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venerdì 26 febbraio 2016

IL CULTO DI OBEAH

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In Giamaica durante l'epoca della tratta degli schiavi diversi individui appartenenti a tribù e gruppi etnici diversi entrarono in contatto tra loro provocando anche situazioni conflittuali. I discendenti degli Ashanti dell'Africa occidentale che chiamavano i loro sacerdoti uomini myal utilizzavano la parola ashanti Obeah - che significa stregoneria - per indicare le pratiche magico-religiose dei discendenti dell'Africa centrale, fu così che da quel momento i fedeli provenienti dalle regioni del Congo vennero indicati con il nome di uomini Obeah ovvero stregoni.

Il termine Obeah finì in seguito per indicare qualsiasi oggetto rituale che veniva utilizzato nella magia nera e nella stregoneria. Tuttavia, a dispetto di questa sua temibile e negativa reputazione, anche l'Obeah contiene molti riti benefici e di benedizione, di cura del corpo e dell'anima e per una buona fortuna in amore e denaro.

Nel XIX secolo l'apparizione in cielo di una cometa scatenò una esplosione di crisi mistiche e di spiritualismo che sfociò spesso in marcate forme di millenarismo e di fanatismo religioso tra gli uomini Myal della Giamaica. In quello stesso periodo le correnti spiritistiche si stavano diffondendo in tutte le nazioni di lingua anglosassone e si collegarono con le credenze religiose dei popoli caraibici come loro propaggini naturali, soprattutto riguardo alla loro componente di culto e contatto con gli spiriti dei morti.

Durante il conflitto tra religione Obeah e Myal questi ultimi si posero come i buoni in contrapposizione agli stregoni malvagi della religione Obeah. Essi dichiararono che gli uomini Obeah rubavano l'ombra dei viventi e aiutavano coloro che volevano tornare dal regno della morte. Fu così che nacque un autentico movimento di accusa contro i sacerdoti Obeah istigata dai loro rivali Myal che organizzavano riti magici nei quali evocavano i morti perché testimoniassero delle pratiche malefiche degli stregoni Obeah.

Con il trascorrere del tempo le continue violenze dei praticanti Myal e il fallimento delle loro previsioni millenaristiche scatenarono la reazione del governo britannico che emanò leggi restrittive sia contro i Myal che contro l'Obeah, ma soltanto questa seconda fede sopravvisse come forma viva di pratiche e fedi religiose in Giamaica.

Di tutte le tradizioni esoteriche l’Obeah resta sicuramente la più oscura, la più misteriosa. Oscura perché non esistono praticamente testi o bibliografia specifica, misteriosa perché chi pratica questa tradizione non ne parla o si cela dietro una poco chiara forma di hoodoo e non ne tradisce i segreti. L’obeah non è una religione, è soprattutto un approccio ed una tecnica magica. Se è vero che esiste un’entità a cui ruota attorno tutto l’universo è anche vero che non vi si tributa nessun culto. Con Papa Bones si lavora, si paga il lavoro e si è liberi. Papa Bones è il tramite, l’agente magico attraverso cui l’Obeahman/Obeahwoman (iniziato uomo o donna) varca la soglia del mondo spirituale ed attua a livello magico attingendo da qualsiasi tradizione esoterica. Proprio così, l’obeahman con la mediazione di Papa Bones mescola cabala ebraica, magia voodoo, santeria ed altri corpus esoterici per ottenere uno scopo. La più semplice forma di magia simpatica, attraverso l’Obeah viene “vitalizzata” e si trasforma in rituale. Metafora del praticante Obeah è Mosè che viene visto come il grande stregone, il Mago in grado di connettersi con le forze che reggono l’universo tramite il bastone ed il pugnale. Ecco perché i libri perduti di Mosè sono tanto apprezzati nella magia Obeah! I sigilli di Mosè, come pure quelli del Grimorium Verum e della Clavicola di Salomone sono la base di lavoro della magia Obeah, che unisce la tradizione millenaria dei grandi occultisti alle tecniche africane, dando origine a un vultus di potere incredibile, a livello spirituale. L’Obeah è sciamanico perché l’Obeahman, ricevuta l’iniziazione da un altro praticante, elabora un percorso solitario e unico con il suo corpus spirituale, un percorso in cui agisce per rivelazione ed intuizione, sotto la guida di Papa Bones. A livello territoriale l’Obeah è praticato in Jamaica, a Trinidad, Tobego ed in Belize. È considerato fratello del voodoo proprio per la sua forte ascendenza dahomeyana. Molti considerano l’Obeah come la vera tecnica della magia voodoo, l’arte dei Bokor. La parola Obeah deriva dalla lingua Ashanti ed in particolare dal termine Obayfo, che significa stregone, contrapposto al Sumankwafo che corrisponde al medicine man, al guaritore. L’Obayfo non ha necessariamente una connotazione negativa, tuttavia è sempre visto con sospetto. Nonostante Aleyster Crowley traducesse il termine come “arte di dominare gli spiriti”, inglesizzando il termine africano in Obey (obbedire), il termine Obeah va tradotto come forza o potere magico, cono di energia magica. Letteralmente potremmo definire l’Obeah come il potere della Magia in tutte le sue possibili valenze spirituali. La figura centrale della “corrente” Obeah, quello che potremmo definire l’anello di congiunzione tra l’uomo e questa forza poderosa è chiamato Papa Bones.



