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lunedì 20 novembre 2017

AMOR SACRO E AMOR PROFANO

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“Amor sacro e Amor profano” è il titolo che abitualmente si da ad uno dei capolavori di Tiziano, gemma della Galleria Borghese. Il quadro è un’opera di estrema altezza e affascina con il segreto del suo significato, con l’incertezza della committenza e dell’occasione di realizzazione.
La tela parte di un lotto di dipinti venduto dal cardinal Sfondrato a Scipione nel 1608. Lo stemma sulla fronte del sarcofago ha permesso di legare l'opera alle nozze tra il veneziano Nicolò Aurelio, segretario del Consiglio dei Dieci, e Laura Bagarotto, figlia di un giurista padovano, celebrate nel 1514. La donna seduta indossa in effetti tutti gli ornamenti abituali di una sposa: l'abito candido con una manica rossa e l’altra bianca, i guanti, la cintura e la corona di mirto, simboli di amore coniugale. Il bacile sul bordo della fontana, parte integrante del corredo perché utilizzato dopo il parto, e la coppia di conigli sullo sfondo, sono invece augurio di unione feconda. Ispirato agli ideali della dottrina neoplatonica, il soggetto è tra i più studiati della storia dell'arte e presuppone molteplici livelli di lettura.

Il quadro è abitualmente datato al 1515 in un momento in cui lo stile dell’artista è caratterizzato dalla perfetta fusione del colore e della figura umana con il paesaggio circostante. Il dipinto è stato liberato da vecchie vernici giallastre che ne offuscavano l’equilibrio cromatico e che lo rendevano quasi monocromo. Le zone più colpite erano soprattutto quelle della vegetazione eseguite con verdi a base di rame che si presentavano molto scure. Durante il restauro è stato possibile evidenziare dati interessanti relativi la tecnica pittorica di Tiziano in età giovanile. Essa consisteva essenzialmente nell’abbozzare con un disegno a carboncino le figure o gli elementi essenziali della scena utilizzando poi il colore steso per aree. Sono inoltre emersi i pentimenti dell’artista che si concentrano soprattutto sulla donna di sinistra. Dall’analisi stratigrafica è emerso che la veste era stata originariamente eseguita in rosso e solo in un secondo momento è stata ricoperta di grigio portando così dei sostanziali cambiamenti al significato del dipinto. Altri pentimenti riguardano la probabile presenza di un’altra figura femminile seduta e di una più ricca vegetazione costituita da fiori e foglie di vario genere.

Alcuni hanno ipotizzato che il Tiziano si sia ispirato al paesaggio della Val Lapisina, presso Serravalle, per alcuni anni residenza del pittore: così il castello di sinistra corrisponderebbe alla torre di San Floriano e lo specchio d'acqua al lago Morto. Altri ipotizzano essere un paesaggio delle colline Asolane e il castello di sinistra è la Rocca Asolana.

Il titolo con cui l'opera è nota non è che uno di quelli arbitariamente attribuiti dai curatori degli inventari e cataloghi della Borghese, in particolare nel 1792 e nel 1833. Esso allude a una lettura in chiave moralistica.

Altri titoli susseguitisi nel tempo sono stati Beltà disornata e beltà ornata (1613), Tre Amori (1650), Amor profano e Amor divino (1693), Donna divina e donna profana (1700). Anche in epoca moderna le ipotesi per decifrare il soggetto sono state molteplici. Wickoff (1895) pensò a Venere che persuade Medea come negli Argonauti di Valerio Flacco; Gerstfeld credette di riconoscere nella donna a sinistra Violante, la figlia di Palma il Vecchio sulla scorta di un suo presunto ritratto a Vienna; Amore celeste e amore umano per Wind.

Il titolo tradizionale, per quanto errato, continua però ad esercitare fascino e ad essere usato, poiché mette bene in evidenza l'armonico dualismo che è alla base dell'incanto del dipinto.




Un'interpretazione che a lungo ha attirato gli studiosi è stata quella legata al Sogno di Polifilo di Francesco Colonna, pubblicazione di grande successo nella letteratura colta dell'epoca. Hourtiq, Panofski e Saxl pensarono che le due donne fossero Polia e Venere dal suddetto racconto, mentre concordi, anche se più vaghi nel riconoscere specifici personaggi, furono Clerici (1918), Friedländer (1938), Wischnitzer-Bernstein (1943), Della Pergola (1955) e Mayer (1939), il quale ipotizzò che il tema fosse stato suggerito dal Bembo. La decorazione della fontana mostra infatti simboli di morte e vita, con figure che sono state lette a destra come Venere che si punge un piede nel soccorrere Adone aggredito da Marte (scena derivata dal Sogno di Polifilo), mentre a sinistra come il ratto di Proserpina.

In questo senso la donna vestita potrebbe essere la stessa Polia, eroina del romanzo, o Proserpina.

Un altro fiorente filone interpretativo è legato alle dottrine dell'Accademia neoplatonica di Marsilio Ficino, soprattutto riguardo alla contrapposizione tra la Venere terrena e la Venere celeste.

La figura della donna nuda è di solito spiegata come Venere Celeste, cioè immagine della bellezza universale e spirituale, che solleva un braciere acceso, variamente leggibile come simbolo di carità, di conoscenza o di illuminazione spirituale. Al contrario dell'interpretazione moralistica che ispirò i curatori seicenteschi della galleria, da cui deriva il titolo tradizionale dell'opera, essa non è una donna scollacciata, dedita all'amore carnale, ma è un ideale di bellezza classico, simbolo di semplicità e purezza, infatti ha come sfondo un paesaggio aperto, immerso nella luce (esempio di paesaggio moralizzato).

