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venerdì 22 aprile 2016

I MANCINI

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Quando scrisse per la prima volta su una lavagna la teoria della relatività, Albert Einstein dovette stare attento a non cancellare le formule. Scrivere da sinistra a destra è un problema per i mancini.
Lo stesso grattacapo ce l’avevano Ludwig van Beethoven e Wolfgang Amadeus Mozart, Leonardo da Vinci e Charlie Chaplin, Michelangelo e Pablo Picasso, Napoleone e Carlo Magno. E oggi ce l’ha Barack Obama, presidente degli Stati Uniti e premio Nobel per la pace.

Un gruppo di ricercatori ha catalogato le impronte delle mani nei disegni preistorici ed ha constatato che la proporzione dei mancini ai tempi delle glaciazioni sembra coincidere con quella dei nostri giorni. Considerando che il mancinismo ha una componente genetica, e che dunque subisce gli effetti dell'evoluzione, i ricercatori di questo studio si sono chiesti come mai la media dei mancini sia rimasta costante nei secoli. La risposta è stata che, malgrado il mancinismo sia relativamente raro, l'essere mancini comporta dei vantaggi rispetto ai destrimani. Nei tempi preistorici, ad esempio, il vantaggio poteva rivelarsi nei combattimenti. Un mancino infatti si muove in modo diverso da un destrimano e questo lo può favorire sorprendendo l'avversario.

Questa particolarità è tuttora evidente in alcune discipline sportive, quali la scherma, il tennis e il pugilato, dove è elevato il numero dei mancini, o anche il baseball ed il cricket, dove i mancini sono spesso temuti nel duello lanciatore-battitore. Nella pallamano e nella pallanuoto, a causa della presenza di un'area attorno alla porta riservata al portiere, i mancini sono molto ricercati perché facilitati nel tirare in porta dal lato destro del campo. Anche nella pallavolo il mancino è preferito nell'attacco dal lato destro del campo. Nell'hockey su ghiaccio il numero di giocatori mancini è leggermente superiore a quello dei destrimani anche perché spesso giocatori destrimani impugnano il bastone con la mano sinistra. Per determinare con quale mano si tiene il bastone si osserva quale mano è posta più in basso. Nel calcio, circa la metà dei calciatori professionisti è mancino, questo perché sono solitamente migliori a giocare nella parte sinistra del campo. Ciò rende le persone mancine avvantaggiate nelle carriere sportive rispetto ai destrimani, essendo molto più rare in popolazione.

La costanza dei mancini nel tempo dimostra inoltre che la forza evolutiva dell'essere destrimani o mancini è indipendente dalle culture, visto che queste cambiano mentre la percentuale dei mancini è rimasta costante.

Il mancinismo si osserva da una serie di movimenti quotidiani: con quale mano ci si abbottona un vestito, se si stringe con la destra o la sinistra, se si applaude battendo la mano destra sulla sinistra o la sinistra sulla destra, con quale mano si distribuiscono le carte, se si utilizza il piede sinistro per calciare un pallone, come si accavallano le gambe, come si fissa un oggetto o quale occhio si chiude per guardare da un cannocchiale con un occhio solo (i destrimani usano solo il destro, mentre i mancini usano egualmente destro e sinistro). Da questi elementi è possibile fare una analisi della lateralità: è rilevante che, contrariamente all'opinione comune, l'essere destrimane/mancino non è testato e determinato dalla mano/piede che si utilizzano per la maggior parte del tempo (per scrivere, mangiare, guidare), ma da gesti che si compiono con una frequenza e durata molto minori.

Destrimane o mancino è una proprietà dei singoli organi (dominanza emisferica, dominanza dell'arto, dominanza oculare): nel corpo molti organi sono doppi, e uno dei due è dominante sull'altro. È possibile essere destrimani nelle mani, mancini nel piede e nell'occhio dominante: non c'è un organo più importante degli altri che definisce una persona nel suo complesso come destrimana o mancina, se non la semplice conta e prevalenza numerica degli organi dominanti destri (o sinistri), che determinano la prevalente attività dell'emisfero cerebrale sinistro (o destro). Altri movimenti meno indicativi del mancinismo sono: con quale mano si scrive e impugna la forchetta per mangiare, carica il pugno, si schiaccia e batte la palla, ci si pettinano i capelli e si lavano denti, si allacciano le stringhe delle scarpe, si tiene l'ombrello, quale orecchio si preferisce per parlare a una persona, quale mano si pone per prima nel nuoto a stile libero. Il lato sinistro del cervello controlla la parte destra del corpo e quello destro controlla la parte sinistra del corpo.

Nel 1998, secondo uno studio, il 7-10% della popolazione adulta era mancina. In un altro studio del 1996 si osserva, inoltre, che nel mondo ci sono più uomini che donne mancine. Il mancinismo è più frequente tra i gemelli monozigoti.

Nella prima infanzia, nel cervello umano avviene una specializzazione funzionale dei due emisferi cerebrali. Nei mancini è l'emisfero destro a predominare. Questo processo viene chiamato lateralizzazione ed avviene dopo i 36 mesi: inizia con lo sviluppo del linguaggio e si conclude verso i 3–4 anni. Le cause della diversa lateralizzazione non sono ancora state chiarite; è comunque accertato che l'ereditarietà è un fattore determinante nel mancinismo, sebbene non dominante. Ciò vuol dire che non necessariamente da due genitori mancini nascerà un figlio mancino, ma la caratteristica potrà essere ricorrente nelle generazioni successive.

Tuttavia, una serie di recenti studi ha mostrato la plasticità del cervello, almeno nel passaggio da destrimane a mancino (non il contrario). Si è visto come in sole due settimane con l'arto principale (braccio destro) immobilizzato, la persona impari a compensare con una mano sinistra veloce e precisa: tramite risonanza magnetica lo studio evidenzia che lo stimolo all'uso "svegli" l'emisfero cerebrale non dominante (quello destro nei destrimani), addirittura con cambiamenti rilevabili nello spessore della corteccia.



Il mancinismo contrastato attuato da insegnanti o familiari sprovveduti, presente ancora oggi anche se in diminuzione, può provocare una serie di interferenze tra i due emisferi cerebrali che possono far manifestare incertezza, discordanza funzionale e comportamentale. Questi sintomi possono fissarsi con la mancata affermazione di uno dei due emisferi.

Il contrasto non è solamente l'uso forzato della mano destra per scrivere, imposto nelle scuole di un tempo, ma qualsiasi forzatura ad usare la mano o piede destro per compiere movimenti che viene spontaneo fare con l'altra/o mano/piede.

Se il mancinismo viene contrastato nelle prime fasi dello sviluppo possono venir arrecati danni, anche gravi, alla strutturazione dell'attività motoria e possono manifestarsi interferenze con l'organizzazione psicologica complessiva. Un pre-requisito generale dell'attività motoria è infatti la corretta lateralizzazione, ossia l'uso prevalente di uno dei due lati del corpo (occhio, braccio e mano, gamba e piede) per attivare il movimento, in corrispondenza con la dominanza emisferica cerebrale. Ciò potrebbe spiegare il ritardo delle funzioni motorie in una elevata percentuale di bambini ambidestri.

Gli ambidestri utilizzano indistintamente la mano destra e sinistra, senza difficoltà. In Italia rappresentano circa il 4% della popolazione: si tratta di persone in cui permane la bilateralizzazione, vale a dire la non laterizzazione degli emisferi cerebrali presente nel bambino prima dei 36 mesi.

L'etimologia stessa della parola mancino non aiuta sicuramente a considerare il mancinismo positivamente. Mancino deriva infatti dal latino "mancus" ed è sinonimo di mutilato e storpio. Consultando poi il dizionario Sabatini Coletti, per "sinistro" troviamo:

fig. Avverso, sfavorevole, funesto: s. presagio; minaccioso, pauroso, torvo: occhiata, risata s.; disastroso, luttuoso: evento s.
Incidente, disastro, sciagura, spec. automobilistico: un s. autostradale; il danno corrispondente che una compagnia assicurativa deve risarcire: liquidare un s.
Analizzando la storia europea (e non solo) si incontrano vari episodi che mostrano come l'utilizzo della mano sinistra non fosse visto di buon occhio, anzi: la mano sinistra era considerata la "mano del diavolo", degli "invertiti" e dei "rovesciati". I bambini erano costretti, anche con punizioni corporali, a scrivere con la mano destra. La sinistra è sempre stata «l'altra» mano, quella del diavolo, dipinto nelle iconografie medievali con due arti identici e non speculari: la mano «sbagliata» per definizione, appendice «dell'eresia e dell'apostasia», affermava Giorgio Manganelli, evocando polemicamente la «letteratura della mano sinistra».

Ma anche la scienza non è stata da meno. In passato il mancinismo era considerato una devianza. Negli anni '20 fu associato alla demenza e negli anni '40 fu messo in relazione con la dislessia. Solo a partire dagli anni '70 il mancinismo in occidente è stato considerato come una caratteristica individuale e si è smesso di imporre l'uso della mano destra. Ad oggi sopravvivono alcuni luoghi comuni senza fondamenti scientifici tra la popolazione, come quelli che associano il mancinismo ad una maggior creatività, contrapposto ad una preposizione dei destrorsi per le materie scientifiche.

Nei paesi musulmani il lavarsi ed il mangiare sono da effettuare con la mano destra. La mano sinistra, considerata impura, viene invece riservata alla pulizia delle parti intime.

Ci sono però delle eccezioni: in Cina, ad esempio, l'essere mancini non ha alcuna connotazione negativa.

Le persone mancine possono sperimentare difficoltà nella vita quotidiana dato che molti oggetti sono concepiti per i manodestri. Con un po' di esercizio però i mancini possono adattarsi al loro uso.

Uno dei primi oggetti che un bambino mancino affronta nell'infanzia, sono le forbici: tagliare un foglio di carta con delle forbici per destrimani può rivelarsi un'azione scoraggiante. Ciò è dovuto all'allontanamento delle lame al momento del taglio. Problemi simili vengono affrontati con apriscatole e coltelli a lama asimmetrica. Infine le penne stilografiche con l'inclinazione del pennino, possono creare non pochi grattacapi ai mancini. Oggigiorno è possibile trovare nei negozi specializzati utensili disegnati appositamente per i mancini.

La maggior parte delle periferiche dei computer invece sono configurabili per essere usate dai mancini. Ad esempio il mouse ha in generale una forma simmetrica e l'uso del tasto destro può essere invertito cambiando i parametri nel sistema operativo.

Scrivere con la mano sinistra può essere problematico in occidente, visto che si rischia di macchiare il foglio passando la mano sull'inchiostro appena steso, oppure si possono incontrare problemi con i raccoglitori ad anelli. Invece, nelle lingue in cui si scrive da destra a sinistra, come quelle araba, ebraica e giapponese (se si scrive dall'alto verso il basso, si prosegue da destra verso sinistra), i mancini sono avvantaggiati.