Papa Bones, in inglese, significa “il signore delle ossa”. Il nome di questo spirito deriva però da una figura africana, e viene dalle foreste del territorio Ashanti dove era conosciuto con il nome di Sasabonsan. Sasabonsan si opponeva a Accompong, il Dio creatore di quel popolo. Se in Africa viveva nelle foreste a Trinidad si dice viva in un lago di pece, il famoso Pitch Lake. In una situazione drammatica come quella della schiavitù gli schiavi si sentirono abbandonati dai loro numi tutelari e decisero di riversare il loro culto su questa figura, chiedendo vendetta e protezione. Viene facile paragonare Sasabonsan al diavolo della tradizione giudaico cristiana, ma non è così. Papa Bones nell’Obeah attua più come mediatore che come demone e detiene il potere della magia. Nel mito si accompagna con Oduda, la sua controparte femminile ed al suo fianco troviamo Clarissa, lo spirito di una bambina uccisa da la propria madre nel lago di pece. Come tutte le tradizioni afrocaraibiche l’Obeah non sfugge al sincretismo. Se Papa Bones viene raffigurato con Sant’Espedito o con Mosè, Oduda (o Mama Oduda) è associata alla Mater Salvatoris, mentre Clarissa all’Anima Sola del Purgatorio. Sotto Papa Bones esiste una corte di spiriti teriomorfi (dalla forma di animali) che diventeranno veri e propri familiari dell’Obeahman come animali totemici e che lo aiuteranno nel suo percorso di stregone. Ecco perché l’Obeah è considerato sciamanico, proprio per questa sua aderenza al mondo animale. Gli animali della tradizione Obeah celano però spiriti di saggi le cui gesta di vita sono assimilabili per astuzia, ingegno, capacità e sagacia a quello dell’animale. Se è vero che molti di questi animali hanno un nome (ad esempio il ragno Anansi), nell’essenza della tradizione un animale diventa guida dello stregone e si presenterà a lui con un nome segreto con cui si farà riconoscere. Nella transe lo stregone “diventerà” l’animale e opererà ispirato dal suo nume tutelare.

La magia dell’Obeah sfrutta le stesse tecniche della magia hoodoo della Louisiana invocando però sempre la mediazione di Papa Bones. A questa unisce l’impiego di sigilli vergati su pergamena con inchiostro rosso (Dragon Ink) o incisi su piastre di rame. L’impiego di polveri voodoo, di candele figurate e di olii speciali si unisce ai sigilli di Mosè ed alla lettura dei salmi biblici di Davide impiegati come vere e proprie formule evocative. Spesso gli Obeahman sostituiscono, nel testo dei salmi, il termine Dio a quello di Papa Bones perché in esso riconoscono il Dio di Mosè e dell’antico popolo di Israele, anche lui schiavo, un tempo, dell’Egitto e liberato proprio da Mosè.

