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venerdì 24 luglio 2015

LE LEGGENDE DELLA PRESOLANA

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Il ramo occidentale della Vai Seriana è dominato dall'immensa chiara mole della calcarea Presolana, la "montagna" per antonomasia dei bergamaschi. Ai suoi piedi, da millenni, industriose popolazioni hanno tratto sostentamento e vita dai suoi pascoli, dai suoi boschi, dalle sue acque e dalla sua bellezza.
Una grande "madre" di pietra che affascina e intimorisce, e attorno alla quale non potevano non nascere cento e cento leggende, a cominciare proprio da quella che cerca di spiegarne il misterioso nome. Si racconta infatti che sulle pendici dei monte vivessero, nei primi secoli dopo Cristo, diverse feroci tribù barbare spesso in lotta tra loro. Una di queste aveva come capo il potente re Lana, che seppe condurre la sua gente al predominio sulle altre dopo aver conquistato le parti più alte della valle e costruito una solida roccaforte proprio ai piedi delle scoscese creste sommitali del monte, nel luogo indicato ancor oggi come "Grotta dei Pagani". Ma la roccaforte non seppe reggere l'assalto di un esercito invasore e, nel 464, il re Lana venne sconfitto. E da quella "presa di Lana" sarebbe nato, appunto, il nome della montagna: Presolana. Legata invece alla intensa attività pastorale, che dei resto continua in parte ancora ai nostri giorni con l'utilizzo delle numerose malghe che sorgono sui fertili pascoli di tutto il versante, meridionale dei monte, è la leggenda della Cavra besula, presente con alcune varianti anche in altre località montane bergamasche e bresciane.
I pastori raccontavano spesso di notti di luna piena passate nel terrore per il furibondo e inspiegabile latrare dei cani, accompagnato da sinistri rintocchi di campanaccio. Nessuno mai aveva avuto il coraggio di abbandonare le sicure pareti della malga per scoprire la causa di tale trambusto. Ma un mandriano coraggioso decise di svelare il mistero e in una notte di luna piena, non appena udito il campanaccio, si avventurò fuori dalla baita. Un'enorme capra dagli occhi fiammeggianti gli si parò improvvisamente davanti, spaventandolo in tal modo che il poveretto iniziò una irrefrenabile fuga e nessuno lo vide mai più, né sui pascoli, né in paese. E la Cavra besula continuò quasi sino ai nostri giorni ad incutere un timoroso rispetto ai valligiani.

Numerose sono le versioni che vorrebbero fornire il nome di questa montagna, e molte hanno uno sfondo leggendario. La più suggestiva deriverebbe dall’espressione latina “Presa-Alana”, con riferimento ad una battaglia che vide la sconfitta del popolo degli Alani ad opera dei Romani (o in un’altra versione per mano di Carlo Magno) proprio in quella zona. Si dice che fu un’immensa carneficina, tanto che alla valle in cui accaddero questi scontri, prima chiamata Valle Decia, venne cambiato nome in Calve (attualmente Valle di Scalve) a causa “della calvarie d’ossa spolpate avanzate al grande macello”.
Sempre secondo la leggenda si dice che, nelle notti di tempesta, gli spiriti degli Alani vaghino ancora tra le rocce di questa montagna. Altre leggende vedono coinvolti folletti, spiriti e splendide fanciulle, ma la versione più credibile resta quella più recente, secondo la quale il nome Presolana deriverebbe dal dialetto praizzöla (in italiano “praticciolo”) per via dei piccoli prati presenti sulle proprie pendici.



Correva l'anno 1871, e lo stupendo splendore della conca della Presolana era già nota anche all'estero.
Infatti, durante il dominio austriaco risalente agli anni precedenti l'unità d'Italia, parecchie compagnie militare dell'impero asburgico avevano avuto modo di contemplare le bellezze di tali luoghi.
Alcuni di loro si erano anche trasferiti nelle valli circostanti, tant'è che i loro discendenti vivono tutt'ora nella cittadina di Clusone.
Alcuni dei militi rimasti in Italia provenivano dagli oriundi Polacchi, e anche loro magnificavano le bellezze di tale terra ai parenti polacchi, durante la corrispondenza che inviavano loro periodicamente.
Uno di questi, un certo Massimiliano Prihoda, polacco e musicista di professione, si trovava in Italia per tenere un concerto alla Scala e non volle perdere l'opportunità di andare a trovare i parenti trapiantatisi a Dorga, una località della conca della Presolana.
Affascinato dalla bellezza dei posti, e dalla maestosità dei panorami delle montagne, passava ore e ore nello scrivere spartiti, immerso nella quiete dei posti.
Il luogo prediletto era la sommità di un dirupo dal quale poteva rimirare le montagne circostanti che percorrono la Valle di Scalve e la Valle Canonica.
Affascinato ed innamorato dai posti, decise di tornarvi definitivamente con la giovane moglie, Anna Stareat. Ritornato in Polonia vendette la casa, sistemò i suoi affari, e tornò in Italia con la moglie.
Tutti i giorni la giovane coppia percorreva il sentiero che conduceva al dirupo per contemplare il paesaggio e la moglie, affermata pittrice, trovava degna ispirazione per i suoi quadri, mentre il marito scriveva spartiti musicali.
La giovane coppia fu presa a benvolere dagli abitanti del luogo. Sempre insieme, con il sorriso sulle labbra, sempre con la mano nella mano, e con una parola affabile per tutte le persone che incontravano. Alla fine, Massimiliano e Anna, divennero per gli abitanti del posto, semplicemente " gli sposi ". Ma un giorno capitò la tragedia.
Secondo le varie testimonianze raccolte presso gli abitanti, verso la fine del mese di settembre, dell'anno 1871, e dopo un tremendo acquazzone, gli sposi si recarono presso il dirupo per rimirare il panorama abbellito da un tenue arcobaleno.
Anna dipinse il ritratto del marito con sullo sfondo la montagna del Pizzo Camino, e Massimiliano scrisse una composizione dedicata alla moglie.
Per qualche inspiegabile motivo, mentre la luna stava sorgendo, i giovani sposi raggiunsero l'orlo dello strapiombo e si gettarono di sotto abbracciati.
Furono trovati il giorno dopo alla base del dirupo. ancora abbracciati, dalla guardia boschiva Bortolo Dovina.
Il fatto rimane tuttora avvolto nel mistero nonostante le diverse indagini effettuate a suo tempo.

Il quadro dipinto da Anna, e lo spartito di Massimiliano scritto per la moglie, furono consegnati ai loro parenti e oggi sono gelosamente custoditi da una famiglia di nobili di origini polacche.
A ricordo della tragedia, e in memoria dei due sposi, da allora il precipizio è chiamato " il Salto degli Sposi " e per anni la triste storia non fece altro che alimentare le pagine dei quotidiani locali.




Secondo una antica leggenda, un giorno il Diavolo decise di sfidare Dio invitandolo sulla cima del Monte Clemo, da dove la vista poteva spaziare sulla Valle Camonica e lungo tutta la catena dell'Adamello, sulla Valle Borlezza fino al massiccio della Presolana, sulla Valle Cavallina fino a tutto il bacino del Lago di Endine e sul Lago d'Iseo e Monte Isola, fino quasi alle colline della Franciacorta. 
La posta in gioco era il dominio sulle anime che popolavano le quattro vallate sottostanti. La sfida consisteva nel lanciare il più lontano possibile uno di quei massi rossastri, arrotondati e grossi, che si trovano sparsi sui pascoli del Monte Clemo. 
Satana, lo sfidante, lanciò per primo  la sua pietra che cadde non molto lontano, su un colle della località Pratilunghi, dinanzi alla Valle del Freddo, rompendosi in quattro. 
Fu allora il turno di Dio. Egli lanciò il suo enorme masso che giunse addirittura al di là della valle, sui prati di Possimo.
Il Demonio vedendosi sconfitto, per la collera, battè con tale forza il tallone sulla roccia che la montagna con un rombo assordante si frantumò, inghiottendolo fin nelle viscere dell'inferno. E dalle profondità nelle quali era sprofondato, il Diavolo iniziò ad alitare un vento gelido, una sorta di respiro malefico, che ancor oggi si può sentire.








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venerdì 10 luglio 2015

IL CONTE ATTILIO



Il conte Attilio è il cugino di don Rodrigo nel romanzo di Alessandro Manzoni I Promessi Sposi, e lo aiuta nel suo infame obiettivo, ovvero quello di catturare Lucia Mondella.
Con quest'ultimo scommette sul fatto che non sarebbe riuscito ad impossessarsi di Lucia, ed è proprio a causa di questa scommessa che inizia tutta la vicenda che si svilupperà nel corso del libro.

Il conte Attilio è assai più preoccupante e cinico di don Rodrigo, e se alle prime battute si attira un po' di simpatia per un certo piglio giovanile, allegro e scanzonato, poi si rivela maligno, crudele e perverso. Benché sembri avere una parte secondaria del romanzo, agisce tuttavia su don Rodrigo rinfocolandone le passioni con malignità perversa e astuzia diabolica; non ha esitazioni e da ignorante grossolano trincia giudizi, né si stanca di incoraggiare il cugino con minacce di gran canzonature e con promesse di aiuto. Spensierato e burlone, spinge don Rodrigo a soddisfare il suo capriccio, determinandolo ad impegnarsi per portare a termine la sua turpe impresa. Per servire il frate con arte sopraffina lusinga la vanità del conte zio, presuntuoso e fatuo, sì da ottenere l'allontanamento di padre Cristoforo da Pescarenico. La cosa è fatta. Il personaggio compare sulla scena venti mesi dopo, morto di peste; gli è ancora vicino don Rodrigo che tra i fumi della vernaccia gli fa l'elogio funebre, movendo le risa di tutta la compagnia.



