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venerdì 8 gennaio 2016

VIVERE ALL'OCCIDENTALE

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Uno studio pubblicato dal Journal of Epidemiology and Community Health, i cui risultati vengono definiti sorprendenti da uno dei suoi autori, Kamaldeep Bhui, professore di epidemiologia e psichiatria culturale presso la Queen Mary University di Londra. Lo studio ha sottoposto un test di valutazione della salute mentale (definita in base a parametri come i sintomi di disturbi emotivi o i problemi di iperattività e di rapporto con i coetanei), a due campioni di alunni di entrambi i sessi, di età compresa tra gli 11 e i 14 anni, che frequentavano scuole londinesi nel 2001 e nel 2003, anni di riferimento della ricerca. Nel 2001, 573 alunni britannici e 682 originari del Bangladesh , Paese a maggioranza musulmana, compilarono alcuni questionari necessari a stabilire le loro condizioni sociali, culturali e di salute. Due anni dopo è avvenuta la valutazione della salute mentale, condotta su 383 alunni britannici e 517 del Bangladesh che facevano parte degli stessi campioni del 2001. La sorpresa di cui parla Bhui consiste nel fatto che le ragazze del Bangladesh che rispettavano i tradizionali modi di vestire del loro gruppo etnico, si sono rivelate meno esposte al rischio di disturbi mentali rispetto a quelle dello stesso gruppo il cui abbigliamento tentava di conciliare la loro tradizione con lo stile occidentale, rischio che invece non è stato riscontrato tra le ragazze britanniche che inserivano all’interno dello stile occidentale elementi del modo di abbigliarsi tipici di altre culture. Una simile dinamica non ha luogo tra i maschi di entrambi i campioni. Secondo gli autori, il loro è il primo studio prospettico a indagare sulla base del modo di vestirsi il legame tra l’identità culturale e la salute mentale dei giovani che vivono in società culturalmente diverse da quella d’origine. Essi alludono inoltre al dibattito sulla libertà individuale di indossare alcune forme tradizionali di abbigliamento tra i musulmani, specialmente in luoghi pubblici quali le scuole, che in Paesi come la Francia non è consentita a partire dalla percezione che questo pregiudicherebbe l'integrazione sociale, idea che ora potrebbe essere messa in discussione.
Un altro studio ha esaminato alcuni temi emersi da questo studio con una docente di antropologia culturale dell’Università di Bologna.



Tra le minoranze etniche una rivoluzione nel modo di vestirsi può essere una grave trasgressione perché segnala l'abbandono del gruppo di appartenenza, per assumere valori ritenuti peccaminosi. E bastano dunque una minigonna o il rossetto sulle labbra a scatenare ostracismo e punizioni, spesso inflitte da adulti che alla stessa età possono essere stati oggetto di una violenza simile da parte dei loro genitori.
Le ragioni di tanta severità non sono solo di tipo religioso o morale bisogna anche valutare attentamente se si tratta di famiglie di recente immigrazione. Il momento in cui si arriva e ci si stabilisce in un altro Paese è proprio quello in cui l'attaccamento alla tradizione si sviluppa di più, in quanto si percepisce che il gruppo esterno, che può anche essere rappresentato da un'altra minoranza, non dà sostegno e rappresenta una potenziale minaccia.
La trasgressione femminile è giudicata quasi sempre senza alcuna indulgenza.
Questo accade perché, alla necessità di mantenere la coesione del gruppo di appartenenza, si aggiunge il fatto che la donna è considerata depositaria della tradizione, e il periodo tra gli 11 e i 14 anni è un'età in cui l'adattamento sociale dipende molto dal gruppo e viene definita una concezione dell'essere donna, per giunta in una società come quella londinese dove, forse anche più che in altre, si assiste a una certa precocità di questo processo.
La salute mentale e l'integrazione dei giovani immigrati devono anche fare i conti con l’atteggiamento della società che li accoglie; soprattutto con il fatto che le chiusure sono reciproche, e si tratta quindi non di combatterle, ma di negoziarle, visto che sono  conflitti che per l'appunto vanno risolti, invece che acuiti.



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venerdì 20 novembre 2015

ISLAM E ISIS

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Dopo i tragici fatti di Parigi, il presidente iraniano Hassan Rouhani, come riporta l'Independent, parla apertertamente di "crimini contro l'umanità" mentre il ministro degli esteri del Qatar, Khaled al-Attiyah, definisce gli attentati "un'atrocità". Joko Widodo, leader indonesiano, ha condannato a nome di tutto il Paese la violenze di Parigi.

Forse, il leader islamico che ha espresso con più vigore una condanna nei confronti dei terroristi parigini è Shuja Shafi, capo del Consiglio musulmano della Gran Bretagna: "I miei pensieri e le mie preghiere sono rivolte alle famiglie delle vittime e dei feriti e a tutti i francesi, nostri vicini. Questo attacco è stato rivendicato da un gruppo che si fa chiamare 'Stato islamico' . Non c'è nulla di islamico di queste persone e le loro azioni sono il male e al di fuori dei confini stabiliti dalla nostra fede".

Una dichiarazione che dimostra, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che la guerra mossa dall'Isis è una guerra rivolta anche contro tutti i musulmani moderati.

“Ci sono le torture e le crocifissioni. I bambini decapitati e sepolti vivi. L’Isis non è l’Islam. Abbiamo paura in questo periodo, noi musulmani. Paura di essere confusi”. Lo dice Housam Najjair, ex foreign fighter di religione islamica e nazionalità irlandese, reduce dai combattimenti in Libia nel 2011 (era nel gruppo che ha assaltato il compound di Gheddafi) e in Siria nel 2012 contro Bashar Al-Assad.

“La dittatura e il terrorismo sono la stessa cosa – dice Mokrani – il terrorismo è una dittatura dal basso. Solo con la libertà possiamo riformare il pensiero religioso. La democrazia, dunque, non è solo una necessità economica e politica ma anche una necessità religiosa”. Housam Najjair ha un viso da ragazzotto dublinese che tutto racconta tranne il suo passato da sniper. “Volete sapere perché un ragazzo parte per andare a combattere? Io ho deciso di non aspettare più una mattina in cui ho visto un gruppo di mercenari di Gheddafi che stupravano una donna libica – dice lui – ero in un internet café vicino a casa mia, stavo parlando con un mio amico della situazione. Poi lui mi ha mostrato quel video e la mia vita è cambiata”. Poi Housam Najjair è entrato nelle brigate. “Ho fatto di tutto per diventare un bravo soldato – dice – ero nella brigata che è entrata nel compound di Gheddafi quel 20 agosto. Non potrò mai dimenticarlo”.

“Non si può prestare a Dio una volontà di violenza e non è legittimo dire difendo Dio con la violenza – dice Padre Samir Khalil Samir, teologo gesuita – Dio non ha bisogno di difesa. La violenza in nome di Dio è la peggiore violenza pensabile”. Ma non è l’unica. “Ci sono cittadini di serie A, di serie B ma anche di serie C – chiude Adnane Mokrani – e sono quelli di cui nessuno si occupa. Quelli oppressi dai dittatori. Non si possono condannare solo l’Isis e non le bombe della Nato”.



La notte di guerriglia urbana scatenata da Isis a Parigi segnala un mutamento di strategia dell’organizzazione terroristica del Califfato e induce mutamenti irreversibili nella politica europea e nella guerra in Iraq e Siria. Chiama l’opinione pubblica e la classe dirigente a una migliore comprensione degli avversari che fronteggiamo e che, fin qui, assai male abbiamo compreso. In mancanza di analisi razionali, scevre da propaganda, populismo rabbioso e ingenui sentimentalismi, resteremo in balia della violenza.
 
L’attacco di Parigi è stato il gesto militare più sanguinoso in Francia dalla fine della guerra 1945, con Papa Francesco a parlare, saggiamente, di «III guerra mondiale». Isis, che dai pozzi petroliferi ricava secondo il «Financial Times» un milione e mezzo di dollari al giorno, esporta ora i blitz. Prima di Parigi, 129 morti, ha colpito il 10 di ottobre Ankara, in Turchia, oltre 100 vittime, il 31 ottobre ha abbattuto il jet civile russo sul Sinai, 224 morti, peggiore strage aerea nella storia di Mosca, il 12 novembre ha seminato morte a Beirut, in Libano, oltre 40 caduti, un massacro come non si ricordava dagli anni della guerra civile.

L’incapacità di vedere il dispiegarsi degli attacchi nella loro continuità, volta a volta ipnotizzati dall’ultimo evento in tv e sui social media, ci disarma. La rete televisiva Al Jazeera dava risalto alle lamentele del mondo arabo, che accusa Facebook di non avere permesso ai libanesi di usare la ricerca automatica di vittime e superstiti a Beirut, come ha fatto, lodevolmente, a Parigi. Facebook nega il doppio standard, e i blogger libanesi ricordano come nel loro Paese, con comunicazioni precarie, a poco sarebbe servito lo strumento. Non importa, la polemica divide «Noi» da «Loro» e semina amarezze.
 
In realtà Isis, nei territori occupati e nei raid terroristici, non discrimina tra cristiani e musulmani, colpendo chi non si unisce alla campagna per il Califfato, e il generale Michael Nagata, comandante americano in Medio Oriente, ammette umile quello che troppe concioni demagogiche tacciono: «Non abbiamo sconfitto le idee di Isis, in realtà non riusciamo nemmeno a comprenderle». Battere un nemico che non si comprende è, ricordano gli studiosi di strategia da Sun Tzu a Clausewitz, Delbruck e Keegan, impossibile. Il presidente Obama paragonava dapprima Isis a «una squadra di dilettanti», oggi ne nega il carattere islamico, dichiarando che la religione non c’entra nella campagna del Califfato.  
Nella notte di sabato, al dibattito per le primarie verso la Casa Bianca del partito democratico, la stessa afasia ha colpito prima il senatore socialista Sanders, che ha minimizzato la minaccia del terrore preferendo parlare di economia, mentre anche la favorita Hillary Clinton ha confermato che, a suo avviso, la religione non c’entra con la guerra in corso. È, da parte dei politici, una comprensibile prudenza per evitare di seminare odio verso i cittadini di religione musulmana, ma impedisce di analizzare le motivazioni e la cultura che permettono a Isis di reclutare, online, migliaia di seguaci, donne incluse, ammoniscono gli studiosi Erin Marie Saltman e Melanie Smith.

Isis è un movimento politico, culturale, militare che usa terrorismo e guerra, radicandosi nell’interpretazione radicale dell’islam. Nemico della modernità, Isis proclama un islamismo che risale ai tempi precoloniali, affascina i giovani con il credo antidemocratico, fautore di un mondo dove gli individui, maschi o femmine, credenti e no, hanno il destino segnato alla nascita. Non comprendere, o offuscare per cautela, questo dato non ci permette di fare passi avanti contro i terroristi: Isis è un esercito politico islamista, la religione non solo c’entra ma è cruciale nell’analisi. Lo stesso errore di timidezza ideologica fu commesso agli esordi delle Brigate Rosse, quando tanti osservatori negarono la radice comunista di Curcio e adepti, finché sul Manifesto, con spietata lucidità, Rossana Rossanda non scrisse di «album di famiglia», legando per sempre Br e sinistra. Un «album di famiglia» altrettanto diretto lega Isis alla storia dell’islam. Milioni di comunisti italiani combatterono le Br, come miliardi di musulmani si oppongono al terrorismo in nome della loro religione, ma la contraddizione politica esiste e va compresa per recidere le radici estremistiche.
 
Non farlo lascerà campo a populisti, xenofobi e razzisti che già, in America, Europa ed Italia, operano con efficacia. La notte di sangue a Parigi offre argomenti di propaganda al Fronte Nazionale della Le Pen e ai movimenti gemelli, e già porta la Polonia a chiudere le frontiere, mentre in Germania Horst Seehofer, presidente della Csu, chiama a confini più controllati, intorno all’Unione Europea e tra gli Stati membri. Dopo la strage a «Charlie Hebdo» Seehofer aveva preso la linea opposta, restando pro «confini aperti», oggi cambia idea e con lui milioni di europei. Un solo infiltrato tra tanti infelici profughi siriani, purtroppo, cambia il clima politico e serve ora intrecciare rigore a compassione.




