sabato 30 maggio 2015

L' EREMITA DEI TAROCCHI

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L'Eremita è la nona carta degli arcani maggiori dei tarocchi. Altri nomi: il Vecchio, il Vegliardo, il Saggio, Diogene, il Cappuccino, il Tempo, il Povero, il Gobbo.
Un vecchio saggio, con una lunga barba bianca, cammina lentamente sorreggendosi ad un bastone o a una canna. Nella destra sorregge una lampada che gli illumina il cammino. In alcuni tarocchi, guarda fisso in avanti senza guardare la strada. Invece, nei tarocchi di Rider-Waite guarda in basso. Ha il saio tipico di un frate mendicante o del pellegrino. Il cappuccio gli copre il capo, una corda gli stringe la vita. In alcuni tarocchi (per esempio in quelli del Mitelli) è un vecchio angelo che si regge su due grucce. In altri (per esempio in quelli cosiddetti di Carlo VI), invece della lampada tiene in mano una clessidra.

Rappresenta la sapienza e l'ascesi, ma anche la cautela e la prudenza (Eliphas Lévi). L'isolamento può anche essere sintomo di misantropia o forse anche di misoginia. D'altra parte, chi è impegnato nell'eterna ricerca della verità deve vivere isolato dal mondo e soprattutto dalla gente. Rappresenta anche la ricerca mirata e la filosofia analitica. Per Wirth è l'esperienza. È colui che sta solo e cerca la conoscenza e il sapere. Il saggio, lo studioso. Si appoggia ad un bastone, a rappresentare il passato e ha in mano una piccola luce che lo guida (una lanterna) e gli permette di individuare i pericoli sul suo cammino (nei tarocchi di Wirth-Knapp, un serpente).

Il numero nove annuncia sia una fine che un principio. Dalla perfezione dell’Otto l’unica evoluzione possibile è la crisi e il passaggio verso l’ignoto. Come il bambino, al nono mese di gravidanza, si accinge a nascere, così l’Eremita accetta di abbandonare la perfezione per mettersi in moto senza sapere in quale direzione andare. L’Eremita sembra camminare all’indietro, il suo sguardo è volto in direzione della Giustizia, conclude così il suo rapporto con il passato in maniera attiva e diventa ricettivo verso un futuro ancora ignoto. A differenza del Papa che tendeva a un ideale conosciuto, l’Eremita rappresenta un passo verso l’ignoto. Il Nove è un numero sia attivo (dispari) che ricettivo (divisibile per 3), rappresenta quindi una rottura ma anche una grande saggezza.
Nei tarocchi di Marsiglia l’Eremita è rappresentato da un vecchio avvolto in un mantello che procede solo per la sua strada facendosi luce con una lanterna tenuta alta nella mano destra, mentre con la sinistra si appoggia ad un bastone.
La lanterna può essere considerata simbolo di Conoscenza. La luce della lanterna potrebbe essere una luce interiore, una conoscenza segreta riservata agli iniziati, o al contrario una fonte di saggezza offerta ai discepoli che vanno alla sua ricerca. Così come la carta racchiude l'ambivalenza tra azione e ricezione, questa luce può essere attiva, un richiamo a destare la coscienza dell'altro, oppure ricettiva, l’Eremita va dritto per la sua strada senza chiedere luce a nessun'altro che a se stesso.
Il lungo bastone simboleggia il cammino che si è scelto, il pellegrinaggio. I piedi dell’Eremita sono nascosti, il bastone è dunque l'unico contatto con la terra e sembra captarne l’energia: si ha l'impressione che l'energia terrestre passi per il bastone per arrivare allo spirito dell'uomo.
L’Eremita cammina un po' curvo, con prudenza e lentamente; dal suo viso traspare una saggezza acquisita negli anni, distaccandosi dal mondo e rinunciando alle vanità mondane; lo dimostra anche il suo abbigliamento, essenziale, ma non povero né lacero. Anzi, si indovina che la stoffa interna del mantello sia più preziosa di quella esterna, manifesta espressione che le ricchezze interiori sono assai più preziose di quelle esteriori. Come La Papessa, l'Eremita è un personaggio tutto coperto di tessuti. Gli strati di vestiti suggeriscono il freddo, l'inverno, caratteristiche saturnine che di solito gli vengono attribuite e rimandano anche a una certa freddezza della saggezza, all'intima solitudine dell'iniziato. Vi si possono anche vedere gli "strati" del vissuto, così come le numerose linee che ombreggiano i suoi abiti possono venire interpretate come il segno della sua grande esperienza. I capelli e la barba azzurri lo rendono simile all'Imperatore, che qui avrebbe perduto o abbandonato il trono, vale a dire l'attaccamento alla materia. La porta della Giustizia è stata superata, ma il trionfatore non è più tale: si è trasformato in un vecchio eremita, l'eterno errante alla ricerca di qualcosa che ci fa venire in mente Diogene. La leggenda narra che Diogene si aggirasse con una lampada in mano e a chi gli chiedeva che cosa cercasse, rispondeva: "cerco l'uomo". E questa è la cosa che anche il nostro Eremita sembra cercare.
Il bastone testimonia anche le prove superate, ma esse non sono di ordine pratico: sono prove di iniziazione cui si può solo alludere, perché il mistero non va svelato. Infatti, sta a ciascuno di noi trovare il proprio destino. Si noti anche l'ortografia del nome: l’Eremita, scritto spesso con l’ ”H” iniziale (L'Hermite) evoca Hermete Trismegisto, il signore degli iniziati. Inoltre, il Nove è il numero tradizionalmente riservato all'Iniziazione: la porta aperta dall'Otto dà la capacità di pesare il giusto e l'ingiusto, il bene e il male, non in modo arbitrario bensì inserendosi in una visione armonica più alta, in un equilibrio cosmico. Solo dopo aver acquisito questa capacità si diventa capaci di orientarsi da soli. Non si tratta più dell'adesione profonda ma statica espressa dal Papa: là si trattava di un sì o di un no proveniente dal profondo nel momento in cui si scopriva il contatto con l'Altro. Qui invece la legge interiore diventa norma che guida il cammino: l'iniziato è in grado di muoversi da solo, non ha altra guida che se stesso.
Ricordiamo come ogni civiltà, ogni religione abbia avuto i suoi riti di iniziazione: prove difficili, cruente, che mettevano a dura prova tutta l'energia, il coraggio, la pazienza, la perseveranza del neofita. La carta indica, quindi, che lo sforzo per raggiungere una meta deve essere proporzionale all'intensità del desiderio e alla difficoltà dell'ostacolo: niente è impossibile con qualche aiuto se ci si sforza e lo si vuole a sufficienza.
L'Eremita rappresenta, anche, la Prudenza, una delle Virtù tra le più difficili da praticare e tuttavia necessaria. La prudenza deve essere intesa come una vigilanza sempre pronta in grado di cogliere il momento divino nella vita quotidiana.
La carta indica che non bisogna aspettarsi aiuto dall'esterno, ma andare avanti da soli senza cercare consensi; infatti è nella solitudine che Dio si manifesta più frequentemente. L'Eremita, a differenza del Papa, non si rivolge alle folle per divulgare la sua sapienza, ma si lascia avvicinare soltanto da autentici discepoli cui si apre dopo essersi accertato che siano in grado di comprenderlo, perché è alla ricerca del vero uomo. L'isolamento è per lui una condizione necessaria per entrare in sintonia con l'Universo e con i propri simili. In atteggiamento umile, con la schiena curva, l'Eremita non ha intenzione di predicare né quella di mostrare che la sua via è la sola giusta. L'Eremita è la lama del cammino interiore, dell’illuminazione personale.
La carta al diritto:
L'Eremita è il Tempo che lavora a favore dell'uomo e che prima o poi porta quanto si cercava. Questa carta si riferisce a tutto ciò che è destinato a un'evoluzione poco manifesta ma profonda, segreta, come la gestazione invernale del seme nella terra. Rappresenta anche la prudenza, la discrezione, la riservatezza, la pazienza, la costanza, il senso del dovere. È l'arcano della saggezza, della concentrazione, della metodica ricerca della verità. Quando nel gioco esce questa carta, probabilmente la situazione esistenziale del consultante non è entusiasmante: si sente stanco, demotivato, provato dagli ostacoli, ma le forze sono dalla sua parte e lo invitano a resistere e a non abbandonare l'opera iniziata. La figura dell'Eremita diritto è sempre positiva: assicura buoni consigli, parole sagge e sincere, chiarimenti preziosi per il consultante; tutte le iniziative avranno sviluppo lento ma esito positivo, perché la via intrapresa è senz'altro quella giusta.
Dal punto di vista affettivo indica un amore puro, profondo e disinteressato, fondato sulla comunanza spirituale; il rapporto è solido e destinato a durare nel tempo. Può rimandare anche a un periodo temporaneo di solitudine, utile a veder chiaro in se stessi circa le proprie intenzioni e i propri sentimenti verso il partner. Dal punto di vista professionale i risultati non sono immediati ma sono positivi e invitano a perseverare.
L'Eremita raffigura sempre una persona anziana, o almeno spiritualmente matura, in grado di venire in aiuto nei momenti di bisogno. Può trattarsi di un maestro spirituale, per esempio un sacerdote, una guida saggia, un amico fedele, più frequentemente è il padre, il nonno, un parente anziano, un antenato.
La carta al rovescio:
Quando si presenta capovolta o abbinata a carte fortemente negative, l’Eremita agisce nel senso della perdita, della regressione, oppure il processo evolutivo si arresta in una situazione di stasi; il ritardo appesantisce ulteriormente una situazione già compromessa e qualsiasi realizzazione pratica in cui si sperava viene meno. Indica anche paura della realtà e del confronto con essa; una solitudine non scelta ma subita. Il consultante è timido, timoroso, diffidente, rifugge il contatto con gli altri, si compiace del proprio sapere, rinchiuso nella sua torre d'avorio.
Dal punto di vista affettivo prevale la paura del coinvolgimento e di un impegno sentimentale, difficoltà a manifestare i propri sentimenti.
Dal punto di vista professionale prevale insoddisfazione riguardo al lavoro, pesante o mal pagato, gli studi proseguono a rilento, gli esami vengono rinviati per paura di esporsi.
Può anche rappresentare un vecchio solitario che non vuole dividere niente con gli altri, una persona abitudinaria e nemica dei cambiamenti, pessimista; si tratta in genere di un individuo ipocrita, negativo per il consultante.

