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mercoledì 20 gennaio 2016

LA MALATTIA DEI SOLDI

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Arpagone L' Avaro di Molière Scritta nel 1668, è una delle commedie più famose di Molière. Narra la storia di Arpagone, uomo dedito solo ad accumulare ricchezze, famoso per la sua insopportabile avarizia e per il regime austero cui sottopone tutta la famiglia, Perseo Re macedone Re macedone fece uccidere il fratello per salire al trono. Fu sconfitto dai romani nella terza guerra macedonica, nel 171 a.c. Si dice fosse molto avaro e ossessionato dalla possibilità di perdere ciò che aveva conquistato, Michelangelo Artista Scultore, pittore, architetto e poeta del tardo Rinascimento, le cronache lo descrivono come avaro fino all'ossessione, con se stesso anzitutto, diffidente e collerico e spesso incapace di giudizi obiettivi. A volte ingrato.

La pulsione del possedere è dilagata in grandissima parte della nostra società. La nostra stessa cultura è fondata sulla competizione per accumulare mentre la storia occidentale è la storia della violenza per depredare.
Ciò non va delegato esclusivamente a lontane civiltà guerriere, ma va osservato anche nella cultura di casa nostra, dove la smania di possedere è ben descritta ad esempio nei romanzi di Verga, per la proprietà, per la roba.
L’avarizia non fa parte di nessun manuale psicodiagnostico, eppure da sempre è considerata un male, un vizio capitale. Più che un male della psiche è un male dello spirito, un’incapacità di ampio respiro da parte dell’anima.
Il cuore dell’avaro è freddo e difficilmente viene scaldato dagli eventi della vita, i quali vengono affrontati esclusivamente attraverso una loro contabilizzazione in termini economici.
Così ogni elemento viene monetizzato e trasformato nel suo equivalente in denaro: quanto costa avere un figlio ? Quanto costa sposarsi ? Quanto costa ammalarsi ? Quanto costa – in definitiva – vivere ?
L’avaro è una figura ormai consolidata della cultura, pensiamo all’Avaro di Moliere o al Sig. Scrooge di Dickens. Ma sarebbe ingenuo cercare di individuare questi personaggi nella società di oggi, così come la fantasia dei loro autori ce li ha consegnati. Essi non sono altro che rappresentazioni metaforiche, estremizzate e rese caricaturali, di aspetti ed elementi presenti in ogni persona.
Per cercare l’avarizia quindi non dobbiamo imprudentemente ricercare un Paperon de Paperoni, ma osservare dentro di noi quei pensieri in cui associamo felicità e benessere materiale.
L’avarizia ci aiuta ad osservare un errore frequente, ormai diventato un luogo comune: quello di ritenere che la felicità possa essere acquistata o posseduta per sempre. L’illusione del denaro è quella che esso possa fornire o acquistare ciò di cui più profondamente abbiamo bisogno. La maggior parte delle persone sanno bene che l’equazione denaro=felicità è sbagliata, ma nondimeno difficilmente sfuggono dal metterla in pratica. Nel film “Gandhi”, mentre egli realizza autonomamente i propri abiti ruotando lentamente un telaio, il Mahatma afferma: “i miei collaboratori non fanno altro che ripetermi quanto costa loro la mia vita di povertà”.



Se l’universo è composto insieme da materia e spirito, l’avarizia dilata ed espande il mondo della materia rendendolo assoluto, illimitato, dominante. La spiritualità finisce così per non avere più alcun posto, alcuna forza e l’unico assioma che sembra possibile è: “io sono ciò che ho, ciò che posseggo”. L’avarizia è quindi il peccato della potenza assoluta, dell’onnipotente supremazia della materia sullo spirito. Il denaro è tanto onnipotente da prendere letteralmente il posto dell’Onnipotente dei cieli.
 
In questa sorta di neopaganesimo, il denaro è quindi fatto Dio: come tale è adorato e su di esso viene spostato e trasferito il culto verso la divinità.
Ma poiché in questo caso non si tratta di un dio lontano e sfuggente, ma di un dio prigioniero e posseduto un po’ come il genio della lampada di Aladino, l’illusione è che esso possa offrire il piacere più alto e sublime: l’immortalità. La paura del vuoto, del freddo, dell’isolamento affettivo, la paura della morte e l’illusione di esorcizzarla si trasformano in atteggiamenti di cinismo, mancanza di respiro, trasformano il nostro cuore in un cuore angusto e materialistico.

Il possesso del denaro diventa l’illusione del possesso del potere assoluto: per questo esso va accuratamente protetto, non sprecato, e amministrato con la massima cura. Esso è quindi trasformato da mezzo per realizzare qualcosa, in una finalità in sé. Non è più lo strumento che aiuta nei progetti importanti, ma diventa un valore in se stesso, il fine ultimo.
La paura ci suggerisce che il denaro non va speso perché il suo potere risiede nella sua potenzialità inespressa, in ciò che potrebbe fare ma che invece non va fatto perché in questo caso il suo potere svanirebbe. Il denaro speso ha infatti perduto il suo potere di acquisto.
È come se il bisogno di accumulare denaro fosse una preziosa carta da gioco che però non va mai giocata, che immobilizza il gioco in una sospesa promessa di vittoria che però non va mai completata.
E in questo gioco paralizzato e soffocato, ciò che vanno sacrificati sono i desideri e i progetti che si sarebbe potuto realizzare, immolati sull’altare della conservazione del potere. E tanto più grande è il potere del denaro, tanto più grande è l’illusione di incorporare quel potere.

Dice Marx, a proposito del potere del denaro di modificare il pensiero: “Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella tra le donne.
E quindi io non sono brutto, perché l'effetto della bruttezza, la sua repulsivita', è annullata dal denaro. Io, considerato come individuo, sono storpio, ma il denaro mi procura ventiquattro gambe; quindi non sono storpio. Io sono uno stupido, ma il denaro è la vera intelligenza di tutte le cose; e allora come potrebbe essere stupido chi lo possiede ?
Inoltre costui potrà sempre comperarsi le persone intelligenti, e chi ha potere sulle persone intelligenti non è forse più intelligente delle persone intelligenti ?”.

Il materialismo (e l’avarizia) è quindi quella parte di noi che ha bisogno di conservare e accumulare, perché ha l’illusione di poter immagazzinare tutta la potenza che potrebbe essergli necessaria per vincere tutte le paure: la paura dei ladri, dei mutamenti economici, delle rivoluzioni, delle malattie.
In realtà l’avarizia – e tutto il sistema di pensiero utilitarista che l’ha generata – ci difende da un’altra paura ancora più grande: quella della morte.

