ciò che cresce lentamente attraverso un profondo processo di trasformazione e di silenzio. La Papessa, nell'interpretazione divinatoria, presenta potenzialità conoscitiva, intuito e deduzione insieme analisi del profondo e per analogia anche psicanalisi, obbliga ad un lavoro interiore. Rappresenta una figura femminile che difficilmente si adatta ad un ruolo subalterno, poichè ha in sè una grossa polarità maschile, non sottostà, quindi, ad un atteggiamento passivo. E' anche la conoscenza di noi stessi e degli altri, svelamento dei misteri, grande dedizione costanza nelle opere intraprese. Riflessione, fede, oggettività, pazienza.

Il rapporto di coppia si prospetta sereno e costruttivo, anche se poco espansivo. Nella vita del consultante è presente una persona forte e saggia, capace di aiutarlo a superare qualsiasi difficoltà. Può segnalare un matrimonio lungamente desiderato e armonia familiare.
sul piano professionale bisogna attendere e programmare bene le scelte.

Indica la presenza femminile capace di fornire aiuti e validi consigli; la consultante, se è donna, la pesona amata dal consultante, se si tratta di un uomo. Può indicare la madra, una socia in affari, una maestra spirituale, la sorella maggiore o la partner, sopratutto se è più anziana e saggia del consultante.
Un'insegnante, una levatrice, una ginecologa, una religiosa, una professionista dell'occulto. In genere una donna sui 40-50 anni.

Nell'arcano della Papessa capovolta si condensano tutti i risvolti negativi della riservatezza e del silenzio. Segreti contrattempi, fastidi, esperienze poco raccomandabili. La profondità si trasforma in superficialità, la pazienza in attesa pigra e inconcludente. Rifiuto alla conoscenza, un irrigidimento, una negazione della parte femminile attiva, problemi con la figura materna, troppo maschile, paura delle donne, tristezza, non curanza, paura di affrontare lo sconosciuto. Predominanza della parte passiva di se stessi, presunzione dovuta ad una falsa conoscenza di se stessi, rancori, ipocrisia, vendetta.

La coppia sta attraversando un periodo di crisi per mancanza di comunicazione: il partner non si sente amato, occore sforzarsi ed imparare a manifestare più chiaramente i propri sentimenti. Piccole delusioni, tradimenti, conflitti con la Madre, la sorella, un'amica, una collega.
Sul piano professionale un progetto che subisce una battuta d'arresto. Inganni messi in atto da colleghi e compagni di studio.

Una presenza femminile positiva solo in apparenza, ma in realtà pettegola e inaffidabile, determinata a intralciare. Una rivale, una nemica, una donna che trama per mettere il consultante in cattiva luce. Una collega invidiosa, una partner traditrice, un'amica mutevole e lunatica, cui non rivelare mai segreti; l'altra, sopratutto se gelosa e non più giovanissima.

La Papessa o Giunone è mediamente lenta, da uno a tre mesi, ma il suo influsso peruda a lungo, anche 4 mesi.


La pietra abbinata è l'ametista, Giaietto



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LA PAPA MAMMA




La figura della Papa mamma è tra il mito  e la realtà, tuttavia una cosa è certa: tra i tarocchi spicca la figura della Papessa. Il dubbio viene....

La papessa Giovanna sarebbe stata l'unica figura di papa donna, che avrebbe regnato sulla Chiesa con il nome di Giovanni VIII dall'853 all'855. È considerata dagli storici alla stregua di un mito o di una leggenda medievale, probabilmente originato nel mondo ortodosso antipapale, e poi sicuramente ripresa dal potere temporale francese in conflitto col papato, la leggenda ottenne in Occidente un qualche grado di plausibilità a causa di elementi intriganti contenuti nella storia.

Secondo la narrazione, era una donna inglese, educata a Magonza che, per mezzo dei suoi convincenti e ingannevoli travestimenti in abiti maschili, riuscì a farsi monaco con il nome di Johannes Anglicus per poi salire al soglio pontificio, alla morte di Leone IV (17 luglio 855), con il nome di Giovanni VIII.

La papessa non praticava l'astinenza sessuale e rimase incinta di uno dei suoi tanti amanti. Durante la solenne processione di Pasqua nella quale il Papa tornava al Laterano dopo aver celebrato messa in San Pietro, mentre il Corteo Papale era nei pressi della basilica di San Clemente, la folla entusiasta si strinse attorno al cavallo che portava il Pontefice. Il cavallo del Papa, impaurito, reagì violentemente provocando a "papa Giovanni" un travaglio prematuro.

Scopertone il segreto, la papessa Giovanna fu fatta trascinare per i piedi da un cavallo, attraverso le strade di Roma, e lapidata a morte dalla folla inferocita nei pressi di Ripa Grande. Fu sepolta nella strada dove la sua vera identità era stata svelata, tra San Giovanni in Laterano e San Pietro in Vaticano. Questa strada (a quanto sembra) fu evitata dalle successive processioni papali, anche se quest'ultimo dettaglio divenne parte della leggenda popolare, nel XIV secolo, durante la cattività del papato ad Avignone, quando non c'erano processioni papali a Roma.

