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martedì 17 maggio 2016

LE SUFFRAGETTE DI MARY POPPINS

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Mary Poppins,la governante «praticamente perfetta sotto ogni aspetto» si occupa di un mestiere di cura, tradizionalmente legato all’immaginario femminile, ma lo fa con il piglio e l’indipendenza di una donna libera. Arriva con il vento e mette subito a soqquadro con rigorosa leggerezza il mondo borghese della famiglia Banks. Chissà quanti anni ha, Mary Poppins: non è sposata, ma sembra avere una simpatia ricambiata per un suo amico spazzacamino, Bert. Di certo non un buon partito, ma affascinante, divertente e soprattutto rispettoso dell’intelligenza (e dei superpoteri) della sua amica governante. Mary non si ferma alla cura dei bambini, anzi riesce a tenere testa all’uomo di casa, al bancario Banks, colui che canta «Si addice bene all’uomo il 1906. Son signor del maniero, il capo, il re. Uso forza ma bontà, noblesse oblige» e a cui la suffragetta risponde ossequiosamente senza osare contrastarlo. Poi quando ha finito con il suo lavoro, al cambio del vento, Mary Poppins segue il suo irresistibile desiderio di libertà, che la spinge a volare via di nuovo. Salutando anche l’amico Bert. Convinta di poter contare sulle proprie risorse per sopravvivere.  
 
Delle Suffragette sapeva ben poco anche Carey Mulligan, sorprendente protagonista del film firmato da Sarah Gavron.

Si ricordava giusto, ha raccontato Carey, la sequenza di Mary Poppins che tutti  abbiamo in mente, quella in cui la signora Banks torna a casa dalla marcia per il voto alle donne e deve fare i conti con la governante che se ne va e i bambini spariti, non prima di aver trascinato le donne di casa in un canto vibrante…

Il punto di vista scelto da Gavron per raccontare la storia magnifica e terribile di due anni cruciali, il 1912 e il 1913, per quel movimento. Il punto di vista non è quello di una donna borghese, come Banks (registro parodistico del film a parte), ma di una giovane lavandaia – Carey Mulligan – working class dunque, non quartieri bene ma Bethnal Green, East London che agli inizi del ‘900 era ben lontana dall’essere oggetto delle passioni hipster di oggi.

La giovane che, come generazioni di donne prima di lei, lavora da quando era piccola in una lavanderia gestita da un padrone viscido e molestatore, entra in contatto con il movimento. Che è tutt’altra cosa dall’immagine sbiadita e un po’ folkloristica che ne è rimasta in testa a molti: non violento prima, il movimento suffragista inglese guidato da Emmeline Pankhurst (Meryl Streep che nel film infiamma con un comizio le donne chiedendo loro di prendere in mano il proprio destino), politicamente inascoltato e duramente represso, passa infatti ad azioni sempre più eclatanti. Il conflitto attraversa le strade di Londra – è la guerra delle vetrine del 1912, a base di sassi ma anche di esplosivi – come la vita privata di Maud, il suo essere moglie e madre: diventare un’attivista significa prendere coscienza di ruoli, di subalternità, confliggere con la famiglia quanto con i propri stessi sentimenti, passaggi psicologici e lacerazioni interiori ben resi dall’interpretazione di Mulligan. E convincente e ad alto tasso di drammaticità appare la restituzione cinematografica della repressione subita dalle suffragette inglesi – nel film, accanto a Maud ci sono la farmacista Edith (Helena Bonham-Carter) e la proletaria Violet (Anne-Marie Duff ): botte, carcere, alimentazione forzata. Fino all’epilogo, l’episodio più tragico di quel movimento: il film si chiude sul funerale di Emily Davinson, che si gettò sotto le  zampe del cavallo del re durante il  derby ippico di Epsom.

Gavron ha definito il suo film una storia che sorprendentemente nessuno mai aveva raccontato e che rilancia una domanda sull’oggi: «Pochi ricordano quello che successe realmente in quegli anni. Le suffragette appiccavano incendi, bombardavano edifici e non avevano paura di niente. Voglio dire, oggi quante persone conoscete pronte ad affrontare uno sciopero della fame per una causa, e, per la stessa causa, essere poi sottoposte alla nutrizione forzata?».

Si potrebbe dire che questo commento può avere, in tempi di fondamentalismi, una doppia lettura: ma è invece certo il messaggio sull’empowerment delle donne che dal film e dalla troupe – quasi interamente femminile – intendeva venire. Il film, in Inghilterra, è stato comunque per certi versi anche criticato: persino le magliette promozionali con la frase di Emmeline Pankhurst “Meglio ribelli che schiave” sono state giudicate portatrici di un messaggio ambiguo e potenzialmente offensivo verso le donne che la schiavitù l’hanno vissuta, e si è notata l’assenza di donne nere, rilanciando la questione di un femminismo bianco e prevalentemente borghese, ad avviso di alcune anche con venature razziste.

Qualcuno, poi, ha sottolineato un eccesso di semplificazione nella ricostruzione: secondo una corrente storiografica, infatti, alla svolta radicale del movimento delle suffragette (peraltro abbastanza diviso al suo interno) va imputato un ritardo nell’ottenimento del diritto di voto,  che divenne realtà compiuta nel 1928, sedici anni dunque dopo gli accadimenti narrati dal film. Suffragette insomma avrebbe potuto essere “molto più coraggioso”, ha scritto Leah Pickett.

Il film ruota attorno a personaggi fittizi che si trovano ad interagire con due importanti suffragette militanti realmente esistite: Emmeline Pankhurst (Meryl Streep) ed Emily Wilding Davison (Natalie Press). La storia ci mostra l’evoluzione della militanza di queste donne durante i mesi che precedono la morte di Emily, la quale per ottenere visibilità si getta davanti al cavallo in corsa di Re Giorgio V.

Il primo pensiero riguarda il cambio radicale di registro rispetto alla tendenza, nelle tradizionali rappresentazioni mediatiche, di sminuire e ridicolarizzare il movimento delle suffragette. In questo film è particolarmente forte, invece, la descrizione della loro sofferenza, degli ostacoli anche violenti che dovevano superare, e della loro totale dedizione alla causa.



Non c’è niente di frivolo nella loro militanza e quello che affrontano non è semplicemente lo sfottò superficiale e distratto di mariti annoiati. Erano attiviste, resistenti, persino terroriste, ma non donne in festa di ritorno da una parata. In questo senso il film secondo noi denuncia e supera il presupposto intrinsecamente sessista che caratterizzava l’immagine un po’ giocosa delle suffragette.

Il secondo tema assolutamente pregnante del film è quello dell’intersezionalità tra genere e classe sociale di appartenenza. Normalmente, è più facile leggere le storie di suffragette della classe media, ma questo film si concentra in particolare sulla storia di donne appartenenti alla classe operaia, molto povere e che erano costrette a lavorare in condizioni estreme, senza nessun diritto e ad un salario al di sotto del livello minimo di sopravvivenza. Le loro vite sono precarie e il minimo “incidente” può causare la perdita di tutto. Non hanno mezzi economici né la protezione politica a fare da rete di sicurezza.

Innanzitutto è interessante il racconto delle loro vite ed esperienze che fino ad ora erano state totalmente neglette, almeno nel mondo del cinema. Inoltre, il film pone una domanda interessante circa la sofferenza e il sacrificio richiesto a seconda della classe sociale: le donne della working class rischiano il tutto e per tutto per la loro causa e soffrono gravi abusi fisici e psicologici. Perdono le loro famiglie e il loro ruolo nella società per dedicarsi esclusivamente alla battaglia per il voto.

Le suffragette della classe media, invece, non subiscono gli stessi abusi perché protette economicamente e politicamente dai loro padri e mariti e difficilmente vanno in prigione. Tuttavia questo loro “privilegio” riflette il livello di sessismo che caratterizzava la società di allora, in quanto solo gli uomini potevano disporre delle loro ricchezze. Il film dunque mostra chiaramente la situazione paradossale per cui queste donne, pur possedendo beni materiali, non possono scegliere come utilizzarli, mentre le donne senza rete di sicurezza, che potrebbero dunque scegliere, non hanno ormai più niente.

La pellicola termina con un messaggio importante: la battaglia per il diritto al voto non è terminata e ci sono ancora paesi che nel 2016 negano alle donne questo diritto umano universale. Ma ci deve anche far riflettere sull’intersezionalità di alcune tematiche (come in questo caso classe e genere) e reagire ogni volta che, ancora oggi, una battaglia femminista viene sminuita e ridicolizzata.

Suffragette ottiene comunque il risultato di tessere un filo rosso che riconduce la questione del voto all’inesausta, complicata ed emozionante lotta per la libertà femminile sotto diversi cieli, attraverso le generazioni e fino a oggi.