In verità, l’accumulo e l’immobilizzazione delle potenzialità inespresse non fanno altro che avvicinare paradossalmente la morte-in-vita, condurre all’isolamento affettivo, facendo semmai da stimolo a competizione, continua ricerca del vantaggio, interesse, generando a catena nei macrosistemi le condizioni per le ingiustizie, se non addirittura per la criminalità.
La conservazione e l’immobilità rappresentano infatti nel nostro Universo, l’entropia e la morte termica del Cosmo.
La vita è invece determinata dal fluire continuo dell’energia, dalla diversità e dalla ricerca di nuove forme di equilibrio armonico. In questo senso, l’avarizia è tutt’altro che confinata alle figure caratteriali del teatro, ma rappresenta invece una malattia diffusissima e molto poco trattata. Ogni volta che le ragioni della vita e le spinte al cambiamento ci costringono allo scoperto, essa si difende con pensieri del tipo: “l’accumulo e la conservazione ancorche' coatta, l’immobilizzazione dell’energia sono una forma di protezione verso le minacce del mondo”. La nostra parte ‘avara’ vorrebbe quindi svolgere – almeno nei suoi proponimenti – una funzione apparentemente del tutto positiva.

Ovvero quella di essere una sorta di istinto di sopravvivenza, un baluardo difensivo nei confronti dei pericoli esterni. E difatti non è raro trovare nelle persone affette da avarizia, anche altre forme di immobilizzazione che si manifestano con stipsi, costipazione, eccessive forme di paura nei confronti della sporcizia, del disordine, talvolta anche della sessualità (vissuta come sconvolgente, caotica, esageratamente liberatoria e poco controllabile).
La guarigione dal materialismo dell’avarizia è tutt’altro che semplice, anche se alla portata di tutti. Il primo passo fondamentale è quello di rendersi conto che le modalità di pensiero materialista non sono circoscritte a pochi e buffi personaggi, ma sono piuttosto un patrimonio culturale diffuso, intimamente radicato nei nostri pensieri più reconditi e sconosciuti.
Soltanto dopo esserci resi consapevoli di quanto profondamente queste modalità di pensiero sono parte di noi, allora è possibile intraprendere un percorso di rivoluzione personale dei propri modelli di pensiero.
Dice Erich Fromm: “La funzione della nuova società è di incoraggiare il sorgere di un uomo nuovo, la cui struttura caratteriale abbia le seguenti qualità: disponibilità a rinunciare a tutte le forme di Avere, per Essere senza residui..."

Per realizzare questa seconda nascita è necessario anche riconoscere tutte le forme di paura che sono nascoste dietro modelli di pensiero materialisti e apparentemente logici e razionali. La paura che porta a possedere, ad accumulare, ad immobilizzare l’energia conduce all’inattività spirituale. È necessario comprendere che questa paura è il lontano eco dei millenni di evoluzione umana dove il possesso del cibo era il discriminante che segnava il confine tra la vita e la morte.
Nella società moderna invece questa paura, se non viene contrastata, porta ad una diffusa cultura del possesso materiale, la quale – piuttosto che avvicinarci alla felicità – ce ne allontana definitivamente. Dal punto di vista esistenziale, noi possediamo realmente soltanto il nostro nome, il nostro corpo e le nostre qualità.



Ma se le nostre paure ci minacciano in questi possessi fondamentali, ci sentiamo minacciati nella nostra identità, ci sentiamo minacciati dalle malattie e dalla morte, ci sentiamo minacciati dal non riuscire a realizzare i nostri progetti esistenziali. Talvolta, invece di lavorare e combattere in maniera diretta queste paure, adottiamo soluzioni illusorie che spesso vengono proposte dalla società.

Queste pseudo-soluzioni si riducono al possesso delle cose e degli altri, dei loro sentimenti, del loro corpo e delle loro azioni. Se invece riusciamo a combattere efficacemente questi modelli di pensiero ingannevoli, potremo renderci conto che più che possedere finiamo invece per essere posseduti: dai mass media, dai governi, dai bisogni consumistici delle industrie.
L’ideale dell’abbondanza materiale dell’umanità, finisce per essere in realtà un’abbondanza limitata esclusivamente ai paesi ricchi, e fondata sullo sfruttamento di quelli poveri. L’ideale del superpotere dell’uomo sulla natura è in realtà fonte di conflitti e di disastri ecologici. E infine l’ideale della felicità intesa come soddisfacimento di tutti i bisogni narcisistici è in verità la causa dell’alienazione, basata non sul valore esistenziale (ovvero la capacità di dare senso alla vita), ma sul valore d’uso di una cosa o una persona.
Una buona igiene mentale e un’esistenza ricca di serenità e appagamento sono invece il risultato del vivere bene.
E vivere bene non è dato dal possesso degli oggetti o dal soddisfacimento compulsivo di tutti i piaceri.

Vivere bene è invece facilitato dal conoscere se stessi, dal sviluppare la propria creatività, dal pensiero cooperativo, dalla capacità di vivere nella coralità. Gli stessi eroi della mitologia e delle religioni sono individui che abbandonano i loro possessi, che si distaccano dalla vita materiale, per conquistare beni spirituali da condividere nella collettività.
Se la nostra società ha smesso di domandarsi cosa è bene per l’uomo, per orientarsi piuttosto a domandarsi cosa è bene per il profitto e per lo sviluppo del sistema economico, è importante invece che torniamo a domandarci cosa ci serve veramente per vivere bene.
Nella maggioranza dei casi, ho potuto osservare che le persone sono felici quando rinunciano alle illusioni e agli idoli per fare della crescita di sé e degli altri lo scopo supremo dell’esistenza, quando rinunciano al perfezionismo e agiscono come artisti della vita, usando l’arte di superare le difficoltà della vita.
Questa rivoluzione del pensiero è il risultato della liberazione dell’energia: essa fluisce dall’alto verso il basso, e dal basso verso l’alto, dal Maschile verso il Femminile e dal Femminile verso il Maschile.

In questo modo la vita è profondamente ricca, di una ricchezza fondata sulla gratitudine di poter crescere, espandersi, dare, trascendere il proprio egocentrismo, vincere efficacemente le proprie paure, amare.
La guarigione e la felicità sono quindi nel dono e nella realizzazione dei bisogni più profondi dell’uomo: esse hanno come presupposto la libertà e l’autonomia che finalizza gli sforzi alla crescita e all’arricchimento della propria interiorità.