Per quanto riguarda invece gli strumenti musicali, i musicisti mancini che suonano strumenti a corda, hanno necessità di "specchiare" uno strumento destrimano senza variarne la posizione standard. Dunque fra musicisti destrimani e mancini non esiste differenza concernente l'impostazione del lavoro dal punto di vista tecnico, ma esiste differenza per quel che riguarda la possibilità di soddisfare le proprie esigenze strumentali, essendo la disponibilità di strumenti mancini molto limitata sul mercato. Erroneamente si pensa ancora che qualsiasi musicista mancino possa suonare uno strumento destro se l'impostazione viene corretta in principio. Questo è vero solo in parte e non riguarda ogni singolo soggetto.

Alcune teorie vorrebbero che i mancini siano più creativi e abbiano una miglior padronanza del corpo e della memoria. Ciò sembra confermato dal fatto che molti personaggi famosi erano o sono mancini. Queste teorie nascono probabilmente da studi effettuati sulla laterizzazione delle funzioni cerebrali negli emisferi cerebrali, effettuate inizialmente da Michael S. Gazzaniga.

Con questi studi si è constatato ad esempio che l'emisfero sinistro è sede del linguaggio e del pensiero logico, mentre l'emisfero destro è sede delle emozioni, della creatività, della percezione dello spazio, dell'immaginazione e della capacità di cogliere la realtà nel suo insieme, anziché scomporla nei diversi elementi (i mancini infatti sviluppano maggiormente l'emisfero destro e viceversa). Secondo queste teorie ai mancini, in generale, risulta più semplice pensare per immagini, invece che per concetti: l'apprendimento di un testo avviene grazie alla memoria visiva, al ricordo d'insieme della pagina, acquisendo di conseguenza una visione generale dell'argomento, piuttosto che dei singoli passaggi. Sempre secondo queste teorie i mancini sarebbero più portati per il disegno e le attività artistiche.

Tuttavia una ricerca australiana ha dimostrato che non esiste una dominanza funzionale assoluta di un emisfero sull’altro, bensì una s. e. funzionale e una divisione del lavoro fra due parti di un organo in possesso di competenze parzialmente diverse e complementari, che normalmente contribuiscono ai processi psicologici e al controllo del comportamento unitamente, ma in modi differenziati. Nel tentativo un poco semplicistico di caratterizzare le modalità operative dei due emisferi si usano aggettivi come verbale, analitico e locale per l’emisfero sinistro, e spaziale, sintetico e globale per l’emisfero destro. Altri tentativi più estremi di attribuire ai due emisferi caratteristiche personali come la razionalità e il conformismo all’emisfero sinistro e l’intuitività e la creatività all’emisfero destro sono esagerazioni caricaturali assolutamente da evitare.

Nel 2008 la sfida per la Casa Bianca è stata combattuta con la mano sinistra. Da Barak Obama il democratico, ma anche da John McCain il repubblicano. E la cosa curiosa è che per ben quattro degli ultimi sei presidenti americani non era il destro il lato del corpo privilegiato: Bill Clinton, George Bush padre, Ronald Reagan e Gerald Ford. Gente che dal punto di vista politico ha poco in comune con Fidel Castro, Winston Churchill e il Mahatma Gandhi, però con due elementi ad assimilarli: tutti mancini e tutti grandi comunicatori.
Non è un caso. Una ricerca britannica ha dimostrato che nei mancini l’area del cervello impegnata durante un discorso è parecchio più vasta e coinvolge entrambi gli emisferi. «È ciò che si chiama linguaggio bilaterale», spiega Chris McManus, docente di psicologia allo University College di Londra. «In pratica, se i destrimani quando parlano usano soltanto l’emisfero sinistro, cioè quello naturalmente incaricato di elaborare il linguaggio, molti mancini sfruttano anche la parte destra, dominante nel loro cervello». A renderli oratori così eccezionali sarebbe proprio il fatto che i neuroni deputati alla parola sono fisicamente più vicini ad aree cerebrali come quelle che elaborano le emozioni, le immagini, i ricordi. «Questo consente alle persone mancine di avere un frasario più sofisticato, più pregnante, e un vocabolario più ampio, come evidenziato in alcune ricerche», sintetizza McManus.

Tra tutte le persone al mondo che hanno un quoziente intellettivo superiore a 140, cioè i super intelligenti, ci sono più mancini di quanto ci si aspetterebbe. Lo ha dimostrato una ricerca della St. Lawrence University di New York.
Secondo Alan Searleman, autore dell’indagine e docente di psicologia nella stessa Università, «hanno un’intelligenza più fluida e una vera e propria attitudine a risolvere i problemi». Anche se, poi, è lo stesso psicologo a confessare che «alcuni studi hanno verificato come molti mancini siano pure nelle fasce più basse del quoziente intellettivo».

Sono davvero tantissimi i mancini tra i pittori, basti pensare a Raffaello, e tra tutti coloro che per lavoro devono ricorrere alla creatività artistica: architetti, grafici pubblicitari, designer. «Potrebbe dipendere dal fatto che l’emisfero destro (dominante nei mancini) è anche la sede delle facoltà visuo spaziali e quindi chi è mancino potrebbe risultare facilitato nei compiti che prevedono il disegno», commenta Pietro Pietrini, neuroscienzato in forza all’Università di Pisa.

Secondo un’indagine condotta dal National bureau of economic research statunitense, i maschi che privilegiano la mano sinistra hanno una busta paga più ricca dei destrimani: in media di circa il 15%. Sul perché di questa disparità di trattamento economico la nebbia regna sovrana. Possibile spiegazione degli autori dello studio: visto che i mancini sembrano essere più intelligenti e creativi della media, è più probabile che occupino posti di rilievo all’interno delle aziende. A onor del vero, ci sono personaggi del calibro di Bill Gates, Robert de Niro, John Rockefeller o Henry Ford, tutti rigorosamente mancini, che alzano di parecchio la media degli stipendi.

Il 13 agosto è la giornata internazionale dei mancini.


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lunedì 1 febbraio 2016

LE MUMMIE

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In ogni continente sono state ritrovate mummie di esseri umani e di animali, sia come risultato della conservazione naturale attraverso condizioni climatiche uniche, sia come cadaveri volutamente conservati per scopi religiosi o culturali. Oltre alle ben note mummie dell'Antico Egitto, la mummificazione intenzionale era una caratteristica di diverse culture antiche nelle aree del Sud America e dell'Asia, come pure in numerose altre.

Le mummie di Qilakitsoq in Groenlandia:
il suo piccolo viso guarda ancora verso l'alto, come se attendesse eternamente sua madre. Dal momento in cui è stato scoperto, il piccolo bambino inuit ha catturato i cuori della gente con la sua fotografia sbattuta sulle riviste e nei notiziari di tutto il mondo. Inizialmente, al momento del ritrovamento fu creduto una bambola, ma venne presto scoperto che in realtà era il corpo di un bambino di sei mesi. È stato sepolto vivo assieme alla madre già morta – presumibilmente perché non c'era nessuno che si prendesse cura di lui. Il piccolo bambino inuit è stato trovato insieme ad un altro bambino di due anni e a sei donne di varie età all'interno di due tombe distinte protette da una roccia che sovrastava una caverna poco profonda. I corpi sono stati mummificati naturalmente dalle temperature sotto zero e dei venti asciutti e disidratanti, e questo ha fornito una notevole opportunità per conoscere il popolo inuit della Groenlandia di mezzo millennio fa, rappresentano le più antiche spoglie conservate ritrovate in quel luogo.

L'uomo di Tollund è il corpo di un uomo, mummificato in maniera naturale, che ha vissuto nel corso del quarto secolo a.C., durante il periodo definito in Scandinavia come l'Età del Ferro preromana. È stato impiccato come un sacrificio agli Dei e posto in una torbiera dov'è rimasto conservato per più di due millenni. Il volto dell'uomo di Tollund si è conservato così com'era il giorno della sua morte. L'espressione del suo viso è calma e tranquilla, come se fosse un uomo addormentato.

La signora di Dai, conosciuta anche come 'la mummia diva', è una mummia di 2.100 anni fa proveniente dalla Dinastia Han della Cina occidentale ed è l'essere umano antico meglio conservato mai scoperto. Ad aver sconcertato e stupito gli scienziati di tutto il mondo è proprio il modo in cui si è raggiunto questo incredibile livello di conservazione. Xin Zhui, la signora di Dai, è morta tra 178 e il 145 a.C., all'età di circa cinquanta anni. Gli oggetti rinvenuti dentro la sua tomba indicano che fosse una donna ricca, importante e che amava le cose belle, ma ad aver catturato immediatamente l'attenzione degli archeologi non sono state le preziose merci e i tessuti raffinati, piuttosto la sua salma straordinariamente ben conservata.

Oltre un decennio fa in cima alla vetta del vulcano Llullaillaco in Argentina sono stati rinvenuti i resti di tre bambini inca straordinariamente conservati. L'analisi sui corpi della 'fanciulla' 13enne e dei suoi compagni dai quattro ai cinque anni di età – il 'bambino di Llullaillaco' e la 'bambina del fulmine' – ha rivelato che questi erano stati drogati ed era stato somministrato loro dell'alcol su base regolare come parte di una serie di processi cerimoniali durati un anno, che si sono poi conclusi con il sacrificio finale. Le prove suggeriscono che la cerimonia sacrificale potrebbe essere stata utilizzata come una forma di controllo sociale. Essere scelti per il rituale doveva essere visto come un grande onore, ma generava probabilmente un clima di paura. In realtà per i genitori, mostrare un qualsiasi accenno di tristezza dopo aver rinunciato ai loro figli per la cerimonia, era un grave oltraggio.

Tjayasetimu è il nome di una bambina che è stata una star del canto nell'antico Egitto. Quasi tremila anni fa era un membro del coro reale e cantava nei templi sul Nilo per i faraoni. La bambina di sette anni, sebbene giovanissima al momento della sua morte, era abbastanza importante da meritare una mummificazione elaborata, un processo solitamente riservato alla famiglia reale egiziana e alle famiglie d'élite. Tjayasetimu era stata avvolta in bende dipinte, il viso era stato coperto da un velo delicato e nascosto da una maschera d'oro, ed era stata collocata in un sarcofago dorato. La bambina era ben conservata e aveva ancora la testa piena di lunghi capelli fino alle spalle. Si potevano persino notare i suoi denti da latte spingere verso l'alto attraverso le gengive. Con un'altezza di solo un metro e venti centimetri, Tjayasetimu era troppo piccola per il suo sarcofago, anche se non è chiaro il perché non ne sia stato fatto uno delle sue dimensioni. Gli scienziati ritengono che sia morta a seguito di un male particolarmente veloce come il colera.

La mummia di Loulan è stata scoperta solo nel 1980, ma la sua morte avvenuta lungo la rotta commerciale conosciuta come la Via della Seta risale a 3.800 anni fa. La naturale secchezza e salinità del terreno hanno conservato il suo corpo e quello di più di duecento altre mummie, individui che avevano vissuto in diversi insediamenti strettamente situati lungo la rotta commerciale. La mummia è stata chiamata la 'bellezza di Loulan' a causa dei suoi lineamenti facciali signorili incredibilmente conservati che sono rimasti molto belli persino nella morte. Purtroppo, la regione dove lei e le altre mummie sono state ritrovate è politicamente instabile e la loro scoperta nel bacino del Tarim in Cina è stata vista come un possibile fattore di istigazione per potenziali disordini. Il governo cinese si è mostrato riluttante nel consentire il totale accesso alle mummie a causa della loro identità razziale. Le mummie di Tarim sono di etnia caucasica e questo ha dato credito alle rivendicazioni delle popolazioni locali degli uiguri, che hanno un aspetto più europeo che asiatico, i quali sono discendenti degli abitanti originari della zona e non arrivati in seguito come sostiene la storia cinese.