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FRA CRISTOFORO



« Il padre Cristoforo era un uomo più vicino ai sessanta che ai cinquant'anni. Il suo capo raso, salvo la piccola corona di capelli, che vi girava intorno, secondo il rito cappuccinesco, s'alzava di tempo in tempo, con un movimento che lasciava trasparire un non so che d'altero e d'inquieto; e subito s'abbassava, per riflessione d'umiltà. La barba bianca e lunga, che gli copriva le guance e il mento, faceva ancor più risaltare le forme rilevate della parte superiore del volto, alle quali un'astinenza, già da gran pezzo abituale, aveva assai più aggiunto di gravità che tolto d'espressione. Due occhi incavati eran per lo più chinati a terra, ma talvolta sfolgoravano, con vivacità repentina; come due cavalli bizzarri, condotti a mano da un cocchiere, col quale sanno, per esperienza, che non si può vincerla, pure fanno, di tempo in tempo, qualche sgambetto, che scontan subito, con una buona tirata di morso.
Il padre Cristoforo non era sempre stato così, né sempre era stato Cristoforo: il suo nome di battesimo era Lodovico. Era figliuolo d'un mercante di *** (questi asterischi vengon tutti dalla circospezione del mio anonimo) che, ne' suoi ultim'anni, trovandosi assai fornito di beni, e con quell'unico figliuolo, aveva rinunziato al traffico, e s'era dato a viver da signore.  Andava un giorno per una strada della sua città, seguito da due bravi, e accompagnato da un tal Cristoforo, altre volte giovine di bottega e, dopo chiusa questa, diventato maestro di casa.  Vide Lodovico spuntar da lontano un signor tale, arrogante e soverchiatore di professione, col quale non aveva mai parlato in vita sua, ma che gli era cordiale nemico, e al quale rendeva, pur di cuore, il contraccambio: giacché è uno de' vantaggi di questo mondo, quello di poter odiare ed esser odiati, senza conoscersi. »

Figlio di un commerciante, prima di ricevere la vocazione e diventare frate cappuccino, si chiamava Lodovico; Manzoni non fornisce alcun cognome a questo personaggio. Grazie alla fortuna paterna cercava di introdursi negli ambienti della nobiltà ma rifiutato da questa come irrimediabilmente inferiore per nascita (il suo ultimo avversario lo definisce sprezzantemente vile meccanico), si immedesima nel ruolo di paladino dei più poveri.

Lodovico dopo essersi scontrato con un nobile e averlo ucciso in un duello, provocato da cause banali, in cui perde la vita anche Cristoforo, servitore cinquantenne da lui molto amato, si rifugia in un convento di Cappuccini. Le due tragiche morti (il nobile arrogante con cui aveva duellato si pente e perdona Lodovico tramite il cappuccino accorso ad assisterlo) avviano alla fine un processo già iniziato di conversione e decidono il giovane al cambiamento di vita cui aveva già altre volte pensato.

Chiede quindi di essere accolto come postulante al convento stesso dove si è rifugiato. La sua decisione permette ai Cappuccini di evitare il prevedibile imbarazzo di difendere il diritto di asilo di un nemico di una potente famiglia, e alla famiglia dell'ucciso, che lo scrittore mantiene anonima, l'imbarazzo di scontrarsi con la Chiesa per ottenere vendetta. Nella soddisfazione generale Lodovico viene quindi rivestito del saio.

Memore del suo vecchio e amato servitore, come nome religioso Lodovico sceglierà il nome di Cristoforo, nome peraltro con una forte valenza religiosa significante "portatore di Cristo". La scena del duello, provocato dalla discussione su chi avesse dovuto cedere il passo fra i due contendenti (cap. IV), ripropone una situazione tipica della tradizione cavalleresca, passata poi ai popolari romanzi di avventura, i romanzi di cappa e spada, tra i quali il celeberrimo I tre moschettieri di Alexandre Dumas.
Tuttavia la conversazione non crea in lui un nuovo carattere; indole, sentimento e volontà restano intatto, ma dopo la tragedia egli consacra tutte le sue forze ad espiare il suo fallo, e diventa, quindi, l'amico dei buoni, il sostegno dei deboli, la provvidenza dei perseguitati. Infatti dovunque compare è per far del bene; il suo dinamismo gli dà la consapevolezza della superiorità della propria anima, aperta alla luce della giustizia e della bontà, della comprensione umana e cristiana verso i deboli. Il suo mirabile ardore di carità è l'essenza, la caratteristica fondamentale della sua nuova vita. Egli diventa virtù operante profondamente umana, e tanto più attiva quanto più viene a contatto con le passioni che agitano questa nostra varia umanità, buona o malvagia, trista o sofferente, supina al male o eroica nel bene. In questa sua missione di bene, accettata con spirito altamente francescano, l'animo del frate si innalza sublime a toccare le vette dell'amore, fatto di pazienza e di carità, di forza e di sensibilità; quanto più aderisce al multiforme realismo della nostra vita, tanto più acquista una sua potenza interiore, che in ogni momento ei esprime in umiltà. Padre Cristoforo è la figurazione del Bene; benedetto sempre dalla folla che lo crede un santo; temuto dai malvagi a cui parla schietto e fiero il linguaggio dell'accusa e della minaccia in nome di Dio. tuttavia sempre memore dei suoi trascorsi giovanili, sa comprendere e compatire le miserie umane; capisce Renzo innamorato e vittima di un infame sopruso, le sue furie e cerca di soffocarne l'ira con gli argomenti della fede e con le verità del Vangelo. Allontanato da Pescarenico, comandato di recarsi a Rimini, affida alla Provvidenza i suoi protetti, che più tardi rivede nel lazzaretto a Milano con sua grande consolazione, e li benedice, confortato di vederli prossimi alle nozze. Nell'ultimo addio stringe la mano di Renzo, che è sempre il suo figliolo dopoché ha perdonato a don Rodrigo, colpito dalla peste e agonizzante su di un misero giaciglio. Consapevole di essere vicino alla grande ora del trapasso, questo eroe della carità, che tra gli appestati sta per chiudere gli occhi sulle miserie del mondo, spera di aprirli nella luce della beatitudine eterna. Di tutti i grandi personaggi del romanzo, nessuno può rappresentare con maggiore spirito e con più sublimità la rinunzia e il sacrificio, nessuno è così trasfigurato dalla carità. Solo padre Cristoforo poteva capire la bellezza dell'anima di Lucia; e il Manzoni accosta queste due creature nella visione di Renzo in fuga da Milano: una treccia nera e una barba bianca.

Le cronache di Pio la Croce del 1630 narrano del frate cappuccino padre Cristoforo Picenardi da Cremona morto di peste nel lazzaretto in quell'anno.







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I BRAVI



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Erano gli sgherri che nel XVII secolo si mettevano al servizio di qualche signorotto locale, di cui formavano una soldataglia pronta a fargli da guardia del corpo ma anche ad aiutarlo nei suoi soprusi ai danni dei più deboli: il nome deriva dal lat. pravus (malvagio), di cui resta traccia in espressioni quali "compiere una bravata", trascorrere una "notte brava" e simili. Compaiono per la prima volta nel cap. I, nella persona dei due figuri che, su incarico di don Rodrigo, minacciano don Abbondio perché non celebri il matrimonio tra Renzo e Lucia: l'autore li descrive con un abbigliamento particolare che li rende immediatamente riconoscibili, dal momento che portano i capelli raccolti in una reticella verde intorno al capo, hanno lunghi baffi arricciati e un ciuffo che ricade sul volto, sono armati di pistole e di spade. Manzoni cita varie gride dell'epoca in cui i governatori dello Stato di Milano intimavano ai bravi di cessare dalle loro scorrerie, tuttavia queste leggi restavano inapplicate poiché tali individui godevano dell'appoggio di signori potenti, che a loro volta contavano sull'inefficienza della giustizia e sulla connivenza dei pubblici funzionari, per cui i bravi agivano nella totale impunità. Nel cap. III l'autore spiega inoltre che i bravi portavano il ciuffo come segno di riconoscimento e anche per coprire il volto durante le azioni delittuose, ragion per cui varie gride minacciavano pene severe a chi avesse portato i capelli in quella maniera, nonché ai barbieri che li avessero tagliati così ai loro clienti (Renzo dice all'Azzecca-garbugli di non aver mai portato il ciuffo in vita sua, cioè di non essere mai stato un bravo).
I bravi nel romanzo sono anzitutto gli sgherri al servizio di don Rodrigo, capeggiati dal Griso: due di loro minacciano don Abbondio all'inizio, altri accolgono padre Cristoforo quando si reca al palazzo del loro padrone (V), altri ancora sono in paese la notte del "matrimonio a sorpresa" (VII) e poi partecipano al tentato rapimento di Lucia (VIII). Il mattino seguente alla "notte degli imbrogli" due bravi sono mandati dal Griso a minacciare il console del paese e l'autore lascia intendere che potrebbero essere gli stessi che, giorni prima, hanno intimidito don Abbondio.

Al Griso si attaglia alla perfezione il nomignolo, perché mette in evidenza tutto il grigiore di un'esistenza torbida di soprusi e violenze, commessi con la spavalderia di chi sa di essere spalleggiato e al sicuro da ogni interferenza della giustizia umana. Il Griso è il simbolo dell'animo abietto, pronto a tradire; la sua vigliaccheria spregevole si manifesta appieno, allorché consegna il padrone colpito dalla peste, ai monatti. Dalla grigia e graveolente palude, in cui sta bene attuffata la viltà perversa del Griso, come sorpresi da una forza irresistibile siamo vertiginosamente portati in alto dal Nibbio, masnadiero sì, ma il cui animo, un miscuglio mostruoso di sentimenti e di istinti, è capace di ricorrere alle maniere più dolci, perché Lucia, l'infelice vittima, si metta tranquilla nella carrozza, che la conduce al castello. Il nomignolo del capo dei bravi dell'Innominato ben risponde all'immagine dell'uccello rapace, e molto a proposito il nibbio è posto accanto all'aquila, alla quale il Manzoni paragona il selvaggio signore: i due rapaci sanno elevarsi a volo a fendere il cielo con gli occhi fissi nel sole, anche se poi improvvisamente precipitano sulla preda per insanguinarsi il rostro e gli artigli. Che il Nibbio no sia tetragono ai sentimenti umani, ce lo prova la compassione che egli confessa di aver avuto per Lucia, quella compassione che se uno la lascia prender possesso, non è più uomo. E la compassione di quel bestione del Nibbio diviene suggestiva per l'Innominato che vi ripensa e, ripensandovi, ripete le parole di quello: uno non è più uomo!