Suicidi indotti dal denaro. Cronaca quotidiana. Segno inquietante dei tempi.

Sta avvenendo quello che in forma sociale non era mai accaduto prima nella storia dell’umanità: darsi la morte per i soldi! . Episodi quasi quotidiani di suicidi di persone sull’orlo del fallimento economico, ci inducono ad una seria riflessione.

Negli ultimi anni, sempre più spesso molte persone  stanno male proprio per colpa del denaro. Un fenomeno nuovo anche per la stessa  psichiatria.

La perdita di denaro, lascia un senso di abbandono, come se ci trovassimo soli in un deserto.

In realtà, più che in testa il denaro bisognerebbe tenerlo in tasca, perché  questo mantenga la funzione di strumento che facilita la vita. Diversamente, quando il denaro ci conquista, , diventa un demone, un tarlo che altera pensieri e sentimenti, portandoci a comportamenti inaccettabili e irreparabili. Perfino l’amore è diventato denaro-dipendente. Allora, in questa visione generale i soldi diventano non solo il prezzo delle cose, ma soprattutto il prezzo dell’uomo.

Oggi si sta consolidando la spaventosa tendenza che porta a misurare tutto in denaro. Non c’è più un’etica. Se poi a questo principio si arriva a dire che “tutto è possibile,  basta avere denaro”.

Oggi con il denaro si compra la bellezza, la stessa Legge nazionale e come conseguenza, la corruzione dilaga.

La cosa strana è che le malattie da denaro non sono solo nei ricchi, ma ci sono anche nei poveri. Il denaro come potere, significa avere la dimensione della ricchezza come misura di tutte le cose. Cosa che  alla fine ci rende infelici.

I soldi non daranno la felicità, ma è pur vero che oggi senza soldi puoi morire. Ha mai visto un povero felice? Su questo non ne sono sicuro. Non sappiamo se il greco Diogene fosse felice o meno, standosene dentro una botte nudo e senza denaro, cercando l’uomo. Il saggio non vuole il potere, cerca la gioia. Cristo stesso non aveva il portafoglio. Gandhi non volle diventare un Capo di Stato, così come non lo fu Socrate o Thomas Moore (San Tommaso Moro). La povertà è un dramma. Così come la ricchezza non è la porta della felicità.

La storia del caso Maso, il giovane veronese che sterminò la famiglia per l’eredità più di diedi anni fa, ne è la palese dimostrazione. L’assassino aveva fatto bene i calcoli: sperava di ereditare oltre un miliardo di lire con  la morte dei suoi genitori. Ma questo è solo uno dei tanti casi che continuano a ripetersi con la stessa finalità.

Le famiglie da sempre vengono smembrate dal denaro: oggi il 75% del tempo speso per parlare in casa, è sempre direttamente o indirettamente, legato ai soldi. Ancora, ci sono genitori che danno la “paghetta” ai figli, inibendo che un bambino bisognoso si riferisca alla mamma o al papà in maniera diretta. Si preferisce offrire denaro (paghetta) perdendo così una delle rare occasione di ascoltare e analizzare il desiderio dei figli. I genitori si giustificano dicendo che “lo fanno per educare alla autonomia”, mentre invece è per l’autonomia stessa dei genitori che così si occupano ancora meno dei figli .

Dopo duemila anni di cristianesimo il denaro resta il desiderio assoluto di molta gente. Per il ricco i peccati sono sempre discutibili.

Tirchieria gran brutto vizio, o addirittura «malattia» perché dal soldo l’ avaro si sposta sempre sui sentimenti: non dà materia, né affetto, il pitocco. E si è pure evoluto, ultimamente, nobilitando il vizio alla voce «valori»: «risparmio sul riscaldamento perché inquina» o «mangio poco ma sano». La salute prima di tutto, la malattia è di quelle «vere». Dalla quale però è possibile uscirne, riconoscendone i sintomi, riflettendo: «Pensi che gli altri si godano la vita più di te?»; «Menti per non offrire?»; «Provi dolore nell’ invitare a casa gli amici?». «L’ avarizia è diffusissima - spiega il professore Alberto Maria Comazzi, psichiatra e psicoanalista -. E non ha nulla a che fare con la mancanza di soldi e con la necessità di risparmiare». Così è difficile che un taccagno sia povero ed è invece facile che un avaro sia ricco o quantomeno benestante. Più uomini, che donne. E’ uomo Arpagone nell’ Avaro di Molière che coccola la sua cassetta piena di denaro. E’ un papero Paperon de Paperoni che è felice solo quando nuota nei suoi cent. E’ un attore Tobey Maguire che coltiva le rose per risparmiare sui bouquet da regalare alle «fidanzate». E’ un cantante Paul McCartney che alla festa data in onore di sua moglie fece pagare agli ospiti i drink. Era un comico Charlie Chaplin che non dava mai un party ma s’ imbucava sempre a quelli degli altri. E poi ancora ometti «beccati» sulle mance: da Sean Connery, Bruce Willis, Mike Jagger e Matt Damon e Ben Affleck, mai un cent da loro ai camerieri che stufi li hanno segnalati su Internet nella top «tirchi e famosi». Per giustizia non senza divine pitocchiose: la regina Elisabetta, ma anche sua sorella Anna che pranzava con i ticket sconto del Times, e poi Barbara Streisand, Jennifer Lopez, Sharon Stone, Julia Roberts a Valeria Mazza, Madonna, Elisabeth Hurley. Ok salute fa un centinaio di nomi, certi, presunti e per sentito dire. Fra i «parsimoniosi», molti italiani. C’ è a sorpresa Barbara D’ Urso («Forse perché semplicemente non butto via i miei soldi in pellicce e auto e lavoro perché mi piace, ma anche perché ho due figli da mantenere); Matteo Marzotto («Sarà perché qualcuno in famiglia era di braccine corte, io personalmente no. Non sperpero, ma neppure mi considero un avaro); Emanuele di Savoia («Dissi che ero tirchio una volta raccontando che non mi piace spendere più di quello che guadagno») e Enrica Bonaccorti («Origini genovesi e radici ebree e me ne vanto. Ma al contrario in famiglia mi hanno sempre detto che ho le mani bucate»). «L’ avaro comunque sia - dice Ines Staletti, psicoterapeuta di scuola Adleriana - non ammetterà mai di esserlo, non riconosce il suo atteggiamento che è soltanto, per lui, di difesa di quello che possiede. Anzi si sente "vittima" di continue aggressioni a ciò che gli appartiene, sentimenti o denaro. E le rare volte che chiede aiuto è perché si sente solo, isolato dal mondo e non ne capisce il motivo».