La donna vestita invece, per contrapposizione, sarebbe la Venere Terrena, simbolo degli impulsi umani e della forza generatrice della Natura, che è posta su uno sfondo ombroso. La posizione di Eros, al centro delle due, sarebbe quindi il punto di mediazione tra aspirazioni spirituali e carnali, tra il cielo e la terra.

Anche lo sfondo contribuisce a esprimere i diversi concetti legati alle allegorie: a sinistra, dietro all'Amor profano, si nota un paesaggio montuoso, con un sentiero in salita percorso da un cavaliere diretto al castello, leggibile come metafora di un percorso da compiere per giungere alla virtù, che si conquista con fatiche e rinunce o, alternativamente, come allusione al carattere "secolare" e "civile" dell'Amor profano; a destra il paesaggio è pianeggiante, disteso, punteggiato da greggi al pascolo che evocano le utopie bucoliche e in lontananza si scorge una chiesa, legandosi alla sfera religiosa e spirituale. Cantelupe si applicò poi a un esauriente esame iconologico elencando la molteplicità di spunti cristiani e pagani.

L'opera sarebbe così l'unica di Tiziano interpretabile in chiave neoplatonica, corrente caratteristica dell'ambiente toscano, cui si contrapponeva l'aristotelismo tipico di Venezia.

In realtà, con l'identificazione del committente e delle circostanze della creazione del dipinto, supportate da inoppugnabili prove documentarie (Rona Goffen, 1993), il campo delle interpretazioni si è oggi ristretto ai temi matrimoniali, superando in un certo senso il fiume di inchiostro versato sulle letture legate alla letteratura amorosa e alla filosofia dell'epoca.

Interrompendo o per lo meno restringendo l'ormai secolare serie delle interpretazioni allegoriche, l'interpretazione che oggi va per la maggiore è legata al tema nuziale e alla celebrazione dell'amore. Le due fanciulle infatti, tanto simili da sembrare gemelle, sarebbero un'allusione alle due facce del matrimonio, una di "sessualità" (voluptas), legata alla sfera privata, e una di "castità" (pudicitia), legata alla sfera pubblica e al decoro della sposa. Queste due facce sono legate indissolubilmente, come le acque che il putto mescola al centro.




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sabato 18 luglio 2015

IL SANTUARIO DELLA MADONNA DEL CASTELLO DI ALMENNO SAN SALVATORE



Il Santuario della Madonna del Castello è, in realtà, un complesso monumentale, costituito da tre chiese di diverse epoche: sono stati edificati in successione, rispetto al sagrato attuale, il santuario di Santa Maria di Castello del XVI secolo, la chiesa della Pieve di San Salvatore della fine del IX secolo e, sotto questa, una cripta del VII-VIII secolo.
Il territorio su cui sorge questo complesso, è stato occupato dai Romani e dai Longobardi per la sua posizione strategica a picco sul fiume Brembo.
Inoltre, nell’area a destra della chiesa, sono stati ritrovati i resti di una villa romana di età augustea (1-14 d.C.) ed un altare dedicato al dio Silvano, attualmente conservato nel museo archeologico di Bergamo.
L’importanza geografica del luogo e i ritrovamenti archeologici fanno pensare che Almenno fosse una corte posseduta personalmente dall’imperatore romano.
Successivamente alla caduta dell’impero, i re barbari che conquistarono il territorio, continuarono ad avere stretti rapporti con Almenno; in particolare usarono la villa romana come loro sacro palazzo.
Questo edificio, oltre a servire saltuariamente come residenza del sovrano , era il luogo di controllo civile, militare ed economico di tutto il territorio circostante. In questo palazzo, di cui ora rimangono solo numerosi resti di pavimenti e tegoloni, soggiornò il re Astolfo, di cui abbiamo testimonianza in un documento del 775 d.C.
Attigua al sacro palazzo vi era sicuramente la cappella palatina, un luogo di culto dedicato al Santo Salvatore.
Percorrendo la strada ghiaiosa alla destra della chiesa e sporgendosi cautamente dal muretto, è  possibile individuare sulla parete in basso a sinistra un accesso alla cappella, oggi  murato.
La cappella palatina sorgeva sull’area dove si trova la cripta, e alcuni studiosi concordano nel sostenere che parte dei muri perimetrali della cripta coincidono con quelli originali della cappella palatina.

Dalla chiesa plebana, o Pieve di San Salvatore, attraverso una porta situata alla destra del tempietto posto in corrispondenza dell’altare del Santuario; da qui, attraverso due scalette che si trovano nelle navate laterali, è possibile raggiungere il piano di calpestio dell’antica cappella palatina. Agli inizi del X secolo, dopo le dominazioni longobarda e franca, la corte di Almenno passa sotto il dominio dei Conti di Lecco, che decidono di fortificare tutta l’area attorno al loro palazzo, cingendola di mura. La fortificazione interessa anche la cappella che si trovava sul perimetro delle mura, causandone la trasformazione: la cappella diventa cripta e sopra di essa viene realizzata una nuova chiesa che visiteremo poi più in dettaglio.
La cripta  è lontana dalle tipologie di una struttura longobarda: si tratta di un edificio a pianta rettangolare, diviso a metà da una fila di 4 colonne che sostengono la copertura a volte irregolari a crociera. Si può notare che tre dei quattro capitelli sono elementi di recupero di epoca romana.
In origine questa zona era illuminata da tre strette finestrelle, quella centrale murata dietro l’affresco della Crocifissione, mentre i due “oculi” che si notano sulla parete est, sono stati realizzati nel 1702. Il pavimento è dei primi decenni del 1600, così come la decorazione barocca della cripta e l'altare con tela di Andrea Zambelli (1614), che era dedicato alla Visitazione.