LEGGI ANCHE: http://marzurro.blogspot.it/2016/02/la-giamaica.html





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mercoledì 20 gennaio 2016

LA MALATTIA DEI SOLDI

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Arpagone L' Avaro di Molière Scritta nel 1668, è una delle commedie più famose di Molière. Narra la storia di Arpagone, uomo dedito solo ad accumulare ricchezze, famoso per la sua insopportabile avarizia e per il regime austero cui sottopone tutta la famiglia, Perseo Re macedone Re macedone fece uccidere il fratello per salire al trono. Fu sconfitto dai romani nella terza guerra macedonica, nel 171 a.c. Si dice fosse molto avaro e ossessionato dalla possibilità di perdere ciò che aveva conquistato, Michelangelo Artista Scultore, pittore, architetto e poeta del tardo Rinascimento, le cronache lo descrivono come avaro fino all'ossessione, con se stesso anzitutto, diffidente e collerico e spesso incapace di giudizi obiettivi. A volte ingrato.

La pulsione del possedere è dilagata in grandissima parte della nostra società. La nostra stessa cultura è fondata sulla competizione per accumulare mentre la storia occidentale è la storia della violenza per depredare.
Ciò non va delegato esclusivamente a lontane civiltà guerriere, ma va osservato anche nella cultura di casa nostra, dove la smania di possedere è ben descritta ad esempio nei romanzi di Verga, per la proprietà, per la roba.
L’avarizia non fa parte di nessun manuale psicodiagnostico, eppure da sempre è considerata un male, un vizio capitale. Più che un male della psiche è un male dello spirito, un’incapacità di ampio respiro da parte dell’anima.
Il cuore dell’avaro è freddo e difficilmente viene scaldato dagli eventi della vita, i quali vengono affrontati esclusivamente attraverso una loro contabilizzazione in termini economici.
Così ogni elemento viene monetizzato e trasformato nel suo equivalente in denaro: quanto costa avere un figlio ? Quanto costa sposarsi ? Quanto costa ammalarsi ? Quanto costa – in definitiva – vivere ?
L’avaro è una figura ormai consolidata della cultura, pensiamo all’Avaro di Moliere o al Sig. Scrooge di Dickens. Ma sarebbe ingenuo cercare di individuare questi personaggi nella società di oggi, così come la fantasia dei loro autori ce li ha consegnati. Essi non sono altro che rappresentazioni metaforiche, estremizzate e rese caricaturali, di aspetti ed elementi presenti in ogni persona.
Per cercare l’avarizia quindi non dobbiamo imprudentemente ricercare un Paperon de Paperoni, ma osservare dentro di noi quei pensieri in cui associamo felicità e benessere materiale.
L’avarizia ci aiuta ad osservare un errore frequente, ormai diventato un luogo comune: quello di ritenere che la felicità possa essere acquistata o posseduta per sempre. L’illusione del denaro è quella che esso possa fornire o acquistare ciò di cui più profondamente abbiamo bisogno. La maggior parte delle persone sanno bene che l’equazione denaro=felicità è sbagliata, ma nondimeno difficilmente sfuggono dal metterla in pratica. Nel film “Gandhi”, mentre egli realizza autonomamente i propri abiti ruotando lentamente un telaio, il Mahatma afferma: “i miei collaboratori non fanno altro che ripetermi quanto costa loro la mia vita di povertà”.



Se l’universo è composto insieme da materia e spirito, l’avarizia dilata ed espande il mondo della materia rendendolo assoluto, illimitato, dominante. La spiritualità finisce così per non avere più alcun posto, alcuna forza e l’unico assioma che sembra possibile è: “io sono ciò che ho, ciò che posseggo”. L’avarizia è quindi il peccato della potenza assoluta, dell’onnipotente supremazia della materia sullo spirito. Il denaro è tanto onnipotente da prendere letteralmente il posto dell’Onnipotente dei cieli.
 