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domenica 9 agosto 2015

RELIGIONE E ICONE



« Dio allora pronunciò tutte queste parole: «Io sono il SIGNORE, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi». »   (Esodo 20,1-6)

In senso contrario, in Esodo 26:1 si riporta che le tende del Tabernacolo, all’epoca di Mosè, erano ricamate con raffigurazioni di Cherubini ed altre creature angeliche. Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica, l'iconografia in sè è lecita, mentre la Bibbia condanna l’idolatria (cioè il culto e l’adorazione di oggetti ed immagini) e non il loro semplice uso simbolico.

L'iconoclastia era una pratica religiosa e politica molto diffusa già in epoche remote; nell'Antico Egitto non era affatto raro che le statue dei faraoni elevati al rango di divinità venissero distrutte dai loro successori al trono (esempio: le statue di Hatshepsut distrutte per ordine del successore Thutmose III).

La questione propriamente teologica sull'utilizzo o la distruzione delle immagini religiose viene a formarsi nelle religioni abramitiche. Tutte e tre attribuiscono a Dio una trascendenza che supera i limiti dell'essere umano. Inoltre in tutti i testi sacri di queste tre religioni (Torah, Antico e Nuovo Testamento, e Corano) viene espressamente e ripetutamente vietata qualunque rappresentazione artistica dell'aspetto fisico di Dio.

« Quelli che scortavano Paolo lo accompagnarono fino ad Atene e se ne ripartirono con l'ordine per Sila e Timòteo di raggiungerlo al più presto. Mentre Paolo li aspettava ad Atene, lo spirito gli s'inacerbiva dentro nel vedere la città piena di immagini. E Paolo, stando in piedi in mezzo all'Areòpago, disse: «Ateniesi, vedo che sotto ogni aspetto siete estremamente religiosi. Poiché, passando, e osservando gli oggetti del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: Al dio sconosciuto. Orbene, ciò che voi adorate senza conoscerlo, io ve lo annuncio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso, essendo Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d'uomo; e non è servito dalle mani dell'uomo, come se avesse bisogno di qualcosa; lui, che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa. Difatti, in lui viviamo, ci moviamo, e siamo, come anche alcuni vostri poeti hanno detto: "Poiché siamo anche sua discendenza". Essendo dunque discendenza di Dio, non dobbiamo credere che la divinità sia simile a oro, ad argento, o a pietra scolpita dall'arte e dall'immaginazione umana. Dio dunque, passando sopra i tempi dell'ignoranza, ora comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano, perché ha fissato un giorno, nel quale giudicherà il mondo con giustizia per mezzo dell'uomo ch'egli ha stabilito, e ne ha dato sicura prova a tutti, risuscitandolo dai morti». »   (Atti 17,15-31)
« O mio Signore, rendi sicura questa contrada e preserva me e i miei figli dall'adorazione degli idoli. »
(Corano, sura XIV,35)
Il Corano non menziona espressamente il divieto di produrre l'opera d'arte che contiene una rappresentazione figurata naturale (di Allah o delle Sue creature), ma a ciò che ne fanno i fruitori, all'adorazione delle immagini come idoli.
Il divieto di un'arte naturale invece è più volte ribadito negli Ahadith, i discorsi di Moametto ai suoi discepoli, che si ritiene che completino il messaggio di Dio con chiarimenti che solo il profeta avrebbe potuto fornire, e che secondo una corrente interpretativa sono opera umana quindi potenzialmente corrotta, dovendosi riferire al solo testo coranico.
Il divieto esprime un rifiuto a vedere l’uomo sostituire se stesso al Creatore nel tentativo di imitare le forme naturali. Nell'atto artistico in sè, a prescindere dall'oggetto contenuto che può porsi al servizio della verità, esiste l'elemento soggettivo dell'artista e del fruitore dell'opera, dell'illusione che l'opera abbia aggiunto qualcosa alla creazione di Allah, da cui la tentazione di vantarsi e di paragonare l'uomo al Creatore: il rischio riguarda tanto l'artista che paragona sè stesso alla divinità, quanto il fruitore dell'opera che vede la capacità creativa dell'uomo e di imitazione del Creatore.
Il Corano non vieta l'arte in assoluto, ma la rappresentazione di Allah e delle creature viventi (umane o animali), mentre è consentita l'imitazione del reale per quanto attiene il regno vegetale e le cose inanimate. L'arte islamica tiene conto di questi principi, sviluppandosi come arte stilizzata ed astratta.

Tra il I e il II secolo, cioè agli albori della cristianità, una delle maggiori argomentazioni che affligevano i cristiani era se fosse permesso mangiare la carne offerta agli idoli dai pagani. Paolo di Tarso, il quale aveva già partecipato al concilio di Gerusalemme, rispose a questi fedeli con la prima lettera ai Corinzi, rassicurandoli che, nel momento in cui avrebbero benedetto i cibi in questione nel nome di Cristo, non avrebbero commesso peccato; ad ogni modo nella stessa lettera Paolo proibisce categoricamente di adorare gli idoli e di mischiarsi alle pratiche dei pagani.

Dopo la fine dell'età apostolica e l'inizio del III secolo non ci sono state dispute o controversie riguardo alle immagini religiose, sebbene in molte chiese ci fossero già pitture parietali e simboli cristiani. Come dimostra la Tradizione Apostolica, un trattato liturgico risalente all'inizio del III secolo e attribuito ad Ippolito di Roma, considerato di estrema importanza dalla maggior parte degli storici, i cristiani non dovevano adorare nessun genere di immagini, né religiose né di qualunque altro tipo. Nel testo sono contenute anche delle prescrizioni sulle mansioni più o meno adatte alla vita cristiana, e tra quelle proibite ai cristiani ci sono il lavoro di pittore e quello di scultore (le persone che svolgevano questi ruoli venivano considerate costruttori di idoli). Ciò suggerisce che all'epoca l'iconografia cristiana non si era ancora sviluppata del tutto, o comunque non era tollerata dai cristiani osservanti. Ancor prima che venisse scritta la Tradizione Apostolica, nel II secolo Giustino Martire, uno dei più celebri e importanti apologeti cristiani, scrisse nella sua opera Apologia Prima:

«né con frequenti sacrifici né con corone di fiori noi onoriamo quelli che gli uomini, dopo averli effigiati e posti nei templi, chiamarono dèi, poiché sappiamo che sono oggetti inanimati e morti e privi della forma di Dio (infatti pensiamo che Dio non abbia una forma tale quale alcuni dicono di aver imitato per onorarli), ma hanno il nome e la forma di quei malvagi demoni che sono apparsi. Ma che bisogno c'è di dire a voi, che ben lo sapete, in quale modo gli artisti trattano la materia, scolpendo e tagliando e fondendo e battendo? Spesso, perfino ad oggetti vili, dopo aver cambiato solo la forma e aver loro dato una figura, pongono il nome di dèi.
Il che non solo noi riteniamo irragionevole, ma anche offensivo di Dio, il quale, dotato di gloria ed aspetto ineffabili, in questo modo darebbe nome ad oggetti corruttibili e bisognosi di cura. E che gli artefici di tali oggetti siano dissoluti e che possiedano i vizi tutti quanti (per non annoverarli ad uno ad uno), voi lo sapete bene; corrompono anche le giovani schiave che lavorano con loro. Quale demenza scegliere uomini dissoluti per plasmare e creare dèi da offrire alla venerazione, e porre simili guardie a custodia dei templi dove essi sono collocati, non vedendo che è scelleratezza pensare e dire che degli uomini siano custodi di dèi! Noi invece abbiamo appreso che Dio non ha bisogno di offerte materiali da parte di uomini, dal momento che vediamo che è Lui stesso a somministrare ogni cosa; abbiamo imparato, e ne siamo convinti e crediamo, che Egli accoglie solo coloro che imitano il bene che è in Lui, cioè sapienza e giustizia e benignità, e tutto ciò che è proprio di Dio, il quale non può prendere alcun nome che Gli si imponga. »
(Giustino Martire, Apologia Prima, cap. IX-X.)
A partire dalla seconda metà del III secolo alcuni dei più celebri ed autoritari padri della Chiesa, come Origene Adamantio ed Eusebio di Cesarea, si schierarono contro gli iconoduli, criticando fortemente la loro pratica idolatra con i loro numerosi scritti.



Non c'è comunque da sorprendersi riguardo al fatto che i cristiani greci e romani utilizzassero immagini raffiguranti personaggi religiosi, dal momento che il paganesimo aveva caratterizzato quasi tutto il Mediterraneo per vari secoli, e quindi si spiega la presenza di enormi statue nei templi e viceversa di piccole statuine all'interno delle case, simili a quelle dei Lari e dei Penati (divinità protettrici della famiglia secondo la religione romana). Alcuni dei primi cristiani che si allontanarono dall'Impero romano per dirigersi verso Oriente, come i tommasini, che quindi non subirono l'influenza dei pagani convertiti, non facevano nessun uso di immagini religiose e nemmeno di icone, dal momento che tutto ciò veniva considerato idolatria.

Solo a partire dal IV secolo vi era stato un vero e proprio dibattito teologico sulla liceità di rappresentare Gesù e altre figure religiose. Eusebio di Cesarea in particolare considerava la costruzione di oggetti ritraenti Gesù o gli apostoli come residui della tradizione pagana dei romani e dei greci, quindi una forma d'idolatria. Altri teologi, come Basilio, favorevoli alla venerazione delle immagini, la giustificavano in base all'incarnazione di Cristo che, a parer loro, rendeva possibile la sua raffigurazione. Distinguevano, per dar corpo alle proprie opinioni, tra immagine e archetipo: nell'icona non si venerava l'oggetto stesso ma Dio. Ciò era stato evidenziato ben prima della controversia iconoclasta da Leonzio di Neapoli (morto attorno al 650). Anche Giovanni Damasceno distingueva con cura tra l'onore relativo di venerazione mostrato ai simboli materiali (proskinesis) e l'adorazione dovuta solo a Dio (latreia). Risulta evidente come i pagani convertiti al cristianesimo cercassero di utilizzare questa sorta di sincretismo religioso mischiando le tradizioni romane idolatre alla cristianità, nel tentativo, attraverso le tesi presentate dai teologi iconoduli, di ribaltare un divieto divino e di "sacralizzare" l'arte, trasformandola in uno strumento religioso; a parte queste e le successive dispute teologiche sull'adorazione o abbattimento delle immagini che caratterizzeranno l'Europa, è chiaro comunque che l'adorazione delle immagini non ha nessun fondamento religioso né biblico, anzi, come già spiegato, è proibito dalle Sacre Scritture.

Naturalmente, per la religiosità popolare, questa distinzione sfumava e l'immagine stessa finiva per diventare oggetto taumaturgico. Le icone erano utilizzate per assistere battezzandi o cresimandi in qualità di padrino, in analogia all'uso romano per cui gli atti giuridici avevano vigore solo se stipulati in presenza dell'immagine dell'imperatore. Da ciò, tuttavia, seguiva che le icone erano considerate veri e propri oggetti animati, tanto che alcuni raschiavano la vernice dei quadri e mescolavano quanto ottenuto nel vino della Santa Messa, ricercando in tal modo una comunione con il santo raffigurato. Era, insomma, corrente l'opinione secondo cui l'icona fosse effettivamente un luogo nel quale poteva agire il santo o, comunque, l'entità sacra che vi era rappresentata.

All'inizio del VI secolo gli aniconisti aumentarono di numero a causa della diffusione nell'Impero bizantino di vari monofisiti. Il leader di questi ultimi, Severo di Antiochia, rinnegava non solo l'uso di icone di Cristo, Maria e dei santi, ma anche l'immagine dello Spirito Santo sotto forma di una colomba. Anastasio il Sinaita scrisse in questo periodo varie opere in difesa delle icone, mentre Simeone Stilita il Giovane si lamentava dall'imperatore Giustiniano II per il disprezzo da parte di molti cittadini nei confronti delle immagini raffiguranti Maria e Gesù. L'iconoclastia aumentò e prolificò in varie zone dell'Europa tra il VI e il VII secolo, tant'è che nel 598 a Marsiglia il vescovo Soren ordinò la distruzione di tutte le icone all'interno della sua chiesa, poiché, a suo parere, i superstiziosi e gli ignoranti venivano apprezzati dai parrocchiani.