Il luogo conosciuto come Huaca El Brujo (luogo sacro dello sciamano) sulla splendida costa settentrionale del Perù che si affaccia sul blu del Pacifico, ci offre uno sguardo incredibile sulla cultura dei Moche e sulla sciamana che vi è sepolta. Le sue due piramidi principali, Huaca del Sol e la Huaca de la Luna, erano un tempo il centro delle funzioni sociali e religiose nella zona e il luogo di sepoltura della mummia tatuata, che è poi divenuta nota come la 'signora di Cao'. Non è una donna anziana, è morta 1.500 anni fa all'età approssimativa di venticinque anni probabilmente a causa di una complicanza nel parto. I Moche non mummificavano volutamente i loro morti, si sono semplicemente verificate quelle condizioni per l'essiccazione tali da preservare la signora di Cao e i suoi intricati tatuaggi. Sebbene non si ritenga che i membri più comuni della società dei Moche fossero tatuati, si potrebbe certamente dedurre da questa sepoltura che quelli del ceto sociale più elevato lo fossero e i tatuaggi probabilmente rappresentavano e rafforzavano la connessione degli individui con il divino attraverso la magia per affinità.



Zeleniy Yar è un sito remoto nei pressi del Circolo Polare Artico noto al popolo indigeno dei Nenets come 'la fine della terra'. Il particolare sito ha rivelato una dozzina di misteriose mummie che sembrano essere estranee alla regione e i cui manufatti possono essere attribuiti all'antica Persia, che dista quasi seimila chilometri. Gli scienziati stanno intraprendendo dei test genetici per determinare le origini delle mummie e sbloccare i segreti di una misteriosa civiltà medievale. Le mummie sono state trovate, apparentemente per caso, in un buono stato di conservazione e indossavano maschere di rame e abiti di renna, di castoro, di ghiottone e pellicce di orso. Molti dei loro crani sono andati in pezzi o sono mancanti, mentre gli scheletri erano frantumati. Una delle mummie è un uomo dai capelli rossi protetto dal petto ai piedi da un rivestimento in rame. Nel luogo della sua sepoltura c'erano un ascia di ferro, delle pellicce e una fibbia in bronzo raffigurante un orso.

A più di vent'anni dal ritrovamento della mummia del Similaun, il suo patrimonio genetico è stato mappato interamente dagli esperti dell'Accademia Europea di Bolzano che, in collaborazione con scienziati egiziani, hanno permesso anche l'identificazione dei genitori di Tutankhamon.

La decodifica del patrimonio genetico di Ötzi, che segna un punto di svolta nella ricerca sulla famosa mummia, è stata possibile grazie all'apporto di competenze multidisciplinari e al lavoro di squadra di tre esperti appartenenti a diverse istituzioni: Albert Zink, direttore dell'Istituto per le Mummie e l'Iceman dell'EURAC di Bolzano, Carsten Pusch dell'Istituto di genetica umana dell'Università di Tubinga e Andreas Keller, bioinformatico della azienda specializzata in biotecnologia febit di Heidelberg. Il binomio professionale fra Albert Zink e Carsten Pusch è già collaudato e ha pubblicato recentemente l'esito delle ricerche su Tutankhamon e sulla sua famiglia, in collaborazione con il team egiziano guidato da Zahi Hawass. Le tecnologie di sequenziamento di ultima generazione rese disponibili da Andreas Keller hanno poi consentito di identificare in breve tempo milioni di sequenze del genoma dell'Iceman, che con le tecnologie tradizionali avrebbero richiesto un impegno di numerosi decenni. I tre ricercatori hanno prelevato un campione dall'osso pubico di Ötzi e, grazie alla nuova tecnologia di sequenziamento SOLiD, ne hanno estratto la più grande quantità di DNA mai prelevata dal corpo mummificato, ricavandone una vera e propria biblioteca del DNA. Si è trattato di uno studio pilota che ha impiegato questa tecnologia per la prima volta per analizzare dei campioni della mummia venuta dal ghiaccio.

«Il DNA sul quale interveniamo ha più di 5.000 anni ed è estremamente frammentato. Tuttavia con l'ausilio di queste tecnologie avanzate, che garantiscono un margine minimo di errore, siamo riusciti a identificare con grande rapidità il genoma completo dell'Iceman», sottolinea Albert Zink, responsabile della conservazione della mummia. La parte più entusiasmante del lavoro deve tuttavia ancora iniziare, perché l'enorme quantità di dati ora disponibile dopo la rielaborazione bioinformatica schiude nuovi scenari investigativi.

Affascinanti risposte che gli esperti dell'EURAC, insieme a ricercatori tedeschi e a un gruppo di scienziati egiziani coordinato da Zahi Awass, ci hanno invece appena fornito sul conto di Tutankhamon, il faraone più famoso dell'Antico Egitto. Le origini del giovane re, morto a soli 19 anni, erano rimaste sconosciute fino a tempi recenti. Sotto la guida del tandem già collaudato formato da Albert Zink e Carsten Pusch i ricercatori hanno svolto indagini genetiche su 16 mummie utilizzando le tecniche più moderne. Le ricerche si sono svolte in due laboratori all’avanguardia per il sequenziamento del DNA, uno nei sotterranei del Museo Egizio del Cairo, l’altro presso la Facoltà di Medicina dell’Università del Cairo, dopo aver convinto dell'integrità dei metodi d'analisi Zahi Awass, Segretario generale del Consiglio supremo delle antichità egizie. Ed ecco svelato il mistero: il padre di Tutankhamon è il famoso faraone Akhenaton, il cui corpo mummificato viene identificato nella Valle dei Re con il numero KV (King Valley) 55. La madre è la cosiddetta Younger Lady, la mummia KV35, rinvenuta assieme a un'altra mummia più anziana. I mummiologi stanno ora cercando di capire se la Younger Lady sia la famosa Nefertiti.

Nel settembre 2007 i dieci ricercatori del team avevano iniziato a prelevare campioni di tessuto dall'interno delle ossa di undici mummie scelte tra i parenti di Tutankhmon e da altre cinque mummie, riuscendo in soli due anni a estrarne il DNA e le impronte digitali genetiche. I risultati hanno indicato la pista da seguire. Grazie a queste impronte genetiche si è potuto infatti ricostruire l'albero genealogico della famiglia Tutankhamon fino alla quinta generazione. Le ricerche hanno permesso inoltre di fare passi avanti nell'individuazione delle cause che hanno portato alla morte del giovane faraone. Con l'aiuto del radiologo bolzanino Paul Gostner, nel corpo di Tutankhamon sono state diagnosticate diverse malattie tra cui una necrosi ossea al piede sinistro che ha portato a una scarsa irrorazione sanguigna dell'osso e alla sua progressiva degenerazione. «Questa malattia da sola non può aver portato il faraone alla morte, ma ha limitato molto la sua mobilità», chiarisce Albert Zink. Si spiega così anche perché nella tomba siano stati trovati ben 130 bastoni da passeggio, ritenuti originariamente un simbolo di potere del faraone. Più insidiosa era invece la seconda malattia di cui gli scienziati hanno trovato traccia: «Tutankhamon soffriva di una forma acuta di malaria, la malaria tropica», continua Albert Zink. «Questo, assieme alla necrosi ossea, potrebbe averlo portato alla morte». I resti di piante rinvenuti nella sua tomba confermano la diagnosi, essendo conosciute in larga parte ancor oggi per le loro proprietà analgesiche e antipiretiche. Risolto dunque l'enigma sui rapporti di parentela del famoso faraone bambino, rimane ora da chiarire quello di Nefertiti, dall'antico egizio la «bella che è arrivata», potente consorte di Akhenaton dell'epoca eretica amarniana.

All’interno delle suggestive Catacombe dei Cappuccini a Palermo, rinomate in tutto il mondo, sono conservate circa 8.000 salme mummificate. Fin dalla fine del Cinquecento, infatti, il convento cominciò ad imbalsamare ed esporre i cadaveri (principalmente provenienti da ceti abbienti, che potevano permettersi i costi di questa particolare sepoltura).

La finalità filosofica di queste macabre esibizioni di cadaveri è in effetti la medesima: ricordare ai visitatori la transitorietà della vita, la decadenza della carne e l’effimero passaggio di ricchezze e onori. In una frase, memento mori – ricorda che morirai.

Le prime, antiche procedure prevedevano la “scolatura” delle salme, che venivano private degli organi interni e appese sopra a speciali vasche per un anno intero, in modo che perdessero ogni liquido e umore, e rinsecchissero. In seguito venivano lavate e cosparse con diversi olii essenziali e aceto, poi impagliate, rivestite ed esposte.

Ma fra le tante mummie contenute nelle Catacombe (così tante che nessuno le ha mai contate con precisione), ce n’è una che non cessa di stupire e commuovere chiunque si rechi in visita nel famoso santuario. Nella Cappella di Santa Rosalia, in fondo al primo corridoio, riposa “la mummia più bella del mondo”, quella di Rosalia Lombardo, una bambina di due anni morta nel 1920.

La piccola, morta per una broncopolmonite, dopo tutti questi anni sembra ancora che dorma, dolcemente adagiata nella sua minuscola bara. Il suo volto è sereno, la pelle appare morbida e distesa, e le sue lunghe ciocche di capelli biondi raccolte in un fiocco giallo le donano un’incredibile sensazione di vita.

Il segreto della sua imbalsamazione è rimasto irrisolto, fino a quando nel 2009 un paleopatologo messinese, Dario Piombino Mascali, ha concluso una lunga e complessa ricerca per svelare il mistero. La minuziosa preparazione della salma di Rosalia è stata attribuita all’imbalsamatore palermitano Alfredo Salafia, che alla fine dell’Ottocento aveva messo a punto una sua procedura di conservazione dei tessuti mediante iniezione di composti chimici segretissimi. Salafia aveva restaurato la salma di Francesco Crispi (ormai in precarie condizioni), meritandosi il plauso della stampa e delle autorità ecclesiastiche; aveva perfino portato le sue ricerche in America, dove aveva dato dimostrazioni del suo metodo presso l’Eclectic Medical College di New York , riscuotendo un clamoroso successo.

Fino a pochissimi anni fa si pensava che Salafia avesse portato il segreto del suo portentoso processo di imbalsamazione nella tomba. Il suo lavoro sulla mummia di Rosalia Lombardo è tanto più sorprendente se pensiamo che alcune sofisticate radiografie hanno mostrato che anche gli organi interni, in particolare cervello, fegato e polmoni, sono rimasti perfettamente conservati. Piombino, nel suo studio delle carte di Salafia, ha finalmente scoperto la tanto ricercata formula:  si tratta di una sola iniezione intravascolare di formalina, glicerina, sali di zinco, alcool e acido salicilico, a cui Salafia spesso aggiungeva un trattamento di paraffina disciolta in etere per mantenere un aspetto vivo e rotondeggiante del volto. Anche Rosalia, infatti, ha il viso paffuto e l’epidermide apparentemente morbida come se non fosse trascorso un solo giorno dalla sua morte.

