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mercoledì 20 gennaio 2016

LA MALATTIA DEI SOLDI

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Arpagone L' Avaro di Molière Scritta nel 1668, è una delle commedie più famose di Molière. Narra la storia di Arpagone, uomo dedito solo ad accumulare ricchezze, famoso per la sua insopportabile avarizia e per il regime austero cui sottopone tutta la famiglia, Perseo Re macedone Re macedone fece uccidere il fratello per salire al trono. Fu sconfitto dai romani nella terza guerra macedonica, nel 171 a.c. Si dice fosse molto avaro e ossessionato dalla possibilità di perdere ciò che aveva conquistato, Michelangelo Artista Scultore, pittore, architetto e poeta del tardo Rinascimento, le cronache lo descrivono come avaro fino all'ossessione, con se stesso anzitutto, diffidente e collerico e spesso incapace di giudizi obiettivi. A volte ingrato.

La pulsione del possedere è dilagata in grandissima parte della nostra società. La nostra stessa cultura è fondata sulla competizione per accumulare mentre la storia occidentale è la storia della violenza per depredare.
Ciò non va delegato esclusivamente a lontane civiltà guerriere, ma va osservato anche nella cultura di casa nostra, dove la smania di possedere è ben descritta ad esempio nei romanzi di Verga, per la proprietà, per la roba.
L’avarizia non fa parte di nessun manuale psicodiagnostico, eppure da sempre è considerata un male, un vizio capitale. Più che un male della psiche è un male dello spirito, un’incapacità di ampio respiro da parte dell’anima.
Il cuore dell’avaro è freddo e difficilmente viene scaldato dagli eventi della vita, i quali vengono affrontati esclusivamente attraverso una loro contabilizzazione in termini economici.
Così ogni elemento viene monetizzato e trasformato nel suo equivalente in denaro: quanto costa avere un figlio ? Quanto costa sposarsi ? Quanto costa ammalarsi ? Quanto costa – in definitiva – vivere ?
L’avaro è una figura ormai consolidata della cultura, pensiamo all’Avaro di Moliere o al Sig. Scrooge di Dickens. Ma sarebbe ingenuo cercare di individuare questi personaggi nella società di oggi, così come la fantasia dei loro autori ce li ha consegnati. Essi non sono altro che rappresentazioni metaforiche, estremizzate e rese caricaturali, di aspetti ed elementi presenti in ogni persona.
Per cercare l’avarizia quindi non dobbiamo imprudentemente ricercare un Paperon de Paperoni, ma osservare dentro di noi quei pensieri in cui associamo felicità e benessere materiale.
L’avarizia ci aiuta ad osservare un errore frequente, ormai diventato un luogo comune: quello di ritenere che la felicità possa essere acquistata o posseduta per sempre. L’illusione del denaro è quella che esso possa fornire o acquistare ciò di cui più profondamente abbiamo bisogno. La maggior parte delle persone sanno bene che l’equazione denaro=felicità è sbagliata, ma nondimeno difficilmente sfuggono dal metterla in pratica. Nel film “Gandhi”, mentre egli realizza autonomamente i propri abiti ruotando lentamente un telaio, il Mahatma afferma: “i miei collaboratori non fanno altro che ripetermi quanto costa loro la mia vita di povertà”.



Se l’universo è composto insieme da materia e spirito, l’avarizia dilata ed espande il mondo della materia rendendolo assoluto, illimitato, dominante. La spiritualità finisce così per non avere più alcun posto, alcuna forza e l’unico assioma che sembra possibile è: “io sono ciò che ho, ciò che posseggo”. L’avarizia è quindi il peccato della potenza assoluta, dell’onnipotente supremazia della materia sullo spirito. Il denaro è tanto onnipotente da prendere letteralmente il posto dell’Onnipotente dei cieli.
 
In questa sorta di neopaganesimo, il denaro è quindi fatto Dio: come tale è adorato e su di esso viene spostato e trasferito il culto verso la divinità.
Ma poiché in questo caso non si tratta di un dio lontano e sfuggente, ma di un dio prigioniero e posseduto un po’ come il genio della lampada di Aladino, l’illusione è che esso possa offrire il piacere più alto e sublime: l’immortalità. La paura del vuoto, del freddo, dell’isolamento affettivo, la paura della morte e l’illusione di esorcizzarla si trasformano in atteggiamenti di cinismo, mancanza di respiro, trasformano il nostro cuore in un cuore angusto e materialistico.