In questa sorta di neopaganesimo, il denaro è quindi fatto Dio: come tale è adorato e su di esso viene spostato e trasferito il culto verso la divinità.
Ma poiché in questo caso non si tratta di un dio lontano e sfuggente, ma di un dio prigioniero e posseduto un po’ come il genio della lampada di Aladino, l’illusione è che esso possa offrire il piacere più alto e sublime: l’immortalità. La paura del vuoto, del freddo, dell’isolamento affettivo, la paura della morte e l’illusione di esorcizzarla si trasformano in atteggiamenti di cinismo, mancanza di respiro, trasformano il nostro cuore in un cuore angusto e materialistico.

Il possesso del denaro diventa l’illusione del possesso del potere assoluto: per questo esso va accuratamente protetto, non sprecato, e amministrato con la massima cura. Esso è quindi trasformato da mezzo per realizzare qualcosa, in una finalità in sé. Non è più lo strumento che aiuta nei progetti importanti, ma diventa un valore in se stesso, il fine ultimo.
La paura ci suggerisce che il denaro non va speso perché il suo potere risiede nella sua potenzialità inespressa, in ciò che potrebbe fare ma che invece non va fatto perché in questo caso il suo potere svanirebbe. Il denaro speso ha infatti perduto il suo potere di acquisto.
È come se il bisogno di accumulare denaro fosse una preziosa carta da gioco che però non va mai giocata, che immobilizza il gioco in una sospesa promessa di vittoria che però non va mai completata.
E in questo gioco paralizzato e soffocato, ciò che vanno sacrificati sono i desideri e i progetti che si sarebbe potuto realizzare, immolati sull’altare della conservazione del potere. E tanto più grande è il potere del denaro, tanto più grande è l’illusione di incorporare quel potere.

Dice Marx, a proposito del potere del denaro di modificare il pensiero: “Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella tra le donne.
E quindi io non sono brutto, perché l'effetto della bruttezza, la sua repulsivita', è annullata dal denaro. Io, considerato come individuo, sono storpio, ma il denaro mi procura ventiquattro gambe; quindi non sono storpio. Io sono uno stupido, ma il denaro è la vera intelligenza di tutte le cose; e allora come potrebbe essere stupido chi lo possiede ?
Inoltre costui potrà sempre comperarsi le persone intelligenti, e chi ha potere sulle persone intelligenti non è forse più intelligente delle persone intelligenti ?”.

Il materialismo (e l’avarizia) è quindi quella parte di noi che ha bisogno di conservare e accumulare, perché ha l’illusione di poter immagazzinare tutta la potenza che potrebbe essergli necessaria per vincere tutte le paure: la paura dei ladri, dei mutamenti economici, delle rivoluzioni, delle malattie.
In realtà l’avarizia – e tutto il sistema di pensiero utilitarista che l’ha generata – ci difende da un’altra paura ancora più grande: quella della morte.

In verità, l’accumulo e l’immobilizzazione delle potenzialità inespresse non fanno altro che avvicinare paradossalmente la morte-in-vita, condurre all’isolamento affettivo, facendo semmai da stimolo a competizione, continua ricerca del vantaggio, interesse, generando a catena nei macrosistemi le condizioni per le ingiustizie, se non addirittura per la criminalità.
La conservazione e l’immobilità rappresentano infatti nel nostro Universo, l’entropia e la morte termica del Cosmo.
La vita è invece determinata dal fluire continuo dell’energia, dalla diversità e dalla ricerca di nuove forme di equilibrio armonico. In questo senso, l’avarizia è tutt’altro che confinata alle figure caratteriali del teatro, ma rappresenta invece una malattia diffusissima e molto poco trattata. Ogni volta che le ragioni della vita e le spinte al cambiamento ci costringono allo scoperto, essa si difende con pensieri del tipo: “l’accumulo e la conservazione ancorche' coatta, l’immobilizzazione dell’energia sono una forma di protezione verso le minacce del mondo”. La nostra parte ‘avara’ vorrebbe quindi svolgere – almeno nei suoi proponimenti – una funzione apparentemente del tutto positiva.