Salafia era già celebre quando nel 1920 effettuò l’imbalsamazione della piccola Rosalia e, come favore alla famiglia Lombardo, grazie alla sua influenza riuscì a far seppellire la bambina nelle Catacombe quando non era più permesso. Così ancora oggi possiamo ammirare Rosalia Lombardo, abbandonata al sonno che la culla da quasi un secolo: la “Bella Addormentata”, come è stata chiamata, è sicuramente una delle mummie più importanti e famose del ventesimo secolo.

Dopo tanti anni passati a combattere i segni del disfacimento e della morte, senza ottenere mai una laurea in medicina, Alfredo Salafia si spense infine nel 1933. Nel 2000, allo spurgo della tomba, i familiari non vennero avvisati. Così, come ultima beffa, nessuno sa più dove siano finiti gli ultimi resti di quell’uomo straordinario che aveva dedicato la sua vita a preservare i corpi per l’eternità.



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martedì 26 gennaio 2016

IPOSSIFILIA

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L'ipossifilia, conosciuta popolarmente come la "asfissia erotica", o con la nomenclatura meno comune  di "asfissiofilia", è una rara e pericolosa parafilia in cui una persona cerca il piacere riducendo l'ossigeno al cervello durante un momento per poter ottenere una grande eccitazione sessuale.

L'American Psychiatric Association stima un tasso di mortalità di una persona su un milione all'anno (250 morti all'anno negli Stati Uniti), ma le stime delle forze dell'ordine sono fino a 4 volte maggiori.

Le pratiche possono includere impiccagioni, utilizzo di sacchetti di plastica sopra la testa, strangolamenti e auto-strangolamenti per mezzo di fili, soffocamenti mediante gas o solventi volatili e compressione del petto. Limitando l'afflusso di ossigeno al cervello si ottiene l'accumulo di anidride carbonica, il quale può indurre sensazioni di euforia, confusione e vertigini, che contribuiscono a intensificare l'orgasmo.

In situazioni di ipossia, nel cuore si verificano delle contrazioni, denominate contrazioni ventricolari premature o extrasistoli, che se accadono durante la fase di ripolarizzazione della contrazione cardiaca (Onda T) possono mandare il cuore in fibrillazione ventricolare. Esse si verificano con maggiore frequenza al peggiorare della situazione di ipossia e le possibilità che, in corrispondenza di un'onda T, causino un infarto aumentano anch'esse. Non essendo possibile prevedere quando una di queste contrazioni stia per verificarsi, non è possibile prevenire fatalità. Inoltre la rianimazione, in questi casi, mediamente è efficace solo in un caso su dieci.

Alcuni sostengono che provocando l'ipossia non limitando l'afflusso di ossigeno nei polmoni ma limitando l'afflusso di sangue al cervello esercitando una pressione sull'arteria carotide si eviti questo problema; in realtà, in questa situazione il cervello rallenta il battito cardiaco, e in alcuni casi questo può portare a un altro tipo di infarto, detto asistole, ancora più difficile da trattare tramite rianimazione.

Ci sono opinioni molto diverse nel seno della comunità medica sulla normalità o l'anormalità di queste morti. L'Associazione di Psichiatri Americani afferma che questo tipo di morte è solo una su un milione.

L'FBI assicura che circa mille persone muoiono ogni anno nel masturbarsi in questo modo negli Stati Uniti, altre fonti assicurano che sono duecentocinquanta mila i decessi per questa pratica. La maggior parte di coloro che lo praticano sono uomini, secondo la pubblicazione del Giornale Britannico di Psichiatria di Canada, e che solo una su centodiciasette morti è quella di una donna. In generale, chi pratica l'ipossifilia sono uomini bianchi di media età, anche se in alcuni casi ci sono anche individui di ottantasette anni.

Ci sono pochi dati disponibili su questa parafilia, ma si crede che il motivo risiede nell'incremento dell'intensità dell'orgasmo. Si vincola anche a quelle persone che usano i gas per ridurre la quantità di ossigeno nel cervello. Si è avvertito che questo tipo di comportamento può essere una variante pericolosa del sadomaso sessuale per quanto riguarda i rituali del bondage.



Di frequente, la sessione si registra o si fa davanti a uno specchio, per potersi vedere mentre uno si masturba e si asfissia al tempo stesso. Uno studio tedesco su circa quaranta morti accidentali per asfissia erotica pubblicato nella rivista Foresic Science International informò che i corpi normalmente erano nudi o con i genitali fra le mani, circondati da film porno o altri strumenti parafilici e sex toys. Per di più, si è scoperto che gli individui in questione avevano eiaculato proprio il momento prima di morire. Questo trastorno si associa ad altre parafilie quali il sadomasochismo, il gioco dei travestimenti, il bondage e il fetish.

In uno dei pochi studi in cui ci sono dati di ipossifilici che ne escono vivi, il dottore Stephen Hucker (Università di Toronto, Canada) investigò su circa mille partecipanti via Internet. Arrivò alla conclusione del fatto che il settantuno per cento praticavano anche il sadomaso e un trentuno per cento dei giochi sadici.

Inoltre scoprì che il settantasei per cento praticavano il bondage, e il quarantaquattro per centro usava delle manette su di sè, il quattordici per cento usava uno stimolamento elettrico e il trentasette per cento si auto-flagellava. In quanto all'atto in sè, il climax del piacere sessuale e dell'eccitazione si raggiungeva impedendo la respirazione. I partecipanti di questo studio dissero che non li eccitava affatto l'umiliazione e il dolore.

In un articolo pubblicato dal dottor Hucker in relazione a questa classificazione di parafilie, affermò che il termine ipossifilia dovrebbe cadere in disuso, e che al suo posto bisognerebbe parlare di asfissiofilia, dato che non ci sono prove empiriche che assicurano che l'obiettivo di questa parafilia è la mancanza di ossigeno, senonché più che altro l'eccitazione sessuale attraverso la diminuizione dell'ossigeno.

Lo scrittore George Shuman descrive quel momento chiave con le seguenti parole: "Quando il cervello è privato di ossigeno, si produce uno stato quasi allucinogeno chiamato ipossia. Questa mancanza di ossigeno, insieme all'orgasmo, è una sensazione forte quanto quella della cocaina, e non di certo provoca meno dipendenza."

Il dottor Lloyd, per quanto riguarda gli stati allucinogeni provocati dall'ipossia cronica, afferma che questa sensazione può essere molto simile alle allucinazioni che sperimentano gli scalatori in alta montagna. È possibile anche arrivare a questo stato quando si viaggia in aereo e succede una perdita d'ossigeno ad alta quota. Dunque, le allucinazioni non riguardano solamente la mancanza d'ossigeno.

Molte, nella storia, le personalità di rilievo decedute presumibilmente in questo modo, anche se in alcuni casi le reali cause della morte sono oggetto di dibattito. Tra questi i musicisti Kevin Gilbert e Michael Hutchence, e l'attore David Carradine, interprete di Bill nel Kill Bill di Quentin Tarantino.




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giovedì 1 ottobre 2015

La NOTTE porta CONSIGLIO

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Come dice il proverbio, spesso si ha la sensazione che la notte porti consiglio e che dopo qualche buona ora di sonno, e di sogni, le idee siano più chiare e diventi facile cercare di risolvere problemi in sospeso. Una serie di studi conferma che le cose stanno davvero così. Perché mentre si sogna si pensa. È stato dimostrato che l'attività mentale non si arresta durante il sonno e continua anche quando si sogna.

«Si pensa per tutta la notte, sia durante la fase Rem (caratterizzata da movimenti oculari rapidi), sia durante quella non Rem, quando i sogni sono meno frequenti», spiega un neurologo. «Queste due fasi si alternano, con una prevalenza del sonno non Rem nella prima parte della notte e di quello Rem nella seconda. Se una persona, come accade di frequente, prima di addormentarsi fa un po' il bilancio della giornata, magari arrovellandosi, non sarà difficile che si risvegli al mattino con la sensazione di avere la via d'uscita a portata di mano».

Una teoria, non accettata da tutti gli studiosi, ipotizza che i sogni fatti durante il sonno non Rem siano più simili al pensiero e meno immaginifici rispetto a quelli che si fanno nella fase Rem, che sarebbero più vividi e più collegati all'attività allucinatoria e visiva.
In ogni caso, durante il sonno l'attività mentale continua sotto una forma diversa rispetto alla veglia: già durante l'addormentamento i pensieri si slegano e si perde la razionalità caratteristica del pensiero da svegli. «In pratica, nel nostro cervello si disattivano alcune aree cerebrali e se ne attivano altre, che permettono la continuazione di un'attività mentale articolata», chiarisce il medico.
Com'è stato dimostrato? «Svegliando un gruppo di volontari (monitorati durante il sonno) e domandando loro se stavano sognando e a cosa stavano pensando», dice il neurologo. «Le persone hanno riferito immediatamente le esperienze che stavano vivendo, metodo più sicuro di quello che prevede un interrogatorio al risveglio, perché spesso si ricordano solo impressioni frammentarie».

Ma ci si può in qualche modo allenare a ricordare i sogni, così che davvero ci possano portare consiglio? «È possibile, soprattutto per i sogni dell'alba, quelli più vicini al momento del risveglio, in particolare se hanno un forte impatto emotivo», dice il neurologo. «Bisogna abituarsi a non poltrire nel letto, ma a spalancare subito gli occhi e a sfruttare quei pochi secondi dopo il risveglio, in cui restano le tracce dei sogni, per annotarle su un quaderno da tenere sul proprio comodino. Tutto questo va fatto con costanza, ogni giorno, per diverse settimane. Così i pensieri notturni, più intuitivi e meno razionali e controllati, potranno davvero illuminarci».




Uno studio del 2006, inoltre, ha rilevato un meccanismo analogo nel caso di ricordi emozionali. In pratica, un gruppo di persone memorizzava un testo a contenuto emotivo e uno a contenuto neutro e poi riposava per tre ore, mentre un altro gruppo faceva lo stesso, ma senza riposare. A distanza di quattro anni, chi aveva dormito ricordava meglio degli altri il testo a contenuto emotivo, mentre non si osservava alcuna differenza nel caso del testo neutro.

"Gli autori hanno ipotizzato che il Rem, la fase del sonno in cui si sogna, possa favorire a livello cerebrale un ambiente fisiologico ideale per il miglioramento delle connessioni neurali alla base della memoria emozionale", prosegue il ricercatore dell'Ifc-Cnr. "L'elettroencefalografia Eeg permette di studiare tali connessioni rilevando le oscillazioni del potenziale di membrana dei neuroni corticali, che caratterizzano l'attività elettrica del cervello. In un nostro studio, pubblicato su 'PLoS One' nel 2009, l'Eeg durante il sonno 'a onde lente' ha evidenziato una particolare rappresentazione grafica dell'attività neuronale, definita Sso (Sleep Slow Oscillation). Tale andamento è strettamente legato alla plasticità delle sinapsi, le strutture che consentono la comunicazione tra i neuroni, a sua volta connessa all'apprendimento implicito e alla memoria dichiarativa".