Il Biondino compare solo nel capitolo XXXIII. Ecco la frase celeberrima:
« Biondino! Carlotto! aiuto! son assassinato!" grida don Rodrigo; caccia una mano sotto il capezzale, .... »
(Cap. XXXIII)
Il Carlotto  viene citato nel capitolo XXXIII senza avere una descrizione fisica. In questo capitolo Manzoni fa 'entrare in scena' Carlotto:
« Carlotto! aiuto! son assassinato!" grida don Rodrigo; caccia una mano sotto il ... »
(Capitolo XXXIII)
Il Grignapoco, al servizio di Don Rodrigo, proviene dal contado di Bergamo, dove nel locale dialetto il verbo ridere si dice grignà, quindi il bravo è uno che ride poco. Per ingannare Agnese e sviare le indagini, era stato impartito al Grignapoco di parlare in dialetto durante il rapimento di Lucia Mondella affinché le ricerche si svolgessero a Bergamo.
Il Montanarolo viene citato da Manzoni in una riga del Capitolo XX senza aver una descrizione fisica:
« Si levò lo schioppo, e lo consegnò al Montanarolo, come per isgravarsi d'un peso inutile... »
(Capitolo XX)
Lo Sfregiato è uno dei migliori bravi al servizio di Don Rodrigo e viene citato da Manzoni nell'XI capitolo senza una descrizione fisica.
« Piglia con te un paio de' meglio lo Sfregiato, e il Tiradritto; e va di buon animo, e sii il Griso. Che diavolo! »
(Capitolo XI)
Lo Squinternotto l' Alessandro Manzoni non lo descrive fisicamente, ma lo identifica semplicemente come "quarto dei bravi".
« Intanto i tre bravi sopraddetti, e lo Squinternotto ch'era il quarto (oh! vedete che bei nomi, da serbarceli con tanta cura), rimasero coi tre dell'innominato... »
(Cap. XX)]
Il Tanabuso è uno dei bravi di Don Rodrigo che lo accompagnano al castello dell'Innominato nel capitolo XX.
« Si cavò poi di tasca alcune berlinghe, e le diede al Tanabuso, dicendogli: «voi altri state ad aspettarmi; e intanto starete un po' allegri con questa brava gente». »
(Capitolo XX)
Il Tiradritto è uno dei migliori bravi al servizio di Don Rodrigo. Viene citato nei capitoli XI e XX, senza essere descritto fisicamente.
« Piglia con te un paio de' meglio... lo Sfregiato, e il Tiradritto; e va di buon animo, e sii il Griso. Che diavolo! »
(Capitolo XI)
« Don Rodrigo  smontò da cavallo, e buttò la briglia al Tiradritto, uno del suo seguito. »
(Capitolo XX)



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DON RODRIGO

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« Il palazzotto di don Rodrigo sorgeva isolato, a somiglianza d'una bicocca, sulla cima d'uno dei poggi ond'è sparsa e rilevata quella costiera. Appiè del poggio, dalla parte che guarda a mezzogiorno, e verso il lago, giaceva un mucchietto di casupole, abitate da contadini di don Rodrigo; ed era come la capitale del suo piccolo regno. Bastava passarvi, per esser chiarito della condizione e de' costumi del paese. Dando un'occhiata nelle stanze terrene, dove qualche uscio fosse aperto, si vedevano attaccati al muro schioppi, tromboni, zappe, rastrelli, cappelli di paglia, reticelle e fiaschette da polvere, alla rinfusa. la gente che vi s'incontrava erano omacci tarchiati e arcigni...; vecchi che perdute le zanne, parevan sempre pronti, chi nulla nulla gli aizzasse, a digrignar le gengive; donne con certe facce maschie, e con certe braccia buone nerborute, buone da venire in aiuto della lingua, quando questa non bastasse: ne' sembianti e nelle mosse dei fanciulli stessi, che giocavan per la strada, si vedeva un non so che di petulante e provocativo »

Signorotto locale, potente e meschino (probabilmente la scelta del nome è influenzato dal personaggio di Roderigo, nell'Otello di Shakespeare), mosso dall'orgoglio di casta e dal terrore della superstizione, si trova al centro della macchina narrativa per una scommessa e un capriccio. La sua forza non è reale ma è costituita dai bravi, che nascondono la sua debolezza. Alla fine del romanzo morirà di peste.

La tradizione orale lecchese identifica il palazzotto di don Rodrigo con la villa dello Zucco che, nel Seicento, apparteneva alla casata degli Arrigoni, nobili potenti e prepotenti, protagonisti di una lunga faida contro i nobili Manzoni, gli antenati dello scrittore. Alla fine del XVII secolo la villa dello Zucco passò ai conti Salazar e poi agli industriali Guzzi che la fecero demolire per costruire l'attuale edificio razionalista. Don Rodrigo è il deus ex machina del racconto. Si tratta di un tirannello mediocre che ben è stato analizzato anche da Francesco De Sanctis. Il critico evidenzia l'essenza psicologica di don Rodrigo, che è tutto dominato dal motivo comico e pure altamente tragico del puntiglio, del falso punto d'onore, che lo spinge, di grado in grado, fino al delitto.

Nobilotto degenere di villaggio, egli non è il peggiore dei suoi pari ed anche se la fatalità della sua posizione morale, frutto dell'ambiente in cui vive e della classe cui appartiene, non gli dà il diritto di essere assolto, il giudizio negativo di Manzoni è temperato nei suoi confronti da una pensosità religiosa che, nella descrizione della sua morte, si fa addirittura grave e raccolta pietà. Don Rodrigo fa la sua ultima apparizione cosciente nel capitolo XXXIII. Lo scellerato protagonista del romanzo conferma la natura arida e turpe del suo animo, senza alcun segno di riscatto o ripensamento: cinico verso il cugino conte Attilio morto di peste, prepotente e violento anche nel sogno, pauroso e vigliacco di fronte alla malattia e al Griso, il capo dei suoi bravi.

Anche lui va incontro al momento più difficile della sua vita durante la notte, come già era successo a don Abbondio (capitolo II), a Renzo Tramaglino (capitolo XVII) e all'Innominato (capitolo XXI). L'episodio è strutturato in quattro momenti: il rientro a casa con le prime avvisaglie della malattia; la notte con il sonno e il sogno tormentati; il risveglio con la scoperta e il terrore della malattia; il tradimento del Griso con la crisi e l'annichilimento psicofisico. Secondo la recente interpretazione di Giovanni Macchia egli si può considerare un Don Giovanni mancato: desideroso di possedere Lucia, deve ricorrere alla violenza, poiché incapace di usare la seduzione.

Viene presentato come un uomo relativamente giovane, con meno di quarant'anni (ci viene detto nel cap. VI, quando è presentato il servitore che informerà padre Cristoforo del progettato rapimento di Lucia) e di lui non c'è una vera e propria descrizione fisica; appartiene a una famiglia di antico blasone, come dimostra l'appartenenza ad essa del conte zio, membro del Consiglio Segreto e politico influente, anche se il nome del casato non viene mai fatto. Non sappiamo molto del suo passato, salvo il fatto che il padre era uomo di tempra ben diversa e Rodrigo, rimasto erede del suo patrimonio, si è dimostrato figlio degenere. Alla fine della vicenda verrà introdotto il suo erede, un marchese che entra in possesso di tutti i suoi beni e che, su suggerimento di don Abbondio, acquisterà le terre di Renzo e Agnese a un prezzo molto alto, per risarcirli dei danni subìti e consentir loro di trasferirsi nel Bergamasco; in seguito fa anche in modo che la cattura che pesa su Renzo venga annullata, dimostrando quindi di essere un galantuomo ben diverso dal suo defunto parente.



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DON ABBONDIO



« ...proseguiva il suo cammino, guardando a terra e buttando con un piede verso il muro i ciottoli che facevano d'inciampo nel sentiero... egli, continuò a leggere tratti el suo salmo e si fermava... dopo alcuni tratti egli si fermava e lo leggeva... Il nostro Abbondio, non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s'era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d'essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiar in compagnia di molti vasi di ferro. »

.Nel romanzo don Abbondio è il personaggio più caratteristico, perché il più originale e il più profondamente umoristico. Amante della pelle e del quieto vivere, si è fatto prete senza pensare ai gravi obblighi e ai nobili ideali del sacerdozio, solo preoccupato di vivere agiatamente e senza scosse. Debole, pauroso, è un animale senza artigli e senza zanne; egli avendo la coscienza della propria incapacità a difendersi e per questo tanto più amante della vita, si è creato un suo curioso sistema per uscire incolume in tempi tristi tristi di violenze e di soprusi. Ma il suo sistema, sebbene ben architettato, vale a salvarlo fino ad un certo momento, infatti ancorché la sua paura, che egli dice prudenza, gli abbia fatto scansare molti pericoli, alla fine cede alla intimidazione di un signorotto vile e prepotente, che gli ordina di non celebrare le nozze di due innocenti sotto pena della vita. La paura ottenebra in lui il sentimento del dovere e lo fa diventare complice dell'iniquità, cosicché il pover'uomo che aveva compiuto fino all'ora scrupolosamente i doveri inerenti al proprio ministero, davanti al pericolo della pelle cede per pusillanimità. Da qui i guai del nostro personaggio, di questo eroe della paura, il cui pensiero e le cui azioni sono continuamente legati a compromessi di coscienza, senza che egli ne sappia valutare la gravità dal punto di vista morale e religioso. Dall'inizio alla fine del romanzo don Abbondio non capisce ragione quando è preso dalla paura, e il Manzoni ce lo presenta sempre uguale, non sollecito d'altro che dalla propria sicurezza e incolumità. Tuttavia va detto che ogni volta che compare, ci fa ridere perché nel suo carattere vi è qualcosa di attraente e di vivace, e sulla scena rappresenta con tale verità e con tanto realismo l'uomo moralmente debole, che non diventa mai odioso e disprezzabile, ma semplicemente ridicolo. Il comico di don Abbondio nasce dal contrasto tra la realtà degli impicci, spesso di poca consistenza, e la gravità che egli vi attribuisce; tra gli obblighi del suo ministero che lo richiamano alla stretta osservanza dei suoi doveri, e gli impulsi della sua conservazione; tra la faciloneria con cui ricorre agli espedienti più meschini, per cavarsi d'impaccio senza suo danno, e la supina acquiescenza a cui s'abbandona. Comunque il Manzoni nel curato ci ha messo innanzi un carattere che si mantiene sempre uguale, non un vile buffone, né gli ha attribuito parole e atti burleschi o men che convenienti, tanto meno poi ha disonorato l'abito ecclesiastico. Umorista fine ed efficace ha con arte somma delineato un tipo, cioé l'eroe della paura, un infelice che non era nato con un cuor di leone, e che non volendo farsi mettere sotto i piedi, si era fatto prete per essere in una classe rispettata, non per vera vocazione. In molte circostanze del romanzo don Abbondio ci fa ridere, perché proprio quando potrebbe stare quieto, la paura gli crea fisime che lo fanno il tormentatore di se stesso. Anche nel lungo colloquio col cardinale non riesce a capire le sante massime di altruismo e di carità eroica, perché nel suo animo la paura ha spento ogni senso generoso. Il comico del nostro personaggio tocca il colmo nel viaggio di andata e ritorno dal castello dell'Innominato. Ma dopo aver risposto alle sue spalle per tante paure non dovute a serio motivo, finalmente alla notizia della morte di don Rodrigo, l'angoscia a lungo compressa, trova lo sfogo naturale; don Abbondio diventa bonario, garbato e perfino loquace e nell'allegrezza usa un linguaggio che sdrucciola nel volgare, senza malignità. E' felice di di giovare ai due promessi e di celebrare finalmente le nozze dei suoi cari figlioli. Cessata la paura, don Abbondio si riconcilia col mondo, con i suoi doveri di sacerdote, con i due promessi ai quali ha sempre voluto bene e che lo hanno pur sempre ricambiato, conservando un certo attaccamento al loro curato. Don Abbondio è un capolavoro di naturalezza, di umorismo profondo e garbato, di verità arguta ed esposta senza veli ed abbellimenti, con coraggio, al pubblico, per il che può essere definito il personaggio più profondamente umoristico dell'universa letteratura. Malgrado tutto, sorridiamo del suo egoismo fatto di paura, di paura, di questa sua incapacità di oltrepassare i limiti dell'io che ha la sua più evidente dimostrazione nel colloquio col cardinale Federigo.