L’affresco reca la scritta latina: "Mariae Virginis et Sanctae Crucis Continet …" perché in questo luogo si conservava una colomba metallica contenente le reliquie della Vergine e della croce.
Rispetto all’altare, sulla parete di destra sono ancora visibili alcuni affreschi rappresentanti San Bartolomeo, Santo Stefano e l’Annunciazione del XIV secolo.

Pieve di San Salvatore: quella di Almenno è una delle più antiche e meglio conservate chiese della Diocesi di Bergamo. La pieve era una chiesa a cui venivano affidati i compiti pastorali propri della parrocchia, quali l’amministrazione dei sacramenti e la riscossione delle decime; si estendeva su un territorio molto vasto, che comprendeva le Valli Imagna, Brembilla e Brembana fino a S. Pellegrino Terme compreso.
Inoltre, a riprova della grande importanza religiosa di questa chiesa, si sa che già dal X secolo, attigua alla pieve di San Salvatore, sorgeva la canonica di Almenno.
L’edificio della Pieve possedeva una struttura molto diversa da quella attuale. Le uniche parti in muratura dovevano essere l’accesso al presbiterio e la facciata; non esistevano gli archi laterali, ma semplicemente dei pilastri alti 7 metri, che ora si possono notare inglobati nella struttura del pilastro. Sopra di essi erano appoggiate le travi che percorrevano orizzontalmente la chiesa fino ad inserirsi rispettivamente nella facciata e nell’alzato del presbiterio. Sulle medesime travi si poggiava il tetto a capanna; il tutto secondo uno stile definito “Preromanico”. In facciata tre archi enormi, in corrispondenza delle tre navate, davano l’accesso alla chiesa (potete ancora notarli grazie alle incisioni sulla controfacciata), mentre all’esterno sono stati trovati dei resti di un portico, detto anche nartece, che oltre a proteggere l’edificio dalle intemperie era il luogo dove sostavano i peccatori pubblici, nonché i cristiani non battezzati o catecumeni. L’importanza del sacramento del Battesimo è testimoniata anche dal ritrovamento dei resti di una vasca battesimale nella navata destra, sotto l’attuale pavimentazione.
Alla fine del 1100, in pieno periodo Romanico, per dare maggiore stabilità all’edificio, i pilastri vennero incorporati in altri più massicci e collegati fra di loro con arcate longitudinali a tutto sesto. Contemporaneamente fu sopraelevata la navata centrale e venne realizzata la copertura con volte a crociera del presbiterio; inoltre la chiesa venne abbellita con decorazioni ad affresco.
I dipinti più antichi ( inizio X secolo) si trovano sul frontale del presbiterio e raffigurano delle croci policrome (altre croci sono visibili anche sulle pareti delle navate laterali)
Le pitture di maggiore importanza riguardano l’area del presbiterio:
- al centro è possibile ammirare una rappresentazione del Cristo Pantocratore, ovvero sovrano, con attorno i simboli degli evangelisti Matteo e Giovanni del XII secolo; nel lunettone di sinistra é rappresentata una Madonna con gli Apostoli (XII secolo), mentre nelle nicchie laterali sono raffigurati affreschi della fine del Trecento: a destra l'Annunciazione, un apostolo e San Giovanni Battista, a sinistra il Pantocratore e Sant’ Antonio Abate.
- sui pilastri di sinistra troviamo invece tre affreschi: un santo domenicano, una Madonna con Gesù bambino e San Bartolomeo (del XV secolo) e Santa Caterina d'Alessandria (del XIV secolo); sui pilastri di destra due Madonne risalenti al XVI secolo.
Nel 1150 circa fu collocato nella navata sinistra un meraviglioso ambone o pulpito, realizzato in pietra arenaria, unico nel suo genere per l’area bergamasca: sul fronte sono scolpiti i simboli dei 4 evangelisti e su di un lato scene di caccia. Secondo la tradizione, vi avrebbero predicato San Bernardino da Siena e San Carlo Borromeo.
Nella prima metà del ‘300 a causa dell’affievolimento dell'interesse del vescovo e della nascita di nuove parrocchie che reclamavano la loro autonomia, la plebania si disgregò e la canonica decadde.
Nel 1443, in seguito alla distruzione del borgo di Lemine Inferiore per le lotte tra Guelfi e Ghibellini, l'antica chiesa plebana venne abbandonata. La popolazione di Lemine Superiore provvide a dotarsi di una nuova chiesa dedicata a S. Salvatore, costruita nella parte alta del paese; ad essa furono trasferiti tutti gli onori e gli oneri dell'antica pieve.
L’abbandono del borgo aumenta l’incuria della chiesa; pertanto, agli inizi del 1500, viene addossato alla facciata principale un contrafforte in corrispondenza di una profonda crepa che ne minacciava l’integrità.
La cronaca dell’epoca racconta che il contrafforte fu trovato spostato di un metro e mezzo per lasciare intravedere un affresco della Madonna col Bambino che era rimasto coperto: era il 26 aprile 1506.
L'evento miracoloso viene citato anche negli Atti della Visita Apostolica di San Carlo Borromeo, avvenuta nel 1575. Il racconto della sua visita è la testimonianza più antica dell'avvenimento, sulla cui autenticità non vi è il più piccolo dubbio.
Questo prodigio, che suscitò grande devozione negli abitanti di Almenno, attirò abbondanti elemosine che consentirono, nell’arco di alcuni decenni, la realizzazione di una nuova chiesa,  consacrata nel 1590.




