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lunedì 13 giugno 2016

LA GRANDE MURAGLIA CINESE

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La Grande muraglia cinese è una gigantesca costruzione in muratura edificata durante il regno di Chin Shih-Huang-Ti (246-210 avanti Cristo). La sua realizzazione richiese otto anni di lavoro. La funzione di questa ciclopica impresa era proteggere i confini settentrionali del Paese e collegare una serie di fortezze.

Sopra di essa correva una strada per permettere ai messaggeri, in caso di pericolo, di dare l’allarme e di far accorrere le truppe. La Grande muraglia infatti avrebbe dovuto servire come frontiera invalicabile per le numerose tribù nomadi, per lo più di origine mongola, che continuamente minacciavano di invadere la Cina.

Questo enorme baluardo non riuscì comunque a contenere i nemici e il Paese fu poi conquistato dai mongoli. La Grande muraglia, mantenuta efficiente fino al '500, ha una lunghezza di 3.460 chilometri, a cui vanno aggiunti 2.860 di ramificazioni e contrafforti. L’altezza varia da 4,5 a 12 metri, mentre lo spessore raggiunge i 9 metri e mezzo.

L'arte della guerra si è evoluta moltissimo dal tempo lontano in cui la Grande Muraglia fu costruita. L'artiglieria pesante, l'aviazione, hanno ridimensionato drasticamente la funzione di strutture difensive pur massicce come la Grande Muraglia o come il Vallo di Adriano che i Romani costruirono nella prima metà del 2° secolo d.C. per difendere i possessi in Britannia dalle incursioni scozzesi. Queste strutture si rivelarono del resto inefficaci già in un tempo molto vicino alla loro costruzione.

Il lunghissimo muraglione che chiude a nord la Cina fu costruito nel 3° secolo a.C. utilizzando preesistenti strutture difensive edificate da diversi sovrani cinesi a partire dalla metà del 4° secolo a.C. A creare l'esigenza di una fortificazione continua tanto imponente furono le incursioni degli Xiongnu, feroce popolazione asiatica nomade appartenente probabilmente allo stesso ceppo degli Unni. Gli Xiongnu tentarono per più di due secoli, prima di essere definitivamente annientati, di penetrare in Cina.
In cinese essa è più comunemente nota come Changcheng che significa "lungo muro"; questo termine può essere trovato nelle Shiji (I secolo a.C.) con riferimento alle mura costruite dagli Stati Combattenti (più in particolare, alle mura di Qin Shi Huang); da queste Memorie deriva il senso figurato "senza fine"; l'unione con "lungo muro" forma il nome moderno della Grande Muraglia.

Storicamente, le dinastie dopo quella Qin hanno evitato di usare il termine changcheng per riferirsi alle loro "Grandi mura", in quanto si diceva che il termine evocasse immagini della tirannia dei Qin. Piuttosto, documenti storici indicano l'uso di vari termini come "frontiera", "bastione", "barriera", "fortezze esterne", e "muro di confine", oltre a nomi poetici e popolari come "frontiera violetta" e "drago della terra". Solo in tempi moderni Changcheng è diventato l'unico termine per riferirsi ai lunghi muri di confine indipendentemente dal luogo o dall'origine dinastico, equivalente al termine occidentale "Grande Muraglia Cinese".

Ai cinesi erano familiari le tecniche per costruire le mura già dal periodo della Primavera e Autunno tra l'VIII e il V secolo a.C. Durante questo periodo e il successivo Periodo dei regni combattenti, gli stati di Qin, Wei, Zhao, Qi, Yan e Zhongshan costruirono ampie fortificazioni per difendere i propri confini. Costruite per resistere all'attacco di armi come spade e lance, queste pareti furono fatte perlopiù riempendo con terra e ghiaia lo spazio fra due pareti.

Qin Shi Huang conquistò tutti gli stati avversari e unificò la Cina nel 221 a.C., istituendo la dinastia Qin; con l'intenzione di imporre il dominio centralizzato e di prevenire il riemergere dei signori feudali, ordinò la distruzione delle sezioni di muro che dividevano il suo impero lungo i precedenti confini statali. Per definire e difendere il territorio dell'impero rispetto al popolo Xiongnu del nord, ordinò la costruzione di nuove mura per collegare le restanti fortificazioni lungo la frontiera settentrionale dell'impero. Trasportare la grande quantità di materiali necessari per la costruzione era difficile, quindi i costruttori cercarono sempre di utilizzare risorse locali. Le pietre delle montagne furono utilizzate sulle catene montuose, mentre la terra battuta fu utilizzata per la costruzione in pianura. Non sono stati rinvenuti documenti storici intatti che indichino l'esatta lunghezza e il corso delle mura della dinastia Qin.

La maggior parte delle mura antiche si sono erose nel corso dei secoli, e molte sezioni rimangono oggi. Il costo umano della costruzione non è noto, ma è stato stimato da alcuni autori che centinaia di migliaia - forse vicino al milione - di lavoratori morirono nella costruzione delle mura durante la dinastia Qin. In seguito le dinastie del Nord, fra cui la Han e la Sui, ripararono, ricostruirono o espansero varie sezioni della grande Muraglia pagando molto per difendersi contro gli invasori del nord. Le dinastie Tang e Song non costruirono alcun muro nella regione, in modo sostanziale. Le dinastie Liao, Jin, Yuan, che governarono la Cina settentrionale durante la maggior parte dei secoli X-XIII, costruirono alcune mura difensive nel XII secolo situate, comunque, molto a nord della Grande Muraglia, nell'odierna Mongolia sia interna che esterna.