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sabato 3 ottobre 2015

IL KAMASUTRA

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Il Kama Sutra consta di 36 capitoli, organizzati in sette libri e 64 parti, ognuna delle quali scritta da un esperto nel rispettivo campo.

Il Kama Sutra contiene un totale di 64 posizioni sessuali anche rappresentate. Hanno diversi nomi, come ad esempio quelli degli animali o delle azioni degli animali. Vatsyayana credeva che ci fossero otto modi di fare l'amore, moltiplicati per otto posizioni per ognuno. Nel libro queste sono note come le 64 Arti. Il capitolo che elenca le posizioni è il più famoso e per questo è spesso scambiato per l'intera opera.

Tuttavia, solo circa il 20 per cento del libro è dedicato alle posizioni sessuali. Il resto è una guida su come essere un buon cittadino e parla delle relazioni fra uomini e donne. Il Kama Sutra descrive il fare l'amore come un'unione divina. Vatsyayana credeva che il sesso in sé non fosse sbagliato, a meno che non lo si facesse frivolmente. Il Kama Sutra ha aiutato le persone a godere dell'arte del sesso in maniera più profonda e può essere considerato una guida tecnica al godimento sessuale, oltre a provvedere ad una descrizione dei costumi e delle pratiche sessuali dell'India di quei tempi.

Il Kama (in sanscrito piacere o benessere) non è infatti percepito come un peccato, ma è uno dei quattro scopi della vita (purushartha).

La traduzione inglese più conosciuta del libro è quella del 1883 di Sir Richard Burton. L'edizione italiana di riferimento è quella data alle stampe dalla casa editrice Adelphi a cura di Wendy Doniger e Sudhir Katar nel 2003.



Il fine dichiarato dell'opera è quello di trattare dell'amore che viene posto al terzo posto nella scala dei valori del " trivarga ":al primo posto vi è il rispetto di Dio e della morale e al secondo la cura degli affari. Il Kamasutra vuole portare armonia e felicità nel pieno rispetto della religione, della morale, della vita sociale ed economica, nulla da vedere con amori turbinosi che distruggano le leggi morali e la società.

Qualcuno ha voluto vedere in esso aspetti di parodia, quasi una opera scritta con un sorriso furbesco. Ma non pare che questo sia il tono generale dello scritto che è stato considerato sempre opera seria, parte di una biblioteca etica e religiosa nella quale la tradizione indu la ha sempre inquadrata.

L'opera è rivolta a un pubblico socialmente elevato, ricco e raffinato: chiaramente i poveri si arrangino come meglio possono. E' scritta per tutti, uomini e donne e anche e soprattutto per le ragazze che si apprestano al matrimonio. Notevole che vengono poste sullo stesso piano sia le esigenze sessuali maschili che quelle femminili.

E' importante per una donna raggiungere una sostanziale conoscenza del Kamasutra prima del matrimonio. Durante gli anni della fanciullezza il corpo di una donna è sufficientemente flessibile per apprendere le posture e tutte le altre arti relative al Kamasutra, ma nella giovine età esse diventano troppo timide per rispondere a quelle posture. Dopo il matrimonio esse dipendono dai loro mariti che si aspettano che le loro mogli siano sufficientemente istruite nel Kamasutra.

L'opera fu tradotta in inglese alla fine dell'800 ma recentemente è stata fatta una nuova traduzione dall'originale che, si dice, sia più fedele all'originale in quanto non più legata ai pudori dell'età vittoriana .

Nella prima parte vi è un'introduzione nella quale si parla della necessità di imparare le arti dell'amore: in essa sono comprese attività come il cantare, suonare, danzare, disegnare, adornare altari, preparare decorazioni e fiori.

Si precisa che l'amore, se praticato con una vergine della proprio casta secondo le leggi della Sacre Scritture ( praticamente nel matrimonio regolare ) procura figli legittimi e buona fama : se fatto al di fuori di esso esso procura solo piacere ma non viene proibito.

Nella seconda parte,che è quella che ha maggiormente ha interessato l'Occidente si parla del modo di trarre piacere dall'amore e delle famose posture.

Gli uomini e le donne vengono divisi in tipi denominati con nomi di animali: gli uomini possono essere lepri, toro e cavalli, le donne daino, puledre ed elefanti. Combinando abbiamo quindi sei tipi di unioni fondamentali.

Si tratta poi di vari tipi di carezze e di baci. Si descrivono vari tipi di amplessi ma si conclude con il dire che quando poi "la ruota dell'amore gira non c'è regola che tenga".



Nella terza parte si tratta di come conquistare una donna. Si consiglia nel caso di matrimonio con una vergine di aspettare per ben 10 giorni dopo le nozze e quindi cominciare lentamente con delle delicate carezze fino a che la donna si senta pronta, senza mai forzarla e rispettandone sempre il pudore.

Si parla inoltre del corteggiamento e dei riti matrimoniali.

Nella quarta parte si danno precetti su come deve comportarsi una moglie, in particolare durante l'assenza del marito e nel rapporto con le altre mogli. Si ricorda che in Oriente, a differenza del mondo mussulmano, vi è un gerarchia fra le mogli.

Nella quinta parte si parla di come conquistare le mogli degli altri e anche come una moglie possa ingannare il proprio marito. Qui vi è certamente un imbarazzo da parte degli indu a giustificare queste azioni certamente contrarie alla morale ma sono cose che succedono, si dice, anche se non dovrebbero succedere. La migliore prevenzione alla infedeltà viene considerata la soddisfazione nell'intimità.

La sesta parte parla del mondo delle cortigiane. All'epoca esse avevano pure un ruolo riconosciuto nella società.

La settima e ultima parte tratta delle sostanze che avrebbero dei poteri afrodisiaci: la scienza moderna la considera del tutto priva di valore scientifico.