La Sso sembra inoltre rivestire un ruolo centrale nell'omeostasi sinaptica, un processo che controlla e bilancia l'attività delle sinapsi, che tenderebbe a favorire il consolidamento della memoria. "Capire come possa avvenire questo meccanismo permetterà di creare nuove strategie terapeutiche", conclude Gemignani. "Tali metodi potranno servire a impedire selettivamente il rafforzamento di quei ricordi che possono implicare patologie come la depressione e il disturbo post-traumatico da stress".



Dall’ America la proposta di usare i sogni come guida per la vita reale < La notte porta consiglio Freud storcerebbe il naso, ma possiamo tentare un’ interpretazione.Una psicologa americana, con il suo "metodo minimalista", ci invita a metterci alla prova. Primo passo: mettere da parte tutto quello che sappiamo, tutto quello che hanno detto Freud, Jung e gli altri capiscuola della psicanalisi. Ridare al mondo onirico una sua "verginità". E di qui ripartire. Come? Tenendo presente due principi fondamentali: si tende a sognare le cose che ci occupano il cuore e la mente durante la giornata; il sogno si esprime per metafore. Traducendole, si potra' stabilire un "ponte" tra l' immagine onirica e la realta' . In Europa, patria della psicanalisi, questo modo semplicistico di affrontare il complesso ed enigmatico mondo dei sogni appare decisamente provocatorio. La psicologa non parla di simbolismo onirico, di inconscio, tralascia espressioni basilari per la psicanalisi come Persona, Ombra, Animus, Anima. Cose, per i nostri psicanalisti, da far gridare all' eresia. Pero' De Marchi sottolinea come in Europa si senta il bisogno di alleggerirsi dalla concezione freudiana, che ha dato al sogno una configurazione piuttosto tenebrosa e angosciosa. Milton Kramer, direttore del Centro per i disturbi del sonno del Bethesda Hospital, ritiene che i sogni possano essere tradotti, come si fa con una lingua straniera, considerandone la struttura e i sentimenti provati dal sognatore. Per la Delaney grazie ai sogni si puo' addirittura accrescere capacita' di giudizio e creativita' . Per forzare il sogno ad aiutarci puo' essere utile fare cosi' :  alla sera dobbiamo formulare con una frase precisa il problema che ci sta a cuore e chiedere al sogno di aiutarci  la risposta puo' non arrivare, bisognera' allora riproporre la domanda per piu' giorni  se ancora il sistema non funzionera' vuol dire che il problema non e' "maturo"; bisogna ritentare. E se non otterremo alcun risultato, avremo comunque guardato piu' da vicino il nostro mondo interiore.



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martedì 1 settembre 2015

LA FAGLIA DI SANT'ANDREA



La faglia fu individuata per la prima volta nella California settentrionale nel 1895 da Andrew Lawson, professore di Geologia dell'Università di Berkeley, che la chiamò così a partire da un piccolo lago, la Laguna de San Andreas, situato su una valle formata proprio dalla faglia a sud di San Francisco. Dopo il terremoto di San Francisco del 1906, Lawson scoprì inoltre che i danni peggiori la faglia li avrebbe fatti nella parte meridionale della California nei pressi di Los Angeles perché è proprio lì che ha accumulato il maggior grado di energia.

La parte meridionale (noto come segmento Mojave) inizia presso il mare di Salton e procede verso nord curvando leggermente verso ovest incontrando le San Bernardino Mountains. Da qui, corre lungo la base meridionale di queste montagne e prosegue in direzione nordovest verso le San Gabriel Mountains. Queste montagne sono il risultato del movimento della faglia e sono chiamate anche Transverse Range (Catena Trasversale). Questo segmento rappresenta l'area di faglia più analizzata dai geologi di tutto il mondo. Ciò è dovuto alla presenza proprio sulla faglia della città di Palmdale, presso la quale le due zolle di crosta terrestre sono ben visibili.

Quest'area, chiamata Big Bend (grande piega), è ritenuta essere il punto in cui le due placche esercitano la pressione massima l'una contro l'altra. In quest'area l'intervallo di tempo fra un forte terremoto ed il successivo è mediamente di 140-160 anni. A nordovest di Frazier Park, la faglia corre attraverso la Carrizo Plain, una lunga distesa priva di vegetazione lungo la quale la faglia è ampiamente visibile ed è chiamata Elkhorn Scarp.

La parte centrale della faglia corre in direzione nordovest da Parkfield a Hollister. Mentre la sezione più meridionale del segmento, e soprattutto Parkfield, ha sostenuto numerosi terremoti, il resto della faglia centrale è sottoposta al cosiddetto scorrimento asismico, che permette alla faglia di muoversi senza che avvengano terremoti.



La parte settentrionale parte da Hollister e attraversa la Penisola di San Francisco, lambendo la città, presso la quale percorre un tratto di mare. Segue dunque la costa californiana fino ai pressi di Capo Mendocino, dove è presente una tripla giunzione di placche tettoniche diverse, che risulta essere tra le regioni geologicamente più instabili. La regione è un'area di subduzione della placca Juan de Fuca, sia sotto alla placca pacifica (a ovest) che sotto alla placca nordamericana (a nord).

Il piccolo paese di Parkfield, come detto, è situato lungo la faglia di Sant'Andrea. I sismologi hanno scoperto che questa sezione della faglia produce terremoti di magnitudo 6.0 con intervalli regolari di circa 22 anni. Dopo i terremoti avvenuti nel 1857, 1881, 1901, 1922, 1934 e 1966, gli scienziati hanno previsto che un terremoto dovesse colpire Parkfield nel 1993. Questo sisma è in realtà avvenuto nel 2004 (vedi capitolo seguente). A causa della frequente e regolare attività, Parkfield è diventata una delle località più popolari del mondo in cui tentare di prevedere e registrare grandi terremoti.

Nel 2004, sono cominciati i lavori a nord di Parkfield nel San Andreas Fault Observatory at Depth (SAFOD). L'obiettivo del SAFOD è di effettuare una perforazione vicina ai 3 chilometri nella crosta terrestre e dentro la faglia di Sant'Andrea. Una griglia di sensori sarà installata per monitorare e registrare i terremoti che avvengono in quest'area.

Altre ricerche sulla faglia, tese a monitorare la velocità di scorrimento lungo la faglia, hanno evidenziato che le città di Los Angeles e San Francisco (che giacciono su lati opposti della faglia) si stanno avvicinando tra loro, trasportate dalla faglia stessa, alla velocità di 6 mm all'anno.

The Big One è il nome giornalisticamente dato ad un possibile futuro terremoto che potrebbe essere uno dei più potenti mai verificatisi negli Stati Uniti, superiore al settimo grado della Scala Richter. Questo terremoto potrebbe scatenarsi come conseguenza dell'elevato accumulo di energia nella Faglia di Sant'Andrea, che attraversa la California per 1300 km e si trova tra la placca nordamericana e la placca pacifica, che scorrono in senso opposto. La faglia passa vicino a molte città, tra cui San Francisco e Los Angeles, che sarebbero messe in forte pericolo dal Big One.
Alcuni studi realizzati nel 2005 affermano che le probabilità che il Big One colpisca la California entro 30 anni a partire dalla data dello studio sono molto alte: il 67% delle probabilità dicono che colpirá Los Angeles, il 63% S. Francisco

In California, a causa della sua posizione sopra la faglia di Sant'Andrea, si verificano molto spesso terremoti, anche di forte intensità. Ciò è dovuto ai continui slittamenti tra le due placche tra le quali la faglia si trova, che trovando l'attrito delle rocce causano un grande accumulo di energia; quando questa supera l'attrito delle rocce viene liberata in superficie sotto forma di forti scosse sismiche.
Sono invece meno frequenti terremoti di grande intensità, cioè di magnitudo pari o superiore al 7° della Scala Richter. Ne sono esempi recenti il terremoto di Fort Tejon (poco a sud di Parkfield) nel 1857, di magnitudo 8, e il terremoto di San Francisco, nel 1906, di magnitudo 8,6.

I più recenti terremoti di grande intensità che si sono verificati lungo la faglia sono localizzati nel segmento settentrionale e nel segmento centrale. Nel segmento meridionale invece non si verificano terremoti di intensità maggiore del 7° della scala Richter da quasi 300 anni. Ed è proprio in questa zona che è previsto l’arrivo del Big One.

Uno studio del geofisico Yuri Fialko, dello Scripps Institute of Oceanography a La Jolla, CA (Usa), ha dimostrato che la faglia di Sant'Andrea ha accumulato nel corso di questi anni un'energia sufficiente a scatenare il prossimo Big One, un terremoto simile ai grandi terremoti del passato, di magnitudo 7 o anche superiore.



Questo studio afferma anche che il rischio più alto sarebbe per la zona meridionale della faglia. Infatti per trovare tracce di un grande sisma avvenuto nella California meridionale bisogna risalire al 1680. Per questo motivo l'energia che si è accumulata in questo tratto è talmente elevata da accrescere la probabilità dell'arrivo di un imminente e violento terremoto.

L'energia che si è accumulata nel corso degli anni a causa dello slittamento delle placche avrebbe dovuto causare un movimento lungo il segmento meridionale della faglia di circa 7 metri negli ultimi 250 anni. Se questo fosse accaduto l'energia avrebbe potuto liberarsi a piccole dosi attraverso terremoti di intensità minore. Dato che ciò non è accaduto e che questa pressione non può essere accumulata all'infinito, c'è da aspettarsi che quando l'energia verrà liberata tutta di colpo sarà devastante.

Le previsioni su quando effettivamente ciò avverrà non possono essere fatte con certezza. I ricercatori, nel 2005, affermarono però che un terremoto di intensità 6,7° della Scala Richter, pari a quello che colpì Los Angeles nel 1994, o più grande, avrebbe colpito entro i successivi 30 anni, con il 99% delle possibilità. La probabilità che questo terremoto sia catastrofico è invece del 46%, cioè che abbia intensità superiore a 7,5° della Scala Richter, circa 16 volte superiore a quello del 1994 (bisogna considerare che la Scala Richter è logaritmica, quindi un terremoto 7,7 è 31.6 volte più intenso di uno 6,7). In particolare la probabilità che il Big One colpisca di nuovo Los Angeles è del 67%, che colpisca invece San Francisco del 63%.

Dallo stesso studio, Yuri Fialko ha previsto che il Big One potrebbe avere un'energia sufficiente a far slittare i due labbri della faglia anche di 10 metri, quindi le conseguenze potrebbero essere peggiori rispetto al passato, quando il grande terremoto di San Francisco fece scivolare la faglia di circa 6,4 metri. Ecco perché si teme che il Big One possa essere il più grande terremoto mai registrato dall'uomo.

Se Big One colpisse l’area indicata con maggiore probabilità dagli studi, e con intensità maggiore di 6,7°, potrebbe distruggere Palm Springs e molte città nelle regioni di San Bernardino e Riverside, in California. Gli effetti potrebbero essere molto gravi per tutta la California meridionale, incluse le grandi metropoli e le aree molto popolate di Los Angeles, Orange County, San Diego e Tijuana.

Nell'immaginario popolare si pensa al Big One come al terremoto in grado di separare la California dal continente: tuttavia questo scenario, presentato nel romanzo Last Days of the Late, Great State of California, essendo la faglia di Sant'Andrea di tipo trascorrente, non è plausibile.