L'idea di una Grande Muraglia fu ripresa nuovamente durante la dinastia Ming nel XIV secolo, dopo la sconfitta dell'esercito Ming da parte degli Oirats, nella battaglia di Tumu. I Ming non erano riusciti a ottenere una vittoria chiara sulle tribù della Manciuria e della Mongolia dopo le battaglie successive, e il conflitto che ormai durava da lungo tempo stava indebolendo l'impero; i Ming adottarono una nuova strategia per tenere lontane le tribù nomadi: la costruzione di muri lungo il confine settentrionale della Cina. Riconoscendo il controllo Mongolo stabilito nel deserto Ordos, il muro seguì il bordo del deserto meridionale invece di incorporare la piegatura del Fiume Giallo.

A differenza delle fortificazioni precedenti la costruzione Ming era più forte e più elaborata impiegando mattoni e pietra piuttosto che terra battuta. Si stima che siano state costruite fino a venticinquemila torri di guardia lungo il muro. Poiché le incursioni mongole continuarono periodicamente nel corso degli anni, i Ming dedicarono notevoli risorse per riparare e rinforzare le mura; le sezioni vicino alla capitale Ming di Pechino furono particolarmente fortificate. Anche Qi Jiguang riparò e rinforzò il muro, tra il 1567 e il 1570; aggiunse mattoni a sezioni in terra battuta e costruì milleduecento torri di guardia da Shanhaiguan Pass a Changping per la vigilanza riguardo l'avvicinamento di predoni mongoli. Fra il 1440 e il 1460, i Ming costruirono anche un cosiddetto "Muro di Liaodong"; simile in funzione alla Grande Muraglia (della quale, in un certo senso, era un'estensione), ma più basico nella costruzione, il Muro di Liaodong racchiudeva il cuore agricolo della provincia Liaodong, proteggendolo contro eventuali incursioni dai mongoli Jurched, Oriyanghan da nord-ovest e gli jurchen dello Jianzhou da nord. Mentre pietre e piastrelle furono utilizzate in alcune parti del Muro Liaodong, la maggior parte del muro era in realtà semplicemente realizzato con terra battuta e corredato di fossati su entrambi i lati.

Verso la fine della dinastia Ming la Grande Muraglia contribuì a difendere l'impero dalle invasioni Manciù che ebbero inizio intorno al 1600. Anche dopo la perdita di tutta la regione Liaoning, l'esercito Ming mantenne il controllo dell'altamente fortificato passo di Shanhai, impedendo ai Manchu di conquistare il cuore della Cina. I Manciù furono finalmente in grado di attraversare la Grande Muraglia, nel 1644, dopo che Pechino era già stata conquistata dai ribelli di Li Zicheng; già precedentemente i Manciù avevano attraversato la Grande Muraglia più volte per razziare, ma questa volta fu per conquistare. Il 25 maggio le porte a Shanhaiguan furono aperte dal comandante generale Ming Wu Sangui alleatosi con i Manciù, nella speranza di usarli per espellere i ribelli da Pechino. I Manciù si impadronirono velocemente di Pechino, e dopo aver sconfitto sia la dinastia Shun (fondata dai ribelli) sia la restante resistenza Ming, stabilirono il governo della dinastia Qing su tutta la Cina.



Sotto il governo Qing i confini della Cina si estesero oltre le mura e la Mongolia fu annessa all'impero, quindi, si interruppe la costruzione della Grande Muraglia. D'altra parte, il cosiddetto Salice Palisade, seguendo una linea simile a quella del muro Ming Liaoning, è stato costruito dai governanti Qing in Manciuria; il suo scopo, però, non era per difesa ma per il controllo delle migrazioni.

Gli arabi antichi avevano sentito parlare della Grande Muraglia Cinese nei periodi precedenti della storia della Cina già nel XIV secolo. Essi la associarono con i muri Gog e Magog di Dhul-Qarnayn del Corano, come il viaggiatore del Nord Africa Ibn Battuta aveva sentito dalle comunità musulmane locali a Guangzhou intorno al 1346. Marco Polo, nel suo Milione (scritto intorno al 1298), non fa invece alcun cenno ad essa.

Soltanto dopo che gli Europei raggiunsero la Cina Ming nei primi anni del XVI secolo, i racconti della Grande Muraglia iniziarono a circolare in Europa anche se nessun europeo riuscì a vederla con i propri occhi per un altro secolo. Forse una delle prime descrizioni del muro, e della sua importanza per la difesa del Paese contro i " tartari " (cioè i Mongoli), potrebbe essere quella contenuta nel terzo Decada di Asia di João de Barros (pubblicato nel 1563). Altri racconti nelle fonti occidentali comprendono quelli di Gaspar da Cruz, Bento de Goes, Matteo Ricci, e il vescovo Juan González de Mendoza. Nel 1559, nella sua opera "Trattato della Cina e delle Regioni Vicine" Gaspar da Cruz offre una discussione iniziale della Grande Muraglia. Forse il primo caso registrato di un europeo che entrò effettivamente in Cina attraverso la Grande Muraglia è del 1605, quando il fratello gesuita portoghese Bento de Góis raggiunse il Passo Jiayu a nord-ovest, dall'India. I primi racconti europei erano per lo più modesti ed empirici, copiando molto la descrizione contemporanea cinese del muro, anche se poi scivolavano in iperboli compresa l'affermazione errata, ma onnipresente, che le Mura Ming fossero le stesse che erano state costruite da Qin Shi Huang nel III secolo a.C..