Se nella civiltà orientale abbiamo quindi una chiara esplicitazione degli aspetti sessuali dell'amore, nella civiltà occidentale invece abbiamo quella che in tempi recenti è stata definita la "congiura del silenzio" : gli aspetti propri della sessualità vengono taciuti, avvolti nel silenzio. In genere l'atto sessuale non viene indicato esplicitamente ma con un eufemismo: giacere, stare a letto,stare insieme, conoscere (termine biblico) e infiniti altri più o meno allusivi che assumono un significato sessuale solo dal contesto del discorso. Il grado di silenzio varia a seconda le epoche: nel mondo greco era meno accentuato che in quello romano , in genere nel mondo classico meno forte che in quello cristiano,e contrariamente quello che generalmente si crede, nel medioevo si era molto più espliciti che in età moderna. Forse l'età di maggiore censura è stato l'Ottocento nella cosi detta Età Vittoriana. Abbiamo quindi una notevole varietà di situazione: tuttavia anche nelle epoche più "liberali" operava una rigida censura: abbiamo nei miti greci tante situazioni erotiche che scandalizzarono fortemente i cristiani ma in effetti non abbiamo mai descrizioni di atti sessuali. Vero è che non mancano pitture di atti sessuali ma questi restano sempre in situazione particolari:a Pompei, ad esempio, si trovano nel lupanare a scopo evidentemente "promozionale".

Diversa la situazione in Oriente: la tendenza generale non è quella di nascondere i particolari dell'atto sessuale che vengono raffigurati non solo nei lupanari ma anche nei templi: inimmaginabile una cosa del genere in una chiesa cristiana.




Nella civiltà occidentale il comportamento della moglie deve essere improntata alla "pudicizia". Il modello prevalente della donna impone che essa dimostri disinteresse al rapporto sessuale in sè,che presenti sempre una certa resistenza, una certa riluttanza . Se acconsente al rapporto sessuale deve mostrare che non è per il piacere che gliene può derivare ma per amore o per dovere o per il desiderio di maternità. I riti antichi del matrimonio (come quelli romani) che simulavano il ratto avevano probabilmente questo senso: la sposa non vorrebbe lasciare la casa paterna, ha paura del rapporto con l'uomo ma deve cedere alla forza.

In questo contesto la donna non deve essere e soprattutto mostrarsi esperta nella sessualità. La moglie "onesta" si abbandona semplicemente ai desideri del marito, essere esperta nell'arte di amare è cosa da prostituta. E infatti solo ad esse veniva insegnata questa arte.

Talvolta le conseguenze potevano essere molto spiacevoli: qualche marito si sentiva insoddisfatto delle propria sposa, casta e virtuosa ma fredda e trovava soddisfazione invece in donne molto meno virtuose ma tanto più esperte: ciò fece la fortuna delle etere greche, delle cortigiane rinascimentali, delle "mantenute" dell'800. A volte l'uomo veniva e sentirsi come diviso fra due donne: la moglie virtuosa che stimava e che metteva su un piedistallo ma ma da cui non si sentiva attratto e l'amante che disprezzava e che metteva nel fango ma che lo attraeva irresistibilmente (la donna fatale,la rovina famiglia, la divoratrice di uomini delle cui figure è piena la letteratura occidentale ).

L'atteggiamento delle donne in Oriente era molto diverso. Una sposa doveva innanzi tutto essere in grado di attrarre il marito , era una questione prioritaria. il suo primo e fondamentale compito. Una moglie non in grado di soddisfare il proprio marito era una donna fallita, non poteva sperare nulla dalla vita matrimoniale.
Il problema era acuito dalla poligamia. Nel mondo mussulmano esiste anche la poligamia ma ognuna delle mogli è protetta (almeno in teoria) dal precetto coranico che ognuna delle spose deve essere trattata allo stesso modo anche nel campo dell'intimità. Ma in Oriente vi era una gerarchia fra le mogli : il marito sceglieva e si lasciava influenzare da quella che conquistava maggiormente il suo amore o, più concretamente, da quello che gli dava maggiore soddisfazione.
La moglie occidentale era protetta dalla sua unicità, le altre non potevano essere "donne" ma solo "donnacce": in Oriente essa doveva battere la "concorrenza" sempre più accanita con il salire della scala sociale e il conseguente aumento del numero delle mogli concorrenti.

In Occidente per essere una buona moglie bastava la castità, in Oriente essa non bastava, bisognava essere innanzi tutto una buona amante.
Va notato che in Oriente anche l'uomo doveva imparare l'arte di amare per dare soddisfazione alla propria sposa. In Occidente invece l'uomo non sentiva affatto questo dovere: la sessualità sembrava un fatto proprio di pertinenza maschile, in questo campo nulla era dovuto alle donne e nulla era da loro richiesto.
Anzi fino a tempi recenti molti supponevano che una donna non provasse alcun piacere particolare dalla sessualità : gli uomini facevano l'amore per il piacere, le donne solo dovere o per calcolo, provar piacere era cosa da sgualdrina.
Nessuna obiezione quindi al matrimonio fra ragazze giovanissime e vecchi decrepiti: date le premesse sembrava cosa perfettamente " normale".

Alla diversità sensibilità e alla diversa figura della moglie corrispondeva un diverso tipo di educazione impartita alle fanciulle destinate a divenire spose. Sia in Occidente che in Oriente veniva richiesta ovviamente la verginità: ma in Occidente la fanciulla non doveva conoscere nulla che riguardasse il sesso mentre in Oriente una tale conoscenza era un aspetto fondamentale della sua educazione.
In Occidente non si parlava mai, in generale, esplicitamente di sesso ; in modo particolare non se ne parlava davanti ai ragazzi e soprattutto con grandissima cura si evitava l'argomento con le fanciulle. In verità nel medioevo i discorsi erano abbastanza liberi ed espliciti. ma in seguito la censura sull'argomento divenne sempre più stretta .



Questa situazione giunse all'acme probabilmente nell'800 nella cosi detta "Età Vittoriana" in cui ogni accenno, seppure indiretto, alla sessualità era considerato sconveniente. Poteva capitare che le ragazze giungessero alla fatidica "prima notte" senza sapere bene in che cosa consistesse l'atto sessuale. Ma l'ideale femminile era propria la "ingenuità": si badi come il termine "ingenuus" in latino indicasse persona di famiglia libera (in opposizione a "servile" cioe schiavi e ex schiavi".) ma il termine venne poi a indicare persona che non sa nulla del sesso proprio come si conviene a una ragazza di "buona famiglia".
In Oriente invece una educazione sessuale, o meglio l'arte di amare era appresa dalle fanciulle come parte dell'educazione al matrimonio: si apprendeva l'arte di tener bene la casa (cucinare, cucire disporre i fiori ecc) ma anche l'arte di amare che era tanto importante per le riuscita di un buon matrimonio.
Anche l'uomo doveva prepararsi: ma dato la sua posizione di forza e il campo tanto più ampio della sua azione le sue abilità sessuali erano meno importanti. Alla fine un uomo poteva avere più donne, affermarsi nella politica o nell'economia: ma una donna se fallita come moglie non aveva nessuna prospettiva, non poteva trovarsi un altro uomo o dedicarsi a altro. non le restava altro se non invecchiare tristemente.