In altre versioni della leggenda (ad esempio in quella riportata nella cronaca di Martino Polono) la papessa Giovanna sarebbe morta subito al momento del parto oppure, una volta scoperta, rinchiusa in un convento.

Sempre secondo la leggenda, a Giovanna succedette papa Benedetto III, che regnò per breve tempo, ma si assicurò che il suo predecessore venisse omesso dalle registrazioni storiche. Benedetto III si considera abbia regnato dall'855 al 7 aprile 858. Il nome papale che Giovanna assunse venne in seguito utilizzato da un altro papa Giovanni VIII (pontefice dal 14 dicembre 872 al 16 dicembre 882).

Parte essenziale della leggenda è un rito mai svoltosi, ma fantasticato e ripreso, in chiave anti-romana e con molto gusto, da autori protestanti del Cinquecento: s'immaginò che ogni nuovo papa venisse sottoposto a un accurato esame intimo per assicurarsi che non fosse una donna travestita (o un eunuco). L'esame avveniva con il nuovo papa assiso su una sedia di porfido rosso, nella cui seduta era presente un foro. I più giovani tra i diaconi presenti avrebbero avuto il compito di tastare sotto la sedia per assicurarsi della presenza degli attributi virili del nuovo papa.

« E allo scopo di dimostrare il suo valore, i suoi testicoli e la sua verga vengono tastati dai presenti più giovani, come testimonianza del suo sesso maschile. Quando questo viene determinato, la persona che li ha tastati urla a gran voce virgam et testiculos habet ("Ha il pene e i testicoli") e tutti gli ecclesiastici rispondono: Deo gratias! ("Sia lode a Dio"). Quindi procedono alla gioiosa consacrazione del papa eletto. »
(Felix Hamerlin, De nobilitate et Rusticate Dialogus (ca. 1490))

Nel volume Apologia del Papato (EffediEffe, 2014), il giornalista e scrittore Carlo Di Pietro fornisce una sintesi annotata delle principali e più accreditate confutazioni (in ambiente cattolico) alla vicenda della Papessa Giovanna (Op. cit., p. 185, nota 353). Le fonti bibliografiche usate sono:

Enciclopedia del Papato, a cura di G. Alberione, vol. II, p. 1374, p. 1536;
Mille anni di leggenda. Una donna sul trono di Pietro, Cesare D’Onofrio, Romana Soc. Editr. 1978, pp. 6, 91, 97, 181, 204, 210, 211 ss.;
Dizionario del Cristianesimo, p. E. Zoffoli, Sinopsis, 1992, v. Papessa;
De nobilitate et Rusticate Dialogus, Felix Hamerlin, Basilea, 1497;
Prova di virilità, Francesco Sorrentino, cit. in riv. Medioevo, De Agostini Periodici, nº 7/2008 pp. 90 e ss.;
Enciclopedia Cattolica, Vaticano, 1951, vol. VI, pp. 481–484, v. Giovanna, Papessa;
Dissertazione sulla leggenda della papessa Giovanna, David Blondel, anno 1647.
Dalla studio svolto dal Free lance lucano si evince che la storia della «papessa Giovanna» è una «favola, cara un tempo all’istoriografia protestante» già smentita dalla storia. «Nessuno storico serio oggi osa sostenere la verità di questa vecchia e disgustosa leggenda, non vale neanche la pena fermarci su di questa balorda leggenda, sfruttata dalla spudoratezza degli umanisti e dall’odio dei protestanti, si legga la v. Giovanna dell’Enciclopedia Cattolica». Sintesi conclusiva: «La “papissa” che diede il nome al “vicus” non è affatto la “famigerata Giovanna”, bensì un certo Giovanni Papa, proprietario di una casa che sorgeva in quel luogo, e che lui soleva addobbare per il passaggio del corteo papale. Per questo, infatti, “riceveva dalla Camera Apostolica otto soldi provesini”. La “papissa poté essere soltanto la moglie o la madre di quel nobile Papa che dominava nella zona”. Tra i vari “ingredienti” della vicenda figurano anche due seggiole ‘o stercorarie’ di marmo forate, poi servite - dopo il presunto inganno della “papessa” - per accertarsi del sesso, della virilità maschile e della verifica a “sfiorate”, del neo eletto durante la cerimonia dell’esaltazione al pontificato dei successori. Da questa pratica ne derivano le famose frasi: - “virgam et testiculos habet”, ossia “ha il pene e i testicoli” pertanto gli ecclesiastici ribattono: “Deo Gratias”, ossia “Sia lode a Dio”. Quindi incedono alla lieta ordinazione del Papa nominato; Anche “Testiculos qui non habet Papa esse non posset”. La “papessa” Giovanna avrebbe regnato dall’855 all’858, ma è certo che proprio in quegli anni - dopo san Leone IV (847-855) - regnò Benedetto III eletto dopo pochissime settimane (29 settembre 855 - 17 aprile 858), mentre l’unico Giovanni VIII fu Papa dal 14 dicembre 872 al 16 dicembre 882; Nella casa del “visus papissa” figura quel Giovanni che - secondo il Liber Censuum di Cencio - “non è un ottavo da attribuire a lui, bensì al compenso in soldi provesini”. L’attribuzione si deve ad un “errore di impaginazione del testo: ‘Deinde usque ad domum Johannis Pape VIII’ /soldi provesini". “In altre parole: come il toponimo vicus Papissa venne arbitrariamente creduto della ‘papessa’; così la domus Johannis Papae divenne l’abitazione del Papa Giovanni. L’errata, o, piuttosto, oculata cattiva lettura di una copia del Liber Censuum, dove si parlava di VIII soldi che spettavano al signor Giovanni Papa, fece il resto". Il 29 giugno 1633, a San Pietro, fu inaugurato il baldacchino del Bernini eretto sulla tomba dell’Apostolo, concepito da Urbano VIII, che volle si scolpissero sulle basi che sostengono le colonne sei volti di donna nelle varie fasi della maternità, dal concepimento ai dolori del parto, eternando così la grande idea della “Mater Ecclesia”. Il Pontefice, come noto, conosceva bene la leggenda della “papessa” Giovanna. Lo stesso David Blondel (Châlons-sur-Marne 1591 - Amsterdam 1655), pastore protestante del diciassettesimo secolo, analizzò il caso della cosiddetta “papessa” Giovanna e ne screditò totalmente ogni veridicità; testimonianza; la testimonianza del Blondel fa comprendere come addirittura un protestante, all’epoca nemico acerrimo di Roma, non potesse accettare tali falsità, per altro diffuse dai seguaci di Lutero stesso».