Quando la Cina aprì le sue frontiere ai mercanti e ai visitatori stranieri, dopo la sconfitta nella prima e nella seconda guerra dell'oppio, la Grande Muraglia diventò un'attrazione principale per i turisti. I diari di viaggio del tardo XIX secolo migliorarono ulteriormente la reputazione e la mitologia della Grande Muraglia in modo tale che, nel XX secolo, si credeva che la Grande Muraglia fosse visibile dalla Luna o perfino da Marte (mentre in realtà non è vero).

Nonostante non ci sia un consenso unanime sulla definizione della Grande Muraglia Cinese, fatto che rende l'intero corso della Grande Muraglia difficile da descrivere nella sua interezza, il percorso della linea principale della Grande Muraglia che segue le costruzioni Ming può essere tracciato.

Il Passo di Jiayu, situato nella provincia di Gansu, è il termine occidentale della Grande Muraglia Ming. Sebbene fortificazioni Han come il Passo di Yumen e il Yangguan esistano più a ovest, le pareti ancora esistenti che portano a questi passaggi sono difficili da rintracciare. Dal Passo di Jiayu il muro viaggia in modo discontinuo lungo il Corridoio Gansu e nei deserti di Ningxia, dove entra il bordo occidentale del Fiume Giallo a Yinchuan. Qui le prime grandi mura erette durante la dinastia Ming tagliano attraverso il deserto Ordos verso il bordo orientale del Fiume Giallo. Lì al passo di Piantou nella città di Xinzhou, in provincia di Shanxi, la Grande Muraglia si divide in due con la "Grande Muraglia Esterna" che si estende lungo il confine della Mongolia con lo Shanxi in provincia di Hebei, e la "Grande Muraglia Interna" che si estende verso sud-est dal Passo di Piantou per circa quattrocento chilometri, attraversando passaggi importanti come il Passo di Pingxing e il Passo di Yanmen prima di ricongiungersi con la Grande Muraglia Esterna a Sihaiye, nella Contea di Yanqing, Pechino.

Le sezioni della Grande Muraglia vicino al comune di Pechino sono particolarmente famose: erano frequentemente rinnovate e sono regolarmente visitate dai turisti al giorno d'oggi. La Grande Muraglia Badaling vicino a Zhangjiakou è il più famoso tratto della Muraglia, e per questo è stato il primo tratto ad essere aperto al pubblico dalla Repubblica popolare cinese; un seguente tratto fu reso visitabile ai dignitari stranieri. A sud di Badaling c'è il Passo di Juyong; utilizzato dai cinesi per proteggere la loro terra, questa sezione del muro aveva molte guardie per difendere Pechino, capitale della Cina. Realizzata in pietra e mattoni dalle colline, questa porzione della Grande Muraglia è di quasi otto metri di altezza e cinque metri di larghezza.

Una delle sezioni più suggestive del Grande Muraglia Ming è dove si inerpica per pendii estremamente ripidi. Si estende per undici chilometri di lunghezza, varia da cinque a otto metri di altezza e sei metri in tutta la parte inferiore, restringendosi sino a cinque metri in alto. Wangjinglou è una delle sessantasette torri di guardia di Jinshanling, a 980 metri sul livello del mare. A sud est di Jinshanling c'è la Grande Muraglia Mutianyu che si snoda lungo altre montagne, da sud-est a nord-ovest per più di due chilometri; è collegata con il Passo di Juyongguan ad ovest e con Gubeikou a est. Questa sezione è stata una delle prime ad essere rinnovata in seguito ad agitazioni della Rivoluzione Culturale.

Ai margini del Golfo di Bohai c'è il Passo di Shanai, la fine tradizionale della Grande Muraglia conosciuto come "Il primo passaggio sotto il cielo". La parte del muro che incontra il mare è chiamata "Vecchia testa di Drago" ed è all'interno del complesso del Passo di Shanhai. Tre chilometri a nord di Shanhaiguan c'è il Grande Muro di Jiaoshan, il sito della prima montagna della Grande Muraglia. Quindici chilometri a nord-est da Shanhaiguan c'è Jiumenkou, che è l'unica parte del muro che fu costruita come un ponte.

Prima dell'uso di mattoni, la Grande Muraglia era stata costruita principalmente utilizzando terra battuta, sassi e legno. Durante la dinastia Ming, tuttavia, i mattoni furono utilizzati in molte aree della parete, così come lo furono i materiali come piastrelle, calce e pietra. Le dimensioni e il peso dei mattoni li rendeva più facili da lavorare rispetto alla terra e alla pietra, accelerando la costruzione. Inoltre, i mattoni potevano sopportare più peso e durare nel tempo meglio della terra battuta. D'altronde, la pietra può sopportare il proprio peso meglio dei mattoni, ma è più difficile da lavorare; di conseguenza, le pietre tagliate in forme rettangolari sono state utilizzate per la fondazione e per i passaggi pedonali interni ed esterni. La stragrande maggioranza del muro è edificata con merli per la difesa; questi sono alti poco più di trenta centimetri e larghi poco più di venti; dai parapetti le guardie potevano controllare il terreno circostante. La comunicazione tra le unità dell'esercito lungo la lunghezza della Grande Muraglia, tra cui la possibilità di chiamare rinforzi e avvertire le guarnigioni riguardo ai movimenti nemici, era di grande importanza: svariate torrette di segnalazione sono presenti sulle cime delle colline o in altri punti alti lungo il muro in modo da renderle facili le segnalazioni. I cancelli di legno forse erano usati come una trappola contro quelli che li attraversavano. Caserme, scuderie e armerie furono costruite vicino alla superficie interna del muro.

Mentre alcune porzioni a nord di Pechino e vicino a centri turistici sono state conservate e anche ampiamente rinnovate, in molti luoghi la Muraglia è in rovina. Alcune sezioni del Muro sono anche soggette a graffiti e ad atti vandalici. Alcune parti sono state distrutte perché la Muraglia ostacolava nuove costruzioni.