Il santuario della Madonna del Castello si trova nella omonima località del comune di Almenno San Salvatore.

Si tratta di un edificio ecclesiale cinquecentesco molto particolare in quanto costituisce un insieme con la pieve di Lemine a cui è addossato e che ha inglobato.

Dopo la distruzione di Lemine Inferiore la pieve cadde in uno stato di abbandono materiale e religioso assoluto, destinata probabilmente a scomparire se non fosse intervenuto alla fine del XIV secolo un intervento straordinario.

Un assestamento dell'edificio aveva fatto spostare un muro di rinforzo che copriva l'affresco di una Madonna col Bambino di cui si era persa la memoria.

La riapparizione dell'affresco fu ritenuto un evento miracoloso, un segno divino diretto alla riappacificazione della comunità, che gli attribuì effetti miracolosi.

La profonda fede della gente, provata da faide fratricide, produsse una notevole messe di offerte e donazioni non solo da parte dei fedeli locali ma anche di quelli delle zone limitrofe.

Si determinò così la volontà di costruire una nuova chiesa per onorare il miracolo della riapparizione della Madonna col Bambino, non più del suo affresco, nello stesso posto in cui l'evento si era verificato, addossandola cioè alla vecchia pieve che veniva a fare parte del nuovo edificio e recuperava così l'importanza religiosa perduta.

La costruzione della nuova chiesa, piuttosto lenta, probabilmente a causa di difficoltà di ordine finanziario, fu consacrata il 4 giugno 1590 e dedicata alla Madonna del Castello,

La sua struttura architettonica ha caratteristiche cinquecentesche, con un elegante portale in marmo bianco che si inserisce bene nella facciata esterna dalle linee rigorose e austere, ingentilite tuttavia da due snelle monofore e da un rosone.
Le monofore e il rosone, racchiusi da sottili cornici di marmo bianco, alleggeriscono il rigore della facciata in cui sono inseriti.
L'interno si sviluppa su pianta rettangolare in un'unica navata a quattro campate unite da ampi archi a sesto acuto di tipo gotico.

La parete di fondo è costituita da quella che era la facciata della pieve e che ora la separa da essa pur mettendovela in comunicazione tramite un'apertura alla destra dell'altare. Il risultato è un edificio unico, ma composito per diversità di stili e origini, di grande effetto artistico e scenografico, sicuramente raro in area lombarda.

Al centro della parete campeggia l'altare particolarmente bello e originale per la sua composizione architettonica. L'altare, infatti, è racchiuso dentro un piccolo tempio ottagonale in marmo bianco che ne fa quasi un'altra chiesa incastonata in una parete multicolore per le pitture che la ornano. La copertura di questa graziosa struttura è costituita da un tamburo, anch'esso ottagonale, che termina con una lanterna su cui svetta il Creatore in postura benedicente.

Le facce del tamburo sono ornate da coppie di Sibille che tengono un cartiglio.
Queste immagini di grande bellezza e di ottima fattura sono state attribuite al Previtali, altri vi vedono la mano del Cariani.

L'interno del tamburo è interamente dipinto con scene della vita della Vergine, di incerta attribuzione, databili attorno all'inizio del '500.

Sulla parete immediatamente sopra l'altare, all'interno del tempietto, si trova l'affresco, ritenuto miracoloso, della Madonna con il Bambino in braccio; la Madonna è coronata da due angeli mentre il Bambino benedicente tiene un vangelo. L'affresco, nel quale sono ancora perfettamente leggibili le dediche SCA MARIA e IHS, restituisce una scena di particolare dolcezza e leggiadria.

Di difficile datazione, anche perché ha subito alcuni ritocchi, l'affresco è stato attribuito a un periodo antecedente al 1100.

Il tempietto, in posizione rialzata, è separato dal pavimento da tre gradini, mentre il suo tamburo poggia tramite delle colonne su una bassa balaustra che quasi isola la struttura dal resto dell'ambiente.

La parete di fondo è ornata, alla destra del tempietto, da raffigurazioni della vita di Gesù, che facendo da quinta pittorica al tempietto stesso lo esalta maggiormente creando un effetto scenografico di grande fascino.

Sulle pareti laterali interne ci sono, a destra, una tela che raffigura San Giovanni Battista, attribuito al Cavagna da alcuni e a discepoli del Moroni da altri, e sulla parete di sinistra un ottimo dipinto del Cavagna che raffigura San Carlo Borromeo con a fianco San Rocco e San Pantaleone.

Recenti ispezioni artistiche hanno rilevato la presenza di un affresco sotto quello della Madonna col Bambino, di datazione ben più antica. Si è posto così il problema della possibilità di riportarlo alla luce senza danneggiare quello della Madonna, sia per non rovinare un'opera d'arte di grande pregio sia per non offendere la devozione dei fedeli tuttora molto viva.

L'affresco della Madonna raffigura una scena che richiama nella sua ieraticità le posture fisse bizantine ma reinterpretate dalla sensibilità locale che ne addolcisce il linguaggio. La Madonna regge con la destra il Bambino e con la sinistra indirizza a lui e al messaggio che tiene in mano, il rotolo del Vangelo.