Il primo a pubblicare la leggenda, negli anni 1240, fu il cronista domenicano Giovanni di Metz, ripreso pochi anni dopo dal collega domenicano Martino Polono.

Come per tutti gli altri miti in generale, esiste una parte di verità, abbellita da uno strato di finzione. Una sedia simile esiste; quando un papa prendeva possesso della sua Cattedra romana, in San Giovanni in Laterano, si sedeva tradizionalmente su una delle due sedie di porfido (la pietra degli imperatori, assimilata alla porpora), con la seduta dispiegata a ciambella. Il motivo di questi fori è oggetto di discussione, ma poiché entrambe le sedie, di età costantiniana, sono più vecchie di secoli della storia della papessa Giovanna, esse non possono avere niente a che fare con una verifica del sesso del papa.

Si è ipotizzato che in origine fossero dei water romani o degli sgabelli imperiali per il parto che, a causa della loro età e origine imperiale, furono usate dai papi per evidenziare le loro pretese imperiali (come fecero anche con il loro titolo latino di Pontifex maximus). Il D'Onofrio (cfr. bibliografia) spiega invece, in maniera convincente, che il rito aveva carattere essenzialmente religioso: la sedia da parto simboleggia la madre Chiesa che genera i suoi figli alla vita eterna. Una delle due sedie è attualmente esposta nella sala chiamata Gabinetto delle Maschere, nei Musei Vaticani.


Molti autori fanno poi confusione con una terza sedia, di marmo e non di porfido, priva di foro, ancor oggi visibile nel chiostro annesso alla Basilica Lateranense, che è quella detta propriamente sedia stercoraria. La Teologia portatile o Dizionario abbreviato della Religione Cristiana di d'Holbach definisce la sedia stercoraria come «sedia bucata su cui il pontefice appena eletto pone le sue sacre terga, affinché possa essere verificato il suo sesso, onde evitare l'inconveniente di una papessa». Nella Vita della papessa Giovanna, il Platina rammenta la sedia stercoraria in questi termini: «questa sedia è stata così predisposta affinché colui che è investito da un sì grande potere sappia che egli non è Dio, ma un uomo e pertanto è sottomesso alle necessità della natura».