Più di sessanta chilometri della Muraglia in provincia di Gansu potrebbero scomparire nei prossimi venti anni per via dell'erosione causata da tempeste di sabbia. In alcuni punti l'altezza del muro è stata ridotta da più di cinque metri a meno di due metri. Le torri di avvistamento quadrate che caratterizzano le immagini più famose del muro sono scomparse completamente. Molte sezioni occidentali del muro sono state costruite utilizzando il fango, piuttosto che mattoni e pietra, pertanto, sono più sensibili all'erosione. Nel mese di agosto 2012, una sezione di trenta metri della muraglia, nella provincia di Hebei (nord della Cina) è crollata dopo giorni di forti piogge continue.

Uno dei primi riferimenti noti al mito della visibilità dallo spazio appare in una lettera scritta nel 1754 dall'archeologo inglese William Stukeley. Stukeley ha scritto che, "Questo possente muro di quattro miglia di lunghezza (Vallo di Adriano) è superato solo dalla Muraglia Cinese, la quale fa una notevole figura sul globo terrestre, e potrebbe essere individuata dalla Luna". L'affermazione è stata citata anche da Henry Norman nel 1895 dove egli afferma che "oltre alla sua età - la Grande Muraglia - gode della reputazione di essere l'unica opera fatta dalle mani dell'uomo sul globo terrestre visibile dalla Luna". La questione dei "canali" su Marte era prominente alla fine del XIX secolo e può aver portato alla convinzione che oggetti sottili e lunghi possano essere visibili dallo spazio. L'affermazione che la Grande Muraglia sia visibile dalla Luna appare anche nella fascetta Ripley's Believe It or Not! del 1932, e nel libro Secondo Libro delle Meraviglie di Richard Halliburton del 1938.

La grande Muraglia viene spesso indicata come l'unica opera umana visibile dallo spazio (o dalla Luna), ma questa è un'affermazione che, per quanto suggestiva, è priva di ogni fondamento. Il motivo è molto semplice: anche se lunga migliaia di chilometri (misura rimarchevole riguardo un'osservazione anche da notevoli distanze dal pianeta) la Grande Muraglia è però larga meno di dieci metri, pertanto, già ad un centinaio di chilometri di altezza - e, a maggior ragione, da migliaia o centinaia di migliaia di chilometri dal pianeta - essa non sarebbe visibile a causa del potere risolutivo dell'occhio umano. Effettivamente, molti astronauti hanno riferito al quartier generale della NASA di non aver mai notato la serpeggiante costruzione, se non usando il telescopio. In ogni caso, dalla Luna è assolutamente impossibile vederla ad occhio nudo; basti l'affermazione di un astronauta riguardo al fatto che la Terra appare come una "meravigliosa sfera, principalmente bianca, con un po' di blu e qualche zona gialla e occasionalmente un po' di vegetazione verde".

Una domanda più controversa è se la Grande Muraglia sia visibile dall'orbita terrestre bassa (ad un'altitudine di minimo 160 km). La NASA sostiene che è appena visibile, e solo in condizioni praticamente perfette: non è più evidente di molti altri oggetti artificiali. Altri autori hanno sostenuto che a causa delle limitazioni delle ottiche dell'occhio e la spaziatura dei fotorecettori nella retina, è impossibile vedere il muro ad occhio nudo, anche da un'orbita bassa: ciò richiederebbe un'acutezza visiva di 20 /3 (7,7 volte migliore rispetto al normale).

L'astronauta Bill Pogue pensava di averla vista dallo Skylab, ma scoprì che in realtà stava guardando il Gran Canale vicino a Pechino. Vide la Grande Muraglia con il binocolo, ma ha detto che "non era visibile ad occhio nudo". Il senatore statunitense Jake Garn ha affermato di essere stato in grado di vedere la Grande Muraglia a occhio nudo da un'orbita di un veicolo spaziale nei primi anni '80, ma la sua affermazione è stata contestata da diversi astronauti americani. L'astronauta veterano statunitense Gene Cernan ha dichiarato: "Orbitando intorno alla Terra da 160 a 320 chilometri la Grande Muraglia Cinese è, a dire il vero, visibile ad occhio nudo". Edward Lu, ufficiale scientifico della Spedizione 7 a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, aggiunge che "È meno visibile di un sacco di altri oggetti. E bisogna sapere dove guardare".

Nel 2001, Neil Armstrong ha dichiarato circa la vista dall'Apollo 11: "Io credo che, almeno con i miei occhi, non ci sia stato alcun oggetto artificiale che ho potuto vedere. Io non ho ancora trovato nessuno che mi abbia detto di aver visto la Grande Muraglia Cinese da un'orbita terrestre... Ho chiesto a varie persone, particolarmente ai ragazzi dello Shuttle, che hanno fatto varie orbite intorno alla Cina di giorno, e quelli con cui ho parlato non l'hanno vista".

Nell'ottobre 2003, l'astronauta cinese Yang Liwei ha dichiarato che non era stato in grado di vedere la Grande Muraglia Cinese. In risposta, l'Agenzia Spaziale Europea (ESA) ha emesso un comunicato stampa che riporta che da un'orbita fra 160 e 320 chilometri, la Grande Muraglia è visibile ad occhio nudo. Nel tentativo di chiarire ulteriormente le cose, l'ESA ha pubblicato una foto di una parte della "Grande Muraglia" fotografata dallo spazio; tuttavia, una settimana più tardi, in un comunicato stampa (non più disponibile nel sito web della ESA), hanno ammesso che la " Grande Muraglia " nella foto era, in realtà, un fiume.