Alla "congiura del silenzio" e alla emarginazione di tutto ciò che concerneva il sesso non contribuì solo e tanto il moralismo quanto l'insorgere di quel fenomeno che viene generalmente definito "amore romantico".
Nel cosi detto "amore classico" la donna è vista come la "madre": una moglie ha tanto più pregio quanti più figli, e possibilmente maschi, riesce a procreare. E' questo il compito che le viene affidata, è questo il suo posto nella società , i figli sono i suoi gioielli, come si espresse la leggendaria Cornelia. Da questo punto di vista il sesso era cosa importante e fondamentale. Con l' "amore romantico" invece viene in primo piano non la " madre" ma l' "amore". Gia nel 1300 con l' "amore cortese" abbiamo una idealizzazione della donna che da procreatrice di figli diventa espressione della bellezza, della nobiltà, anche tramite a Dio . Dante non pensa di sfiorare nemmeno con il pensiero l'intimità di Beatrice e nemmeno "gli occhi ardiscono di guardare". Ma si trattava di donna ideale. ben distinta dalle sposa reale. Invece nell'800 in età romantica nasce l'idea dell'amore inteso come sentimento profondo, infinito, eterno.
La sessualità diviene un aspetto del tutto secondario, un volgarizzazione e materializzazione di un qualcosa di ben più profondo e assoluto. Le eroine di Shakespeare non aspettano molto per raggiungere il rapporto sessuale che, evidentemente, considerano la sola vera espressione di amore: Giulietta si concede dopo solo un giorno a Romeo sia pure dopo un regolare matrimonio e Desdemona fugge con Otello senza troppo indugio. Ma le eroine romantiche sono bel diverse. Nel "Cyrano de Bergerac" tutti i protagonisti non sembrano minimamente far riferimento al sesso: Rossana consuma la sua vita nel ricordo di un uomo con il quale ha scambiato solo un bacio, Cyrano ama tutta la vita una donna alla quale poi ha nascosto il suo amore. Analogamente in Foscolo Jacopo Ortis si uccide per la disperazione dell'amore infelice per Teresa che comunque non ha mai sfiorato.

Lo stesso ideale della bellezza femminile cambia: non più la donna di forme sode e robuste, dai fianchi larghi, capace di partorire molti e sani figli ma donna sottile, pallida, flebile, magari come nella "Signora delle camelie " segnata da una malattia mortale. In questo contesto evidentemente tutto quello che riguardava la materialità del sesso suonava volgare, stonato.

Per questo motivo la maggiore censura riguardo gli argomenti sessuali si ebbe proprio in età romantica : sembrava che l'amore fra un uomo e una donna non avesse nulla a che fare con il sesso, che nel matrimonio stesso la sessualità fosse un fatto del tutto accidentale, quasi insignificante.
L'ideale dell'amore romantico non è stato mai conosciuto presso i popoli dell'Oriente: ogni amore fra un uomo e una donna è stato visto sempre come concretizzato solo nell'atto sessuale. Non viene quindi affatto concepito quell'amore romantico cosi profondamente radicato nella nostra tradizione culturale. Non avrebbe senso quindi un amore cosi detto " platonico" : amore e sessualità coincidono,il termine Kama può essere tradotto sia come amore che come piacere,e allora non c'è motivo di credere che parlare di sessualità sia cosa sconveniente, volgare.

Sin dall'antichità vi erano stati rapporti fra Oriente e Occidente ma erano radi e indiretti. Alla fine del 500 gli Europei giunsero in Oriente ma solo pochissime persone, mercanti e missionari, avevano la possibilità di rapporti culturali. Solo nell'800, in effetti, con lo sviluppo della comunicazione e con il colonialismo, gli Europei cominciarono a venire realmente in contatto con quelle antiche civiltà . Essi si trovarono di fronte a aspetti culturali che essi non riuscivano proprio a concepire. Immaginate una Lady di età vittoriana che in India vede scolpito in un tempio indu un rapporto sessuale, in un tempio, si badi, non su qualche lurido muro dei bassifondi. Immaginate il suo stupore, e anche la sua indignazione: si trattava proprio di popoli barbari, avrà pensato. Noi non potremmo certo aspettarci che in un a chiesa cristiana fosse dipinto un amplesso sessuale e che in un libro di etica si trovassero descrizione di posizioni nei rapporti sessuali.

Anche attualmente noi occidentali vediamo nel kamasutra un libro osceno o per lo meno della morale "aperta", come si usa dire. Basta vedere come in rete al termine Kamasutra siano associati un numero enorme di siti sexy e pornografici: su Google digitando questo termine si trovano più di 1.200.000 siti per la stragrande maggioranza a carattere "hard".



In realtà si tratta di un errore di prospettiva degli occidentali. Per gli orientali libri come il kamasutra non sono affatto libri immorali ma fanno parte del patrimonio culturale, rientrano in collane di testi etici e religiosi. Questi testi sono considerati per i motivi che abbiamo sopra enumerati come testi di insegnamento necessari al buon andamento del matrimonio e della famiglia. Le tradizioni orientali nel campo dell'etica sessuale non sono affatto permissive, sono rigide almeno quanto quelle occidentali, anche se seguono regole diverse (dovute soprattutto alla poligamia). L'adulterio, lo stupro sono condannate, il pudore e la sacralità della famiglia esaltate non meno che in Occidente. L'impressione che noi occidentali abbiamo di disordine morale e se, si preferisce, di "mancanza di tabu" è solo dovuta a una diversa prospettiva.




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lunedì 6 luglio 2015

IL CASTELLO DI LOZIO



Il castello dei Nobili per la sua posizione inespugnabile e per il valore dei suoi, è passato alla storia con un aureola di gloria, e di conseguenza, com'è naturale nei fatti che più colpiscono l'immaginazione, con la sua fioritura leggendaria. Secondo la leggenda questo castello comunicava con il paese per mezzo di un sotterraneo, e a prova di ciò si indicano due buche, una su al castello, l'altra presso al casa che forse fu di quei feudatari; le quali buche dovevano essere gli sbocchi del passaggio sotterraneo. Ma, anche senza far osservare la nessuna necessità d'un tal passaggio, il dislivello tra il castello e la casa, basta a far pensare l'inesistenza del cunicolo. Un'altra via sotterranea metteva poi in comunicazione il castello di Lozio col castello di Breno, sboccando nei pressi del ponte Minerva, e questo è più fantastico ancora.
E' storico il fatto dell'eccidio di Nobili di Lozio, avvenuto nell'inverno dal 1409 al 1410, per mano di Federici de Mu, di parte ghibellina. Ma si veda come è narrato da Padre Gregorio nei suoi Curiosi trattenimenti: " Era inverno erudissimo; quando convenuti i ghibellini, facevano scorrere un grosso ruscello per la contrada, che la casa dei Lozi ( i Nobili) conduceva alla rocca, dove solevano ritirarsi nei grandi pericoli". Questo ruscello, congelandosi, fece si che gli assalti, continua P.Gregorio "non poterono per il lubrico avere scampo nella fortezza"; e, come commenta argutamente il Puntelli, "non si aggiunge, ma deve supporsi per continuare il racconto, che i perseguitati avessero il privilegio di reggersi ben saldi sul ghiacciaio".