Il possesso del denaro diventa l’illusione del possesso del potere assoluto: per questo esso va accuratamente protetto, non sprecato, e amministrato con la massima cura. Esso è quindi trasformato da mezzo per realizzare qualcosa, in una finalità in sé. Non è più lo strumento che aiuta nei progetti importanti, ma diventa un valore in se stesso, il fine ultimo.
La paura ci suggerisce che il denaro non va speso perché il suo potere risiede nella sua potenzialità inespressa, in ciò che potrebbe fare ma che invece non va fatto perché in questo caso il suo potere svanirebbe. Il denaro speso ha infatti perduto il suo potere di acquisto.
È come se il bisogno di accumulare denaro fosse una preziosa carta da gioco che però non va mai giocata, che immobilizza il gioco in una sospesa promessa di vittoria che però non va mai completata.
E in questo gioco paralizzato e soffocato, ciò che vanno sacrificati sono i desideri e i progetti che si sarebbe potuto realizzare, immolati sull’altare della conservazione del potere. E tanto più grande è il potere del denaro, tanto più grande è l’illusione di incorporare quel potere.

Dice Marx, a proposito del potere del denaro di modificare il pensiero: “Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella tra le donne.
E quindi io non sono brutto, perché l'effetto della bruttezza, la sua repulsivita', è annullata dal denaro. Io, considerato come individuo, sono storpio, ma il denaro mi procura ventiquattro gambe; quindi non sono storpio. Io sono uno stupido, ma il denaro è la vera intelligenza di tutte le cose; e allora come potrebbe essere stupido chi lo possiede ?
Inoltre costui potrà sempre comperarsi le persone intelligenti, e chi ha potere sulle persone intelligenti non è forse più intelligente delle persone intelligenti ?”.

Il materialismo (e l’avarizia) è quindi quella parte di noi che ha bisogno di conservare e accumulare, perché ha l’illusione di poter immagazzinare tutta la potenza che potrebbe essergli necessaria per vincere tutte le paure: la paura dei ladri, dei mutamenti economici, delle rivoluzioni, delle malattie.
In realtà l’avarizia – e tutto il sistema di pensiero utilitarista che l’ha generata – ci difende da un’altra paura ancora più grande: quella della morte.

In verità, l’accumulo e l’immobilizzazione delle potenzialità inespresse non fanno altro che avvicinare paradossalmente la morte-in-vita, condurre all’isolamento affettivo, facendo semmai da stimolo a competizione, continua ricerca del vantaggio, interesse, generando a catena nei macrosistemi le condizioni per le ingiustizie, se non addirittura per la criminalità.
La conservazione e l’immobilità rappresentano infatti nel nostro Universo, l’entropia e la morte termica del Cosmo.
La vita è invece determinata dal fluire continuo dell’energia, dalla diversità e dalla ricerca di nuove forme di equilibrio armonico. In questo senso, l’avarizia è tutt’altro che confinata alle figure caratteriali del teatro, ma rappresenta invece una malattia diffusissima e molto poco trattata. Ogni volta che le ragioni della vita e le spinte al cambiamento ci costringono allo scoperto, essa si difende con pensieri del tipo: “l’accumulo e la conservazione ancorche' coatta, l’immobilizzazione dell’energia sono una forma di protezione verso le minacce del mondo”. La nostra parte ‘avara’ vorrebbe quindi svolgere – almeno nei suoi proponimenti – una funzione apparentemente del tutto positiva.

Ovvero quella di essere una sorta di istinto di sopravvivenza, un baluardo difensivo nei confronti dei pericoli esterni. E difatti non è raro trovare nelle persone affette da avarizia, anche altre forme di immobilizzazione che si manifestano con stipsi, costipazione, eccessive forme di paura nei confronti della sporcizia, del disordine, talvolta anche della sessualità (vissuta come sconvolgente, caotica, esageratamente liberatoria e poco controllabile).
La guarigione dal materialismo dell’avarizia è tutt’altro che semplice, anche se alla portata di tutti. Il primo passo fondamentale è quello di rendersi conto che le modalità di pensiero materialista non sono circoscritte a pochi e buffi personaggi, ma sono piuttosto un patrimonio culturale diffuso, intimamente radicato nei nostri pensieri più reconditi e sconosciuti.
Soltanto dopo esserci resi consapevoli di quanto profondamente queste modalità di pensiero sono parte di noi, allora è possibile intraprendere un percorso di rivoluzione personale dei propri modelli di pensiero.
Dice Erich Fromm: “La funzione della nuova società è di incoraggiare il sorgere di un uomo nuovo, la cui struttura caratteriale abbia le seguenti qualità: disponibilità a rinunciare a tutte le forme di Avere, per Essere senza residui..."