Ovvero quella di essere una sorta di istinto di sopravvivenza, un baluardo difensivo nei confronti dei pericoli esterni. E difatti non è raro trovare nelle persone affette da avarizia, anche altre forme di immobilizzazione che si manifestano con stipsi, costipazione, eccessive forme di paura nei confronti della sporcizia, del disordine, talvolta anche della sessualità (vissuta come sconvolgente, caotica, esageratamente liberatoria e poco controllabile).
La guarigione dal materialismo dell’avarizia è tutt’altro che semplice, anche se alla portata di tutti. Il primo passo fondamentale è quello di rendersi conto che le modalità di pensiero materialista non sono circoscritte a pochi e buffi personaggi, ma sono piuttosto un patrimonio culturale diffuso, intimamente radicato nei nostri pensieri più reconditi e sconosciuti.
Soltanto dopo esserci resi consapevoli di quanto profondamente queste modalità di pensiero sono parte di noi, allora è possibile intraprendere un percorso di rivoluzione personale dei propri modelli di pensiero.
Dice Erich Fromm: “La funzione della nuova società è di incoraggiare il sorgere di un uomo nuovo, la cui struttura caratteriale abbia le seguenti qualità: disponibilità a rinunciare a tutte le forme di Avere, per Essere senza residui..."

Per realizzare questa seconda nascita è necessario anche riconoscere tutte le forme di paura che sono nascoste dietro modelli di pensiero materialisti e apparentemente logici e razionali. La paura che porta a possedere, ad accumulare, ad immobilizzare l’energia conduce all’inattività spirituale. È necessario comprendere che questa paura è il lontano eco dei millenni di evoluzione umana dove il possesso del cibo era il discriminante che segnava il confine tra la vita e la morte.
Nella società moderna invece questa paura, se non viene contrastata, porta ad una diffusa cultura del possesso materiale, la quale – piuttosto che avvicinarci alla felicità – ce ne allontana definitivamente. Dal punto di vista esistenziale, noi possediamo realmente soltanto il nostro nome, il nostro corpo e le nostre qualità.



Ma se le nostre paure ci minacciano in questi possessi fondamentali, ci sentiamo minacciati nella nostra identità, ci sentiamo minacciati dalle malattie e dalla morte, ci sentiamo minacciati dal non riuscire a realizzare i nostri progetti esistenziali. Talvolta, invece di lavorare e combattere in maniera diretta queste paure, adottiamo soluzioni illusorie che spesso vengono proposte dalla società.

Queste pseudo-soluzioni si riducono al possesso delle cose e degli altri, dei loro sentimenti, del loro corpo e delle loro azioni. Se invece riusciamo a combattere efficacemente questi modelli di pensiero ingannevoli, potremo renderci conto che più che possedere finiamo invece per essere posseduti: dai mass media, dai governi, dai bisogni consumistici delle industrie.
L’ideale dell’abbondanza materiale dell’umanità, finisce per essere in realtà un’abbondanza limitata esclusivamente ai paesi ricchi, e fondata sullo sfruttamento di quelli poveri. L’ideale del superpotere dell’uomo sulla natura è in realtà fonte di conflitti e di disastri ecologici. E infine l’ideale della felicità intesa come soddisfacimento di tutti i bisogni narcisistici è in verità la causa dell’alienazione, basata non sul valore esistenziale (ovvero la capacità di dare senso alla vita), ma sul valore d’uso di una cosa o una persona.
Una buona igiene mentale e un’esistenza ricca di serenità e appagamento sono invece il risultato del vivere bene.
E vivere bene non è dato dal possesso degli oggetti o dal soddisfacimento compulsivo di tutti i piaceri.

Vivere bene è invece facilitato dal conoscere se stessi, dal sviluppare la propria creatività, dal pensiero cooperativo, dalla capacità di vivere nella coralità. Gli stessi eroi della mitologia e delle religioni sono individui che abbandonano i loro possessi, che si distaccano dalla vita materiale, per conquistare beni spirituali da condividere nella collettività.
Se la nostra società ha smesso di domandarsi cosa è bene per l’uomo, per orientarsi piuttosto a domandarsi cosa è bene per il profitto e per lo sviluppo del sistema economico, è importante invece che torniamo a domandarci cosa ci serve veramente per vivere bene.
Nella maggioranza dei casi, ho potuto osservare che le persone sono felici quando rinunciano alle illusioni e agli idoli per fare della crescita di sé e degli altri lo scopo supremo dell’esistenza, quando rinunciano al perfezionismo e agiscono come artisti della vita, usando l’arte di superare le difficoltà della vita.
Questa rivoluzione del pensiero è il risultato della liberazione dell’energia: essa fluisce dall’alto verso il basso, e dal basso verso l’alto, dal Maschile verso il Femminile e dal Femminile verso il Maschile.