Papa Gregorio I nei suoi scritti loda e ammira lo zelo di molti cristiani nella distruzione delle icone, ma dall'altro lato ordina di ristabilirle, poiché secondo lui sono utili, dal punto di vista religioso, per la gente comune e per gli analfabeti in sostituzione ai libri.

Fin dalla fine del secolo IV, l'impero bizantino era stato affetto da numerose eresie, che rischiavano di minare la sua stessa unità. Le più importanti tra queste erano il nestorianesimo, il monofisismo e il paulicianesimo. Quest'ultima era sorta in Armenia e in Siria nel secolo VII. Sensibili alle accuse di idolatria mosse al cristianesimo da parte dei fedeli dell'Islam, i pauliciani mossero guerra al culto delle immagini. Al movimento pauliciano finì per aderire l'imperatore bizantino Leone III Isaurico, originario di Germanicea, il quale si ritiene emanò una serie di editti per eliminare il culto delle immagini sacre (iconoclastia) ormai molto diffuso nell'Impero.

Secondo le fonti, Leone III iniziò ad appoggiare gli iconoclasti per una serie di motivi: prima di tutto subì pressioni dei vescovi iconoclasti dell'Asia Minore (primo tra tutti Costantino di Nicoleia) a favore dell'iconoclasmo; inoltre una serie di disastri naturali (ultimo dei quali un devastante maremoto nel mar Egeo) convinse l'Imperatore che essi fossero dovuti a una presunta ira divina contro la venerazione delle icone; Teofane narra inoltre che Leone subì l'influenza di un certo Bezer, il quale era:

« ...un cristiano, che fatto prigioniero dagli Arabi in Siria, aveva abiurato alla propria fede per aderire alle credenze dei suoi nuovi padroni: poi liberato dalla schiavitù poco tempo addietro, aveva assunto la cittadinanza bizantina, si era guadagnato la stima di Leone per la sua forza fisica e la sua convinta adesione all'eresia, tanto da divenire il braccio destro dell'Imperatore in questa così vasta e malvagia impresa... »
(Teofane, Cronaca, anno 723/724.)
Difficile comunque stabilire quanto di vero ci sia in questi resoconti, e i motivi per cui fu introdotta l'iconoclastia: secondo diversi studiosi, «non vi sono prove di contatti tra Leone e questi riformisti iconoclasti, o di ogni loro influenza nella sua tarda politica, come del resto non vi sono evidenze di influenze ebree o arabe». Anche l'autenticità della corrispondenza tra Leone e il califfo arabo Umar II riguardo ai meriti dell'Islam è dubbia. La riforma religiosa di Leone III va iscritta in una più ampia opera generale interna all'Impero, ai fini della quale i pauliciani rappresentavano un pericolo. Fu anche per togliere loro il pretesto di una ribellione che l'imperatore decise di assecondare le loro richieste.

Nel 726, secondo le fonti di parte iconodule, l'Imperatore Leone iniziò a predicare contro la venerazione delle sacre immagini, decidendo di distruggere un'icona religiosa raffigurante Cristo dalla porta del palazzo, la Chalkè, sostituendola con una semplice croce, insieme ad una iscrizione sotto di essa:

« "Poiché Dio non sopporta che di Cristo venga dato un ritratto privo di parola e di vita e fatto di quella materia corruttibile che la Scrittura disprezza, Leone con il figlio, il nuovo Costantino, ha inciso sulle porte del palazzo il segno della croce, gloria dei fedeli". »
Scatenò così una rivolta sia nella capitale che nell'Ellade. L'esercito dell'Ellade mandò una flotta a Costantinopoli per deporre Leone e porre sul trono l'usurpatore da loro scelto, un tal Cosma. Tuttavia, durante una battaglia con la flotta imperiale (avvenuta il 18 aprile 727), la flotta ribelle venne distrutta dal fuoco greco e l'usurpatore, catturato, venne condannato alla decapitazione.

Inizialmente l'Imperatore si mosse con prudenza, cercando di convincere il Patriarca di Costantinopoli e il Papa ad accettare l'iconoclastia. Ma tali tentativi non ebbero effetto: entrambi infatti si mostrarono contrari e quando, forse nel 727, Papa Gregorio II ricevette l'ordine di vietare le icone religiose, si oppose strenuamente, ottenendo l'appoggio di buona parte delle truppe bizantine nell'Esarcato, che si rivoltarono all'autorità imperiale. Gli abitanti dell'Italia bizantina considerarono anche la possibilità di nominare un usurpatore e mandare una flotta a Costantinopoli per deporre l'Imperatore a loro dire eretico ma il Papa si oppose, un po' perché sperava che l'Imperatore si ravvedesse, un po' perché contava dell'aiuto dell'Imperatore per respingere i Longobardi. Le truppe bizantine fedeli all'Imperatore tentarono di deporre il Papa e di assassinarlo, ma tutti i loro tentativi non ebbero effetto a causa dell'opposizione delle truppe romane che appoggiavano il Papa. Scoppiò una rivolta anche a Ravenna, nel corso della quale venne ucciso l'esarca Paolo: nel tentativo di vendicare l'esarca, fu mandata dai Bizantini una flotta a Ravenna, che però non riuscì nell'intento, subendo anzi una completa disfatta. Venne nominato esarca Eutichio, il quale però a causa del mancato appoggio dell'esercito, non poté instaurare l'iconoclastia in Italia e fallì anche nel tentativo di assassinare il Papa. Cercando di approfittare del caos in cui si trovava l'esarcato a causa della politica iconoclastica dell'Imperatore, i Longobardi condotti dal loro re Liutprando invasero il territorio bizantino conquistando molte città dell'esarcato e della pentapoli.

Con l'editto del 730 Leone ordinò la distruzione di tutte le icone religiose. Contemporaneamente convocò un silentium (un'assemblea) a cui impose la promulgazione dell'editto. Di fronte all'insubordinazione del patriarca Germano I, contrario all'iconoclastia e che si rifiutava di promulgare l'editto se non veniva convocato prima un concilio ecumenico, Leone lo destituì e pose al suo posto un patriarca a lui fedele, il sincello Anastasio. Il decreto venne ancora una volta respinto dalla Chiesa di Roma e il nuovo Papa Gregorio III nel novembre 731 riunì un sinodo apposito per condannarne il comportamento. Al Concilio parteciparono 93 vescovi e stabilì la scomunica per chi avesse osato distruggere le icone. Il Papa tentò di persuadere l'Imperatore ad abbandonare la sua politica iconoclastica ma i suoi vari messi non riuscirono nemmeno a raggiungere Costantinopoli perché arrestati prima di raggiungerla.

Come contromossa l'imperatore bizantino decise prima di inviare una flotta in Italia per reprimere ogni resistenza nella penisola, ma questa affondò; successivamente, per danneggiare gli interessi della Chiesa di Roma, confiscò le proprietà terriere della Chiesa Romana in Sicilia e Calabria, danneggiandola economicamente; decise inoltre di portare la Grecia ed il sud dell'Italia sotto l'egida del Patriarca di Costantinopoli. Tali misure non ebbero granché effetto e l'esarca non poté comunque applicare il decreto iconoclasta in Italia, anzi cercò di perseguire una politica conciliante con il Pontefice. L'Italia bizantina si trovava sempre più in difficoltà: in un anno ignoto (forse nel 732) Ravenna cadde temporaneamente in mano longobarda e solo con l'aiuto di Venezia che l'esarca poté rientrare nella capitale dell'esarcato. Nel 739/740, poi, Liutprando invase il ducato romano e si impadronì del corridoio umbro che collegava Roma con Ravenna, e fu solo per l'autorità del Pontefice che poi rinunciò a queste sue conquiste. Fu proprio in questa occasione che il ducato di Roma assunse sempre maggiore indipendenza da Bisanzio: in questo vuoto di potere, i metropoliti di Roma avocarono a sé vere e proprie funzioni di governo.

Alcuni studi recenti hanno comunque ridimensionato le lotte contro le immagini avvenute sotto il regno di Leone III e il suo coinvolgimento nella controversia, sostenendo che Leone III non avrebbe proclamato un editto in materia religiosa, ma si sarebbe limitato a promulgare una legge politica che avrebbe proibito l'accapigliarsi sulla materia religiosa, obbligando entrambe le fazioni (a favore o contro le immagini) al silenzio in attesa di un concilio ecumenico. Secondo Haldon e Brubaker, non esistono fonti attendibili che dimostrino che Leone III abbia veramente promulgato un editto ordinante la rimozione delle sacre immagini: sembrerebbe smentire ciò la testimonianza di un pellegrino occidentale che visitò Costantinopoli e Nicea nel 727-729 senza annotare, negli scritti in cui ricorda il viaggio, alcuna persecuzione di massa o rimozioni di immagini, contraddicendo dunque le fonti iconodule; anche la lettera del patriarca Germano a Tommaso di Claudiopoli, datata dopo il supposto editto del 730, non fa un minimo accenno a persecuzioni imperiali; è possibile che l'Imperatore abbia fatto rimuovere alcune immagini, probabilmente dai luoghi più in vista, in modo da evitare una loro venerazione eccessiva, ma non vi sono evidenze che la rimozione fu sistematica; e nemmeno le monete fatte coniare dall'Imperatore danno evidenze di iconoclastia. Sembra inoltre strano che Giovanni Damasceno, in un sermone datato 750 ca. dove elenca gli imperatori eretici, non abbia inserito Leone III nell'elenco, cosa che sembra smentire l'effettiva promulgazione di un editto. Gli suddetti studiosi hanno messo anche in dubbio che Leone abbia veramente distrutto la Chalke nel 726, cioè l'immagine sul portone ritraente il volto di Cristo, sostituendola con una croce, considerandola alla stregua di un falso storico. E in ogni caso, secondo Speck, la sostituzione del volto di Cristo con una croce potrebbe essere motivata da ragioni diverse dall'iconoclastia come ad esempio «riportare in auge il simbolo sotto il quale Costantino il Grande ed Eraclio conquistarono, o riconquistarono, vasti territori per l'Impero bizantino, ora tristemente ridotto a causa delle incursioni germaniche, slave ed arabe». Haldon e Brubacker hanno messo anche in dubbio l'attendibilità del Liber Pontificalis e sostengono, come già altri studiosi in passato, che le rivolte in Italia, come nell'Ellade, sarebbero dovute più all'aumento della pressione fiscale che da presunte persecuzioni di iconoduli. Anche la destituzione del patriarca Germano I potrebbe essere dovuta a ragioni diverse dalla sua opposizione all'iconoclastia. Inoltre appare strano che le fonti contemporanee arabe e armene, parlando di Leone III, non facciano una minima menzione alla sua politica iconoclasta. Haldon conclude sostenendo che:

« Fatta eccezione per la sua (presunta) critica iniziale della presenza delle immagini in certi luoghi pubblici, quindi non vi è solida evidenza per ogni attivo coinvolgimento imperiale nella questione delle immagini. Al contrario, la critica di Leone, o una discussione tra il clero negli anni 720, risultò in un dibattito nella Chiesa che generò una tendenza ... critica nei confronti delle immagini, ma è difficile concludere che ciò rappresenti una "politica iconoclasta" imperiale. La completa assenza di ogni concreta evidenza di persecuzioni imperiali o distruzioni di immagini, fatta eccezione per la destituzione di Germano..., le prolungate buone relazioni con il papato, e la totale assenza di ogni critica papale a parte le iniziali ansie espresse all'inizio degli anni 730, permette di escluderlo. Su queste basi, sarebbe ragionevole concludere che l'Imperatore Leone III non fu un "iconoclasta" nel senso imposto dalla tarda tradizione iconofila e accettata da molta della storiografia moderna. »
(Haldon e Brubacker, op. cit., p. 155.)
È possibile che gli storici successivi, ostili soprattutto a Costantino V, che appoggiò con molto più zelo del padre l'iconoclastia, abbiano successivamente diffamato tutti coloro che avessero qualche contatto con Costantino V Copronimo e che lo appoggiassero, a partire dal padre Leone III, che nella lotta contro le immagini sembra abbia assunto una posizione moderata.

