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sabato 2 luglio 2016

QUANTE VOLTE FAI LA DOCCIA?

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Joshua Zeichner, assistente di dermatologia all'ospedale Mount Sinai di New York, e la dermatologa bostoniana Ranella Hirsch, hanno lanciato un appello agli Stati Uniti, mettendo in guardia i cittadini sui rischi per la salute che possono provocare troppe docce. «Il popolo americano tiene più alla bellezza che alla vera igiene personale» - spiegano gli esperti - «e l'acqua calda della doccia, alla lunga, può seccare e irritare la pelle, spazzando via anche i batteri positivi fino a causare infezioni».

Zeichner e Hirsch suggeriscono di fare una doccia ogni due giorni, ma di lavarsi quotidianamente in punti cruciali del corpo come il viso, le ascelle, i genitali, il sedere e i piedi. E lanciano un consiglio anche alle neomamme: «I bimbi non vanno lavati quotidianamente. Se esposti ad un po' di batteri la loro pelle in futuro diventa meno sensibile e questo può prevenire allergie e infezioni come l'eczema».

Cresce il popolo degli anti-doccia tra gli inglesi: il 41% degli uomini e il 33% delle donne, secondo un sondaggio pubblicato sul Guardian, non fa la doccia tutti i giorni mentre il 12% la fa solo una volta o due a settimana. Non si lava per proteggere la pelle (o per difendere l’ambiente), secondo quanto dichiarato. Alcuni dermatologi effettivamente temono che un intenso, continuo e regolare lavaggio finisca per liberare la nostra cute da germi che in realtà possono essere utili, aiutando la nostra epidermide a rimanere sana, equilibrata e fresca. Da qui il consiglio di saltare una doccia o due, pur senza esagerare.

Diversi studi confermano la tendenza delle allergie a diffondersi proprio nei Paesi industrializzati. Di pari passi con il benessere e l’attenzione alla pulizia, insomma, aumentano le allergie. È come se il nostro sistema immunitario, vivendo in un ambiente estremamente pulito, non fosse più “allenato” a difendere l’organismo e si alterasse provocando una reazione anomala come l’allergia di fronte ad agenti esterni di per sé innocui. Inoltre una recente ricerca dell’Università del Michigan ha rilevato che i giovani che usano eccessivamente detergenti antibatterici con triclosan (componente, per esempio, di saponi e dentifrici) sono soggetti a più allergie. “È vero – afferma il professor Marcello Monti, Direttore di  Dermatologia all’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (Milano) e Docente di Dermatologia all’Università di Milano – troppa pulizia può far ammalare. Lavarsi corpo e capelli ogni giorno e, poi, magari, applicare anche una crema, espone al contatto con differenti antimicrobici presenti comunemente nei prodotti di igiene o di bellezza. Questi in un certo senso, ‘spiazzano’ i batteri normalmente presenti sulla cute come gli Stafilococchi o gli Streptococchi che si sono adattati a noi nel corso dell’evoluzione e collaborano al benessere della pelle impedendo ad altri microrganismi di attecchire. Inoltre, producono sostanze proteiche stimolanti per il sistema immunitario (sia della cute sia dell’intero organismo). Infine, si sa da tempo che applicare antibiotici sulla pelle ritarda la guarigione anche di semplici ferite o delle ulcere e lo stesso discorso vale per i microbici”.



“Ogni eccesso è controproducente, ma per l’igiene o la cosmesi il consiglio – continua il professor Monti – è di indirizzarsi verso prodotti di marca che, essendo ben formulati, hanno bisogno di poco preservante, mentre quelli di fascia bassa, al contrario, usano gli antimicrobici più potenti per sopperire alle carenze igieniche e formulative in fase di produzione. Inoltre, si deve cambiare mentalità. Non è corretto pensare che i prodotti antisettici, che ‘sterilizzano’, siano il meglio per la nostra pelle. È corretto, invece, detergerla senza impoverirla imparando a considerare i batteri più come amici che come nemici”.



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mercoledì 27 gennaio 2016

NASCONDERE UN TRADIMENTO

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C'è chi nasce per stare single, chi vive della coppia e chi, della coppia, non si accontenta. Per caso o per scelta, ci ritroviamo a vivere una storia parallela alla nostra storica relazione amorosa.
Se la monogamia non è il nostro forte e dobbiamo avere un amante in ogni caso, evitiamo quelle persone che ci possono creare più problemi di quanti ne immaginiamo: l'amico del nostro fidanzato, il collega, il vicino di casa. Molto meglio uno sconosciuto incontrato via chat, possibilmente di un'altra città e non proprio a portata di mano, in modo tale da scongiurare situazioni antipatiche, ricatti e incontri ravvicinati fra il fidanzato ufficiale e l'amante. Non vorremo mica che lo sconosciuto si innamori della nostra dolcezza e del nostro savoir faire e che, sentendosi preso in giro e umiliato perchè abbiamo "sorvolato" sul piccolo dettaglio della fede al dito, ci ricatti di spifferare tutto alla nostradolce metà? L'unico modo per evitare queste situazioni antipatiche è non fare mistero della nostra situazione sentimentale.

La prima regola del tradimento è non parlare mai del tradimento. E fingere che non esista. Davanti ad amici, colleghi, e davanti al cornuto. Il vero problema dei tradimenti è che sono circondati da quel fastidioso snervante alone di sospetto. Il sospetto nasce dai cambiamenti. Se un partner ha sempre fatto il carino dopo il sesso e all'improvviso si gira dall'altra parte e dorme, l'altro partner inizierà a pensare che qualcosa non va. Diventare troppo freddi, troppo distaccati, o al contrario troppo pieni di attenzioni, crea allarme e fa pensare male. Se vuoi tradire senza venir beccato, agisci come se nulla fosse, dentro e fuori dal tuo letto.

Se non vuoi sforzarti di tenere due telefoni (uno, ovviamente nascosto al tuo partner) o due account di pc metti in scena la normalità. Patti chiari con l'amante (non mi cercare, non farlo in questi orari, ecc), cancella ogni traccia senza nostalgia, e ogni tanto fingi che non hai nulla da nascondere. Permetti al partner di usare il pc e il telefono, lascialo in giro (quando sai di essere al sicuro), lascia la suoneria. Dissimulate che ci siano cose da nascondere, e nessuno le cercherà

Se la scappatella è sporadica va infilata nell'agenda al sicuro. Vanno scelti orari normali (il pranzo, l'ora del calcetto) ed eventuali complici (giusto un paio, meglio che siano pochi a sapere). Se invece si perde la testa per una persona in particolare, la grande idea è farla entrare nella tua vita dalla porta principale. Invitarla a cena in presenza del partner, parlarne ogni tanto (e descriverla come inoffensiva). In questo modo, andarci una volta al cinema o a un concerto, non suonerà strano o ambiguo. Ovviamente, tutto questo, va fatto con grande stile, e a piccole dosi. Se verrete scoperti, sarà veramente un colpo basso.

Il trucco salva traditore è negare l'evidenza. Sempre. E far sentire in colpa l'altro per aver dubitato di noi.
Un telefono lasciato sempre senza suoneria, un capello in auto, un profumo diverso, sono campanelli d'allarme troppo grandi. Se sentite che il vostro partner si sta innervosendo, frenate. Cambiare abitudini, taglio di capelli, gusti, all'improvviso, è un invito al controllo. Meglio non rischiare, e salvare partner, amante e cavoli...