Logicamente questa Carta non poteva che essere lentissima (fino a sei mesi) ed altrettanto lungo è il tempo di espressione delle qualità anche un anno e mezzo.

La pietra abbinata è la Pietra di Luna,in alchimia, è la putrefazione, in astrologia, per alcuni è Giove in Sagittario o Giove in Leone, nella cabala, corrisponde alla lettera TH (ebraico teth), ne I Ching, corrispondenza con il segno LXI La verità, intrinseca e in, senso negativo, con il segno XXXVI L'ottenebramento della luce.
in magia, è l'ascesi magica ma anche il segreto da non rivelare

Alcuni vi hanno visto il grande Maestro, che aiuta coloro che si sono persi e che si fidano di lui. Per l'occultista Papus, rappresenta la Prudenza. È considerato anche la verità velata, che solo un filosofo è in grado di svelare. Per alcuni, è l'essere che sta per divenire. Gli occultisti paragonano l'Eremita al corpo astrale. È la luce sul sentiero. Infine, il mistico che ha invocato la Divinità nel suo cuore.

Per la sua incessante ricerca è paragonato al filosofo Diogene. Per l'età, a Matusalemme. Per gli aspetti magici, a Apollonio di Tiana, mago e taumaturgo. Non mancano gli aspetti che lo avvicinano al cieco Tiresia, profeta e indovino, che si dice visse sette generazioni umane. Nella dietrologia, è il Grande Vecchio.

L'Eremita consiglia:
Agisci con grande prudenza. Abbi pazienza. Procedi lentamente. Aspetta. Studia la situazione e rifletti prima di agire. Resta da solo e trova dentro di te la forza e la serenità. Raccogli le energie. Diffondi luce agli altri. Cerca consiglio da una persona saggia.

Isolati per un periodo e ritrova te stesso. Non è il momento per stare in mezzo agli altri. Guarda le cose dall'alto di una prospettiva superiore. Fai da solo. Difendi i tuoi segreti. Usa la discrezione. Parla poco. Medita. Evita la compagnia di persone sciocche, volgari o aggressive. Sii umile. Sii felice con poco. Volgi lo sguardo all'interno del tuo essere.



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venerdì 29 maggio 2015

LA GIUSTIZIA DEI TAROCCHI



La Giustizia è l'ottava carta degli arcani maggiori dei tarocchi, è detta anche la Legge universale, Osiride, la vergine Astrea sorridente ma al contempo immobile e severo, la dea greca della giustizia, che sorregge la bilancia equinoziale, salita al cielo a ritrarsi fra le nubi, stomacata dall'ingiustizia degli uomini. L'Angelo alato dello zodiaco, che ricorda e sintetizza le funzioni di san Michele, ha il capo adorno di una corona di ferro, massiccia come il suo trono, che allude al rigore della legge. Nella mano destra impugna la spada a doppio taglio della fatalità, volta a ristabilire, con il premio o con la pena, l'equilibrio infranto; così come la bilancia, che sorregge con la sinistra, pesa e quantifica gli errori commessi. Da notare che il numero dell'arcano, l'otto, ovvero quattro per due, è il numero della stabilità e dell'eternità, ottenuta grazie al perfetto equilibrio degli opposti.

L’Otto è l’apice dei numeri pari: dopo l’accumulo del Due (la Papessa), l’insediamento stabile del Quattro (l’Imperatore), la scoperta del piacere del Sei (l’Innamorato), la Giustizia raggiunge uno stato in cui non c’è nulla da togliere o aggiungere. L’Otto, nei numeri arabi è raffigurato da due cerchi sovrapposti ( “8” ) e rappresenta la perfezione in cielo e terra : è il doppio di 4, ossia un doppio quadrato, indica quindi stabilità nel mondo materiale e nel mondo spirituale; essendo divisibile per 2 e per 4, rappresenta il numero della stabilità e dell'eternità, la perfezione ottenuta grazie al perfetto equilibrio degli opposti. L'equilibrio dinamico del Sette si trasforma in un equilibrio stabile: davanti al Carro si apre una porta e la Giustizia è sulla soglia.
Nei tarocchi di Marsiglia la Giustizia è rappresentata da una donna seduta solennemente su un trono di fronte a noi; è la prima figura che guarda davanti a sé. Ci invita, quindi, guardandoci, a fare un’introspezione in noi stessi. Questo Arcano si allontana, così, dalla rappresentazioni tradizionali della Giustizia con gli occhi chiusi: il suo sguardo incontra il nostro, ci spinge a una valutazione sincera: rendiamo giustizia a noi stessi? Siamo misericordiosi verso noi stessi e gli altri?
La Giustizia è seduta sul trono, come in un atteggiamento di passività, porta tuttavia una collana d'oro a torciglione che forma col sottile collare una mezzaluna tagliata in due da un piccolo tratto verticale. La natura lunare, passiva, separatrice del Due ha assunto qui un carattere solare: sotto il collo della Giustizia la luna è rossa, colore dell’azione.
La Giustizia, con la mano destra, impugna una spada a doppio taglio, altro elemento che differisce dall’immagine tradizionale della Giustizia, normalmente rappresentata da una donna che tiene in mano solamente una bilancia. La spada è il simbolo dell’azione, del potere di discernere il giusto dall'ingiusto, ma è anche rivolta verso il cielo, come per captare le forze celesti, oltre a essere un segno di minaccia e punizione. Infatti, la spada e la bilancia sono due simboli che rappresentano due differenti modi di intendere la giustizia: essa è molto difficile da amministrare, perché non esiste giustizia senza punizione e la punizione perde il suo significato senza la giustizia.
La donna, come da tradizione, regge con la mano sinistra una bilancia con la quale si misurano i pesi e si stabiliscono le misure, evitando, in tal modo, un eccesso di indulgenza così come un eccesso di rigore. La Giustizia sembra, così, portarci a riequilibrare la nostra vita, tuttavia equilibrio e perfezione non sono sinonimo di simmetria. Così come i costruttori delle cattedrali rifiutavano la simmetria ritenendola un qualcosa di diabolico, la carta della Giustizia è strutturata in modo asimmetrico: la colonna destra del trono è più alta di quella di sinistra, i piatti della bilancia non sono perfettamente allineati in orizzontale, la spada non è parallela alla colonna del trono.
Inoltre, se si osserva il movimento della bilancia, si vede che la Giustizia lo condiziona con il gomito di destra e il ginocchio di sinistra. La prima cosa a cui questo gesto fa pensare è a un segno di ingiustizia, ma con questo gesto la Giustizia ci invita a non cadere nel perfezionismo: segno di immobilità, insuperabilità e quindi morte. Inoltre, si può anche vedere nella disuguaglianza tra i due piatti, l’instabilità tipica della natura, non a caso, nella veste della Giustizia predomina il colore verde. Secondo queste seconda interpretazioni, la Giustizia è profondamente umana, la veste che affonda nella terra la lega al nostro mondo; tuttavia possiede anche un punto d’incontro tra divino e umano: sulla corona è raffigurato un cerchio giallo circondato di rosso, una sorta di terzo occhio, che indica che il suo operare avviene in base a un’intelligenza superiore.
La spada è impugnata dalla mano destra (simbolo solare, maschile e attivo) ad indicare che il taglio deve essere fatto con rigore e decisione virile, mentre la bilancia è retta dalla mano sinistra (simbolo lunare, femminile e ricettivo), quindi il soppesare gli opposti deve essere fatto con dolcezza ed equità. Anche la spada e la bilancia stessi sono simboli di attività e ricettività, di polarità maschile e femminile, di opposti che la Giustizia riunifica. Il messaggio di unità che la Giustizia trasmette si può anche vedere nel gesto che la donna fa con la mano sinistra, un “mudra” in cui le quattro dita della mano, simboleggianti le quattro istanze dell’essere umano (pensieri, emozioni, desideri, necessità fisiche), si congiungono nel pollice.
Le colonne ai lati del trono su cui siede la Giustizia ricordano quelle della Papessa e del Papa perché come loro la Giustizia rappresenta un passaggio. Il passaggio, tuttavia, è vigilato: c'è una spada che minaccia e c'è la spalliera del trono, a forma di mezzaluna, che ne impedisce l’accesso. Facendo riferimento all’Alchimia, i due piatti della bilancia, a forma di mezzelune d'oro, contengono un composto aureo ancora impuro (ha nel suo interno particelle nere). Ciò potrebbe significare che la coscienza solare risvegliata rende responsabili di ogni parola e di ogni azione, perciò bisogna pesare accuratamente il pro e il contro di ogni questione, bisogna trovare la giusta misura tra gli elementi che formano il composto per aumentare ciò che è carente e tagliare ciò che è in eccesso. Può indicare la necessità del perdono e della conciliazione come quella di un taglio netto in cui il superfluo deve essere abbandonato.
Le energie in movimento nel Sette si coagulano nell'Otto, un numero statico, tradizionalmente riservato alla morte, formato da 4 + 4: una doppia solidità, una doppia realizzazione; l’otto è un numero importante anche per l'Astrologia: infatti la Casa VIII, sede dello Scorpione, è quella della morte: tuttavia la morte non solo distrugge, ma porta con sé anche il senso della trasformazione e della rinascita, del difficile passaggio ad un piano diverso. Infatti la Giustizia opera il passaggio all’Arcano IX, l'Eremita, simbolo dell'iniziazione.
La carta al diritto:
Questa carta indica, a seconda della posizione, ciò che è giusto o no per il consultante e influenza notevolmente le carte intorno. Rappresenta un invito alla riflessione, a fare il punto della situazione con rigore e imparzialità. La Giustizia è una carta molto dura: ci pone di fronte a un ostacolo che non può essere evitato, ma che si deve affrontare. Tuttavia se il consulto riguarda una questione specifica, la realizzazione è sicura, nonostante i tempi piuttosto lunghi e il ritardo che si rivelerà, alla lunga positivo.
Dal punto di vista sentimentale,trattandosi di un arcano connesso con la legge, può segnalare la legalizzazione di un rapporto, un matrimonio; oppure il ritorno dell’armonia e dell’equilibrio nella coppia o in famiglia; può anche annunciare la fine desiderata di un rapporto, per esempio un divorzio lungamente atteso o la liberazione da un legame soffocante e indesiderato.
Dal punto di vista professionale riguarda tutto ciò che nella professione ha a che fare con la legge: contratti, ricorsi legali con buon esito ecc. La sua connessione con il segno della Bilancia e con il pianeta Venere la rende favorevole a coloro che svolgono una professione creativa.
La Giustizia, l’incarnazione del grande archetipo femminile materno rappresentato dalla Luna (Arcano XVIII), può rappresentare la madre o una donna incinta, ma anche una persona, indipendentemente dal sesso, che ha a che fare con la legge.
La carta al rovescio:
La legge rimane protagonista anche quando la carta si presenta capovolta ma, in questo caso, i risultati sono negativi: complicazioni giudiziarie, cause perse, controversie ecc.
Frequenti i ritardi, i contrattempi, la lentezza e l'incertezza con cui le situazioni evolvono, spesso a causa dell'irresponsabilità e della disorganizzazione del consultante. Può rimandare a scarsa capacità di giudizio su se stessi, mancanza di autostima, eccessiva pignoleria, errato giudizio su una situazione o verso gli altri. Sul versante sentimentale può rimandare a mancanza di armonia nella coppia, separazione legale, divorzio; possono esserci problemi causati da una donna o da una persona sentimentalmente legata. Un appuntamento mancato.
Dal punto di vista professionale un contratto può andare a monte, trattative interrotte, è necessario lavorare ancora a lungo a un progetto. Può rappresentare anche una persona incapace di prendere iniziative con difficoltà anche a prendere decisioni.

