giovedì 31 dicembre 2015

I Luoghi Più Strani Dove Fare L'Amore

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Il sesso è fantasia, sperimentazione, rischio.. e quale modo migliore di rischiare se non facendolo in posti "particolari"?

I sessuologi a questo proposito parlano chiaro farlo in posti strani, magari con il rischio di essere scoperti, è una vera iniezione di adrenalina che in molti casi viene consigliata per ravvivare un rapporto un pò spento o la solita monotona routine del farlo sul letto/divano.

Per sconvolgere un po’ la routine sessuale che vuole gli amanti distesi in posizione supina nel comfort della camera da letto, la sessuologa britannica Tracey Cox ha dispensato un trasgressivo decalogo che promette di accendere l’entusiasmo nelle coppie fiaccate dalla noia erotica.

Al Cimitero - Sarà per l’atmosfera un po’ dark o per la certezza di non trovarci anima viva di notte, ma il cimitero è tra i luoghi in cui tutti dovrebbero fare sesso. La dottoressa Cox ritiene che sarebbe un’ottima esperienza per la coppia perché “esalta il concetto di vita” e dunque indurrebbe a godere di ogni momento.
L’altalena – Approfittando del movimento oscillatorio e trovando un buon equilibrio, reinterpretare in chiave hot uno dei giochi che tutti i bambini hanno amato è un bizzarro modo di accendere l’intesa.
Il terrazzo di un hotel – L’hotel è da sempre il più banale dei luoghi in cui programmare una scappatella, Tracey Cox non propone la solita camera da letto, ma consiglia di andare sulla terrazza: all’aria aperta è più facile correre il rischio di essere scoperti dalle finestre vicine.
La lavatrice – Il fatto che fare sesso sulla lavatrice sia un’esperienza unica è un luogo comune esistente da decenni. La sessuologa britannica lo conferma, affermando che, in particolare, bisogna scegliere la fase di centrifuga poiché le vibrazioni amplificano il piacere.
Il cinema – È il luogo preferito dagli adolescenti all’epoca dei primi baci, ma la Cox afferma che è il luogo ideale anche per gli adulti che vogliano andare oltre, grazie al buio, al silenzio, alle poltroncine comode e al rischio di essere scoperti.
Il sole – Il cielo limpido, il caldo, l’abbronzatura sono tutti elementi che aumentano il desiderio. Fare sesso in spiaggia e magari tuffarsi a mare sfiniti è assolutamente una delle esperienze da provare almeno una volta nella vita.
Mare, piscina, idromassaggio – Immergersi in acqua è una delle cose che rilassa di più.
La campagna – L’atmosfera rustica e bucolica mette a proprio agio e riporta la mente al tempo dell’infanzia. Il consiglio della sessuologa è quello di trovare l’intimità dietro un albero o un cespuglio e di divertirsi senza preoccupazioni.
La tenda da campeggio – Tanta è l’intimità creata da una tenda, nonostante sia solo un pezzo di stoffa a separare la coppia dal mondo esterno e il rischio di essere scoperti aumenta il piacere.
L’auto – Chi non ha mai fatto sesso in auto? Tracey Cox, però, dice no al classico sedile posteriore e consiglia di farlo sul cofano con la donna seduta e l’uomo in piedi avanti a lei.
Un cult, in cui tra l’altro si può dare libero corso all’opzione Andromaca. Comunque diciamolo, il bello del sesso in auto è appannare i vetri in un Maggiolone arenato in mezzo all’erba alta. Se hai un Suv con gli interni in pelle e il climatizzatore di serie, non è esattamente la stessa cosa.
Nel bagno del treno - Qual è il problema di quando fai la pipì in treno? Che non è facile centrare il buco. Ecco, ci siamo capiti. Comunque può essere divertente.



In taxi - Se vuoi farti spiare durante l’amore, dovresti cercarti un autista con il tuo stesso hobby. Così non rischi la denuncia, né di finire a tua insaputa sul canale di YouTube del tassista, e risparmi i soldi della corsa.
Sulla scrivania manageriale - un mito degli anni 80, quando i manager se la facevano con le segretarie. La messa in scena funziona se tu hai la gonna a tubino, lo chignon e gli occhiali a farfalla. E se non sei tu il manager. Nel qual caso, chiediti se sia etico approfittare di uno stagista o un co.co.pro, e comunque valuta se hai davvero voglia di essere schienata su una superficie rigida e disseminata di tagliacarte e spillatrici. La butto lì: il bello delle stanze manageriali è che di solito c’è anche un divanetto.
In doccia - Un’icona dell’immaginario erotico collettivo. Però gli spazi sono angusti, il sapone va negli occhi di continuo, e c’è sempre questo imbarazzante minuetto: ti lavo io? Mi lavi tu? Prima io o prima tu? Ci si lava ognuno per sé? Carponi nel piatto doccia a sfregare maldestramente il polpaccio dell’altro, scrosci d’acqua in testa, pezzi di sapone che sgusciano come anguille, la difficoltà a cambiare posizione. E poi, non si è mai d’accordo sulla temperatura dell’acqua.




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mercoledì 30 dicembre 2015

LE POSIZIONI DELL'AMORE

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Fare l’amore è un’arte e ci sono alcune posizioni sessuali che sono maggiormente gradite alle donne. 

La posizione della vite è una delle più indicate per le donne che hanno difficoltà a raggiungere l’orgasmo perchè viene stimolato anche il clitoride, quindi la donna prova il doppio del piacere. La donna dovrebbe trovarsi al bordo del letto, con le gambe piegate e girate di lato. L’uomo, in ginocchio, penetra la compagna avendo pieno controllo su ritmo e profondità.

La posizione della fusione, è perfetta per le donne a cui piace avere il controllo. L’uomo sta con le gambe distese e solo leggermente piegate e, volendo, può alzare il busto per baciare la compagna o per sussurrarle qualcosa all’orecchio.

La posizione del sottomesso è presto diventata un classico. Per aumentare il piacere, l’uomo può accarezzare le cosce e stimolare l’ano della compagna, mentre lei può regalare stupende sensazioni al partner facendogli provare un penetrazione molto profonda, come il sottomesso la permette.

La profonda è chiamata così proprio perché permette una penetrazione profonda ed eccitante. La donna alza le gambe e le appoggia sulle spalle dell’uomo. Questa posizione permette che, grazie alla pressione esercitata, venga stimolato anche il clitoride, generando un grande piacere nella donna.

Un’altra posizione sessuale raccomandata per le donne che hanno difficoltà a raggiungere l’orgasmo è quella del cucchiaio. La donna è sdraiata su un fianco con le gambe piegate ed unite. La particolare posizione delle gambe consente un piacevole attrito durante la penetrazione che stimola il clitoride, mentre l’uomo può penetrare lentamente e profondamente la compagna.

La posizione Smorzacandela prevede la donna seduta sopra l’uomo. Gli uomini apprezzano ancora di più quando la donna dà a lui le spalle, sempre in posizione seduta. La donna ha il pieno controllo della situazione e l’uomo si gode lo spettacolo.
La classica posizione del missionario, considerata come “la classica”, in realtà piace molto perché in questo caso è l’uomo ad avere il pieno controllo del movimento. Il controllo dell’uomo, e quindi il suo piacere, è ancora più esaltato quando la donna alza completamente le gambe.



La posizione doggy style (meglio nota come “pecorina”), ossia con la donna in ginocchio a gattoni e l’uomo dietro, consente a lui una penetrazione più completa ed è solitamente amata da entrambi i soggetti.
C’è la variante in piedi, con la donna piegata in avanti, posizione che potrebbe risultare scomoda se c’è un dislivello di altezza tra i partner… ma aggiungiamoci un paio di tacchi e apprezzerà lo sforzo.

69 è da sempre il numero preferito.
Negli uomini esiste un punto L, l’analogo del punto G femminile che si trova in una zona della radice del pene (fra testicoli e ano) che si trova nell’addome maschile in prossimità della prostata.
La stimolazione di questo punto regala all’uomo un orgasmo molto lungo ed intenso e la posizione migliore per stimolarlo è sicuramente la 69, posizione prediletta per il sesso orale. In modo particolare occorrerà praticare un’aspirazione ritmica del glande che va a stimolare l’uretra, ed in modo indiretto la prostata e quindi il punto L.

La posizione della cowgirl. In questa posizione l’uomo è disteso supino ed ha la schiena leggermente alzata, mentre la donna è seduta sul corpo dell’uomo dandogli le spalle. I sessuologi spiegano che con questa posizione è molto semplice stimolare il clitoride e far raggiungere l’orgasmo alla donna.

La croce. Entrambi i partner sono sdraiati su un fianco e si trovano l’uno rispetto all’altro in posizione perpendicolare in modo da creare una croce.

La tecnica del cuscino. Molti esperti concordano sul fatto che le posizioni sessuali diventano spesso più piacevoli per una donna quando viene aggiunto un cuscino o una coperta da posizionare sotto la schiena o sotto il bacino.

La tecnica dell’allineamento. Questa posizione, creata dallo psicoterapeuta Edward Eichel, è considerata da molti la migliore perché simile al 'missionario' ma diversa per il movimento che mette più a contatto le parti intime di emtrambi.

Caviglie in su. Quando l’uomo è disteso sopra la donna supina la penetrazione non è efficace e non porta la donna all’orgasmo. Per rendere più piacevole tale posizione, la donna potrà alzare le gambe e portare i piedi sulla schiena di lui o piegare le ginocchia spingendo i piedi sul petto maschile.



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martedì 29 dicembre 2015

LE BUSTINE DI SILICE



Il gel di silice o silica gel è un prodotto disidratante di sintesi, ottenuto chimicamente da SiO2 amorfo (biossido di silicio). Il gel di silice ha una elevata capacità di assorbimento dell’umidità ed i sacchetti disidratanti vengono utilizzati per assorbire l’umidità all’interno degli imballaggi e per proteggere i prodotti sensibili all’umidità durante il trasporto o lo stoccaggio.

Le bustine in gel di silice sono molto utili: proteggono dall’umidità e profumano le scarpe. Il gel di silice è l’ideale per mantenere l’argenteria brillante. Basterà lasciare i sacchettini nei cassetti dove è riposta e non sarà mai più scura o sporca come accade spesso. Ormai ci portiamo lo smartphone dietro ovunque andiamo, anche in bagno e può capitare che cada in acqua. Nel caso in cui succeda una “tragedia” simile, bisognerà togliere la sim e la batteria e conservate tutti i pezzi del telefono in una scatola piena di sacchetti di silice per 48 ore. Vedrete che al termine di questa estenuante attesa, il telefono ritornerà a funzionare.