Nel 741 succedette a Leone III suo figlio Costantino V, convinto iconoclasta. Nei primi anni di regno, comunque, Costantino V sembra essere stato moderato dal punto di vista religioso, non perseguitando apertamente gli iconoduli. Solo successivamente, a partire dagli anni 750, avviò una persecuzione violenta contro gli iconoduli: per ottenere una convalida dottrinale ufficiale della riforma iconoclasta, convocò un sinodo, tenutosi l'8 agosto 754 a Hieria, che condannò esplicitamente il culto delle immagini; per far sì che la decisione dei vescovi fosse favorevole alla distruzione delle icone, negli anni precedenti al concilio fece in modo di assegnare ai suoi sostenitori i seggi vescovili vacanti o ne creò di nuovi, a cui prepose prelati a lui vicini.

Fece arrestare diversi oppositori dell'iconoclastia rendendoli inoffensivi per tutta la durata del concilio. Il concilio condannò la venerazione delle icone, in quanto si riteneva che gli iconoduli, venerando tali immagini, ricadevano sia nell'errore del monofisismo sia in quello del nestorianismo. Costantino V (un filosofo neoplatonico, che scrisse di suo pugno ben 13 memorie teologiche) scrisse anche alcune opere di argomento teologico riguardanti l'iconoclastia, dalle tendenze monofisite. L'unico di essi attribuibile a Costantino V e redatto prima del Concilio fu Le questioni, il quale contiene il pensiero teologico di Costantino e venne proposto dall'Imperatore ai vescovi accorsi a Costantinopoli per prendere parte al Concilio del 754 affinché lo ratificassero. Secondo lo scritto, gli adoratori delle immagini cadrebbero nell'eresia perché dipingendo l'immagine di Cristo rappresenterebbero solo la sua natura umana, cadendo nell'errore dei Nestoriani; di conseguenza, poiché le due nature di Cristo non possono essere rappresentate insieme in un'immagine, le immagini sacre vanno distrutte perché eretiche.

In seguito al concilio le immagini religiose nelle chiese vennero distrutte, sostituite con altre profane, come scene di caccia e corse dei carri:

« In qualsiasi luogo dove erano le venerabili immagini di Cristo e della Madre di Dio e dei Santi, venivano distrutte dalle fiamme, o segate o imbrattate. Se invece vi erano immagini di alberi, di uccelli o di bestie, e in particolare di cocchieri satanici, cacciatori, scene teatrali o dell'ippodromo, erano preservate con onore e a queste veniva attribuito il più grande lustro. »
(M.F. Auzepy, p. 121.)
Anche se l'iconoclastia provocò la distruzione di opere d'arte religiose, secondo lo storico Hauser, grazie a questa eresia, si produsse «quell'effetto stimolante della produzione, che era ormai caduta in un meccanico e monotono formalismo.» Grazie all'iconoclastia, l'arte si svincolò da temi religiosi e riscoprì l'ellenismo artistico, rappresentando le scene di vita quotidiana di cui si è già detto più sopra. In Cappadocia (Turchia) vi sono numerose chiese rupestri bizantine dove si può ancora vedere come nella maggior parte dei casi i volti delle raffigurazioni sacre sulle pareti siano stati deliberatamente danneggiati in quel periodo o poco dopo, dato che l'iconoclastia proseguì in maniera più o meno violenta per numerosi anni.



La sua politica religiosa incontrò però l'opposizione di parte della popolazione e nel 766 fu scoperta una congiura a cui presero parte alcuni degli uomini più fidati di Costantino: l'Imperatore li punì duramente, ordinando la loro esecuzione. Uno dei ceti che opponevano più resistenza era quello monastico, che sotto la guida dell'abate Stefano, godeva del sostegno della popolazione; Costantino tentò di convincere l'abate ad abbandonare la resistenza ma fallì e Stefano venne massacrato dalla popolazione inferocita (765). Intorno agli anni 760 iniziò una vera e propria persecuzione nei confronti degli ordini religiosi, ovvero i monaci, in quanto si opponevano alla sua politica iconoclastica. Costantino V sfruttò infatti l'iconoclastia per combattere lo strapotere dei monaci che, da un lato, facevano mercato delle icone, rafforzando in tal modo la loro condizione economica e la loro influenza politica all'interno dell'Impero, e, dall'altro, suggestionavano le folle, sottraendo influenza alla corte imperiale. La condanna dell'iconolatria diede a Costantino V la possibilità di impossessarsi del ricco patrimonio dei monasteri. Molti monasteri e possedimenti monastici vennero confiscati, chiusi e trasformate in stalle, stabilimenti termali o caserme. Uno degli uomini più fidati dell'Imperatore, lo stratego di Tracia Michele Lacanodracone, imponeva ai monaci che arrestava una scelta: o abbandonare la vita monastica e maritarsi, oppure subire l'accecamento e l'esilio. La lotta contro il ceto monastico fu attuata in tutto l'Impero e generò rivolte nelle campagne dove i monaci potevano vantare un forte sostegno. La persecuzione dei monaci fu indiscriminata e colpì anche i monaci non iconoduli: in questo modo la lotta contro le immagini si fuse con la lotta contro la potenza monastica e i suoi possedimenti, che venivano confiscati e incamerati dallo stato.

Il successore di Costantino V, Leone IV (775-780), sotto l'influenza della moglie Irene, che venerava segretamente le immagini sacre, fu tollerante con gli iconoduli avviando una persecuzione contro di loro solo verso la fine del regno. La persecuzione coincise con la scoperta nella stanza dell'Imperatrice di due immagini di santi nascoste sotto il cuscino: l'Imperatrice cercò di giustificarsi di fronte al marito, ma ciò non bastò a evitarle la perdita del favore imperiale. Poco dopo, tuttavia, Leone IV morì per un malore mentre provava una corona, forse (a dire di Treadgold) avvelenato da Irene o da altri iconoduli.

Gli succedette il figlio Costantino VI (780-797), che essendo troppo giovane per regnare, fu posto sotto la reggenza della madre Irene. Nel 784 Irene diede inizio al suo piano per abolire l'iconoclastia: fece in modo che il patriarca Paolo si dimettesse (31 agosto 784) e lo sostituì con uno iconodulo e fedele a lei, Tarasio (25 dicembre 784). Appena eletto, il nuovo patriarca iniziò subito a fare i preparativi per un nuovo concilio che avrebbe condannato l'iconoclastia, che si tenne il 31 luglio 786. Tuttavia il Concilio fu sospeso per l'irruzione, nella Chiesa dove si teneva il concilio, di truppe iconoclaste che, disperdendo l'assemblea riunitosi, rese impossibile lo svolgimento del concilio. Irene non si demoralizzò e, con il pretesto di una guerra contro gli Arabi, inviò le truppe iconoclaste in Asia Minore in modo che non potessero più rovinare i suoi piani, mentre trasferì nella capitale quelle iconodule. Nel 787 dunque si tenne il settimo Concilio Ecumenico a Nicea, che condannò l'iconoclastia, affermando che le icone potevano essere venerate ma non adorate, e scomunicò gli iconoclasti, ripristinando il culto delle immagini sacre. Esso si svolse con la partecipazione di 367 Padri della Chiesa (tra cui anche Giovanni Damasceno e Teodoro Studita), quando a Bisanzio era patriarca Tarasio. Alla base della tesi del Concilio stava l'idea che l'immagine è strumento che conduce chi ne fruisce dalla materia di cui essa è composta all'idea che essa rappresenta. Si finiva, in definitiva, per riprendere l'idea di una funzione didattica delle immagini che era stata già sviluppata dai Padri della Chiesa.

La controversia sull'uso delle icone, che erano custodite e venerate sia nelle chiese che nelle case private non era un mero conflitto tra due concezioni di arte cristiana. Erano coinvolte questioni più profonde: il carattere della natura umana di Cristo, l'attitudine cristiana verso la materia, il vero significato della redenzione cristiana. Secondo gli iconoduli, infatti, la rappresentazione di Cristo è una proclamazione del dogma centrale del Cristianesimo: l'Incarnazione. L'iconoclastia, quindi, venne condannata in quanto eresia cristologica. Analogamente anche le altre icone non intendono rappresentare naturalisticamente figure sacre, ma proclamare riflessioni teologiche. Questo è il motivo per cui la produzione di icone viene espressa dal verbo greco gràphein, che significa "scrivere". Esattamente la definizione conciliare che conferma definitivamente lo statuto teologico dell'icona, recita: «Chi venera l'icona, venera in essa l'ipostasi di colui che vi è inscritto»(fonte Denzinger, 302).

La traduzione latina degli atti del concilio di Nicea che venne letta a Carlo Magno conteneva però errori di traduzione e persuase Carlo Magno che i Bizantini fossero caduti nell'errore opposto, cioè nella venerazione eccessiva delle immagini. Nei Libri Carolini dunque il re dei Franchi e dei Longobardi si scagliò contro sia contro l'iconoclastia sia contro il concilio di Nicea, essendo convinto che le immagini religiose non andassero né venerate né distrutte, come aveva sostenuto in passato Papa Gregorio Magno. Papa Adriano I cercò di convincere il re franco ad accettare il concilio di Nicea ma Carlo rimase irremovibile e anzi riuscì a convincere il pontefice a convocare un sinodo a Francoforte nel 794 in cui venne condannato, alla presenza di due inviati del Papa, il culto delle immagini che il Concilio di Nicea aveva definito il dovere di ogni cristiano.

La concessione fatta dal Papa al re franco era dovuta al fatto che egli vedesse in Carlo un alleato, mentre ormai i rapporti con i Bizantini erano ormai troppo compromessi: la parte della lettera di Papa Adriano inviata al Concilio di Nicea in cui il Papato rivendicava la giurisdizione sull'Illirico e sull'Italia meridionale, trasferite al patriarcato di Costantinopoli dagli Imperatori iconoclasti, e riaffermava il primato di Roma sul patriarca non venne proprio letta e tagliata dalla traduzione in greco. Così, a dire di Ostrogorsky, «il Papato era stato estromesso dall'Oriente, come l'Imperatore bizantino era stato estromesso dall'Occidente» e infatti il Papa decise di disconoscere l'Imperatore d'Oriente come Imperatore dei Romani, dando tale titolo a Carlo Magno nel natale dell'anno 800.

Nell'814, tuttavia, l'iconoclastia venne reintrodotta in tutto l'impero da Leone V l'Armeno: se la questione, 88 anni prima, fu per Leone III e Costantino V non solo religiosa ma anche politica, l'elemento strategico risulta ancor più forte per Leone, anche se la sua iconoclastia non ebbe forza paragonata a quella dell'VIII secolo, nonostante si ispirasse ad essa. A questa decisione aveva portato l'emigrazione di molti piccoli proprietari e contadini bizantini di fede iconoclasta dalle terre dell'Asia Minore appena conquistate dagli Arabi verso Costantinopoli. Ridotti in miseria, iniziarono a mostrare un certo malumore che poteva esplodere in una rivolta o peggio in una guerra civile, e ora che l'impero era di nuovo in pace, Leone non intendeva sentirsi minacciato da una possibile ribellione. Per cercare una risoluzione a questi problemi religiosi, Leone creò una commissione di ecclesiastici, presieduta dal giovane e brillante armeno, Giovanni Grammatico (836-843), futuro patriarca di Costantinopoli, a capo del movimento iconoclasta, affidando loro il compito di trovare delle motivazioni per reintrodurre l'iconoclastia, cercando riferimenti nelle sacre scritture e negli scritti dei Padri della Chiesa, eliminando quindi ciò che era stato detto nel secondo concilio di Nicea del 787.