Il mito della papessa Giovanna fu totalmente screditato dagli studi di David Blondel, uno storico e pastore protestante della metà del Seicento. Blondel, attraverso un'analisi dettagliata delle affermazioni e delle tempistiche suggerite, argomentò che nessun evento di questo tipo poteva essere avvenuto. Tra le prove che discreditano la storia della papessa Giovanna troviamo:

La tradizionale processione papale di Pasqua non passava nella strada dove la presunta nascita sarebbe avvenuta.
Non esiste alcun documento d'archivio su un tale evento.
La "sedia dei testicoli", su cui i papi siederebbero per avere la propria mascolinità accertata, è di molto precedente all'epoca della papessa Giovanna e non ha niente a che fare con il requisito che ai papi vengano controllati i testicoli.
Papa Leone IV regnò dall'847 fino alla sua morte nell'855 (e papa Benedetto III gli succedette nel giro di settimane), rendendo impossibile che Giovanna abbia regnato dall'853 all'855.
Nella memoria storica del popolo di Roma un evento di tale tipo non è mai esistito e mai riportato, l'evento è stato suggerito dall'esterno sempre da autori sospetti con evidenti interessi denigratori.
Il momento della prima comparsa della storia coincide con la morte di Federico II di Svevia, che era stato protagonista di uno stridente conflitto con il papato. Gli storici concordano in generale sul fatto che la storia della papessa Giovanna sia una satira anti-papale ideata per collegarsi allo scontro del papato con il Sacro Romano Impero, facendo leva su tre paure cattoliche medioevali:
un papa sessualmente attivo
una donna in posizione di autorità dominante sugli uomini
l'inganno portato nel cuore stesso della Chiesa.
Ciò che potrebbe aver preso avvio come satira da presentare nei carnevali di tutta Europa, finì comunque per essere una realtà accettata a tal punto che alla papessa Giovanna fanno riferimento personaggi come Guglielmo di Ockham. Ella compare anche in alcuni elenchi di Papi, principalmente nel Duomo di Siena, dove la sua immagine appare tra quelle dei veri pontefici. La leggenda acquisì supporto dalla confusione sull'ordine dato ai papi di nome Giovanni; siccome Giovanni è il nome di papa più usato, e alcuni Giovanni erano antipapi, ci fu confusione su quali numeri appartenessero ai veri papa Giovanni. A causa di ciò l'elenco dei papi non comprende un papa Giovanni XX.

Raramente miti non di matrice classica hanno avuto la persistenza di quello della Papessa Giovanna, che la storia smentisce ma che ha dato adito nel tempo a mille cronache, interpretazioni, racconti (da Boccaccio a Apollinaire o Lawrence Durrell) e film ("La papessa" di Sonke Wortman nel 2009) oltre a saggi e a venir rappresentata su una carta dei Tarocchi come secondo Arcano maggiore.

Giovanna sarebbe stata una giovane di origine inglese ma nata a Magonza che, innamorata di un giovane dedito agli studi, per stargli vicino ebbe l'idea di travestirsi da uomo e farsi studiosa anch'essa. I suoi studi teologici ebbero presto gran rinomanza e la portarono, sempre col suo uomo e travestita, prima ad Atene e poi a Roma, accolta con tutti gli onori in curia tanto da venir poi eletta Papa col nome di Giovanni VIII (nome che prenderà in verità il Papa di origine longobarda eletto nel 872). Anche in questa veste non rinunciò all'amato, con i risultati che si son detti.
Sulla sua fine le leggende sono varie: si dice che venne legata per i piedi a un cavallo e trascinata fuori dalle mura. Per altre versioni, venne lapidata dalla folla e inumata sul posto, ricoperta con una pietra con inciso il misterioso versetto: "Petre Pater Patrum Papissa Pandito Partum".
Da allora, e anche questa è una leggenda, ai riti di consacrazione di un nuovo Papa se ne sarebbe aggiunto uno per verificare la virilità del prescelto, come troviamo raccontato pure in un sonetto del poeta romano Belli dedicato proprio a "La Papessa Ggiuvanna":
Fu ppropio donna. Bbuttò vvia 'r zinale
prima de tutto e ss'ingaggiò ssordato;
doppo se fesce prete, poi prelato,
e ppoi vescovo, e arfine Cardinale.
E cquanno er Papa maschio stiede male,
e mmorze, c'è cchi ddisce, avvelenato,
fu ffatto Papa lei, e straportato
a Ssan Giuvanni su in zedia papale.
Ma cquà sse ssciorze er nodo a la Commedia;
10ché ssanbruto je preseno le dojje,
e sficò un pupo llí ssopra la ssedia.
D'allora st'antra ssedia sce fu mmessa
pe ttastà ssotto ar zito de le vojje
si er pontescife sii Papa o Ppapessa.