Per realizzare questa seconda nascita è necessario anche riconoscere tutte le forme di paura che sono nascoste dietro modelli di pensiero materialisti e apparentemente logici e razionali. La paura che porta a possedere, ad accumulare, ad immobilizzare l’energia conduce all’inattività spirituale. È necessario comprendere che questa paura è il lontano eco dei millenni di evoluzione umana dove il possesso del cibo era il discriminante che segnava il confine tra la vita e la morte.
Nella società moderna invece questa paura, se non viene contrastata, porta ad una diffusa cultura del possesso materiale, la quale – piuttosto che avvicinarci alla felicità – ce ne allontana definitivamente. Dal punto di vista esistenziale, noi possediamo realmente soltanto il nostro nome, il nostro corpo e le nostre qualità.



Ma se le nostre paure ci minacciano in questi possessi fondamentali, ci sentiamo minacciati nella nostra identità, ci sentiamo minacciati dalle malattie e dalla morte, ci sentiamo minacciati dal non riuscire a realizzare i nostri progetti esistenziali. Talvolta, invece di lavorare e combattere in maniera diretta queste paure, adottiamo soluzioni illusorie che spesso vengono proposte dalla società.

Queste pseudo-soluzioni si riducono al possesso delle cose e degli altri, dei loro sentimenti, del loro corpo e delle loro azioni. Se invece riusciamo a combattere efficacemente questi modelli di pensiero ingannevoli, potremo renderci conto che più che possedere finiamo invece per essere posseduti: dai mass media, dai governi, dai bisogni consumistici delle industrie.
L’ideale dell’abbondanza materiale dell’umanità, finisce per essere in realtà un’abbondanza limitata esclusivamente ai paesi ricchi, e fondata sullo sfruttamento di quelli poveri. L’ideale del superpotere dell’uomo sulla natura è in realtà fonte di conflitti e di disastri ecologici. E infine l’ideale della felicità intesa come soddisfacimento di tutti i bisogni narcisistici è in verità la causa dell’alienazione, basata non sul valore esistenziale (ovvero la capacità di dare senso alla vita), ma sul valore d’uso di una cosa o una persona.
Una buona igiene mentale e un’esistenza ricca di serenità e appagamento sono invece il risultato del vivere bene.
E vivere bene non è dato dal possesso degli oggetti o dal soddisfacimento compulsivo di tutti i piaceri.

Vivere bene è invece facilitato dal conoscere se stessi, dal sviluppare la propria creatività, dal pensiero cooperativo, dalla capacità di vivere nella coralità. Gli stessi eroi della mitologia e delle religioni sono individui che abbandonano i loro possessi, che si distaccano dalla vita materiale, per conquistare beni spirituali da condividere nella collettività.
Se la nostra società ha smesso di domandarsi cosa è bene per l’uomo, per orientarsi piuttosto a domandarsi cosa è bene per il profitto e per lo sviluppo del sistema economico, è importante invece che torniamo a domandarci cosa ci serve veramente per vivere bene.
Nella maggioranza dei casi, ho potuto osservare che le persone sono felici quando rinunciano alle illusioni e agli idoli per fare della crescita di sé e degli altri lo scopo supremo dell’esistenza, quando rinunciano al perfezionismo e agiscono come artisti della vita, usando l’arte di superare le difficoltà della vita.
Questa rivoluzione del pensiero è il risultato della liberazione dell’energia: essa fluisce dall’alto verso il basso, e dal basso verso l’alto, dal Maschile verso il Femminile e dal Femminile verso il Maschile.

In questo modo la vita è profondamente ricca, di una ricchezza fondata sulla gratitudine di poter crescere, espandersi, dare, trascendere il proprio egocentrismo, vincere efficacemente le proprie paure, amare.
La guarigione e la felicità sono quindi nel dono e nella realizzazione dei bisogni più profondi dell’uomo: esse hanno come presupposto la libertà e l’autonomia che finalizza gli sforzi alla crescita e all’arricchimento della propria interiorità.