Mai a casa vostra o casa sua! Se rimangono tracce poi sono guai seri! Da evitare anche la casa di amici che si rendono disponibili a reggerci il gioco. Tali offerte non dovrebbero proprio esistere perché se abbiamo letto bene le premesse, non dobbiamo avere complici né confidenti!! Più la nostra scappatella rimane segreta e meglio sarà per tutti! Optiamo piuttosto per luoghi appartati,  distanti da casa e da occhi idiscreti, possibilmente dove non conosciamo nessuno!
Se temiamo di essere viste o non ci sentiamo tranquille, scegliamo un albeghetto, magari fuori mano, e ricordiamoci di pagare in contanti e di evitare scrupolosamente il bancomat. Non facciamoci vedere in giro con l'amante a meno che questi non sia un collega e già prima della relazione clandestina non fossimo abituate a frequentare insieme luoghi pubblici come bar e ristoranti.



Ogni nostro minimo cambiamento sarà captato e ci metteremmo nei guai con le nostre stesse mani. Molto meglio invece cercare di mantenere un atteggiamento quanto più normale e naturale possibile. Anche se ci sentiamo prendere dai sensi di colpa e per compensarli abbiamo attacchi di dolcezza acuta, tratteniamoci, ingoiamo il rospo e rimaniamo le "noi stesse" di sempre.

Il gioco è bello quando dura poco, per questo è bene non tirarla per le lunghe. Quando si viene scoperti bisogna uscirne fuori!  Calma e diplomazia, trasformiamoci in attori e sfoderiamo tutte le nostre armi perché ci siano attribuite meno colpe possibili. Quindi quando ci butterà addosso che siamo degli infidi traditori, non neghiamo spudoratamente

Piuttosto mettiamoci a piangere istericamente, tremanti, e chiediamogli perdono. Inventiamoci che eravamo turbate perché il lavoro sta andando male, che l'altro ha approfittato di un nostro momento di debolezza; oppure diciamo che è successo tutto ad una festa ed eravamo un po’ brille, o ancora scarichiamo la colpa su di lui perché ci trascura e non ci fa sentire le donne che vorremo.

Naturalmente una volta che il tradimento è stato scoperto sarà il caso di analizzare i motivi che ci hanno spinto all'adulterio, se si è trattato di un'azione di ripicca volta a ferire colui che ha ferito noi, se invece è stato un momento di noia e di voglia di cambiamento, o se i sentimenti non son più quelli di un tempo. Anziché elemosinare il perdono del partner, potremmo approfittarne per riottenere la nostra libertà,se è quello che alla fine desideriamo realmente.

Gli italiani lo sanno, eccome se non sanno cosa voglia dire avere a che a fare con la gelosia furiosa di una donna, perché, quando si tratta del sospetto di un tradimento, hai voglia a spiegare che "non è un capello ma un crine di cavallo", nulla è lasciato impunito, nemmeno l'azzardo di un'intenzione rimasta tale, e l'onta di aver volto lo sguardo al di là del confine consentito è punito a caro prezzo, quantomeno con una 'democratica' sfuriata.

È per questo che gli uomini fedifraghi corrono ai ripari e quando hanno ceduto alla tentazione di qualche scappatella, più che attuare maldestri tentativi di copertura, tendono a 'lavare' letteralmente la macchia del peccato mettendo in atto diverse strategie, adesso smascherate da un sondaggio del sito di incontri extraconiugali AshleyMadison.com, che ha stilato le modalità più frequenti che i suoi iscritti mettono in pratica per eliminare le tracce di infedeltà, considerando che a tradire i traditori non sono solo le tracce annidate nella cronologia dati sul pc o nei messaggi in memoria sullo smartphone, ma anche quelle molto più insidiose di una macchiolina sul colletto della camicia o le scie olfattive impresse sul corpo.

Ciò che è venuto fuori è un vero e proprio rito da seguire scrupolosamente dopo ogni piccante rendez-vous, così da schivare ogni ipotesi diffidente e uscire immuni dalla tempesta di iraconde illazioni.

- La prima e più potente arma di difesa della privacy è l’acqua: il 27% dei traditori di casa nostra dichiara di fare più di una doccia al giorno, contro una media nazionale che ne conta una ogni due giorni. "È normale essere meticolosi quando si tratta di coprire le tracce di infedeltà", spiega Noel Biderman, CEO e fondatore di AshleyMadison, "Abbiamo notato che un elevato livello di igiene personale rappresenta una sorta di effetto collaterale molto comune: lavare via le prove di un amante, che sia il suo profumo, il suo rossetto o la sua acqua di colonia, è essenziale se si desidera che una relazione resti segreta al proprio coniuge". Il 30% degli uomini, addirittura, ha confessato di essersi iscritto in palestra con il solo scopo di utilizzare le docce dopo ogni incontro con l’amante, per tornare a casa fresco e profumato.

- Il 37% degli uomini e il 43% delle donne hanno una scorta segreta di prodotti per l'igiene nascosti in auto (26%) oppure sul posto di lavoro (47%) o in entrambi i luoghi (10%).

- Il 47% delle donne porta sempre con sé un kit da make up con spazzola, salviette struccanti, fard e rossetto per rifarsi il trucco dopo un appuntamento clandestino, mentre il 33% di loro e il 25% degli uomini porta sempre con sé un campione extra di profumo o acqua di colonia per ingannare anche la narice più attenta.

- Ci sono, poi, i super scrupolosi attenti ai dettagli senza badare a spese che acquistano persino due capi di abbigliamento perfettamente identici, per avere sempre a disposizione un outfit fotocopia nascosto in ufficio, nel caso in cui un incontro particolarmente bollente finisca per rovinare gli abiti originali: si tratta del 56% degli uomini e del 34% delle donne.

Biderman, però, consiglia a tutti di fare attenzione a non esagerare, dato che il coniuge tradito non può non mettersi in sospetto nel vedere il proprio partner trasformarsi all’improvviso in un igienista meticoloso e in un fanatico del bucato: va bene farla franca, insomma, ma mai sottovalutare l'intelligenza dell'altro che, per quanto ignaro, fesso lo si può fare sì, ma sempre fino a un certo punto.





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lunedì 4 gennaio 2016

LA SCOPA

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Fin dall'antico Egitto, alla scopa erano attribuiti poteri magici. La fiaba dell'apprendista stregone che anima la scopa liberandosi dai problemi è un tema già presente nelle antiche culture. L'atto di spazzare tutte le stanze di una casa nell'antica Grecia aveva una valenza simbolica e serviva a scacciare le anime dei morti.

Nell'iconografia cristiana vengono raffigurate con la scopa Santa Marta e Santa Petronilla.

Nelle leggende medievali, la scopa era il mezzo che veniva utilizzato dalle streghe per volare. In questo senso, al manico di scopa tra le gambe nude delle streghe veniva dato un significato fallico.

Nelle credenze popolari, alla scopa si attribuisce un potere benefico in quanto capace di "spazzare via i guai". Per questo motivo a capodanno si usa ancor oggi, in alcune regioni, regalare delle piccole scope ornamentali come portafortuna per l'anno che sta per arrivare.