A Pasqua dell'815, Leone fece riunire un sinodo a Santa Sofia, che aveva il compito di riapprovare il Concilio di Hieria, del 754, abolendo quindi il secondo di Nicea, per reintrodurre l'iconoclastia. Ma al sinodo non vennero convocati molti vescovi iconoduli: anche Niceforo era assente, perché si era ammalato, quindi la prima cosa che Leone fece fare, fu di far deporre il patriarca, che intralciava i suoi progetti. Leone nominò quindi come patriarca Teodoto I Cassiteras (815-821), cortigiano di corte, parente dell'imperatore Costantino V Copronimo (741-775), che fu un convinto iconoclasta. Leone aveva ottenuto il suo obiettivo: aveva un patriarca iconoclasta al suo fianco, ma Teodoto era un inetto, non riusciva a condurre il sinodo con ordine e ci furono grandi disordini soprattutto quando vennero interrogati i vescovi iconoduli, che furono aggrediti dagli iconoclasti, picchiati e ricoperti di sputi. Riuscito a riportare la pace sull'impero, sia esterna che interna, Leone fu abbastanza moderato con gli iconoduli, facendo arrestare solo i capi del movimento degli iconoduli più accaniti, tra cui l'abate Teodoro Studita, capo degli iconoduli, che fu arrestato ben tre volte e fu infine esiliato.

Leone V fu assassinato nell'820 da Michele II, il quale, durante il suo regno (820-829), nonostante la sua simpatia dichiarata per l'iconoclastia, fu tollerante con tutte le fedi professate; si inimicò una parte della popolazione in occasione del suo secondo matrimonio con la figlia di Costantino VI, dopo che la stessa era già stata consacrata monaca, e dovette reprimere una rivolta militare a Costantinopoli che lo voleva rovesciare. D'altro canto Teofilo combatté strenuamente a favore dell'iconoclastia, compiendo persecuzioni che non risparmiarono neanche la moglie e la matrigna (Eufrosina, figlia di Costantino VI e seconda moglie di Michele II il Balbo) e i cui racconti sono così macabri che molti ne mettono in dubbio la veridicità. L'iconoclastia di Teofilo peraltro non godeva nemmeno lontanamente dell'appoggio popolare su cui si era basata in parte quella del secolo precedente sotto la dinastia isaurica. Significativo è anche il crollo immediato e senza importanti resistenze del movimento iconoclasta subito dopo la morte di Teofilo. Gli succedette il figlio Michele III, il quale, essendo in minore età, fu posto sotto la reggenza di sua madre Teodora, suo zio Sergio e il ministro Teoctisito. L'imperatrice, contraria alla politica iconoclasta del precedente Imperatore, depose il Patriarca Giovanni VII Grammatico e lo sostituì con l'iconodulo Metodio I nell'843, il quale nello stesso anno condannò l'iconoclastia, ponendo fine al secondo periodo iconoclastico.

L'effetto dell'iconoclastia bizantina sull'arte religiosa fu duplice: da un lato, il danneggiamento (quando non distruzione) di un grande numero di raffigurazioni sacre, ivi comprese opere d'arte e codici miniati; dall'altro, un chiarimento del significato dell'icona, che non è un racconto biblico, come, ad esempio, in molti cicli d'affresco occidentali, ma è una manifestazione pittorica di una riflessione teologica.

Il dibattito, inoltre, fece emergere un generale irrigidimento dei rapporti fra la chiesa d'Oriente e la chiesa d'Occidente, conseguenza anche di una sempre più netta separazione linguistica. La traduzione, infatti, in latino dei sofisticati documenti prodotti dai concili bizantini era spesso erronea e determinò conseguenze assurde come il rifiuto in Occidente di documenti che condannavano l'iconoclastia.

Dal punto di vista culturale, inoltre:

« La sconfitta dell'iconoclasmo rappresenta la sconfitta, anche se non certo la scomparsa, del platonismo nelle sue implicazioni e applicazioni orientali, giudaiche prima ancora che islamiche, e l'affermarsi dell'aristotelismo come filosofia ufficiale del cristianesimo medievale, nella sistemazione fornita alla cultura bizantina, con largo anticipo rispetto a quella occidentale, prima da Giovanni Damasceno, il grande campione dell'iconodulia, e poi molto più tardi dai commenti di Eustrazio
di Nicea e Michele di Efeso. »
(Silvia Ronchey, Lo stato Bizantino, p. 16)

Numerosi riformatori protestanti, fra i quali Huldrych Zwingli, Giovanni Calvino e Andrea Carlostadio, incoraggiarono la distruzione delle immagini religiose appellandosi alle proibizioni del Pentateuco e ai dieci comandamenti; la venerazione delle immagini era considerata alla stregua di un'eresia pagana, una superstizione. Oggetto di tale azione furono i dipinti e le statue ritraenti santi ma anche le reliquie, le pale o retabli e i simboli. In seguito Francesco Turrettini e Teodoro di Beza rifiutarono esplicitamente la rappresentazione artistica di Cristo, facendo leva sempre sui comandamenti e sugli scritti della Chiesa antica.

Le prime distruzioni iconoclaste comparvero in Germania ed in Svizzera, soprattutto a Zurigo (1523), Copenaghen (1530), Münster (1534), Ginevra (1535), e Augusta (1537). Con la predicazione di riformatori calvinisti quali John Knox l'iconoclasmo raggiunse anche l'intera Scozia nel 1559.

La Francia non ne fu risparmiata. La grande crisi iconoclasta francese ebbe luogo durante le prime guerre di religione nel 1562. Nelle città conquistate dai protestanti, come Rouen (1560), Saintes e La Rochelle (1562), gli edifici religiosi furono sistematicamente saccheggiati e le decorazioni al loro interno distrutte. La violenza fu tale che intere chiese andarono distrutte. Monumenti prestigiosi come la basilica di San Martino a Tours o la cattedrale della Santa Croce di Orléans furono seriamente danneggiate e distrutte. L'abbazia di Jumièges, la cattedrale di San Pietro di Angoulême e la basilica di Santa Maddalena a Vézelay furono saccheggiate.

Nel 1566 furono le Fiandre e le Diciassette Province in generale a subire una grave crisi iconoclasta, la cosiddetta Beeldenstorm, iniziata ufficialmente con l'Hagenpreek, il "sermone dei campi" di Sebastiaan Matte, a cui seguì la distruzione della statua di San Lorenzo a Steenvoorde. Il movimento d'ispirazione popolare ebbe inizio a Steenvoorde e di lì si espanse, divenendo quella che fu chiamata la "rivolta degli accattoni" (révolte des gueux).

Centinaia di altri episodi iconoclasti, incluso il saccheggio del monastero di Sant'Antonio abate avvenuto dopo il sermone di Jacob de Buysere, continuarono a susseguirsi nel corso degli anni nel Nord Europa. Il Beeldenstorm, insieme con la diffusione del calvinismo in Olanda, fu una delle cause scatenanti della guerra degli ottant'anni, in cui le truppe olandesi, i protestanti e gli Ugonotti si ribellarono contro la Chiesa Cattolica mostrando il proprio valore militare.

Durante la rivoluzione inglese, che vedeva anglicani schierati contro calvinisti puritani, il vescovo anglicano Joseph Hall di Norwich descrisse un episodio iconoclasta del 1643 in cui i cittadini e le truppe puritane, incitati dai parlamentari (anch'essi puritani), iniziarono a distruggere le immagini religiose, considerate fonte di superstizione e d'idolatria. Il soldato puritano William Dowsing, incaricato dal governo di viaggiare in tutti i villaggi e le città dell'Anglia orientale per combattere l'idolatria, fornisce vari dettagli sulle immagini religiose distrutte per suo ordine tra Suffolk e Cambridgeshire:

« Abbiamo distrutto un centinaio di Immagini religiose; e sette Frati che abbracciano una Suora; e l'Immagine di Dio e di Cristo; e diverse altre molto superstiziose; e 200 sono state abbattute prima del mio arrivo. Abbiamo portato via 2 iscrizioni papali con l’Ora pro nobis e abbiamo buttato giù una grande Croce di pietra sul tetto della Chiesa. »
(W. Dowsing, Haverhill (Suffolk), 6 gennaio 1644)

Parlare delle Icone implica ricordare, in generale, cosa è l'Icona e cercare di capire la sua importanza nella chiesa Cristiano-Ortodossa ed in generale presso i Cristiani di Oriente ed anche i cattolici di rito bizantino. La parola Icona viene usata abitualmente per pitture a soggetto religioso fatto con una particolare tecnica e soprattutto secondo una tradizione Ecclesiale che ne ha fissato il contenuto e ne ha fatto un "Sacramentale" cioè un segno portatore di grazia.

L'icona è, infatti, più di un'immagine religiosa, è vera arte sacra che ha un posto ben determinato nel culto liturgico e nella devozione privata; è un mezzo efficace per poter conoscere Dio, la Madre di Dio ed i Santi; è una confessione delle verità religiose, non soltanto un'arte che illustra la sacra Scrittura, è un linguaggio che equivale ad essa e che corrisponde alla predicazione Evangelica così come i Testi Liturgici. Inoltre è una forma di espressione semplice e diretta che colpisce e che può mostrare in modo conciso tutto l'insieme della Liturgia di una festa o fissare l'attenzione sull'insieme di un Mistero.

Nella pittura delle Icone, gli artisti, erano tenuti a rispettare severe regole di comportamento onde evitare l'eresia e per questo seguivano tre testi approvati dalla Chiesa Ortodossa; questi artisti venivano controllati sia nei loro studi che nella loro vita privata. In altre parole, l'Icona non è una rappresentazione pittorica con intenti figurativi ed artistici come si è portati a credere, essa è, invece, una Preghiera che santifica l'anima del credente con il mezzo materiale della vista, come il canto santifica attraverso l'udito.

Su queste pitture, infatti, non appaiono né le firme degli artisti né le date di esecuzione, in quanto l'immagine non deve suscitare emozioni umane, ma far conoscere un mondo soprannaturale che può essere interpretato e recepito anche da un pubblico privo di cultura, purché animato da spiritualità e fede.

Abitualmente siamo portati a dire " dipingere un Icona ", ma in realtà il temine esatto, mantenutosi nella tradizione è " scrivere un Icona ", che è anch'essa parola di Dio scritta con l'immagine, mediante un linguaggio codificato da secoli. In corrispondenza dello "scrivere", c'è un "leggere" l'Icona, che ci riguarda tutti: E' un desiderio di scoprirla, di capirla, di approfondirla.

Tutte le Icone, pur diverse tra loro, hanno un'affinità comune, come è comune l'intento con il quale furono "scritte": Testimoniare l'invisibile - sostenere la fede e speranza - aiutarci a pregare - trasfigurarci nella carità.

La prima immagine di Cristo è il Suo volto che, secondo la tradizione, Lui stesso impresse miracolosamente sulla tela di lino (Madillion), al fine di inviare la Sua immagine al Re di Edessa "Abgar" morente. Questa Icona (Cristo Acheropita), secondo la credenza, venne conservata a Costantinopoli, ma, andata dispersa, fu riprodotta in numerosi esemplari da pittori devoti.

Anche della Madonna fu tramandata l'Immagine originale che, secondo la tradizione, venne dipinta da San Luca Evangelista, il quale la rappresentò in tre aspetti diversi: " Madonna Orante (senza Bambino) - Madonna Hodighitria ( con Bambino: Colei che indica la retta via ) - Madonna Eleusa (con Bambino: Immagine della Tenerezza)". - Le Icone della Madre di Dio con il Bambino vengono anche definite "Icone dell'Incarnazione" .

Le raffigurazioni di Maometto, fondatore dell'Islam, sono spesso oggetto di controversie e contestazioni. Descrizioni orali e scritte sono facilmente accettate da tutte le tradizioni dell'Islam, ma c'è disaccordo sulle rappresentazioni visive. Il Corano non vieta esplicitamente le immagini di Maometto, ma esistono alcuni hadith (tradizioni con valore giurisprudenziale, inferiori al solo Corano) che proibiscono ai musulmani di creare immagini del Profeta in qualsiasi circostanza. Questo porta molti sunniti e sciiti a credere che siano proibite, in senso assoluto, le rappresentazioni di qualsiasi essere vivente, con particolare riferimento a quelle di Maometto. La loro preoccupazione principale è che le immagini possano incoraggiare l'idolatria quando l'immagine stessa diventi più importante di ciò che rappresenta. Nell'arte islamica, alcune immagini raffigurano Maometto con il volto velato o attraverso il simbolo di una fiamma, anche se non mancano miniature in cui se ne propone la raffigurazione umana senza lo schermo di velature o simboli.