La Giustizia si esplica tra le due settimane ed i tre mesi, il suo influsso è prolungato e molto forte (anche un anno e mezzo).

La pietra abbinata è il sardonio, in alchimia, è la decomposizione, in astrologia per alcuni è Marte in Scorpione o Venere in Cancro, nella cabala, corrisponde alla lettera H (ebraico eth), ne I Ching, corrispondenza con il segno VI, La vita, e con il segno LX, La delimitazione, in magia, è l'equilibrio magico.
È la Legge suprema, severa, incorruttibile ma giusta. L'intelligenza cosmica che amministra con giustizia il mondo. La potenza giusta e conservatrice delle cose.

È stata avvicinata all'Arcangelo Michele, i cui attributi sono la spada e la bilancia. Ricorda anche la pesa e la punizione dell'anima dopo la morte, tipica dell'iconografia egizia. Confronta anche Osiride, pesatore delle anime dei defunti. È stata paragonata anche a Temi, dea greca del Diritto. A Dike, a Era-Giunone, ad Astarte. Astrologicamente è Astrea.



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IL SANTUARIO DELLA MADONNA DELLE LACRIME A TREVIGLIO


Il santuario della Madonna delle lacrime è il santuario di Treviglio dedicato alla Madonna delle Lacrime che il 28 febbraio 1522 salvò, con le sue prodigiose lacrime, la città da sicura distruzione da parte delle truppe francesi, guidate dal generale Odet de Foix, offese dagli insulti di alcuni sprovveduti cittadini sicuri dell'appoggio imperiale.

Il santuario, unico nella città, ricorda a tutti i prodigiosi eventi capitati nella chiesetta del convento delle agostiniane e la deposizione dell'elmo e della spada da parte del generale, particolarmente devoto al culto mariano, subito imitato da parte dei suoi soldati. Il santuario è stato ampliato progressivamente e arricchito di stili diversi che proseguono dal 1600 fino ai giorni nostri.

Dopo l'autenticazione del miracolo, iniziata nel 1583 su pressione di Carlo Borromeo, che chiede una delegazione alla Santa Sede ed invia l'anno successivo il suo vicario Lodovico Audoeno, il 6 maggio 1591 vengono eletti quattro soprintendenti, uno per ogni porta, per erigere il santuario: Federico Rozzone, Giovanni Zuccone, Andrea Canzola e Giacomo Fachetto. Il 20 aprile 1593 due di questi vengono sostituiti da Luca Ferrando e Lodovico Lodi in quanto deceduti.

Nella prima metà del 1500 la Lombardia fa le spese delle lotte tra Francesco I, re di Francia, e Carlo V, imperatore di Germania, che vuole impadronirsi dei possedimenti francesi in Lombardia. Luogotenente del re di Francia, a Milano, è il maresciallo Lautrec, definito dagli scrittori del tempo “più duro del diamante, più crudo della tigre, più saldo dello scoglio”. I Francesi sono costretti a ritirarsi a Como, e di là, per Lecco e Bergamo, a Cremona. Treviglio ritorna sotto il ducato degli Sforza. Alcuni abitanti di Treviglio, aizzati da un certo Giovanni Landriano, della fazione favorevole agli imperiali, insidiano a più riprese le truppe francesi in ritirata, per cui il generale Lautrec ordina la distruzione della città, anche come avvertimento per gli altri paesi.
Il 27 febbraio 1522 giunge a Treviglio la notizia che Lautrec muove da Cremona con l’intenzione di saccheggiare e distruggere la città. Sono inutili tutti i tentativi di mediazione da parte dei Consoli e del Clero. La popolazione, perduta ogni speranza umana, pone tutta la sua fiducia in Dio e nella Vergine Maria: le chiese si affollano, si veglia tutta la notte in preghiera. All’alba del 28 febbraio la città si desta gravata da un silenzio funereo, rotto solo da singhiozzi di disperazione. Improvvisamente una voce si diffonde per ogni contrada, accolta da grande emozione: “Miracolo! Miracolo! L’immagine della Vergine in S. Agostino piange e suda!”.
Che cosa è successo? Verso le ore 8 di quel venerdì 28 febbraio 1522, l’Immagine della Madonna dipinta sul muro della chiesa di S. Agostino, annessa al monastero delle Agostiniane, incomincia a spargere abbondantissime lacrime dagli occhi e sudore da tutto il corpo. Alcune donne, più vicine all’Immagine, sentendo delle gocce cadere, pensano che piova; ma dalla finestra il cielo appare sereno e lo stillicidio è abbondante. Inoltre il muro accanto all’immagine è perfettamente asciutto.
Tra la meraviglia e la commozione generale, si constata che gli occhi della Madonna versano lacrime e che tutto il corpo è cosparso di abbondante sudore. Si grida al miracolo, si accorre da ogni parte. I soldati francesi constatano il fatto e, profondamente impressionati, ne informano Lautrec che, a cavallo, giunge subito presso la chiesa di S. Agostino, vi entra e constata che l’Immagine della Madonna è velata di lacrime e di sudore, mentre rimane perfettamente asciutta quella del Bambino, come pure il muro circostante. In preda a grande commozione, piega il ginocchio davanti alla Vergine, tenta egli stesso di asciugare con pannolini quel pianto, ma le lacrime ricompaiono, ed il prodigio continua per sei ore consecutive.
Tutta la città esulta di gioia, ed il generale Lautrec, impressionatissimo, assicura gli abitanti di Treviglio del suo perdono. Le campane della città suonano a festa, tutti esultano. Il generale e gran parte degli ufficiali, in ginocchio, depongono ai piedi della Madonna le armi, le corazze ed i superbi cimieri.
La città riconoscente ha innalzato alla Vergine un magnifico Santuario, vero monumento di fede e di arte, frutto dell’amore degli abitanti di Treviglio a Maria. E la protezione della Madonna su Treviglio si è manifestata nel corso della storia in tante altre occasioni. Il 14 giugno 1617, alla presenza del card. Federico Borromeo, la miracolosa Immagine della Madonna delle Lacrime viene trasferita dalla chiesa di S. Agostino nel nuovo Santuario.
La data del 28 febbraio non è dimenticata, ed ancora oggi è vissuta con grande fede e devozione. Quella mattina, le campane tacciono, come il Venerdì Santo; le gente si raccoglie silenziosa nel Santuario a pregare davanti all’Immagine della Madonna, coperta da un velo. Quando dalla torre scoccano le ore otto, si sciolgono tutte le campane della città in un festoso e lungo concerto, cala la tela che copre il volto di Maria e la gioia di tutti esplode nel canto di ringraziamento.

La costruzione dell'attuale santuario risale al 1594, su progetto dell'architetto romano Tolomeo Rinaldi. Nel 1835 venne costruito il nuovo campanile e nel 1854 si ebbe il primo progetto di ampliamento a opera del trevigliese Renzanigo. Nel 1897 venne affidato all'architetto Cesare Nava l'incarico di un nuovo progetto di ampliamento e nel febbraio del 1899 il Cardinal Andrea Ferrari pose la prima pietra della nuova chiesa, che consacrerà nel 1902. La facciata ha le caratteristiche della costruzione settecentesca, con il campaniletto dell'800 ed è sovrastata dell'elegante cupola ottagonale del tiburio. L'interno ha una pianta a croce latina. La navata centrale è l'unico spazio appartenente all'edificio orginario e corre verso l'altare, chiusa in alto da una volta a botte. Nelle due pareti laterali si aprono due cappelle affrescate. Gli affreschi della navata centrale e delle cappelle sono di Gianluca e Carlo Molinari (1720) e Bernardino Galliari.
Sull'altare maggiore è posta la Madonna col Bambino del miracolo, qui trasportata nel 1619. Un'arcone ricco di decorazioni introduce alla cupola ottagonale sotto cui si dipartono i due transetti terminanti in due cappelle minori. Gli affreschi dell'interno della cupola, eseguiti dai pittori Gaetano Cresseri e Giovanni Bevilacqua tra il 1920 e il 1940 e danneggiati dall'umidità, sono stati restaurati nel 1996; raffigurano scene della vita di Cristo e di Maria e i maggiori templi mariani d'Europa, affiancati da figure di Santi e angeli. Le volte sono affrescate dai Molinari, pittori trevigliesi, tra il 1717 e il 1721.