La scopa con cui la Befana vola è un attrezzo prodigioso che ricorda la bacchetta magica, legata all’albero e quindi ad antichi culti naturalistici, simbolo fallico e priapico. Così come nei rituali bacchici/dionisiaci un elemento importante era rappresentato dal tirso, il mitico bastone dei Satiri, avvolto in foglie d’edera e di vite. Nella sua parte più alta, la pigna, altro elemento legato alla fertilità tramite i suoi frutti, i pinoli celati all’interno. Non è senza significato che l’epifania, la festa dell’apparizione del Cristo cada 6 gennaio e coincida con il giorno della nascita di Dioniso, dio del vino e dell’ebbrezza. Ma non perdiamo di vista la scopa, lo strumento stregonesco con cui la Befana vince la maledizione della legge di gravità e vola, riaffermando così anche simbolicamente la sua assoluta libertà. Quale oggetto è più domestico, casalingo, femminile della scopa? Simbolo priapico e guarda un po’ dov’ è collocato: appunto tra le gambe della Befana, una posizione che la ricollega alla garanzia della fertilità, alla generazione, al dono della vita, alla continuità della specie. La Befana, dunque, come lontana, nascosta sacerdotessa di culti naturalistici e pagani connessi alla Grande Madre, figura dai tanti nomi: Ardoia, Berta, Donazza, Gianepa, Maratenga…



L’ importanza della scopa che  assumeva nella pratica dell’ antica stregoneria l’ ha resa un effigie inconfondibile e inseparabile.

La superstizione ci presenta la scopa quale veicolo di trasporto impiegato dalle streghe per spostarsi a velocità altissime nei cieli. Gli uomini invece, usavano di preferenza i forconi dei pagliai. Le origini dell’ associazione scopa-stregoneria sono differenti. Una prima motivazione è da ricercarsi negli antichi riti propiziatori della fertilità in cui venivano cavalcate forche, pali e scope per imitare l’ accoppiamento e il lavoro degli animali nei campi. Secondo alcune superstizioni le streghe hanno timore dei cavalli, quindi cavalcano le scope.

Un’ altro motivo può essere legato al costume, in alcune comunità, di lasciare la scopa fori la porta di casa per indicare l’ assenza della donna. Per evitare di essere scoperte, quindi, le streghe portavano con se le scope. Il potere di librarsi in aria, però, non risiedeva nella scopa stessa, ma in un unguento del volo che le streghe  usavano per ungersi il corpo, sedie, forche, scope o animali. Anche il modo di cavalcare le scope è rappresentato in modi differenti nelle diverse epoche e nei diversi paesi. Le tecniche di volo potevano essere due: la strega sedeva sul manico e l’ estremità della scopa era rivolta alle sue spalle (l’ immagine classica della strega), oppure, l’ estremità con la spazzola era posta di fronte, in modo da sistemarvi una candela o una lampada all’ interno per illuminare la via. La magica cavalcata celeste prendeva luogo da casa; dopo aver unto il corpo e lo strumento con l’ unguento del volo, la strega a cavallo della scopa, saliva in cielo attraverso la canna fumaria. Il giorno più propizio alla cavalcata delle scope era nel grande sabba che si teneva nella notte di Valpurga. In questa magica notte era possibile osservare le streghe a cavallo di scope, bestie e demoni.

La scopa incantata era fatta in maniera molto particolare: si utilizzava un ramo con l’ estremità biforcuta, nella quale venivano legato i fasci d’ erba che costituivano la spazzola. Affine alle scope erano anche lo strumento usato dalle sciamane scandinave che praticavano il Seidhr. La scopa rientrava anche nelle pratiche connesse con la magia tempestaria e per causare impotenza e sterilità.

Nella stregoneria contemporanea, la scopa viene considerata uno strumento di purificazione e viene impiegata dalle anziane della congrega per ripulire l’ are rituale dalle negatività. Queste scope sono generalmente costruite con rami di betulla, quercia o frassino, mentre la spazzola è ricavata da ciuffi di erica, saggina o ginestra. Secondo il folklore britannico, spazzolare con scope così costruite tiene lontani i folletti e gli spiriti maligni, mentre agitata in aria scaccia i nembi temporaleschi.



La scopa è stata senza dubbio il primo strumento utilizzato dall'uomo per la pulizia della casa o in generale per pulire i luoghi dove viveva. Non è difficile intuire che probabilmente la prima scopa altro non era che un ramo con le foglie ancora attaccate ad esso.

La scopa forse più conosciuta è quella di ramaglia di nocciolo, betulla, ginestra, bambù ecc. (la classica scopa delle streghe o la famosa scopa volante di Harry Potter) utilizzata esclusivamente per lo spazzamento di aree esterne. Grande importanza nell'economia ha invece avuto la fabbricazione e la vendita delle scope in saggina utilizzate comunemente per lo spazzamento delle case almeno fino alla seconda guerra mondiale.

Due erano le zone principalmente interessate nella fabbricazione delle scope in saggina:

il Polesine, Padova e provincia
il Canavese, specialmente il piccolo paese di Foglizzo in provincia di Torino, famoso per la sua pregiata e rara saggina rossa.

Se però per la provincia di Padova la scopa di saggina rappresentava una risorsa sfruttata su basi "industriali" per il piccolo paese canavesano la scopa di saggina era un semplice espediente per riempire le giornate. A Foglizzo infatti le scope erano fabbricate nelle stalle durante le giornate invernali quando nelle campagne non si poteva lavorare.

Da questi due centri le scope erano distribuite in tutta Italia spesso dagli stessi artigiani che le costruivano. La scopa di saggina da sempre è fabbricata completamente a mano.

Oggi l'uso della scopa in saggina si è molto ridotto ed ormai la sua fabbricazione in Italia non esiste praticamente più. Le scope in saggina si importano dei paesi dell'Est europeo, dalla ex Jugoslavia o dalla Cina, mentre in Polesine solo pochi e rari artigiani ancora continuano a fabbricare questi strumenti.

Dagli anni cinquanta si è iniziato a fabbricare scope con le fibre sintetiche impropriamente chiamate nylon; la scopa si è così evoluta fino ai giorni nostri assumendo le svariatissime forme che oggi tutti conosciamo.


LEGGI ANCHE : http://carnaval-fantasias.blogspot.it/2015/12/la-befana.html






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venerdì 4 settembre 2015

IL GATTO NERO



Un gatto nero che attraversa la strada porta sfortuna.

Una motivazione risale ai tempi in cui si utilizzavano le carrozze e l'illuminazione per le strade era scarsa. I gatti neri di notte non si vedevano e se un gatto finiva sotto le ruote di una carrozza provocava un incidente in quanto i cavalli si spaventavano e si imbizzarrivano.

Un'altra motivazione ha a che fare con i pirati turchi che erano soliti portare a bordo delle navi dei gatti neri per cacciare i topi nella stiva (neri perchè così erano meno visibili nel buio). Quando i pirati approdavano vicino a una città, in attesa di saccheggiarla, i gatti potevano approfittarne per scendere a terra. Vedere in giro un gatto nero, quindi, divenne un presagio di sventura.

Quando una consuetudine, un'arte o una credenza è stabilmente entrata nel mondo, le influenze contrarie possono contrastarla a lungo così debolmente che essa può sopravvivere di generazione in generazione, come un corso d'acqua che, una volta formatosi nel suo letto, scorrerà per secoli. Questa è soltanto una permanenza della cultura e ciò che più sorprende è come mai mutamenti e rivoluzioni dei fatti umani abbiano lasciato scorrere per così lungo tempo tanti di questi debolissimi rivoli.

In Inghilterra è valido l'esatto opposto: il gatto nero porta fortuna. Se ti attraversa la strada significa che i guai sono passati senza sfiorarli, se entra in casa di primo mattino sarà una splendida giornata e se c'è una ragazza "da marito" presto troverà l'anima gemella.

Il destino dei gatti neri, dal medioevo fino al 1700-1800 circa, fu legato al destino delle donne ritenute streghe.

Nel 1233 papa Gregorio IX emanò la bolla Vox in Rama che è il primo documento ecclesiastico ufficiale che condanna il gatto nero come incarnazione di Satana e dava l'avallo della chiesa di Roma allo sterminio dei gatti e delle loro padrone.