Fanno da cornice due affreschi cinquecenteschi raffiguranti, quello di destra, un incontro con il San Giovannino e, quello di sinistra, un'adorazione dei re Magi; pure cinquecenteschi sono gli angeli che celebrano la Madonna nell'affresco principale.

La fusione di stili ed epoche artistiche diverse esalta la composizione che risulta di grande impatto visivo ed emotivo: un miracolo artistico.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/almenno-san-salvatore.html




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venerdì 26 giugno 2015

MONNA LISA

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La Monna Lisa o Gioconda è un dipinto a olio su tavola di pioppo (77 cm×53 cm) di Leonardo da Vinci, databile al 1503-1506 circa, e conservata nel Museo del Louvre di Parigi: è il ritratto più celebre del mondo, nonché di una delle opere d'arte più note in assoluto, oggetto di infiniti omaggi, ma anche parodie e sberleffi.

L'opera rappresenta tradizionalmente Lisa Gherardini, cioè "Monna" Lisa (un diminutivo di "Madonna" che oggi avrebbe lo stesso significato di "Signora"), moglie di Francesco del Giocondo (quindi la "Gioconda"). Leonardo dopotutto, in quel periodo del suo terzo soggiorno fiorentino, abitava nelle case accanto a Palazzo Gondi (oggi distrutte) a pochi passi da piazza della Signoria, che erano proprio di un ramo della famiglia Gherardini di Montagliari.
Questa, apparentemente di facile identificazione, in realtà molto dibattuta dalla storiografia artistica, ha come fonti antiche un documento del 1525 in cui vengono elencati alcuni dipinti che si trovano tra i beni di Gian Giacomo Caprotti detto "Salaì", allievo di Leonardo che seguì il maestro in Francia, dove l'opera è menzionata per la prima volta "la Joconda"; lo stesso Vasari scrisse che "Prese Lionardo a fare per Francesco del Giocondo il ritratto di Monna Lisa sua moglie, e quattro anni penatovi lo lasciò imperfetto, la quale opera oggi è appresso il re Francesco di Francia in Fontanableò", dilungandosi poi in una serie di lodi del dipinto, in realtà piuttosto generiche. Alcuni dubbi sono sorti a partire dalla descrizione di Vasari, che parla della peluria delle sopracciglia magnificamente dipinta (ma la Gioconda non ne ha) e che esalta le fossette sulle guance (pure assenti). Ciò è comunque spiegabile con la particolare storia del dipinto, che seguì Leonardo fino alla sua morte in Francia e che venne ritoccata per anni e anni dall'artista. Vasari infatti potrebbe aver attinto la sua descrizione da una memoria dell'opera com'era visibile a Firenze fino al 1508, quando il pittore lasciò la città: analisi ai raggi X hanno mostrato che ci sono tre versioni della Monna Lisa, nascoste sotto quella attuale.

Altre identificazioni proposte, nel tempo, sono state Caterina Sforza, o la sorellastra Bianca o la madre stessa di Leonardo, Caterina Buti del Vacca. Ancora, recente, è quella con Isabella d'Aragona, duchessa di Milano nell'anno 1489, inoltre si è supposto che, la nobildonna ritratta, appartenesse al casato degli Imperiali. Altri farebbero risalire l'identità a Bianca Giovanna Sforza, figlia legittimata di Ludovico il Moro.

Fu Leonardo stesso a portare con sé in Francia, nel 1516, la Gioconda, che potrebbe essere stata poi acquistata, assieme ad altre opere, da Francesco I.

Si sa che un secolo dopo, nel 1625, un ritratto chiamato "la Gioconda" fu descritto da Cassiano dal Pozzo tra le opere delle collezioni reali francesi. Altri indizi fanno pensare che fin dal 1542 si trovasse tra le decorazioni della Salle du bain del castello di Fontainebleau.

Più tardi Luigi XIV fece trasferire il dipinto a Versailles. Dopo la Rivoluzione francese, venne spostato al Louvre. Napoleone Bonaparte lo fece mettere nella sua camera da letto, ma successivamente tornò al Louvre. Durante la guerra Franco-Prussiana del 1870-1871 fu messo al riparo in un sito nascosto.

La mattina di martedì 22 agosto 1911 due artisti, Louis Beroud e Frederic Languillerme si diressero al Louvre per imparare dai grandi maestri. Giunti nel salone Carré si accorsero della scomparsa della Gioconda di Leonardo da Vinci, informandone il capo della sicurezza Monsieur Poupardin. In poco tempo nella sala si riunirono il direttore del museo Monsieur Homolle, il sottosegretario di Stato alle Belle Arti, il capo della polizia e il prefetto di Parigi, Louis Lepiche.

Il furto avvenne verso le sette del mattino di lunedì 21 agosto 1911, giorno di chiusura del Louvre. Peruggia entrò nel museo attraverso la porta Jean Goujon usata di frequente dagli operai e si diresse al Salon Carré senza che alcuna persona si accorgesse della sua presenza. Dopo aver staccato il quadro dalla parete, si diresse verso la scaletta della Sala dei Sept Maitre liberandosi della cornice e del vetro. Giunto in un cortile interno poco frequentato si servì della giacca che indossava per avvolgere il quadro. Uscito dal museo senza essere fermato, salì sul primo autobus, ma si accorse di aver sbagliato direzione e così scese e si fece riportare a casa da una vettura, precisamente in rue de l'Hopital Saint-Louis dove nascose la Gioconda. Dovendo tornare al lavoro per giustificare il ritardo disse di essersi ubriacato il giorno precedente e di soffrirne ancora le conseguenze. Poiché la stanza nella quale viveva era molto umida, temendo che l'opera potesse danneggiarsi, Vincenzo la affidò al compatriota Vincenzo Lancellotti, che abitava nello stesso stabile. Trascorso un mese, dopo aver realizzato una cassa in legno nella quale custodire il dipinto, lo riprese e lo tenne con sé.