 Le bustine in gel di silice sono un ottimo deumidificatore e possono essere riposte in quelle parti della casa particolarmente umide. Ad esempio, se vengono messe accanto a dei libri, si eviterà il loro deterioramento.La maggior parte delle volte le bustine in gel di silice vengono ritrovate all’interno delle scatole delle scarpe. Il motivo? Basta inserirle all’interno delle calzature per eliminare ogni tipo di cattivo odore.

Si possono rigenerare – per un certo numero di volte – mettendole nel microonde. Le bustine disidratanti di gel di silice possono essere fatte durare più a lungo in questo modo: bastano circa cinque minuti in microonde per una bustina da 240 gr.

Posizionandoli in cassaforte, quando c’è l’esigenza di preservare dall’umidità documenti o oggetti presenti nelle casseforti.

Per proteggere dall’umidità gadget o prodotti di elettronica di consumo (macchine fotografiche, videocamere, playstation, etc)



Collocati in vaschette sopra i davanzali delle finestre, assorbono l’umidità ed impediscono la formazione della muffa.
Quando mettiamo le valigie in soffitta, ricordiamo che un sacchettino di gel di silice all’interno delle valigie le protegge da cattivi odori e aiuta a conservarle meglio.
Per proteggere i semi da piantare mantenendoli in ottime condizioni, pronti per la messa a dimora nel terreno.

Dentro gli stivali per eliminare i batteri ed il cattivo odore.

Dentro un vaso vuoto per essiccare i fiori.

Si possono tenere sul cruscotto dell’auto per ridurre l’appannaggio dei vetri.
Si possono addirittura usare nel box delle pastiglie per la lavastoviglie per assorbire l’umidità.

Il gel di silice è una forma di biossido di silicio minerale naturale, meglio noto nella sua forma granulare come sabbia o in cristalli di quarzo. La sua caratteristica più notevole è la sua porosità, che gli permette di assorbire fino al 40 per cento del suo peso in acqua. Dalla metà del 20 ° secolo, è stato ampiamente utilizzato come essiccante, posto all’interno di contenitori per impedire che il contenuto diventi umido. E’ usato per tutto: dalle vetrine dei musei al confezionamento di apparecchiature elettroniche, fino alle confezioni di alghe. E’ molto usato anche perché è un materiale inerte, una sostanza tossica innocua. E’ indigeribile, quindi passa attraverso il corpo ed esce senza effetti.
Un numero sorprendente di persone, soprattutto bambini, ne ha ingerito un quantitativo eccessivo, specie quelli inseriti nei pacchetti di cibo. Nel 2009, secondo l’Associazione americana del Centro Antiveleni, circa 38.000 persone ne hanno mangiato accidentalmente. Di questi, 34.000 di età inferiore ai sei anni. Nella maggior parte dei casi, i medici hanno detto ai genitori di non preoccuparsi. Ma come ogni altra sostanza, gel di silice, concettualmente, potrebbe causare problemi se consumato in grandi quantità; soprattutto da parte di bambini piccoli o adulti con problemi neuromuscolari che ne rendono difficile la digestione. Il pericolo più grande, tuttavia, è che molti bambini non ne mangiano solo qualche pezzo, ma l’intero pacchetto. In tal caso, il pericolo non è il veleno, ma il soffocamento.
Sebbene, a parte per talune persone, il gel di silice non abbia effetti mortali, bisogna comunque fare attenzione, poiché in alcune confezioni è più potente (in base alla delicatezza del prodotto contenuto). Inoltre, se è vero che non ha effetti mortali, provoca comunque nausea e vomito. Dunque, è sempre opportuno contattare l’ospedale in caso di ingestione. Perché se è vero che non fa troppo male, di sicuro non fa neanche bene.


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lunedì 28 dicembre 2015

L'APOCALISSE

 


La parola “apocalisse” viene dal termine greco apocalupsis e significa “rivelare, svelare o togliere la copertura”. Il libro dell’Apocalisse è chiamato “Apocalisse di Giovanni” perché è il libro dove Dio rivela gli eventi della fine dei tempi all’apostolo Giovanni. Inoltre, la parola greca per “apocalisse” è la prima parola nel testo Greco del libro dell’Apocalisse. La frase “letteratura apocalittica” è usata per descrivere i simboli, le immagini e i numeri di eventi futuri. Al di fuori dell’Apocalisse, esempi di letteratura apocalittica nella Bibbia si trovano in Daniele capitoli 7-12, Isaia capitoli 24-27, Ezechiele capitoli 37-41 e Zaccaria capitoli 9-12.

Perché la letteratura apocalittica è stata scritta con questi simboli ed immagini I libri apocalittici sono stato scritti un tempo nel quale era più prudente camuffare il messaggio con immagini e simbolismi piuttosto che comunicarlo con parole chiare. Inoltre, i simbolismi creavano un elemento di mistero sui dettagli riguardanti i luoghi e i tempi. Lo scopo di questi simbolismi non era tuttavia di creare confusione, ma di istruire ed incoraggiare i seguaci di Dio in tempi difficili.

Al di là del significato specifico biblico, il termine “apocalisse” è spesso usato per parlare della fine dei tempi in generale, o in modo particolare degli ultimissimi tempi. Gli eventi della fine dei tempi, come il ritorno di Cristo e la battaglia di Harmaghedon, sono spesso chiamati Apocalisse. L’Apocalisse sarà la rivelazione finale di Dio, della Sua ira, della Sua giustizia, e infine del Suo amore. Gesù Cristo è l’”apocalisse” supremo di Dio, perché Egli ci ha rivelato Dio (Giovanni 14:9; Ebrei 1:2).

A partire dal II secolo il nome venne usato per diversi libri, sia cristiani che ebraici, che mostrano gli stessi tratti caratteristici. Oltre all'Apocalisse di Giovanni (chiamata così da alcuni dei primi Padri della Chiesa cristiana), il frammento muratorio, Clemente di Alessandria ed altri menzionano una Apocalisse di Pietro. Vengono inoltre ricordate apocalissi di Adamo e di Abramo Epifanio nonché di Elia (Jerom). L'uso del termine greco per definire opere appartenenti ad una determinata classe letteraria è quindi di origine cristiana, derivato dalla rivelazione del Nuovo Testamento.

Nel linguaggio comune il termine ha perso il significato originario di "rivelazione" e, fuori dell'ambiente religioso, è passato a indicare qualsiasi evento di grande calamità ovvero un succedersi di eventi disastrosi.
La letteratura religiosa apocalittica viene considerata una branca distinta della letteratura. Il genere possiede diverse caratteristiche peculiari.

La rivelazione dei misteri svela cose che vanno oltre la normale portata dell'umana conoscenza. Dio concede a santi o profeti selezionati le istruzioni al riguardo, sia per aspetti estranei all'esperienza umana o per vicende che l'umanità non ha ancora affrontato.

Vengono svelate alcune informazioni sul paradiso, in misura minore o maggiore: gli scopi di Dio; i fatti e le caratteristiche relativi agli angeli e degli spiriti malvagi; la spiegazione di alcuni fenomeni naturali; la storia della creazione e dei periodi iniziali dell'umanità; gli eventi in corso, in special modo quelli relativi al futuro di Israele; la fine del mondo; il giudizio universale e il destino dell'umanità; l'epoca messianica; immagini del paradiso e dell'inferno. Nel Libro di Enoch, la più ampia delle apocalissi ebraiche, la rivelazione comprende tutti gli elementi suddetti.

La rivelazione di saggezze nascoste avviene attraverso una visione o un sogno. A causa della natura peculiare del soggetto, questa è evidentemente la forma letteraria più naturale. L'attuazione della rivelazione e l'esperienza di chi la riceve vengono poste più o meno in rilievo. Normalmente, ma non sempre, i fatti vengono riportati in prima persona. Esiste qualcosa di portentoso nelle circostanze, commisurato all'importanza dei segreti che verranno svelati. L'elemento del mistero, spesso in primo piano nella visione stessa, è presagito negli eventi preliminari. Alcune delle caratteristiche classiche della "tradizione apocalittica" sono collegate con le circostanze della visione e con l'esperienza personale del veggente.

L'introduzione degli angeli come portatori della rivelazione è una caratteristica ricorrente. Dio non parla in prima persona, ma dà le sue istruzioni a mezzo di messaggeri celesti, che agiscono come guide per il veggente.

Rarissimi sono i casi di vere apocalissi in cui lo "strumento angelo" non è in primo piano nel portare il messaggio. Nell'assunzione di Mosè, che consiste principalmente in una predizione dettagliata del futuro degli Israeliti e della storia ebraica, l'annuncio viene dato a Giosuè da Mosè, immediatamente prima della morte di quest'ultimo. Anche negli "Oracoli Sibillini", che sono per la maggior parte un'anticipazione di eventi futuri, la sibilla è la sola a parlare. Ma nessuno di questi libri si può definire rappresentativo della letteratura apocalittica in senso stretto. In un altro testo a volte classificato come apocalittico, il Libro dei Giubilei (scritto intorno al 100 a.C., detto anche Genesi minore, Apocalisse di Mosè o Testamento di Mosè), un angelo è il mediatore della rivelazione, ma la visione o l'elemento onirico mancano. In quest'ultimo caso, comunque, il libro appare decisamente non apocalittico nella sua natura.



Nella trattazione della storia o del futuro la maggior preoccupazione dell'autore è il mostrare la sapienza con cui Dio agisce nella storia e la organizza in tappe o fasi cronologiche. Dunque l'apocalisse non è in primo luogo una profezia, ed il suo principale interesse non è il futuro o la fine della storia, quanto semmai il suo fine. L'autore presenta, a volte in maniera molto vivida, un quadro degli eventi a venire, e in particolare di quelli al termine dell'epoca attuale. Per questo in alcune di queste composizioni il soggetto è descritto vagamente come "ciò che avverrà negli ultimi giorni" (Dan. 2:28; si confronti il verso 29); in maniera simile Dan. 10:14, "ora sono venuto per farti intendere ciò che avverrà al tuo popolo alla fine dei giorni"; si confronti Enoch, i.1, 2; x.2 segg. Così anche la Rev. 1:1 (si confronti la traduzione della Bibbia Septuaginta di Dan. 2:28 segg.), "Rivelazione... ciò che presto verrà ad accadere".

Spesso la visione comprende anche il passato, per dare forza all'inquadramento storico, così che il panorama degli eventi successivi possa passare impercettibilmente dal noto all'ignoto. Perciò nell'undicesimo capitolo del libro di Daniele il dettagliato resoconto delle vicende dell'impero greco d'oriente, a partire dalla conquista di Alessandro fino all'ultima parte del regno di Antioco Epifane (versi 3-39, tutti presentati in forma di predizione) continua, senza interruzione, con una descrizione appena meno vivida di eventi che non sono ancora accaduti (versi 40-45), ma che lo scrittore si aspetta: le guerre che risulteranno dalla morte di Antioco e la caduta del suo regno. Tutto ciò, comunque, serve solo da introduzione alle notevoli profezie escatologiche del dodicesimo capitolo, in cui si trova lo scopo principale del libro. In maniera del tutto simile, il sogno raccontato nel secondo libro di Esdra, 11 e 12, l'aquila che rappresenta l'Impero Romano è seguita dal leone, che è il messia promesso che dovrà salvare gli eletti e stabilire un regno imperituro.