Altri musulmani propongono, invece, un punto di vista più tollerante. Alcuni, particolarmente gli sciiti fuori dall'Iran, accettano sue rappresentazioni se sono rispettose, e utilizzano abitualmente immagini di Maometto in libri e decorazioni artistiche, come hanno fatto anche i sunniti in diverse epoche nel passato. Ciò non toglie che molti musulmani che si pongono su posizioni strettamente tradizionalistiche siano contrari ad ogni rappresentazione di Maometto, anche da parte di non musulmani.


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venerdì 7 agosto 2015

LE MOSCHEE

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 "La moschea sarà un luogo dignitoso, molto più di adesso, non solo per chi prega ma anche per i cittadini che ci abitano vicino. Le moschee sono belle, basta andare in giro per il mondo, soprattutto se sono tenute pulite".
    Lo ha detto il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, parlando del bando del comune sui nuovi luoghi di culto. "Non si può pregare per strada, - ha aggiunto - non è dignitoso né per chi vive lì, né soprattutto per chi crede in quella religione".
 
"Non è un problema religioso, nessuno ha problemi con l'ebraismo o con gli evangelisti. In Tunisia chiudono 80 moschee, invece noi ne apriamo 2 a Milano.
    In tutto il mondo si alzano i muri contro chi in nome della religione vuole uccidere gli infedeli , tranne che nel nostro Paese. La moschea di via Jenner va chiusa domani mattina, perché lì sono stati trovati dei terroristi. Costruire nuove moschee è una scelta politica della sinistra italiana". Lo ha detto Matteo Salvini (Lega Nord).
 
"Il sindaco Pisapia vada a farle da qualche altra parte le moschee. Non vorrei che questi spazi fossero spazi di insegnamento all'odio e all'intolleranza":il segretario della Lega Nord è tornato a parlare del bando del Comune per aree dove costruire luoghi di culto durante un sopralluogo all'ex Ospedale Agostino Bassi in viale Jenner, cioè nella strada dove ha sede uno storico centro islamico. "C'è una legge regionale non rispettata dal Comune di Milano - ha osservato il segretario - e che impone di seguire alcuni obblighi che il Comune di Milano ha ignorato". Secondo Salvini il bando è una "scelta politica, la scelta politica di una giunta che arriva a fine mandato senza aver combinato un accidente e vuole portare in dote ai milanesi due moschee. Non so se sia questa l'emergenza dei milanesi, anzi non lo penso proprio". "Alla faccia della moderazione, le dichiarazioni di alcuni di questi cosiddetti moderati - ha concluso - farebbero rizzare i capelli a qualunque essere umano normale. Quindi io prima di sapere chi paga, chi prega, in che lingua e che cosa spiega, non do nessuna autorizzazione a nessuno".

In base a due dichiarazioni così contrastanti vediamo un po' cosa dice la costituzione italiana:


Art. 2

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Art. 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.



La moschea è il luogo di preghiera per i fedeli dell'Islam. La parola italiana deriva direttamente dallo spagnolo "mezquita", a sua volta originata dalla parola araba "masjid"  che indica il luogo in cui si compiono le sujūd, le prosternazioni che fanno parte dei movimenti obbligatori che deve compiere il fedele orante.

Un tipo di masjid particolare è la masjid jāmiʿ, una moschea più ampia, che si traduce spesso come "congregazionale". In essa si auspica per l'Islam che si radunino collettivamente i fedeli al fine di adempiere insieme all'obbligo della preghiera obbligatoria (ṣalāt) del mezzogiorno (zuhr) del venerdì, o eventualmente per studiarvi materie di carattere religioso, in appositi luoghi a ciò delegati (iwan).

In quanto luogo di preghiera la moschea non ha elementi indispensabili ma solo utili al suo scopo. È infatti possibile pregare anche all'aperto, o dentro una casa qualsiasi, purché il terreno riservato alla ṣalāt sia delimitato da qualche oggetto (tappeto, stuoia, mantello, sassi) e sia il più possibile esente da sozzure. Questo perché - come d'altronde per tutti gli atti previsti dalla Legge islamica (sharīʿa) - è richiesto lo stato di purità legale (ṭahāra), ottenibile con lavacri parziali o totali del corpo, mentre il luogo della preghiera deve essere esente da evidenti sporcizie che potrebbero contaminare chi col terreno debba entrare in contatto, come appunto accade nella ṣalāt.

La moschea ha un miḥrāb (sorta di abside o nicchia che, nelle moschee più umili, può essere semplicemente disegnata su una parete o indicata da qualche oggetto nella preghiera all'aperto) che indica la direzione della Mecca (qibla) e della Kaʿba, considerata il primo santuario musulmano dedicato al culto dell'unico vero Dio (Allāh).

Pur non essenziale, una moschea può spesso avere anche un pulpito (minbar) dall'alto del quale un particolare Imām che si chiama khaṭīb, pronuncia la khuṭba, un'allocuzione cioè che non necessariamente propone l'esegesi di brani del Corano.

Perché la preghiera sia valida essa deve essere compiuta all'interno di precisi momenti (awqāt) della giornata, scanditi dall'andamento apparente del sole. Per questo uno speciale incaricato (muezzin, dall'arabo muʾādhdhin) ricorda dall'alto di una costruzione a torre (minareto, dall'arabo manār, "faro"), mediante un suo richiamo rituale salmodiato (adhān), che da quel momento in poi è obbligatorio pregare (in casa, all'aperto, in moschea). Per chi si trovi lontano dal minareto e non possa per qualsiasi motivo udire la voce del muezzìn - oggi aiutata per lo più da altoparlanti - si sciorinano talora ampi panni bianchi, ben visibili anche da lontano.

Per le necessità della purificazione, sia all'interno sia nelle immediate adiacenze della moschea è spesso presente una fontana. Importante è infine l'area della preghiera (musalla), tendenzialmente rettangolare per consentire agli oranti di ordinarsi in file e ranghi, al cui interno può essere presente un orologio che in molte occasioni è di antica fattura, utile a segnalare il tempo rimanente perché sia valida la preghiera.



Caratteristica di ogni moschea che nasca come tale è la mancanza di raffigurazioni umane o animali, in quanto osteggiate dall'Islam. Le decorazioni sono perciò tutt'al più di tipo fitoforme (legate cioè al mondo vegetale) ma, quasi sempre, sono presenti mosaici o scritte che riportano versetti del Corano tracciati con calligrafie considerate particolarmente "artistiche" che hanno dato modo all'Occidente di parlare di arabeschi.
Con ogni evidenza questo può non valere in caso di trasformazione di un precedente luogo sacro ad altri credo. In tal caso i dipinti possono sopravvivere, alla sola condizione che affreschi o dipinti non cozzino con alcuni dei principi fondamentali del credo islamico (non raffigurabilità di Dio, assenza di idoli, antropomorfi o meno, mancanza di qualsiasi riferimento trinitario).

Come detto, il termine italiano proviene dallo spagnolo mezquita, che normalmente viene direttamente connesso alla parola araba masjid. In realtà va osservato che lo spagnolo non ha preso la parola direttamente dall'arabo, ma dalla lingua delle popolazioni musulmane della Penisola iberica, che in gran parte erano berbere. Infatti, il termine arabo masjid è maschile, mentre mezquita (e moschea) è femminile, proprio come il termine berbero (ta) mezgida. Questo cambiamento di genere è evidente anche in altri termini arabi relativi alla religione passati al berbero, per esempio ‘īd "festa" (berb. lâid ): in berbero lâid tameqqrant, corrisponde all'arabo al-ʿīd al-kabīr. Ciò sembra dovuto al fatto che i termini arabi si sarebbero "sovrapposti" a preesistenti parole femminili (ancora attestate in qualche dialetto), come taɣlisya "luogo di culto", dal latino ecclesia e tafaska "festa religiosa" (dal lat. Pascha).

Sebbene il coinvolgimento saudita nell'edificazione di nuove moschee risalga agli anni sessanta, il contributo è diventato realmente importante solo verso la fine del XX secolo. A partire dagli anni ottanta, infatti, il governo saudita ha cominciato a finanziare la costruzione di moschee, scuole e centri islamici in numerosi paesi di tutto il mondo, per una spesa stimata in 45 miliardi di dollari statunitensi. Ayn al-Yaqin un quotidiano saudita, nel 2002 ha pubblicato la notizia che questi finanziamenti hanno contribuito alla costruzione di 1500 moschee e 2000 centri islamici. A questo occorre ancora aggiungere le iniziative personale di numerosi facoltosi cittadini sauditi, specialmente in paesi dove i musulmani sono poveri o discriminati. Ad esempio, a seguito della caduta dell'Unione Sovietica (1992), molti fondi privati giunsero a questo scopo in Afghanistan. La moschea King Fahd di Culver City (California) e la stessa moschea di Roma rappresentano due dei maggiori investimenti dell'ex sovrano Faysal dell'Arabia Saudita, con 8 e 50 milioni di dollari statunitensi, rispettivamente.



Le preghiere obbligatorie nella religione Islamica fanno parte dei cinque pilastri dell'Islam, e' proprio il secondo. Le preghiere, chiamate "Salat" in Arabo, sono cinque volte al giorno, essendo la piu' importante quella del Venerdi mezzogiorno. La preghiera costituisce un legame diretto fra il credente e Allah, senza un intermediario, cosi uno si rivolge direttamente al Dio. Gli orari delle preghiere cambiano secondo la posizione del sole e vengono ricordati alla gente dal Muezzin che recita l'adhan (oppure detto anche ezan) dai minareti della moschea, cosi annuncia l'ora della preghiera. L'ideale sarebbe pregare insieme a tutti nella moschea, ma un Musulmano puo' pregare quasi ovunque, per esempio nei campeggi, in ufficio, in fabbrica, a casa, basta che il luogo sia pulito e adatto alla adorazione. Di solito si prega su un tappeto da preghiera e bisogna sapere naturalmente la Qibla, cioe' la direzione della Mecca.

L'adorazione e preghiera quotidiana e' la colonna vertebrale dell'Islam e la sua fondamentale importanza e' definita con estrema chiarezza negli insegnamenti del Profeta Muhammed e nel Corano. Queste cinque preghiere contengono versetti del Corano e sono recitate in lingua araba che e' la lingua originale del Corano, ma suppliche personali possono essere recitate anche nella lingua di ogni musulmano.

Per eseguire la preghiera, bisogna essere puri e puliti. E' necessario lavare quelle parti del corpo che sono generalmente esposte allo sporco e alla polvere, tipo i piedi, la faccia, le mani ecc. Questa pratica e' chiamata Abluzione. Nei casi indicati dal Corano, l'abluzione si puo' fare anche con la lustrazione pulverale (tayammum), cioe con terra pulita o sabbia, quando manca l'acqua (nel deserto per esempio).


Quando la purezza rituale e' interrotta da un piccolo disagio come sonno profondo, stato di incoscienza, il vomito, l'uscita dal corpo di feci, urina, gas intestinali, uscita di sangue da una qualunque parte del corpo, allora e' necessaria l'esecuzione dell'abluzione parziale. Se la purezza rituale e' interrotta da un grande disagio come in caso di coito, mestruazioni e puerperio, rapporti sessuali, allora e' necessaria fare l'abluzione totale. Esistono due tipi di abluzioni in generale; abluzione parziale (wudu') e abluzione totale (ghusl).



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sabato 25 luglio 2015

LA STELLA DI DAVIDE

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Questo simbolo si pensa provenga da antichi trattati ermetici e molti gruppi iniziatici e popoli del mondo che lo hanno usato ne hanno attribuito un'importanza e un significato diverso. Dall'antico testo di Ermete Trismegisto emerge il significato: "Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per fare i miracoli della realtà Una. E poiché tutte le realtà sono e provengono da una, per la mediazione di una, così tutte le realtà sono nate da questa realtà unica mediante adattamento". L'incontro dei due triangoli simboleggia l'unione perfetta dello spirito e della materia. Tutto ciò che esiste e si manifesta nel mondo fenomenico degli effetti è un riflesso del mondo invisibile delle cause che vi sono in principio, il microcosmo e il macrocosmo si compenetrano vicendevolmente e sono uno lo specchio dell'altro. Rappresenta anche l'unione e l'equilibrio del principio maschile (triangolo con la punta verso il basso) e il principio femminile (triangolo con la punta verso l'alto) in sè stessi.