Appurato il furto vennero bloccate le uscite, perquisiti i visitatori e si perlustrò l'intero museo. Si ritrovarono la cornice e il vetro della Monna Lisa sulla scaletta della sala dei Sept Maitre e alla fine della rampa si scoprì che la porta a vetri era stata forzata ed era priva di pomello. Essendo quell'uscita frequentata dagli operai la gendarmeria pensò che il ladro si fosse mescolato a loro o fosse egli stesso un lavoratore. Tutto il personale stabile venne interrogato. Nel frattempo fu lanciato un appello ai cittadini di Parigi, a chiunque avesse notato una persona sospetta in quei giorni nei pressi del Louvre. All'appello rispose un impiegato che riferì di aver notato un uomo che si allontanava dal Louvre il lunedì mattina e che gettava un oggetto in un fossato vicino alla strada; lì fu ritrovato il pomello mancante. Mentre fervevano le indagini gli 'Amici del Louvre' annunciarono una ricompensa di venticinquemila franchi per chi avesse dato informazioni valide. Intanto, il posto lasciato vuoto dalla Gioconda sulla parete del Louvre fu preso momentaneamente da un dipinto di Raffaello, il Ritratto di Baldassarre Castiglione. Furono erroneamente arrestati, come possibili complici, anche due giovani che sarebbero diventati famosi nei campi della scrittura e dell'arte: Guillaume Apollinaire e Pablo Picasso che dimostrarono la loro estraneità ai fatti. Dopo aver escluso dalla responsabilità del furto il personale stabile del museo, la gendarmeria si concentrò su muratori, decoratori, personale assunto per breve periodo o per uno specifico incarico, tutte persone i cui dati erano riportati sul registro delle commesse. Peruggia venne interrogato e la sua modesta stanza fu sottoposta ad un'ispezione che ebbe esito negativo poiché la Gioconda era nascosta in un apposito spazio ricavato sotto l'unico tavolo.
Nell'autunno del 1913 il collezionista d'arte fiorentino Alfredo Geri decise di organizzare una mostra nella sua galleria chiedendo ai privati, tramite un annuncio sui giornali, di prestargli alcune opere. Egli ricevette da Parigi una lettera nella quale veniva proposta la vendita della Gioconda a patto che il capolavoro tornasse in Italia e fosse lì custodito. La lettera inviata da Vincenzo Peruggia era firmata dal fittizio Monsier Léonard V. Consigliatosi con Giovanni Poggi, direttore della Regia Galleria di Firenze, Geri fissò un incontro con Monsieur Léonard l'11 dicembre 1913 in un albergo di Firenze. Si presentò con il direttore della galleria che dopo aver visto il quadro lo prese in custodia per esaminarlo. Vincenzo Peruggia fu arrestato il giorno seguente dai carabinieri che lo prelevarono dalla stanza di albergo.

Alcuni hanno cercato di indagare le vere ragioni che portarono l'uomo a rubare il dipinto, ipotizzando anche un furto su commissione di un truffatore argentino, il marchese di Valfierno, che ne avrebbe volute vendere sei copie agli americani. In realtà Peruggia affermò sempre di aver compiuto il furto per patriottismo in quanto la visione su un opuscolo del Louvre di quadri italiani portati in Francia da Napoleone I provocò in lui un senso di vendetta: voleva restituire all'Italia almeno uno di quei dipinti, non importava quale. Inizialmente aveva pensato alla Bella Giardiniera, ma le dimensione esagerate del quadro lo avevano dissuaso. Ironia della sorte la Gioconda non fa parte del bottino napoleonico, infatti fu probabilmente portata in Francia dallo stesso Leonardo e comunque ne è attestata la presenza fra le collezioni reali già dal 1625.

Il processo si svolse il 4 e 5 giugno 1914 presso il Tribunale di Firenze, di fronte alla stampa internazionale e ad un pubblico generalmente favorevole a Peruggia per un malinterpretato amor di patria. La pressione popolare e l'invocazione dell'infermità mentale confermata dall'indovinello postogli dal medico psichiatra del tribunale professor Paolo Amaldi, che assunse l'incarico il 24 maggio del 1914: -Su un albero ci sono due uccelli. Se un cacciatore spara ad uno di essi, quanti ne rimangono sull'albero?- -Uno!- rispose Peruggia. -Deficiente!- tuonò il medico. Infatti la risposta alla domanda era zero, (perché l'altro sarebbe scappato) sortirono, comunque, l’effetto di indurre la corte a concedergli le attenuanti ed a comminargli una pena assai mite: un anno e quindici giorni di prigione.

Il 29 luglio la pena fu ridotta a 7 mesi e 8 giorni, ma appena fu emessa la sentenza, Peruggia fu scarcerato. Quando uscì di prigione, trovò un gruppo di studenti toscani che gli offrirono il risultato di una colletta, a nome di tutti gli italiani: 4.500 lire.