Versione. La papessa Giovanna. Fu proprio donna. Prima di tutto gettò via il grembiule e divenne soldato, poi si fece prete, poi prelato, poi vescovo e infine cardinale. E quando il papa maschio stette male e morì (c’è chi dice avvelenato) fu fatta papa lei e trasportata a S.Giovanni sulla sedia papale. Ma qui si sciolse il nodo della commedia, perché ex abrupto  le presero le doglie e partorì un bambino là, sopra una sedia. Da allora un’altra sedia fu introdotta, per tastare sotto il sito delle voglie se il pontefice sia papa o papessa.La sedia cui si allude erano in realtà due sedie imperiali da parto, in marmo rosso, utilizzate nella liturgia dell'elezione papale, che si svolgeva allora in Laterano. In nome dell'idea di Mater Ecclesia, o per rituali antichi di cui si era perso il senso, come testimonia anche lo storico medievalista Alain Boureau, il neoeletto doveva assumere la posizione della partoriente mentre gli venivano consegnate le Chiavi di Pietro. La curiosa cerimonia s'interruppe nel 1304, quando i papi si trasferirono ad Avignone, ma pare venisse ripresa col ritorno a Roma, restando in vigore fino al 1513.
Oggi quelle sedie col buco (che ispirò i versi del Belli) sono una al Louvre e l' altra al Museo Pio Clementino Vaticano.
Boureau, autore di un libro sulla Papessa edito in italiano da Einaudi, si interroga su come sia stato possibile che, per cinque secoli, la leggenda di Giovanna abbia percorso da un capo all'altro la cristianità, alimentando la perenne controversia sulla legittimità del potere papale da parte degli ordini mendicanti, poi degli eretici quattrocenteschi e infine di Lutero e del protestantesimo.
Per lo storico francese la vicenda offre diverse letture, dalle feste di inversione carnevalesca alle lotte medievali contro l'influenza delle badesse, ma soprattutto ne identifica i motivi profondi in uno dei tabù più radicati e meno esplorati del cattolicesimo: il divieto del sacerdozio femminile, che sessualizza di per sé la figura del prete e, assieme, nega la sessualità dei ministri di Dio.
Oggi l'idea di Mater Ecclesia la troviamo simbolizzata nelle sculture alla base delle colonne del baldacchino dal Bernini in San Pietro, con sei volti di donna in diverse fasi del parto più un sorridente neonato, quasi a esorcizzare la storia della papessa.

Nessuno può e forse potrà mai dire, se la leggenda della papessa Giovanna sia vera, se ella sia veramente esistita o se sia stata solo frutto dell’immaginario popolare romano medioevale (siamo infatti nell’IX secolo), o se sia stata originata dalla critica antipapale di quel tempo. E’ comunque assodato che questo insieme si fattori diede origine al suo mito.

Ma cerchiamo ora ( senza pretese di assolute verità ) di raccontare la storia di questa donna “ vissuta” più di 1200 anni or sono.

La papessa Giovanna era un’ intelligente fanciulla di nome Giovanna Angelica che, rimasta orfana in tenera età, volle con caparbietà emergere dal niente che la vita le avrebbe altrimenti riservato a quei tempi, in cui molto era vietato alle donne.

Ma procediamo per gradi, le prime notizie su di lei appaiono nell’anno 1250 ad opera del domenicano Jean de Mailly nella sua Cronica Universalis, dove narrava che la giovane fanciulla di nome Giovanna Angelica seguì -sotto mentite spoglie ( per prudenza) -un monaco; con lui andò in oriente, da lui apprese molte nozioni e si erudì. Alla  morte del monaco la giovane, grazie al suo impegno, divenne prima notaio della curia e, di seguito, cardinale ed infine addirittura Papa.

Ma il suo pontificato durò solo pochi anni, dall’ 853 all’855 collocandosi tra Papa Leone IV e Papa Benedetto III.

Durò così brevemente perché, con l’elezione a Papa, dove prese il nome di Giovanni VIII, le venne assegnato, come da procedura, un giovane prete che svolgeva la mansione di segretario, il quale essendo sempre a stretto contatto con il novello Papa, non tardò a scoprirne la vera identità, ma invece che denunciare la scoperta alle autorità ecclesiastiche ne divenne prima complice e successivamente amante.

L’inganno venne alla luce durante la processione di Pasqua perché la folla - che entusiasta si accalcava attorno al Papa- ne fece imbizzarrire il  cavallo, Lei, per lo sforzo fatto per trattenere la cavalcatura e non cadere, ebbe le doglie e partorì prematuramente un bambino. Evidentemente era incinta e da molti mesi, tenuti ben nascosti.

Scoperto quindi il suo segreto, la folla inferocita la prese e, legatole i piedi al cavallo ( alcune fonti dicono che con lei venne legato anche il piccolo neonato), la fece trascinare per le strade e la lapidò fino alla morte nei pressi di Ripa Grande a Roma.

Si dice che la Papessa Giovanna sia stata sepolta tra via San Giovanni in Laterano e via San Pietro in Vaticano;  il suo successore Benedetto III ebbe l’accortezza di far cancellare il suo nome dalle registrazioni storiche.

A Roma, dove la strada fa angolo tra via dei SS Quattro Incoronati e via dei Querceti, si localizzerebbe ancor oggi il “Sacello” nel punto dove venne sepolta, chiuso da una inferriata e lasciato ad un pietoso stato di abbandono.

Attorno a questa leggenda sono fiorite notizie curiose ed altre che si contraddicono, dividendo i vari storici in estimatori e detrattori del personaggio della Papessa.

Qualcuno afferma anche che il suo nome è presente nel duomo di  Siena nell’elenco dei papi. Ma dove?