Suicidi indotti dal denaro. Cronaca quotidiana. Segno inquietante dei tempi.

Sta avvenendo quello che in forma sociale non era mai accaduto prima nella storia dell’umanità: darsi la morte per i soldi! . Episodi quasi quotidiani di suicidi di persone sull’orlo del fallimento economico, ci inducono ad una seria riflessione.

Negli ultimi anni, sempre più spesso molte persone  stanno male proprio per colpa del denaro. Un fenomeno nuovo anche per la stessa  psichiatria.

La perdita di denaro, lascia un senso di abbandono, come se ci trovassimo soli in un deserto.

In realtà, più che in testa il denaro bisognerebbe tenerlo in tasca, perché  questo mantenga la funzione di strumento che facilita la vita. Diversamente, quando il denaro ci conquista, , diventa un demone, un tarlo che altera pensieri e sentimenti, portandoci a comportamenti inaccettabili e irreparabili. Perfino l’amore è diventato denaro-dipendente. Allora, in questa visione generale i soldi diventano non solo il prezzo delle cose, ma soprattutto il prezzo dell’uomo.

Oggi si sta consolidando la spaventosa tendenza che porta a misurare tutto in denaro. Non c’è più un’etica. Se poi a questo principio si arriva a dire che “tutto è possibile,  basta avere denaro”.

Oggi con il denaro si compra la bellezza, la stessa Legge nazionale e come conseguenza, la corruzione dilaga.

La cosa strana è che le malattie da denaro non sono solo nei ricchi, ma ci sono anche nei poveri. Il denaro come potere, significa avere la dimensione della ricchezza come misura di tutte le cose. Cosa che  alla fine ci rende infelici.

I soldi non daranno la felicità, ma è pur vero che oggi senza soldi puoi morire. Ha mai visto un povero felice? Su questo non ne sono sicuro. Non sappiamo se il greco Diogene fosse felice o meno, standosene dentro una botte nudo e senza denaro, cercando l’uomo. Il saggio non vuole il potere, cerca la gioia. Cristo stesso non aveva il portafoglio. Gandhi non volle diventare un Capo di Stato, così come non lo fu Socrate o Thomas Moore (San Tommaso Moro). La povertà è un dramma. Così come la ricchezza non è la porta della felicità.

La storia del caso Maso, il giovane veronese che sterminò la famiglia per l’eredità più di diedi anni fa, ne è la palese dimostrazione. L’assassino aveva fatto bene i calcoli: sperava di ereditare oltre un miliardo di lire con  la morte dei suoi genitori. Ma questo è solo uno dei tanti casi che continuano a ripetersi con la stessa finalità.

Le famiglie da sempre vengono smembrate dal denaro: oggi il 75% del tempo speso per parlare in casa, è sempre direttamente o indirettamente, legato ai soldi. Ancora, ci sono genitori che danno la “paghetta” ai figli, inibendo che un bambino bisognoso si riferisca alla mamma o al papà in maniera diretta. Si preferisce offrire denaro (paghetta) perdendo così una delle rare occasione di ascoltare e analizzare il desiderio dei figli. I genitori si giustificano dicendo che “lo fanno per educare alla autonomia”, mentre invece è per l’autonomia stessa dei genitori che così si occupano ancora meno dei figli .

Dopo duemila anni di cristianesimo il denaro resta il desiderio assoluto di molta gente. Per il ricco i peccati sono sempre discutibili.