Una battuta famosa di Don Abbondio, poi diventata proverbiale, è all'inizio dell'VIII capitolo, in cui, mentre distrattamente legge sulla poltrona, rumina tra sé e sé:
« ...Carneade. Chi era costui? »
Famoso è il modo in cui rivolge a Renzo Tramaglino, per confonderlo con un uso mistificatorio e prevaricatore di frasi latine oscure per il suo interlocutore:
« Sapete voi quanti siano gl'impedimenti dirimenti?
Che vuol ch'io sappia d'impedimenti?
Error, conditio, votum, cognatio, crimen,
Cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas,
Si sis affinis,...."
cominciava don Abbondio, contando sulla punta delle dita.
"Si piglia gioco di me?" interruppe il giovine. "Che vuol ch'io faccia del suo latinorum?" »
(I Promessi Sposi, cap. II)
Il personaggio è tuttavia scarsamente descritto dal punto di vista fisico, a parte alcuni accenni dell'autore: ha due occhi grigi, una bassa statura e una costituzione corpulenta, non emerge nient'altro riguardo all'aspetto dell'anziano curato. La sua età non viene precisata, ma nel cap. I si dice che "il pover'uomo era riuscito a passare i sessant'anni, senza gran burrasche". Il curato è dunque nato prima del novembre 1568. Il casato del personaggio, come fa presente Manzoni stesso, non è presente nel manoscritto da cui l'autore trae il romanzo.



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AGNESE



È la madre di Lucia, un'anziana vedova che vive con l'unica figlia in una casa posta in fondo al paese: di lei non c'è una descrizione fisica, ma è presentata come una donna avanti negli anni, molto attaccata a Lucia per quale "si sarebbe... buttata nel fuoco", così come è sinceramente affezionata a Renzo che considera quasi come un secondo figlio. Viene introdotta alla fine del cap. II, quando Renzo informa Lucia del fatto che le nozze sono andate a monte, e in seguito viene descritta come una donna alquanto energica, dalla pronta risposta salace e alquanto incline al pettegolezzo (in questo non molto diversa da Perpetua). Rispetto a Lucia dimostra più spirito d'iniziativa, poiché è lei a consigliare a Renzo di rivolgersi all'Azzecca-garbugli (III), poi propone lo stratagemma del "matrimonio a sorpresa" (VI) e in seguito invita don Abbondio e Perpetua a rifugiarsi nel castello dell'innominato per sfuggire ai lanzichenecchi (XXIX). È piuttosto economa e alquanto attaccata al denaro, se non proprio avara, come si vede quando rimprovera Lucia di aver dato troppe noci a fra Galdino (III) e nella cura che dimostra nel custodire il denaro avuto in dono dall'innominato. A differenza dei due promessi sposi non si ammala di peste (ci viene detto nel cap. XXXVII) e, dopo il matrimonio, si trasferisce con Renzo e Lucia nel Bergamasco, dove vive con loro ancora vari anni. Del defunto marito e padre di Lucia non viene mai fatta parola e, curiosamente, il fatto che Agnese sia vedova viene menzionato solo nel cap. XXXVII, quando la donna torna al paese e trova la casa quasi intatta dopo il periodo della peste (il narratore osserva che "questa volta, trattandosi d’una povera vedova e d’una povera fanciulla, avevan fatto la guardia gli angioli").

E' anche astuta e disinvolta, sicché non si lascia facilmente sorprendere, e mostra di sapersi togliere d'impaccio in parecchie circostanze, anche davanti a persone altolocate, quali Gertrude, il cardinale, l'Innominato, donna Prassede. Chiacchiera volentieri, e Lucia conoscendo questo suo difetto, le tiene per due volte nascoste cose delicate. E' accorta e poco sincera quando infinocchia Perpetua per tenerla lontana dall'uscio di casa nella sera del tentato matrimonio clandestino. Si mostra poco serena e piuttosto vendicativa, quando lancia parole roventi e imprecazioni contro don Rodrigo, non appena dalla figlia apprende, dopo la liberazione dal castello dell'Innominato, quali sofferenze e quali incubi l'abbiano sconvolta. Agnese ancora non sa perdonare a don Abbondio la sua viltà, e non tace nulla al cardinale, con il quale si sfoga accusando apertamente il curato d'aver mancato ai suoi doveri. All'astuzia che è evidente allorché prepara il piano per trarre in trappola don Abbondio, unisce una certa intelligenza nel conoscere e pesare uomini e fatti.


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RENZO TRAMAGLINO



« Lorenzo o, come dicevan tutti, Renzo non si fece molto aspettare. Appena gli parve ora di poter, senza indiscrezione, presentarsi al curato, v'andò, con la lieta furia d'un uomo di vent'anni, che deve in quel giorno sposare quella che ama. Era, fin dall'adolescenza, rimasto privo de' parenti, ed esercitava la professione di filatore di seta, ereditaria, per dir così, nella sua famiglia; professione, negli anni indietro, assai lucrosa; allora già in decadenza, ma non però a segno che un abile operaio non potesse cavarne di che vivere onestamente. Il lavoro andava di giorno in giorno scemando; ma l'emigrazione continua de' lavoranti, attirati negli stati vicini da promesse, da privilegi e da grosse paghe, faceva sì che non ne mancasse ancora a quelli che rimanevano in paese. Oltre di questo, possedeva Renzo un poderetto che faceva lavorare e lavorava egli stesso, quando il filatoio stava fermo; di modo che, per la sua condizione, poteva dirsi agiato. E quantunque quell'annata fosse ancor più scarsa delle antecedenti, e già si cominciasse a provare una vera carestia, pure il nostro giovine, che, da quando aveva messi gli occhi addosso a Lucia, era divenuto massaio, si trovava provvisto bastantemente, e non aveva a contrastar con la fame. »


Renzo Tramaglino è il tipico rappresentante della gente umile, laboriosa, schietta e onesta; di lui il Manzoni ammira la sensibilità morale e religiosa, la fiducia nella Provvidenza, il senso quasi istintivo della giustizia. Il Sapegno definisce Renzo "la figura più lieta e franca, la più convincente che il Manzoni abbia saputo inventare". Rimasto orfano fino dall'adolescenza, solo, senza guida cresce laborioso e integro, pratica la virtù e l'onestà per quella legge misteriosa che è in ogni uomo. Davanti allo spettacolo di violenze e di soprusi reagisce e nell'ansia di giustizia non bada a ricorrere ai mezzi più energici, per far cantare il curato che con pretesti assurdi cerca di persuaderlo a rimandare il matrimonio. Renzo è un agnello, ma esplode in minacce, quando si accorge di essere vittima della prepotenza, dell'inganno e dell'infame capriccio di un tirannello. Il suo carattere impulsivo lo spinge ad accarezzare bieche fantasie, ma basta il ricordo di Lucia a ricondurlo a pensieri di mitezza, basta la calda parola di padre Cristoforo perché l'ira ribelle del giovane si plachi e l'animo si disponga al perdona.  L'ingiustizia e la vitalità degli uomini determinano il crollo del suo sogno di sposo felice; l'impulsività e l'istintiva reazione lo cacciano in una serie di guai, che iniziano nello studio del dottor Azzeccagarbugli, per continuare nella notte degli imbrogli col tentativo del matrimonio segreto e con la fuga, e che si fanno sempre più gravi a Milano nella giornata della sommossa di San Martino, cui segue l'avventura nell'osteria della luna piena, il triste risveglio il mattino dopo, la fortunosa fuga e l'esilio nel territorio di Bergamo. Ma in tutte le sue disavventure, anche in quelle che gli capiteranno più tardi a Milano, quando ritorna per cercarvi Lucia, dimostra ora prontezza e ardire, ora accorgimento e prudenza, ora coraggio e audacia. Offeso e contrariato nel suo amore diventa un leone, si fa cattivo; leso nei suoi diritti non sa contenersi, l'ira lo travolge, non si rassegna supinamente ad essere vittima del male, dell'ingiustizia. Lucia è in cima a tutti i suoi pensieri, né vuol sentire alcuna ragione, quando gli viene scritto di mettere il cuore in pace per via del voto. Nell'incontro con Lucia al lazzaretto Renzo, dopo la sua lunga odissea di guai, dopo le sue furie, dopo le scapataggini, è come fuor di sé dalla gioia e tocca il sublime: il dolore, l'amore gli mettono sulle labbra parole semplici, ma di un profondo significato. Il suo discorso è non solo il grido di chi nell'attesa ha sofferto, non solo il grido potente della sua passione, ma la protesta contro la nuova ingiustizia che gli si vuol far subire. Dal suo animo esasperato prorompono parole spontanee, ma tali che assumono una solennità tragica; Lucia profondamente scossa piange e prega. Alla fine il nostro Renzo è felice. Ha avuto fiducia nella Provvidenza e Dio lo ha premiato; questo uomo davvero onesto e veramente galantuomo fra tanti galantuomini, ai quali il Manzoni lascia la maschera che si sono costruita, ha finito coll'amare il latinorum per amore della sua Lucia, quando finalmente divenne la sua sposa e la madre dei suoi figli.