Papa Innocenzo VIII (1484-1492) scomunicò ufficialmente tutti i gatti. Nella sua bolla papale Summis desiderantes, emanata nel 1484, istigò misure molto severe nei confronti di maghi e streghe in Germania; i principi da lui enunciati vennero in seguito incorporati nel famoso Malleus Maleficarum (noto anche con il nome di Martello delle Streghe), il libro più ignobile utilizzato dalla Santa Inquisizione. Pubblicato per la prima volta nel 1486 in esso vi erano elencati tutti i sintomi e le caratteristiche che bastavano per far sospettare una donna di stregoneria.

Il prendersi cura di uno o più gatti neri era motivo sufficiente per finire sul rogo. Anche il possesso di scope era fortemente sospetto perchè la pulizia era considerata disdicevole per l'epoca (da qui l'iconografia classica della strega con la scopa). Durante il Medioevo, infatti, furono distrutte tutte le strutture sanitarie pubbliche costruite dai Romani e molti medici finirono sul rogo perchè vi si opposero. Venne abolita l'usanza di fare il bagno e di lavarsi, le case e le città diventarono delle fogne a cielo aperto.

Pare che questo odio per la pulizia e per il gatto sia stato favorito dall'atteggiamento cristiano verso l'Islam. Infatti i musulmani avevano molti riti legati ai bagni (dovevano fare le abluzioni, cioè lavare parti del corpo, prima di entrare nella moschea) e rispettavano e amavano il gatto. Il gatto, inoltre, è notoriamente un animale che passa molto tempo a pulirsi. Queste qualità, o almeno considerate tali al giorno d'oggi, furono invece demonizzate.

La notte di San Giovanni venivano arsi vivi nelle pubbliche piazze di ogni città, centinaia di gatti chiusi in ceste di paglia. Tutto ciò accadeva in tutta l'Europa che si riconosceva nel cristianesimo.
San Francesco, uno dei più grandi Santi che annovera la chiesa, agì in contrapposizione rivalutando il creato e gli animali viventi senza distinzione, ma rimase un caso isolato.

Il gatto è un animale che ama girare di notte e un gatto nero di notte era praticamente invisibile: si vedevano solo gli occhi gialli che brillavano al buio. Il gatto è capace di vedere anche in ambienti poco illuminati da sembrare bui all'occhio umano. La potenza visiva del gatto è favorita anche dall'estrema adattabilità delle sue pupille, che sono circolari quando si aprono al massimo nella penombra, per ridursi a due sottili fessure verticali in piena luce. Si scoprì molto più tardi che gli occhi del gatto, i più grandi fra tutti i mammiferi, riflettono la luce grazie al tapetum lucidum, una struttura cristallina organica situata dietro la retina. Inoltre, grazie al suo finissimo udito ed alla sensibilità tattile delle sue vibrisse, esso è capace di muoversi con assoluta sicurezza anche nel buio più completo. ll nero, poi, era considerato il colore delle tenebre, delle forze infernali, dell'occulto e del lato oscuro mentre come spiegherò nella parte I gatti, e soprattutto quelli neri, portano fortuna, il nero ha notevoli valenze positive.
L'orecchio del gatto è in grado di percepire i cambiamenti nell'aria di umidità e di pressione e quindi il gatto ha sostanzialmente la capacità di prevedere i cambiamenti climatici strofinandosi l'orecchio con la zampa. Questa sua abilità, che andava al di là dei cinque sensi, era conosciuta e sfruttata dai contadini ma divenne un'altra caratteristica che faceva associare il gatto a Satana. Infatti uno degli appellativi di quest'ultimo è Principe dell'Aria.

Il pelo del gatto, inoltre, assorbe molta energia e emana una notevole carica elettrostatica (il pelo di colore nero soprattutto). Il gatto inoltre può rizzare il pelo azionando dei muscoli che provocano la contrazione dei bulbi piliferi. Quando l'animale è arrabbiato gonfia la coda e inarca la schiena rizzando il pelo, così da apparire più grosso di quanto in realtà non sia; il tutto accompagnato da soffi, fischi e miagolii.



Infine, quel suo sguardo magnetico e intelligente che ci affascina tanto oggi, era considerato di natura soprannaturale e sicuramente anche il suo temperamento indipendente e libero non era ben visto a quell'epoca.

Il gatto era considerato il diavolo in persona. Si credeva che esso apparisse quando donne e uomini che svolgevano riti pagani in onore di Iside lo evocavano. Anche i templari e i catari furono accusati di essere adoratori di gatti.

Già nel dodicesimo secolo, dalle autorità ecclesiastiche il gatto nero era ritenuto il simbolo del potere satanico. Nei felini, soprattutto quelli neri, prendevano dimora Satana e altri spiriti demoniaci, e si pensava anzi che il diavolo prendesse in prestito da un gatto il suo nero mantello. San Domenico (1170-1221) identificava il gatto nero con Satana....

Già nella seconda metà del quarto e nella prima del quinto secolo, le gerarchie cristiane avevano dato il via al processo di demonizzazione del colore nero; può darsi che, almeno in parte, il movente vada individuato in una reazione a Iside e al colore a lei sacro, soprattutto in Egitto. (Donald Engels, Storia del gatto, p. 239)

I gatti e le donne vennero perseguitati per secoli (dal 1000 al 1700), subirono torture e sevizie di ogni tipo. Milioni di gatti e centinaia di migliaia di donne vennero brutalmente uccisi in tutta l'Europa occidentale. L'ultimo gatto giustiziato in Inghilterra per stregoneria morì nel 1712. Pochissimi gatti completamente neri sopravvissero al massacro. Oggigiorno, In Europa occidentale, è difficile trovare un gatto che sia completamente nero mentre sono comuni nelle zone del Mediterraneo orientale dove nessuna crociata fu mai lanciata contro di loro.

Con l'Illuminismo le donne e i gatti cessarono di essere perseguitati e l'epoca buia si dissolse. Nel corso del 1800, grazie a Pasteur e ad altri studiosi, fu rivalutata la figura del gatto:

Non è un caso che Louis Pasteur ammirasse il gatto e ne proponesse l'abitudine alla pulizia come un esempio per l'umanità che desiderasse davvero evitare malattie. Quando finalmente gli europei si resero conto che la sporcizia era un male e la pulizia un bene, e non viceversa, come si riteneva un tempo, i gatti cominciarono a riconquistare il loro legittimo posto di guardiani e protettori della casa contro i parassiti e la cattiva sorte. (Donald Engels, Storia del gatto, p. 262)

Si dimostrò scientificamente che non solo il gatto non trasmetteva malattie all'uomo ma che il topo, che aveva proliferato per secoli, data la quasi totale estinzione del suo più acerrimo nemico, era portatore di circa 35 malattie pericolose per l'uomo tra le quali il tifo e la peste bubbonica.

Probabilmente una delle principale cause di diffusione delle grosse epidemie di peste che per secoli hanno decimato l'Europa (malattie veicolate da topi e ratti uccisero oltre un miliardo di persone) fu proprio l'avere ucciso il principale predatore dei topi.

Dal 1800 il gatto si introdusse nei salotti bene dell'aristocrazia e borghesia e da allora non ha più cessato di diffondersi, e di essere di nuovo amato e vezzeggiato.

E' innegabile che sono le donne ad amare e ad essere amate maggiormente dal gatto. Fin dall'inizio il gatto era il compagno del focolare e passava più tempo in casa vicino alla donna, a differenza del cane e del cavallo che seguivano l'uomo nella caccia o in altri lavori. Probabilmente è proprio per aver sempre condiviso la stessa sorte nel bene e nel male che si è formata questa maggior complicità e affiatamento reciproco.