Leroy Chiao, un astronauta cinese-americano, ha scattato una fotografia dalla Stazione Spaziale Internazionale che mostra la Muraglia. Era così indistinta che il fotografo non era certo di averla effettivamente fotografata. Sulla base della fotografia, il China Daily ha riferito che la Grande Muraglia può essere vista dallo spazio, ad occhio nudo, in condizioni di visualizzazione favorevoli, se si sa esattamente dove cercare. Al riguardo si deve considerare, però, che la risoluzione di una fotocamera è tipicamente di gran lunga superiore rispetto all'occhio umano, quindi, la questione della visibilità ad occhio nudo non ha nulla a che vedere con eventuali fotografie.

L'espressione "Grande Muraglia" viene spesso utilizzata per simboleggiare qualcosa di enorme che può impedire l'accesso a qualcosa. Per analogia, una grande struttura astronomica è stata chiamata in questo modo.
Una leggenda vorrebbe che gli schiavi morti durante la costruzione venissero seppelliti all'interno della muraglia. In realtà resti umani sono stati trovati nei pressi delle mura ma mai all'interno. Del resto i corpi - qualora parte integrante del muro - decomponendosi, avrebbero destabilizzato la struttura.
Nei primi anni del duemila è risultata l'opera architettonica più votata in un sondaggio effettuato, con metodologie piuttosto controverse, al fine di stabilire un insieme di opere che potessero essere considerate le Sette meraviglie del mondo moderno.
Il gioco da tavolo del Mah Jong, inventato nel XIX secolo, celebra nel proprio svolgimento la costruzione della Grande Muraglia grazie a tessere particolari in avorio e bambù simili a mattoncini (le stesse usate nel solitario). Le prime fasi del gioco sono la costruzione della muraglia e l'apertura della breccia.
Lo scrittore praghese Franz Kafka si è ispirato alla Grande Muraglia nel suo frammento in prosa intitolato da Max Brod Durante la costruzione della muraglia cinese (Beim Bau der chinesischen Mauer).


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lunedì 6 luglio 2015

LE BARRIERE CORALLINE



La barriera corallina è una particolare struttura di rocce calcaree che forma una cintura lungo le coste continentali e insulari dei mari tropicali; si è formata nel corso dei millenni con l'aggregazione di milioni di gusci di protozoi (madrepore, coralli, a volte alghe calcaree), e in particolare di piccoli polipi, che misurano da 0,25 a 1,50 cm e secernono il proprio involucro esterno calcareo.
Il polipo ha il corpo a forma di sacco coronato in cima da un ciuffo di minuscoli tentacoli, mediante i quali cattura il cibo costituito dai microrganismi trasportati dall'acqua; quando esso muore il suo involucro serve di base per un nuovo organismo, cosicché la scogliera cresce su se stessa fino a raggiungere notevole spessore.

Nell'immaginario collettivo e non solo, le barriere coralline rappresentano un mondo sommerso variopinto e altamente ricco in biodiversità. Le caratteristiche uniche dell'habitat che si crea a ridosso dei reefs (altro modo, anglosassone, per riferirsi alle barriere) sono dovute alla presenza dei coralli stessi che offrono riparo e protezione a migliaia di specie di pesci, crostacei, molluschi ed echinodermi.

La parte superiore delle barriere coralline, termine oggi riservato esclusivamente a quelle di maggiori dimensioni e poste lontano dalla costa (Grande Barriera australiana, Belize, ecc), fino a 5 m di profondità, è un ambiente ad alto o altissimo irraggiamento solare. Pochi cm al di sotto della superficie dell’acqua si possono raggiungere i 100.000 Lux, un valore indicante la quantità di luce che una fonte luminosa di 1 Watt produce a distanza di 1 m su una superficie bianca di 1 m2. Ma già a 50 cm di profondità, la quantità di luce si dimezza, attestandosi intorno ai 50-70.000 Lux nella fascia dei 3-5 m.

La luce è il “carburante” della barriera, in quanto viene catturata dai pigmenti fotosintetici delle zooxantelle, le alghe (genere Symbiodinium) che vivono in strettissima simbiosi con i coralli, detti per questo zooxantellati, all’interno dei loro tessuti, stimolandone la crescita e favorendo la costruzione dei loro scheletri calcarei. A questa grande quantità di luce in natura si aggiunge un notevole idrodinamismo (movimento dell’acqua), percentuali bassissime di nutrienti in soluzione e una buona quantità di plancton.
In Australia, al largo delle coste del Queensland, si snoda la più grande barriera corallina del mondo: 2900 barriere collegate tra loro, 900 isole, 345mila chilometri quadrati, oltre 2200 km di lunghezza. Ospita circa 1500 specie di pesci.

Le barriere sono minacciate, direttamente o indirettamente, dall'attività umana. Pesca a strascico e ancore possono danneggiarle significativamente, mentre l'uso indiscriminato (fortunatamente bandito anni fa) del veleno per stordire i pesci e il commercio in acquariofilia ha causato in alcune zone una morìa a macchia di leopardo dei polipi che si trovavano nella zona.

È recente l'allarme degli scienziati riguardo alle barriere coralline presenti nell'Oceano Indiano: qui più di ogni altra parte si registra un aumento delle temperature specialmente nelle aree interessate dal fenomeno di El Niño come le isole Seychelles, presso le quali si è osservata nel 1998, in concomitanza al fenomeno meteorologico, la perdita del 90% dei coralli.