La forma della stella è un esempio dell'esagramma, un simbolo significativo anche per altri popoli. È ottenuta dall'incrocio di due triangoli equilateri (aventi quindi tre angoli uguali di 60° ciascuno) e di eguali dimensioni, uno col vertice rivolto verso l'alto e il secondo col vertice rivolto verso il basso. L'esagramma è da datarsi anteriormente all'utilizzo degli ebrei. Fuori dal sistema giudaico viene utilizzato prevalentemente nell'occultismo.

L'esagramma è un antico simbolo che si trova anche in antichi templi Indiani col nome di Shatkona. Simboleggia il Nara-Narayana, o il perfetto stato meditativo dell'equilibrio tra l'Uomo e Dio, che, se mantenuto, porterebbe nel "Moksha", o "Nirva?a" (liberazione dai limiti del mondo terrenale e le sue trappole materialistiche).

Un'altra teoria sull'origine della forma è da reperirsi semplicemente in 2 delle 3 lettere ebraiche del nome David. Nella scrittura ebraica Davide è scritto solo con 3 caratteri, due dei quali sono la "D" (o "Dàleth" in ebraico). Nei tempi antichi questa lettera veniva scritta in modo molto simile a un triangolo, più o meno come la lettera greca "Delta" con la quale condivide il suono e la stessa posizione (quarta) nei rispettivi alfabeti come anche la D in italiano e negli altri alfabeti occidentali. Il simbolo poteva essere un semplice stemma della famiglia formato ribaltando e sovrapponendo le due più importanti lettere del nome del capostipite.



Alcuni ricercatori hanno anche teorizzato che la Stella di David rappresenti la situazione astrale al momento della nascita di David o della sua incoronazione e alcune recenti ricerche sembrerebbero dimostrare che il ritorno di quella situazione astrale fosse anche il segno nuovamente atteso per la venuta del Messia, realizzatosi all'avvento di Gesù di Nazareth. In altre parole, la famosa stella vista dai Magi sarebbe proprio la Stella di Davide. In effetti, la Stella di Davide è altresì conosciuta come la Stella del re nei circoli astrologici e fu pure un simbolo astrologico nello Zoroastrismo.

In antichi papiri, i pentagrammi, insieme a stelle ed altri simboli, era spesso reperibile su amuleti con il nome ebraico di Dio, e veniva usato per proteggere dalla febbre e da altre malattie. Stranamente non si trovava l'esagramma su questi amuleti. Nel Grande papiro magico a Parigi e a Londra possiamo trovare 22 simboli per parte ed un cerchio con dodici simboli, ma non sono reperibili pentagrammi o esagrammi.

Quindi, con tutta probabilità non fu il sincretismo delle influenze ellenistica, ebraica e copta a originare il simbolo. È possibile che sia stata la Kabbalah a far derivare il simbolo dai Templari, ma questo ipotizzerebbe un'origine molto posteriore alla datazione accertata (almeno il III secolo a.C.). La "Pratica" della Kabbalah fa uso di questo simbolo ordinando le dieci Sephiroth, sul simbolo e mettendolo sugli amuleti. Comunque, il simbolo non si trova sui classici testi kabbalistici come lo Zohar, gli scritti del rabbino Isaac Luria e altri similari. Pertanto si può dire che questo utilizzo nel diagramma sefirotico non è nulla più di una reinterpretazione di simboli magici preesistenti.

Un'etimologia popolare sarebbe quella secondo cui la Stella di David venne letteralmente tratta dallo scudo del giovane guerriero Davide (che poi sarebbe diventato il re David). Per risparmiare metallo, lo scudo sarebbe stato fatto con un supporto metallico di due triangoli incrociati con una copertura in pelle. Non vi è chiaramente alcuna prova storica evidente dell'esattezza di questa pur acuta etimologia popolare. L'interpretazione tradizionale vede un triangolo "acquoso " e "femminile" con il vertice rivolto verso il basso ed uno "focoso" e "maschile" con il vertice rivolto verso l'alto. In un secondo tempo, superato questo dualismo, la cosmologia cominciò a parlare dei quattro elementi costituenti l'universo. Il triangolo con il vertice rivolto verso l'alto indicava l'"aria" e quello con il vertice verso il basso la "terra".

Lo Scudo di Davide non viene menzionato nella letteratura rabbinica antica. È degno di nota, però, che non ci sono prove archeologiche dell'utilizzo di questo simbolo nella Terra Santa nei tempi antichi, anche dopo i tempi del re David. Gli studiosi concordano nel fatto che anche durante il periodo del Secondo Tempio lo Scudo di Davide non era un simbolo largamente riconosciuto in Israele. Un ipotetico Scudo di Davide comunque è stato recentemente notato su una Lapide ebraica a Taranto datata verso il III secolo a.C.
Leggende ebraiche fanno collegare il simbolo al Sigillo di Salomone, il magico anello con sigillo usato dal re Salomone per controllare i demoni e gli spiriti. Le leggende ebraiche collegano il simbolo anche ad uno scudo magico teoricamente posseduto dal re Davide che lo avrebbe protetto dai nemici.

Gli studiosi hanno proposto anche che possa essere una reliquia delle pratiche religiose dell'Antico Egitto, adottato dagli israeliti che avevano a che fare con l'occultismo e il sincretismo non prima del periodo del re Salomone.

La prima citazione della letteratura ebraica dello Scudo di Davide è l'Eshkol ha-Kofer del Karaita Giuda Hadassi (metà del XII secolo EV) ed afferma nel capitolo 242: «Sette nomi di angeli precedono la mezuzah: Michele, Gabriele, ecc. ... Tetragramma li protegge tutti! E anche il simbolo chiamato 'Scudo di David' è posto a lato del nome di ogni angelo.» Era quindi anche questa volta un simbolo su di un amuleto.

Nelle sinagoghe, forse, prese il posto della mezuzzah, e il nome "stella di Davide" potrebbe essergli stato dato in virtù dei suoi presunti poteri protettivi. L'esagramma potrebbe essere stato utilizzato all'inizio anche come ornamento delle sinagoghe, com'è successo, per esempio, anche nelle cattedrali di Brandeburgo e Stendal, sul Marktkirche ad Hannover e sul sagrato del duomo di Vigevano. Un simbolo in questa forma è stato ritrovato anche sull'antica sinagoga di Tell Hum. A Cafarnao si ritrova nelle decorazioni marmoree della sinagoga del V sec. d.C., assieme al pentagramma.

Nel 1354, il Re di Boemia Carlo IV prescrisse per i Giudei di Praga una bandiera rossa con sia lo scudo di Davide che il sigillo di Salomone. La bandiera rossa con la quale i Giudei incontrarono il Re Mattia Corvino nel XV secolo aveva due pentagrammi con due stelle d'oro (Schwandtner, Scriptores Rerum Hungaricarum, ii. 148). Infatti, nel 1460, gli ebrei di Budapest, ricevettero il re Mattia Corvino con una bandiera rossa con due Scudi di David e due stelle. Il pentagramma, perciò, era evidentemente in uso anche tra gli Ebrei. Si può vedere in un manoscritto già dall'anno 1073. Nel primo libro di preghiere in ebraico, stampato a Praga nel 1512, un grande Scudo di David appariva sulla copertina. Nel colofone del libro venne scritto: «Ogni uomo sotto la sua bandiera concorda con la casa dei suoi padri... e merita di conferire un dono benigno su ognuno che porta lo Scudo di Davide». Nel 1592, a Mordechai Maizel venne dato il permesso di esporre «una bandiera del re David simile a quella della Sinagoga Principale» nella sua sinagoga a Praga. Nel 1648 ai giudei di Praga venne di nuovo dato il permesso di esporre una bandiera come ricompensa per aver partecipato alla difesa della città contro gli Svedesi. Su uno sfondo rosso compariva uno Scudo di David in giallo al centro del quale stava una stella svedese.

La Stella di David può essere trovata sulle lapidi degli ebrei religiosi fin da centinaia di anni fa in Europa, ed è universalmente accettata come simbolo del popolo ebraico. A conseguenza dell'emancipazione giudea dopo la Rivoluzione francese, le comunità ebraiche scelsero la Stella di David per rappresentarsi, un po' come la croce usata dalla maggioranza dei cristiani.

Alcuni gruppi di ebrei ortodossi rifiutano l'uso dell'esagramma a causa della sua relazione con la magia e l'occulto e non lo riconoscono come un simbolo ebraico. Alcuni gruppi di Haredi, chiamati Neturei Karta, lo rigettano a causa dell'associazione comune col Sionismo.

Diverse sinagoghe degli ortodossi moderni, e anche numerose sinagoghe di altri movimenti ebrei, espongono comunque la bandiera di Israele con la Stella di David in evidenza di fronte alle sinagoghe e vicino all'arca contenente i rotoli della Torah.

La Bibbia non fa nessuna menzione diretta della Stella di Davide. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, al numero 528, riferisce che "I magi venuti a Gerusalemme per adorare il re dei Giudei ... alla luce messianica della stella di Davide, cercano in Israele colui che sarà il re delle nazioni". È evidente che in questo contesto non si sta parlando di un particolare simbolo a forma di esagramma, quanto della nuova stella come simbolo biblico dell'ascesa regale della casata di Davide (Cfr. Nm 24,17-19: la visione di Balaam).

Fino al XIX secolo la Stella di Davide appare sporadicamente come motivo puramente ornamentale anche in chiese o altri edifici sacri cristiani. A partire dall'Ottocento, invece, crebbe una certa perplessità di fronte all'impiego di questo simbolo, che progressivamente veniva sempre più connotato come identificativo dell'ebraismo, se non addirittura come un richiamo all'occultismo o alla simbologia massonica. Alcune chiese relativamente recenti presentano tuttavia ancora la Stella di Davide come motivo ornamentale (si pensi al timpano nella facciata neogotica della Basilica di Santa Croce a Firenze o al rosone centrale della chiesa di San Marco a Milano). Ad ogni modo, il suo utilizzo negli edifici di culto cattolici rimane sempre raro. Curioso è il fatto che la stella di Davide sia riproposta nella Galleria Umberto I di Napoli, posta di fronte al Teatro S. Carlo. Sul tamburo della cupola, decorato con finestre, è infatti presente il simbolo della stella.

Parecchi cristiani, specialmente tra gli anglicani indipendenti, i battisti, ed altri protestanti, appoggiano dichiaratamente lo Stato di Israele, sulla base della convinzione che Dio abbia stabilito un patto con gli israeliti in cui è stabilito che la Terra di Israele debba rimanere in loro possesso. Ecco per quale motivo si possono vedere Stelle di David (o altri simboli ebraici) nelle loro chiese e in particolar modo nelle vetrate. Un esempio di ciò è la stella incastonata nel soffitto della Cattedrale nazionale di Washington.

Il Davidiani hanno fede nella restaurazione del regno davidico in Israele prima della seconda venuta di Cristo (Avvento o Parusia) nelle nuvole del cielo e il riferimento al ramo davidico non è dato dal nome del capo della setta David Koresh ma basato sul Libro di Isaia 11:1) al biblico ''Albero di Jesse'', (che compare nella stemma ufficiale utilizzato dai Davidiani, all'interno di una stella di David, il padre di re Davide, dal quale sarebbe disceso il Messia Gesù. Koresh, il re Ciro II di Persia, è la figura del gentile che aiuta gli ebrei a far ritorno in Palestina. Victor Houteff ha diretto i Davidiani a lavorare per la riforma della Chiesa cristiana avventista del settimo giorno esclusivamente, in preparazione di un grande afflusso di convertiti, quando la chiesa sarebbe divenuta in uno stato più puro.

La Stella di David viene anche utilizzata, anche se più raramente, dalla Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, principalmente in architettura. Simboleggia le Tribù d'Israele e l'amicizia e l'affinità con il popolo ebreo. Inoltre, alcuni teologi indipendenti SUG come l'ebreo-SUG Daniel Rona hanno avanzato la possibilità che la Stella di Davide venne creata dopo gli Urim e Tummim, ma questa non è comunque la dottrina ufficiale della Chiesa.