Nel luglio del 1900 il cardinale Ferrari, in visita a Groppello d'Adda, si reca a Treviglio dove elargisce benedizioni dai ponteggi del santuario.

Nel 1912 i lavori di costruzione sono pressoché terminati ma, a causa dello scoppio della prima guerra mondiale, bisognerà aspettare luglio del 1921 per vedere completati gli affreschi.

Il 14 gennaio 1912 il cardinale Andrea Carlo Ferrari ordina vescovo nel santuario Pompeo Ghezzi, già canonico curato della stessa chiesa, nominato vescovo di Sansepolcro da papa Pio X.

Il 27 febbraio 1971 il cardinale Giovanni Colombo ordina presbitero nel santuario Giuseppe Merisi, originario di Treviglio, alla vigilia della festa patronale.

Nel 1981 la sala ex voto dalla parte del leggio del Vangelo viene adibita a cappella dell'adorazione su progetto del pittore Paolo Furia che ne esegue anche la variopinta vetrata.

All'interno del santuario sono tuttora gelosamente custoditi la spada e l'elmo del generale Odet de Foix, visconte di Lautrec che vengono esposti durante la settimana del Miracolo, a fine febbraio e inizio marzo. Il santuario ospita affreschi e tele del Molinari, dei fratelli Galliari, del Cresseri, dei Montalti e di Bernardino Butinone.

Recentemente la sommità della facciata ha richiesto degli interventi di restauro dopo che alcuni pezzi di sculture sono precipitati al suolo; la stessa cosa è successa per una piccola porzione della volta interna sopra all'altare, per fortuna senza colpire nessuno. Per tali motivi sono state effettuate alcune perizie.



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LA GATTA DI TREVIGLIO



Sebbene le tradizioni religiose unissero Treviglio e Caravaggio, a seminare zizzania tra le due città ci era riuscita la Gatta, che in realtà gatta non è, ma un antico cippo di confine raffigurante un piccolo cavallo, chiamato in dialetto “gatél”. Rinvenuto nel 1393 al confine tra i due comuni, il bassorilievo fu a lungo conteso, ma ad avere la meglio furono i trevigliesi: oggi l’opera è custodita presso il museo civico, mentre una sue fedele copia si trova sulla facciata del palazzo antistante la Basilica di San Martino. Nel 1953 i caravaggini compirono però un atto goliardico trafugando la copia esposta in piazza.

Il poema di Alessandro Tassoni narra la storia del conflitto fra Bologna e Modena (1325) conclusosi con il furto da parte di assetati modenesi di una secchia di legno, trafugata da un pozzo come trofeo di guerra. Qualcosa di simile - una sorta di «secchia rapita» in «salsa bergamasca» - è accaduto nella Bassa nello stesso periodo. A contendersi non un mastello di legno, bensì una pietra, trevigliesi e caravaggini. Una battaglia conclusasi con la vittoria dei primi. La pietra in questione è un gatèl, un bassorilievo che fungeva da cippo o termine di confine. Il termine dialettale è stato italianizzato in «gatta», così che tutti pensano che il quadrupede scolpito nella pietra sia uno strano felino, mentre in realtà si tratta di un cavallo.

La «gatta» delimitava appunto i limiti tra Treviglio e Caravaggio e fu a lungo oggetto di diatriba tra le due città , da quando fu rinvenuta in una zona di confine tra i due paesi nel 1392 in via Caravaggio sulla strada statale 11, denominata negli statuti del 1392 via Caravagli. Persino San Bernardino da Siena dovette intervenire per placare gli animi dei contendenti predicando la pace. Diciamo subito che oggi la «gatta», murata per secoli in un vicolo a Treviglio, è conservata nel museo civico, mentre sulla facciata del palazzo antistante la Basilica, in piazza Manara, è esposta una copia. Le cronache de «L'Eco di Bergamo» ci hanno consegnato ogni tappa della contesa.

Nel 1861 avvenne il primo furto da parte dei caravaggini ai danni dei trevigliesi. Ripresa, non si sa quando e come, da quest'ultimi, quasi un secolo dopo fu nuovamente sottratta dai caravaggini. «Treviglio e Caravaggio si guardano in cagnesco», titolava «L'Eco» il 28 febbraio 1953, registrando che la notte precedente era stato sottratto «un cimelio marmoreo» oggetto di «una singolare controversia nata alla fine del 1300». Il nostro quotidiano ricordava che il possesso della gatta importava il privilegio su un canale irriguo che scorreva a cavallo dei territori dei due Comuni.

La settimana precedente il furto, i compilatori di un numero unico dal titolo «Zigo-Zago» lanciarono l'idea di erigere un monumento alla «gatta», un fatto questo che surriscaldò gli animi dei caravaggini pronti a riprendersi la pietra. La «gatta» fu così tolta nottetempo dal muro della piazza dove era stata collocata. Al posto del bassorilievo, gli autori del colpo appesero un cartello con la scritta: «Mentre il popolo trevigliese dormiva, la “gatta” se ne è ita al suo paese». «La signora Paola Senna - scrive L'Eco dell'epoca - fu testimone oculare del furto da parte di una decina di giovani, armati di scalpello e martelli, giunti alle ore 2 a bordo di un autocarro. La gatta fu poi portata a Caravaggio e murata al civico 12 di via Michelangelo.

I caravaggini avrebbero poi chiesto per la restituzione della gatta un riscatto con 200 fiorini d'oro da consegnare sul limitare fra Treviglio e Caravaggio dove fu appunto rinvenuta». Poco più di due mesi dopo, i trevigliesi sferrarono la loro offensiva, pronti a riprendersi il maltolto. Prologo all'azione per riconquistare la «gatta» un singolare bombardamento di Caravaggio con galline appese ai paracadute, caramelle e rotoli di carta igienica lanciate da «forze aeree trevigliesi».

«Tre grossi bombardieri dell'aeroporto di Orio Serio – si legge su L'Eco dell'11 maggio 1953 – alle ore 12 hanno cominciato a vorticare paurosamente su Caravaggio gettandovi grandi quantità di materiale: 50 galline vive con il paracadute, chili di caramelle, bottiglie di vino, stilografiche e persino un grosso porcello», oltre a manifesti minacciosi di altri bombardamenti fino a far «scomparire il nome di Caravaggio dalle carte geografiche».

All'azione goliardica seguì una decina di giorni dopo l'incursione dei trevigliesi che, ripresasi la gatta, la murarono subito su un palazzo prospiciente la Basilica (dove oggi c'è la copia). Il colpo fu messo a segno in pieno giorno dai trevigliesi armato di pistole di zucchero e assordanti tromboni della banda musicale che costrinsero i caravaggini alla resa. Finita la contesa, la «gatta» è poi tornata al centro delle cronache per l'interesse da parte di una laureanda dell'Università della Sorbona giunta appositamente da Parigi per studiarla nei dettagli.

La notizia della contesa e del bombardamento del resto fece il giro del mondo sui giornali stranieri. Nel marzo 1982, il cippo è stato oggetto di restauro affidato allo studio Gabrieli-Traversi. La gatta originale è ora nel museo civico. Senza un intervento di recupero del resto, la gatta si sarebbe sgretolata fino a frantumarsi o sbriciolarsi, andando irrimediabilmente perduta. Profonda circa 50 cm., larga quasi altrettanto, alta 25 cm., la gatta ora è al sicuro. La singolarità di questo cippo, oltre al valore storico, è costituita dal fatto che è forse uno dei pochi termini di confine che raffiguri un animale, giunto ai giorni nostri, dopo svariati secoli, ancora integro e con tutto il suo carico di suggestività e un pizzico di leggenda.




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giovedì 28 maggio 2015

IL CARRO DEI TAROCCHI

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Il Carro è la settima carta degli arcani maggiori dei tarocchi.

Nel gioco di carte, è di valore immediatamente superiore agli Amanti e di valore immediatamente inferiore alla Giustizia.

La figura rappresenta di solito un Re o un guerriero che conduce un carro (o una biga) trainato da due cavalli, in alcuni casi uniti nella parte finale del corpo. A volte la biga è alata.

Il Re o il guerriero ha generalmente un copricapo, a volte (se è un Re) una corona. I cavalli sono spesso di due colori diversi. A volte trainano il carro in direzioni diverse, ma producendo sempre un avanzamento in avanti.

Nei tarocchi Rider-Waite, nei tarocchi Wirth-Knapp, nei tarocchi di Papus, ai due cavalli si sostituiscono due sfingi.