Il castello dei Nobili di Lozio, attualmente di proprietà comunale, sorge a circa 1200 m di quota, sopra la frazione di Villa, al di sotto di un aggettante riparo roccioso che, per la sua originale conformazione e in seguito ad interventi di modellatura naturale ed artificiale, si è ben prestato ad accogliere una fortificazione. Prima del recente intervento di recupero si presentava come un rudere abbandonato che metteva in evidenza un unico grande ambiente, due stipiti d'ingresso, alcuni mozziconi di muratura, risultando quasi completamente interrato dai crolli delle masse rocciose sovrastanti e delle murature interne. Celato poi alla vista da una folta vegetazione interna ed esterna, è rimasto nascosto per molto tempo al punto che persino molti storiografi del passato hanno scambiato la torre più a monte per il castello.
In seguito agli scavi archeologici degli anni 1998-1999 da parte della Società Archeologica Padana, sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologica della Lombardia, dopo aver reciso la vegetazione, smontato le strutture non pertinenti al corpo di fabbrica del castello, svuotato gli ambienti dal terreno di frana, rimossi i crolli delle coperture e scavato i locali fino al piano di calpestio, è emersa la struttura nel suo insieme che ha permesso di ridefinire la pianta castellana.
Il maniero presenta una planimetria di circa 300 mq calpestabili con 2 corti e 8 locali, uno dei quali segnalato come torre probabilmente a due piani.