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LUCIA MONDELLA

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«e lei s'andava schermendo, con quella modestia un po' guerresca delle contadine, facendosi scudo alla faccia col gomito, chinandola sul busto, e aggrottando i lunghi e neri sopraccigli, mentre però la bocca s'apriva a sorriso. »


È la protagonista femminile della vicenda, la promessa sposa di Renzo che subisce le molestie di don Rodrigo e le cui nozze vengono impedite dal signorotto: compare per la prima volta alla fine del cap. II, quando Renzo la raggiunge e la informa del mancato matrimonio, dopo aver costretto don Abbondio a parlare circa le minacce ricevute dai bravi. È una giovane di circa vent'anni, unica figlia di una vedova (Agnese) con la quale vive in una casa posta in fondo al paese: ha lunghi capelli bruni ed è dotata di una bellezza modesta, che non giustifica una passione morbosa da parte di don Rodrigo (il quale infatti ha deciso di sedurla per una sciocca scommessa col cugino Attilio) e che spiegherà la delusione dei nuovi compaesani quando i due sposi si trasferiranno nel Bergamasco, alla fine del romanzo. Viene descritta come una ragazza molto pia e devota, ma anche assai timida e pudica sino all'eccesso, tanto che si imbarazza e arrossisce nelle più diverse occasioni: passiva e alquanto priva di spirito di iniziativa, viene trascinata nel tentativo di "matrimonio a sorpresa" dalle minacce di Renzo, che promette in caso contrario di fare una pazzia; in seguito, quando si trova prigioniera nel castello dell'innominato, pronuncia il voto di castità che costituirà un grave ostacolo al ricongiungimento dei due promessi e che verrà sciolto alla fine del romanzo da padre Cristoforo. Lucia è il personaggio che forse più di ogni altro ha fede nella Provvidenza divina e anche per questo sembra incapace di serbare ogni minimo rancore, persino nei confronti del suo odioso persecutore (è dunque un personaggio statico, a differenza di Renzo che compie un percorso di maturazione all'interno della vicenda). È anche il personaggio che interagisce con figure di potenti, quali Gertrude, l'innominato, il cardinal Borromeo, don Ferrante e donna Prassede. Il suo nome allude al candore della persona, nonché alla martire siracusana che preferì farsi accecare piuttosto che darsi alla prostituzione, così come il cognome (Mondella) rimanda alla sua purezza e castità. Curiosamente, nel Fermo e Lucia era dapprima indicata col nome di Lucia Zarella (I, 1), quando i bravi intimavano a don Abbondio di non celebrare le nozze, poi la giovane viene chiamata Mondella come nella redazione definitiva (II, 8).

Ma Lucia, saprà anche adoperare delle piccole astuzie, che spesso favoriranno alcuni momenti del romanzo: ad esempio fornirà una gran quantità di noci a fra Galdino in cambio della sua solerzia nel chiamare padre Cristoforo; è inoltre importante il suo ruolo nel dialogo con la monaca di Monza la quale, prendendola in simpatia, le offrirà la propria protezione. Ma fondamentale sarà l'atteggiamento della protagonista nel momento in cui l'Innominato sarà più propenso ad ascoltare la sua coscienza; Lucia saprà trovare le parole necessarie per ammorbidire il cuore di quell'uomo ormai già pentito. Nel colloquio nel castello dell'Innominato dimostra come la vittima, nell'atto stesso di arrendersi disarmata, afferma la sua sicurezza e vigoria spirituale.

Parla il suo linguaggio consueto, che è il linguaggio della fede: "Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia". Accennando alla possibile fraternità del suo destino e di quello dell'Innominato, attua la riconciliazione del suo carnefice, che cede, ma combattendo. Le vicissitudini della giovane non finiranno però con la sua liberazione e il ricongiungimento a Renzo, Lucia infatti non vorrà più sposarlo a causa di un voto fatto precedentemente e solo il provvidenziale aiuto di fra Cristoforo sbloccherà la situazione.



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I PROMESSI SPOSI



I promessi sposi è il celebre romanzo storico di Alessandro Manzoni ed è stato preceduto dal Fermo e Lucia, spesso considerato romanzo a sé, fu edito in una prima versione nel 1827 (detta edizione ventisettana); rivisto in seguito dallo stesso autore, soprattutto nel linguaggio, fu ripubblicato nella versione definitiva fra il 1840 e il 1841-42 (edizione quarantana).

Ambientato dal 1628 al 1630 in Lombardia durante il dominio spagnolo, fu il primo esempio di romanzo storico della letteratura italiana. Secondo un'interpretazione risorgimentista, il periodo storico era stato scelto da Manzoni con l'intento di alludere al dominio austriaco sul nord Italia. Quella che Manzoni vuole descrivere è la società italiana di ogni tempo, con tutti i suoi difetti che tuttora mantiene.

Il romanzo si basa su una rigorosa ricerca storica e gli episodi del XVII secolo, come ad esempio le vicende della Monaca di Monza e la grande peste del 1629-1631, si fondano tutti su documenti d'archivio e cronache dell'epoca. Manzoni per il suo romanzo prende come base la religione cattolica, infatti, uno dei "personaggi" principali che viene nominato raramente all'interno della vicenda (anche se importantissimo, se si vuole capire l'aspetto religioso) è la Provvidenza, la mano di Dio che tutto volge verso il bene. Si sbaglia quando si considerano Renzo e Lucia (i personaggi principali del romanzo) unici protagonisti.

L'interesse per la storia e per i problemi morali ad essa collegati ha sempre animato l'attività letteraria di Manzoni, diventandone l'elemento fondamentale almeno fin dall'abbandono delle poetiche neoclassiche: ciò è connesso con l'inclinazione ad una letteratura impegnata, volta ad affrontare delicate tematiche sociali, nel solco della tradizione dell'Illuminismo lombardo in cui lo scrittore si era formato e alla quale rimase fedele per tutta la vita. Inizialmente gli scritti di argomento storico o morale affiancano la stesura delle opere letterarie che mescolano storia e invenzione, come la nota che precede il Conte di Carmagnola in cui Manzoni traccia in sintesi la biografia del Bussone e ne sostiene con convinzione l'innocenza (studi recenti hanno però sollevato dubbi su questo aspetto); funzione analoga ha anche il Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia (1822), che ovviamente è parallelo alla pubblicazione dell'Adelchi e documenta lo scenario storico in cui è ambientata la tragedia. In questo trattato Manzoni prende le distanze dalla storiografia tradizionale che, a suo dire, si è interessata esclusivamente dei grandi e dei potenti, mentre compito dello storico dovrebbe essere scrivere le vicende degli umili e degli oppressi; egli riafferma inoltre il ruolo positivo avuto dalla Chiesa e dal Papato nel prendersi cura, durante i secoli bui del Medioevo, delle masse popolari che hanno subìto la tirannia di dominatori quali Longobardi e Franchi, la cui posizione è drasticamente ridimensionata in polemica con una certa storiografia che invece ne sottolineava i meriti politici. Punto di vista assai simile era espresso anche nel saggio Osservazioni sulla morale cattolica (1819), in cui Manzoni contestava l'opinione dello storico ginevrino Sismondi (espressa nell'opera Histoire des Républiques italiennes du Moyen-Âge, edita nel 1818) secondo cui la decadenza politica dell'Italia nell'età della Controriforma era causa della Chiesa cattolica, il cui ruolo viene invece rivalutato dallo scrittore.
L'opera storiografica più interessante dell'autore resta comunque (dopo la Storia della colonna infame, pubblicata in appendice all'edizione 1840-42 del romanzo) il Saggio incompiuto sulla Rivoluzione francese, abbozzato fra 1860-1864 e rielaborato negli ultimi mesi di vita, per essere pubblicato postumo nel 1889. L'opera (il cui titolo completo doveva essere La rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione italiana del 1859. Osservazioni comparative) parte dal presupposto che nessun popolo ha il diritto di rovesciare con un atto violento il governo di un sovrano legittimamente in carica, quand'anche esso si sia macchiato di gravi colpe, dunque il fine dell'autore è condannare la Rivoluzione francese come atto illegale e foriero di gravissime violenze e delitti, in contrapposizione al processo legale e relativamente pacifico che portò nel 1859-60 all'unificazione nazionale italiana. Tale paragone è ovviamente molto forzato e inverosimile (il che spiega, forse, perché l'opera sia stata abbandonata dall'autore prima di affrontare la seconda parte), tuttavia lo scritto è interessante per la condanna senz'appello delle violenze giacobine durante il Terrore e perché esprime bene il pensiero politico dello scrittore che, peraltro, è visibile anche nel romanzo, ovvero quello di un conservatore che nutre grande sfiducia per il popolo e le rivolte violente, mentre l'unica soluzione è un processo riformatore dall'alto che agisca in modo "illuminato" (è evidente la matrice settecentesca delle idee manzoniane sotto questo aspetto).

La prima idea del romanzo risale al 24 aprile 1821, quando Manzoni cominciò la stesura del Fermo e Lucia, componendo in circa un mese e mezzo i primi due capitoli e la prima stesura dell'Introduzione. Interruppe però il lavoro per dedicarsi al compimento dell'Adelchi, al progetto poi accantonato della tragedia Spartaco, e alla scrittura dell'ode Il cinque maggio. Dall'aprile del 1822 il Fermo e Lucia fu ripreso con maggiore lena e portato a termine il 17 settembre 1823 (sarebbe stato pubblicato nel 1915 da Giuseppe Lesca col titolo Gli sposi promessi). In questa prima redazione è presente, in nuce, la trama del romanzo.
Tuttavia, il Fermo e Lucia non va considerato come laboratorio di scrittura utile a preparare il terreno al futuro romanzo, ma come opera autonoma, dotata di una struttura interna coesa e del tutto indipendente dalle successive elaborazioni dell'autore. Rimasto per molti anni inedito, il Fermo e Lucia viene oggi guardato con grande interesse. Anche se la tessitura dell'opera è meno elaborata di quella de I promessi sposi, nei quattro tomi del Fermo e Lucia si ravvisa un romanzo irrisolto a causa delle scelte linguistiche dell'autore che, ancora lontano dalle preoccupazioni che preludono alla terza ed ultima scrittura dell'opera, crea un tessuto verbale ricco, dove s'intrecciano e si alternano tracce di lingua letteraria, elementi dialettali, latinismi e prestiti di lingue straniere.
Anche i personaggi appaiono meno edulcorati e forse più pittoreschi di quella che sarà la versione definitiva. Sullo sfondo la Lombardia del XVII secolo è dipinta come scenario non pacificato, il cui potere politico coincide con l'arbitrio del più forte, la cui ragione (come insegna La Fontaine) è sempre la migliore. Romanzo dell'arbitrio e della violenza, mostra l'eterna oppressione dei potenti nei confronti degli "umili", riprendendo il tema già presente nell'Adelchi dei "due popoli", quello degli oppressi e quello degli oppressori, vicenda eterna di ogni tempo.

Una seconda stesura dell'opera (la cosiddetta ventisettana, che è la prima edizione a stampa) fu pubblicata da Manzoni nel 1827, con il titolo I promessi sposi, storia milanese del sec. XVII, scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni, e riscosse notevole successo. La struttura più equilibrata (quattro sezioni di estensione pressoché uguale), la decisa riduzione di quello che appariva un "romanzo nel romanzo", ovvero la storia della Monaca di Monza, la scelta di evitare il pittoresco e le tinte più fosche a favore di una rappresentazione più aderente al vero sono i caratteri di questo che è in realtà un romanzo diverso da Fermo e Lucia.