In questo modo la vita è profondamente ricca, di una ricchezza fondata sulla gratitudine di poter crescere, espandersi, dare, trascendere il proprio egocentrismo, vincere efficacemente le proprie paure, amare.
La guarigione e la felicità sono quindi nel dono e nella realizzazione dei bisogni più profondi dell’uomo: esse hanno come presupposto la libertà e l’autonomia che finalizza gli sforzi alla crescita e all’arricchimento della propria interiorità.

Suicidi indotti dal denaro. Cronaca quotidiana. Segno inquietante dei tempi.

Sta avvenendo quello che in forma sociale non era mai accaduto prima nella storia dell’umanità: darsi la morte per i soldi! . Episodi quasi quotidiani di suicidi di persone sull’orlo del fallimento economico, ci inducono ad una seria riflessione.

Negli ultimi anni, sempre più spesso molte persone  stanno male proprio per colpa del denaro. Un fenomeno nuovo anche per la stessa  psichiatria.

La perdita di denaro, lascia un senso di abbandono, come se ci trovassimo soli in un deserto.

In realtà, più che in testa il denaro bisognerebbe tenerlo in tasca, perché  questo mantenga la funzione di strumento che facilita la vita. Diversamente, quando il denaro ci conquista, , diventa un demone, un tarlo che altera pensieri e sentimenti, portandoci a comportamenti inaccettabili e irreparabili. Perfino l’amore è diventato denaro-dipendente. Allora, in questa visione generale i soldi diventano non solo il prezzo delle cose, ma soprattutto il prezzo dell’uomo.

Oggi si sta consolidando la spaventosa tendenza che porta a misurare tutto in denaro. Non c’è più un’etica. Se poi a questo principio si arriva a dire che “tutto è possibile,  basta avere denaro”.

Oggi con il denaro si compra la bellezza, la stessa Legge nazionale e come conseguenza, la corruzione dilaga.

La cosa strana è che le malattie da denaro non sono solo nei ricchi, ma ci sono anche nei poveri. Il denaro come potere, significa avere la dimensione della ricchezza come misura di tutte le cose. Cosa che  alla fine ci rende infelici.

I soldi non daranno la felicità, ma è pur vero che oggi senza soldi puoi morire. Ha mai visto un povero felice? Su questo non ne sono sicuro. Non sappiamo se il greco Diogene fosse felice o meno, standosene dentro una botte nudo e senza denaro, cercando l’uomo. Il saggio non vuole il potere, cerca la gioia. Cristo stesso non aveva il portafoglio. Gandhi non volle diventare un Capo di Stato, così come non lo fu Socrate o Thomas Moore (San Tommaso Moro). La povertà è un dramma. Così come la ricchezza non è la porta della felicità.

La storia del caso Maso, il giovane veronese che sterminò la famiglia per l’eredità più di diedi anni fa, ne è la palese dimostrazione. L’assassino aveva fatto bene i calcoli: sperava di ereditare oltre un miliardo di lire con  la morte dei suoi genitori. Ma questo è solo uno dei tanti casi che continuano a ripetersi con la stessa finalità.

Le famiglie da sempre vengono smembrate dal denaro: oggi il 75% del tempo speso per parlare in casa, è sempre direttamente o indirettamente, legato ai soldi. Ancora, ci sono genitori che danno la “paghetta” ai figli, inibendo che un bambino bisognoso si riferisca alla mamma o al papà in maniera diretta. Si preferisce offrire denaro (paghetta) perdendo così una delle rare occasione di ascoltare e analizzare il desiderio dei figli. I genitori si giustificano dicendo che “lo fanno per educare alla autonomia”, mentre invece è per l’autonomia stessa dei genitori che così si occupano ancora meno dei figli .