La storia del castello dei Nobili di Lozio per molti secoli coinvolse l'intera comunità, la storia di una famiglia si è fatta storia di un paese e di più vallate e di un governo regionale, dal ducato di Milano alla Repubblica di Venezia.
Secondo la maggior parte degli storiografi che si sono occupati di questa fortificazione, il castello di Villa sarebbe stato edificato tra il 1200 e il 1300, ma sulla scorta dell'ipotesi avanzata dagli archeologi dell'Arecon di Vigonza, circa le tre fasi edificatorie, il primo nucleo potrebbe essere stato costruito anche tra il 1100 e il 1200.
I proprietari o committenti del fortilizio sono stati quasi sicuramente alcuni membri (se non i capostipiti medesimi) della potente famiglia Nobili, (discendente dai Nobili del feudo di Omegna della Verbania e insediatisi in Val di Scalve), che nel XIV sec. si pose alla guida di tutti i feudatari guelfi della Valcamonica.
Rimane tuttora aperta la questione dell'abitabilità di questo singolare maniero. I signori di Lozio dimoravano quassù tutto l'anno o soltanto nella stagione estiva o addirittura solo nei periodi di pericolo incombente? Il dilemma non è di facile soluzione. Se guardiamo alle dimensioni attuali del castello con i suoi dieci vani, di cui alcuni potevano essere a due piani, con la presenza di spazi artigianali, di dispensa, di sicuro utilizzo di mulino e telaio, si potrebbe pensare ad una residenza stabile. Se guardiamo invece alla proprietà di numerose case in Villa, all'esistenza di un'autentica contrada Nobili, sottostante al castello, con una presunta galleria di collegamento, allora si dovrebbe optare per una residenzialità stagionale o saltuaria. Il fatto certo è che non si tratta di un fortilizio per il presidio di armati, in quanto più a nord, 90 metri al di sopra del castello, a quota 1290 s.l.m., collegata con una gradinata esterna che parte dal vano N del castello, esiste una grande torre di guardia, a due piani, a pianta ovoidale, che poteva contenere numerosi soldati. Da questa si domina e si controlla l'intera valletta di Lozio, le quattro frazioni, gran parte del torrente Lanico, la località Monti di Cerveno, il passo di Mignone che collega con l'altipiano di Borno, si vedono le cime del Pizzo Camino, del monte Sossino, del monte Ezendola e della Concarena. A nord della torre di avvistamento parte un sentiero che raggiunge la cima delle Valli Piane, la cima Crap, il passo Valzelazzo, il passo ai Canali di Vai Piane e il passo del Lifretto che immette nella Valle di Scalve e permette di raggiungere Schilpario.
A detta dello storico G. Rosa la famiglia Nobili di Lozio compare nei documenti già nell'anno 1313, ma è con Baroncino II Nobili (1340-1410) e con Bartolomeo Nobili (investito nel 1465) che la famiglia raggiunse il massimo della potenza e della notorietà. Con il primo personaggio il castello fu al centro dell'attenzione in quanto sembra che nella torre sia avvenuto l'eccidio della sua famiglia, ad opera dei Federici di Erbanno. Baroncino II Nobili, sicuro della fedele sudditanza degli uomini di Lozio, forte dell'alleanza con gli Scalvini che gli fornivano il ferro per forgiare le armi nel suo forno fusorio di località Resone, capo politico-militare delle famiglie guelfe dei Griffi di Losine e di Niardo, degli Antonioli di Grevo e Cimbergo, dei Pellegrini di Cemmo, dei Ronchi e dei Ghiroldi di Breno, dei Gandellini e dei Lupi di Borno e di molte altre, superbo per la posizione imprendibile della sua rocca, ferrato nell'arte della guerra, contendeva gran parte della media Valcamonica alla potente famiglia ghibellina dei Federici. Tra il 1373 e il 1403 aveva compiuto efferatezze in molte valli bergamasche, contribuito all'ammazzamento di Ambrogio Visconti, figlio di Bernabò, sotto il castello di Cisano, raso al suolo la torre del Dezzo, razziato bestiame sui monti di Bienno, ucciso il conte di Lovere, spodestato assieme a Giovanni Ronzoni il vescovo Guglielmo Pusterla di Brescia amico della duchessa Caterina Visconti. Approfittando della contesa tra Gian Maria Visconti e Pandolfo Malatesta per il predominio sui feudi di Bergamo, di Brescia e della Valcamonica, nel dicembre del 1410 Giovan Federici di Erbanno e suo fratello Gerardo Federici di Mù organizzarono una spedizione militare per uccidere Baroncino. Il commando degli assalitori probabilmente salì dalla strada delle viti, raggiunse le attuali località Annunciata e Rocca e quindi il centro di Borno, sede di podesteria ghibellina. Da qui raggiunse i Piani di Lova e penetrò nella Val di Lozio dal passo di Mignone ed attese che facesse buio. La famiglia Nobili probabilmente si trovava nella sua dimora castellana in quanto, pur essendo inverno, il momento era incerto visto lo scontro in atto tra i Visconti e il Malatesta. Quest'ultimo, alleatosi con i veneziani aveva ottenuto grandi risultati conquistando la città di Brescia, acquistando la città di Bergamo, sottomettendo molte terre della bassa bresciana e nel settembre del 1410 anche Lovere, Costa, Angolo, Masino, Anfurro, Monti e Trenzano. Tuttavia si sapeva che l'avanzata del capitano Nicolò da Tolentino al servizio del Malatesta non poteva durare molto giacché gli si contrapponeva il più forte capitano di ventura Francesco Bussolati detto il Carmagnola, assoldato dai Visconti. Il commando federiciano probabilmente si divise in due drappelli, il primo salì verso la torre e il secondo raggiunse il castello. Mentre scoppiarono i primi tafferugli con le guardie castellane, una volta suonato l'allarme i Nobili probabilmente salirono dalla scalinata esterna con l'intento di raggiungere la torre e poi di fuggire per il sentiero dei monti. Ma giunti alla torre vi trovarono il primo drappello degli assalitori. Quassù vennero uccisi Baroncino e la sua consorte, il figlio Pietro e probabilmente i fratelli Tonino e Bonuxio. L'ipotesi di questi ammazzamenti poggia sull'analisi dell'albero genealogico e quello del luogo dei delitti sul ritrovamento nel sottosuolo della torre di una stele con un'incisione cuoriforme a significare che al capo guelfo fu tolto il cuore, barbara usanza in voga nel medioevo.
I Federici però non distrussero né la torre né il castello, si limitarono a cancellare dalla chiave dell'arco d'ingresso lo stemma dei Nobili. Infatti le perizie archeologiche hanno accertato che le due fortificazioni non sono state distrutte ma sono crollate col tempo, inoltre con l'avvento di Venezia il castello ritornò ad essere abitato dal nipote Bartolomeo Nobili. Infatti il 18 aprile 1428 la Repubblica di Venezia restituì il castello e la torre di Villa a Bartolomeo e Pietro Nobili e riunì il comune di Lozio alla Valcamonica, sottraendolo alla giurisdizione di Scalve. Bartolomeo Nobili, nuovo capostipite della dinastia post-eccidio prese il posto del temuto Baroncino, ne aumentò il prestigio familiare e superò lo zio nelle gesta e nella fama. Si distinse a partire dal luglio del 1438 allorquando il nuovo capitano di ventura visconteo Niccolò Piccinino (il Carmagnola era passato al servizio di Venezia) diede inizio alla terza guerra tra Milano e Venezia. Con due distinte armate, una proveniente da Pisogne e l'altra da Corteno muoveva alla conquista della Valcamonica ponendo assedio al castello di Breno. In questa vicenda i Nobili di Lozio con i loro armati intrapresero azioni di guerriglia attaccando alle spalle le truppe e gli accampamenti viscontei. Nel 1450 saliva al potere del ducato di Milano Francesco Sforza e nel 1453 iniziava una nuova guerra tra Milano e Venezia. Il neo-duca molto interessato all'acquisizione della Valcamonica inviò ben tre eserciti capitanati rispettivamente dai condottieri Morello Scolari, Sagromoro Visconti e Bartolomeo Colleoni. L'imperativo era quello di espugnare i castelli di Breno e di Lozio. A settembre, il primo esercito guidato da Morello Scolari, dalle bocche di Lovere salì per la media Valle ma fu inizialmente bloccato nelle vicinanze di Malegno dalle schiere di Bartolomeo Nobili e da quelle di Pietro Brunoro, capitano di valle della repubblica di Venezia. A novembre al quartier generale dello Scolari, situato nella piana di Cividate si unirono gli altri due eserciti sforzeschi e fu deciso un assalto più massiccio al castello di Breno. La resistenza della fortezza veneziana fu eroica ed eccezionale per almeno tre mesi. I Nobili di Lozio, per vie traverse rifornivano gli assediati di uomini, armi e provviste alimentari. Ma ai primi di dicembre i 1500 cavalieri del Colleoni ebbero la meglio sui resistenti. Caduta la fortezza brenese si doveva espugnare il castello di Lozio in cui s'erano asserragliati Bartolomeo Nobili con i suoi quattro figli e l'armigero Giacomo Ronchi di Breno. Le difese del castello e della torre di guardia furono affidate a Giovannino del Lupo a cui ubbidivano gli ufficiali Lodovico e Mondino di Lozio. La fortuna arrise ai Nobili in quanto lo Scolari fu richiamato per un'altra missione e al Colleoni fu impartito l'ordine di conquistare la sua città: Bergamo. L'assedio al castello di Lozio fu demandato esclusivamente al condottiero Sagromoro Visconti. Costui non troppo valente nelle imprese militari vista la pessima stagione, l'altitudine del sito, l'asprezza della valletta e l'impraticabilità delle strade preferì l'azione diplomatica all'assalto e inviò a più riprese diversi ambasciatori per patteggiare la resa. Puntualmente da gennaio a marzo del 1454 le ambasciate vennero respinte. Sulla fine di marzo le milizie di Sagromoro salirono per la Val di Lozio e accerchiarono il castello dei Nobili. Ma una seconda volta la fortuna arrise a Bartolomeo Nobili. Il Colleoni era passato segretamente al servizio dei veneziani e il 9 di aprile venne stipulata la Pace di Lodi tra Milano e Venezia. Lo stesso Colleoni ritornò in Valle con 3000 cavalieri, liberò le prigioni del castello di Breno e tolse l'assedio a quello di Lozio. Per la strenua resistenza e l'indefessa fedeltà a Venezia Bartolomeo Nobili acquisì il titolo di Campione di Lozio e della Valcamonica. Quando nell'anno successivo Venezia ordinò l'abbattimento di tutte le fortificazioni nemiche, quella di Lozio venne risparmiata unitamente a quella di Breno e di Cimbergo.


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