Una previsione conservativa è quella di alcuni scienziati dell'Università Australiana del Queensland, che prevedono la morte della Grande Barriera Corallina entro 50 anni a causa dell'innalzamento delle temperature medie dell'acqua (previsti incrementi da 2 a 6 °C).

Per tutta la storia della Terra, poche migliaia di anni dopo il primo sviluppo di scheletri o gusci mineralizzati, e quindi solidi, da parte di organismi marini, si sono quasi sempre costituite delle biocostruzioni tipo barriere coralline oggi rinvenibili fossilizzate nei sedimenti che si depositavano negli antichi mari, sempre in condizioni di acque calde temperate, senza apporti di sedimenti terrigeni.

I periodi di massimo sviluppo di queste costruzioni sono stati nel Cambriano medio (513-501 Ma), Devoniano (416-359 Ma) e Carbonifero (359-299 Ma), principalmente ad opera dei tetracoralli che si estinsero alla fine del Permiano, Cretaceo superiore (100-65 Ma) e Neogene (23 Ma - attuale), ad opera degli Scleractinia.

Non tutte le barriere biocostruite nel passato sono state formate da coralli: nel Cambriano (542-513 Ma) furono prodotte da alghe calcaree e archaeocyatha (piccoli animali con forma conica, probabilmente affini ai poriferi) e alla fine del Cretaceo (100 - 65 mA), quando esistevano barriere formate da un gruppo di molluschi bivalvi chiamate rudiste, in cui una delle due valve costituiva la principale struttura conica e l'altra, molto più piccola fungeva, da opercolo.




Con il termine piattaforma carbonatica si intende, in sedimentologia e in biologia, un'area situata in ambiente marino o lacustre, caratterizzata da un rilievo topografico più o meno accentuato e da un'elevata produzione di materiale carbonatico autoctono di origine prevalentemente biogenica, derivato dall'accumulo di parti dure di organismi a scheletro calcareo oppure dalla precipitazione di carbonato indotta dall'attività di organismi viventi.

Il termine deriva dalla morfologia generalmente tabulare di questi corpi geologici e dal fatto che i sedimenti componenti sono carbonatici. Una piattaforma carbonatica è un complesso molto articolato, che comprende diversi ambienti.

I termini piattaforma carbonatica e Barriera corallina (reef) non sono sinonimi. Una barriera corallina è una scogliera bio-costruita e costituisce una parte della piattaforma carbonatica: tipicamente la sua fascia marginale esterna (più o meno estesa). Un esempio di piattaforma sviluppata lungo una costa continentale, in cui la parte di reef è molto estesa, è la Grande Barriera Corallina australiana.

D'altro canto, sono esistiti nella storia geologica complessi di piattaforma carbonatica privi di un vero e proprio reef (esempi molto studiati sono le piattaforme del Triassico, molto diffuse nelle Dolomiti e in tutte le Alpi meridionali). Anzi, i complessi di reef sono presenti in realtà solo in alcuni periodi della storia della terra.

Nel passato geologico sono conosciuti molteplici esempi di piattaforme carbonatiche composte totalmente o quasi da fango carbonatico (micrite). La genesi di queste bio-costruzioni è stata a lungo e accanitamente dibattuta dai geologi. Ora è largamente accettato dai ricercatori che siano di origine batterica. La micrite che compone queste piattaforme deriva da sedimento litificato durante o appena dopo la formazione piuttosto che dopo il seppellimento, per precipitazione indotta biologicamente dall'attività batterica. Questo tipo di facies non va confuso con le facies stromatolitiche, caratterizzate da alternanze di lamine di origine algale, anche se le due facies possono coesistere nella stessa piattaforma. Le facies di piattaforma micritica sono caratterizzate dall'assenza di strutture di origine sedimentaria o biologica (anche se vi possono essere strutture concentriche o laminari derivate dalla precipitazione abiotica di cementi carbonatici). Queste bio-costruzioni sono sostanzialmente diverse da quelle derivate da organismi gregari o coloniali. Le comunità biologiche che danno origine a queste piattaforme sembrano crescere in acque meno ossigenate e con un maggiore contenuto di nutrienti rispetto agli altri tipi di piattaforma. Piattaforme micritiche sono conosciute fin dal Paleozoico e frequenti fino a tutto il Mesozoico: sono comuni soprattutto nel Paleozoico Superiore (in particolare nel Carbonifero e nel Permiano) e in tutto il Triassico.

Le piattaforme carbonatiche del passato sono una delle fonti primarie delle rocce calcaree e dolomitiche, spesso cavate come pietra da costruzione, pietra ornamentale e per usi artistici, o come componente base per la fabbricazione del cemento. In Italia, si possono ricordare i marmi delle Alpi Apuane, tra cui il celebre Marmo di Carrara, cavati da secoli per usi edili e artistici e derivati dal metamorfismo di calcari di piattaforma carbonatica di età che vanno dal tardo Triassico al Giurassico Inferiore. I cristalli di calcite, dolomite e minerali accessori che si possono rinvenire in questi complessi, e i fossili tipici di questi ambienti hanno interesse per il mercato "di nicchia" dei minerali e dei fossili da collezione.
Le rocce carbonatiche sono anche fonti rilevanti di alluminio, estratto da depositi bauxitici.

Le rocce carbonatiche derivate da sedimenti di piattaforma costituiscono importanti rocce serbatoio per gli idrocarburi (petrolio e gas naturale), con il 40% circa delle riserve accertate.