Per le previsioni del Big One sono in corso molti studi, sia per prevedere con più precisione il momento in cui il terremoto si scatenerà, sia per cercare un modo per limitarne i danni. Yuri Fialko ha studiato la faglia attraverso la strumentazione piazzata direttamente lungo la faglia e basandosi su dati raccolti a partire dal 1985 da due satelliti Gps dell'agenzia spaziale europea, che hanno fornito informazioni sui movimenti del sottosuolo con estrema precisione, permettendogli di metterli in relazione con l'accumulo di energia.

Un altro progetto avviato in California nel 2004 dallo US Geological Survey ha consentito di raggiungere la frattura. L'obiettivo è quello di cercare di fornire invece strumenti per limitare i danni. Questo studio, chiamato La trivella di Safod (San Andreas Fault Observatory at Depth), sta studiando le proprietà delle rocce nel sottosuolo, nelle vicinanze della città di Parkfield. Questa città si trova lungo il segmento centrale della Faglia di Sant'Andrea, ma è una tra le poche zone lungo la faglia che solitamente sono risparmiate da grandi e frequenti terremoti. Proprio per questa stranezza l'area è sede della ricerca.
Le ipotesi formulate sono molte, ma sono tutte basate sul fatto che in quel frammento della frattura ci sarebbe, tra le due placche, una specie di lubrificante che attutisce i movimenti opposti. La trivella di Safod è arrivata a scavare fino al cuore della faglia, a 3200 metri di profondità e ha portato in superficie i primi campioni di rocce, permettendo di ottenere nuove conoscenze sulla composizione e sulla struttura di quel tratto della faglia.
Pare che in questo punto si trovino silicati gelatinosi, talco, acqua e altro. I primi risultati sono stati presentati alla Fondazione Ettore Majorana di Erice, nel corso della Euroconferenza sulla fisica delle rocce e geomeccanica, e potrebbero aiutare a capire dove potrebbero esserci i maggiori rischi lungo tutta la faglia.

Grazie a questi studi e alle moderne tecnologie di laboratorio, sarà possibile, riprodurre le forze agenti sul materiale rappresentativo di faglia e determinarne l'attrito e le proprietà fisico-chimiche delle sue rocce. Inoltre sarà possibile misurare direttamente nel cuore della faglia le forze agenti e le interazioni tra i fluidi in pressione che si trovano in profondità.

Questo mega-terremoto potrebbe avvenire entro 25 anni da ora e avrebbe effetti devastanti: un evento di tale portata porterebbe danni irreparabili, basti pensare che il terremoto avvenuto all'Aquila aveva una magnitudo 5,9 ed è stato avvertito in maniera sensibile anche a Roma. Per quanto riguarda la faglia di Sant'Andrea, si pensa che le dighe lungo il fiume Colorado abbiano modificato un ciclo naturale: questo mancato rilascio di pressione potrebbe sfociare negli scenari sopra descritti. I ricercatori hanno calcolato che nell'ultimo millennio si sono verificati 5 grandi terremoti nella zona Sud, a distanza circa di di 180 anni: per questo desta preoccupazione che sia passato un lasso di tempo così grande dall'ultimo sisma distruttivo. Si teme che il Big One possa far slittare le due coste di 10 metri, diventando il più grande terremoto della storia.
Le probabilità che la magnitudo del sisma sia superiore al 7° grado sono pari al 46% mentre Los Angeles ha il 67% di probabilità di essere colpita, quattro punti percentuale in più rispetto a San Francisco.


LEGGI ANCHE : http://popovina.blogspot.it/2015/08/i-terremoti.html


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lunedì 24 agosto 2015

PERCHE' PEDOFILI?



L’immagine popolare del pedofilo è quella di un uomo di una certa età, una sorta di “sporcaccione” generalmente in pensione o disoccupato che, oltre a molestare ogni qualsiasi bambino che gli capiti a tiro, può avere anche altre anomalie del comportamento sessuale, o “parafilia”, come l’esibizionismo, il voyeurismo o altro. Le statistiche più recenti indicano, invece, che l’abitudine a molestare i bambini inizia generalmente attorno ai 15-16 anni, che di solito la vittima è nota al pedofilo e quest’ultimo spesso è un parente, un amico di famiglia o un frequentatore della casa che non presenta apparenti anomalie di comportamento.
L’attrazione erotica che alcuni sentono per i bambini non si traduce necessariamente in atti sessuali completi: il pedofilo può limitarsi a spogliare il bambino e guardarlo, a mostrarsi, a masturbarsi in sua presenza, a toccarlo con delicatezza o ad accarezzarlo, può convincere il bambino a toccarlo a sua volta e così via. C’è anche chi si limita guardare del materiale pornografico, materiale che oggi, navigando in Internet, può essere rintracciato abbastanza facilmente. Va infatti ricordato che, oltre ai pedofili attivi, ci sono anche i pedofili “latenti”, che non giungono a prendere l’iniziativa.
Altri pedofili sentono attrazione per i bambini di una particolare fascia di età, spesso quella in cui loro stessi ebbero per la prima volta delle esperienze erotico-sessuali con un adulto o un ragazzo più grande. Per altri ogni bambino può essere oggetto d’attenzione. C’è chi preferisce i maschi, chi la femmine, chi invece ricerca bambini di entrambi i sessi. Alcuni sono attratti sessualmente soltanto dai bambini (tipo “esclusivo”), altri sono talvolta attratti anche da adulti (tipo “non esclusivo”).
Alcuni praticano la pedofilia soltanto occasionalmente e non ricercano attivamente i bambini.
La maggior parte dei pedofili cerca di non maltrattare i bambini che riesce ad avvicinare, sia per l’attrazione nei loro confronti, sia perché vuole evitare che essi possano lamentarsi, parlare, “fare la spia”. Se scoperti solitamente i pedofili parlano delle loro molestie verso i bambini in termini molto delicati, ricorrendo alle più svariate razionalizzazioni.
Possono proclamare, ad esempio, il valore educativo di abbracci e carezze, oppure giustificarsi sostenendo che, in quell’occasione, il bambino era stato seduttivo, che era stato proprio il piccolo a sollecitare le avance sessuali dell’adulto, che da queste aveva ricavato poi un evidente piacere, ecc.
Alcuni rivendicano apertamente il loro “diritto” di amare i bambini di cui si sentono attratti a volte in maniera insopprimibile. “La nostra battaglia è come quella antiproibizionista. Chiediamo la libertà d’espressione per chi crede sia giusto amare i bambini. La nostra linea culturale, quando non c’è violenza, non c’è prostituzione, non c’è sfruttamento, va rispettata. Mettendoci in carcere fate di noi dei perseguitati”: è quanto ha dichiarato, in una sorta di “manifesto programmatico”, uno dei tre italiani responsabili di un network internazionale di pedofilia via Internet scoperto nel 1998. questa persona ha anche aggiunto:”Quando non c’è violenza, quando il bambino è consenziente, l’attenzione dell’adulto e il rapporto tra i due vanno considerati leciti” (Corriere della Sera, 8/9/98).
È evidente che, nella dichiarazione di questo “amante dei bambini”,il punto critico sta tutto nel termine “consenziente”. Può essere considerato “consenziente” un bambino che non sa cosa sta per fare, o che cosa gli sta per succedere, e che si trova in una posizione di nette inferiorità -dal punto di vista del potere, della comprensione, dell’esperienza e dell’autonomia emotiva- nei confronti di un adulto che ha un piano e degli obiettivi precisi?



Ci sono anche altri tipi di pedofili, meno “buoni” di quelli a cui fa riferimento il ”manifesto” appena citato. Sono quelli che praticano il cosiddetto “pedosadismo”.
In questo caso l’attrazione per i bambini e i ragazzini è associata a forme più o meno spinte di sadismo. Si tratta quasi sempre di individui privi di senso morale, spesso affetti da disturbi mentali, cresciuti in un clima di degrado ambientale e psicologico, che qualche volta finiscono per uccidere le loro vittime. Sono casi estremi ma, poiché i media tendono a enfatizzarli, si può avere l’impressione che tutti gli approcci pedofili possano finire in tragedia, il che ovviamente non è.
Va anche considerato che spesso l’eliminazione fisica del bambino non è premeditata, ma si verifica come alla reazione alla paura di essere scoperti. Dagli studi emerge, in particolare, che i pedofili violenti, per lo più, sono stati a loro volta vittime di violenza nell’infanzia, soprattutto di tipo omosessuale. Anche i pedofili non violenti hanno avuto frequentemente esperienze sessuali, basate però sulla seduttività e sull’affettuosità.
Le donne pedofile sono più rare degli uomini, spesso isolate o affette da una qualche forma di squilibrio psichico. Come gli uomini anche le donne possono creare notevoli dissesti psicologici. Quando una donna obbliga un bambino, o una bambina, a pratiche erotiche o sessuali, gli effetti possono essere devastanti, soprattutto se si tratta della madre. Per un figlio infatti la madre è una figura di attaccamento principale. Da lei si attende protezione e rispetto più che da qualsiasi altro adulto di sua conoscenza.