L'elemento del misterioso, evidente sia nell'oggetto che nelle modalità della narrazione, è una delle caratteristiche salienti di ogni tipica apocalisse. La letteratura delle visioni e dei sogni ha le sue tradizioni, che sono particolarmente persistenti; e questo aspetto inusuale è ben illustrato nelle composizioni giudaiche, o meglio giudaico-cristiane, prese in considerazione.

La qualità apocalittica si nota ancora nell'uso frequente di un simbolismo mistificatore.

Un primo significato del 666 potrebbe essere strettamente simbolico: il numero 6 infatti, è visto già nell'ebraismo come "il numero dell'uomo" (Adamo è creato il sesto giorno). Da questo punto di vista, la ripetizione ternaria del 6 può indicare che l'anticristo rappresenterà il tentativo di instaurare il dominio dell'uomo - e dell'arbitrio umano - su quelli che nella tradizione sono visti come i tre livelli della creazione: corpo/anima/spirito, cielo/terra/inferi ecc. Una volta rifiutato Dio, infatti, è l'uomo-anticristo ad ergersi a pseudo-divinità nel tentativo di sostituirsi alla signoria divina sul mondo creato.

In epoche recenti il termine "letteratura apocalittica", o "apocalittico", è stato usato comunemente per descrivere le varie parti delle scritture ebraiche o cristiane, sia canoniche che apocrife, in cui si forniscono predizioni escatologiche in forma di rivelazione. Che il termine sia attualmente usato in maniera blanda, e comprenda spesso cose non propriamente apocalittiche, è dovuto al fatto che lo studio di questa letteratura come classe a sé stante è piuttosto recente.

Nell'uso comune delle lingue occidentali, il termine apocalisse si riferisce alla fine del mondo. Il significato corrente può essere un'ellisse della frase apokalupsis eschaton, che significa "rivelazione degli eventi della fine dei tempi". Tale ellisse nell'uso corrente riecheggia quella nel titolo dell'ultimo libro della Bibbia, il Libro della Rivelazione o Apocalisse di San Giovanni apostolo, che è normalmente interpretato come la profezia della fine del mondo, con numerosi dettagli visuali.

La fine escatologica del mondo nella letteratura apocalittica era spesso accompagnata da immagini di resurrezione, giudizio dei morti e dalla pena dell'inferno per i peccatori. È interessante notare che tali idee non erano esplicitamente sviluppate nei libri pre-apocalittici della Bibbia ebraica, quindi l'esistenza di tali credo nell'ebraismo, nel cristianesimo e nell'Islam può essere ricondotta ai testi apocalittici.

La storia della cristianità è punteggiata di gruppi religiosi millennialisti, quasi fin dalle origini. I movimenti cristiani moderni sono concentrati nel XVIII e XIX secolo e comprendono l'ascesa di religioni apocalittiche come gli Avventisti, i Davidiani, la House of Yahweh, i Cristadelfiani, i Mormoni e i Testimoni di Geova.
L'Islam possiede i propri movimenti, in particolare la fede nell'Imam "atteso" o "nascosto" della comunità sciita. Nel XIV secolo dell'Islam (circa 1890 dell'era cristiana) si riporta un credo che aveva preso a circolare presso la comunità sunnita, per il quale sarebbe presto giunto il Messia promesso, sia per i cristiani, sia per i musulmani. Molti di questi furono Jihadisti, come Muhammad al-Mahdi, Muhammad ibn Abd Allah del Sudan e Usman dan Fodio dell'Africa occidentale, che coniugarono la pratica politica alle loro convinzioni mahdistiche. Mahdi successivi, compresi Mirza Ghulam Ahmad e l'Ayatollah Seyyed Ruhollah Khomeini, furono principalmente riformatori religiosi. Di recente si è assistito a una ripresa del movimento dei Jihadisti, come Osama bin Laden di al-Qa'ida, quasi esclusivamente politici. La profezia del Messia promesso all'inizio del XIV secolo per la maggior parte dei musulmani è stata sostenuta solo da Mirza Ghulam Ahmad, ma il punto di vista della maggioranza venne raccolto dall'Università di al-Azhar del Cairo e dalla Scuola Deoband di Scienze Islamiche in India, che rifiutarono Mirza Ghulam Ahmad perché eretico, dato che si definiva profeta (l'Islam ritiene che Muhammad sia stato l'ultimo Profeta) e messia (un titolo che l'Islam riserva a Gesù Cristo).

Essendo un tema teologico e iconografico di grande intensità drammatica, l'Apocalisse è stata molto rappresentata nell'Alto Medioevo, in particolare nei celebri Commentari dell'Apocalisse del monaco spagnolo Beato di Liebana (VIII secolo). Il primo commento dell'Apocalisse si deve all'esegeta Alessandro di Brema.

Anche nei secoli successivi il tema non smise d'interessare, trasferendosi dai codici agli affreschi ed alle incisioni e ponendo più fortemente l'accento sul Giudizio universale: si pensi all'Apocalisse di Luca Signorelli, eccezionale ciclo di affreschi nella Cappella di San Brizio nel Duomo di Orvieto. Tra i Giudizi Universali affrescati, universalmente celeberrimo è quello di Michelangelo Buonarroti nella Cappella Sistina nella Città del Vaticano, ma notevoli sono pure quelli sulle controfacciate interne della Cappella degli Scrovegni a Padova, dell'abbazia di Pomposa in provincia di Ferrara e dell'Abbazia di Sant'Angelo in Formis presso Capua. Rilevante è pure il Giudizio Universale a mosaico bizantino sulla controfacciata interna della Basilica di Santa Maria Assunta (Torcello) nella Laguna di Venezia. Importanti rappresentazioni artistiche dell'Inferno e del Paradiso sono quelle musive nel Battistero di San Giovanni (Firenze) e quelle ad affresco nella Basilica di San Petronio a Bologna.

Una delle rappresentazioni moderne dell'apocalisse è per esempio quella che emerge dagli scritti del padre gesuita Pierre Teilhard de Chardin molto più vicini al tipico discorso scientifico e evoluzionista che al discorso svolto totalmente nel linguaggio teologico.
Il suo discorso, in qualche modo profetico sull'avvento dell'Homo noeticus che rappresenta un salto evolutivo rispetto all'attuale Homo Sapiens Sapiens, non è indolore come molti interpreti di questa nuova figura umana ritengono. Per questi ultimi infatti la nuova umanità viene rappresentata come il baluardo estremo della difesa della specie e del pianeta Terra, della democrazia e soprattutto dell'insieme del patrimonio spirituale accumulatosi lungo il divenire storico dell'umanità che lo piega ai legittimi interessi tattici e strategici dei nuovi movimenti emergenti, talora anche radicali, di stampo ecologista, salutista ecc. Questa lettura è sicuramente significativa e i movimenti non violenti, pacifisti, ambientalisti che talora la sostengono sono certamente l'incarnazione sintomatica di una storia che giunge al termine, ma la lettura che il "gesuita proibito" dà dell'avvento dell'Homo Noeticus è ben altra e soprattutto ben più radicale: non è una figura di difesa dello status quo prima che le cose peggiorino irrimediabilmente ma una figura di attacco per far dire alla storia della salvezza: "tutto è compiuto". Ci troviamo infatti di fronte ad una vera e propria "fine del mondo". Esso, l'Homo Noeticus rappresenta infatti per così dire lo sprint finale della convergenza di tutta la nostra galassia nel "punto Omega" a forte potenza gravitazionale, rappresentato dal "Cristo evolutore" che attrae tutto a sé e in cui tutto collassa e implode nell'abbraccio finale tra il creatore e la creatura.
Molte religioni trattano il tema dell'allontanamento dell'uomo dalla sua originaria comunione con l'Assoluto, il Divino.

Le culture orientali e quelle indoeuropee precristiane (Indù, Greci, Romani) rappresentano il tempo ciclicamente, secondo una scansione in quattro cicli che la tradizione classica greco-romana chiama età dell'oro, dell'argento, del bronzo e del ferro. L'uomo, al termine di ognuna delle quattro fasi, si allontana progressivamente dalla virtù e dal bene. Nelle religioni fondate sul monoteismo (Ebraismo, Cristianesimo, Islam) il punto di partenza è la caduta di Adamo in seguito alla quale l'uomo realizzerà sulla Terra un Regno delle Tenebre.

Tuttavia, nell'escatologia e soteriologia delle religioni, a questa caduta seguirà l'intervento divino, l'arrivo di un Redentore dell'umanità: il Gesù Cristo del Secondo Avvento nel Cristianesimo; il Messia annunciato dai Profeti nell'Ebraismo; il profeta Gesù che affiancherà il Mahdi (il "Ben Guidato", discendente di Maometto) nell'Islam; il Kalki Avatara, ultima manifestazione di Visnù, nell'Induismo; i Buddha e i Bodhisattwa (i Misericordiosi) nel Buddhismo; il Saoshyant o "Redentore universale" nell'Iran di Zoroastro. "

I miti antichi parlano della redenzione del mondo che avverrà attraverso la redenzione dell'umanità. Vaticinano il ritorno dell'età primordiale caratterizzata dalla pietas, dalla pace, da una saggia frugalità, espressione di ricchezza interiore, dalla prosperità della terra e dalla letizia dell'uomo e del creato. Profetizzano una renovatio preceduta da uno sconvolgimento: la grande dissoluzione del cosmo, il mahapralaya indiano; il mare di metallo fuso, dal quale, nella tradizione iranica, i giusti emergeranno indenni; l'ekpýrosis dei presocratici e degli stoici; la concussio mundi di Seneca; il ragnarökkr germanico, l'estate senza fiori e il mare senza vita dei druidi; l'ollin dei testi profetici aztechi che, come il pachakuti andino, connota il sommovimento ciclico del tempo e il capovolgimento dello spazio".