Tra tutta questa serie di smentite e di ammissioni sulla presunta esistenza di un tal personaggio, può benissimo esserci un anello di raccordo tra verità e fantasia. Se pensiamo al periodo storico della vicenda il tutto può essere immaginato come un voler dare al popolo una storia, un mito, una leggenda, che abbia imbrigliato, canalizzato la mente,  facendole perdere di vista la propria misera condizione.

Per finire questa esposizione, che penso incuriosirà alcuni di voi, voglio porre una domanda. Se tale persona fosse esistita e se fosse riuscita nel suo intento fino in fondo, cioè se avesse condotto un pontificato buono ed equo, da suscitare ammirazione, il mondo ecclesiastico si sarebbe ricreduto sulle capacità femminili? Prima o dopo, infatti, se fosse morta in modo naturale, ci si sarebbe comunque avveduti che era una donna (o avrebbero nascosto il tutto?).

Lo scandalo creato dalla figura di una eventuale papessa, per di più incinta, sarebbe enorme ancor oggi, se ci pensiamo, nonostante siano trascorsi dodici secoli. La Chiesa di Roma non ha infatti riconosciuto la figura femminile nemmeno come prete, vescovo o cardinale, figuriamoci papa. Ma la storia fa presto a dimenticare che in passato alcuni papi (maschi) hanno avuto amanti e perfino figli. Questo, visto dalla parte della Chiesa, non è grave allo stesso modo?

Tornando alla figura della Papessa, la ritroviamo come II figura dei Tarocchi, come simbolo di sapienza.

Nel 1972 è stata realizzata una prima trasposizione cinematografica della vicenda della papessa (con Liv Ullmann nel ruolo di Giovanna e con la partecipazione di Olivia de Havilland e di Trevor Howard nel ruolo di papa Leone). Poi è arrivato il lungometraggio presentato alla "Berlinale" basato sul libro della Cross. La scrittrice ha così potuto approfittare della notorietà che viene dal cinema per una ristampa riveduta e corretta della prima edizione.

Lo scrittore Lawrence Durrell, che non solo era inglese ma in gioventù era stato nei Servizi segreti, e dunque non abituato a bersi qualsiasi cosa, ha ricostruito l'ambiente medievale nel quale poteva essere possibile una storia che oggi sarebbe impossibile. Una fanciulla orfana ma di intelligenza acutissima, adottata da un monaco predicatore che viaggia in tutta Europa, la traveste da fraticello per proteggerla dagli stupratori, la fa entrare nel monastero di Fulda, la fa studiare a Magonza (Mainz, in Renania). A poco a poco diventa così erudita in teologia da impressionare vescovi, cardinali e Sacro Collegio, che mai avevano visto una meraviglia del genere. Ed eccola col nome di Johannes Anglicus fare una prodigiosa carriera ecclesiastica, fino a salire al soglio pontificio col nome di Giovanni VIII. (La Papessa Giovanna, Longanesi 1973). La prima e unica papessa della Storia.

Ma è proprio Storia? La vicenda sarebbe accaduta verso l’850-855 della nostra Era, subito dopo il pontificato di papa Leone IV o comunque prima di Benedetto III, che nei pochi mesi di pontificato si sarebbe preoccupato – dice la tradizione popolare – di eliminare accuratamente ogni documento e testimonianza del nome stesso dell’intrusa. A completare la censura, il nome papale di Giovanni VIII, quello della papessa, venne utilizzato da un papa di poco successivo (nel 872). Segno che la ferita, la vergogna, bruciava ancora, altrimenti che bisogno c’era di riprendere lo stesso nome e numero? Un accanimento, una vera damnatio memoriae, su cui è lecito più d’un sospetto.

"Non ci sono abbastanza documenti certi", "impossibile", sostiene oggi la Chiesa ufficiale. Obiezione: e degli altri papi del medesimo periodo abbiamo documenti storici sicuri? Molti sono solo dei nomi.
Erano quelli, non dimentichiamolo, i secoli più oscuri e caotici della storia dell’Occidente. I famigerati "secoli bui" dell’Alto Medioevo, bui non solo perché se ne sa poco, ma anche perché all'opposto del "secolo dei Lumi", il Settecento, illuminato dalla luce della Ragione, erano dominati dalle tenebre del caos e del delitto, della violenza e della superstizione. Visti con gli occhi di oggi, tutto appare possibile in quei lunghissimi nove secoli, quando nel disfacimento dello Stato romano che proprio la Chiesa di Roma aveva fatto crollare con la carica eversiva del suo fanatismo, i vescovi erano di fatto le uniche autorità politiche e amministrative sul territorio. La Chiesa si trovò a riunire nelle proprie mani l’unico vero potere politico ed economico della Penisola. La professione di ecclesiastico romano era una carica nient’affatto spirituale, che assicurava a chi li voleva oro, castelli, titoli e potere. L’elezione dei papi avveniva spesso in modo fortuito, quando non dipendeva direttamente dai rapporti di forza politici e militari di aristocratici e signorotti locali, per ragioni che nulla avevano a che vedere con la religione, tantomeno con la santità della vita di cardinali e papi.