Tirchieria gran brutto vizio, o addirittura «malattia» perché dal soldo l’ avaro si sposta sempre sui sentimenti: non dà materia, né affetto, il pitocco. E si è pure evoluto, ultimamente, nobilitando il vizio alla voce «valori»: «risparmio sul riscaldamento perché inquina» o «mangio poco ma sano». La salute prima di tutto, la malattia è di quelle «vere». Dalla quale però è possibile uscirne, riconoscendone i sintomi, riflettendo: «Pensi che gli altri si godano la vita più di te?»; «Menti per non offrire?»; «Provi dolore nell’ invitare a casa gli amici?». «L’ avarizia è diffusissima - spiega il professore Alberto Maria Comazzi, psichiatra e psicoanalista -. E non ha nulla a che fare con la mancanza di soldi e con la necessità di risparmiare». Così è difficile che un taccagno sia povero ed è invece facile che un avaro sia ricco o quantomeno benestante. Più uomini, che donne. E’ uomo Arpagone nell’ Avaro di Molière che coccola la sua cassetta piena di denaro. E’ un papero Paperon de Paperoni che è felice solo quando nuota nei suoi cent. E’ un attore Tobey Maguire che coltiva le rose per risparmiare sui bouquet da regalare alle «fidanzate». E’ un cantante Paul McCartney che alla festa data in onore di sua moglie fece pagare agli ospiti i drink. Era un comico Charlie Chaplin che non dava mai un party ma s’ imbucava sempre a quelli degli altri. E poi ancora ometti «beccati» sulle mance: da Sean Connery, Bruce Willis, Mike Jagger e Matt Damon e Ben Affleck, mai un cent da loro ai camerieri che stufi li hanno segnalati su Internet nella top «tirchi e famosi». Per giustizia non senza divine pitocchiose: la regina Elisabetta, ma anche sua sorella Anna che pranzava con i ticket sconto del Times, e poi Barbara Streisand, Jennifer Lopez, Sharon Stone, Julia Roberts a Valeria Mazza, Madonna, Elisabeth Hurley. Ok salute fa un centinaio di nomi, certi, presunti e per sentito dire. Fra i «parsimoniosi», molti italiani. C’ è a sorpresa Barbara D’ Urso («Forse perché semplicemente non butto via i miei soldi in pellicce e auto e lavoro perché mi piace, ma anche perché ho due figli da mantenere); Matteo Marzotto («Sarà perché qualcuno in famiglia era di braccine corte, io personalmente no. Non sperpero, ma neppure mi considero un avaro); Emanuele di Savoia («Dissi che ero tirchio una volta raccontando che non mi piace spendere più di quello che guadagno») e Enrica Bonaccorti («Origini genovesi e radici ebree e me ne vanto. Ma al contrario in famiglia mi hanno sempre detto che ho le mani bucate»). «L’ avaro comunque sia - dice Ines Staletti, psicoterapeuta di scuola Adleriana - non ammetterà mai di esserlo, non riconosce il suo atteggiamento che è soltanto, per lui, di difesa di quello che possiede. Anzi si sente "vittima" di continue aggressioni a ciò che gli appartiene, sentimenti o denaro. E le rare volte che chiede aiuto è perché si sente solo, isolato dal mondo e non ne capisce il motivo».


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sabato 21 novembre 2015

IL REDDITO DI CITTADINANZA

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Il protrarsi della crisi economica ha reso difficili le condizioni di vita di molte famiglie ed il reddito di cittadinanza è diventato il protagonista di molti dibattiti in tutta Europa.

Con il Reddito Minimo Garantito ogni cittadino (occupato e non) dovrà ricevere una somma pari alla differenza tra il reddito minimo garantito ed il suo reddito. Facciamo un esempio, ipotizziamo che il reddito minimo garantito sia di 1.500 euro mensile e con il tuo lavoro tu riesca a portare a casa uno stipendio di 1.200 euro mensili: dovrai ricevere la differenza di 300 euro.
Il Reddito di Cittadinanza Incondizionato prevede che ogni individuo riceva una somma di denaro a prescindere dal suo reddito. Al momento è attivo con importi modesti in Alaska.
In base al valore del sussidio previsto e alle caratteristiche è possibile identificare 3 categorie distinte:

Reddito minimo o di cittadinanza basso: il supporto è minimo e ridotto.
Sistemi del genere sono in vigore in Romania, Polonia, Slovenia, Malta, Cipro, Estonia, Lituania, Lettonia e Bulgaria;
Reddito minimo o di cittadinanza medio: il livello di sostegno non raggiunge i picchi degli stati più sviluppati in tal senso, ma permette un aiuto importante ai cittadini che lo ottengono.
Regno Unito, Malta, Cipro, Spagna, Repubblica Ceca, Ungheria, Irlanda, Romania, Slovacchia, Polonia, Portogallo e Slovenia sono le Nazioni in cui risultano attivi tali regimi;
Reddito minimo o di cittadinanza avanzato: un sistema di coperture esteso e molto ampio, in grado di dare un sostegno rilevante a chi ne faccia richiesta.
Fanno parte di questa categoria: Danimarca, Olanda, Belgio, Germania, Finlandia, Svezia, Austria, Francia e Lussemburgo.
Tra i paesi segnalati risultano interessanti i casi del Regno Unito, dove il sussidio è illimitato e destinato a chi ha un lavoro part-time o vive al di sotto della soglia di povertà, e della Germania, a cui ai sussidi economici per disoccupati, pensionati o persone in difficoltà si affiancano anche aiuti per affitto e riscaldamento.