Secondo studi condotti in vari paesi occidentali, nell’85% dei casi l’abusante è un familiare, o un membro della famiglia allargata.
Un tratto tipico dell’abuso sessuale nella famiglia nucleare allargata è il silenzio: si teme che, parlando, il colpevole possa finire nelle mani della giustizia e la famiglia sfasciarsi. Questo è il motivo per cui i dati quantitativi sull’incesto peccano per difetto e i resoconti degli abusanti sono per lo più retrospettivi.
I casi più numerosi delle denunce sono a carico di patrigni e padri (70% dei casi), ma ci sono anche zii, cugini, fratelli, sorelle maggiori e qualche volta la madre. L’età media delle vittime è tra 6-8 e i 12 anni, ma alcuni bambini sono stati abusati in età inferiore. Il padre, o patrigno, autore di incesto (padre “endogamico”) occupa spesso all’interno della famiglia e tende ad ostacolare qualsiasi tentativo degli altri membri (specialmente della vittima) di intraprendere delle relazioni sociali al di fuori delle mura domestiche. Anche la vittima dell’incesto (spesso la figlia, più raramente il figlio) è sovente isolata e alla ricerca di contatto umano. In alcuni casi il rapporto incestuoso può essere sostenuto da alcuni “vantaggi secondari”: l’abusante ricompensa la vittima con regali e privilegi all’interno del nucleo familiare e questa può considerarsi come l’unica persona in grado di tenere unita la famiglia. Poiché nelle famiglie incestuose c’è quasi sempre una diffusa paura di arrivare alla disgregazione familiare (con conseguenti difficoltà economiche per alcuni membri), è stato ipotizzato che l’incesto abbia, a volte, la funzione “secondaria” di tenere unita una famiglia disfunzionale: un uomo che, ad esempio, non ha più rapporti con la moglie potrebbe andarsene da casa se non fosse per la relazione che intrattiene con la figlia. Per parte loro le figlie che sono oggetto di attenzioni particolari sono spesso coinvolte in situazioni di “inversione di ruolo” nei riguardi della madre. Quest’ultima finisce col delegare (implicitamente) alla figlia il ruolo di “donna di casa” e, più o meno inconsciamente, la incoraggia ad assumere anche gli aspetti sessuali. Il rapporto della figlia con la madre è in questi casi, ovviamente, molto conflittuale.
I genitori possono sembrare delle personalità ben adattate. Tuttavia, un esame più accurato della loro storia passata rivela spesso la presenza di un abbandono precoce da parte dei loro stessi genitori. Molti padri o patrigni incestuosi hanno subito deprivazioni affettive nell’infanzia. Analogamente, le madri sono spesso donne dipendenti o bisognose d’affetto, le cui mamme sono state spesso assenti od ostili. Qualche volta ai test psicologici entrambi i genitori possono mostrare segni di paranoia, squilibri, grosse inibizioni sessuali.
La personalità dei pedofili è polimorfa. C’è infatti chi ritiene che “la tendenza ad avere un contatto sessuale con i bambini può essere considerata secondo un continuum che va dall’individuo per il quale il bambino rappresenta l’oggetto sessuale scelto (pedofilia) a quello (l’altro estremo) per il quale la scelta di un oggetto sessuale immaturo è essenzialmente una questione di opportunità o coincidenza” (Ajuriaguerra, 1979).
Nel secondo caso si potrebbe parlare di soggetti “adattabili”, o “superficiali”, individui che non si pongono tanti problemi e prendono ciò che capita e che viene loro offerto. Ciò aiuterebbe, tra l’altro, a spiegare il fenomeno del turismo sessuale, praticato non solo da pedofili ma anche da persone che intrattengono normalmente rapporti con partner adulti.
Anche le tecniche per adescare i bambini sono di vario tipo. Naturalmente, quelle degli estranei sono più raffinate di quelle dei familiari. C’è chi in spiaggia corteggia la mamma per poi arrivare alla figlioletta, chi addirittura sposa una donna divorziata per avere poi accesso ai figli, chi cerca di diventare amico di famiglia per ottenere la fiducia dei genitori, chi avvicina bambini con carenze affettive o trascurati e via dicendo. Un pedofilo pentito ha rivelato il suo metodo “infallibile”: “Sono un radio amatore, era sufficiente che mi mettessi con la veranda con la mia radio per avere attorno un nugolo di maschietti dagli 8 ai 12 anni” (Howitt, 1998). Il che non significa che tutti i pedofili pianifichino le loro azioni nel dettaglio: alcuni agiscono senza premeditazione, lasciandosi condurre dagli eventi e sfruttando ogni occasione.
Un’inchiesta condotta da Conte et al. (1989), dell’università di Chicago, su venti pedofili in terapia mostra come generalmente gli “amanti dei bambini” siano ben consapevoli di ciò che fanno. È quello che emerse dalle risposte dei 20 pedofili pentiti (maschi tra i 20 e i 60 anni) osservati nel corso di quella ricerca dettero ai loro terapeuti.

Alla domanda: “Quante sono state le sue vittime?”, le risposte variano da un minimo di 1 ad un massimo di 40, con una media di 7.3 . 18 mesi era la vittima più giovane. In molti casi la vittima era imparentata con il pedofilo. Alla domanda: “c’era qualcosa nell’aspetto del bambino che ti attraeva?” alcuni indicavano soprattutto i tratti fisici (pelle liscia e morbida, corpo snello, capelli lunghi, volto grazioso, aspetto femminile) altri atteggiamenti e tratti del carattere:”vivace, socievole e affezionato. Sentivo che era il soggetto ideale perché aperto e fiducioso”. “Mi attraeva molto lo sguardo che era pieno di fiducia. Quando sono sospettoso non ti guardano in faccia”, “Aveva un aspetto vulnerabile. Era insicuro. Si fidava di tutti”.
“se erano in parecchi con un aspetto simile”, veniva poi chiesto ai soggetti “cosa ti spingeva a sceglierne uno piuttosto che un altro?”. Molti dissero di orientarsi verso i più deboli, quelli più bisognosi di protezione e più facilmente circuibili. Ecco alcune delle risposte: “Sceglievo il più giovane o quello che, secondo me, non avrebbe parlato”, “Quello che cercava protezione. Quello che i fratelli e sorelle si trascinano dietro come un peso. Quello a cui piaceva essere tenuto sulle ginocchia, a cui piacevano le mie carezze, che si lasciava toccare senza fare proteste e senza rivoltarsi contro”. Ancora: “Capisco quando il bambino ripone fiducia in me: lo vedo da come si muove, da come mi si rivolge e mi chiede le cose”, “Si capisce se un bambino ha già avuto di queste esperienze, perché è più tranquillo e remissivo quando si usano certe parole, si fanno delle allusioni o si prendono delle iniziative”, “Sceglievo gli isolati, quelli senza amici o trascurati e maltrattati, perché questi bambini sono alla ricerca di qualcuno che si prenda cura di loro”.
Alla domanda: “Dopo aver individuato una vittima potenziale, pensavi alla possibilità di essere scoperto?”, la maggior parte rispondeva affermativamente, spiegando come la paura determinasse il modo in cui avvicinavano i bambini: “Si, avevo paura di essere scoperto, perciò aspettavo il tempo e i luoghi giusti. È il motivo per cui mi rivolgevo ai bambini di non più di 7 anni. Alcuni ne avevano 3 e non penso che capissero cosa stessi facendo. Cercavo bambini che non fossero in grado di riferire”, “Avevo paura per tutto il tempo che li tenevo con me”, “Mi assolvevo pensando che non li stavo molestando, ma che soddisfacevo una mia curiosità”.
Alla domanda: “Dopo aver identificato la vittima, cosa facevi per convincerla a restare con te?”, alcuni parlavano di regali, altri delineavano strategie diverse: “Parlavamo, giocavamo insieme fino all’ora di andare a letto. Sedevo sul letto in slip e valutavo le sue reazioni”, “Le facevo il solletico, ridevamo, la toccavo. Con i bambini il contatto fisico è più importante della seduzione verbale”, “Cercavo di essere simpatico: gli proponevo dei giochi, gli mostravo attenzione, gli facevo i complimenti”, “Mi comportavo in modo tale che si sentisse sicuro con me”, “Lo attiravo con qualche scusa: un giocatolo, una cosa buffa o altro”, “Lo staccavo dagli altri”.

La maggior parte delle persone non pensa ai bambini come a dei possibili partner o “oggetti sessuali”. Perché per alcuni non è così? Si tratta di una malattia o di un impulso naturale? Secondo moli psicologi e psichiatri i pedofili hanno una personalità immatura, problemi di relazione, o sensi di inferiorità, che non consentono loro un rapporto con un adulto “alla pari”: si focalizzano sui bambini perché possono controllarli e dominarli. Con loro non provano sentimenti di inadeguatezza. L’immaturità emerge anche dall’incapacità di questi individui di assumere un ruolo responsabile. È vero che un bambino può, di tanto in tanto, assumere degli atteggiamenti provocanti o seduttivi, ma chi si lascia attivare sessualmente da tali atteggiamenti disinibiti e per lo più inconsapevoli è una persona che non sa tener conto del contesto. Questi stessi atteggiamenti e movenze suscitano, in una persona responsabile, un sentimento di tenerezza o di divertimento, non una reazione di tipo sessuale.
Secondo la psicoanalisi classica, i pedofili abituali sarebbero preda di un disturbo narcisistico della personalità. Nei bambini essi rivedrebbero se stessi nel periodo della propria infanzia, idealizzerebbero il corpo e la bellezza infantile, o preadolescenziale, e rievocherebbero lo stesso trattamento, o il suo opposto subito in passato. Sarebbero dunque al centro di un circuito che si autoalimenta e che li porta compulsivamente indietro nel tempo, al momento in cui essi stessi hanno vissuto quel tipo di esperienza, hanno provato eccitazione-paura e anche il turbamento di essere depositari di un segreto incomunicabile, una sorta di doppia vita.
I pedofili sarebbero insomma rimasti “fissati” a quelle emozioni intense e a quegli schemi estetico-erotici che ora cercano di esplorare e rivivere, senza riuscire ad evolvere verso forme diverse di erotismo, incuranti della differenza tra generazioni e negando l’esistenza di ruoli e funzioni adulte. A ciò si aggiunge, nei pedofili abituali, il piacere della trasgressione e, oggi, anche quello di trovare propri simili su Internet. Qui, oltre a scambiarsi materiale e informazioni, possono rivendicare un’identità in contrapposizione a tutti coloro che disapprovano i loro comportamenti o combattono la pedofilia.
Infine, in casi in cui il disturbo narcisistico della personalità sia associato a gravi tratti asociali, le determinanti inconsce del comportamento sessuale possono pericolosamente connettersi alle dinamiche del sadismo. La conquista sessuale del bambino, in questo caso, rappresenta uno strumento di vendetta per gli abusi subiti, una sorta di puntello alla scarsa stima di sé. Un senso di trionfo e di potere può accompagnare la trasformazione di un trauma passivo in una vittimizzazione perpetrata attivamente: il bambino è così visto come un oggetto che può essere facilmente dominato e terrorizzato, che non provoca frustrazione e non si vendica.
Alcuni autori (Ward et al., 1995) hanno anche elaborato un modello teorico che mette in relazione i problemi di intimità dei pedofili con i diversi tipi di attaccamento. Essi hanno individuato tre diversi tipi di molestatori:
1) Gli “ansiosi-resistenti”, che hanno scarsa autostima, si considerano indegni d’amore e ricercano costantemente l’approvazione degli altri. In presenza di un partner che può essere controllato (come un bambino in stato di bisogno o di carenza) essi si sentono sicuri, mentre sono incapaci di stabilire relazioni emozionali con persone adulte. Talvolta possono diventare dipendenti emotivamente dal rapporto con i bambini, con la conseguenza che i confini tra adulto e bambino si perdono e la relazione affettiva si trasforma in sessuale. Curano e corteggiano i bambini e raramente usano mezzi coercitivi.
2) Gli “evitanti-timorosi”, che presentano un forte desiderio di contatto insieme alla paura del rifiuto, tanto da evitare relazioni intime con adulti percepiti come rifiutanti. Le modalità con cui il soggetto mette in atto l’abuso sono caratterizzati da scarsa empatia e uso della forza.
3) Gli “evitanti-svalutativi”, che hanno come meta il conseguimento dell’autonomia e dell’indipendenza, per cui sono alla ricerca di relazioni con il minimo contatto sociale possibile e il minor grado di apertura emozionale e personale. Al pari degli evitanti-timorosi cercano rapporti impersonali, caratterizzati però da un maggior grado di ostilità e aggressività che può condurre a comportamenti coercitivi violenti o sadici.