"Le cronache del tempo sono piene di delitti, colpi di Stato, rivolte di palazzo. Il clero, abbandonato a se stesso, sprofondò nella corruzione. I Pontefici e i Vescovi vivevano in un lusso da Mille e una notte. Abitavano palazzi sfavillanti di marmi e di ori. Si circondavano di servitori e concubine, imbandivano mense degne di Trimalcione, organizzavano concerti, danze e feste mascherate. La Chiesa, lacerata da lotte intestine e prigioniera della sua mondanizzazione, non era mai caduta tanto in basso". Marozia, una donna di Spoleto sfrenatamente sensuale e ambiziosissima, divenne l'amante di papi e principi e comandò a lungo su Roma e sulla Chiesa. Il suo amante papa Sergio III arrivò al punto da far strangolare i suoi avversari. Papa Giovanni X che si era opposto al matrimonio di Marozia con un conte Guido, fu deposto e lasciato morire di fame in carcere. Marozia impose come papa il giovanissimo figlio avuto da papa Sergio III. Si chiamò Giovanni XI, ed aveva solo dodici anni. (I. Montanelli e R. Gervaso, L'Italia dei secoli bui, Rizzoli, Milano 1965).

Figuriamoci se poteva destare uno scandalo maggiore l'elezione di un papa-donna, sia pure sotto mentite spoglie. Vista con gli occhi di oggi, una donna travestita da uomo in quell’ambiente, oltre ad essere tecnicamente possibile vista l’effeminatezza di molti ecclesiastici, sarebbe stato, in fondo, un incidente, un peccato veniale. La storia dei papi di quel tempo è piena di ricatti, imposizioni e deposizioni violente, omicidi. Altro che mascherate. Basta scorrere la lista dei papi prima e dopo la "papessa" per notare un dato inquietante: quasi tutti stranamente sono restati in carica pochi anni o pochi mesi, spesso deposti con la forza o morti anzitempo in modo misterioso e sospetto. Eppure sappiamo che erano in media più giovani e vitali dei pontefici di oggi. La durata del pontificato della papessa Giovanna è del tutto in linea con la durata media dei papi dell’epoca: due anni. E allora, come si spiega tanto sospetto accanimento della Chiesa nel negare, nel cancellare, nel censurare ogni traccia? Con l'antico disprezzo cristiano per la donna, una vergogna che supera evidentemente quella per i delitti, le ruberie e la lussuria.

La Chiesa oggi nega, ovviamente, che le centinaia di documenti, stampe e citazioni su una donna eletta papa siano fondate, e accenna ad una "campagna anti-papista", forse di stampo inglese. Esistevano già i Riformatori e gli anticlericali nell’800 d.C.? No, però la Chiesa fa notare che stampe e documenti risalgono per lo più al tardo Medioevo e al primo Rinascimento.

Vero è, invece, che i primi a darne notizia furono proprio i religiosi, e non i perfidi inglesi, ma i francesi don Giovanni di Metz, studioso domenicano della Lorena, nel 1240, e poi il confratello don Martino di Troppau (Martinus Polonus) che nel suo Chronicon pontificum et imperatorum parla di Johanna, originaria di Mainz o dell'Inghilterra.
"Si trattava di un papa o piuttosto di una papessa, perché era donna. Travestendosi da uomo grazie al proprio ingegno diventò dapprima segretario della Curia romana, poi cardinale ed infine papa", si legge a proposito di una Johanna inglese o nativa di Mainz nella Chronica Universalis del frate Jean de Mailly (ca. 1250).

E centinaia sono le stampe, le citazioni, gli scritti, anche di intellettuali prestigiosi, che danno per davvero esistita la papessa Giovanna. Come quelli del famoso filosofo e teologo francescano Guglielmo di Ockham. Nel Duomo di Siena, la sua immagine appare tra quella dei veri pontefici. Il grande Boccaccio, padre della lingua italiana e grande raccoglitore di storie curiose nel Decamerone, ne scrisse nel suo De claris mulieribus (Le donne famose): dunque, anche per lui la papessa era una "donna famosa", realmente esistita. Ma ne parla anche il Plàtina, che non era un umanista qualunque, ma era intellettuale di fiducia di vari papi e fu fatto prefetto della Biblioteca Vaticana da Sisto IV.

Insomma, anche se non ci sono prove certe o se c’erano furono distrutte, le carte, le voci ricorrenti e tutte concordanti (nelle pure leggende, invece, le varianti sono infinite e alla fine discordanti), insomma tutte le citazioni che parlano di lei sono indizi troppo numerosi – direbbe un investigatore – perché la papessa Giovanna possa facilmente essere ritenuta, come ritiene oggi la Chiesa, un personaggio del tutto inventato, e non contenga molto o qualcosa di vero.