Votare è quel vertiginoso ritrovarsi “all’improvviso di fronte a me, cittadino” di cui racconta la scrittrice Maria Bellonci e che tuttora ha da dire, e tanto, alle donne, la cui libertà sotto ogni cielo è sempre in cammino e spesso, per molte ragioni a seconda dei luoghi e delle circostanze, minacciata.


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domenica 27 dicembre 2015

LE DONNE URLATRICI

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Sei mesi di reclusione. E' questa la condanna che si è visto affibiare un quarantaduenne di Limena, in provincia di Padova, "colpevole" di essere troppo bravo a letto.

L'uomo, infatti, è finito a processo per colpa delle sue prestazioni sessuali: la sua partner, durante l'amplesso, urlava talmente forte che nessuno, all'interno del condominio, riusciva a chiudere occhio.
Insomma una specie di "tu Jane io Tarzan"

Così che i vicini di casa hanno deciso di procedere per vie legali e denunciare l'uomo per stalking di condominio. Finito alla sbarra, ha tentato di difendersi: inutilmente, tanto che ora, su di lui, pende una condanna per disturbo della quiete notturna.

Secondo un recente studio pubblicato sull'Archives Of Sexual Behavior, i gemiti, le urla e tutto ciò che di sonoro emettiamo durante l'amplesso sarebbero del tutto dissociati dall'orgasmo, dal piacere.
Lo studio rivela che scientificamente le donne durante la performance sessuale esagererebbero e, addirittura, reciterebbero urlando, ansimando e quant'altro.

Gli scienziati definiscono la “simulazione sonora” messa in atto dalle donne: “manipolazione”. Il gentil sesso attraverso questa “tattica” indurrebbe l'uomo a fare ciò che vorrebbe e, dunque, a dar loro maggiore piacere.

Ma, al di là delle spiegazioni “scientifiche”, perché urliamo nel sesso? Le risposte sono varie: gemere e urlare sono atti liberatori, oppure semplicemente ci eccita farlo e, sappiamo bene, che eccita moltissimo i maschietti.

Un'altra ragione plausibile è quella di inventarsi ogni volta un film pornografico tutto nostro. Sì, perché i film a luci rosse, che tanto piacciono agli uomini, sono conditi di belle attrici che urlano come ossesse e tutto questo è vivo nell'immaginario erotico maschile e, negli ultimi decenni, anche in quello femminile. Perché, dunque, non imitare le pellicole hard, che rappresentano il sesso rumoroso, se hanno così tanto "successo"?

I gemiti e le urla di piacere sono visti dal senso comune come un vero e proprio istinto. Alcune ricerche scientifiche dimostrano che non esiste alcuna correlazione tra l’orgasmo femminile e il suo tono di voce. Le donne particolarmente rumorose a letto sono le più generose e compiacenti, ed esprimono a gran voce il proprio piacere per stimolare il partner nelle prestazioni. Quando l’uomo gode, la donna strilla forte.
Alcuni studi hanno definito la “simulazione sonora” messa in atto dalle donne: “manipolazione”. Questa “tattica” indurrebbe l'uomo a fare ciò che vorrebbe e, dunque, a dar loro maggiore piacere. Ma, al di là delle spiegazioni “scientifiche”, perché le donne urlano? Le risposte sono varie: gemere e urlare sono atti liberatori, oppure semplicemente eccita le donne (e gli uomini). L’immagine dei rapporti sessuali tra partner assume ogni giorno connotati sempre più artificiosi, ma il lecito sospetto è che forse non sia tutto

Circa l' 80% delle donne mugolano durante il sesso e non perché abbiano un orgasmo, ma per incoraggiare i loro partner. Per farla breve: per dare una spinta, le donne simulano.
Questo allora dovrebbe significare che non provino piacere? Che Mentano? Che Manipolino gli uomini per gonfiare il loro ego?

Le Bionde sono stupide, i Gay hanno una voce effeminata, gli Amanti finiscono per rassomigliare? Ma la domanda più inquietante del suo lavoro rimane quella sulle grida, gemiti e bramosia: Perché? Mentre gli uomini sono concentrati, a denti stretti (o con la bocca occupata), le donne pensano a fornire la colonna sonora dell'azione, degna di un film di Hollywood. Un vero concerto di vocalizzi

Prima ipotesi, da scartare subito: le donne godono più degli uomini, fino al punto di perdere il controllo? "L'attività cerebrale è stata misurata durante l'orgasmo" dice Antonio Fischetti, "ma non c'è nulla che suggerisca che l'orgasmo sia più forte in un sesso piuttosto che nell'altro.

"Seconda ipotesi, anche questa da scartare, le grida delle donne sarebbero reazioni riflesse, di origine fisiologica, assimilabili ad una valvola di sicurezza. In breve: il grido della donna in crisi di piacere, sarebbe simile a quello della sirena quando si avvicina un bombardamento. Plausibile, direbbe una persona ' ... madonne mamm' in perfetto slang locale.

Terza ipotesi, più seriosa: forse che le donne sono più rumorose perché educate ad esprimere le proprie emozioni?

Sì, certo, "ma altre spiegazioni sono state anche avanzate." Nel 2011, due ricercatori in psicologia, Gayle Brewer (Università di Lancashire) e Colin Hendrie (Università di Leeds) hanno chiesto a 71 donne eterosessuali, di età compresa tra 18-48 anni, di rispondere ad alcune domande personali: Che tipo di suoni emette durante l'amore? Ringhio, grugnito? Rantoli respiratori, ansimando? Guaiti acuti, urla? Parole? A che ora si fanno questi suoni? Avete un orgasmo? Se sì, in quale momento?



Il risultato di questa ricerca su FCV ("vocalizzazione della copula femminile"), pubblicato negli Archives of Sexual Behavior, ha trovato che le donne non fanno necessariamente rumori quando realmente provano piacere. Il 66% di loro dichiara di 'rantolare' per indurre l'aumento dell'orgasmo del partner. L'87% dichiara che cominciano a "vocalizzare" per migliorarne la fiducia. In breve: le donne emettono rantoli più per "influenzare" l'uomo che per manifestare l'intensità del piacere.

Nel loro studio, Brewer e Hendrie dicono che "manipolando il comportamento maschile la femmina se ne avvantaggia". Alcune donne ammettono che in realtà emettano i suoni al fine di favorire la conclusione del partner, così che lui finisca quella storia velocemente, vuoi anche per terminare una penetrazione dolorosa se non addirittura noiosa. Ma gli intervistati, la stragrande maggioranza, bisogna dire, che davvero godano durante l'amplesso. Se miagolano o grufolano, o rantolano, questo non è un escamotage per accelerare l'atto sessuale. Al contrario. Questo è modo per guidare il proprio partner o stimolarlo con la voce, come fanno i fantini ... e, quindi, Inversione dei ruoli per un curioso scherzo del destino, le risposte di questo studio mostrano che in Occidente non è l'uomo che conduce il gioco "Le grida sono un mezzo, più o meno consapevole per manipolare l'eiaculazione", dice Antonio Fischetti, che galantemente aggiunge:

"Le grida di piacere sono l'espressione del potere femminile nella sessualità".

Se ne deduce che tutte le donne cercano di prendere il sopravvento utilizzando una tattica 'sleale', se crediamo allo studio di Gayle e Hendrie, il 92% delle intervistate afferma di vocalizzare perché è il loro modo di "partecipare" in questa emulazione reciproca che è l'amplesso. Il gemito di piacere fa parte dei preliminari, è un eccitante. All'inizio di un rapporto, il grido delle donne potrebbe quindi essere tradotto come "Go baby, go" (muuvete, loc.). Esso aiuta a stimolare l'altro, ma anche a predisporre sè stesse ... Quando le donne si lamentano, insomma, non fanno finta: sollecitano, provocano, invitano, riscaldano l'atmosfera e, alzando la tensione di una tacca, si preparano, per autosuggestione, alla perdita di senso che le loro grida prefigurano. Poi, quando si appropinqua l'orgasmo, molte di loro si tacciono e si ritirarono per ascoltare il tremore interno, taciturne, silenziose, pochi istanti prima di esplodere improvvisamente, lanciando alcune urla piuttosto sonore. Queste grida finali sono generalmente autentiche, anche se la componente psicologica gioca un ruolo molto importante, in questo bouquet di sonorità finali.

Sono in gioco i nostri cervelli ai quali va concesso un minimo di fasto, quello splendore drammatico per la piena e completa soddisfazione.