Manzoni non era, tuttavia, soddisfatto del risultato ottenuto, poiché il linguaggio dell'opera era ancora troppo legato alle sue origini lombarde. Nello stesso 1827 egli si recò, perciò, a Firenze, per "risciacquare - come disse - i panni in Arno", e sottoporre il suo romanzo ad un'ulteriore e più accurata revisione linguistica, ispirata al dialetto fiorentino considerato lingua unificatrice.

Tra il 1840 e il 1842, Manzoni pubblicò quindi la terza ed ultima redazione de I promessi sposi, la cosiddetta Quarantana, cui oggi si fa normalmente riferimento. Il proliferare di edizioni abusive, dovuto al grande successo dell'opera, spinse Manzoni a dotare l'edizione di alcune attrattive in più: un corredo di illustrazioni, l'utilizzo della carta e dell'inchiostro migliori e l'aggiunta, in allegato, di un romanzo del tutto nuovo, Storia della colonna infame. Per le illustrazioni, Manzoni pensò dapprima a Francesco Hayez, che ne inviò due a Parigi, «ove vennero incise nel bosso da Lacoste, e, per parere concorde, furono scartate. In seguito l'Hayez declinò l'offerta adducendo come scusa che un simile lavoro gli avrebbe rovinata la vista». Lo scrittore chiese quindi aiuto in Francia all'amica Bianca Milesi Mojon, che si rivolse al pittore francese Louis Boulanger. Nemmeno questo tentativo, testimoniato da un solo disegno, si rivelò fruttuoso. Quando Francesco Gonin, giovane e promettente pittore piemontese, fu ospitato a Milano da Massimo d'Azeglio, il Manzoni riconobbe in lui la persona giusta. Concluso l'accordo, Gonin si mise all'opera.

Il suo lavoro convinse pienamente l'autore, che con il Gonin intrattenne nei primi mesi del 1840 una fitta corrispondenza. Il rapporto fra i due è di grande intesa, lo scrittore guida la mano del pittore nella composizione di questi quadretti. La forza espressiva delle litografie è notevole, al lettore si rivela un mondo vastissimo di volti e fisionomie sempre diverse; personaggi che passano dal solenne al grottesco, dall'ascetico al torbido, in una composizione che non trascura mai una certa accattivante ironia. Su quest'ultimo punto si consideri, ad esempio, la vignetta che chiude l'introduzione, dove è di scena lo stesso scrittore, in camicione da notte e pantofole, mentre sfoglia davanti ad un rassicurante camino un librone, che potrebbe essere tanto il resoconto secentesco della vicenda, quanto il romanzo che chi legge ha sotto gli occhi in quel momento.

La più recente critica manzoniana, si pensi solamente a Ezio Raimondi o a Salvatore Silvano Nigro, ha lungamente sottolineato il valore esegetico di questo apparato di immagini, vero e proprio paratesto alla narrazione delle vicende matrimoniali dei due protagonisti. Le moderne edizioni, che non si rifanno ai criteri della stampa anastatica, privano i lettori di uno strumento essenziale alla comprensione del testo. Oggi sfugge anche ai più colti fruitori dell'opera di Manzoni che uno dei nodi principali de I promessi sposi consiste proprio nel rapporto che intercorre fra lettera e immagine.

Aver trovato l'illustratore non era tuttavia sufficiente: era necessario anche un buon incisore. Per tramite del pittore e incisore Giuseppe Sacchi, Manzoni riuscì a far venire dalla Francia i transalpini Bernard e Pollet e l'inglese Sheeres. La direzione del lavoro fu affidata al Gonin, incaricato di valutare e approvare le incisioni. Siccome queste ultime andavano a rilento, l'autore fece pressione sul Sacchi perché venissero inviati d'oltralpe altri collaboratori, e fu accontentato con l'arrivo dei francesi Victor e Loyseau. A questo punto Manzoni poté pensare al contratto con gli stampatori Redaelli e Guglielmini, firmato il 13 giugno 1840.

Secondo un tipico cliché della narrativa europea fra Settecento e Ottocento che l'influenza de I promessi sposi avrebbe rilanciato, il narratore prende le mosse da un manoscritto anonimo del XVII secolo, che racconta la storia di Renzo e Lucia. Nulla sappiamo dell'autore di questo manoscritto, salvo che ha conosciuto da vicino i protagonisti della vicenda, e non si esclude che lo stesso Renzo possa aver reso edotto questo curioso secentista lombardo della sua storia. Il tòpos della trascrizione della vicenda narrata da un testo o trascritta dalla voce diretta di uno dei protagonisti permette all'autore di giocare sull'ambiguità stessa che sta alla base del moderno romanzo realistico-borghese, ovvero il suo essere un componimento di fantasia che, spesso, non disdegna di proporsi ai suoi lettori come documento storico reale ed affidabile.

Conclude il testo la Storia della colonna infame, in cui Manzoni ricostruisce il clima di intolleranza e ferocia in cui si svolgevano gli assurdi processi contro gli untori, al tempo della peste raccontata del romanzo. Secondo alcuni studiosi, non sarebbe un'appendice ma il vero finale del romanzo, come dimostrerebbe l'impaginazione stessa, stesa dallo stesso Manzoni. Interessante anche l'analisi narratologica dell'opera manzoniana, da cui si comprende la distanza esistente fra narratore ed autore.

Nella narrazione l'intreccio si discosta poco dalla fabula e solo quando la trama lo richiede. Ciò accade per esempio quando l'autore tratta parallelamente le vicende di Renzo e Lucia, le vicende storico-sociali (carestia, guerra, peste) o quando compie delle analessi per le biografie di fra Cristoforo (capitolo IV), della monaca di Monza (cap. IX-X), dell'Innominato (Cap. XIX) e del cardinale Federigo Borromeo (Cap. XXII). L'Autore poi, per narrare le vicende, si affida ad un "narratore eterodiegetico" (esterno) e "onnisciente" il quale conosce tutto della storia.

Il narratore partecipa ai fatti, li spiega, li commenta, inserendovi proprie considerazioni e riflessioni, usando spesso anche l'ironia. Alcune volte sono presenti altre voci narranti di secondario grado, in particolare quella dell'ipotetico autore del manoscritto seicentesco. Il ritmo narrativo è costituito da rallentamenti e accelerazioni con l'uso di diverse tipologie di sequenze (narrative, dialogiche, espositive, descrittive, riflessive).

La genesi interna del romanzo I promessi sposi è costituita dalle idee di partenza, dall'ideologia di base che la poetica di Manzoni doveva propagandare. È stata evinta soprattutto grazie alle lettere che lo stesso scrisse mentre stava preparando le diverse edizioni. Il romanzo era fondato, infatti, su tre perni principali:

Il vero per soggetto: l'autore mette al centro la ricostruzione storica degli eventi che caratterizzarono quei luoghi a quel tempo.
L'utile per scopo: l'opera deve mirare ad educare l'uomo ai valori che Manzoni vuole diffondere.
L'interessante per mezzo: l'argomento del romanzo deve essere moderno, popolare, e quindi avere forti legami con la realtà contadina ed operaia.
La genesi esterna, invece, comprende tutte le letture e gli autori che hanno ispirato Manzoni. Tra le principali abbiamo l'Ivanhoe di Walter Scott da cui l'autore prende l'ispirazione per la tipologia del romanzo che sarà a sfondo storico, la Storia Milanese (del 1600) di Giuseppe Ripamonti, da cui l'autore prende, appunto, la maggior parte degli avvenimenti storici che verranno intrecciati con le vicende dei personaggi. Altre fonti sono le opere dell'economista Melchiorre Gioia e del cardinale Federico Borromeo al cui scritto De Pestilentia Manzoni si ispirò per l'episodio della madre di Cecilia.

Secondo il critico Giovanni Getto una fonte per l'opera manzoniana potrebbe essere stata anche la Historia del Cavalier Perduto, romanzo erotico - cavalleresco del XVII secolo scritto dal vicentino Pace Pasini. Il prof. Claudio Povolo dell'Università di Venezia con recenti documentati studi ha dimostrato che una ulteriore fonte del romanzo potrebbe essere la storia di Paolo Orgiano, signorotto di Orgiano (Vicenza), violento, rapitore di donne, condannato al carcere a vita nel processo del 1607. Molte sono le analogie con la vicenda descritta nei Promessi sposi.

Molti personaggi e situazioni del romanzo manzoniano presentano analogie con precedenti opere della letteratura europea. L'argomento è trattato molto esaurientemente anche dal critico Giovanni Getto nel suo libro Manzoni europeo. Per limitarsi ad alcuni cenni, c'è da rilevare una evidente analogia fra il capolavoro manzoniano e i romanzi dello scozzese Walter Scott iniziatore del romanzo storico. Manzoni però elimina gli aspetti favolosi presenti nelle opere di Scott (per esempio, in Ivanhoe nel primo capitolo si parla del "favoloso dragone Wantley" e di "riti della superstizione druidica" ).

Esistono rapporti con il gusto inglese del “quotidiano”, tipico del romanzo borghese dell'Inghilterra sette-ottocentesca, gusto trasferito dal Manzoni sul mondo popolare. Riguardo all'Innominato, sono state notate analogie col mito satanico del "grande ribelle", personaggio titanico e individualista presente in certi poeti romantici inglesi e tedeschi come Schiller e Byron (ad esempio ne I Masnadieri di Schiller e ne Il Corsaro di Byron).

Egidio e, in minor misura, don Rodrigo richiamano gli eroi libertini del Settecento francese, moralmente anticonformisti, dissacratori della tradizione e rinnegatori della virtù nell'esaltazione del desiderio, degli istinti naturali, come i protagonisti dei romanzi del Marchese De Sade (Storia di Juliette, Justine o le disavventure della virtù). Lucia è la giovane innocente e virtuosa, perseguitata come Clarissa Harlowe dell'omonimo romanzo di Samuel Richardson, inoltre il suo rapimento si può avvicinare a quello di lady Rowena descritto da Walter Scott in Ivanhoe. Il rapimento di Lucia e la sua prigionia nel tetro castello dell'Innominato nonché la descrizione del castello e del suo ambiente (capitolo XX) richiamano analogie con il romanzo gotico, il genere “nero” inglese del Settecento: The monk di Matthew Gregory Lewis, The castle of Otranto di Horace Walpole, The Mysteriers of Udolpho di Ann Radcliffe.