Il Carro è l’arcano numero sette, il numero primo più alto, divisibile solo per se stesso, il più attivo dei numeri dispari. Il Sette rappresenta, dunque, l’azione per eccellenza, a tutti i livelli: su se stessi e sul mondo. A differenza dell’Imperatrice, arcano numero tre, l’azione del Carro è più matura, in quanto basata sull’esperienza accumulata dagli Arcani precedenti, e si propone un obiettivo.
Nei tarocchi di Marsiglia, il soggetto della carta è rappresentato da tre elementi: due cavalli, un veicolo e il suo conducente; il nome della carta non allude al personaggio, come era accaduto finora, ma allude al veicolo.
Il conducente è rappresentato da un giovane uomo in cui potremmo riconoscere un principe o un re, dal momento che porta la corona. Il giovane re ha un’espressione nobile e virile, guida con sicurezza il cocchio, non gli è necessario tenere i cavalli con le briglie: è un conquistatore nato e manifesta tutta la sicurezza di chi ha combattuto e vinto superando ostacoli di ogni tipo. La sua armatura rifulge di colori brillanti e tutta la sua figura emana luminosità, simboleggiante la piena vittoria. Il Sette, infatti, numero di buon auspicio e sacro sin dall’antichità (il Sette è dato dai tre piani dell’essere più i quattro elementi), è il numero del compimento, dell'interezza di una serie: sette sono, non casualmente, i giorni della settimana, le virtù, i vizi capitali, le note musicali, i colori dell'arcobaleno, i tradizionali pianeti dell'astrologia. La figura sul carro può rimandare all'eroe dalle gambe nude della carta precedente, l’Innamorato, che armatosi contro le difficoltà ora procede dominandole dall'alto, cioè da una posizione che gli permette di vedere la direzione della meta e quindi di guidare il suo veicolo senza identificarsi con un lato o l'altro del dilemma, ma dominando entrambi da un punto di vista superiore e centrale rispetto alla dualità delle cose.
Possiamo vedere il lui anche la figura dell'Imperatore che, scelta la via del successo, inizia a percorrerla. Il conducente del Carro porta il suo scettro nella mano destra, senza stringerlo come faceva l'Imperatore, ma con una scioltezza che indica il sicuro dominio della situazione.
Il carro ha forma di quadrato, è color rosa carne e affonda nella terra: è, quindi, ancora legato alla realizzazione materiale. Il giovane re trae dal cubo la sua potenza solare, attiva, destra; il cubo è stato preliminarmente purificato e ora è fornito di ruote per il movimento. La realizzazione concreta dell'Imperatore, qui si mette in moto rompendo la staticità inerte della pietra, iniziando una trasformazione sul piano dell'azione nel mondo. Decisa la linea d'azione, con l’arcano dell’Innamorato, ora, con il Carro si inizia a percorrerla.
Sulle spalle del giovane vediamo due maschere a forma di luna, la duplice natura lunare è stata trasformata in un’unica forza. Le due maschere potrebbero rappresentare anche il passato e il futuro, il positivo e il negativo: il condottiero del Carro agisce, infatti, nel pieno del presente, aperto al passato e al futuro, alla luce e all’ombra.
Il condottiero ci ricorda il Sagittario, infatti dell’uomo vediamo solo la metà al di sopra della cintura: la sua parte inferiore del corpo sembra equina; infatti, i due cavalli sembrano far parte del suo corpo perché tutti e tre scaturiscono dal carro.
I due cavalli rappresentano le forze vitali, animali, istintive, quelle che tirano il carro rompendo la forza d'inerzia. Gli istinti o le forze dell’inconscio ora sono al servizio del giovane che le ha vinte aggiogandole al suo carro. Naturalmente esse non hanno perso nulla della loro natura selvaggia e animalesca, che anzi risalta proprio con la loro raffigurazione sotto aspetto di animali, proprio come nella raffigurazione del cane che spinge in avanti il Matto.
Il cavallo che tira verso sinistra il carro ha un occhio chiuso e lunghe ciglia, rimandandoci così alla polarità femminile; l’altro cavallo, che tira verso destra, ci rimanda invece alla polarità maschile. I due animali rappresentano, quindi, i due aspetti della contraddizione, due forze repulsive: Acqua e Fuoco, Ying e Yang. Esse, però, appartengono alla stessa natura perché entrambe scaturiscono dal Carro, entro il quale sta la parte posteriore dei cavalli a noi invisibile. Questi due principi, benché uniti, sono di natura opposta: l'aspetto contraddittorio è mostrato dal fatto che i due cavalli tirano in direzione opposte. Hanno però una meta in comune poiché come il guidatore guardano verso destra. L'unità di intenti e di direzione dà, quindi, a tutti gli elementi del composto una unità. La situazione è di equilibrio: un equilibrio dato dal movimento e un movimento dato dall'equilibrio che è dinamico e non statico, quasi a ricordare il senso segreto dell'I King: "L'esistenza si edifica sul mutamento". L'importante è che il Carro proceda e che la direzione sia unitaria: tutti gli elementi del composto devono andare incontro allo stesso processo di trasformazione. Il Carro indica, quindi, lo stato di colui che riesce a dominare il settenario in tutte le sue forme e manifestazioni, su tutti i piani dell'essere e nel suo aspetto contraddittorio allo scopo di servirsene per andare avanti.
Insieme ai cavalli, il giovane re forma una figura triangolare, mentre il carro ha la forma del quadrato. Si ha, quindi, un triangolo nel quadrato, rappresentazione dello spirito nella materia. Il Carro rievoca, così, la ricerca alchemica: la materializzazione dello spirito e la spiritualizzazione della materia. Si potrebbe dire in quest’ottica che il carro rappresenti il corpo, i cavalli l’energia e il personaggio lo spirito.
Il carro è sormontato da un baldacchino, sorretto da quattro colonne. Il baldacchino è una sorta di velo che chiude l’orizzonte del cielo; sarà la Stella, arcano XVII, a sollevare quel velo; le dodici stelle rappresentate sul drappo del baldacchino ci rimandano alle forze cosmiche. Le quattro colonne sorreggono il baldacchino quasi a dire che l'Alto, nel senso della dimensione superumana, è già penetrato e unito con il Basso, e dal Centro di questa unione viene la direzione che il Carro percorre. Infatti, le quattro colonne sono appaiate a due a due: la stessa unità contraddittoria espressa dai cavalli ritorna a confermare la corrispondenza Alto-Basso che bisogna sempre tenere presente. Le quattro colonne rappresentano anche i quattro elementi che formano il cubo.
Sul carro, al centro del blasone, è rappresentata una goccia verde. Secondo alcune leggende, fra tutte le cellule mortali del corpo umano, ne esiste una soltanto in grado di sopravvivere alla morte fisica. Il Carro ricorda in questa goccia verde la nostra speranza di immortalità: inserisce nella materia una coscienza impersonale.
A seconda del tipo di tarocchi si possono fare diverse ipotesi. Il Re o il guerriero è colui che tiene tra le mani le redini del proprio agire. La vittoria e il trionfo; a volte addirittura la vendetta. È colui che si trova a confronto con la consapevolezza di poter decidere del proprio destino.

I cavalli che trainano il Carro sono in numero pari: a seconda dei tipi, una coppia guarda a destra, l'altra a sinistra, oppure, in altri casi, entrambi i cavalli guardano nella stessa direzione. Essi rappresentano, secondo alcuni, le due colonne del Tempio di Salomone (Boaz e Jachin), ovvero la Legge e la Giustizia. I cavalli rappresentano, per alcuni, nei loro opposti colori, la capacità di "guidare" il corso degli eventi in una data situazione.

Inoltre, il Carro può rappresentare la scelta: un cavallo tira a destra, l'altro tira a sinistra (ma non in tutti i tarocchi). Non si sa quale cavallo il conducente seguirà.

Questa carta è inoltre collegata alla simbologia platonica dell'anima che, dopo la morte, nell'Empireo viene filosoficamente trascinata in due direzioni da un carro in cui gli unici due cavalli, uno bianco ed uno nero (tipici nei disegni di questa carta) vanno uno verso il basso (rappresentante l'Istinto) ed uno verso l'alto (rappresentante la Ragione).

La medesima simbologia la si ritrova nell'albero delle Sephiroth.

Ha corrispondenze astrologiche con il segno del Sagittario, segno dell'ambizione e del desiderio di emergere.

Nell'Albero della Vita è il diciottesimo sentiero che collega l'Intelletto (Binah) alla Severità (Geburah).

Rappresenta la fedeltà e l'equilibrio, ma anche, ovviamente la gloria. Sono però implicite la perizia e la prudenza, il valore di chi deve condurre un mezzo tra possibili ostacoli, poiché chi sa valutare sempre i fattori contrastanti sarà in grado di trionfare su tutto e tutti. Il Carro è, in fondo, un arcano di vittoria e trionfo sugli eventi. Per alcuni, la traversata pericolosa dell'uomo nella materia per raggiungere il mondo spirituale. Si può leggere anche un futuro dubbio, in cui il soggetto avrà di fronte due strade.

E’ la carta del trionfo e del successo, soprattutto in campo sociale. Indica che una questione si risolverà nel modo migliore. Il successo è determinato dalle azioni dell’individuo, non dal Fato.
Rimanda anche alla consapevolezza, alla stabilità emotiva, alla fiducia in se stessi, all’autocontrollo e a un grande intuito.
Può indicare anche un viaggio o l’arrivo di una persona da lontano.
Dal punto di vista affettivo, un rapporto sentimentale è in stadio di grande sviluppo positivo.
Dal punto di vista professionale, rimanda ad una posizione invidiabile, a successi, avanzamenti di carriera.
Può rappresentare una persona straniera particolarmente benevola nei confronti del consultante; un amante dalla forte sessualità. Si tratta generalmente di una persona di sesso maschile, di età compresa tra i quaranta e sessant'anni, molto sicura di sé, combattiva ed idealista, dotata di iniziativa.

La carta essendo così forte e dinamica inverte o esaspera, se capovolta, tutti i suoi buoni auspici.
Tuttavia, il suo aspetto attivo non è del tutto colpito, per cui ci si rimetterà brevemente in sesto, soprattutto se circondata da carte positive. La vittoria può tramutarsi in sconfitta, può esserci un periodo di stallo, un’incapacità di agire creativamente e costruttivamente.Un viaggio può andare male o essere rimandato.
Dal punto di vista affettivo si vive l'amore in maniera egoistica con la tendenza a dominare il partner oppure ci si fa trascinare dai sentimenti, senza avere una visione lucida delle cose.
Dal punto di vista professionale possono esserci difficoltà causati da errori o dal temperamento troppo aggressivo del consultante, intollerante agli ordini dei superiori.
Può rappresentare anche una persona dall’ambizione eccessiva con una volontà impositiva oppure, se le carte che circondano il Carro capovolto sono deboli, una persona inconcludente, priva di ideali, che vive alla giornata.

Come tempi il Carro è molto veloce una settimana come massimo, ma, logicamente, si brucia subito, non più di due mesi di durata.

La pietra abbinata è lo Smeraldo.