Se dobbiamo credere a coloro che amano 'gridare', quando si trattengono dal farlo, al momento dell'orgasmo, dicono che il loro piacere è molto meno forte. Alla smodatezza dell'eiaculazione sonora, le donne annettono un elemento in più, simbolico, del respiro espulso: quando gridano, fanno vibrare tutt'intorno a loro, così proiettano fuori energia, come nelle arti marziali, come una bomba preceduta da scosse ... L'urlo che uccide.
Nel 2009, uno studio condotto da Charlene Muehlenhard, professore di psicologia presso l'Università del Kansas, assimilava gli effetti sonori durante il sesso ad una sorta di dialogo in un film. Uomini e donne seguono un copione in amore.
"L'uomo deve far godere la donna e la qualità dell'orgasmo femminile lo rassicura sul suo valore come amante".
Spiegazione un po 'corta', naturalmente, solo in attesa di essere completata. Le donne non sono solo infermiere, sempre al servizio di un ego maschile deficitario, da rassicurare, coccolare e ingannare ...
No, le donne non sono altruiste fino a questo punto. Esse non si affacciano, semplicemente, sulla sessualità. Le grida di incoraggiamento le aiutano le condizionano e rendono più disponibili al piacere.

Ogni donna produce una propria espressione vocale che fa da sfondo musicale al rapporto sessuale. La modulazione alterna parole, mugolii, gemiti e sospiri nella fase iniziale per terminare con acuti, grida e in rari casi mugolii a denti serrati.

Alcuni sessuologi americani, hanno suddiviso le donne in:
URLATRICI che, solitamente, si esprimono molto durante tutto il rapporto; il loro godimento parte dalla punta dei piedi, sale fino al cervello e si diffonde in tutto il corpo. Alla fine sono come quei giocatori di tennis che ad ogni colpo tirano fuori l’anima.
SILENZIOSE sostengono che più si blocca la respirazione e l’orgasmo viene trattenuto, maggiore è il godimento e la sua intensità.
Tuttavia, ci sono anche donne alla dottor Jeckyll-Mr. Hyde, definite INFEDELI, e sono quelle che in compagnia del fidanzato fisso usano moine e cinguettii, mentre se si trovano in compagnia di amanti occasionali sono più aggressive e urlatrici.
E alla fine ci sono le TEORICHE della mezza misura: ansimano, mordono, graffiano e parlano chiedendo ciò che desiderano a viva voce, ma senza esagerare!
Dopo vari sondaggi e interviste si può dire, che le donne più immature sono riservate e silenziose perché si vergognano, mentre le più esperte sono spontanee e si lasciano andare ad un godimento plateale.
Alcuni sostengono che le more fanno gemiti più profondi, mentre le bionde più acuti.
Rimane il fatto, comunque, che l’urlo è considerato il topos della soddisfazione erotica femminile ed è sempre al centro di storie e leggende metropolitane.

Per molti maschi l’urlo è la spia rivelatrice della loro abilità sotto le lenzuola ed è anche fonte di eccitazione. Sono tutti comunque più o meno consapevoli che una donna può barare con grida e gemiti come in “ Harry ti presento Sally”, e sostengono di essere in grado di riconoscere i segnali giusti anche senza eccessive manifestazioni sonore. Dicono che la voce è roca, calda, leggermente impastata…si allargano le narici e le donne si avvinghiano al corpo maschile in maniera disumana.

A volte poi sono gli uomini stessi che capiscono quando incitare la donna ad urlare.
Ci sono poi i maschi che invitano i consimili a far godere una donna baciandola e impedendole di urlare; in questo modo cercherà l’aria, si divincolerà dall’uomo e dalla sua bocca…ma godrà moltissimo.


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martedì 27 ottobre 2015

IL NUDO DEL LOUVRE



La grande odalisca (La grande odalisque) è un dipinto di Jean-Auguste-Dominique Ingres (88,9 cm×162,56 cm), probabilmente fra i più noti del pittore, realizzato nel 1814. È situato al museo del Louvre dal 1899.

Sebbene sia stata pesantemente criticata per le sue fattezze sproporzionate nel 1819, anno della sua prima esposizione, l'opera ricevette un consenso unanime positivo dopo un arco di tempo di circa dieci anni.

Riferendosi al dipinto il professore d'arte Robert Rosenblum la definì:

« Una pigra creatura dell'harem, i cui piedi non sono mai stati segnati o sporcati dall'uso, l'odalisca è presumibilmente in mostra passiva per il nostro diletto... Giace reclinata nel lusso ovattato, carezzata da rasi, sete, pellicce e piume. »
Louis de Cormenin la descrisse in questo modo:

« ...lei volta verso lo spettatore una testa incurante con la consapevolezza di essere bella. Lei non è nuda per insolenza, ma per tranquillità e serenità... Senza lacrime di rimorso, senza modestia e senso di allarme, lei aspetta... la sua bellezza non la stimola... »
Charles Lenormant dichiarò invece:

« Sorprendentemente bella da un punto di vista puramente materiale, così fiera di sé, e così distaccata sia con il presente che con il futuro »
Come messo in evidenza dalla scrittrice Fatema Mernissi, la donna di Ingres è nuda, sebbene le vere odalische fossero sempre vestite. Ciò è stato interpretato, criticamente, come il risultato di una visione distorta e lasciva che l'Occidente aveva, durante l'Ottocento, nei confronti di culture distanti, quali quella islamica.

Il dipinto raffigura un'odalisca distesa nel letto di un harem mentre si fa vento con una ventaglio di piume. Se si esclude il suo turbante, la donna ritratta è completamente nuda e voltata di schiena; viene ripresa nel momento stesso in cui ruota la testa per osservare lo spettatore. La pelle della figura femminile risalta dal fondo scurissimo della stanza, che si presume essere enorme.

L'opera segue i principi della pittura neoclassica, quali la precisione "classica" della forma, e quelli del manierismo, come dimostrano le dimensioni volutamente sproporzionate del soggetto: le sue anche sono infatti troppo grandi mentre il collo è estremamente lungo. La lunghezza del suo corpo, dovuta all'aggiunta di tre vertebre, rende la figura più voluttuosa e sensuale. Il pittore fu inoltre ispirato agli ideali di perfezione concepiti da Raffaello Sanzio. Nonostante queste premesse, La grande odalisca segnò il primo avvicinamento del pittore al romanticismo, dal quale riprese il gusto per l'esotico.

Il dipinto cita numerose altre opere: la testa dell'odalisca riprende i soggetti femminili tratti dallo Sposalizio della Vergine e dalla Madonna del Belvedere di Raffaello, mentre la posizione della donna cita il tema della Venere distesa, come Venere di Urbino di Tiziano, della quale Ingres citò il materasso semidisfatto, analogamente a come fece, anni dopo, Manet nella sua Olympia. In particolare la posa di spalle ricorda la Venere Rokeby di Velazquez, con la quale ha in comune anche le deformazioni anatomiche. Sempre da un'opera di Raffaello, La Fornarina, Ingres riprese il turbante della donna, mentre la presenza di combinazioni di colori freddi, gli arti estesi della donna e la sua testa piccola omaggiano il Parmigianino.




Il bagno turco (Le Bain Turc) è un dipinto (diametro 108 cm) del pittore Jean-Auguste-Dominique Ingres, probabilmente fra i più noti dell'artista, realizzato nel 1862. Definito uno dei dipinti più "intensamente personali" di Ingres, nonché una "sintesi di tutte le esperienze che (Ingres) aveva iniziato sessant'anni prima", Il bagno turco viene spesso considerato fra le sue opere più mature.

Originalmente di forma rettangolare, il dipinto venne terminato nel 1862 dopo oltre tre anni di lavoro. Il suo primo committente fu il principe Napoleone che lo restituì al pittore poco tempo dopo. Successivamente l'opera venne trasformata in un tondo e vennero aggiunti nuovi particolari, quali la bagnante coricata nella vasca e il tavolo imbandito sullo sfondo. Dopo essere appartenuta all'ambasciatore turco Kahlil Bey, che la acquistò per ventimila franchi, l'opera passò a nuovi acquirenti fino al 1911, anno in cui entrò a far parte della collezione del Louvre.

Il bagno turco raffigura un harem luminoso dove numerose odalische completamente nude si rilassano. Esse, che si presentano monumentali ed emotive, contribuiscono a generare un'atmosfera intima, sensuale, ed evocativa. Oltre a rendere unitario il dipinto ed a valorizzare le rotondità delle donne, la forma circolare del dipinto simula, secondo le intenzioni dell'artista, uno spioncino finalizzato a stimolare il lato voyeurista dello spettatore.