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venerdì 7 agosto 2015

LE MOSCHEE

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 "La moschea sarà un luogo dignitoso, molto più di adesso, non solo per chi prega ma anche per i cittadini che ci abitano vicino. Le moschee sono belle, basta andare in giro per il mondo, soprattutto se sono tenute pulite".
    Lo ha detto il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, parlando del bando del comune sui nuovi luoghi di culto. "Non si può pregare per strada, - ha aggiunto - non è dignitoso né per chi vive lì, né soprattutto per chi crede in quella religione".
 
"Non è un problema religioso, nessuno ha problemi con l'ebraismo o con gli evangelisti. In Tunisia chiudono 80 moschee, invece noi ne apriamo 2 a Milano.
    In tutto il mondo si alzano i muri contro chi in nome della religione vuole uccidere gli infedeli , tranne che nel nostro Paese. La moschea di via Jenner va chiusa domani mattina, perché lì sono stati trovati dei terroristi. Costruire nuove moschee è una scelta politica della sinistra italiana". Lo ha detto Matteo Salvini (Lega Nord).
 
"Il sindaco Pisapia vada a farle da qualche altra parte le moschee. Non vorrei che questi spazi fossero spazi di insegnamento all'odio e all'intolleranza":il segretario della Lega Nord è tornato a parlare del bando del Comune per aree dove costruire luoghi di culto durante un sopralluogo all'ex Ospedale Agostino Bassi in viale Jenner, cioè nella strada dove ha sede uno storico centro islamico. "C'è una legge regionale non rispettata dal Comune di Milano - ha osservato il segretario - e che impone di seguire alcuni obblighi che il Comune di Milano ha ignorato". Secondo Salvini il bando è una "scelta politica, la scelta politica di una giunta che arriva a fine mandato senza aver combinato un accidente e vuole portare in dote ai milanesi due moschee. Non so se sia questa l'emergenza dei milanesi, anzi non lo penso proprio". "Alla faccia della moderazione, le dichiarazioni di alcuni di questi cosiddetti moderati - ha concluso - farebbero rizzare i capelli a qualunque essere umano normale. Quindi io prima di sapere chi paga, chi prega, in che lingua e che cosa spiega, non do nessuna autorizzazione a nessuno".

In base a due dichiarazioni così contrastanti vediamo un po' cosa dice la costituzione italiana:


Art. 2

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Art. 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.



La moschea è il luogo di preghiera per i fedeli dell'Islam. La parola italiana deriva direttamente dallo spagnolo "mezquita", a sua volta originata dalla parola araba "masjid"  che indica il luogo in cui si compiono le sujūd, le prosternazioni che fanno parte dei movimenti obbligatori che deve compiere il fedele orante.

Un tipo di masjid particolare è la masjid jāmiʿ, una moschea più ampia, che si traduce spesso come "congregazionale". In essa si auspica per l'Islam che si radunino collettivamente i fedeli al fine di adempiere insieme all'obbligo della preghiera obbligatoria (ṣalāt) del mezzogiorno (zuhr) del venerdì, o eventualmente per studiarvi materie di carattere religioso, in appositi luoghi a ciò delegati (iwan).

In quanto luogo di preghiera la moschea non ha elementi indispensabili ma solo utili al suo scopo. È infatti possibile pregare anche all'aperto, o dentro una casa qualsiasi, purché il terreno riservato alla ṣalāt sia delimitato da qualche oggetto (tappeto, stuoia, mantello, sassi) e sia il più possibile esente da sozzure. Questo perché - come d'altronde per tutti gli atti previsti dalla Legge islamica (sharīʿa) - è richiesto lo stato di purità legale (ṭahāra), ottenibile con lavacri parziali o totali del corpo, mentre il luogo della preghiera deve essere esente da evidenti sporcizie che potrebbero contaminare chi col terreno debba entrare in contatto, come appunto accade nella ṣalāt.

La moschea ha un miḥrāb (sorta di abside o nicchia che, nelle moschee più umili, può essere semplicemente disegnata su una parete o indicata da qualche oggetto nella preghiera all'aperto) che indica la direzione della Mecca (qibla) e della Kaʿba, considerata il primo santuario musulmano dedicato al culto dell'unico vero Dio (Allāh).

Pur non essenziale, una moschea può spesso avere anche un pulpito (minbar) dall'alto del quale un particolare Imām che si chiama khaṭīb, pronuncia la khuṭba, un'allocuzione cioè che non necessariamente propone l'esegesi di brani del Corano.

Perché la preghiera sia valida essa deve essere compiuta all'interno di precisi momenti (awqāt) della giornata, scanditi dall'andamento apparente del sole. Per questo uno speciale incaricato (muezzin, dall'arabo muʾādhdhin) ricorda dall'alto di una costruzione a torre (minareto, dall'arabo manār, "faro"), mediante un suo richiamo rituale salmodiato (adhān), che da quel momento in poi è obbligatorio pregare (in casa, all'aperto, in moschea). Per chi si trovi lontano dal minareto e non possa per qualsiasi motivo udire la voce del muezzìn - oggi aiutata per lo più da altoparlanti - si sciorinano talora ampi panni bianchi, ben visibili anche da lontano.

Per le necessità della purificazione, sia all'interno sia nelle immediate adiacenze della moschea è spesso presente una fontana. Importante è infine l'area della preghiera (musalla), tendenzialmente rettangolare per consentire agli oranti di ordinarsi in file e ranghi, al cui interno può essere presente un orologio che in molte occasioni è di antica fattura, utile a segnalare il tempo rimanente perché sia valida la preghiera.



Caratteristica di ogni moschea che nasca come tale è la mancanza di raffigurazioni umane o animali, in quanto osteggiate dall'Islam. Le decorazioni sono perciò tutt'al più di tipo fitoforme (legate cioè al mondo vegetale) ma, quasi sempre, sono presenti mosaici o scritte che riportano versetti del Corano tracciati con calligrafie considerate particolarmente "artistiche" che hanno dato modo all'Occidente di parlare di arabeschi.
Con ogni evidenza questo può non valere in caso di trasformazione di un precedente luogo sacro ad altri credo. In tal caso i dipinti possono sopravvivere, alla sola condizione che affreschi o dipinti non cozzino con alcuni dei principi fondamentali del credo islamico (non raffigurabilità di Dio, assenza di idoli, antropomorfi o meno, mancanza di qualsiasi riferimento trinitario).

Come detto, il termine italiano proviene dallo spagnolo mezquita, che normalmente viene direttamente connesso alla parola araba masjid. In realtà va osservato che lo spagnolo non ha preso la parola direttamente dall'arabo, ma dalla lingua delle popolazioni musulmane della Penisola iberica, che in gran parte erano berbere. Infatti, il termine arabo masjid è maschile, mentre mezquita (e moschea) è femminile, proprio come il termine berbero (ta) mezgida. Questo cambiamento di genere è evidente anche in altri termini arabi relativi alla religione passati al berbero, per esempio ‘īd "festa" (berb. lâid ): in berbero lâid tameqqrant, corrisponde all'arabo al-ʿīd al-kabīr. Ciò sembra dovuto al fatto che i termini arabi si sarebbero "sovrapposti" a preesistenti parole femminili (ancora attestate in qualche dialetto), come taɣlisya "luogo di culto", dal latino ecclesia e tafaska "festa religiosa" (dal lat. Pascha).