Esiste però un disegno divino di redenzione nelle antiche tradizioni di molte civiltà. Esse "consegnano un messaggio di speranza espresso in India dalla discesa dell'avatara, divino giudice e rinnovatore. Per bocca di Zarathustra, dopo la conflagrazione, Ahura Mazda promette il frashkart, il rinnovamento nella luce del mondo e dell'umanità. Platone, attingendo a una speranza remota, annuncia "nuova vita e immortalità rinnovata". Virgilio e le Sibille cantano il ritorno della Vergine Astrea e del regno di Saturno. Seneca, dopo la concussio mundi, saluta il ripristino dell'antiquus ordo, il ritorno dell'èra in cui pace, pietas e giustizia regnavano sulla terra. "Pace fino al cielo e dal cielo fino in terra", profetizza la celtica Mórrígain e, dopo la distruzione del mondo, dinanzi alla sibilla germanica si dispiega la visione della jörð iðjagroena, la terra di nuovo verdeggiante che emerge dal mare. Secondo le religioni orientali cosmocentriche il Mondo Nuovo sarà l'inizio di un nuovo ciclo cosmico, mentre secondo le religioni monoteiste verrà instaurato un Regno di Dio di cui faranno parte i giusti risorti (visione non ciclica ma lineare-progressiva del Tempo universale).

Lo schema escatologico delle religioni monoteistiche è simile: decadenza spirituale dell'umanità - l'esilio da Dio -, la perversione dell'umanità ultima e le "doglie" della fine, la battaglia finale - Armagheddon - tra i figli della luce e i figli delle tenebre; la restaurazione finale con l'arrivo del Redentore tanto atteso e il Giudizio divino. Tuttavia vi sono delle differenze. Nell'Ebraismo l'attesa del Giorno del Signore con le sue elaborazioni dottrinarie, escatologiche e messianiche, appare nei momenti più convulsi e drammatici della storia di Israele, mentre nel Cristianesimo e nell'Islam il messaggio apocalittico costituisce una parte fondamentale della struttura di queste religioni. I miti dei Tempi Ultimi descrivono dunque le modalità dell'intervento divino nella storia universale al suo tramonto, intervento ripristinatore dell'ordine cosmico nella creazione con cui la realtà tutta riacquista il proprio autentico significato iniziale.

Nei Tempi Ultimi saranno beati gli uomini di quell'epoca: è un concetto contemplato dai miti apocalittici. San Paolo scrive nella Lettera ai Romani (5, 20):" Dove ha abbondato il peccato ha sovrabbondato la Grazia". Questo "paradosso della Grazia" è presente nella tradizione ebraica, islamica ed induista. Mosè, dopo aver visto in visione l'oscurità dei Tempi Ultimi, si è sentito "inferiore" a coloro i quali, pur in mezzo a tali tribolazioni, conserveranno la fede nella Torah. Maometto in un hadith (detto) afferma: "All'inizio dell'islam colui che mette un decimo della legge è dannato; ma negli ultimi tempi, colui che ne compirà un decimo sarà salvato". Nel testo induista Bhagavata Puraa si cantano le lodi paradossali dell'età ultima (L, 12):" Gli errori commessi dagli uomini nell'Età di Kali, per quanto abbiano origine nelle cose, nei luoghi o in loro stessi, sono interamente cancellati da Bhagavad, il supremo Purusa, quando egli risiede nel cuore.  L'Età di Kali, abisso di vizi, possiede un vantaggio unico ma prezioso: è sufficiente celebrare le lodi di Khrisna affinché, liberi da ogni legame, ci si possa riunire all'Essere Supremo". Nel Vangelo di Matteo (20, 1-16) c'è la Parabola dei lavoratori della vigna o dei Lavoratori dell'Undicesima Ora che riprende questo tema: i lavoratori dell'ultima ora che hanno lavorato solo un'ora sono equiparati a tutti gli altri. E per questo, molti fra "gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi" (20, 16).

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domenica 27 dicembre 2015

LE DONNE URLATRICI

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Sei mesi di reclusione. E' questa la condanna che si è visto affibiare un quarantaduenne di Limena, in provincia di Padova, "colpevole" di essere troppo bravo a letto.

L'uomo, infatti, è finito a processo per colpa delle sue prestazioni sessuali: la sua partner, durante l'amplesso, urlava talmente forte che nessuno, all'interno del condominio, riusciva a chiudere occhio.
Insomma una specie di "tu Jane io Tarzan"

Così che i vicini di casa hanno deciso di procedere per vie legali e denunciare l'uomo per stalking di condominio. Finito alla sbarra, ha tentato di difendersi: inutilmente, tanto che ora, su di lui, pende una condanna per disturbo della quiete notturna.

Secondo un recente studio pubblicato sull'Archives Of Sexual Behavior, i gemiti, le urla e tutto ciò che di sonoro emettiamo durante l'amplesso sarebbero del tutto dissociati dall'orgasmo, dal piacere.
Lo studio rivela che scientificamente le donne durante la performance sessuale esagererebbero e, addirittura, reciterebbero urlando, ansimando e quant'altro.

Gli scienziati definiscono la “simulazione sonora” messa in atto dalle donne: “manipolazione”. Il gentil sesso attraverso questa “tattica” indurrebbe l'uomo a fare ciò che vorrebbe e, dunque, a dar loro maggiore piacere.

Ma, al di là delle spiegazioni “scientifiche”, perché urliamo nel sesso? Le risposte sono varie: gemere e urlare sono atti liberatori, oppure semplicemente ci eccita farlo e, sappiamo bene, che eccita moltissimo i maschietti.

Un'altra ragione plausibile è quella di inventarsi ogni volta un film pornografico tutto nostro. Sì, perché i film a luci rosse, che tanto piacciono agli uomini, sono conditi di belle attrici che urlano come ossesse e tutto questo è vivo nell'immaginario erotico maschile e, negli ultimi decenni, anche in quello femminile. Perché, dunque, non imitare le pellicole hard, che rappresentano il sesso rumoroso, se hanno così tanto "successo"?

I gemiti e le urla di piacere sono visti dal senso comune come un vero e proprio istinto. Alcune ricerche scientifiche dimostrano che non esiste alcuna correlazione tra l’orgasmo femminile e il suo tono di voce. Le donne particolarmente rumorose a letto sono le più generose e compiacenti, ed esprimono a gran voce il proprio piacere per stimolare il partner nelle prestazioni. Quando l’uomo gode, la donna strilla forte.
Alcuni studi hanno definito la “simulazione sonora” messa in atto dalle donne: “manipolazione”. Questa “tattica” indurrebbe l'uomo a fare ciò che vorrebbe e, dunque, a dar loro maggiore piacere. Ma, al di là delle spiegazioni “scientifiche”, perché le donne urlano? Le risposte sono varie: gemere e urlare sono atti liberatori, oppure semplicemente eccita le donne (e gli uomini). L’immagine dei rapporti sessuali tra partner assume ogni giorno connotati sempre più artificiosi, ma il lecito sospetto è che forse non sia tutto

Circa l' 80% delle donne mugolano durante il sesso e non perché abbiano un orgasmo, ma per incoraggiare i loro partner. Per farla breve: per dare una spinta, le donne simulano.
Questo allora dovrebbe significare che non provino piacere? Che Mentano? Che Manipolino gli uomini per gonfiare il loro ego?

Le Bionde sono stupide, i Gay hanno una voce effeminata, gli Amanti finiscono per rassomigliare? Ma la domanda più inquietante del suo lavoro rimane quella sulle grida, gemiti e bramosia: Perché? Mentre gli uomini sono concentrati, a denti stretti (o con la bocca occupata), le donne pensano a fornire la colonna sonora dell'azione, degna di un film di Hollywood. Un vero concerto di vocalizzi

Prima ipotesi, da scartare subito: le donne godono più degli uomini, fino al punto di perdere il controllo? "L'attività cerebrale è stata misurata durante l'orgasmo" dice Antonio Fischetti, "ma non c'è nulla che suggerisca che l'orgasmo sia più forte in un sesso piuttosto che nell'altro.

"Seconda ipotesi, anche questa da scartare, le grida delle donne sarebbero reazioni riflesse, di origine fisiologica, assimilabili ad una valvola di sicurezza. In breve: il grido della donna in crisi di piacere, sarebbe simile a quello della sirena quando si avvicina un bombardamento. Plausibile, direbbe una persona ' ... madonne mamm' in perfetto slang locale.

Terza ipotesi, più seriosa: forse che le donne sono più rumorose perché educate ad esprimere le proprie emozioni?

Sì, certo, "ma altre spiegazioni sono state anche avanzate." Nel 2011, due ricercatori in psicologia, Gayle Brewer (Università di Lancashire) e Colin Hendrie (Università di Leeds) hanno chiesto a 71 donne eterosessuali, di età compresa tra 18-48 anni, di rispondere ad alcune domande personali: Che tipo di suoni emette durante l'amore? Ringhio, grugnito? Rantoli respiratori, ansimando? Guaiti acuti, urla? Parole? A che ora si fanno questi suoni? Avete un orgasmo? Se sì, in quale momento?



Il risultato di questa ricerca su FCV ("vocalizzazione della copula femminile"), pubblicato negli Archives of Sexual Behavior, ha trovato che le donne non fanno necessariamente rumori quando realmente provano piacere. Il 66% di loro dichiara di 'rantolare' per indurre l'aumento dell'orgasmo del partner. L'87% dichiara che cominciano a "vocalizzare" per migliorarne la fiducia. In breve: le donne emettono rantoli più per "influenzare" l'uomo che per manifestare l'intensità del piacere.

Nel loro studio, Brewer e Hendrie dicono che "manipolando il comportamento maschile la femmina se ne avvantaggia". Alcune donne ammettono che in realtà emettano i suoni al fine di favorire la conclusione del partner, così che lui finisca quella storia velocemente, vuoi anche per terminare una penetrazione dolorosa se non addirittura noiosa. Ma gli intervistati, la stragrande maggioranza, bisogna dire, che davvero godano durante l'amplesso. Se miagolano o grufolano, o rantolano, questo non è un escamotage per accelerare l'atto sessuale. Al contrario. Questo è modo per guidare il proprio partner o stimolarlo con la voce, come fanno i fantini ... e, quindi, Inversione dei ruoli per un curioso scherzo del destino, le risposte di questo studio mostrano che in Occidente non è l'uomo che conduce il gioco "Le grida sono un mezzo, più o meno consapevole per manipolare l'eiaculazione", dice Antonio Fischetti, che galantemente aggiunge:

"Le grida di piacere sono l'espressione del potere femminile nella sessualità".

Se ne deduce che tutte le donne cercano di prendere il sopravvento utilizzando una tattica 'sleale', se crediamo allo studio di Gayle e Hendrie, il 92% delle intervistate afferma di vocalizzare perché è il loro modo di "partecipare" in questa emulazione reciproca che è l'amplesso. Il gemito di piacere fa parte dei preliminari, è un eccitante. All'inizio di un rapporto, il grido delle donne potrebbe quindi essere tradotto come "Go baby, go" (muuvete, loc.). Esso aiuta a stimolare l'altro, ma anche a predisporre sè stesse ... Quando le donne si lamentano, insomma, non fanno finta: sollecitano, provocano, invitano, riscaldano l'atmosfera e, alzando la tensione di una tacca, si preparano, per autosuggestione, alla perdita di senso che le loro grida prefigurano. Poi, quando si appropinqua l'orgasmo, molte di loro si tacciono e si ritirarono per ascoltare il tremore interno, taciturne, silenziose, pochi istanti prima di esplodere improvvisamente, lanciando alcune urla piuttosto sonore. Queste grida finali sono generalmente autentiche, anche se la componente psicologica gioca un ruolo molto importante, in questo bouquet di sonorità finali.