Il dipinto cita diverse opere e studi realizzati da Ingres lungo la sua carriera: la bagnante voltata di schiena in primo piano è pressoché identica alla Bagnante di Valpinçon (1808); la donna con le braccia alzate all'estrema destra è ripresa da uno studio a olio (1815 circa) in cui venne presa a modello la prima moglie del pittore Madeleine; quella con la mano sul volto ha l'aspetto della seconda moglie del pittore (già ritratta in precedenza nel dipinto Delphine Ramel, Madame Ingres del 1859); mentre la donna coricata a destra con le braccia incrociate ha il viso identico a quello di un angelo presente nell'opera Il voto di Luigi XIII (1824). L'opera è inoltre frutto delle impressioni che Ingres ebbe leggendo una lettera di Lady Montagu:

« Erano circa duecento bagnanti... i primi sofà furono coperti di cuscini e di ricchi tappeti e quelle donne vi si sistemarono. Erano tutte... nude. Dopo il pasto si finì col caffè e coi profumi... due schiave mi coprirono d'incenso i capelli, il fazzoletto, i vestiti. »

(Ornans, Francia, 1819 - La Tour-de-Peilz, Svizzera, 1877)

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giovedì 8 ottobre 2015

LE MONDINE

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« Saluteremo il signor padrone
per il male che ci ha fatto
che ci ha sempre maltrattato
fino all'ultimo momen'

Saluteremo il signor padrone
con la so' risera neta
pochi soldi in la cassetta
e i debit da pagar... »

La risaia, interessò migliaia di lavoratori, innanzi tutto lo sfruttamento intensivo di larghe fasce di manodopera femminile, locale ed immigrata.
Si trattava di donne spesso molto giovani, che prendevano in considerazione il lavoro della mondina, come una fatica ma, allo stesso tempo un modo per liberarsi dalla vita familiare. Era prima di tutto questo che separava le mondine forestiere da quelle locali. Per queste ultime la risaia non era un fenomeno transitorio ma una costante presenza nella loro vita, infatti, ci  lavoravano tutto l’arco della vita e,  per un tempo per lo più  lungo addirittura il triplo,  se si considerano anche la mietitura e trebbiatura del riso. Le mondine locali erano le donne dei "paisàn" in pratica i contadini e dei salariati obbligati, seguivano quelle dei piccoli affittuari (perdapé). Queste ultime partecipavano spesso alla monda stagionale presso i grandi proprietari e/o affittuari, svolgendo in molti casi il compito di caposquadra: si trattava di un indiretto tributo che il "perdapé" doveva pagare al fittabile a cui era soggetto per bisogni primari come, ad esempio, la regolamentazione delle acque.
Le differenze socio-culturali tra questi gruppi di donne si traducevano in comportamenti differenti, sul lavoro e nella vita privata. Le mondariso forestiere, vivevano questi due mesi e mezzo, costrette a condividere tutto, dagli spazi alle abitudini,  da rendere inevitabile una forma intensa di solidarietà, che, da una parte, erano motivo anche di una loro profonda emancipazione sociale, dall’altra, la popolazione locale vedeva nella loro presenza un elemento di disturbo e di possibile traviamento etico o sessuale.

Le donne dei salariati vivevano in cascina ed avevano un contatto più diretto con le stesse mondine forestiere,  per buona parte di loro il lavoro in campagna era continuativo, da febbraio a novembre, e inoltre godevano di una sistemazione favorevole rispetto alle braccianti, poiché, oltre ad essere più vicine al luogo di lavoro, la loro era una collocazione stabile.
Per il reclutamento le obbligate si trovavano privilegiate in quanto già inserite nell'organizzazione del lavoro; questo, sotto un certo punto di vista, poteva svantaggiarle, costringendole ad alti ritmi per compiacere l'autorità padronale (una contraddizione presente in tutto il lavoro obbligato della cascina) ma, allo stesso tempo, finiva per porle in una condizione di superiorità nei confronti sia della manodopera stagionale immigrata che di quella del luogo.
In una collocazione affine alle obbligate, per mansioni e tempi di lavoro, erano le donne dei "perdapè", costrette ad integrare il bilancio familiare impiegandosi presso i grandi fittabili o i proprietari terrieri. Ma la loro non era una posizione completamente subalterna, innanzitutto perché l'assunzione (sino all'istituzione del collocamento) veniva negoziata direttamente dal capofamiglia col datore di lavoro, inoltre perché, terminata la "giornata", queste donne si recavano nelle loro risaie e da dipendenti ridiventavano " Poteva succedere che il piccolo affittuario assoldasse una squadra di locali (o singole mondine) per il "quart" (corrispondente a due ore e mezza). Queste lavoratrici si trovavano così ad essere subordinate ad una loro compagna in provvisoria veste di padrona. Dal punto di vista sociale dunque, le donne dei "perdapé" non si equiparavano né alle obbligate, né alle braccianti, da cui erano divise per condizione economica e persino abitativa. Nell'ultimo gradino dell'organizzazione del lavoro locale stavano le braccianti, le quali  hanno saputo conquistarsi un ruolo di primo piano nelle squadre, pur relegate in risaia ad una funzione sottomessa. Per la struttura patriarcale della famiglia contadina la donna non era mai inserita come individuo a sé ma come moglie, madre o figlia Questa situazione restò immutata sino al dopoguerra quando l'industrializzazione da un lato e la progressiva meccanizzazione delle campagne dall'altro contribuirono anche in Lomellina a scardinare questo sistema.
Le braccianti, in quanto appartenenti ad una famiglia bracciantile, non avevano altro sbocco occupazionale e condividevano l'emarginazione degli uomini all'interno della comunità.  Queste donne si distinguevano nelle squadre perché più combattive, proprio per una maggior consapevolezza  dei meccanismi di sfruttamento di cui erano vittime.  La risaia, imponendo alle donne di ritrovarsi annualmente, per un periodo di tempo fisso e abbastanza lungo, contribuiva ad innescare scambi culturali molto vivi, se pur appartenenti a gruppi sociali diversi, erano accomunate poi dalla medesima condizione di lavoro che poneva loro anche problemi nella gestione del ménage familiare e nella qualità della vita, da tutte percepita come particolarmente fragile in quel periodo.



Mentre progressivamente anche se lentamente si ebbero modificazioni nell'orario di lavoro (si passò dalle 12 ore al giorno graduatamente fino alle 8), aumentò nel medio termine la fatica delle mondariso locali impegnate, dal momento dell'instaurazione del trapianto (da maggio a luglio), in varie occupazioni nuove: estirpazione del vivaio, trapianto e monda del trapianto, Quindi, mentre le forestiere furono di regola coinvolte in un solo compito, monda o trapianto, le locali erano impegnate in tutto il ciclo della lavorazione del riso. Lo sfruttamento della manodopera locale si prolungava per vari mesi, in tale periodo le donne dovevano organizzare la propria vita domestica in funzione della risaia, trovandosi così di fronte a difficoltà sconosciute alla maggior parte delle forestiere. Uno dei problemi più gravosi fu quello della sistemazione dei figli, risolto soprattutto dopo la grande guerra con l'istituzione regolare di asili e nidi, molti dei quali sorsero durante il fascismo.  Precedentemente poteva accadere che i bambini fossero lasciati alle cure dei fratelli maggiori o di donne anziane o, addirittura portati in risaia e, se neonati, posti in ceste ai lati del campo. Quando fu concessa per legge (1907) mezz'ora di allattamento, molte donne si sobbarcarono la fatica di ritornare in paese o in cascina, o di far portare da qualche parente i neonati in risaia per allattare, con disagi e pericoli per la salute sia dei piccoli che, delle donne stesse.

Un altro problema era quello della preparazione dei pasti. Nelle famiglie se la donna si assentava per tutto il giorno lavorando nei campi, veniva consumato un solo pasto caldo la sera. In tempi lontani, quando l'orario si protraeva sino al tardo pomeriggio, le donne preparavano spesso l'occorrente per la minestra di riso e fagioli la sera precedente.  Le donne si alzavano prestissimo (le due o le tre del mattino) per cuocere la minestra mentre sbrigavano altre faccende come il bucato. Alle fatiche già elevate va aggiunta quella del raggiungimento del posto di lavoro, anche a 2-3 chilometri dal paese, la distanza era coperta a piedi, solo più tardi si diffuse l’uso della bicicletta.  Tra le due guerre, quando l'orario pomeridiano si accorciò, molte donne presero l'abitudine di cucinare al ritorno dai campi. Va inoltre ricordato che molto spesso l'orario di lavoro era solo apparentemente più breve rispetto alle forestiere, poiché molte vi aggiungevano le due ore e mezzo (quart)  Un'altra attività comune era quella di andare, terminato il lavoro in risaia, a spigolare il grano. La battaglia per le otto ore del proletariato lomellino dovrebbe, in questa prospettiva, essere intesa anche come una battaglia per conquistare tempo da dedicare ad attività integrative, necessarie per alleviare parzialmente lo stato di bisogno e di diffusa povertà. Ma nella lotta per la diminuzione dell'orario le locali trovarono forti ostacoli nelle forestiere che, se pur sfruttate, erano tuttavia poco sensibili a questo tema poiché vedevano la loro presenza in risaia come provvisoria ed erano interessate ad un lavoro intensivo e,  di breve durata non solo per risparmiare le spese del vitto (detratte dalla paga) ma anche perché non avevano l'esigenza di disporre di altro tempo da spendere al di fuori delle ore trascorse in risaia.