Intanto, mentre la Chiesa negava l’evento straordinario del papa-donna, prendeva provvedimenti per cautelarsi da possibili travestimenti futuri. L’immaginazione popolare ingigantì forse l’importanza della cerimonia, ma certo questa sembrava fatta apposta per rassicurare non solo il popolino ma anche i cardinali, la Curia e l’intera comunità ecclesiale. E se non ci fosse stato il precedente della papessa Giovanna – argomentarono i critici della Chiesa di Roma – l’intero rito sarebbe stato inutile, anzi grottesco e perfino offensivo per la dignità del papa neoeletto e dei cardinali coinvolti.

Ma Bartolomeo Sacchi (il famoso "Plàtina" autore del libro di gastronomia De honesta voluptate et valetudine, tratto dal grande cuoco Martino da Como), era un umanista di Curia a stipendio dei Papi, e per di più prefetto della Biblioteca Vaticana. Quindi non poteva rischiare. E infatti, ricorda la sedia stercoraria in termini vaghi e ipocriti: "Questa sedia è stata così predisposta affinché colui che è investito da un sì grande potere sappia che egli non è Dio, ma un uomo, e pertanto è sottomesso alle necessità della natura".
Laddove per "natura" non si sa bene quale delle tre funzioni della sedia forata il Plàtina intendesse privilegiare, se il defecare, il partorire - ma allora, andava benissimo la papessa Giovanna! - o il possedere (e all’occorrenza usare) i testicoli al fine di generare. Generare? E sempre lì torniamo. La lingua della Chiesa batte dove il dente duole.

Fatto sta che perfino il fidatissimo Plàtina dove mette la fatidica sedia bucata? Nella sua Vita della Papessa Giovanna, guarda caso, rafforzando così e ad altissimo livello un collegamento che invece la Chiesa di oggi esclude. Anche per C. D'Onofrio il rito aveva carattere religioso, ma non potendosi arrampicare sugli specchi sale sulla sedia. Per lui è una "sedia da parto", e simboleggerebbe nientemeno la Santa Madre Chiesa che "genera" (aridaje!) i suoi figli destinandoli alla vita eterna (Mille anni di leggenda: Una donna sul trono di Pietro, Romana Soc.Ed 1978). Nel Seicento inoltrato lo storico e pastore protestante D. Blondel smentì che la sedia forata servisse a provare l’esistenza dei testicoli del papa.

Il rituale della sedia forata sarebbe stato in vigore fino al 1513. Anzi i sedili su cui posare le terga pontificali erano due - ricordava A. Boureau - chiamati "seggi curuli". Ma, obiettiamo, la rituale sella curulis, riservata ai più alti magistrati Etruschi e Romani nelle cerimonie, non poteva essere di marmo, perché in origine era pieghevole, insomma un sedile di legno intarsiato e dorato a forma di X. Ad ogni modo, sul primo sedile il neoeletto papa avrebbe ricevuto lo scettro del comando e le chiavi di S. Pietro, sul secondo una cintura rossa dalla quale pendevano dodici gemme. E’ probabile che gli antichi cronisti e il popolino siano rimasti impressionati da questi sedili forati e li abbiano collegati alla storia, anzi alla leggenda, della papessa Giovanna (La papessa Giovanna. Storia di una leggenda medievale, Einaudi 1991).

Sul luogo in cui fu svelata la vera natura della papessa, all’angolo tra via dei SS. Quattro Coronati e Via dei Querceti, fu eretta una piccola edicola votiva tuttora esistente, buia e in stato d'abbandono, nota come il "Sacello". E' chiusa da un'inferriata e risale almeno all’XI secolo. Ma nel Seicento anche l'itinerario dell'antica processione pasquale fu smentito da G. Blondel. A suo dire, la tradizionale processione papale di Pasqua verso l'800 non passava nella strada dove secondo la storia popolare - creduta vera da tutti fino alla fine del Rinascimento - sarebbe avvenuto il parto della papessa Giovanna.
Vera, leggendaria o simbolico-pedagogica che sia questa vicenda, resta il suo trasparente significato semantico: l'ossessione del popolo della Chiesa e delle sue gerarchie, in un'epoca confusa e violenta in cui il potere ecclesiastico si imponeva sempre più come potere politico ed economico, per la sessualità del Papa, vicario di Dio, sì, ma anche pericolosamente uomo, e per la donna, nella quale Satana era sempre pronto ad incarnarsi. Tre paure - il sesso, la donna e il diavolo - che hanno alimentato fin quasi ai nostri giorni il fanatismo della Chiesa di Roma, e che la storia di Giovanna ebbe il merito di sintetizzare e simboleggiare alla perfezione.

A voi lascio ogni dubbio perchè si sa come il cero sia bravo a mascherare ogni scandalo.



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