Sono pochi i pedofili che accettano di farsi curare e molti non si considerano malati. Alcuni, come abbiamo già detto, rivendicano pubblicamente la liceità dei loro approcci, sostenendo che c’è abuso soltanto quando c’è costrizione violenta. Costoro affermano che anche un bambino piccolo è in grado è in grado di scegliere e di dimostrare il suo rifiuto, se non gradisce certi contatti. Sul sito Danish paedophile association si possono trovare sintetizzate le risposte che i pedofili “buoni” danno ai quesiti principali: “la pedofilia non è una malattia e non deve essere curata; la pedofilia è sempre esistita; le cause della pedofilia non devono essere ricercate in ipotetiche violenze subite nel passato; i pedofili sia uomini che donne, nel 75% dei casi preferiscono soggetti del proprio sesso; non è nocivo un rapporto con un bambino consenziente, bensì il clamore suscitato se viene scoperto; la sessualità non è cattiva, in qualunque forma si manifesti, ma un aspetto gradevole dell’esistenza; i bambini hanno una loro naturale seduttività, perché reprimerla?”.
I pedofili che usano seduzione e blandizie e condannano le violenze hanno fondato associazioni per difendere il “diritto di libertà sessuale del bambino”, a parer loro oppresso da una società sessuofobia. Secondo quest’ottica i veri danni ai bambini sarebbero provocati da: dal fatto di dover mantenere segreti i “giochi” che fanno con gli adulti (segreto che di per se creerebbe sensi di colpa); dalle trafile giudiziarie (interrogatori e confronti) che fanno seguito alle denuncie; dal comportamento dei genitori: se questi non comunicassero al figlio il timore di poter essere vittima di violenza, sostengono i pedofili, il bambino non si sottrarrebbe alle attenzioni sessuali degli adulti, non ne proverebbe vergogna e, alla fine, non verrebbe neppure ucciso.
Uno degli obbiettivi dei pedofili organizzati è proprio quello di indebolire l’influenza che i genitori hanno sui figli. A questo proposito l’associazione di pedofili The Slurp ha stilato una lettera, idealmente rivolta a tutti i bambini, allo scopo di vincere le loro resistenze.



Sempre più spesso, nonostante la censura di Stato si affanni per impedire la divulgazione di questo genere di notizie, vengono riferiti dalla stampa, ma soprattutto dai siti internet italiani ed esteri, episodi di pedofilia che hanno come protagonisti dei preti.
Viene da chiedersi: perché i preti diventano pedofili? Molti penseranno che sia uno degli effetti del celibato forzato, ma se dipendesse semplicemente da questo, dovremmo osservare somiglianze statistiche con analoghe situazioni di castità obbligatoria, cosa che non risulta. Del resto, se la condizione di celibato diventasse insostenibile per il prete, perché non ripiegare nella normale eterosessualità adulta, più o meno clandestina?

No, certamente il comportamento pedofilo non può essere spiegato con la semplice repressione sessuale, nemmeno se esasperata e prolungata negli anni.

Sebbene la pedofilia sia un crimine particolarmente odioso perché colpisce le vittime più indifese e disarmate, va tuttavia detto che essa evidenzia uno stato di regressione psichica da parte di chi la mette in atto.

Un pedofilo non è mai completamente adulto, bensì cerca, a livello inconscio, di rievocare simbolicamente la sua stessa infanzia. La mancanza di maturità sessuale da parte dei  preti, che l’esperienza del seminario non ha certo potuto permettere,  potrebbe aver “fissato” lo stato evolutivo psichico ad uno stadio preadolescenziale.

Questa interpretazione narcisistica del comportamento pedofilo dei preti sarebbe confermata dall’osservazione dell’età media delle vittime, spesso compresa fra gli 8 e i 12 anni. Va anche sottolineato che nella quasi totalità dei casi si tratta di pedofilia omosessuale, ed anche questo elemento ci fa capire come il prete pedofilo abbia pesanti conflitti da risolvere con sé stesso, con la propria sessualità, con la propria storia e  soprattutto con la propria identità.

La pedofilia è comunque un fenomeno estremamente complesso, non è semplicemente espressione di tendenze regressive infantili negli adulti (altrimenti i pedofili sarebbero milioni!).

Va considerato un altro fondamentale aspetto: il rapporto sado-masochistico. Anche qualora non vi sia violenza, è innegabile che il pedofilo, per sottomettere la vittima, faccia leva sul suo potere adulto e sulla sua superiorità fisica e psicologica.

E’ anche evidente che lo scopo del pedofilo non è di procurare piacere, ma di ottenerlo, anche usando la propria preda come fosse un giocattolo inerme. C’è dunque una notevole componente ideologicamente autoritaria nella pedofilia. Un autoritarismo che si esprime come un bisogno di possessivismo morboso, invincibile, da cui non ci si può sottrarre.

E’ estremamente significativo che in molti episodi riportati dalle cronache, si nota che i preti pedofili generalmente non prendono particolari precauzioni per nascondere i propri perversi comportamenti. Nel loro delirio di onnipotenza (che è anch’esso di origine infantile) essi preferiscono contare sulla omertà delle proprie vittime piuttosto che sul mettere in atto i comportamenti devianti in contesti protetti, magari lontano dal proprio ambiente.

A questo punto possiamo avanzare un’ipotesi che forse dà un senso logico a tutto quanto esposto precedentemente, e che potrebbe almeno in parte spiegare il ricorrente nesso fra comportamento pedofilo e condizione di prete.

Riepilogando, abbiamo analizzato le principali componenti della pedofilia e abbiamo riscontrato regressione, autoritarismo, possessivismo morboso.  Guarda caso, si tratta dell’essenza più intima della teologia cattolica!

Il cattolicesimo, fra tutte le religioni del mondo, è infatti quella che offre al popolo il maggior numero di simboli infantili: non a caso il personaggio più proposto, più venerato, più rappresentato e rispettato è una mamma. Poi, proprio come si fa con i bambini, vengono continuamente propinate  promesse, minacce, premi e punizioni. Raramente, o forse mai, si parla di responsabilità personale o di libere decisioni, quelli sono comportamenti troppo adulti, i cattolici possono solo osservare, seguire, credere,  aderire, obbedire, confessare, pentirsi, ecc.

Sempre a proposito di regressione infantile, si osservi che il principale rito cattolico, nonché il comportamento più meritorio e sacro, è un comportamento “orale”, cioè l’eucarestia. Che i buoni cristiani debbano fare la comunione tutte le domeniche ricorda incredibilmente un vecchio luogo comune: “i bambini buoni mangiano tutta la pappa”. Non solo: nella liturgia cattolica si insiste, non a caso, sul fatto che l’ostia debba essere “imboccata” dalle mani del sacerdote, e non presa in mano dall’adepto. Come accade con una mamma che nutre un bambino che non sa ancora tenere in mano il cucchiaino.

Pochi hanno notato che, a suo tempo, ci fu un richiamo di papa Wojtyla  proprio su questo argomento, ovvero dell’ostia “imboccata” dal prete, dato che molte chiese si stavano disinvoltamente protestantizzando su questa formalità apparentemente insignificante, distribuendo ostie direttamente nelle mani dei fedeli. Ma alla chiesa certi dettagli non sfuggono, perché ne conoscono l’enorme portata psicologica.

Ed è infatti così che la chiesa vuole che siano i suoi sottoposti: inermi, inconsapevoli, bambini che si abbandonano ciecamente nelle mani di una autorità protettiva e consolatoria. Bambini che non sanno nemmeno usare le proprie mani. Guarda caso, anche i pedofili hanno bisogno di soggetti passivi ed inconsapevoli. Curioso vero?

Sta di fatto che il bambino stuprato, vittima del pedofilo, magari del prete-pedofilo, è quindi una metafora del cattolico perfetto: sottomesso, timoroso, silenzioso, fiducioso che ciò che accade è per il suo bene.

Il prete pedofilo non cessa dunque di essere prete (“Tu es sacerdos in aeternum”), anzi, forse esprime nella forma più eloquente ed esplicita quella ideologia che la sua mente ha assorbito da anni e anni, finendo per identificarsi con essa. Avete notato? I preti pedofili se scoperti non lasciano mai il sacerdozio, a differenza dei preti che hanno avuto delle “banali” relazioni con donne. Inoltre, difficilmente vengono sospesi dalle celebrazioni religiose, tutt’al più vengono trasferiti “per non dare scandalo”.

Ora sappiamo perché: la pedofilia esprime in realtà ruoli e significati profondamente ed intimamente “cattolici”, sebbene il prete pedofilo abbia il paradossale ruolo di essere contemporaneamente vittima (sia dei suoi problemi personali che di una ideologia oggettivamente nociva per l’equilibrio psichico) e carnefice (perché commette abusi senza preoccuparsi dei danni indelebili che procura agli altri).

La dinamica “prete pedofilo-bambino” è dunque una efficace metafora del rapporto fra la chiesa e i suoi fedeli, fra l’istituzione possessiva e autoritaria, e i suoi seguaci ingenui e “bambini”.

Tra l’altro  la chiesa, battezzando bambini inconsapevoli, e indottrinandoli sin dalla scuola materna, a ben vedere mette in atto le stesse tecniche di adescamento usate dai pedofili, che infatti fondano la loro seduzione proprio sulla non conoscenza, sulla non consapevolezza e persino sul senso di timore riverenziale che la vittima avverte “dopo” l’avvenuto “battesimo” (in questo caso il termine va interpretato con un doppio senso).

In entrambi i casi, questi bambini “vittime” (sia di pedofili che di chiese pedofile) sanno provare solo sensi di colpa, e non l’opportuno e sacrosanto diritto alla propria integrità mentale e fisica. Infatti, come tutti gli psicoterapeuti sanno bene per esperienza professionale, ricevere una educazione rigidamente cattolica non lascia minori conseguenze negative nella personalità rispetto agli effetti dei traumi psicologici che derivano dal subire episodi di pedofilia. Anzi forse questi ultimi, essendo tutto sommato più circoscritti, possono essere superati più facilmente.


Un’altra analogia simbolica fra pedofilia e cattolicesimo la troviamo, nientemeno, nella messa. La rievocazione del sacrificio di una vittima innocente! Il rito del cosiddetto “agnello” che viene sacrificato sull’altare “per l’espiazione dei nostri peccati”.

Un prete, dunque, che celebra la messa, drammatizza simbolicamente (per la teologia cattolica addirittura materialmente) il “sacrificio di una vittima innocente”.  Potremmo paradossalmente dire che anche i pedofili “sacrificano vittime innocenti”. Questo è molto importante perché è il cuore dell’ideologia cattolica. Abituare la propria mente a pensare che sacrificare vittime innocenti sia un rituale sacro, positivo, espiatorio, purificatore e da cui scaturisce il bene, può certamente confondere l’inconscio, “abituandolo” a concezioni sottilmente perverse e sacralizzate.

Il prete pedofilo, stuprando bambini, per quanto spaventoso e deviante possa sembrare, non fa altro che “celebrare una messa”, usando simboli diversi ma evocando significati analoghi, ovvero: la vittima innocente va sacrificata. Il suo sangue non è la prova della violenza umana, al contrario, esso ci “lava” e ci purifica! Del resto, cose simili accadevano anche in molti antichi riti religiosi. Quanti poveri animali sono stati torturati, dissanguati e uccisi affinché i sacerdoti si illudessero, in tal modo, di ripulire sia la propria coscienza che quella altrui!

L’omertà della chiesa, e le sue solite negazioni dell’evidenza, oltretutto, impediscono a questi preti di essere curati, supportati da specialisti della psicologia, magari portati in psicoterapia. E perché no, studiati di più, affinché si possa tentare di prevenire il continuo ripetersi di questi fenomeni.

Evidentemente la chiesa preferisce tenersi dei preti pedofili, che continueranno a fare vittime innocenti, piuttosto che correre il rischio di confrontarsi con delle menti liberate.




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