L'abbigliamento consisteva in:

calze di cotone e fazzoletto tirato sul viso, a protezione contro le punture dei numerosi insetti infestanti questi ambienti palustri
cappello a larghe tese per riparo dal sole
gonne
Oggi il ruolo delle mondine viene svolto dai diserbanti.





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venerdì 4 settembre 2015

IL GATTO NERO



Un gatto nero che attraversa la strada porta sfortuna.

Una motivazione risale ai tempi in cui si utilizzavano le carrozze e l'illuminazione per le strade era scarsa. I gatti neri di notte non si vedevano e se un gatto finiva sotto le ruote di una carrozza provocava un incidente in quanto i cavalli si spaventavano e si imbizzarrivano.

Un'altra motivazione ha a che fare con i pirati turchi che erano soliti portare a bordo delle navi dei gatti neri per cacciare i topi nella stiva (neri perchè così erano meno visibili nel buio). Quando i pirati approdavano vicino a una città, in attesa di saccheggiarla, i gatti potevano approfittarne per scendere a terra. Vedere in giro un gatto nero, quindi, divenne un presagio di sventura.

Quando una consuetudine, un'arte o una credenza è stabilmente entrata nel mondo, le influenze contrarie possono contrastarla a lungo così debolmente che essa può sopravvivere di generazione in generazione, come un corso d'acqua che, una volta formatosi nel suo letto, scorrerà per secoli. Questa è soltanto una permanenza della cultura e ciò che più sorprende è come mai mutamenti e rivoluzioni dei fatti umani abbiano lasciato scorrere per così lungo tempo tanti di questi debolissimi rivoli.

In Inghilterra è valido l'esatto opposto: il gatto nero porta fortuna. Se ti attraversa la strada significa che i guai sono passati senza sfiorarli, se entra in casa di primo mattino sarà una splendida giornata e se c'è una ragazza "da marito" presto troverà l'anima gemella.

Il destino dei gatti neri, dal medioevo fino al 1700-1800 circa, fu legato al destino delle donne ritenute streghe.

Nel 1233 papa Gregorio IX emanò la bolla Vox in Rama che è il primo documento ecclesiastico ufficiale che condanna il gatto nero come incarnazione di Satana e dava l'avallo della chiesa di Roma allo sterminio dei gatti e delle loro padrone.



Papa Innocenzo VIII (1484-1492) scomunicò ufficialmente tutti i gatti. Nella sua bolla papale Summis desiderantes, emanata nel 1484, istigò misure molto severe nei confronti di maghi e streghe in Germania; i principi da lui enunciati vennero in seguito incorporati nel famoso Malleus Maleficarum (noto anche con il nome di Martello delle Streghe), il libro più ignobile utilizzato dalla Santa Inquisizione. Pubblicato per la prima volta nel 1486 in esso vi erano elencati tutti i sintomi e le caratteristiche che bastavano per far sospettare una donna di stregoneria.

Il prendersi cura di uno o più gatti neri era motivo sufficiente per finire sul rogo. Anche il possesso di scope era fortemente sospetto perchè la pulizia era considerata disdicevole per l'epoca (da qui l'iconografia classica della strega con la scopa). Durante il Medioevo, infatti, furono distrutte tutte le strutture sanitarie pubbliche costruite dai Romani e molti medici finirono sul rogo perchè vi si opposero. Venne abolita l'usanza di fare il bagno e di lavarsi, le case e le città diventarono delle fogne a cielo aperto.

Pare che questo odio per la pulizia e per il gatto sia stato favorito dall'atteggiamento cristiano verso l'Islam. Infatti i musulmani avevano molti riti legati ai bagni (dovevano fare le abluzioni, cioè lavare parti del corpo, prima di entrare nella moschea) e rispettavano e amavano il gatto. Il gatto, inoltre, è notoriamente un animale che passa molto tempo a pulirsi. Queste qualità, o almeno considerate tali al giorno d'oggi, furono invece demonizzate.

La notte di San Giovanni venivano arsi vivi nelle pubbliche piazze di ogni città, centinaia di gatti chiusi in ceste di paglia. Tutto ciò accadeva in tutta l'Europa che si riconosceva nel cristianesimo.
San Francesco, uno dei più grandi Santi che annovera la chiesa, agì in contrapposizione rivalutando il creato e gli animali viventi senza distinzione, ma rimase un caso isolato.

Il gatto è un animale che ama girare di notte e un gatto nero di notte era praticamente invisibile: si vedevano solo gli occhi gialli che brillavano al buio. Il gatto è capace di vedere anche in ambienti poco illuminati da sembrare bui all'occhio umano. La potenza visiva del gatto è favorita anche dall'estrema adattabilità delle sue pupille, che sono circolari quando si aprono al massimo nella penombra, per ridursi a due sottili fessure verticali in piena luce. Si scoprì molto più tardi che gli occhi del gatto, i più grandi fra tutti i mammiferi, riflettono la luce grazie al tapetum lucidum, una struttura cristallina organica situata dietro la retina. Inoltre, grazie al suo finissimo udito ed alla sensibilità tattile delle sue vibrisse, esso è capace di muoversi con assoluta sicurezza anche nel buio più completo. ll nero, poi, era considerato il colore delle tenebre, delle forze infernali, dell'occulto e del lato oscuro mentre come spiegherò nella parte I gatti, e soprattutto quelli neri, portano fortuna, il nero ha notevoli valenze positive.
L'orecchio del gatto è in grado di percepire i cambiamenti nell'aria di umidità e di pressione e quindi il gatto ha sostanzialmente la capacità di prevedere i cambiamenti climatici strofinandosi l'orecchio con la zampa. Questa sua abilità, che andava al di là dei cinque sensi, era conosciuta e sfruttata dai contadini ma divenne un'altra caratteristica che faceva associare il gatto a Satana. Infatti uno degli appellativi di quest'ultimo è Principe dell'Aria.

Il pelo del gatto, inoltre, assorbe molta energia e emana una notevole carica elettrostatica (il pelo di colore nero soprattutto). Il gatto inoltre può rizzare il pelo azionando dei muscoli che provocano la contrazione dei bulbi piliferi. Quando l'animale è arrabbiato gonfia la coda e inarca la schiena rizzando il pelo, così da apparire più grosso di quanto in realtà non sia; il tutto accompagnato da soffi, fischi e miagolii.



Infine, quel suo sguardo magnetico e intelligente che ci affascina tanto oggi, era considerato di natura soprannaturale e sicuramente anche il suo temperamento indipendente e libero non era ben visto a quell'epoca.

Il gatto era considerato il diavolo in persona. Si credeva che esso apparisse quando donne e uomini che svolgevano riti pagani in onore di Iside lo evocavano. Anche i templari e i catari furono accusati di essere adoratori di gatti.

Già nel dodicesimo secolo, dalle autorità ecclesiastiche il gatto nero era ritenuto il simbolo del potere satanico. Nei felini, soprattutto quelli neri, prendevano dimora Satana e altri spiriti demoniaci, e si pensava anzi che il diavolo prendesse in prestito da un gatto il suo nero mantello. San Domenico (1170-1221) identificava il gatto nero con Satana....

Già nella seconda metà del quarto e nella prima del quinto secolo, le gerarchie cristiane avevano dato il via al processo di demonizzazione del colore nero; può darsi che, almeno in parte, il movente vada individuato in una reazione a Iside e al colore a lei sacro, soprattutto in Egitto. (Donald Engels, Storia del gatto, p. 239)

I gatti e le donne vennero perseguitati per secoli (dal 1000 al 1700), subirono torture e sevizie di ogni tipo. Milioni di gatti e centinaia di migliaia di donne vennero brutalmente uccisi in tutta l'Europa occidentale. L'ultimo gatto giustiziato in Inghilterra per stregoneria morì nel 1712. Pochissimi gatti completamente neri sopravvissero al massacro. Oggigiorno, In Europa occidentale, è difficile trovare un gatto che sia completamente nero mentre sono comuni nelle zone del Mediterraneo orientale dove nessuna crociata fu mai lanciata contro di loro.