Dopo duemila anni di cristianesimo il denaro resta il desiderio assoluto di molta gente. Per il ricco i peccati sono sempre discutibili.

Tirchieria gran brutto vizio, o addirittura «malattia» perché dal soldo l’ avaro si sposta sempre sui sentimenti: non dà materia, né affetto, il pitocco. E si è pure evoluto, ultimamente, nobilitando il vizio alla voce «valori»: «risparmio sul riscaldamento perché inquina» o «mangio poco ma sano». La salute prima di tutto, la malattia è di quelle «vere». Dalla quale però è possibile uscirne, riconoscendone i sintomi, riflettendo: «Pensi che gli altri si godano la vita più di te?»; «Menti per non offrire?»; «Provi dolore nell’ invitare a casa gli amici?». «L’ avarizia è diffusissima - spiega il professore Alberto Maria Comazzi, psichiatra e psicoanalista -. E non ha nulla a che fare con la mancanza di soldi e con la necessità di risparmiare». Così è difficile che un taccagno sia povero ed è invece facile che un avaro sia ricco o quantomeno benestante. Più uomini, che donne. E’ uomo Arpagone nell’ Avaro di Molière che coccola la sua cassetta piena di denaro. E’ un papero Paperon de Paperoni che è felice solo quando nuota nei suoi cent. E’ un attore Tobey Maguire che coltiva le rose per risparmiare sui bouquet da regalare alle «fidanzate». E’ un cantante Paul McCartney che alla festa data in onore di sua moglie fece pagare agli ospiti i drink. Era un comico Charlie Chaplin che non dava mai un party ma s’ imbucava sempre a quelli degli altri. E poi ancora ometti «beccati» sulle mance: da Sean Connery, Bruce Willis, Mike Jagger e Matt Damon e Ben Affleck, mai un cent da loro ai camerieri che stufi li hanno segnalati su Internet nella top «tirchi e famosi». Per giustizia non senza divine pitocchiose: la regina Elisabetta, ma anche sua sorella Anna che pranzava con i ticket sconto del Times, e poi Barbara Streisand, Jennifer Lopez, Sharon Stone, Julia Roberts a Valeria Mazza, Madonna, Elisabeth Hurley. Ok salute fa un centinaio di nomi, certi, presunti e per sentito dire. Fra i «parsimoniosi», molti italiani. C’ è a sorpresa Barbara D’ Urso («Forse perché semplicemente non butto via i miei soldi in pellicce e auto e lavoro perché mi piace, ma anche perché ho due figli da mantenere); Matteo Marzotto («Sarà perché qualcuno in famiglia era di braccine corte, io personalmente no. Non sperpero, ma neppure mi considero un avaro); Emanuele di Savoia («Dissi che ero tirchio una volta raccontando che non mi piace spendere più di quello che guadagno») e Enrica Bonaccorti («Origini genovesi e radici ebree e me ne vanto. Ma al contrario in famiglia mi hanno sempre detto che ho le mani bucate»). «L’ avaro comunque sia - dice Ines Staletti, psicoterapeuta di scuola Adleriana - non ammetterà mai di esserlo, non riconosce il suo atteggiamento che è soltanto, per lui, di difesa di quello che possiede. Anzi si sente "vittima" di continue aggressioni a ciò che gli appartiene, sentimenti o denaro. E le rare volte che chiede aiuto è perché si sente solo, isolato dal mondo e non ne capisce il motivo».


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giovedì 30 luglio 2015

Il Denaro Può Comprare L'Amore?



Studi precedenti, avvertono gli autori della ricerca pubblicata sul Journal of Couple and Relationship Therapy, avevano già stabilito che il materialismo è negativamente associato alla soddisfazione di coppia, ma restava da stabilire se ciò sia dovuto a un'asimmetria nel valore che marito e moglie danno ai soldi o se l'importanza data al denaro sia problematica di per sé.
Gli studiosi hanno sottoposto a 1.734 coppie sposate un questionario di valutazione della propria relazione. Tra le domande ve ne erano alcune tese a stabilire che valore ciascuno attribuiva all'"avere soldi e possedere molte cose". L'analisi statistica dei dati ha permesso di scoprire che le coppie che avevano dichiarato di non dare importanza ai soldi ottenevano punteggi del 10-15 per cento migliori sulla stabilità di coppia e in altri parametri che misurano la qualità della relazione rispetto alle coppie in cui una persona o entrambe si dichiaravano materialisti.