Tra i tanti però, il caso forse più eclatante ed esplicativo è rappresentato dalla Danimarca. Il sistema in atto da tempo nel paese scandinavo è una delle forme di sostegno alla povertà meglio realizzate.  Il contributo mensile per chi supera i 25 anni è di ben 1.325 euro (senza contare l’eventuale aiuto per l’affitto), mentre per chi ha famiglia può toccare i 1.760 euro. Contributi vicini, se non più alti, di molti stipendi proposti qui in Italia.

Il reddito di cittadinanza è, per ora in Italia, una proposta di legge che prevede un contributo a favore di tutti i cittadini in difficoltà con un reddito troppo basso o addirittura assente. In sostanza un aiuto economico dato a chiunque si trovi senza lavoro o le cui entrate non raggiungano una quota minima (nel caso 780€ mensili). Un supporto per permettere a questi cittadini una vita dignitosa, ma ancor di più la possibilità di risollevarsi, superando una momentanea situazione di difficoltà.



Non si parla solo di incentivi economici, la proposta dei legge pone la casa come bene primario, tanto da garantire, a coloro che ottengono il reddito di cittadinanza, forme di agevolazione del pagamento del canone di locazione. A questo si aggiunge un aumento di ben 500 milioni di euro al Fondo nazionale di sostegno per l’accesso alle case in locazione.

Un vero e proprio aiuto statale che si prefigge di contrastare la povertà andando ad ampliare le soluzioni contemplate dal welfare italiano e non solo. Infatti parliamo di un sussidio davvero universale: possono farne richiesta tutti i residenti italiani cittadini europei ed extra europei di quei paesi che hanno stipulato accordi di reciprocità sulla sicurezza sociale con il nostro paese.

Per gli imprenditori invece sono previsti incentivi a chi promuove posti di lavoro con contratti a tempo indeterminato e denuncia situazioni di lavoro irregolare.

Per accedere al reddito (se e quando sarà attivo) sarà necessario rispettare 3 semplici requisiti:

Essere maggiorenni;
Essere disoccupati;
Avere un reddito sotto la soglia di povertà che in Italia è calcolato a 780 € mensili, cambiando poi in base al numero di familiari.
A questi si aggiungono alcuni controlli, atti a verificare la buona fede e la volontà della persona di trovare collocazione nel mondo del lavoro. Sarà necessario infatti iscriversi ai centri d’impiego e frequentare i corsi professionalizzanti organizzati. Una delle premesse con cui nasce il reddito è proprio quella di riposizionare il lavoratore tramite percorsi guidati, così da migliorarne conoscenze e semplificare l’inserimento nel mondo del lavoro.

Fondamentale rendersi disponibili nella fase di ricerca lavoro e soprattutto accettare le nuove posizione proposte. Si ha la possibilità di rifiutare 2 proposte, così da trovare una situazione quanto più positiva ed adatta. Il terzo rifiuto comporterà la cessazione del reddito e quindi del sussidio. Non dimentichiamo che lo scopo ultimo del reddito è di permettere alle persone coinvolte di ritrovare quanto prima un lavoro e conseguentemente riottenere una situazione economica adeguata ed indipendente.

I giovani sino a 25 anni anni che vogliono accedere al sussidio dovranno inoltre essere in possesso di una qualifica professionale, di un diploma di scuola media di secondo grado o dimostrare di frequentare un corso di studi o di formazione. I ragazzi che si allontanano dal nucleo familiare per studio avranno diritto al Reddito di cittadinanza esclusivamente se la propria famiglia ha i requisiti necessari. Una precisazione utile ad evitare possibili abusi.

L’importo dell’aiuto verrà calcolato sulla base dei redditi attuali e quindi colui che ne farà richiesta dovrà consegnare insieme alla domanda una dichiarazione riferita ai redditi percepiti dal suo nucleo familiare nei dodici mesi precedenti la domanda stessa. Bisognerà inoltre fornire la dichiarazione ISEE per dare una visione chiara e trasparente della propria situazione patrimoniale.