Con l'Illuminismo le donne e i gatti cessarono di essere perseguitati e l'epoca buia si dissolse. Nel corso del 1800, grazie a Pasteur e ad altri studiosi, fu rivalutata la figura del gatto:

Non è un caso che Louis Pasteur ammirasse il gatto e ne proponesse l'abitudine alla pulizia come un esempio per l'umanità che desiderasse davvero evitare malattie. Quando finalmente gli europei si resero conto che la sporcizia era un male e la pulizia un bene, e non viceversa, come si riteneva un tempo, i gatti cominciarono a riconquistare il loro legittimo posto di guardiani e protettori della casa contro i parassiti e la cattiva sorte. (Donald Engels, Storia del gatto, p. 262)

Si dimostrò scientificamente che non solo il gatto non trasmetteva malattie all'uomo ma che il topo, che aveva proliferato per secoli, data la quasi totale estinzione del suo più acerrimo nemico, era portatore di circa 35 malattie pericolose per l'uomo tra le quali il tifo e la peste bubbonica.

Probabilmente una delle principale cause di diffusione delle grosse epidemie di peste che per secoli hanno decimato l'Europa (malattie veicolate da topi e ratti uccisero oltre un miliardo di persone) fu proprio l'avere ucciso il principale predatore dei topi.

Dal 1800 il gatto si introdusse nei salotti bene dell'aristocrazia e borghesia e da allora non ha più cessato di diffondersi, e di essere di nuovo amato e vezzeggiato.

E' innegabile che sono le donne ad amare e ad essere amate maggiormente dal gatto. Fin dall'inizio il gatto era il compagno del focolare e passava più tempo in casa vicino alla donna, a differenza del cane e del cavallo che seguivano l'uomo nella caccia o in altri lavori. Probabilmente è proprio per aver sempre condiviso la stessa sorte nel bene e nel male che si è formata questa maggior complicità e affiatamento reciproco.



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giovedì 27 agosto 2015

IL FEMMINICIDIO



Secondo le ricerche disponibili, la più antica citazione del termine femicide (femicidio) avvenne nel 1801 in un libro pubblicato in Inghilterra ad indicare genericamente "l'uccisione di una donna" , senza alcun riferimento alla violenza di genere come movente. In questo periodo, il termine femicide veniva infatti usato come opposto ad homicide, che identificava l'uccisione di un essere di sesso maschile. Fonti legali successive indicano nel 1848 l'anno in cui l'uccisione di una donna divenne un reato giuridicamente perseguibile nel Regno Unito.

La prima citazione del termine nella sua accezione moderna, come "uccisione di una donna da parte di un uomo per motivi di odio, disprezzo, piacere o senso di possesso delle donne" è invece del 1990, ad opera della docente femminista di Studi Culturali Americani Jane Caputi e dalla criminologa Diana Russell.

Successivamente il termine è stato utilizzato dalla stessa Russell nel 1992, nel libro scritto insieme a Jill Radford Femicide: The Politics of woman killing. La Russell identificò nel femmicidio una categoria criminologica vera e propria: una violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna «perché donna», in cui cioè la violenza è l'esito di pratiche misogine.

Il termine è stato ripreso e diffuso da numerosi studi di diritto, sociologia, antropologia, criminologia e utilizzato negli appelli internazionali lanciati dalle madri delle ragazze uccise a Ciudad Juárez. "Nuestras Hijas de regreso a casa" è il movimento fondato da Marisela Escobedo Ruiz, uccisa nel gennaio 2010 in Messico nel corso della sua protesta per ottenere la verità sulla morte della figlia. A un anno di distanza Norma Andrade, altra fondatrice di Nuestras Hijas, subisce un attentato.

È proprio dall'analisi della diffusione dei crimini compiuti contro le donne che la Lagarde propone la sua definizione.

Il femminicidio a livello mondiale è diffuso soprattutto nei paesi dell'America Centrale e del Sud.

Non esiste in Italia un osservatorio nazionale sul femminicidio come in altri paesi, per esempio Spagna e Francia. Dal 2005 i Centri antiviolenza raccolgono i dati delle donne uccise dai casi riportati dalla stampa. Solo nel 2012, secondo l'indagine svolta dalla Casa delle donne per non subire violenza di Bologna i femminicidi in Italia sono stati 124, i tentati omicidi di donne 47. Il 70% circa delle donne sono state uccise da uomini con cui avevano o hanno avuto una relazione sentimentale (mariti, compagni, ex mariti, ex compagni etc.); la maggior parte degli omicidi vengono compiuti nella casa della coppia, della vittima o dell'autore, circa 80% delle donne sono italiane, come anche gli autori sono spesso italiani; la maggior parte di loro vive nelle Regioni del Nord. Solo negli ultimi anni è nata una certa attenzione soprattutto nei mass-media con trasmissioni televisive come Amore criminale si è potuto notare l'impegno di giornalisti come Riccado Iacona, è nato uno spettacolo teatrale sull'omicidio di donne Ferite a morte, di Serena Dandini. I Centri antiviolenza ma anche molti Comuni e altri Enti pubblici per il 25 novembre, Giornata mondiale contro la violenza alle donne e 8 marzo, Giornata internazionale della donna, organizzano flash mob, convegni, seminari, eventi pubblici di sensibilizzazione sul tema della violenza contro le donne e il femminicidio. A giugno 2013 il parlamento italiano ha ratificato la Convenzione di Istanbul e ad agosto 2013 il governo italiano ha emanato con decreto legge norme penali che aggravano le ipotesi di atti persecutori od omicidio contro il coniuge od il convivente, tramite specifiche aggravanti dei reati.



La base dati della Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) "La salute per tutti" per la Regione Europea, aggiornata fino al 2010-11, mostra chiaramente come:

in Italia il tasso di vittime di omicidi e lesioni colpose sia di uomini che di donne è in lento declino a partire dagli anni settanta;
questo declino è comune alla maggior parte dei paesi europei, con poche eccezioni;
la media in Italia, negli ultimi 20 anni si è mantenuta al di sotto di quella della EU;
il tasso di mortalità violenta per le donne in Italia negli ultimi anni è ampiamente al di sotto di quello degli uomini e si è ridotto anche rispetto agli anni '90, in cui aveva raggiunto 0,6 casi su 100.000, mentre nel 2008 era sceso a 0,39 su 100.000;
il tasso di mortalità per le donne in Italia è molto più basso della media delle donne europee, di quanto non sia quello degli uomini, rispetto alla loro media.
Rashida Manjoo, Special Rapporteur delle Nazioni Unite, nel rapporto sulla visita effettuata nel gennaio 2012 in Italia per verificare l'applicazione CEDAW denuncia invece un elevato numero di femminicidi in Italia (127 donne uccise da uomini nel 2010) e richiama il governo a politiche in contrasto a questo fenomeno. Dalla lettura del documento emerge che Rashida Manjoo sottolinei come, a suo parere, ci sia stato un limitato sforzo da parte del Governo e della società civile nel raccogliere dati sulla violenza contro le donne, incluso il femminicidio, e come invece questo sia importante per il corretto funzionamento delle politiche statali.

L'11 maggio 2011 è stata sottoscritta ad Istanbul dai membri del Consiglio d' Europa la Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Tuttavia vi è previsto che la convenzione entrerà in vigore (cioè diverrà vincolante per tutti gli stati membri del Consiglio d'Europa) solo dopo che almeno 10 stati membri l'avranno ratificata: sono quattro gli Stati che l'hanno ratificata rapidamente (Albania, Montenegro, Portogallo, Turchia), mentre il quinto è stato l'Italia con effetto dal 16 luglio 2013, mentre successivamente c'è stata la ratifica da parte dell'Austria, della Bosnia-Erzegovina e della Serbia (e quindi la convenzione è oggi in vigore solo negli otto stati che l'hanno ratificata, dei quali solo tre dell'Unione europea).



Imbarazzi e polemiche tra il Vaticano e Kiko Arguello, iniziatore del cammino neocatecumenale, che ha parlato dal palco di San Giovanni in Roma sabato 20 giugno in occasione del Family Day.