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PERSONE DI CREMA : FRANCESCO BERNARDINO VISCONTI

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Il vero nome dell’Innominato è Francesco Bernardino Visconti, uno dei feudatari di Brignano Ghiaradadda, contro il quale l’allora governatore di Milano emise una grida indicandolo come capo di una folta schiera di delinquenti e condannandolo quindi all’esilio insieme al suo seguito di bravi. Bernardino Visconti era noto alle cronache come il conte del sagrato per la sua usanza di fare uccidere sul sagrato delle chiese, nei giorni festivi, coloro che non ubbidivano alle sue intimidazioni. Alessandro Manzoni evita questo nomignolo, preferendo avvolgere il personaggio in un atmosfera di mistero: lo chiama semplicemente Innominato.
L'Innominato è una delle figure psicologicamente più complesse e interessanti del romanzo. Figura malvagia la cui cattiveria più che ripugnanza forse incute rispetto, è il potente a cui don Rodrigo si rivolge per attuare il piano di rapire Lucia Mondella. In preda a una profonda crisi spirituale, che lo porta a non riconoscersi più nelle sue malefatte, l'Innominato coglie nell'incontro con Lucia un segno, una luce che lo porta alla conversione; solo in un animo simile, senza vie di mezzo, una crisi interiore può portare a una trasformazione completa.

Durante la notte in cui Lucia è prigioniera nel castello, la disperazione dell'Innominato giunge a un punto critico, tanto da fargli desiderare il suicidio; ma ecco che la Divina Provvidenza e le parole di Lucia lo salvano e gli mostrano la via della misericordia e del perdono. La sua conversione giunge dopo la notte angosciosa, infatti quel giorno arriva nel suo paese il cardinale Federigo Borromeo, personaggio storico. La scelta di Manzoni del personaggio per attuare la conversione non è certamente casuale: infatti solo un uomo di una grandissima bontà come il cardinale può redimere l'Innominato.

Inoltre, come dichiarato dall'autore stesso al termine del capitolo 24, le fonti storiche del Ripamonti stesso riferiscono che l'uomo si sia convertito dopo un lungo colloquio con il cardinale arcivescovo. Nel romanzo, i due personaggi si possono descrivere, per certi aspetti, come opposti. Dopo la conversione l'Innominato cambia completamente e coglie al volo l'occasione per far del bene in maniera proporzionata al male che aveva fatto. Il personaggio dell'Innominato e il suo "castello a cavaliere di una valle angusta e uggiosa" con la relativa ambientazione (capitolo XX) richiamano le tetre, cupe immagini del romanzo gotico del Settecento in cui era solitamente presente la figura della giovane innocente perseguitata da un tiranno malvagio, eroe del male.

Presenta volontà indomabile, desiderio e ricerca di solitudine, orgoglio e amore d'indipendenza, malvagità dovuta ad arroganza e fierezza, ma nata dallo sdegno e dall'invidia verso le tante prepotenze a cui assiste. Non si compiace della scelleratezza e tiranneggia per non essere tiranneggiato. Il Castello dell'Innominato presenta una solitudine eccelsa di paesaggio e d'anima. Il paesaggio è singolare e fa da sfondo alla vicenda eccezionale: si tratta di un paesaggio d'arte e fantasia. La personalità dell'Innominato impronta di sé tutta la realtà circostante e il paesaggio è un'introduzione psicologica alla vicenda.

L'atmosfera del castello è mitica e all'altezza dei luoghi corrisponde un'altezza d'animo. L'alba che precede la conversione mostra una liberazione vicina, "un colore di travaglio e di mortificazione che è il colore stesso della natura e della vita.  Presenza silenziosa e operosa di un Dio che non è solo testimone ma artefice". Attilio Momigliano evidenzia bene l'evoluzione dell'animo del personaggio, la solitudine dell'anima nelle tenebre della notte ed il travaglio del rinnovamento. Nel contrasto fra io antico e nuovo egli prova una "non so qual rabbia di pentimento" e Lucia Mondella è un'immagine presente di condanna e di perdono. Luigi Russo sottolinea che nella non resistenza di Lucia l'Innominato vede come l'immagine temuta della morte che viene sola e disarmata, senza che le si possa opporre nulla. Dinanzi alla fanciulla il più debole è lui. Ad un certo punto egli non discorre più con Lucia ma con il suo fantasma interno di Dio. Egli attua una ricerca sgomenta di un nuovo sentiero di vita, prova orrore delle memorie di una vita scellerata. Lucia Mondella è immagine presente di condanna e di perdono.

Il pensiero della morte ed il confuso presentimento dell'oltretomba scavano nel suo animo in cui gli pare di sentire una voce che dice "Io sono però" (cap. XX). Avverte una misteriosa presenza e diviene consapevole della propria effimera potenza. Poi inizia l'ascensione dello spirito dell'Innominato: il terrore nella notte della conversione, a mano a mano che la sua coscienza si profonda, la sua angoscia si fa opprimente. Il ricordo delle parole di Lucia ("Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia") è un avvertimento di cui l'anima non sa precisamente l'origine. Nella sua mente si accalcano il pensiero del futuro e la memoria insopprimibile dell'io di un tempo, l'orrore delle memorie di una vita scellerata.

Dopo gli ultimi ondeggiamenti dell'anima, l'Innominato giunge all'alba di redenzione, alla palingenesi spirituale e al rischiararsi dell'anima corrisponde un rischiararsi del paesaggio in un profondo sentimento religioso della natura. Il cielo, i monti, gli uomini, accompagnati dalla musica d'indeterminata speranza del suono delle campane, partecipano alla redenzione di un'anima. La crisi spirituale dell'Innominato, descritta alla fine del XXI capitolo, passa attraverso fasi progressive:

la comprensione della vanità del continuo agire nel male ("non che riuscisse a trovar ragioni che in quel momento gli paressero buone a scusare il fatto, non sapeva quasi spiegare a se stesso come ci si fosse indotto.");
l'esame di coscienza ("si trovò ingolfato nell'esame di tutta la sua vita");
la disperazione e la tentazione del suicidio ("S'alzò in furia a sedere, gettò in furia le mani alla parete accanto al letto, afferrò una pistola, la staccò, e....al momento di finire una vita divenuta insopportabile, il suo pensiero sorpreso da un terrore, da un'inquietudine, per dir così, superstite, si slanciò nel tempo che pure continuerebbe a scorrere dopo la sua fine");
il pensiero di Dio ("Se quell'altra vita di cui m'hanno parlato quand'ero ragazzo, di cui parlano sempre, come se fosse cosa sicura; se quella vita non c'è, se è un'invenzione de' preti; che fo io? perché morire? cos'importa quello che ho fatto? cos'importa? è una pazzia la mia....E se c'è quest'altra vita.....!").


Il personaggio che Manzoni fa rivivere nel suo romanzo con l'appellativo di Innominato sembra essere Alberto da Salvirola, che visse tra il 1500 e il 1600, e del quale si narra fosse un brigante. Altre fonti fanno invece risalire la figura dell'Innominato a Francesco Bernardino Visconti, personaggio storico del quale Manzoni è discendente da parte di madre, Giulia Beccaria.

Quest'ultima infatti discendeva dalla famiglia Visconti, che aveva la propria dimora estiva presso Palazzo Pignano. Il Visconti razziava le campagne cremasche della Repubblica di Venezia, per poi rifugiarsi nelle terre del Milanese. Visconti era il feudatario di Brignano Gera d'Adda, come Manzoni stesso afferma in una lettera a Cesare Cantù. Soccorre la testimonianza della marchesa Margherita Provana Di Collegno, la quale frequentò assai il Manzoni sul Lago Maggiore, e poi nella propria tenuta di Cassolo: nel diario, in data 18 ottobre, annota: "sentii da Manzoni che l'Innominato è un Visconti, ed è personaggio verissimo".

Nel Fermo e Lucia (1ªedizione), l'Innominato veniva chiamato "Il Conte del Sagrato", in riferimento ad uno dei suoi tanti omicidi, avvenuto appunto sul sagrato di una chiesa. In seguito pare che Manzoni ne cambiò il nome poiché questo in un certo senso ne immiseriva la condizione titanica e ribelle, rimandando allo squallore di un omicidio.

Nei luoghi manzoniani vengono indicati come castello dell'Innominato i resti di una fortificazione posta nel comune di Vercurago in località Somasca. Del castello, costruito su di un dirupo in una posizione che domina la strada che collega Bergamo a Lecco e il sottostante lago di Garlate, rimangono un torrione e parti delle due cerchie di mura.

L’unico rapimento messo in atto e storicamente accertato sarebbe quello della madre Paola Benzoni, quando l’Innominato aveva 11 anni. Ecco i fatti: la contessa, vedova da otto anni, aveva già sofferto le licenziose amoralità del consorte, disordini morali di tipo familiare, avendo avuto tre figli naturali, e finanziario, era un giocatore d’azzardo. Alla fine si era ritirata in campagna, a Bagnolo Cremasco… ove aveva dei possedimenti. Secondo alcune fonti a Crema, nel Palazzo Avito. Una solitudine insopportabile. E lì pensava ad un nuovo matrimonio. Nel 1590, alla vigilia del matrimonio con un nobile della Valcuvia, Cottino Cotta, nel castello di Brignano, Paola Benzoni venne rapita da Galeazzo Maria, quindicenne, Bernardino, undicenne, Benedetto Cagnola, e Sagramoro Visconti, nipote della rapita. Il tutto venne tenuto sotto traccia e messo a tacere, come fosse stata una ragazzata da punire con una leggera reprimenda, dato il lignaggio dei discoli.

Nel 1593, a Bagnolo Cremasco venne fatta una bravata dall’Innominato quattordicenne. Erano ventisette bravi, armati di archibugi, entrarono nella casa di tale Schiavino, forzando la porta e scalando le finestre. Assalirono il malcapitato devastando l’abitazione, ammazzando i polli e operando molti altri atti disonesti che per modestia tacemo. Ancor’oggi a Bagnolo esiste la casa dei bravi. Il 22 dicembre del 1593 il consiglio dei Dieci di Crema condannò al bando dalla città e dal territorio cremasco per tre anni l’Innominato e i suoi sodali.