I centri per l’impiego avranno un ruolo primario in questo, crescendo per importanza e compiti. A loro il compito di raccogliere le domande di adesione, la verifica dei requisiti base e l’accompagnamento del cittadino nel successivo percorso di ricollocamento lavorativo. Gli anziani e le persone disagiate o con difficoltà potranno chiedere aiuto per la presentazione della domanda ai comuni, che si impegneranno nel supportare concretamente l’iniziativa grazie ai servizi sociali.

Le procedure di verifica dei requisiti possono avere un tempo massimo di 30 giorni.

La composizione e la natura stessa del disegno di legge porta il concetto di graduatoria per il reddito di cittadinanza ad essere superato. L’articolo 2 in questo è chiaro, sottolineando che ne hanno diritto “tutti i soggetti residenti nel territorio nazionale che hanno un reddito inferiore alla soglia di rischio di povertà” e che ovviamente presentino e rispettino tutti i requisiti richiesti. Gli accertamenti e le verifiche sono realizzate per verificare tali aspetti. Non esiste un diritto prioritario di accesso al reddito.



Per molti il reddito di cittadinanza sarebbe un disincentivo al lavoro e un incentivo al lavoro in nero. Per la verità in Danimarca questo non si è verificato, anzi il tasso di disoccupazione è uno dei più bassi di Europa.

La prima proposta di una policy monetaria universale ed incondizionata molto simile a quella del reddito di base da alcune fonte viene indicata nel libello del 1795 La Giustizia Agraria di Thomas Paine. In esso l'autore proponeva al fine di risolvere il problema della povertà dilagante in Francia la creazione di una tassa di accesso alla proprietà fondiaria con la quale costituire un fondo poi equamente ripartito tra tutti i cittadini nel seguente modo: una somma abbastanza consistente al compimento della maggiore età seguita da un pagamento annuo dai 50 anni in su.

Joseph Charlier propose, partendo da posizioni foureriane, un sistema di protezione sociale del tutto simile alla proposta contemporanea di Basic Income.

Anche nel mondo liberale e libertariano ci sono state proposte di reddito di base, in quanto rientra in uno stato minimo la tutela dell'ordine sociale, che verrebbe messo in crisi dalla presenza di ampie fasce di popolazione al di sotto della soglia di sussistenza. Tale è la posizione di Friedrich von Hayek.

Più recentemente Milton Friedman e Lady Rhys-Williams hanno proposto un sistema basato su una imposta negativa. In un tale sistema viene definito un livello minimo di reddito a cui tutti hanno diritto; mentre la tassazione positiva - cioè quella tradizionale - avrebbe insistito solo sui redditi superiori a questa soglia, quanti si trovavano al di sotto avrebbero beneficiato di una tassazione negativa, avrebbero cioè ricevuto dallo Stato un beneficio pari alla quota necessaria al raggiungimento della soglia stabilita.

Una seconda proposta avanzata da James Meade è il dividendo sociale, il quale ipotizzò che, in una società dal lavoro sempre più scarso, parte dei proventi del reddito personale non sarebbero più potuti essere coperti dal reddito da lavoro, proponendo pertanto un nuovo modello socioeconomico che includeva tra i suoi istituti anche un dividendo sociale, e cioè un beneficio pubblico indipendente dal contributo lavorativo personale ed uguale per tutti i cittadini.

Nel 1985 La Revue Nouvelle pubblica un numero monografico sul tema del reddito di base che si apre con un saggio, firmato con lo pseudonimo Collectif Charles Fourier, dal titolo Une reflexione sur l'allocation universelle. Con quel saggio il Collectif, composto da una decina di persone tra economisti, sociologi e filosofi belgi, proponeva l'alleggerimento della legislazione sul lavoro, l'eliminazione del limite di età pensionabile e la sostituzione di ogni altra forma di welfare con un sostanzioso reddito di base, un reddito che fosse da solo sufficiente a coprire tutte le esigenze standard di una persona single[19]. La pubblicazione produsse un dibattito che superò i confini del Belgio e portò, sul finire degli anni ottanta, all'organizzazione di due convegni internazionali, uno presso l'Université Catholique de Louvain in Belgio l'altro a Firenze. Da questi due primi incontri nacque una rete di coordinamento che prese il nome BIEN e che da allora realizza un convegno internazionale sul tema ogni due anni. Con iniziativa indipendente dal BIEN, dal 2006 viene pubblicata Basic Income Studies (BIS), rivista scientifica internazionale peer reviewed in inglese integralmente dedicata all'idea, al dibattito e ai modelli applicativi del reddito di base.



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