Ciò che è stato sottovalutato, passando quasi inosservato, è il passaggio fatto da Arguello sul 'Femminicidio'. "Dicono che questo tipo di violenza di genere sia a causa dalla dualità maschio-femmina. Bene, non è così. Se quest'uomo (riferito all'uomo svizzero che rapì le figlie e poi si uccise) è ateo nessuno gli conferisce l'essere come persona, ha solo una moglie che gli dà un ruolo: "Tu sei mio marito" e così lui si nutre dell'amore della moglie". Dice Arguello.
"Ma se la moglie lo abbandona e se ne va con un'altra donna quest'uomo può fare una scoperta inimmaginabile - prosegue - perché questa moglie gli toglie il fatto di essere amato, e quando si sperimenta il fatto di non essere amato allora è l'inferno. Quest'uomo sente una morte dentro, così profonda che il primo moto - spiega Arguello - è quella di ucciderla e il secondo moto, poiché il dolore che sente è mistico e terribile, piomba in un buco nero eterno e allora pensa: 'Come posso far capire a mia moglie il danno che mi ha fatto?'Allora uccide i bambini. Perché l'inferno esiste. I sociologi - conclude il passaggio - non sono cristiani e non conoscono l'antropologia cristiana, il problema è che non possiamo vivere senza essere amati prima dalla nostra famiglia, poi dagli amici a scuola, poi dalla fidanzata e infine da nostra moglie".

Il 46 per cento delle donne che si rivolge ai centri antiviolenza lo fa perché subisce violenze psicologiche. Il dato emerge dai quasi 2000 casi di donne che nel 2012 hanno chiesto aiuto a sei centri di Milano e provincia per maltrattamenti di diverso tipo (violenze sessuali, fisiche e psicologiche). “La violenza psicologica comprende una serie di comportamenti che vanno dalla svalutazione all'insulto – spiega Paola Aquaro, psicologa di Telefono donna – e che minano l’autostima della donna, facendola sentire continuamente in ansia e in pericolo”. E invita a considerare che il 15 per cento dei 117 femminicidi avvenuti a livello nazionale nel 2013 sono iniziati proprio con episodi di questo tipo.



Chi mette in pratica la violenza contro le donne non è di solito persona senza lavoro e con una bassa istruzione. Al contrario. Uno su quattro è laureato. Dai dati della cooperativa Cerchi d’acqua emerge che la maggior parte dei maltrattatori lavora: uno su cinque è operaio, ma c’è anche una buona percentuale di imprenditori e professionisti (23 per cento) oltre a commercianti e artigiani (23 per cento).
Quello che i media non dicono. “Dobbiamo cercare di far passare il messaggio che potrebbe succedere a me come a chiunque, indipendentemente dall'età o dalla professione", dice Lorella Zanardo, autrice del documentario di denuncia “Il corpo delle donne”. Al contrario oggi sui media la violenza sulle donne è spettacolarizzata, tanto da perdere il senso della notizia: i servizi che ne parlano fanno "infotainment – aggiunge la regista -. Chi produce i programmi pensa a drammatizzare, a creare suspence con musica e riprese voyeuristiche degne di un film drammatico, ma in questo modo non si fa una corretta informazione”. Anche la scrittrice Loredana Lipperini, autrice con Michela Murgia di “L'ho uccisa perché l'amavo cerca di denunciare il linguaggio dei media che troppo spesso finisce per dipingere le donne come vittime di un dramma sentimentale inevitabile.



LEGGI ANCHE : http://popovina.blogspot.it/2015/08/perche-pedofili.html



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martedì 28 luglio 2015

BASTA CHE RESPIRA.....

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Spesso si dice che gli uomini sono attratti da qualsiasi donna. C’è un modo di dire abbastanza rozzo che utilizziamo per indicare un uomo che è attratto da, praticamente, ogni donna che incontra. Diciamo “per quello lì va bene qualsiasi donna BASTA CHE RESPIRA”.

Normalmente questi uomini sono facilmente distinguibili da altri, il loro linguaggio non verbale è molto evidente. Guardano con insistenza le donne, le guardano in alcune parti del corpo in modo fastidioso, invadente e hanno un modo di fare sempre predisposto ad un corteggiamento troppo diretto, da “maschio in calore”.

Una comunicazione non verbale primitiva, da uomo delle caverne!

Uno studio dell’Università olandese di Groningen è riuscito a provare che il testosterone dei maschi aumenta automaticamente in presenza di donne per le quali non provano nessun tipo di attrazione CONSAPEVOLE.

In pratica gli studiosi hanno verificato che alcuni ragazzi in una stanza avevano una variazione di concentrazione del testosterone (che è l’ormone della “mascolinità”) quando una donna QUALSIASI entrava in quella sala.


Quindi, confermiamo questo luogo comune: gli uomini sono attratti dalle donne a prescindere dal loro aspetto fisico e dal fatto che ci sia qualsiasi tipo di interesse per il loro modo di ragionare, per il loro modo di vestire e via dicendo.


Quindi anche se una donna è orrenda.....o un'oca o di più negativo che c'è non importa: basta che respira.


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mercoledì 29 aprile 2015

TI RACCONTO UNA FAVOLA......



C'era una volta la festa del lavoro...ma.....c'è un piccolissimo problema.....una battuta d'arresto nella ripresa del mercato del lavoro italiano, sulla quale pesa la dinamica del lavoro femminile. I dati Istat parlano chiaro: a febbraio si è registrato sia un calo del numero di occupati rispetto al mese precedente, sia un aumento del tasso di disoccupazione. Quest'ultimo, in particolare, è risalito di 0,1 punti percentuali su gennaio e di 0,2 punti sul febbraio 2014, raggiungendo il 12,7%. Ci sono 23mila persone in più, rispetto al mese precedente, che cercano lavoro senza trovarlo, ben 67mila rispetto ai dodici mesi precedenti (+2,1%). Si interrompe quindi il calo registrato a dicembre e gennaio. Andamento simile, ma con segno opposto, per quanto riguarda gli occupati: "Dopo la crescita del mese di dicembre e la sostanziale stabilità di gennaio, a febbraio 2015 gli occupati diminuiscono dello 0,2% (-44 mila). Il tasso di occupazione, pari al 55,7%, cala nell’ultimo mese di 0,1 punti percentuali", dice ancora l'Istat. In questo caso, resta il conforto del migliore raffronto annuale: "Rispetto a febbraio 2014, l’occupazione è cresciuta dello 0,4% (+93 mila) e il tasso di occupazione di 0,2 punti".

Cresce anche il tasso di disoccupazione giovanile, che è salito a febbraio di 1,3 punti percentuali su mese e di 0,1 punti su anno, per un totale del 42,6%. I giovani occupati sono diminuiti del 3,8% mensile, cioè di 34mila unità. Il tasso di occupazione giovanile scende di 0,6 punti sia su mese che su anno al 14,6%. Se si guarda al totale della popolazione giovane (tra i 15 e i 24 anni), si scopre che quasi 11 ragazzi su 100 pur cercando lavoro non lo trovano.

A ben guardare i dati, emerge che in parte il tasso di disoccupazione sale anche in virtù dell'aumento del numero di donne inattive. Colpisce soprattutto le donne il calo dell'occupazione registrato dall'Istat nel mese di febbraio: il numero di occupati, spiega l'Istituto, rimane sostanzialmente stabile su base mensile per la componente maschile, mentre diminuisce di 42 mila unità (-0,4%) per quella femminile. Lo stesso andamento si osserva per i tassi di occupazione: quello maschile, pari al 64,7% rimane stabile, mentre quello femminile, pari al 46,8%, diminuisce di 0,2 punti percentuali. Nel complesso il numero di coloro che non sono né occupati né in cerca di occupazione (gli inattivi) mostra solo un lieve incremento nell'ultimo mese (+0,1%), "rimanendo su valori prossimi a quelli dei due mesi precedenti. Il tasso di inattività si mantiene stabile al 36%, contro il 36,4% di febbraio 2014. Su base annua gli inattivi diminuiscono dell’1,4% (-204 mila)".

Da ultimo, si può evidenziare come si sia mosso il mercato del lavoro nella media degli ultimi tre mesi, grazie ai nuovi dati forniti dall'Istat: "Rispetto ai tre mesi precedenti, nel periodo dicembre-febbraio l’occupazione è rimasta sostanzialmente stabile, mentre il tasso di disoccupazione è diminuito di 0,4 punti percentuali, in larga misura per la risalita del tasso di inattività (+0,3 punti)".

Se l'Italia resta dunque nel guado, un discorso diverso riguarda il resto dell'Eurozona. Si registra infatti ancora un lieve calo: in febbraio, secondo l'ultimo dato diffuso oggi da Eurostat, il tasso è stato pari all'11,3% nell'Eurozona (era l'11,4% in gennaio e l'11,8% nel febbraio 2014), al livello più basso dal maggio di 3 anni fa. Nell'Ue il tasso di disoccupazione, pari al  9,8%, ha toccato il minimo dal settembre 2011 (era 9,9% nel mese precedente e del 10,5% un anno prima). Spiccano i numeri della Germania: scende a sorpresa oltre le attese il tasso di senza lavoro e a marzo si attesta al 6,4%, dal 6,5% di febbraio e oltre il consensus che stimava un tasso stabile. Sceso, più delle attese il numero dei disoccupati a -15mila unità (da -10 mila attesi dagli analisti).