Sebbene il coinvolgimento saudita nell'edificazione di nuove moschee risalga agli anni sessanta, il contributo è diventato realmente importante solo verso la fine del XX secolo. A partire dagli anni ottanta, infatti, il governo saudita ha cominciato a finanziare la costruzione di moschee, scuole e centri islamici in numerosi paesi di tutto il mondo, per una spesa stimata in 45 miliardi di dollari statunitensi. Ayn al-Yaqin un quotidiano saudita, nel 2002 ha pubblicato la notizia che questi finanziamenti hanno contribuito alla costruzione di 1500 moschee e 2000 centri islamici. A questo occorre ancora aggiungere le iniziative personale di numerosi facoltosi cittadini sauditi, specialmente in paesi dove i musulmani sono poveri o discriminati. Ad esempio, a seguito della caduta dell'Unione Sovietica (1992), molti fondi privati giunsero a questo scopo in Afghanistan. La moschea King Fahd di Culver City (California) e la stessa moschea di Roma rappresentano due dei maggiori investimenti dell'ex sovrano Faysal dell'Arabia Saudita, con 8 e 50 milioni di dollari statunitensi, rispettivamente.



Le preghiere obbligatorie nella religione Islamica fanno parte dei cinque pilastri dell'Islam, e' proprio il secondo. Le preghiere, chiamate "Salat" in Arabo, sono cinque volte al giorno, essendo la piu' importante quella del Venerdi mezzogiorno. La preghiera costituisce un legame diretto fra il credente e Allah, senza un intermediario, cosi uno si rivolge direttamente al Dio. Gli orari delle preghiere cambiano secondo la posizione del sole e vengono ricordati alla gente dal Muezzin che recita l'adhan (oppure detto anche ezan) dai minareti della moschea, cosi annuncia l'ora della preghiera. L'ideale sarebbe pregare insieme a tutti nella moschea, ma un Musulmano puo' pregare quasi ovunque, per esempio nei campeggi, in ufficio, in fabbrica, a casa, basta che il luogo sia pulito e adatto alla adorazione. Di solito si prega su un tappeto da preghiera e bisogna sapere naturalmente la Qibla, cioe' la direzione della Mecca.

L'adorazione e preghiera quotidiana e' la colonna vertebrale dell'Islam e la sua fondamentale importanza e' definita con estrema chiarezza negli insegnamenti del Profeta Muhammed e nel Corano. Queste cinque preghiere contengono versetti del Corano e sono recitate in lingua araba che e' la lingua originale del Corano, ma suppliche personali possono essere recitate anche nella lingua di ogni musulmano.

Per eseguire la preghiera, bisogna essere puri e puliti. E' necessario lavare quelle parti del corpo che sono generalmente esposte allo sporco e alla polvere, tipo i piedi, la faccia, le mani ecc. Questa pratica e' chiamata Abluzione. Nei casi indicati dal Corano, l'abluzione si puo' fare anche con la lustrazione pulverale (tayammum), cioe con terra pulita o sabbia, quando manca l'acqua (nel deserto per esempio).


Quando la purezza rituale e' interrotta da un piccolo disagio come sonno profondo, stato di incoscienza, il vomito, l'uscita dal corpo di feci, urina, gas intestinali, uscita di sangue da una qualunque parte del corpo, allora e' necessaria l'esecuzione dell'abluzione parziale. Se la purezza rituale e' interrotta da un grande disagio come in caso di coito, mestruazioni e puerperio, rapporti sessuali, allora e' necessaria fare l'abluzione totale. Esistono due tipi di abluzioni in generale; abluzione parziale (wudu') e abluzione totale (ghusl).



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giovedì 9 luglio 2015

IL MARMO

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Il marmo è un materiale naturale il cui uso da parte dell’uomo per l’edilizia è vecchio quanto la sua storia. Splendente, lucido, con venature, colori ed effetti particolari, il marmo ha caratteristiche ineguagliabili di solidità e durata, ma per altri versi è anche molto fragile e delicato.

Il vocabolo marmo deriva dal greco antico μάρμαρον (mármaron) o μάρμαρος (mármaros), con il significato di "pietra splendente", a sua volta derivato dal verbo μαρμαίρω (marmàirō), che significa "splendere, brillare".
 
Il marmo si forma attraverso un processo metamorfico da rocce sedimentarie, quali il calcare o la Dolomia, che provoca una completa ricristallizzazione del carbonato di calcio di cui sono in prevalenza composte e danno luogo ad un mosaico di cristalli di calcite o di dolomite (minerale). L'azione combinata della temperatura e la pressione, durante la trasformazione della roccia sedimentaria in marmo, porta alla progressiva obliterazione delle strutture e tessiture originariamente presenti nella roccia, con la conseguente distruzione di qualsiasi fossile, stratificazione o altra struttura sedimentaria presenti nella roccia originaria.

Il colore del marmo dipende dalla presenza di impurità minerali (argilla, limo, sabbia, ossidi di ferro, noduli di selce), esistenti in granuli o in strati all'interno della roccia sedimentaria originaria. Nel corso del processo metamorfico tali impurità vengono spostate e ricristallizzate a causa della pressione e del calore. I marmi bianchi sono esito della metamorfizzazione di rocce calcaree prive di impurità.

Per marmo lastronato si intende una lastra di marmo "povero" completamente placcata (rivestita) con lastre (spesse circa 5 millimetri) di uno o più marmi pregiati. I marmi lastronati venivano utilizzati, ad esempio, come piani per i mobili per alte committenze. Con questa tecnica i marmisti di un tempo ottenevano piani in marmo pregiatissimi risparmiando notevolmente sull'impiego di marmi notoriamente costosissimi.
Il basso indice di rifrazione della calcite, che permette alla luce di "penetrare" nella superficie della pietra prima di essere riflessa, dà a questo materiale (e soprattutto ai marmi bianchi) una speciale luminosità, che lo ha reso particolarmente apprezzato per la scultura. Si ricordi, a titolo di esempio, che l'artista e scultore Michelangelo Buonarroti prediligeva il "marmo bianco" della Versilia per le sue opere.

I marmi non colorati sono una fonte di carbonato di calcio puro, che viene utilizzata in un'ampia varietà di industrie. La polvere di marmo è un componente di coloranti e vernici, di dentifrici e di materie plastiche. Viene utilizzata anche nell'industria cartaria in affiancamento al caolino.

La classificazione prevede come parametro le caratteristiche del territorio che ospita la cava, dando vita a due tipologie predominanti, cave di pianura e di monte. Si definiscono cave di pianura quelle in cui tutte le lavorazioni vengono effettuate ad una quota inferiore al livello di campagna. Questa caratteristica implica un problema dovuto alle eventuali acque sotterranee che, infiltrandosi al di sotto della falda freatica, rendono umidi i cantieri; diventano quindi necessarie centrali di pompaggio e sistemi di canali per il loro allontanamento, rimedio decisamente costoso.

Le cave aperte a quote collinari o montagnose si definiscono cave di monte e anche queste comportano un problema, la difficoltà del loro raggiungimento infatti richiede la costruzione di strade spesso lunghe e costose a causa del territorio generalmente accidentato. Capita che il costo elevato di tale opera non sia sostenibile da una singola attività di estrazione, si rende quindi necessario organizzare la cava come un bacino di estrazione dove accederanno più imprese. In alcune realtà dove l’economia dovuta all’estrazione del marmo è molto importante, come ad esempio nella provincia di Massa Carrara, le spese dovute alla costruzione di strade d’accesso alle cave vengono finanziate dalla pubblica amministrazione.