Per la storia di Gertrude si è trovato un riferimento nel romanzo La monaca di Diderot: è la storia della monacazione forzata di una figlia della ricca borghesia. Nel romanzo di Diderot c'è però una avversione contro le istituzioni ecclesiastiche, risalente all'Illuminismo, che è assente in Manzoni. Inoltre si rileva una descrizione più positiva in Diderot in cui manca la cupezza tragica di Manzoni. Sono riscontrabili echi dal romanzo epistolare Giulia o la nuova Eloisa di Jean-Jacques Rousseau: la descrizione del paesaggio del lago di Ginevra (v. il lago di Como nel romanzo manzoniano), la figura di Giulia (lettera XVIII, III parte) che richiama quella di Lucia. Le avventure di Renzo sono accostabili a quelle del picaro dei romanzi picareschi spagnoli del XVI e XVII secolo.

I Promessi Sposi sono una vicenda di umili. Si attua un capovolgimento della storia: gli umili sono i veri protagonisti. Lucia Mondella è una contadina umile, riservata e dotata di grande fede religiosa. Renzo Tramaglino ha le doti di un uomo di popolo: bontà, giustizia, religiosità, liberalità, ingenuità. Gli umili sono i protagonisti della storia, non come eserciti o gruppi sociali, ma ciascuno per sé, con il suo gruzzolo di sentimenti e di idee e le sue opere buone. Intorno ai due protagonisti, Renzo e Lucia, è presente un mondo di esseri semplici, contadini, artigiani, barcaioli, barrocciai, sempre pronti al bene nei pensieri e nelle opere.

C'è, nel romanzo, la vita del villaggio, con i suoi interni squallidi e le campagne, bruciate dalla siccità. Ogni vicenda storica è vista in quanto aderisce alla vita degli umili, li agita, procura loro sofferenza. È questa novità di un giudizio morale che esce da tutte le norme e le convenzioni ed attua il paradosso del Vangelo, che dà al romanzo la sua sostanza religiosa e rivoluzionaria. Il romanzo ha uno sfondo popolano dove gli umili sono solidali nella sventura. La stessa pietà per gli oppressi vi è contenuta, dissimulata dal sorriso con cui sono contemplate le loro debolezze ed errori. Non vi sono solenni quadri storici, ma è presente la fisionomia varia e minuta di un'epoca.

I grandi personaggi sono in funzione subordinata: protettori dei deboli (Federigo Borromeo, fra Cristoforo) o incarnano gli aspetti negativi di un secolo (don Rodrigo, Azzeccagarbugli, conte Attilio, conte Zio, padre provinciale). I reggitori del destino dei popoli sono macchiette insignificanti: capitani di ventura, sovrani, ministri, il conte duca d'Olivares, Ferrer, il vicario di provvisione. Il romanzo manzoniano è stato sempre considerato dalla critica tradizionale il romanzo della Provvidenza divina. L'intervento di Dio è vivo in tutto il romanzo, ma avvertito con la fede semplice degli umili: "quel che Dio vuole, Lui sa quel che fa; c'è anche per noi"; "lasciamo fare a Quel lassù"; "tiriamo avanti con fede, Dio ci aiuterà".

In quanto romanzo storico e "sociale", i Promessi sposi delineano un quadro completo delle gerarchie tra le diverse classi sociali nella società lombarda del Seicento e delle attività che le caratterizzano. L'autore scrive (cap. I, 303-304): «Il clero vegliava a sostenere e ad estendere le sue immunità, la nobiltà i suoi privilegi, il militare le sue esenzioni. I mercanti, gli artigiani erano arrolati in maestranze e in confraternite, i giurisperiti formavano una lega, i medici una corporazione». Dato che il romanzo ha un carattere volutamente popolare, Manzoni è attento a figure della piccola borghesia (mercanti e artigiani) e degli strati più umili della società (contadini e operai).

Il Manzoni ha la facoltà sovrana del poeta di vedere e suggerire, senza guastarle esprimendole, le segrete affinità tra l'anima e il mondo e le misteriose influenze dell'uno sull'altra, è tra i nostri poeti uno di quelli che ebbero più profondo e religioso il sentimento della natura e che in questa sentirono meglio Dio. Domina nello sfondo del romanzo il paesaggio familiare di Lombardia, con i suoi cieli, i suoi monti, le sue acque, la sua mite luce autunnale: «Quel cielo di Lombardia così bello quand'è bello, così splendido, così in pace» (Cap. XVII, 209). Il paesaggio è calato nella realtà storica ed umana del romanzo. La sobrietà delle descrizioni è il risultato di uno scarnimento ricco di possibilità liriche ed evocative; i passi descrittivi sono trascrizioni di un momento di vita interiore. Il paesaggio è sempre smorzato e triste, in armonia con il tono del racconto.

L'autore non si diffonde in descrizioni paesistiche, tuttavia l'aria del paese natìo circola in tutti i capitoli, evocata dalle azioni degli uomini. Nei riquadri paesistici spesso s'insinua una musica elegiaca, che nasce dalla riverenza con cui il poeta si accosta agli aspetti della natura. In effetti, l'intero incipit dell'opera è una dettagliata descrizione del paesaggio del Lecchese, fino poi a inquadrare la figura di Don Abbondio, e quindi dei due bravi, puntando finalmente sulle persone anziché sui luoghi.

Manzoni segue la concezione, propria del Romanticismo, di un paesaggio proiezione di emozioni, sensazioni, stati d'animo dei personaggi.

Il romanzo si apre con una finzione letteraria: la trascrizione dell'inizio di un manoscritto (una Historia) di un romanzo del Seicento, nello stile altisonante e ampolloso proprio della lingua del tempo ("questo dilavato e graffiato autografo"). In esso è scritto che, mentre la Storia ufficiale si occupa solo dei grandi avvenimenti e dei personaggi famosi, il nostro Autore vuole raccontare la storia di umili persone del popolo. Tale finzione o "falso" letterario serve a inquadrare le vicende narrate in uno sfondo storico. Si crea così una duplice prospettiva nella quale vengono visti gli avvenimenti: una secondo i fatti narrati, attribuiti all'autore del manoscritto; l'altra secondo i commenti e le riflessioni del romanziere sulle vicende trattate.

L'intonazione del passo iniziale è sentimentale e nostalgica, pur nella sua concretezza descrittiva. L'atteggiamento psicologico ed artistico di Manzoni è di chi rivede i luoghi cari della sua infanzia e li ricostruisce amorosamente in tutti i loro particolari. L'aggettivo dimostrativo iniziale ("Quel") esprime con efficace evidenza il senso del ricordo. Nella descrizione c'è una pittoricità a larghe tinte, che si fa via via sempre più minuziosa; nella solitudine dei luoghi è come il vagheggiamento dell'anima. Lo scrittore passa, con tecnica che si può dire cinematografica, dall'ampiezza ed indeterminatezza delle prime immagini (il ramo del lago "che volge a mezzogiorno", le "due catene non interrotte di monti") ad un successivo articolarsi di particolari, resi con immediatezza e freschezza quasi fotografiche.

C'è freschezza di acquerello nel quadro del lago e domina sempre il gusto dello spettacolo panoramico, un'atmosfera idillica di silenzio e di solitudine alpestre («Dove un pezzo, dove un altro, dove una lunga distesa di quel vasto e variato specchio dell'acqua, di qua lago....di là braccio di fiume, poi lago, poi fiume ancora...»). Il gusto dello spettacolo panoramico è per esempio ben evidente quando Manzoni scrive: «Il luogo stesso da dove contemplate que' vari spettacoli, vi fa spettacolo d'ogni parte...». Lo scenario della natura si restringe poi per mostrarci il mondo irrequieto e travagliato degli uomini («Per una di queste stradicciole tornava bel bello...»).

La vicenda è ambientata in Lombardia tra il 1628 e il 1630, al tempo della dominazione spagnola. I protagonisti sono Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, due giovani operai tessili che vivono in una località del lecchese, nei pressi del lago di Como, allo sbocco del fiume Adda. Il romanzo ebbe un impatto tanto forte sull'immaginario collettivo italiano che si volle per forza identificare il "paesello" dei Promessi Sposi e così, dopo i più capziosi ragionamenti, si scelsero due quartieri di Lecco, Olate ed Acquate che, ancora oggi, si contendono questo ruolo. Di fatto Manzoni non si riferiva a luoghi precisi e nel romanzo gli unici indicati chiaramente sono il quartiere lecchese di Pescarenico, dove si trovava il convento di Padre Cristoforo, e il castello della guarnigione spagnola, posto in riva al lago.

Ogni cosa è pronta per il matrimonio di Renzo e Lucia quando un signore del luogo, Don Rodrigo, scommette con il cugino Attilio che riuscirà a concupire Lucia. Perciò il curato del paese, don Abbondio, incaricato di celebrare il matrimonio, viene minacciato durante la sua solita passeggiata serale da due bravi di don Rodrigo, affinché non sposi i giovani. In preda al panico, don Abbondio cede subito. Il giorno dopo imbastisce delle scuse a Renzo per prendere tempo e rinviare il matrimonio, non esitando ad approfittare della sua ignoranza per utilizzare come spiegazione frasi in latino.

Renzo però, parlando con Perpetua, la domestica di don Abbondio, capisce che qualcosa non va e la costringe a rivelare la verità. Si consulta così con Lucia e con sua madre, Agnese, e insieme decidono di chiedere consiglio a un avvocato, detto Azzecca-garbugli; questi, inizialmente, crede che Renzo sia un bravo, e come tale è disposto ad aiutarlo, ma appena capisce la situazione scaccia precipitosamente il giovane. Così i tre si rivolgono a padre Cristoforo, loro "padre spirituale", cappuccino di un convento poco distante. Il frate decide di affrontare don Rodrigo e si reca al suo palazzo, ma quegli accoglie con malumore il frate, intuendo il motivo della visita; Cristoforo tenta di farlo recedere dal suo proposito, ma viene cacciato via in malo modo.

La forza evangelica di fra Cristoforo, straordinariamente accresciuta dalla provocazione, la sua semplice e terribile minaccia determinano nella coscienza addormentata di don Rodrigo un segno visibile di un remoto risveglio. La sua violenza persuasiva ed ispirata spalanca per un istante all'atterrito antagonista le porte della vera, autentica vita.