Opposizioni all'attacco del governo. I dati sulla disoccupazione hanno ridato fiato alle polemiche dell'opposizione che le interpretano come una smentita di quanto annunciato dal premier Matteo Renzi e dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti lo scorso 26 marzo quando avevano parlato di un aumento del 38,4%, rispetto ai primi due mesi del 2014, dei contratti a tempo indeterminato.

Poi con l'avvenimento più atteso dell'anno....c'è stato uno scontro nato dalla diserzione in massa, al momento della firma dei contratti, da parte dei giovani che avrebbero dovuto iniziare a lavorare ad Expo 2015 a partire dal 1 maggio, con le rituali reciproche accuse di sfruttamento e “fannullonismo”. Un episodio che rivela ancora una volta la debolezza di un sistema che fatica a creare valore dal punto di vista lavorativo anche in occasione di eventi di portata straordinaria come Expo 2015.Ma siamo certi che in occasione della Festa del Lavoro non mancheranno anche le più consuete polemiche sulla situazione del mercato del lavoro in Italia e i primi effetti del Jobs Act. Polemiche a parte, guardando agli ultimi dati diffusi dal Ministero del Lavoro, il mese di marzo ha fatto registrare la creazione di 92.000 posti di lavoro in più, con un aumento anche dei contratti a tempo indeterminato (+31.000 unità rispetto al -36.000 registrato a marzo 2014).Seppur con tutte le cautele del caso – molte cose sono cambiate in quest’ultimo anno e timidi segnali positivi provengono da più parti – il Jobs Act sembra dunque confermarsi  un passo avanti nella giusta direzione (come si era già detto). Ora non bisogna cantar vittoria, ma al contrario è fondamentale proseguire nel percorso di riforme intrapreso, ricordando che è il mercato che crea i posti di lavoro, ma le leggi possono e devono creare le giuste condizioni perché il mercato cresca con il suo bagaglio di posti di lavoro.

La festa ricordava le battaglie operaie, in particolare quelle volte alla conquista di un diritto ben preciso: l'orario di lavoro quotidiano fissato in otto ore (in Italia con il r.d.l. n. 692/1923). Tali battaglie portarono alla promulgazione di una legge che fu approvata nel 1867 nell'Illinois (USA). La Prima Internazionale richiese poi che legislazioni simili fossero introdotte anche in Europa.

La sua origine risale a una manifestazione organizzata a New York il 5 settembre 1882 dai Knights of Labor, un'associazione fondata nel 1869. Due anni dopo, nel 1884, in un'analoga manifestazione i Knights of Labor approvarono una risoluzione affinché l'evento avesse una cadenza annuale. Altre organizzazioni sindacali affiliate all'Internazionale dei lavoratori - vicine ai movimenti socialisti ed anarchici - suggerirono come data della festività il primo maggio.

Ma a far cadere definitivamente la scelta su questa data furono i gravi incidenti accaduti nei primi giorni di maggio del 1886 a Chicago (USA) e conosciuti come rivolta di Haymarket. Il 3 maggio i lavoratori in sciopero di Chicago si ritrovarono all'ingresso della fabbrica di macchine agricole McCormick. La polizia, chiamata a reprimere l'assembramento, sparò sui manifestanti uccidendone due e ferendone diversi altri. Per protestare contro la brutalità delle forze dell'ordine gli anarchici locali organizzarono una manifestazione da tenersi nell'Haymarket square, la piazza che normalmente ospitava il mercato delle macchine agricole. Questi fatti ebbero il loro culmine il 4 maggio quando la polizia sparò nuovamente sui manifestanti provocando numerose vittime, anche tra i suoi.

L'11 novembre del 1887 a Chicago (USA), quattro operai, quattro organizzatori sindacali e quattro anarchici furono impiccati per aver organizzato il 1º maggio dell'anno precedente lo sciopero e una manifestazione per le otto ore di lavoro.

Il 20 agosto fu emessa la sentenza del tribunale: August Spies, Michael Schwab, Samuel Fielden, Albert R. Parsons, Adolph Fischer, George Engel e Louis Lingg furono condannati a morte; Oscar W. Neebe a reclusione per 15 anni. Otto uomini condannati per essere anarchici, e sette di loro condannati a morte. Le ultime parole pronunciate furono: Spies: "Salute, verrà il giorno in cui il nostro silenzio sarà più forte delle voci che oggi soffocate con la morte!" Fischer: "Hoch die Anarchie! (Viva l’anarchia!)" Engel: "Urrà per l’anarchia!" Parsons, la cui agonia fu terribile, riuscì appena a parlare, perché il boia strinse immediatamente il laccio e fece cadere la trappola. Le sue ultime parole furono queste: "Lasciate che si senta la voce del popolo!"

L'allora presidente Grover Cleveland ritenne che la festa del primo maggio avrebbe potuto costituire un'opportunità per commemorare questi episodi. Successivamente, temendo che la commemorazione potesse risultare troppo a favore del nascente socialismo, stornò l'oggetto della festività sull'antica organizzazione dei Cavalieri del lavoro. Pochi giorni dopo il sacrificio dei Martiri di Chicago, i lavoratori di Chicago tennero un’imponente manifestazione di lutto, a prova che le idee socialiste non erano affatto morte.

Appena si diffuse la notizia dell'assassinio degli esponenti anarchici di Chicago, nel 1888, il popolo livornese si rivoltò prima contro le navi statunitensi ancorate nel porto, e poi contro la Questura, dove si diceva che si fosse rifugiato il console USA.

La data del primo maggio fu adottata in Canada nel 1894 sebbene il concetto di festa del lavoro sia in questo caso riferito a precedenti marce di lavoratori tenute a Toronto e Ottawa nel 1872 e più tardi in quasi tutti i paesi del mondo.

E tutti viviamo felici e contenti....



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lunedì 18 novembre 2013

Giornata Contro la Violenza sulle Donne


Giornata contro la violenza sulle donne

Si avvicina il 25 Novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne e il fermento intorno comincia a farsi sentire, soprattutto per chi lavora nei contesti del maltrattamento domestico. Una data è pur sempre soltanto una data, quel che si vuole ottenere è un riconoscimento del fenomeno ed una analisi del lavoro fatto e del lavoro da fare, attraverso una giornata simbolica e catalizzatrice.

La vita è ricca di momenti importanti che tutti pensiamo sia opportuno ricordare a modo nostro, di conseguenza nulla di strano se qualcosa di simile si ha in un ambito sociale e culturale allargato.

La necessità di trovare o meno un momento dove far convergere iniziative, riflessioni, dibattiti è un qualcosa che però va pensato con cautela. Senza nessuna intenzione di sminuire il valore del 25 Novembre, anzi non smettendo mai di sottolineare, in ogni momento e luogo possibile, l’importanza del lavoro sul campo di centinaia di operatori e persone sensibili alla tematica, bisogna prendersi l’impegno ad evitare ogni inutile retorica. La violenza non si combatte istituendo un “giorno contro”, ma operando 365 giorni l’anno attraverso cultura, educazione, sensibilizzazione.

Ormai l’istituzione di giornate mondiali a favore di qualcuno o qualcosa è una prassi fin troppo utilizzata, su wikipedia trovo un elenco delle giornate internazionali e ne conto ben 82. Non sono neanche sicuro siano tutte. Il rischio della retorica, in un contesto del genere, diventa fin troppo concreto.

Il 25 Novembre mi tocca da vicino perché è la giornata dedicata ad un aspetto della mia vita personale e professionale non meno presente negli altri 364 giorni. Ogni giorno è una giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne, solo comprendendo questo è possibile non togliere senso al 25 Novembre.

Espressioni frequenti quali “festeggiare e celebrare la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” mi lasciano uno stato di dissonanza interno che non riesco a mettere a tacere. Rendere un clima di festa quando si parla di violenza, anche se si parla della sua eliminazione, non fa giustizia alla drammaticità del maltrattamento. Sebbene necessario utilizzare un linguaggio positivo e propositivo, anche quando si parla del dolore e della violenza, è altrettanto necessario trovare un equilibrio nell’accostare le parole tra di loro per dare il giusto peso a quello di cui si vuole parlare senza appesantimenti evitabili, ma anche senza alleggerimenti inopportuni.

Non è una giornata di festa, ma una giornata che deve puntare alla presa di consapevolezza e all’operatività. Il verbo festeggiare, a mio avviso, mal si coniuga con il ricordo e l’assunzione di responsabilità, costanti necessarie per un cambiamento reale.

25 Novembre in bilico tra retorica e consapevolezza, ad ognuno la scelta di dove far pendere l’ago della bilancia.

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