L'operazione principale che avviene nelle cave è l'estrazione; quest'ultima ha subito un'evoluzione dovuta principalmente alla scoperta di nuovi materiali in grado di incidere con maggiore efficacia e precisione il marmo. Quando l'uomo ancora non conosceva i metalli duri costruiva utensili di pietra, con cui era in grado di lavorare prevalentemente rocce tenere ma anche i più duri graniti. Successivamente l'uomo conobbe e utilizzò il ferro per la costruzione di utensili che servivano ad incidere la roccia seguendo delle tecniche precise. Venivano applicate nelle venature del marmo (spesso sfruttando fratture naturali ed anfratti) leve di metallo e cunei di legno. Questi ultimi venivano imbevuti d’acqua in modo da gonfiarsi aumentando il loro volume e la relativa pressione sul blocco da staccare. Questa tecnica è stata del tutto superata con l’avvento della polvere da sparo. Negli ultimi cento anni il progresso tecnico ha portato un notevole sviluppo delle tecniche di taglio con conseguente incremento della produzione. Molto diffusa è stata la tecnica di taglio mediante l’utilizzo del filo elicoidale che sfruttava, quale materiale tagliente, sabbia quarzosa aggiunta all’acqua. Successivamente il carburo di silicio ha sostituito la sabbia e negli ultimi vent’anni il filo diamantato e le segatrici a catena hanno sostituito integralmente le tecnologie precedenti.

Il marmo, dopo l'estrazione dalle cave per mezzo di seghe "diamantate", oppure utilizzando la tecnologia dell'acqua pressurizzata, può essere lavorato a forma di lastre piane. Queste variano da uno spessore minimo di 1 cm, fino ad uno spessore massimo di circa 30 cm: lastre con spessore inferiore al centimetro risulterebbero eccessivamente fragili, scarsamente resistenti a sforzi di flessione e taglio, mentre spessori superiori consentono alla lastra di superare le fasi di lavorazione e trasporto evitando fessurazioni o rotture del materiale.

Una lastra con spessore superiore a trenta centimetri prende il nome di "massello". Le lastre e i masselli vengono lavorati con i centri di taglio.

Le lastre di marmo vengono impiegate come finitura, ad esempio per rivestire pavimentazioni e talvolta pareti.

Trattandosi di un materiale poroso tende ad assorbire sostanze oleose, ecco perché talvolta viene sottoposto a trattamenti protettivi specifici.

Il costo di una lastra varia a seconda del pregio del marmo, della provenienza e del tipo di lavorazione adottata, oltre che, ovviamente delle dimensioni geometriche.

Per la lucidatura dei prodotti finiti e delle lastre si utilizzano lucidatrici con manettone, a ponte e a nastro. Le lucidatrici a manettone o a ponte sono macchine dalla struttura molto semplice, con quantità di produzione molto ridotta, a vantaggio della qualità che per alcuni materiali può essere elevata. Diversamente, le lucidatrici a nastro possono avere una grande produttività, con qualità comunque alta. Quest'ultimo tipo di macchine presenta un banco con un nastro dove depositare il materiale da lavorare; sopra il nastro scorre un ponte porta mandrini, cioè un sostegno mobile con degli apparecchi meccanici che montano abrasivi e lucidanti e tengono fermo il pezzo da lavorare. Nella lavorazione del marmo generalmente si utilizzano macchine con un numero di mandrini che varia fra otto e dodici. Molto più diffusa è però la lucidatura chimica, che fa uso di prodotti chimici come gli acidi. Per il marmo vengono selezionati acidi contenenti alcuni ossidi, che impediscono alle sostanze corrosive di rovinare il pavimento. Altre sostanze utilizzate sono i lucidanti, composti che vengono sfregati sul pavimento per accentuare/aumentare la lucidità del marmo.
La fiammatura insieme alla lucidatura è la tecnica di lavorazione più usata su superfici. Viene usata per le pavimentazioni esterne perché offre sia un piacevole effetto decorativo che un effetto antisdrucciolo. Questa lavorazione prevede uno shock termico, provocato da un cannello alimentato con ossigeno e propano, che fa scoppiare la superficie della lastra facendone risaltare il colore naturale e conferendole una certa rugosità.
La bocciardatura è una tecnica utilizzata per conferire alla lastra un aspetto di superficie scolpita e quindi non semplicemente levigata, lisciata. Le macchine per questo tipo di lavorazione utilizzano un piano rulli per lo scorrimento del materiale da lavorare e un martello pneumatico provvisto alla sua estremità di utensili di materiale duro che hanno lo scopo di scolpire la superficie.
La sabbiatura prevede una levigazione della lastra sfruttando il getto di acqua mista a sabbia attuato da un ugello che scorre a velocità regolabile sul pezzo da lavorare, adagiato anche in questo caso su un piano di rulli.
La spazzolatura, antichizzazione è una tecnica che serve per conferire alla superficie della lastra un aspetto consumato (per questo è chiamata anche antichizzazione). La lavorazione si esegue mediante l'uso di spazzole abrasive applicate a macchinari per la levigatura. Le spazzole vanno ad incidere maggiormente là dove il materiale presenta concentrazioni più tenere e quindi si ottiene una superficie irregolare ma lucida. Questa tecnica si va via via sempre più diffondendo ed è possibile intensificare l'effetto mediante la precedente bocciardatura del materiale.
L'acidatura avviene mediante appositi acidi che operano una corrosione sulla lastra, la superficie del marmo viene incisa creando una finitura grezza anticata che mette in evidenza le venature del marmo che vengono, a seconda del grado di acidatura scavate ancor di più. Questa tecnica rende la lastra in precedenza lucida o grezza anticata con una finitura che però si presenterà irregolare e con delle morbide cavità. L'acidatura è efficace sulla maggior parte dei marmi morbidi, molto dipende dalla durezza e composizione dello stesso.
Ormai tutte queste macchine prevedono anche sistemi di carico e scarico sui piani di rulli, progettati per rendere sicuro il posizionamento di pezzi fragili come le lastre, il cui danneggiamento causerebbe una perdita di profitto.