Sono in gioco i nostri cervelli ai quali va concesso un minimo di fasto, quello splendore drammatico per la piena e completa soddisfazione.

Se dobbiamo credere a coloro che amano 'gridare', quando si trattengono dal farlo, al momento dell'orgasmo, dicono che il loro piacere è molto meno forte. Alla smodatezza dell'eiaculazione sonora, le donne annettono un elemento in più, simbolico, del respiro espulso: quando gridano, fanno vibrare tutt'intorno a loro, così proiettano fuori energia, come nelle arti marziali, come una bomba preceduta da scosse ... L'urlo che uccide.
Nel 2009, uno studio condotto da Charlene Muehlenhard, professore di psicologia presso l'Università del Kansas, assimilava gli effetti sonori durante il sesso ad una sorta di dialogo in un film. Uomini e donne seguono un copione in amore.
"L'uomo deve far godere la donna e la qualità dell'orgasmo femminile lo rassicura sul suo valore come amante".
Spiegazione un po 'corta', naturalmente, solo in attesa di essere completata. Le donne non sono solo infermiere, sempre al servizio di un ego maschile deficitario, da rassicurare, coccolare e ingannare ...
No, le donne non sono altruiste fino a questo punto. Esse non si affacciano, semplicemente, sulla sessualità. Le grida di incoraggiamento le aiutano le condizionano e rendono più disponibili al piacere.

Ogni donna produce una propria espressione vocale che fa da sfondo musicale al rapporto sessuale. La modulazione alterna parole, mugolii, gemiti e sospiri nella fase iniziale per terminare con acuti, grida e in rari casi mugolii a denti serrati.

Alcuni sessuologi americani, hanno suddiviso le donne in:
URLATRICI che, solitamente, si esprimono molto durante tutto il rapporto; il loro godimento parte dalla punta dei piedi, sale fino al cervello e si diffonde in tutto il corpo. Alla fine sono come quei giocatori di tennis che ad ogni colpo tirano fuori l’anima.
SILENZIOSE sostengono che più si blocca la respirazione e l’orgasmo viene trattenuto, maggiore è il godimento e la sua intensità.
Tuttavia, ci sono anche donne alla dottor Jeckyll-Mr. Hyde, definite INFEDELI, e sono quelle che in compagnia del fidanzato fisso usano moine e cinguettii, mentre se si trovano in compagnia di amanti occasionali sono più aggressive e urlatrici.
E alla fine ci sono le TEORICHE della mezza misura: ansimano, mordono, graffiano e parlano chiedendo ciò che desiderano a viva voce, ma senza esagerare!
Dopo vari sondaggi e interviste si può dire, che le donne più immature sono riservate e silenziose perché si vergognano, mentre le più esperte sono spontanee e si lasciano andare ad un godimento plateale.
Alcuni sostengono che le more fanno gemiti più profondi, mentre le bionde più acuti.
Rimane il fatto, comunque, che l’urlo è considerato il topos della soddisfazione erotica femminile ed è sempre al centro di storie e leggende metropolitane.

Per molti maschi l’urlo è la spia rivelatrice della loro abilità sotto le lenzuola ed è anche fonte di eccitazione. Sono tutti comunque più o meno consapevoli che una donna può barare con grida e gemiti come in “ Harry ti presento Sally”, e sostengono di essere in grado di riconoscere i segnali giusti anche senza eccessive manifestazioni sonore. Dicono che la voce è roca, calda, leggermente impastata…si allargano le narici e le donne si avvinghiano al corpo maschile in maniera disumana.

A volte poi sono gli uomini stessi che capiscono quando incitare la donna ad urlare.
Ci sono poi i maschi che invitano i consimili a far godere una donna baciandola e impedendole di urlare; in questo modo cercherà l’aria, si divincolerà dall’uomo e dalla sua bocca…ma godrà moltissimo.


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sabato 26 dicembre 2015

IL VILIPENDIO DELLA RELIGIONE



Il vandalismo è indicatore di una disaffezione verso le persone e le cose, che perdono la loro dimensione sacra. Così come scompaiono gli ideali, anche gli oggetti, nel consumismo, perdono la loro dimensione simbolica. Ecco allora il desiderio di distruggere oggetti che appartengono al Sacro: atti che esprimono la fine del Simbolico, dimensione senza la quale però l’essere umano non può vivere. Oggi la dimensione del Sacro non è completamente persa nei giovani, ma si è sicuramente allontanata dal loro orizzonte.

L’essere umano può sopravvivere al dolore, alla sofferenza più inaudita, ma non può vivere nell’insignificanza, che diventa per lui intollerabile, disumana. E la dimensione simbolica fa parte della costruzione di questa rete di significati che appartengono a ognuno di noi, ma anche a tutti. Il valore del Simbolico è indispensabile per costruire la rete della comunità, il senso dell’appartenenza. E oggi sicuramente c’è una enorme difficoltà nei ragazzi – per fortuna, non in tutti – a costruire un sistema valoriale, ideale, che si differenzi da quello dell’adulto.

In Italia il vilipendio della religione è punito dagli articoli 403, 404 e 405 del Codice Penale. Tutti e tre gli articoli sono stati modificati nel 2006 in seguito all'iniziativa di revisione dei reati d'opinione.

Articolo 403
(Offese a una confessione religiosa mediante vilipendio di persone)
Chiunque pubblicamente offende una confessione religiosa, mediante vilipendio di chi la professa, è punito con la multa da euro 1.000 a euro 5.000. Si applica la multa da euro 2.000 a euro 6.000 a chi offende una confessione religiosa, mediante vilipendio di un ministro del culto.
Articolo 404:
(Offese a una confessione religiosa mediante vilipendio o danneggiamento di cose)
Chiunque, in luogo destinato al culto, o in luogo pubblico o aperto al pubblico, offendendo una confessione religiosa, vilipende con espressioni ingiuriose cose che formino oggetto di culto, o siano consacrate al culto, o siano destinate necessariamente all'esercizio del culto, ovvero commette il fatto in occasione di funzioni religiose, compiute in luogo privato da un ministro del culto, è punito con la multa da euro 1.000 a euro 5.000.
Chiunque pubblicamente e intenzionalmente distrugge, disperde, deteriora, rende inservibili o imbratta cose che formino oggetto di culto o siano consacrate al culto o siano destinate necessariamente all'esercizio del culto è punito con la reclusione fino a due anni».
Articolo 405:
(Turbamento di funzioni religiose del culto di una confessione religiosa)
Chiunque impedisce o turba l'esercizio di funzioni, cerimonie o pratiche religiose del culto di una confessione religiosa, le quali si compiano con l'assistenza di un ministro del culto medesimo o in un luogo destinato al culto, o in un luogo pubblico o aperto al pubblico, è punito con la reclusione fino a due anni.
Se concorrono fatti di violenza alle persone o di minaccia, si applica la reclusione da uno a tre anni.
Il vilipendio fu introdotto nell’ordinamento giudiziario italiano nel 1889 (Codice Penale cosiddetto «Zanardelli»). Fino ad allora il reato previsto in casi simili era quello di blasfemia. Questo Codice tutelava l’espressione della libertà religiosa, in forma sia individuale che collettiva, senza discriminazioni tra i culti. L’accusa sussisteva solo laddove vi era volontà di offendere la fede professata dalla persona offesa, e questa presentava querela. Il Codice Penale del 1930 (cosiddetto «Codice Rocco»), invece, ripristinò il trattamento preferenziale per la religione cattolica, discriminando gli altri culti. Inoltre, con i suoi articoli non intendeva solo proteggere la manifestazione esteriore della fede, ma anche la fede religiosa per sé medesima, cioè come istituzione: per far scattare il reato bastava il dolo generico, non più l’intenzione di offendere.

Il tema dell'intolleranza religiosa sta conoscendo una crescente attenzione internazionale , anche perché la libertà religiosa sta incontrando crescenti minacce. Si stima che oggi il 70% della popolazione mondiale viva in paesi con elevate limitazioni alla libertà religiosa, determinate dalle autorità governative o dagli elevati livelli di ostilità sociale.

Secondo quanto riportato nel Rapporto 2012 delle Nazioni Unite, le manifestazioni di intolleranza più comuni comprendono restrizioni burocratiche sproporzionate, impedimenti alla costruzione di edifici religiosi e discriminazioni sistematiche a livello sociale. Le violazioni, spesso legate a pregiudizi e denigrazioni, includono inoltre atti di vandalismo e profanazione, proibizione di cerimonie religiose, confische, minacce e atti di violenza.

Gli abusi e le violazioni della libertà religiosa si inseriscono spesso nel quadro di più ampi conflitti tra società e nazioni.


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venerdì 25 dicembre 2015

CHI E' GESU' BAMBINO?

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Quella di Gesù bambino è una tradizionale raffigurazione di Gesù che ricorre fin dal III e IV secolo in raffigurazioni religiose e in icone.

Il bambino Gesù viene solitamente rappresentato tenuto in braccio o per mano da Maria, da san Giuseppe o da altri santi, ad esempio sant'Antonio di Padova, santa Rosa da Lima, san Gaetano di Thiene o san Felice da Cantalice. La sua età può variare da neonato a fanciullo di dodici anni circa. Varianti di questa rappresentazione sono il Bambino Gesù di Praga o quello di Cebú, rappresentati in piedi, vestiti con abiti regali e con in mano un globo sormontato da una croce.

Sono frequenti anche le rappresentazioni della Sacra Famiglia, cioè Gesù bambino con Maria e Giuseppe, e della Sacra Parentela, ovvero il bambino Gesù con sant'Anna, le tre Marie e altri santi.

I Testi sacri e altri lavori apocrifi furono tramandati sia per via orale sia musicale, e più tardi in opere artistiche che sono state molto utili per istruire i credenti. Il simbolismo del Bambino Gesù nell'arte raggiunse il suo apice durante il Rinascimento dove la Sacra Famiglia fu un tema centrale delle opere di Leonardo da Vinci e di molti altri artisti.