Questa tipologia di sedimenti è caratterizzata da porosità e permeabilità elevate soprattutto nelle facies di reef, nelle facies di forereef prossimali (scarpata) e nelle facies di backreef a più alta energia. I sedimenti carbonatici sono però fortemente soggetti alla diagenesi, con fenomeni di dissoluzione e cementazione che ne alterano spesso le caratteristiche petrofisiche fin dalle prime fasi del seppellimento (vedi Sedimentazione e diagenesi). Questi processi possono in qualche caso migliorare le caratteristiche petrofisiche di questi serbatoi, incrementando sia la porosità che la permeabilità, quando prevale la dissoluzione (ad esempio nel caso dei carbonati soggetti a carsismo). Tuttavia, con l'aumento della profondità di seppellimento e il progredire della diagenesi tendono a prevalere i processi di cementazione, in seguito ai quali le rocce carbonatiche possono perdere in gran parte (o in tutto) le caratteristiche petrofisiche più favorevoli, divenendo serbatoi di difficile producibilità. Le facies di laguna e piana di marea, come del resto quelle di forereef più esterno, in cui prevalgono i sedimenti fini a bassa permeabilità, sono generalmente mediocri o cattivi serbatoi. La presenza di una fratturazione naturale di origine tettonica può però rendere producibile una formazione rocciosa che di per sé avrebbe caratteristiche di prorosità e permeabilità primaria scadenti.

Le facies di laguna a sedimentazione carbonatica, spesso caratterizzate da sedimenti euxinici in cui la materia organica viene preservata dall'assenza di ossigeno nello strato d'acqua prossimo al fondale, possono essere ottime rocce madri degli idrocarburi.

I sedimenti di backreef, caratterizzati da tessitura fine (micriti) e spesso associati nella porzione supratidale ad evaporiti come sale, gesso e (come sedimento diagenizzato) anidrite, costituiscono spesso le rocce di copertura dei giacimenti di idrocarburi localizzati in rocce di piattaforma carbonatica. Tra i giacimenti di questo tipo, in circa il 60% dei casi le rocce di copertura sono evaporiti deposte in contesti di piana di marea supratidale. Questo si verifica per la migrazione laterale degli ambienti nel corso del tempo (progradazione e retrogradazione), dovuta a variazioni del livello del mare, che può portare facies di backreef impermeabili al di sopra di facies porose e permeabili di reef o forereef.

Un esempio molto citato in Italia di giacimento di idrocarburi a olio e gas in carbonati di piattaforma di età triassica è quello di Trecate, tra le provincie di Milano e Novara. Le rocce serbatoio sono in questo caso antichi sedimenti di piattaforma carbonatica dolomitizzati, di età medio-triassica (Anisico-Ladinico) e tardo-triassica (Norico-Retico). In questo caso, la trappola che costituisce il giacimento è di tipo essenzialmente strutturale, ed è costituita da un paleo-alto di età giurassica inferiore, determinatosi in seguito ad una fase tettonica distensiva dovuta all'apertura del paleo-oceano della Tetide. Questo alto strutturale è stato successivamente ricoperto e sigillato da rocce di copertura di età cretacica e terziaria, e poi in parte deformato dall'orogenesi alpina dal Miocene. La roccia madre di questo giacimento è costituita da sedimenti argilloso-marnosi di tipo euxinico depositatisi entro bacini situati tra le piattaforme carbonatiche del Triassico medio. Questi sedimenti bacinali sono presenti entro la struttura di Trecate a contatto con le rocce serbatoio dolomitiche coeve per transizione laterale di facies: gli idrocarburi formatisi entro queste rocce madri hanno quindi potuto migrare direttamente entro le rocce serbatoio.

Un altro esempio italiano di giacimento petrolifero in carbonati di piattaforma è quello di Monte Alpi, in Val d'Agri (Basilicata), in rocce calcaree di età giurassica e cretacea coinvolte in falde tettoniche messe in posto nel Pliocene inferiore. Queste rocce, a bassa porosità primaria, producono prevalentemente da un reticolo di faglie e fratture naturali.

Il dominio Sudalpino, o Alpi Meridionali, si estende con un’ampia fascia ad andamento E-W delimitata a N dalla Linea Jorio - Tonale e a S dai depositi alluvionali della Pianura Padana.

Nelle sue estese e potenti coperture sedimentarie ospita le più importanti aree carsiche della regione, con ben sviluppati fenomeni di carsismo sia superficiale che ipogeo, costituendo senz’altro la provincia lombarda maggiormente e più profondamente interessata da manifestazioni carsiche, che ne fanno un’area di grande interesse speleologico anche a livello italiano.

E’ costituito da un basamento metamorfico ercinico coperto verso S da un’estesa e potente copertura sedimentaria, prevalentemente marina carbonatica, pressoché continua a partire dal Carbonifero fino al Cretaceo-Eocene. La copertura sedimentaria è separata dal basamento da un altro importante lineamento E-W, la Linea Orobica (che nell’area lariana prende il nome di Linea della Grona) ed è deformata da sovrascorrimenti verso S e da sistemi di grandi pieghe regionali di età alpina; il margine meridionale è interessato da retroscorrimenti (di età neo-alpina: Oligocene sup. - Miocene inf.) verso N della Gonfolite (Molassa Sudalpina) (Rupeliano - Burdigaliano) sulle formazioni cretaciche della Scaglia: a ciò fa seguito (o è contemporaneo) il sollevamento tettonico dell’area, che porta all’emersione del margine S probabilmente a partire dal Miocene inf. Deformazioni tardive tra il Pliocene inf. e il Pleistocene inf. hanno portato a sollevamenti differenziali che nella piana di Chiasso (tra Como e Varese) vanno da 300-400 m a 700 m.