In particolare le coppie in cui entrambi i partner davano molta importanza ai soldi e ai beni materiali "stavano peggio sotto quasi tutti gli aspetti che abbiamo considerato", spiega Jason Carroll , autore principale dello studio. "C'è un modello pervasivo nei dati che indica un'erosione nella comunicazione, scarsa risoluzione dei conflitti e bassa comprensione reciproca".
In una coppia su cinque entrambi i partner manifestavano un forte amore per i soldi. Si trattava, hanno notato gli studiosi, di coppie mediamente più ricche delle altre, per le quali però i soldi rappresentavano una maggiore fonte di conflitto. Ecco quindi un ulteriore paradosso. Verrebbe da pensare che queste coppie siano così ossessionate dal denaro da non dedicare le giuste attenzioni al proprio partner, rovinando così il rapporto amoroso. Ma a quanto pare tra moglie e marito materialisti sono proprio i soldi la più frequente causa di lite.
"Come queste coppie percepiscono le proprie finanze sembra essere più importante per la salute del rapporto rispetto alla loro reale situazione finanziaria", riassume Carroll.

Io mi sono sempre chiesta se un marito troppo "di mano larga" abbia la coscienza a posto o se si fanno tanti regali ad un bambino è per "comprarsi" l'affetto anche se è effimero perchè il sentimento vero non si compra.



Narrazioni archetipiche che assimilano denaro e feci attribuiscono feci e denaro al diavolo. Martin Lutero diceva che il denaro è "sterco del demonio", espressione sintetica, ma non eretica: una consolidata iconografia rappresentava da secoli il denaro in questo modo. Un esempio di grande pregio artistico è nel Giudizio Universale della Collegiala di S. Gimignano, dove un diavolo evacua monete d'oro in bocca all'avaro dannato per l'eternità. Il demone della ricchezza si rivela a Dante sulla soglia del cerchio infernale che punisce avari e prodighi con un annuncio enfatico, ermetico, occulto: "<Papè Satàn, Papè Satàn aleppe!> cominciò Pluto con voce chioccia" (Inferno, VII, 1-2). Questo verso, forse il più indecifrabile della Divina Commedia, è misterioso come il demone che lo annuncia; le sue parole arcane appartengono all'aura numinosa che lo avvolge. Il Pluto di Dante è l'antenato mitologico del Pluto di Goethe, è l'omologo immaginativo del Mammone di Milton; è l'antichissimo signore infero delle risorse occulte, delle ricchezze profonde, dell'energia immanente alla Vita. Più volte s'è affacciato sulla scena di narrazioni archetipiche del denaro e ora chiede che la sua storia sia narrata in maniera più completa.



Inoltre una varietà di espressioni correnti ascrive al denaro un carattere sordido, che ha relazione indiretta con le feci. Si parla, difatti, di denaro sporco, di fondi neri, di lurido taccagno e, in crescendo, di porci borghesi, di sporchi capitalisti, di ricchi spandimerda. Con grande candore, il più classico salvadanaio dell'infanzia era un porcellino, che riuniva in sé la simbolica dello sporco e quella del denaro. La volgarità del denaro attinge alla sua natura escrementizia. La sprezzante qualifica che lo accompagna sembra risalire alla sua originaria identificazione con lo sterco e il pudore che lo avvolge pare un'estensione dell'originaria vergogna con cui viene avvolto tutto ciò che ha attinenza con le feci. Il risultato è che oggi il denaro costituisce uno degli ultimi e più resistenti baluardi del pudore: è imperdonabile dimenticare il cartellino del prezzo su un regalo; non è educato chiedere quanto si è pagato un oggetto; non è elegante consegnare del denaro direttamente in mano, meglio metterlo in busta o almeno appoggiarlo sul tavolo; i negozi più raffinati non ostentano i prezzi dei loro articoli, ma li custodiscono su discreti cartoncini e in più riservati listini.
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