L'analisi delle vicende relative all'infanzia di Gesù pone comunque particolari sfide agli storici: la narrazione dei vangeli comprende infatti anche elementi simbolici o soprannaturali e presenta alcune apparenti incongruenze, queste ultime peraltro in parte spiegabili con la limitatezza delle risorse di cui disponevano gli autori antichi. Nella redazione e nell'interpretazione dei testi (e in particolare di quello di Matteo) hanno inoltre un ruolo rilevante le profezie messianiche contenute nell'Antico Testamento. Molti studiosi moderni interpretano le narrazioni evangeliche della natività su un piano prevalentemente simbolico o teologico, piuttosto che strettamente storico.

Dal IV secolo fino al Rinascimento molte storie furono tramandate a proposito dell'infanzia "segreta" di Gesù dove, anche se ancora bambino, già possedeva e usava i suoi poteri messianici per proteggere i genitori durante il loro viaggio da e verso l'Egitto, fino al momento in cui a dodici anni lasciò i suoi parenti impauriti per tre giorni mentre lui discuteva con i saggi del tempio.

La maggior parte di queste tradizioni derivava dai testi apocrifi "proibiti" o "non approvati" basati sulle traduzioni latine o greche dei rotoli del Mar Morto e, poiché solamente una minoranza dei cristiani del tempo poteva dirsi letterata, queste storie acquisirono un suono oscuro e seducente simile alle favole dei Fratelli Grimm.

Un tema comune alle storie medioevali ritrae Gesù come un bambino intrepido e spensierato che innocentemente ne combina qualcuna e inesorabilmente porta alla morte i suoi compagni di gioco. Una storia molto comune è la storia della nuvola: Gesù, volendo giocare tra le nuvole, si arrampica in cielo su un raggio di sole, ma tutti i suoi compagni di gioco che lo hanno seguito presto perdono la fede e muoiono cadendo.

Un'altra storia narra di un bambino (a volte riferito come Giuda bambino - come se Gesù e i suoi discepoli abbiano avuto liti durante le loro esistenze), che sbarrò il canale che forniva acqua alle piscine dove Gesù bambino usava fare il bagno fino a quando un'onda di marea spazzò via il ragazzo e contemporaneamente liberò il canale.

Naturalmente questi eventi provocarono panico negli altri genitori che impedirono ai loro bambini di giocare con lui, così quando Gesù arrivava nella piazza della città per giocare, i genitori velocemente nascondevano i loro figli in un grande forno per ripararli. Gesù, accortosi di ciò, chiedeva dove fossero i suoi amici e gli veniva risposto che i bambini erano andati via. Quando chiedeva cos'era il rumore che proveniva dal grande forno, gli veniva detto che erano i maiali che stavano cuocendo. Quando Gesù andava via e i genitori aprivano le porte del forno, essi trovavano (a secondo delle versioni) o dei porcellini strillanti o delle bistecche arrosto.

Le storie create attorno alle attività di Gesù bambino non erano tutte raccapriccianti, ma evidenziavano come, anche da bambino, Gesù avesse adempiuto alla Volontà Divina di "suo Padre". Altre storie narrano come perfino da neonato il suo sorriso poteva far smettere la pioggia e le tempeste e far splendere il sole, oppure poteva guarire i malati. Altre ancora raccontano di come un bambino che stava morendo fu messo in una vasca contenente l'acqua in cui aveva fatto il bagnetto Gesù, e fu riportato alla vita e addirittura che qualunque bambino in sua presenza non avrebbe strillato o piagnucolato.



Il sacrestano della chiesa dell’Holy Child Jesus, nel Queens, a New York, aveva appena finito il presepe. Poi era andato a mangiare, e la grande chiesa di mattoni rossi sulla 86esima strada era rimasta deserta. Accanto all’altare la capanna, gli angeli, la mangiatoia ancora vuota, nella penombra delle luci basse. Un’ora dopo il sacrestano torna, e chissà che tuffo al cuore: dal presepe viene un vagito. L’uomo incredulo si avvicina, è proprio un bambino quello, seminudo, che piange nella mangiatoia. Un bambino con ancora il cordone ombelicale attaccato, partorito da pochissime ore: abbandonato in un presepe, in un giorno di inizio d’Avvento. Gesù Bambino a New York, è il titolo sui tg americani, e chi ascolta si commuove. Il neonato, due chili di peso, sta bene e dorme ora nella nursery di un ospedale; c’è già chi vuole adottarlo, e non resterà solo per molto. Anzi non lo è mai stato. Sembra una fiaba, una fiaba di Natale quella del bambino sceso come dal nulla tra i palazzi di una immensa metropoli, e lasciato proprio nella mangiatoia di un presepe – a ricordarci quanto profondamente ancora, e visceralmente, ci appartiene questa immagine, questo essenziale focolare che attende, sotto a una stella, un figlio. Non è però una fiaba, ma un doloroso dramma, la storia di Queens, a leggerla dalla parte della ignota madre. Pare di vederla entrare, in punta di piedi, con un fagotto in braccio, nella chiesa, guardandosi attorno, temendo di incontrare qualcuno. Lei, per chissà quale miseria o solitudine, da quel figlio deve separarsi. Ma già l’averlo avvolto, nel freddo di novembre, in una coperta, già come lo porta stretto in braccio rivela una cura materna: la più disperata forse, quella di chi cerca un luogo per abbandonare un figlio. La donna si guarda intorno: non deve essere un angolo troppo nascosto, perché qualcuno possa subito trovarlo. Gli occhi le cadono sulla mangiatoia vuota, eccola, non pare proprio lì apposta? Lì, lo vedranno subito.

E così è infatti, e la storia del Gesù Bambino di New York fa il giro del mondo. È il tipo di storia che ci fa bene sentirci raccontare, e soprattutto in tempi come questi: il dramma di un abbandonato, sì, ma subito abbracciato e accolto. È il tipo di storia che rincuora e fa pensare che il mondo vada ancora, a volte, per il verso giusto. Ma quanti altri bambini proprio in questi giorni, in queste ore premono alle nostre porte, e non hanno un tetto, come quello di Betlemme. Giorni fa sul web c’era la foto di una giovane profuga appena sbarcata su un’isola greca, con un neonato in braccio: e per la foggia delle vesti orientali, lunghe e col velo, e per la giovinezza dei tratti, pareva proprio una Madonna che venisse dal mare. E quanti infinitamente sono i figli profughi sulla via dei Balcani, ora che l’inverno piomba sui sentieri e che le frontiere dell’Occidente sgomento si sono fatte più severe. Quanti sono i bambini, nei campi profughi in Turchia, in Giordania, in Libano, quanti nelle braccia delle madri e sotto un cielo attraversato da ali di guerra, che hanno freddo. Quanti, perduti, sono ormai solo piccole sagome fluttuanti nelle acque del Mediterraneo. Di bambini come quello del Queens, che ha colpito il cuore degli americani col suo presentarsi in un presepe, ce ne sono davvero tanti. Su di loro non si accenderanno i riflettori, e, non vedendoli, potremo non pensarci. Potesse la fiaba di New York almeno farceli ricordare. Nella paura e nell’ansia che ha avvolto le nostre città dal 13 novembre, restasse almeno uno spiraglio per pensare a loro, alla marea di figli di fuggitivi che bussa ai confini che ora andiamo a chiudere. Sono, ci spinge ora a dirci uno spaventato immaginario collettivo, figli di stranieri magari ostili e pericolosi: sbarriamo le frontiere, spranghiamo le porte.

Eppure, sappiamo in fondo che quelli sono semplicemente bambini, e stride la coscienza nel festeggiare un Bambino mentre ne dimentichiamo centinaia di migliaia. Bella, la fiaba di Gesù “arrivato” in una mangiatoia a New York. Che strana profonda gioia ci dà sapere che un abbandonato, almeno, è stato abbracciato; come se in quel figlio salvato ci fosse un po’ di ognuno di noi. E chissà se, nell’ansia di una nuova, subdola guerra, non ci distoglierebbe dalla paura proprio fare il contrario che chiudere le porte: accogliere invece, aprire a quei figli e ai loro genitori. Come farebbe gente forte della sua storia, dei suoi valori e della sua fede, certa che il bene di cui siamo capaci è, di ogni incenerente nichilismo e di ogni odio, più generoso e più grande.


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giovedì 24 dicembre 2015

LA MENTE

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La filosofia della mente è lo studio filosofico della mente, degli atti, della coscienza e delle funzioni mentali e delle loro relazioni con il cervello, il corpo e il mondo. La filosofia della mente si addentra nelle questioni di fondo e nei problemi metodologici che stanno dietro la ricerca scientifica sulla mente, usando sia il metodo speculativo (attraverso esperimenti mentali), sia tenendo conto dei risultati ottenuti nella ricerca empirica e strumentale, che oggi può avvalersi della PET, la tomografia ad emissione di positroni, e della fMRI, la risonanza magnetica funzionale per immagini.

I problemi tradizionali nella filosofia della mente sono capire e definire Cos'è l'Io, il suo funzionamento (spesso in termini di concetti come percezione, appercezione, impressione, sensazione, intuizione, pensiero, rappresentazione, immaginazione, memoria, coscienza, autocoscienza, ragione, intelletto, volontà, istinto, inconscio, sentimento, emozione, passione ecc.) e il suo rapporto con il corpo: queste problematiche assieme al problema anima-corpo hanno coperto il dibattito filosofico fino al XX secolo, spesso indirettamente ricompreso all'interno di ambiti come la metafisica e la gnoseologia, originando a partire dal XIX secolo discipline interamente dedicate come la psicologia e la psicoanalisi.

Oggi, con le nuove scoperte della neurofisiologia e più in generale delle neuroscienze, tali problematiche si sono specificate nel dualismo mente-cervello ovvero la dicotomia tra una prospettiva soggettiva, intrapersonale relativa alla sfera della coscienza e autocoscienza ed una strettamente empirico-materialista tipica della scienza e del metodo sperimentale. Nella filosofia della mente si vorrebbe risolvere questo problema fondamentale ed arrivare ad una scienza efficace ed esauriente delle componenti funzionali della mente (soprattutto della coscienza) e della loro integrazione operativa.

Secondo il dualismo mente e corpo sono fatte di due sostanze differenti. Il primo e il più famoso fra i dualisti era il filosofo francese Descartes (diciassettesimo secolo), che è considerato l'iniziatore di tutto il dibattito mente-corpo. Egli osservò che la realtà è divisa in materia e spirito. Questi sono due mondi differenti composti da due differenti sostanze. Descartes ha definito che cosa è la materia e che cosa è la mente: la materia è qualsiasi cosa mostri la proprietà di "estensione" (proprietà geometriche come dimensione e forma) la mente è "cogito" cioè pensiero (una definizione più scientifica del pensiero verrà successivamente con Brentano). "Res extensa" (le cose che hanno un'estensione) e "Res cogitans" (sotanze pensanti) appartengono a due regni separati e non possono essere studiate con gli stessi strumenti. Questo dualismo ha avuto un'enorme influenza sulle generazioni future. La fisica di Newton, per esempio, è una diretta conseguenza di questo approccio: la fisica studia il regno della materia, e tratta solo di questo. E sarà così fino alla fine del ventesimo secolo.