Intanto Agnese propone ai due promessi un matrimonio a sorpresa, pronunciando davanti al curato le frasi rituali alla presenza di due testimoni. Con molte riserve da parte di Lucia, il piano viene accettato, quando fra Cristoforo annuncia il fallimento del suo tentativo di convincere don Rodrigo. Intanto don Rodrigo medita il rapimento di Lucia e una sera alcuni bravi irrompono nella casa delle donne, che però trovano deserta: Lucia, Agnese e Renzo sono infatti a casa di don Abbondio per tentare di ingannarlo, ma falliscono, e devono riparare al convento di fra' Cristoforo, perché frattanto sono venuti a sapere del tentato rapimento. Contemporaneamente fallisce anche il rapimento di Lucia da parte dei bravi, che sono messi in fuga dal trambusto scoppiato nel villaggio a seguito dell'allarme dato dallo scampanio, che don Abbondio genera per chiedere aiuto contro il tentativo di "nozze irregolari". Il Manzoni, maestro di psicologia collettiva, ha schizzato qui alcuni temi che svolgerà nel grande affresco della sommossa milanese.

Renzo, Lucia e Agnese giungono al convento di Pescarenico dove padre Cristoforo espone loro i suoi progetti: Renzo si rifugerà presso il convento dei cappuccini a Milano dove cercherà padre Bonaventura, mentre Lucia troverà aiuto dal padre guardiano del convento nei pressi di Monza. Il religioso ha già scritto una lettera per ognuno dei confratelli e le consegna ai due.

Secondo quanto padre Cristoforo ha preordinato, Renzo, Lucia e Agnese scendono alle rive dell'Adda e salgono su una piccola barca. Lucia medita sull'addio ai monti. È una pagina permeata di spiritualità ed elegia. Domina fin dalle prime note un movimento verticale, che va dal cielo alla terra, per risalire di nuovo al cielo, e che è come un preludio all'ascensione spirituale contenuta nella chiusa.

Il pianto segreto di Lucia sulle cose più care che deve abbandonare si compone di un gesto che è tra i più belli che la poesia italiana ha saputo attribuire alle creature femminili. È la grande notte di Lucia, il suo paesaggio trepido e segreto: senza l'"Addio" Lucia non avrebbe mai rivelato la parte più gelosamente custodita del proprio cuore. Il notturno vigilante del lago è uno dei più belli di malinconia e serenità della poesia italiana.

Giunta al convento "pochi passi distante da Monza", Lucia viene accompagnata dal padre guardiano al convento di Monza dove vive Gertrude, la "signora" (la cui storia è ispirata a quella di suor Maria Virginia de Leyva), che prende la giovane sotto la sua protezione. Dopo l'incontro con Lucia, Manzoni racconta la biografia della monaca di Monza. Gertrude è figlia di un principe feudatario di Monza di cui il narratore, seguendo l'"Anonimo", tralascia il nome. Per conservare intatto il patrimonio del primogenito si era deciso prima ancora che nascesse che sarebbe entrata in convento. L'educazione della bambina è continuamente orientata a convincerla che il suo destino di monaca sia il più desiderabile.

Divenuta adolescente però, Gertrude comincia a dubitare di tale scelta. Tuttavia, un po' per timore, un po' per riconquistare l'affetto dei genitori, compie i vari passi previsti per diventare monaca. In convento soggiace alle attenzioni di Egidio, uno "scellerato di professione", in una relazione che avviluppa la "sventurata", colpevole non meno che vittima, in un gorgo di menzogne, intimidazioni, ricatti - proferiti e subiti - e complicità, anche nell'omicidio di una conversa che minacciava di far scoppiare lo scandalo rivelando la tresca.

Renzo, a Milano, non potendo subito ricoverarsi nel convento indicatogli da fra' Cristoforo, dato che padre Bonaventura è in quel momento assente, rimane coinvolto nei tumulti scoppiati in quel giorno per il rincaro del pane. Renzo si fa trascinare dalla folla e pronuncia un discorso in cui critica la giustizia, che sta sempre dalla parte dei potenti. È tra i suoi ascoltatori un "birro" in borghese, che cerca di condurlo in carcere ma Renzo, stanco, si ferma in un'osteria, dove il poliziotto viene a conoscenza, con uno stratagemma, del suo nome. Andato via costui, Renzo si ubriaca e rivolge nuovi appelli alla giustizia agli altri avventori.

L'oste lo mette a letto e corre a denunciarlo per proteggere i propri interessi. Il mattino dopo Renzo viene arrestato ma riesce a fuggire e si ripara nella zona di Bergamo, nella Repubblica di Venezia, da suo cugino Bortolo, che lo ospita e gli procura un lavoro sotto falso nome. Intanto la sua casa viene perquisita e viene fatto credere che sia uno dei capi della rivolta. Nel frattempo il conte Attilio, cugino di don Rodrigo, chiede a suo zio, membro del Consiglio Segreto, di far allontanare fra' Cristoforo, cosa che il conte ottiene dal padre provinciale dei cappuccini. In questo modo padre Cristoforo viene trasferito a Rimini.

Don Rodrigo chiede aiuto all'Innominato, potentissimo e sanguinario signore, che però da qualche tempo riflette sulle proprie responsabilità, sulle vessazioni di cui si è reso autore o complice per attestare la propria autorità sui signorotti e al di là della legge, e sul senso della propria vita. Costui fa rapire Lucia dal Nibbio, con l'aiuto di Egidio e la complicità di Gertrude, e Lucia viene portata al castello dell'Innominato. Lucia, terrorizzata, supplica l'Innominato di lasciarla libera e lo esorta a redimersi dicendo che «Dio perdona molte cose per un atto di misericordia». La notte che segue è per Lucia e per l'Innominato molto intensa. La prima fa un voto di castità alla Madonna perché la salvi e quindi rinuncia al suo amore per Renzo. Il secondo trascorre una notte orribile, piena di rimorsi, e sta per uccidersi quando scopre, quasi per volere divino (le campane suonano a festa in tutta la vallata), che il cardinale Federigo Borromeo è in visita pastorale nel paese.

Spinto dall'inquietudine che lo tormenta, la mattina si presenta in canonica per parlare con il cardinale. Il colloquio, giungendo al culmine di una tormentata crisi di coscienza che egli maturava da tempo, sconvolge l'Innominato, che si converte impegnandosi a cambiare vita e per prima cosa libera Lucia, che viene ospitata presso la casa di don Ferrante e donna Prassede, coppia di signori milanesi amici del Borromeo. Intanto il cardinale rimprovera duramente don Abbondio per non aver celebrato il matrimonio. Poco dopo scendono in Italia i Lanzichenecchi, mercenari tedeschi che combattono nella guerra di successione al Ducato di Mantova, i quali mettono a sacco il paese di Renzo e Lucia e diffondono il morbo della peste. Molti, tra i quali don Abbondio, Perpetua e Agnese, trovano rifugio nel castello dell'Innominato, che si è fatto fervido campione di carità.

Con i Lanzichenecchi entra nella penisola la peste: se ne ammalano Renzo, che guarisce, e don Rodrigo, che viene tradito e derubato dal Griso, il capo dei suoi bravi (che, contagiato anch'egli dalla peste, non godrà dei frutti del suo tradimento). Don Rodrigo viene portato dai monatti al lazzaretto in mezzo agli altri appestati e vi muore. Renzo, guarito, torna al paese per cercare Lucia, preoccupato dagli accenni fatti da lei per lettera a un suo voto di castità fatto quando era dall'Innominato, ma non la trova, e viene indirizzato a Milano, dove apprende che si trova nel lazzaretto. Qui trova anche padre Cristoforo, indomito nel servizio sebbene segnato dalla malattia, che scioglie il voto di Lucia e invita Renzo a perdonare don Rodrigo, ormai morente.

La peste viene descritta in maniera scrupolosa e nei minimi particolari nelle sue prime manifestazioni, nelle reazioni suscitate, negli interventi positivi e negativi degli uomini chiamati a occuparsene (dai medici, ai politici, alla chiesa). Agli errori delle autorità, alla voluta disinformazione si somma l'ignoranza superstiziosa della popolazione. Ne deriva uno sconvolgimento drammatico della città intera, attraversata da Renzo, ormai guarito, come un luogo infernale pieno di pericoli e di insidie mortali.

La parte più drammatica di questa descrizione si trova nel capitolo XXXIV (340 - 341), con una delle più celebri frasi della letteratura italiana: «Come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccio, al passar della falce che pareggia tutte l'erbe del prato». In tale capitolo si parla anche di Cecilia, "di forse nov'anni", che, ormai morta, è posta sul carro dei monatti dalla madre, che li implora di non toccare il piccolo corpo composto con tanto amore, e chiede poi di tornare dopo a «...prendere anche me e non me sola» (cap. XXXIV, 310-338; per questo episodio Manzoni trasse ispirazione dal De pestilentia di Federigo Borromeo).

La peste descritta nel romanzo ha il carattere della necessità: superflua perciò ogni nota storica. Il prologo del dramma è nella descrizione di don Rodrigo preso dal contagio. La peste appare nel suo vario orrore quando Renzo viene al suo paese e poi a Milano. Nella descrizione della città colpita dal morbo è una spaventevole verosimiglianza: non più la luce dell'alba cara al Manzoni ma la spietata intensità del sole a picco. La descrizione dei carri dei monatti è pagina potente e sinistra. Un'immagine di follia è nella corsa del cavallaccio spinto dal frenetico cavaliere. L'accordo dei vari temi dell'episodio si rivela però nelle note soavi della scena della madre di Cecilia, nell'umoristico contrasto tra l'angoscia dell'ambiente e il comico errore dei monatti su Renzo scambiato per untore, nell'idillica visione dell'ospedale degli innocenti, dove i bimbi allattati da donne e da capre suggeriscono il senso di una società favolosa come l'età dell'oro. Le principali fonti storiche utilizzate dal Manzoni furono: De peste quae fuit anno 1630 ("La peste del 1630") di Giuseppe Ripamonti; Ragguaglio dell'origine et giornali successi della gran peste di Alessandro Tadino.

Infine i due promessi s'incontrano nel Lazzaretto di Milano, dove Renzo era andato alla ricerca di Lucia. Con l'aiuto di padre Cristoforo superano lo scoglio rappresentato dal voto di Lucia e tornano al loro paese dove don Abbondio prima tentenna, poi acconsente a celebrare le nozze (avuta conferma della morte di Don Rodrigo). Si trasferiscono infine nella bergamasca; Renzo acquista con il cugino una piccola azienda tessile e Lucia, aiutata dalla madre, si occupa dei figli. Hanno una prima figlia che chiamano Maria, come segno di gratitudine alla Madonna, e poi ne arriveranno altri. Il "sugo di tutta la storia" esplicitato da Manzoni è che con la fede in Dio tutti i problemi e le disgrazie si possono superare.

Il romanzo è ambientato in Lombardia, più precisamente in una zona che comprende il ramo lecchese del Lago di Como, l'Adda, Monza, Milano e Bergamo. Questa scelta non è casuale dato che Manzoni scrive di luoghi a lui familiari.



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