Un distintivo con una Stella di David e portato dai membri della Chiesa Cristiana di Sion, che conta più di tre milioni di membri ed è la più grande Chiesa africana istituita dell'Africa del sud.

Il professor Gershom Scholem teorizza che la Stella di Davide ebbe origine nei testi di Aristotele, che usò i triangoli in differenti posizioni per indicare i diversi elementi basici. I triangoli sovrapposti rappresentano così le combinazioni di elementi. Dai testi di Aristotele questi simboli sono arrivati fino alla letteratura araba pre-musulmana.

Gli arabi musulmani si interessavano di matematica ed erano attirati dalle storie bibliche ed islamiche. Difatti uno dei personaggi più importanti nella prima letteratura araba islamica era il Re Salomone (in arabo Sulayman). Il Talmud babilonese contiene una leggenda su Salomone rapito da Asmodeo, re dei demoni. Riuscì a rapire il re rubandogli il suo "sigillo di Salomone", anche se secondo il Talmud quel sigillo era semplicemente una moneta di metallo col tetragramma del nome divino scritto sopra. È possibile che il sigillo venisse alterato nelle storie arabe. La prima apparizione del simbolo nelle scritture ebree fu nei testi kabbalistici orientali, così è possibile che la Stella di David fosse un'alterazione del pentagramma mediante l'influenza araba.
In vari passaggi del Corano vi è scritto che David e Salomone fossero profeti e re, e pertanto sono figure riverite dai musulmani. I Beylik musulmani della Turchia e parte dei Giannizzeri, durante le dinastie qaramanide e Candaroglu usarono la stella sulle loro bandiere. Tuttora la stella si può trovare in moschee e in altri manufatti dell'arte islamica.

Una Stella di David, spesso di colore giallo, venne utilizzata dai nazisti durante la shoah come metodo di identificazione degli ebrei, e venne chiamata la Stella Ebrea. L'obbligo di portare la Stella di Davide con la parola jude (giudeo in tedesco) scritta sopra venne esteso a tutti gli ebrei al di sopra dei 6 anni nelle zone occupate dalla Germania dal 6 settembre 1941. In altri luoghi vennero utilizzate le parole della lingua locale (per esempio juif in francese, jood in olandese) Nella Polonia occupata gli ebrei vennero costretti a portare una fascia sul braccio con una Stella di Davide sopra, come anche una pezza davanti e dietro i propri indumenti.

Gli ebrei internati nei campi di concentramento vennero in seguito costretti a portare simili distintivi. I nazionalsocialisti obbligavano gli ebrei ad indossare vestiti con cucita la stella di David per farsi riconoscere.

Nella veste politico-sionista del simbolo, è stato e viene tuttora spesso bruciato in manifestazioni pubbliche che contestano la legittimità della costituzione dello Stato di Israele da parte dell'ONU.

Parimenti all'uso del termine pentalfa in luogo della stella araldica a cinque punte, esalfa è nell'araldica e in una piccola parte della vessillologia il nome usato per definire una stella a sei punte, come la Stella di Davide, ma non vuota e con semplici linee radianti.

Magen David Adom (Stella rossa di Davide) è la società di soccorso nazionale, competente per le emergenze sanitarie, per disastri, soccorso con ambulanza e servizio di banca del sangue di Israele, analoga alla Croce Rossa e Mezzaluna Rossa Internazionale. A seguito dell'adesione di Israele al Terzo Protocollo Aggiuntivo (2005) alle Convenzioni di Ginevra, il Magen David Adom è entrato a far parte del Movimento Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa. La formalizzazione del riconoscimento del Magen David Adom quale membro del Movimento di CR/MR è avvenuta per acclamazione nel corso della XXIX Conferenza Internazionale della CR/MR, tenutasi a Ginevra nel 2006.



Stelle a sei punte sono state trovate anche come diagrammi cosmologici nell'Induismo, nel Buddismo e nel Giainismo. Le ragioni dietro a questa comune apparizione del simbolo nelle religioni Indiane e Occidentali sono perse nei misteri dell'antichità. Una possibilità potrebbe essere quella secondo cui queste abbiano un'origine comune, ma esiste anche la possibilità che artisti religiosi o adepti delle religioni di varie culture creassero indipendentemente la forma della Stella di Davide, che dopotutto è una semplice ed ovvia forma geometrica.

Nelle leggende indiane, la forma è generalmente consistente di due triangoli, uno che punta verso l'alto e l'altro verso il basso, bloccati in un abbraccio armonioso. I due componenti sono chiamati 'Om' e 'Hrim' in sanscrito, e simboleggia la posizione dell'uomo tra la terra e il cielo. Il triangolo rivolto verso il basso simboleggia Shakti e quello rivolto verso l'alto Siva. L'unione mistica dei due triangoli rappresenta la creazione.

I due triangoli insieme sono conosciuti anche come 'Shanmukha', ossia il sei-facce, che rappresenta le sei facce di Kartikeya, progenie di Siva e Shakti. Questo simbolo fa anche parte di diverse yantras e ha un profondo significato nei rituali indù dell'adorazione e della mitologia.

Nel Buddismo, alcune vecchie versioni del Bardo Thodol, altresì conosciuto come Il Libro tibetano dei morti, contengono una Stella di David con una svastica al suo interno. Ma questo non ha assolutamente nulla a che vedere con l'utilizzo della così chiamata Stella di Davide da parte delle religioni tibetane. Venne fatta dai pubblicatori per questa specifica pubblicazione. In tibetano, viene definita l' 'origine del fenomeno' (chos-kyi 'byung-gnas'). È soprattutto connessa col culto di Vajrayogini, e forma la parte centrale di Her mandala. In realtà è in tre dimensioni invece di due, anche se potrebbe essere stata solo disegnata in maniera differente.

A Nouga Kogen, nel Giappone centrale, si trovano resti di un monumento di un idolo antico (ora racchiuso in una piramide preservatrice) sul quale riposa una pietra che aveva su una Stella di Davide. Questa traccia riporta indietro all'antica credenza giapponese secondo la quale un "dio" dal cielo venne in un tempio a Nouga Kogen, lo stesso tempio dal quale la pietra venne trovata.

La Stella di David è usata come sigillo e come emblema della Società teosofica (fondata nel 1875). Anche se è maggiormente sfruttato, in realtà viene utilizzato con altri simboli religiosi, tra i quali la Svastica, l'Ankh, l'Aum e l'Ouroborus

Il Movimento Raeliano Internazionale (IRM), un movimento religioso-pacifista, usa un simbolo simile alla Stella di David. Questo simbolo, d'accordo con il fondatore dell'IRM, Rael, è da attribuirsi al fatto che secondo il credo dei raeliani il termine Elohim (Dio in ebraico) significhi invece "coloro che vengono dal cielo" e che quindi si tratti non dell'Onnipotente, bensì di extraterrestri tecnologicamente avanzati che mediante l'ingegneria genetica avrebbero sintetizzarono la vita sulla terra dalla materia inanimata in 7 laboratori base che contengono il simbolo.

Alcuni significati che introducono particolari variazioni di questo simbolo sono supportati dall'IRM, come il "ben fatto" (dove "svastica" significa "ben fatto" in Sanscrito) e "infinito temporalmente" (dovi gli Hindi vedono la svastica come simbolo per cicli "eterni"). Nel Movimento Raelista i due triangoli significano "come sopra, così sotto", che potrebbe riferirsi alla somiglianza tra il passato del creatore e i futuro della creatura o forse alla ripetuta struttura gerarchica dell'universo.

L'IRM ha un piano a lungo termine, ovvero costruire un tempio complesso o ambasciata che dovrebbe, nel periodo della Singolarità tecnologica, e prima del 2035, supportare l'arrivo di profeti delle maggiori e di alcune minori religioni dopo uno spettacolare ritorno da un viaggio interstellare. Rael (o l'Elohim, come direbbe lui) necessita che l'ambasciata contenga il "simbolo dell'Elohim". Il simbolo inizialmente usato dal Movimento raeliano diede inizio a una controversia riguardo alla proposta di costruire l'ambasciata raeliana in Israele dal momento in cui alla Stella di Davide venne aggiunta una svastica nel mezzo.

Il Sigillo di Salomone è un simbolo costituito da due Triangoli equilateri intrecciati, noto anche come Esagramma, Stella a Sei Punte o Esalfa. Il Sigillo di Salomone esprime l’unione del cielo e della terra, del mondo spirituale con il mondo materiale. E’ formato da due triangoli equilateri incrociati e, a volte, inscritti in un cerchio.

Il Triangolo con il vertice verso il basso rappresenta i due elementi pesanti, Acqua e Terra, il cui principio corporeo li fa tendere verso il basso, mentre il Triangolo con il vertice in alto rappresenta i due elementi leggeri e spirituali, Aria e Fuoco. Con l’incrocio dei due triangoli si forma un esagono centrale che rappresenta il cuore dell’uomo stabile in un equilibrio al centro del movimento spirituale e del movimento corporeo che permette di raggiungere la saggezza e la forza interiore. Inoltre quando è presente un punto all’ interno dell’esagono centrale, simboleggia l’unione di tutti gli elementi esistenti.
Il Sigillo di Salomone è un simbolo molto antico, reso noto a partire dal medioevo, quando assunse i caratteri di talismano. Il simbolo della Stella a Sei Punte non è privo di valenze archetipiche, dato che si ritrova in aree culturali diversissime. I due triangoli intrecciati, per quanto iconograficamente abbinati all’ebraismo (Stella di David), figurano pure nel patrimonio simbolico dell’Islam, nel quale hanno assunto valenze terapeutico-magiche e alchemiche.

In quest’ultimo ambito essi sono interpretati come il simbolo dell’equilibrio tra le forze cosmiche del Fuoco e dell’Acqua. L’interpretazione tradizionale vi vede un Triangolo “acquoso” (femminile, orientato verso l’alto) e uno “focoso” (maschile, rivolto verso il basso), la loro unione rappresenta in modo armonico un conchiuso sistema dualistico. Si narra che il famoso Re Salomone (Shelomoh, in ebraico, 961-931 a.c.), figlio del re Davide, se ne servi fino al momento della morte per scacciare i demoni e invocare gli angeli. Per questo motivo la Stella a Sei Punte viene chiamata anche Sigillo di Salomone o Scudo di Davide, mentre oggi, essendo poi diventato un elemento dello stemma dello stato di Israele, lo si definisce per lo più come Stella di Sion o di David. Senza avere, in linea di principio, nulla a che vedere con la tradizione ebraica, la Stella a Sei Punte fa spesso la sua comparsa nei libri magici e negli esorcismi di estrazione popolare con la funzione di potente simbolo magico. Nelle cerimonie di magia viene dipinto sul petto del mago per difenderlo dagli influssi malefici e dalle maledizioni. Diviene addirittura fondamentale nelle invocazioni, perché assieme al cerchio magico tracciato ai piedi dello stregone, è l’ unica difesa contro le creature evocate. Tra l’ altro è il disegno base di molti talismani benaugurati e di protezione.


Secondo la leggenda è l'anello con cui Salomone piega i demoni al proprio volere, imprigionandoli in un vaso di bronzo sigillato con simboli magici e obbligati a servirlo (Clavicula Salomonis).

Nella concezione cabalistica assume il significato di unione e armonia tra il microcosmo e il macrocosmo. In particolare la metà esagonale che ne deriva, nell’albero della vita corrisponde al Sephirah del sole.

La bandiera dello Stato d'Israele con l'esagramma al centroSecondo alcune tradizioni (quella alchemica) il simbolo è l'unione dell'elemento fuoco con l'elemento Acqua.

Esistono alcune varianti di esagramma in cui al centro è raffigurata la parola Yod He Vau He che dalla Bibbia sappiamo essere il nome di Geova.

L'Esagramma è diffuso e usato anche in altre antiche religioni orientali come il Giainismo, l'Induismo e il Buddismo.

Esiste una variante molto simile ma a dodici punte, tetragramma, in cui i dodici campi indicano i dodici mesi dell’anno solare.

La leggenda narra che David ha utilizzato tale cifra nel suo cappotto per combattere Golia, è per questo che è comunemente conosciuta come la Stella di Davide.



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