I dualisti moderni hanno abbandonato la rigida dicotomia di Descartes. Oggi, ci sono due principali rami del dualismo: quello della "sostanza" (la mente è una sostanza diversa dal cervello), come l'interazionismo di Popper ed Eccles, e il dualismo della "proprietà" (la mente è la stessa sostanza del cervello, anche se proviene da una classe di proprietà che sono esclusive del cervello), così come la teoria della "supervenienza" (Kim, Chalmers).

Una variante del dualismo è l'"epifenomenalismo": mente e corpo sono fatte di sostanze differenti , ma la mente non ha alcuna influenza sul corpo. Il cervello causa la mente, ma la mente non ha alcuna autorità sul lavoro del cervello. Gli eventi mentali non hanno effetti materiali, mentre eventi materiali possono avere effetti mentali. Gli eventi mentali sono semplicemente una conseguenza degli eventi materiali (come il fumo è una conseguenza del fuoco, ma non ha nessun impatto sul fuoco).



Secondo il monismo invece il corpo e la mente sono fatti della stessa sostanza: gli "idealisti" pensano che tutto sia mentale, i "materialisti" che tutto sia materiale. Il monismo si divide così in idealismo e materialismo.

Il filosofo olandese Baruch Spinoza (diciassettesimo secolo) riteneva che esistesse una sola sostanza, e che la sostanza avesse due proprietà: cioè che fosse cosciente e che avesse estensione. Gli individui sono parte di quella sostanza, che è in fine Dio. Dio è tutto quello che esiste, (lui è ciò che è), non esiste nulla che non sia Dio.

Il filosofo inglese Bertrand Russel era anche una specie di monista, perché credeva che tutto nell'universo fosse fatto di eventi (spazio-temporali),e che gli eventi non fossero né mentali né fisici.

Secondo l'idealismo, l'unica realtà è la mente.

Il filosofo tedesco Gottfried Leibniz (diciassettesimo secolo) credeva che esistesse solo la mente. Gli esseri umani non sono gli unici ad avere una mente. Tutto ha una mente. Perfino la materia è fatta di mente. La mente ha dei gradi, cominciando con la materia (la cui mente è molto semplice) e finendo con Dio (la cui mente è infinita). La realtà è il luogo di tutte le menti finite o monadi che Dio ha creato. Tutto ha una mente. Questa estrema visione dell'idealismo è chiamata: "panpsichismo".

Il filosofo irlandese George Berkeley (diciottesimo secolo) pensava che tutto quello che noi conosciamo sono le nostre percezioni, e qualsiasi concetto noi lo costruiamo partendo da esse ("esse est percipi"): noi non possiamo sapere direttamente che c'è un mondo esterno. Noi conosciamo solamente il mondo interno delle nostre percezioni. Quando parliamo di un oggetto, noi parliamo di quello che vediamo, sentiamo, gustiamo, tocchiamo e odoriamo: noi parliamo di qualcosa che è dentro la nostra mente. Un oggetto è un'esperienza, tutto l'universo è un complesso di esperienze. Infine, l'unica cosa che esiste è l'esperienza della nostra mente.

Come gli studi sul cervello hanno dimostrato che i sensi ci presentano una visione fittizia dell'universo, così i fisici hanno dimostrato che la materia non è nient'altro che nuvole di particelle galleggianti, e gli studiosi della meccanica quantistica hanno dichiarato che la realtà è infine nella mente dell'osservatore, sembra diventato più incline ad abbracciare l'idealismo. Se tutto quello che vediamo e sentiamo non è altro che un'illusione, come possiamo dichiarare che ci sono realmente delle cose là fuori? L'unica cosa che percepiamo è ciò che i sensi producono per noi. Quella che noi chiamiamo realtà è il lavoro della nostra mente. Se perfino i fisici dichiarano che la realtà non può essere misurabile senza un osservatore, come possiamo dichiarare che la realtà esiste indipendentemente dal nostro pensiero?

Il problema dell'idealismo è che uno non può fare di piu' che asserire di essere un'idealista. Una volta che questo sia stato dichiarato, la realtà non può essere usata per provarlo, dal momento che la realtà è una mera illusione della nostra mente. Tutto è un'illusione, comprese le cose che uno può usare per provare a dimostrare che questa dichiarazione sia giusta o sbagliata.

La maggior parte degli scienziati crede in una forma leggera di idealismo: i sensi ingannano la realtà e la realtà ha bisogno di un osservatore per diventare ciò che è, però le sensazioni si riferiscono a un mondo esterno e le misurazioni sono destinate a tale mondo. I sensi e il cervello alterano semplicemente la realtà cosicché noi possiamo muoverci attraverso essa e sopravvivere. La fisica quantistica non proibisce alla realtà di esistere, ma impedisce a noi la sua completa percezione.

La realtà che noi percepiamo è indubbiamente una produzione della mente, che  corrisponde a una realtà là fuori, realtà che è indipendente dalla nostra mente.

Secondo il materialismo, invece, la mente e il corpo sono fatti della stessa sostanza e il mentale può essere spiegato dal fisico (oppure la mente può essere spiegata dalla materia). Questa posizione fu dal principio abbracciata con entusiasmo dal filosofo francese Julien Offroy de la Mettrie che concepì l'"homme machine", la mente come una macchina composta di materia e pensiero come un processo materiale. Differentemente rispetto al dualismo, al materialismo, in tutte le loro varianti, ammette unicamente un tipo di sostanza e una classe di proprietà.

Il materialismo ebbe la sua epoca d'oro in seguito alla pubblicazione di un documento di Herbert Feigl del 1958. Furono queste carte ha mettere il problema mente-corpo al centro della filosofia moderna, dopo così tanti decenni di noncuranza.

La filosofia raggiunse velocemente un vicolo cieco tra dualismo e materialismo. Entrambe le concezioni avevano i propri pro e contro,e non era possibile superare i contro attraverso una via plausibile. Il pro del dualismo era il fatto che riconoscesse la differenza tra materia conscia e inconscia; il suo contro consisteva nell'incapacità di spiegare come la mente fosse in connessione con il cervello. La principale caratteristica del dualismo era il fatto di non dover spiegare tale connessione, dal momento che la mente "è" il cervello; il suo vantaggio era il non dover spiegare come la coscienza scaturisse dalla materia inconscia.

Il comportamentismo ha un posizione intermedia, che concerne con i termini mentali (come "credere", "sperare", "temere") semplicemente nella dimensione in cui essi sono riferiti al comportamento. I comportamentisti rifiutano gli stati mentali definendoli non scientifici. Quello che conta è unicamente la relazione che intercorre tra la disposizione al comportamento e il comportamento vero e proprio. In particolare, alla fine degli anni 40', il filosofo inglese Gilbert Ryle discusse il fatto che la mente non fosse una parte del corpo ma appartenesse a un dominio differente.

Il vocabolario mentale non si riferisce alla struttura di qualcosa, ma al modo in cui qualcuno si comporta o si comporterà. Descartes inventò un mito, il mito della mente dentro il corpo, mito di cui Ryle fece una parodia grazie alla famosa espressione: "il fantasma nella macchina". Noi assumiamo di avere una mente, assegniamo una vita alla nostra mente, e quando non troviamo la mente in natura deduciamo che la mente è una sostanza o una proprietà differente.

Il comportamentismo non è interessato a discutere sulla mente, ma semplicemente si occupa di comportamento e di predisposizione al comportamento. Dichiarazioni che riguardano gli stati mentali diventano scientifiche e significative solo se sono tradotte in dichiarazioni sul comportamento attuale o possibile. Per un comportamentista, una persona che soffre è una persona che piange e fa altre cose per noi associate alla parola "sofferenza".

Il comportamentismo psicologico andò ancora più in profondità dichiarando che tutti i comportamenti possono essere spiegati secondo una relazione diretta di stimolo-risposta.

Il comportamentismo divenne presto popolare, ma fu presto eclissato dallo scontro riemerso tra dualisti e materialisti.

Il vicolo cieco a proposito della mente era dovuto a due fattori indipendenti. Uno era il dibattito storico che iniziò con Descartes, e che mal condusse i filosofi a cercare una soluzione a un paradosso che non era mai esistito. Il secondo fattore era la mancanza di dati riguardanti il cervello: non sappiamo ancora come fa e che cosa fa.



Al giorno d'oggi, il problema mente-corpo è diventato un problema mente-cervello, il materialismo generò il "fisicalismo", secondo il quale uno stato mentale "è" uno stato fisico del cervello. L'enfasi posta sul cervello non è completamente naturale: io sento il dolore nel mio piede, non nel mio cervello. Ma il progresso della neurofisiologia ha generato un fascino per il cervello, che molte persone descrivono come la cosa più complessa nell'universo. Per cui l'enfasi slittò dal corpo al cervello nonostante non c'è realmente nessuna prova per sostenere che il resto del corpo non influenzi la mente (c'è prova del contrario).

Per esempio, la "teoria dell'identità" (Feigl) dichiara che gli stati mentali sono stati fisici del cervello (così come il fulmine è identico ad una scia di elettroni). Siccome è poco plausibile supporre che per ogni stato mentale c'è un unico stato neuronale, una variante della teoria dell'identità rese più flessibile questo vincolo: la teoria dell'identità di Davidson pone che nessuno stato mentale è identico a uno stato fisico, ma lo stato fisico corrispondendo a un dato stato mentale non è necessariamente sempre lo stesso (questo permette a due persone di avere lo stesso sentimento o per la stessa persona di avere la stessa sensazione senza avere ogni singolo neurone nella posizione medesima in entrambi i casi).

Il problema più difficile per il materialismo è di spiegare come la mente, e in particolare i sentimenti, possano scaturire da processi materiali: come possono attività elettrochimiche nel mio cervello improvvisamente trasformarsi nel sentimento di dolore o paura? Il filosofo americano Searle ha riassunto il problema in un paradosso: se la teoria dell'identità lasciasse fuori la mente non sarebbe più plausibile, ma se non lo facesse non sarebbe più una teoria marerialistica.

La cosa principale in una teoria materialistica è come la mente possa essere spiegata da quello che noi sappiamo a proposito della materia. Se infine la mente è materia, allora di cosa è composta e come è strutturata? Come, in altre parole può essere il mentale ridotto al fisico?