Nel 1596 le strade dei due fratelli si divisero, l’Innominato aveva 17 anni e andò a vivere nella in una cascina chiamata Sangiorgino. Nell’agosto del 1597 fu commesso un omicidio, la documentazione, pur corposa, è ambigua e non chiarisce i fatti; pare che a quel primo omicidio possa esserne seguito un secondo nel 1599. Dopo aver passato una vita scellerata, a Treviglio nel 1619 incontrò il cardinal Federico Borromeo , per due ore il cardinale rimane con Bernardino Visconti. Si dice che Federico gli andò incontro con il volto sereno, trasparente di premure e con le braccia aperte, fece cenno al cappellano di uscire e rimasero a lungo in silenzio, non trovavano le parole, probabilmente non le cercavano.
Francesco Bernardino Visconti (Brignano Gera d'Adda, 16 settembre 1579 – Crema, 1647 circa) era figlio di Giovanni Battista Visconti e Paola Benzoni, di un'importante famiglia di Crema.

Aveva cinque fratelli: Maddalena, Giulia, Ercole, Caterina, Galeazzo Maria (1575-1648).

A Milano i Visconti vivono in una casa in via Teodoro Crescia in un palazzo presso San Giovanni in Conca. Alla morte del padre nel 1584 i fratelli vivono nel palazzo Visconti di via Lanzone. I tutori decidono di mettere i due maschi nel Collegio dei Nobili. Nel 1590 i due fratelli con altri parenti rapiscono la madre Paola Benzoni per impedirle di sposare in seconde nozze Cottino Cotta di Valcuvia. Ne segue un processo senza conseguenze perché il giudice ritiene che siano affari di famiglia.

Nel 1596 i due fratelli si dividono i beni. Francesco Bernardino si ritira in una sua tenuta e costituisce una banda e inizia la sua attività criminale. Dal 1600 al 1602, Bernardino commette una serie di crimini. Nel 1602 i suoi beni sono confiscati e incomincia una lunga controversia con i creditori.

Nel maggio e giugno 1615 c'è la visita pastorale del cardinale Federico Borromeo nel lecchese. È forse il momento della conversione. Si ipotizza che l’incontro tra il Borromeo e il Visconti sia stato preparato dai parenti del Visconti (molti erano religiosi) e stabilito con le autorità.

Le vicende relative al resto dell'esistenza di Francesco Bernardino Visconti sono tuttora avvolte nel mistero: l'ultima traccia compare in un documento datato 1647, all'interno del quale risulta essere ancora in vita, domiciliato in un paese vicino a Crema, luogo d'origine della madre. Di sicuro egli trascorse gli ultimi anni della sua esistenza pregando nei conventi cremaschi, fra i quali quello dei Cappuccini dei Sabbioni.




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mercoledì 27 maggio 2015

IL SANTUARIO DI SANTA MARIA DELLA CROCE A CREMA



Il santuario di Santa Maria della Croce è una basilica minore cattolica, posta a un chilometro dal centro storico della città di Crema, lungo la strada per Bergamo.

A progettare il santuario venne chiamato l'architetto lodigiano Giovanni Battagio, allievo del Bramante, comunque formatosi nella modernissima scuola milanese.

Attorno al 1500 il Battagio ruppe i rapporti con i fabbriceri e la prosecuzione della fabbrica venne affidata a Giovanni Montanaro.

Nel 1514 Crema era sotto assedio delle truppe sforzesche: la difesa della città fu affidata a Renzo da Ceri, il quale fece spianare tutto ciò che stava attorno alla città eccetto il santuario in avanzato stato costruttivo trasformando la chiesa in fortino. Renzo da Ceri vinse grazie ad una sortita in quel di Ombriano, ma l'assedio durato quattro mesi non fu favorevole al santuario che ne uscì gravemente danneggiato.

Le vicende belliche e un'epidemia di peste rallentarono la prosecuzione dei lavori: le prime decorazioni interne vennero avviate verso il 1541.

Nel 1585 il santuario fu affidato alla parrocchia di Pianengo.

Nell'anno 1593 il podestà veneto Nicola Vendramin fece costruire una nuova strada di collegamento tra Porta Serio e il santuario: fu a lungo nota come strada Vendramina e venne ulteriormente allargata e quindi alberata nel 1810.

Il 14 novembre 1664 il doge di Venezia Domenico Contarini autorizzava l'istituzione di una fiera da tenersi ogni anno il 25 marzo giorno dell'Annunciazione: la prima edizione si tenne nel 1666 e viene allestita tuttora.

Nel 1694 il santuario fu affidato all'ordine dei Carmelitani Scalzi i quali pochi anni dopo (1706) iniziarono la costruzione dell'imponente convento. Nel 1710 aggiunsero anche il campanile. I Carmelitani tuttavia non vi rimasero a lungo: nel 1810 dovettero abbandonare Crema a seguito delle soppressioni napoleoniche.

Partiti i frati nacque il problema dell'affidamento della cura d'anime al quartiere che nel frattempo era sorto attorno al santuario: nell'anno 1828 il vescovo di Crema monsignor Tommaso Ronna decretò l'istituzione della parrocchia di Santa Maria della Croce: il primo sacerdote fu don Agostino Cremonesi il quale prese possesso della parrocchia il 2 maggio 1830.

Il 4 settembre 1837 monsignor Giuseppe Sanguettola incoronò il capo della Vergine durante una cerimonia solenne.

A partire dal 26 aprile 1869 i documenti riportano il movimento degli occhi dell'immagine in terracotta che aveva riversato lacrime poco dopo l'apparizione. Il prodigio fu sottoscritto dai sacerdoti don Silvio della Noce, don Paolo Stramezzi e don Bartolomeo Borsieri che ne furono testimoni.

Alcuni interventi vennero compiuti nel 1904, allorché furono sostituite le coperture in coppi dei corpi laterali con cupolette ricoperte in rame, e nel 1914 quando il pavimento in cotto fu sostituito dall'attuale in mattonelle bicolore.

Con bolla pontificia datata 18 aprile 1958 papa Pio XII concedeva al santuario il titolo e la dignità di basilica minore: si arrivò a tanto grazie alla tenacia del vescovo monsignor Placido Maria Cambiaghi e del prevosto monsignor Francesco Piantelli.

Nel 1990, in occasione del cinquecentesimo anniversario dall'apparizione, l'edificio fu dotato di nuovi portali in bronzo opera dello scultore Mario Toffetti.

Il 20 giugno 1992 la basilica ricevette l'illustre visita di papa Giovanni Paolo II il quale si fermò a pregare nello scurolo prima di proseguire la visita alla città.

Il Santuario di Santa Maria della Croce è un buon esempio di architettura rinascimentale lombarda, progettato da Giovanni Battaglio nel 1490 sul luogo di un’apparizione mariana. Monumento d’arte e centro spirituale fra i più importanti della città. Il progetto fu affidato appunto a Giovanni Battaglio che s’ispirò al Bramante e concepì l’edificio in cotto, a pianta centrale, traforato da tre gallerie sovrapposte, con cappelle ai quattro punti cardinali. La costruzione venne portata a termine nel 1500 da Giovanni Antonio Montanaro, che vi aggiunse l’ultima galleria, in stile gotico.

All’interno, ottagonale con alternanza di altari e cappelle, l’insieme della basilica è mirabilmente affrescato e presenta un intreccio di due stili: il rinascimentale nella parte inferiore, il barocco in quella superiore.

La grandiosa cupola centrale, divisa in otto spicchi, è affrescata dai fratelli Grandi e da Giacomo Parravicino (1702): vi è raffigurato il trionfo della Croce. Sotto si snoda una splendida fascia di profeti e sibille. Affreschi con scene bibliche nelle due cappelle: in quella sud Storie di Davide di Giacomo Parravicino, in quella nord Storie di Mosè dei fratelli Giuseppe e Giacomo Torricelli (1762). Nelle due cupolette, affreschi più tardi: un Riposo della fuga in Egitto di Eugenio Giuseppe Conti (1898) e un’Assunzione di Angelo Bacchetta (1870), ambedue pittori cremaschi. Notevoli gli altari laterali ed il maggiore che presentano tele con firme di rilievo: Assunzione del veneziano Benedetto Diana (1502), Adorazione dei pastori di Antonio Campi (1575), Adorazione dei Magi di Bernardino Campi (1575), Andata al Calvario del cremasco Carlo Urbino (1580 circa), Pietà di Bernardino Campi (1575).

Il venerato gruppo della Vergine e Caterina degli Uberti è nello scurolo, affrescato nella volta (Glorificazione di Caterina) dal Parravicino, nelle lunette (quattro Apostoli), da collaboratori di Diana. Al centro del gruppo dell’apparizione, la quattrocentesca Madonna con Bambino, bassorilievo in cotto donato da un nobile milanese a seguito dei fatti miracolosi del Novelletta. Originariamente dipinto a fogliami con tutti i dodici apostoli, l’ambiente è stato radicalmente modificato nell’Ottocento con la posa delle quinte di fondo e delle statue.

Di fianco al  santuario si stende imponente l’antico Monastero dei Carmelitani, che ne presero la cura nel 1964 lasciandolo nel 1810 per le soppressioni napoleoniche. Assieme al convento i frati costruirono anche il campanile. La basilica è titolare di una fiera - il 25 marzo - istituita nel 1665 e tuttora la principale del Cremasco.

Le origini del culto alla Madonna di Santa Maria della Croce sono note e ben documentate.

Il 13 febbraio 1489 Caterina degli Uberti, esponente di una famiglia benestante di Crema, sposava Bartolomeo Pederbelli detto il Contaglio, pregiudicato bergamasco bandito dalla sua provincia e giunto da tempo a Crema, ovviamente tacendo la sua condizione di fuggiasco.

Nell'anno che seguì i rapporti non furono affatto facili, sono narrati nelle cronache le contrapposizioni tra il Contaglio e i familiari di Caterina per questioni di pagamento della dote.