L’atteggiamento delle autorità italiane venne apprezzato in Francia. I due paesi, d’altra parte, coltivavano da circa dieci anni rapporti sempre più amichevoli. Si poté così evitare che Parigi chiedesse una pena esemplare e concordare un lungo periodo di esposizione del dipinto in Italia (prima agli Uffizi a Firenze, poi all’ambasciata di Francia di Palazzo Farnese a Roma, infine alla Galleria Borghese in occasione del Natale), prima del suo definitivo rientro.

La Monna Lisa arrivò in Francia a Modane, su un vagone speciale delle Ferrovie italiane, accolta in pompa magna dalle autorità francesi, per poi giungere a Parigi dove, nel Salon Carré, l’attendevano il Presidente della Repubblica francese e tutto il Governo.

Durante la prima e la seconda guerra mondiale il dipinto venne di nuovo rimosso dal Louvre e conservato in luoghi sicuri. Durante il secondo conflitto in particolare fu depositata al castello di Chambord, poi ad Amboise, a cui seguirono l'abbazia di Loc-Dieu, il Museo Ingres di Montauban e di nuovo Chambord, prima di finire sotto il letto del conservatore del Louvre nel castello di Montal e tornare a Parigi nel 1945. Nel 1956, la parte inferiore del dipinto venne seriamente danneggiata a seguito di un attacco con dell'acido. Diversi mesi dopo qualcuno lanciò un sasso contro il dipinto: attualmente viene esposto dietro un vetro di sicurezza. Sull'episodio fornì una lettura psicoanalitica Salvador Dalí: «Molte persone se la sono presa con la Gioconda, anche lapidandola come qualche anno fa, caso tipico di flagrante aggressione contro la propria madre.Leonardo, inconsciamente, ha dipinto un essere che riveste tutti gli attributi materni. Ha due grandi seni e posa su chi la contempla uno sguardo totalmente materno. Però sorride in modo equivoco. Ora cosa succede al povero infelice che è posseduto dal complesso di Edipo? Egli entra in un museo. Un museo è una casa pubblica. Nel suo subcosciente, è un bordello. E in questo bordello vede il prototipo dell'immagine di tutte le madri. La presenza angosciante di sua madre che gli lancia uno sguardo dolce e gli rivolge un sorriso equivoco, lo spinge a un atto criminale. Commette un matricidio, prendendo la prima cosa che gli capita fra le mani, un ciottolo, e rovinando con esso il quadro. È una tipica aggressione da paranoico».

Nel 1962 il quadro fu prestato agli Stati Uniti dove, accolto da John Fitzgerald Kennedy, Jacqueline Kennedy e Lyndon Johnson, fu esposto alla National Gallery di Washington e al Metropolitan Museum di New York, dove attrasse un milione e settecentomila visitatori; nel 1974 fece la sua ultima tournée, con tappe a Tokyo e a Mosca.

Studi del settembre 2006, effettuati dal Centro Nazionale di Ricerca e Restauro dei Musei di Francia, hanno rilevato come in un primo tempo tutto il volto della donna dovesse essere ricoperto da un sottile velo, velo che all'epoca era portato dalle donne in attesa o che avevano appena dato alla luce un figlio; inoltre dietro il dipinto si è potuto vedere uno schizzo inciso sul legno da Leonardo, il quale prima di dipingere il quadro ne avrebbe abbozzato la struttura: nello schizzo la figura femminile indossa una cuffia, poi oggetto di un ripensamento.

Per evitare il deterioramento causato dai numerosi flash che colpiscono l'opera, è stata inserita una protezione in vetro di fabbricazione italiana resistente oltretutto a vari tipi di esplosivi e a qualsiasi agente corrosivo. Ciò l'ha protetta anche dal lancio di una tazza con cui una visitatrice russa cercò di colpirla nel 2009.

Il ritratto mostra una donna seduta a mezza figura, girata a sinistra ma con il volto pressoché frontale, ruotato verso lo spettatore. Le mani sono dolcemente adagiate in primo piano, mentre sullo sfondo, oltre una sorta di parapetto, si apre un vasto paesaggio fluviale, con il consueto repertorio leonardesco di picchi rocciosi e speroni. Indossa una pesante veste scollata, secondo la moda dell'epoca, con un ricamo lungo il petto e maniche in tessuto diverso; in testa indossa un velo trasparente che tiene fermi i lunghi capelli sciolti, ricadendo poi sulla spalla dove si trova appoggiato anche un leggero drappo a mo' di sciarpa.

Alla perfetta esecuzione pittorica, in cui è impossibile cogliere tracce delle pennellate grazie al morbidissimo sfumato, Leonardo aggiunse un'impeccabile resa atmosferica, che lega indissolubilmente il soggetto in primo piano allo sfondo, e una profondissima introspezione psicologica. Se l'impostazione, col paesaggio sullo sfondo, affonda le radici nella ritrattistica umanistica del Quattrocento, la straordinaria naturalezza del personaggio, così diversa dalle pose ufficiali e "araldiche" dei predecessori, ne fa una pietra miliare della ritrattistica con cui si apre il Rinascimento maturo.

Il quadro di Leonardo fu uno dei primi ritratti a rappresentare il soggetto davanti a un panorama ritenuto, dai più, immaginario. Una caratteristica interessante del panorama è che non è uniforme. La parte di sinistra è evidentemente posta più in basso rispetto a quella destra. Questo fatto ha portato alcuni critici a ritenere che sia stata aggiunta successivamente.