Nelle Prealpi si trovano le litologie a maggior carsificabilità, gli spessori (e quindi i potenziali carsici) maggiori (favoriti sia dalla paleogeografia dei bacini di sedimentazione, sia dalla struttura tettonica alpina a sovrascorrimenti) e gli assetti strutturali più favorevoli ad una importante carsificazione profonda (sistemi di grandi pieghe a scala chilometrica), unitamente a fattori paleoclimatici, morfologici e altimetrici altrettanto favorevoli: tutto ciò fa di questa zona una delle più importanti aree carsiche italiane, con sistemi di cavità di grande estensione e profondità.

Dopo una fase di erosione delle rocce metamorfiche dell’antica catena ercinica, a partire dal Carbonifero sup., con formazione di rocce terrigene di origine continentale (es.: Verrucano Lombardo), il progressivo avanzamento del mare da E verso W determina il passaggio da ambiente continentale, ad ambiente di transizione fino ad ambiente marino vero e proprio.

Le formazioni francamente carbonatiche si rinvengono a partire dal Trias medio (Anisico): inizialmente si tratta di formazioni a carsificabilità non molto elevata, trattandosi per lo più di calcari terrigeni, impuri, marnosi e dolomitici, con spessori localmente molto variabili, che testimoniano la grande variabilità dell’ambiente di deposizione (Calcare di Prezzo, Calcare di Angolo, Calcare di Camorelli, Dolomia dell’Albiga).

A partire dal Ladinico, su vaste aree della Lombardia centrale si estende la piattaforma carbonatica del Calcare di Esino (mare basso con barriere coralline), costituita da dolomie, calcari dolomitici e cristallini, per lo più massicci, di grande potenza (fino a 500 m), con i massimi spessori in corrispondenza del Gruppo delle Grigne e in Val Brembana.

Il Calcare di Esino costituisce una delle formazioni più carsificabili della Lombardia, con elevatissima carsificabilità sia superficiale che profonda. Il massiccio delle Grigne è l’area meglio conosciuta dal punto di vista speleologico ed è qui che si sviluppano le cavità più profonde della regione (Abisso W le Donne, - 1160 m), con una della maggiori densità di cavità carsiche a livello italiano (Circo di Moncodeno). Estesi sistemi di cavità in questa formazione si trovano anche in Bergamasca.

La piattaforma carbonatica dell’Esino fu sottoposta a diversi episodi di emersione, con formazione di morfologie carsiche superficiali e profonde, che attualmente costituiscono livelli paleocarsici intersecati, ed eventualmente sfruttati, da sistemi carsici più recenti.

In eteropia (cioè della stessa età, ma depositate in ambiente diverso), si trovano numerose formazioni a diffusione più ristretta e locale, a carsificabilità meno elevata (Formazione di Wengen, Formazione di Buchenstein, Dolomia di S. Salvatore, Calcare di Meride, Scisti bituminosi di Besano, Calcare di Perledo-Varenna).

La Formazione di Esino è poi seguita da altre formazioni carbonatiche a carsificabilità variabile e di spessore in genere non molto elevato, che possono comunque ospitare importanti sistemi e diffusi fenomeni carsici (Formazione di Cunardo, Calcare Metallifero Bergamasco, Formazione di Gorno e di Breno) (dove si aprono, per esempio, le cavità delle miniere di Dossena, Bg), che testimoniano il frazionarsi della piattaforma carbonatica in una serie di piccoli bacini.

Durante il Norico, gran parte del territorio lombardo viene nuovamente ricoperto dal progradare delle piattaforme carbonatiche, con la Formazione della Dolomia Principale, localmente in eteropia con la Dolomia del Campo dei Fiori.

La carsificabilità della Dolomia del Campo dei Fiori è molto elevata e la formazione ospita la parte più profonda dell’importante sistema carsico del Campo dei Fiori (più di 150 cavità, con una lunghezza complessiva di più di 25 km, per una profondità di 640 m). La carsificabilità della Dolomia Principale è invece estremamente variabile. Di norma è assai poco carsificabile, ma localmente può presentare carsificabilità molto elevata. La ragione di questa differenza risiede nell’intervento di acque di origine idrotermale (es. area della Tremezzina, Co).

Seguono poi il Calcare di Zorzino (Norico) a bassa carsificabilità, e il calcare di Zu (Retico), entrambi con forte componente argillosa. Quest’ultimo può presentare elevata carsificabilità: ospita infatti numerosi sistemi carsici ipogei di grande importanza (es: Grotta del Forgnone, in Valle Imagna).

Le successive formazioni della Dolomia a Conchodon (che, per inciso, non è una dolomia e non contiene Conchodon) e della Corna, mediamente o poco carsificabili, fanno da base ai calcari selciferi giurassici (Calcare di Moltrasio), che si estendono su quasi tutta la Lombardia, in prevalenza nel settore centrale, raggiungendo localmente spessori notevoli (fino a 3000 n, grazie anche all’intervento di strutture di ricoprimento). Testimoniano la frammentazione del territorio lombardo in bacini di mare profondo separati da soglie, o alti strutturali, a sedimentazione più ridotta, legati all’apertura dell’oceano ligure-piemontese.

Mostrano carsificabilità molto elevata e sono sede di alcuni dei più estesi e profondi sistemi carsici (Campo dei Fiori, Pian del Tivano e tutte le cavità dell’area lariana occidentale).

Seguono formazioni poco o nulla carsificabili (come il Rosso Ammonitico) e, infine, la Maiolica (Malm), altamente carsificabile (ospita il sistema del Buco del Piombo-Stretta-Lino, Co), che costituisce l’ultima unità carsificabile della copertura sedimentaria delle Alpi Meridonali, poiché da qui in poi vi sono rappresentate unicamente unità terrigene.



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