Il marmo è una roccia molto apprezzata nota per la sua resistenza, l’aspetto estetico, la capacità di essere lucidata e la resistenza alla maggior parte degli agenti atmosferici. Ha una varietà di usi ed è stato utilizzato in tutte le civiltà per gli usi più svariati dalla scultura all’architettura. Questo materiale è disponibile in una varietà di texture a seconda della sua composizione e dalla sua genesi.
Il marmo è il tipo di roccia metamorfica che si forma da calcare e dolomite, in determinate condizioni di calore e pressione. Il metamorfismo è il complesso delle reazioni chimico-fisiche allo stato solido con le quali una roccia si adegua ad un nuovo ambiente ovvero a nuove condizioni di pressione e temperatura. Il marmo quindi, come tutte le rocce metamorfiche, deriva dalla ricristallizzazione su vasta scala di calcari preesistenti che ha dato luogo a una struttura microcristallina; come si può rilevare dalle immagini al microscopio su una superficie fratturata di recente, presenta una grana fine con piccoli cristalli orientati a caso e saldati, con un aspetto che ricorda quello del più comune zucchero, il saccarosio e perciò la struttura del marmo è anche definita saccaroide.
I marmi, dal punto di vista chimico, sono costituiti da carbonato di calcio ad alto grado di purezza;  come tutte le rocce calcaree vengono corrose dagli acidi. Attualmente, a causa del progressivo inquinamento dell’aria, cui segue il fenomeno delle piogge acide, le strutture, le decorazioni e le statue di marmo e di travertino subiscono danni irreparabili.
Se una sostanza acida come, ad esempio, una goccia di limone, cade sul marmo della cucina è inutile cercare di eliminare quella macchi biancastra che si forma  nel punto di contatto: il calcare si è trasformato infatti irreversibilmente in monossido di calcio.
Da un punto di vista petrografico i marmi  derivano dalla trasformazione strutturale dei calcari di origine sedimentaria, in seguito a pressioni, attriti e calore.  Da un punto di vista commerciale, viene definito marmo qualsiasi pietra che presenti le caratteristiche salienti del marmo  propriamente detto, e cioè la versatilità ad essere scolpito, levigato e lucidato, ad essere ridotto in blocchi e lastre. Una classificazione dei marmi viene solitamente effettuata sulla base del colore che può interessare l’insieme della superficie oppure soltanto le venature, ma anche altri criteri di classificazione sono invalsi nell’uso, quali la specificazione del tipo di fossile che ha contribuito a originare il primo giacimento dal quale il marmo si è poi originato. Si parla pertanto di marmi ammonitici, nummulitici ecc. il colore del marmo è determinato da impurezze inglobate.
Il più importante dei marmi biaanchi è il marmo di Carrara che, se è purissimo viene detto statutario; il marmo bianco con venature grigiastre viene detto venato.  Durante il Rinascimento fu il marmo utilizzato da Michelangelo per le sue sculture, il quale veniva a scegliere personalmente i blocchi con cui realizzare le proprie opere.
I marmi azzurri sono presenti nelle cave della Toscana. Il colore è dovuto alla presenza di   sostanze carboniose  quali grafite, carbone e bitume
Il colore rosso è dovuto alla presenza di ossidi di ferro, come l’ematite Fe2O3.
Il colore giallo è dovuto alla presenza di ossidi di ferro.
Con il nome di marmo verde vengono indicate impropriamente le rocce serpentinose irregolarmente da vene bianche di calcare; verde Polcevera, verde Levanto, verde di Prato, verde di Cesana, verde Châtillon.
Il marmo nero venato di Muroglio è perfettamente lucidabile e la cui colorazione è dovuta a ossidi di ferro.
Marmi policromi sono costituiti da frammenti calcarei tenuti insieme da cemento di anfibolo anch’essi colorati come le brecce di Serravezza e Stazzena.

Il marmo presenta caratteristiche fisiche e tecniche che lo rendono poco comodo e pratico per un uso domestico prolungato e frequente, dove viene spesso sottoposto a pressioni e “aggressioni” di vario genere, anche se trattato per renderlo meno poroso e meno sensibile alle macchie. Ecco quindi che se era l’ideale per templi e palazzi, non è invece indicato per un uso diffuso nelle abitazioni, dove può essere impiegato ma riservandolo ad applicazioni specifiche.

Il costo delle lastre di marmo dipende dalla tipologia, dalla cava di provenienza e dal tipo di lavorazione subita. Un tipo di prodotto particolare è il cosiddetto “marmo lastronato”: si tratta di un composito formato da un’anima di materiale “povero” che viene rivestita con sottili lamine di marmo pregiato; questa lavorazione ha permesso, anche in passato, di ottenere rivestimenti e oggetti pregiati con un notevole risparmio economico.

Esteticamente e al tatto, il marmo soprattutto nei pavimenti, può creare un senso anche di freddezza esteriore, di freddo vero e proprio nella stagione invernale ma di fresco nella stagione estiva. Tuttavia il senso di freddo può essere attenuato utilizzando tappeti caldi e accoglienti, che ben si interscano dal punto di vista estetico con le venature e i motivi del marmo scelto.

Ovviamente anche il costo del marmo potrebbe essere uno svantaggio, in quanto si tratta appunto di un materiale di pregio; se l’estetica del marmo piace e se si vuole ovviare a tutti gli inconvenienti, come il costo e anche la difficoltà di manutenzione e pulizia, si possono acquistare materiali artificiali alternativi, che pur essendo facili da pulire e più economici, hanno tutto l’aspetto del marmo.

Data la natura porosa del marmo, esso va costantemente curato e pulito, oltrechè utilizzato con attenzione. .

Per quanto riguarda il marmo che riveste mobili e arredi, ma anche i piani da lavoro di bagno e cucina, la pulizia da effettuare può essere di due tipi: superficiale, da svolgersi spesso se non quotidianamente, e approfondita, quindi salutaria. In entrambi i casi la procedura non è però troppo semplice e va compiuta con accuratezza, seguendo una tecnica particolare.
Procedure per la pulizia:
innanzitutto, occorre eliminare con un pennello lo sporco superficiale
non utilizzare sostanze detergenti perché potrebbero rovinarlo
lavare quindi con una spazzola morbida e acqua distillata
aggiungere sapone neutro o dieci gocce di ammoniaca per ogni litro d’acqua; non superare tale quantitativo in quanto l’ammoniaca potrebbe corrodere il marmo
eseguire possibilmente le operazioni all’aria aperta in prossimità di acqua corrente, per poter sciacquare l’oggetto abbondantemente
risciacquare con acqua distillata
asciugare con un panno di lana

Per eseguire una pulizia più approfondita occorre:
esaminare il piano alla ricerca di zone opache o le macchie ben visibili
se troviamo piccole incrostazioni, si possono rimuovere in modo delicato, con apposite lame specifiche, facendo attenzione a non graffiare il marmo
utilizzare polvere di pomice da versare sul marmo e da strofinare con un panno umido, per rimuovere le macchie e dare uniformità alla superficie
risciacquare con acqua distillata
asciugare con panno di lana.

Per le macchie di unto non utilizzare mai detergenti smacchianti che potrebbero rovinare il marmo irrimediabilmente. Per togliere le macchie di unto occorre:

preparare una mistura di fecola di patate ed essenza di trementina (metà e metà)
applicare la mistura al marmo macchiato
coprire l’impasto con un foglio di carta in alluminio
rimuovere il tutto dopo qualche ora
ripetere le operazioni se la macchia dovesse persistere
coprire il marmo con carta bianca
lasciare asciugare il marmo per qualche giorno
effettuare una finitura a cera

La finitura a cera consiste nel far penetrare con un piccolo tampone una cera bianca a base siliconica nel marmo e dopo qualche ora lucidare il marmo con un panno di lana.

Esistono anche altre tecniche per pulire il marmo. Una di queste consiste nel procurarsi acido ossalico e polvere di pomice, ingredienti reperibili in negozi di prodotti chimici, un barattolo per diluirli, e poi nel munirsi di un panno di tela di iuta, un panno di cotone e un panno di lana, nonché di una spugna e infine procurarsi un barattolo di cera bianca. Dopo essersi procurati l’occorrente, è necessario:
utilizzare il panno di tela di iuta umido per passare la polvere di pomice sul marmo
sciacquare con acqua
preparare un impasto di acido ossalico e acqua: un quarto di acido e tre quarti di acqua
stendere col panno di iuta la mistura ottenuta abbondantemente su tutta la superficie
attendere qualche minuto, affinché il composto venga assorbito dal marmo
risciacquare più volte con una spugna
aspettare un giorno perché la superficie si asciughi completamente
passare la cera bianca
lucidare con un panno in spugna.

Per pulire i pavimenti in marmo, è consigliabile prima di tutto trattarli con prodotti impermeabilizzanti e idrorepellenti; in secondo luogo ricordarsi di non usare mai detersivi a base di ammoniaca, né qualunque altro tipo di detergente che non sia neutro e che quindi sia siliceo o abrasivo o acido. Anche una mistura di alcool e acqua può bastare per le pulizie più frequenti.

Per far durare il marmo nel tempo e non intaccare il suo aspetto lucido, si consiglia di utilizzare un prodotto a base di cere naturali oppure di sintesi e di utilizzare un panno morbido imbevuto di sapone neutro o solventi idrosolubili, per le pulizie quotidiane.


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