La Gioconda si trova in una specie di loggia panoramica, come dimostrano le basi di due colonne laterali sul parapetto; una copia seicentesca mostrerebbe la composizione originaria in cui è visibile la parte architettonica successivamente mutilata.

Considerando la grande cura di Leonardo per i dettagli, molti esperti ritengono che non si tratti di uno sfondo inventato, ma rappresenti anzi un punto molto preciso della Toscana, cioè là dove l'Arno supera le campagne di Arezzo e riceve le acque della Val di Chiana. C'è un indizio preciso sulla destra della Gioconda oltre la spalla, è un ponte basso, a più arcate, cioè un ponte antico, a schiena d'asino di stile romanico, un ponte identico al ponte a Buriano che scavalca tutt'oggi l'Arno e che venne costruito in pieno Medioevo, a metà del XIII secolo, quando Arezzo attraversava un periodo di grande prosperità. Sopra le sue arcate passa l'antica via Cassia che collega Roma, Chiusi, Arezzo e Firenze.

Leonardo conosceva bene questo ponte, perché aveva studiato a fondo questa zona, come testimonia un disegno datato tra il 1502 e il 1503 che descrive il bacino idrico della Val di Chiana (oggi alla Royal Library di Windsor), in cui si intravede anche il ponte a Buriano; è una prova che Leonardo aveva ben in mente la geografia di questi luoghi. Poco distante dal ponte, l'Arno riceve le acque di un immissario, il canale della Chiana nel quale confluiscono le acque dell'omonima valle. Se si risale il corso di questo canale, andando a ritroso, bisogna superare una serie di meandri e poi ci si infila in una gola, la Gola di Pratantico. Se si osserva il lato sinistro della Gioconda, si vede un corso d'acqua con meandri che si infila in una stretta gola. Inoltre i rilievi a sinistra della Gioconda sono verticali, aguzzi, scavati dall'erosione e in effetti, oltre il ponte, continuando la vecchia via Cassia, si arriva in un'area in cui si possono osservare i calanchi, delle bizzarre formazioni rocciose, erose dalle piogge e dai millenni.

Altre ipotesi hanno pensato che il paesaggio vada letto attraverso uno specchio: forse venne ricavato con la camera oscura leonardiana. In questo caso potrebbe assomigliare al Lago di Iseo col profilo della Corna Trentapassi.

Alcuni hanno affermato, confrontando i paesaggi del dipinto con alcune fotografie, che i paesaggi sarebbero quelli del Montefeltro, nell'antico Ducato di Urbino. Sarebbero infatti riconoscibili il fiume Marecchia, il Sasso Simone e Simoncello e il Massiccio del Fumaiolo.

Esiste la teoria secondo la quale è possibile ricostruire il volto della Monna Lisa utilizzando i resti rinvenuti a Firenze di Lisa Gherardini, ovvero la presunta modella di Leonardo. Lisa, dopo la morte del marito, si fece suora e fu sepolta nel convento di Sant’Orsola nel capoluogo toscano.
Nell’agosto 2013 è stata aperta la tomba dei Gherardini, poiché serviva un test del dna per risolvere, con la genetica, il mistero di questo quadro. Nella chiesa della santissima Annunziata a Firenze si trovano i resti del marito della presunta Monna Lisa, Francesco di Bartolomeo del Giocondo, e soprattutto dei suoi due figli, con i quali potrà essere compiuta la comparazione genetica.

Nonostante secoli di studi, la Gioconda conserva il suo fascino misterioso. Il quadro è più piccolo di quello che ci si aspetta, ma infinitamente “potente”; ti segue con gli occhi, ovunque tu ti sposti; ed è Leonardo stesso che si fa beffa del visitatore.

Mona Lisa sorride perché ha appena avuto un figlio, il mistero del suo sorriso si nasconde dietro la condizione più naturale del mondo: la maternità. È la conclusione cui sono giunti i ricercatori del Centro nazionale delle ricerche canadese (Cnrc), che hanno analizzato la donna più famosa del mondo, la più corteggiata, discussa e interpretata, la più insensibile alle mode e al tempo: il sorriso più enigmatico della cultura occidentale apparterrebbe a una madre.

La radiografia tridimensionale dei ricercatori canadesi ci dà una nuova interpretazione della Gioconda e al tempo ci rassicura sullo stato di conservazione del quadro: il dipinto leonardiano sta bene, le sue condizioni di conservazione sono ottimali e consentiranno alle generazioni future di ammirarlo ancora.

Lisa Gherardini sarebbe stata dunque raffigurata dopo aver messo al mondo il secondo dei suoi cinque figli. Secondo lo specialista transalpino, "non c’è nessun mistero nel quadro, come nel Da Vinci Code", ma il dipinto nasconde tutta la tecnica di Leonardo "e questo è il vero mistero che abbiamo scoperto".

Leonardo aveva pensato di dipingere Mona Lisa con una cuffia, poi le ha lasciato i capelli liberi, La Gioconda dovrebbe restare intatta ancora a lungo, se si continua a conservarla in condizioni ambientali controllate. E i ricercatori sono rassicuranti anche sull’incrinatura di dodici centimetri nella metà superiore del quadro, probabilmente causata dal ritiro della cornice originale e da una riparazione effettuata tra la metà del Settecento e i primi dell’Ottocento: "Sembra stabile e non si è aggravata nel corso del tempo". I segreti dello sfumato di Leonardo restano tuttavia inavvicinabili: "La superficie della Gioconda non rivela alcuna pennellata. Lo strato di pigmento è estremamente sottile e uniforme".



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