Secondo i documenti storici, la sera del 2 aprile 1490 il Contaglio convinse (oppure obbligò con la forza) Caterina a seguirlo per tornare dai familiari dell'uomo nel bergamasco. Una volta giunti un miglio fuori da Crema deviò dalla strada per Bergamo (l'odierna via Mulini) giungendo all'interno del bosco detto "del Novelletto". Qui il Contaglio infierì sulla donna colpendola con la spada (che ancora si conserva nel Santuario) in maniera violenta e grave al capo ed alle braccia tanto che le venne amputata la mano destra con una parte del braccio; mentre l'omicida calava fendenti sulla povera donna, la spada si spezzò in due e, non pago di ciò, per essere certo che la moglie fosse uccisa, estrasse il pugnale e le sferrò un colpo alla schiena, ma la lama non penetrò nel corpo, scivolando forse lungo le vesti, ma procurandole comunque un ematoma vicino alla scapola sinistra. Il Contaglio fuggì portando via il fardello e le altre cose insieme con quattro anelli d'oro della stessa Caterina. Quindi di lui non si seppe più nulla.

La donna agonizzante chiese aiuto alla Madonna affinché le venissero impartiti i Sacramenti ed apparve una donna vestita poveramente che avrebbe detto "sono colei che hai chiamato". Le emorragie di colpo si fermarono e Maria trasportò Caterina presso una vicina casa di contadini che le prestarono le prime cure. Poiché era ormai sera e le porte della città erano chiuse, solo alla mattina Caterina poté essere trasportata a Crema.

Qui venne visitata da un medico e interrogata da un "Giudice del Maleficio" (magistrato veneto), quindi il prete Filippo della parrocchia di San Benedetto le diede i sacramenti, solo a questo punto le emorragie ripresero e Caterina spirò.

Sempre secondo i documenti storici, presso il luogo del delitto fu posta una piccola croce in legno. Un mese dopo, il 3 maggio giorno dell'esaltazione della Santa Croce, un ragazzino che, come scrive ancora Tommaso Ronna, nell'opera precedentemente citata " di 11 anni figlio di un Francesco Marazzo", afflitto da gravi problemi ad un piede che non gli permettevano di reggersi in piedi autonomamente, fu condotto al Novelletto. Dopo le preghiere il ragazzo riprese a camminare: fu il primo miracolo che richiamò una folla. Le cronache riportano nello stesso giorno una quarantina di guarigioni miracolose.

Il giorno successivo, 4 maggio, una solenne processione venne allestita verso il Novelletto presso il quale fu costruito un piccolo altare sul quale venne collocato il rilievo della Madonna con il Bambino, dono del milanese Gianfranco Cotta. Il 5 maggio furono in molti a veder riversare lacrime dall'effigie, in quel giorno si registrarono circa ottanta guarigioni inspiegabili. Sempre il 5 maggio il Consiglio della città decretò la costruzione di un edificio nel luogo dell'apparizione. Le cronache riportano altri miracoli il 18 maggio e il 2 giugno.

Il podestà veneto di Crema era quell'anno Nicolò Priuli: scettico sui fatti del Novelletto, stante la carica che ricopriva temeva problemi di ordine pubblico. Il 18 giugno si fece condurre presso l'altare e assistette in prima persona al prodigio del cerchio luminoso: attorno al sole apparve un cerchio iridato che parve cadere verso la terra per tre volte. Di seguito lo stesso podestà fu uno dei principali sostenitori della costruzione del santuario.




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IL PALAZZO TERNI BONDENTI DI CREMA

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Nella città-paese di Crema ancora a misura d’uomo, colpisce la presenza imponente di questa residenza nobiliare, ma ci troviamo di fronte ad uno dei palazzi più affascinanti di Crema. Immediatamente riconoscibile grazie al cotto lasciato a vista, Palazzo Bondenti è il massimo esempio di barocchetto della città, intuibile immediatamente dal muretto che ne separa la proprietà dalla strada. Anch’ esso in cotto è contraddistinto da enormi oculi che lasciano sbirciare nell’ingresso della proprietà. Maestosi, conferiscono grandissima eleganza creando atmosfere a volte nobili e a volte malinconiche, creando suggestioni romanzesche.

Non è da meno il palazzo, la cui particolarità sta nell’essere incompiuto. Tre sono i corpi, due ali laterali incorniciano il corpo principale arretrato del quale saltano all’occhio le finestre vuote della porzione destra, rimasta addirittura a cielo aperto. Un mix di barocchetto e ruderi che fanno di questo luogo una dimora di estrema eleganza ed un luogo a volte lugubre, aprendo così il campo a leggende e misteri. Il soprannome non è certo dei più invitanti: il palazzo del decapitato. Edificato a partire dal 1698 da Nicolò Maria Bondenti che vi si trasferisce nel 1704, a lavori ancora non completati. Un cantiere che prosegue con gli eredi fino al 1754 per poi arrestarsi, lasciando incompleta la facciata.

In stile rococò con alcune concessioni al rocaille (si veda il motivo della conchiglia ripetuto sui portali e sopra le finestre del piano nobile), l’edificio presenta eleganti modanature in cotto che decorano aperture, timpani e cornici marcapiano, mentre le finastre del piano nobile recano insolite cimase a pagoda rovesciata di sapore orientale.
Le statue che decorano la muraglia che unisce la due ali del fabbricato rappresentano figure allegoriche. Da sinistra la saggezza (donna con il libro), la floridezza (donna con cornucopia di fiori), la generosità (donna con bambino tra le braccia) mentre l’ultima sulla destra (figura femminile con pecora dall’abbondante vello) è un chiaro rimando all’attività dei Bondenti, che si arricchirono con il commercio dei pannilana. Sono opera degli scultori Francesco Mellone e Giovanni Battista Dominone (1716) e costituiscono una sorta di celebrazione dei fasti dell’illustre famiglia.
Il palazzo fu iniziato per volontà del conte Nicolò Maria Bondenti nel 1698 su progetto dell’architetto piacentino Giuseppe Cozzi, al quale subentrò in seguito Andrea Nono: i lavori si caratterizzarono per l’estrema lentezza esecutiva e furono sospesi nel 1737. Due anni prima veniva collocato lo splendido cancello in ferro battuto, firmato Giovan Battista Racchetti, che dall’androne d’ingresso dà adito al giardino.
L’eleganza e la grandiosità del palazzo, al cui interno si espressero artisti del calibro di Martino Cignaroli e Giovanni Galliari, ben rappresentava la ricchezza e il prestigio sociale deiproprietari, nobilitati ne 1652 per l’ammissione del Bondenti nel General Consiglio. Nel 1682 Nicolò ottenne inoltre dalla Repubblica Veneta l’investitura del piccolo feudo di Meduna, di cui resta memoria anche nello stemma murato nel cortile interno (in a destra, una grande lettera M sormontata dalla corona a nove punte).
Il palazzo passò in linea ereditaria ai conti Porta Puglia e in seguito ai Terni de Gregory, cui Vittorio Emanuele III concesse il titolo nobiliare nel 1920.
Luigi Porta Puglia Bondenti vi ospitò Vittorio Emanuele II nel 1859. Altro visitatore illustre fu Umberto di Savoia, cui Luigi Terni de Gregory offrì ospitalità nel 1924.

Secondo la tradizione locale sembra che, durante la sua edificazione, un giovane rampollo della nobile famiglia Terni-Bondenti, avventuratosi imprudentemente nell’ala in costruzione, abbia messo un piede in fallo e sia precipitato al suolo morendo sul colpo.

Ciò convinse il padre Niccolò Bondenti, pazzo per il dolore, ad interrompere per sempre i lavori in corso, lasciando così palesemente incompiuta un’intera ala del palazzo. E ciò spiegherebbe il perchè, in effetti, una parte dell’edificio sia incompleta e da sempre visibilmente in rovina. Ma forse le cose non sono andate esattamente così e la spiegazione per quei muri corrosi dalle intemperie e per quei finestroni vuoti, che si schiudono ai capricci del tempo, è molto più semplice e, in un certo qual modo, “prosaica”: può darsi infatti che l’architetto piacentino Giuseppe Cozzi, in accordo col committente, volesse edificare qualcosa di particolarmente originale e a suo modo “bizzarro” e avesse volutamente messo in atto questa trovata, ispirandosi del resto a ciò che aveva fatto il Bernini per Palazzo Barberini in Roma.
Certo è che l’effetto che ogni volta il Palazzo Terni di Crema (con tutta la sua pregevolezza e magnificenza) trasmette a chi lo osserva, mantiene quel “nonsoché” di malinconico e di lugubre che, da sempre, ne ha contraddistinto il destino e che, certamente, la particolare iconostasi del giardino, con quei grandi oculi vuoti prospicienti alla strada e le statue nivee che svettano verso il cielo, contribuisce a rafforzare.
Logico, quindi, che attorno a questo luogo siano nate leggende e dicerie che col passare del tempo si sono andate consolidando e trasformando in vera e propria credenza popolare, fino a spingersi ad ardite supposizioni, come quella sulla natura alchemica di alcune bizzarre soluzioni architettoniche.

Sta di fatto che, comunque, alberga tra quelle mura qualcosa di strano e di soprannaturale e in tal senso ci sono numerose testimonianze. Oltre a tutto il classico repertorio spiritico -strani rumori, gemiti ed urla, sagome e luci misteriose alle finestre-, c’è da segnalare, infatti, l’apparizione spaventosa e ricorrente dello spettro di un uomo senza testa (o meglio con la testa sottobraccio...) che cammina sugli spalti dell’ala incompiuta e si affaccia dalle occhiaie dei finestroni vuoti, terrorizzando i rari passanti notturni.
Il fantasma del “decapitato” è segnalato ormai da secoli ed è entrato di fatto nella tradizione locale cremasca, anche se nessuno riesce a capire se si possa o meno collegare al tragico incidente occorso al figlio del nobile Niccolò Bondenti (va ricordato che secondo altre versioni, il giovane non cadde accidentalmente ma si sarebbe suicidato...) e ciò non spiega comunque il perché di un’apparizione con la testa mozzata.

Dato che la ricorrenza più probabile per poter vedere lo spettro coincide con la mezzanotte di una sera di plenilunio (meglio se nel pieno di una tempesta o di un forte temporale), non è neppure facile osservare se “l’uomo senza testa” indossi abiti settecenteschi o magari più antichi, dettaglio che ci aiuterebbe a capire se l’apparizione sia riconducibile a qualche dimenticato fatto di sangue, magari antecedente all’edificazione del palazzo stesso.



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