Il filosofo Herbert Feigl è uno dei padri fondatori la teoria dell'identità, che divenne popolare nel 1950. Secondo il suo pensiero, gli stati mentali e gli stati fisici hanno la stessa "estensione" ma differente "intensità": descrivono gli stessi stati ma in un modo differente. Gli idiomi mentali e fisici sono descrizioni differenti degli stessi stati. Dal punto di vista dell'uomo comune, questa tesi è difficile da difendere, dal momento che stati mentali e fisici sono ovviamente diversi. Un vecchio trucco filosofico, la così detta "legge di Leibniz", sostiene che due cose sono identiche se e solo se tutte le proprietà che sono applicate a una possano esserlo anche all'altra. Ma le proprietà degli stati mentali e di quelli fisici sono ovviamente differenti.

Ci sono numerose varianti della teoria dell'identità.

Nella teoria causale della mente di David Malet Armstrong, uno stato mentale ha una connessione di causa con uno stato fisico. Essi sono identici, ma esiste anche una connessione causale fra di loro ("uno stato del cervello causa uno stato mentale"), così come noi percepiamo molti fenomeni naturali senza percepire i corrispondenti processi fisici microscopici. David Lewis discusse sul fatto che uno stato mentale può essere definito da uno stato fisico, che non è necessariamente lo stesso per tutte le specie, e da un ruolo "causale", che esprime un comportamento che lo stato induce nell'organismo.

Comunque essi ruotino intorno alla teoria dell'identità, tutti questi filosofi affrontarono lo stesso problema: come spiegare le sensazioni e le emozioni che noi percepiamo, che sono ovviamente molto differenti in natura da una parte di materia.

Una maniera elegante di risolvere il problema dell'irriducibilità venne proposta dal filosofo britannico Bertrand Russell. Egli era tendenzialmente consapevole dell'insondabilità della materia in generale e della materia cerebrale in particolare: noi non possiamo sapere la natura della materia (elettroni, onde gravitazionali e così via) se non attraverso teorie ed esperimenti, ma non possiamo mai percepirlo direttamente. In particolare, noi non possiamo conoscere i processi che avvengono nel nostro cervello. La mente ci permette di percepire al minimo alcuni di questi processi. Egli sottolineò che quello che un neurofisiologo vede realmente, mentre esamina il cervello di una persona, è una parte del proprio cervello. L'irriducibilità del mentale al fisico è semplicemente un'illusione: il mentale e il fisico sono vie differenti di conoscere la stessa cosa, il primo attraverso la coscienza, il secondo attraverso i sensi. La coscienza ci da una conoscenza diretta, immediata di quello che c'è nel cervello, mentre i sensi possono osservare (possibilmente supportati da strumenti) quello che è nel cervello.

Nella teoria di Russell il mentale non è riducibile al fisico, e la tradizionale preminenza del fisico sul mentale è capovolta: il mentale è un potere trasparente del carattere intrinseco del cervello. La coscienza è, principalmente, solo un altro senso, un senso che anziché percepire colori, odori, suoni, percepisce la vera natura del cervello. Molte altre variazioni su queste idee di base sono state discusse e introdotte da filosofi. Una è stata particolarmente influente e ha condotto allo studio dell'intelligenza artificiale.

Con il monismo anomalo Donald Davidson ha dimostrato che il mentale e il neuronale non sono la stessa cosa e ha promosso la teoria dell'identità. La teoria della mente di Davidson si basa su un semplice sillogismo:
Almeno alcuni eventi mentali interagiscono casualmente con eventi fisici
Eventi collegati da un rapporto di causa-effetto sono legati a leggi deterministiche
Non c'e nessuna severa legge deterministica per cui eventi mentali possano essere predetti e spiegati (questa è l'"anomalia" della mente).

Tutto ciò appare contraddittorio, a meno che noi non assumiamo che la mente sia qualcosa d'altro. Tutto ciò che questo significa è che il regno fisico e quello mentale hanno caratteristiche essenziali, che sono in qualche modo incompatibili: uno stato mentale non può essere semplicemente uno stato cerebrale. Non può esistere alcuna legge che colleghi il mentale con il fisico. In alti termini, non ci può essere nessuna teoria che connetta la psicologia e la neurofisiologia.

Nella teoria dell'identità Davidson dichiara che la stessa condizione dello stato mentale potrebbe corrispondere a differenti stati neuronali in tempi differenti; questo significa che, dato uno stato mentale, non è possibile relazionarlo a uno stato fisico specifico. Lo stesso evento potrebbe essere sia mentale che fisico, ma non c'è nessuna relazione tra le due descrizioni.

Davidson crede che ci sia una sola sostanza, una sostanza fisica, e che eventi "dati" siano fisici. Ogni evento mentale è un evento fisico, ma non è possibile ridurre proprietà mentali a proprietà fisiche (non ci sono leggi psicofisiche), e perciò,  per esempio, il linguaggio della psicologia non può essere ridotto al linguaggio fisico. Il mentale è infine fisico, ma non c'è nessun modo di spiegare eventi mentali in termini di eventi fisici. Il regno mentale non può essere oggetto di investigazione scientifica.

Il funzionalismo (Armstrong, Lewis) è in realtà un caso speciale della teoria materialistica dell'identità in cui uno stato mentale è definito unicamente dalla relazione causale che induce sul comportamento e su altri stati mentali. Gli stati mentali esprimono, infine, relazioni causali. In altre parole, essi hanno così una funzione. Non importa di che cosa siano fatti, gli stati mentali hanno una funzione ed è questo che conta. Noi definiamo qualche cosa "termometro" se misura la temperatura, senza attribuire importanza al fatto che sia di plastica o di metallo: è la sua funzione e non il materiale che determina che cosa esso sia. Una mente non ha necessariamente bisogno di un cervello: Qualsiasi cosa in grado di espletare la stessa funzione è essa stessa una mente. Allo stesso modo, gli stati mentali sono definiti dalle loro funzioni, e potrebbero essere situati su un computer o un cervello. Come dato di fatto, utilizzando una tecnica inventata da Frank Ramsey, è possibile tradurre ogni frase contenente termini psicologici"non scientifici" (come "credere", "desiderare") in una frase più formale che contiene unicamente relazioni causali. La mente è semplicemente il sito in cui queste relazioni causali sono attuate.

La differenza tra funzionalisti e comportamentisti non è così netta. Principalmente, i comportamentisti rifiutarono di trattare gli stati mentali e si focalizzarono sul comportamento, mentre i funzionalisti sostennero che gli stati mentali sono tali perché causano il comportamento. Il funzionalismo non nega l'esistenza della mente, infatti estende le possibili realizzazioni della mente nella natura.

Il funzionalismo ha un vantaggio sul materialismo: è provato che circuiti neuronali differenti provochino gli stessi stati mentali (persone diverse con diversi cervelli percepiscono le stesse emozioni, la stessa persona con un cervello che si modifica sente le stesse emozioni, un cervello danneggiato tende a ripararsi per attuare le stesse prestazioni che forniva precedentemente), ma il materialismo comporta che uno stato mentale sia una diretta conseguenza di uno stato fisico, che potrebbe significare come due differenti stati fisici possano indurre due differenti stati mentali. Il funzionalismo permette una "realizzazione multipla". Riassumendo, non è necessario che lo stato mentale si realizzi in un cervello: il funzionalismo si occupa esclusivamente della "funzione", non della cosa che attua la funzione. Siccome le funzioni devono essere attuate da un'entità fisica, il funzionalismo computazionale implica una sorta di materialismo. David Lewis sposò entrambe le teorie: ogni stato mentale è uno stato fisico, e ogni stato mentale è uno stato funzionale. L'adesione alle due teorie risolse due categorie di paradossi popolari, il paradosso del "dolore folle" (cosa accadrebbe se un essere umano fosse nato composto di carne come chiunque altro ma con una sensazione di percezione del dolore completamente differente?) e il paradosso del "dolore marziano" (cosa succederebbe se essendo composti da materie differenti si reagisse al dolore nello stesso modo?).



Secondo il funzionalismo computazionale la mente è un programma e il cervello è il suo hardware, e l'esecuzione di quel programma in quel hardware conduce a un risultato che è il comportamento esteriore dell'organismo. La mente è un processore di simboli (così come il computer) e gli stati mentali sono in relazione agli stati computazionali. Un altro caso speciale è il funzionalismo "homuncular" (Dennet, Lycan), che ha scisso la mente in menti sempre più piccole sino ad arrivare a uno stato fisico: un processo mentale è il prodotto di processi mentali di livello inferiore, e ognuno di questi processi è a sua volta il risultato di processi primitivi. Ogni livello più basso è sempre meno "mentale" del precedente. Alla base di questa gerarchia ci sono i processi neuronali del cervello.

La critica più comune al funzionalismo è il fatto che sia altamente poco plausibile che oggetti differenti da un cervello possano avere una mente, ma poi (come Chalmers ha sottolineato) il cervello stesso, quella brutta, caotica, appiccicosa massa grigio-biancastra, è un improbabile candidato per qualcosa di così speciale come la mente. Perché dovrebbe un computer essere più bizzarro di un cervello? La mente risiede nell'organizzazione o nella sostanza? O in entrambe?

Il problema con il dualismo della sostanza è come mente e cervello si influenzino reciprocamente e se siano composte di due sostanze differenti. Non c'è dubbio che la mente e il cervello comunichino in qualche modo fra di loro. Come può avvenire questo se sono fatte di materia diversa? Una via di uscita a questo problema è presupporre che esista un intermediario tra i due.

Eccles discute che l'interazione tra la mente e il cervello di un individuo è analoga al campo di probabilità di meccanica quantistica. L'energia mentale può provocare eventi neuronali attraverso un processo analogo al modo in cui il campo di probabilità genera azione. Egli chiama "psychon" l'unità mentale che trasmette intenzioni mentali alle unità neuronali.

Il fisico inglese Roger Penrose, uno dei leaders in "General Relavitiy", aderisce anche all'assunto che esista un mondo separato di stati di coscienza e che la mente possa accedere a tale mondo. Ma il mondo delle idee di Penrose è ancora un mondo fisico: le informazioni "protoconscious" sono codificate nella geometria spazio- temporale all'interno della scala Planck, e la nostra mente ha accesso ad esse (cioè è cosciente) quando un particolare processo di quanti avviene nel nostro cervello.

Il filosofo americano John Searle non andò così lontano, ma rifiutò anch'egli l'idea che l'universo fosse suddiviso in proprietà fisiche e mentali: le cose come le "sentenze sgrammaticate": la mia abilità a sciare, il governo e i punti segnati in una partita di calcio, non possono essere facilmente categorizzate come mentali o fisiche. La tradizionale dicotomia "mentale-fisico" appare essere spropositata.

Una formulazione più umile ci è data dal matematico americano Rudy Rucker, che credeva nell'esistenza di un paesaggio mentale separato. Rucker chiede:"Credi che quello che hai pensato ieri sia ancora parte della tua mente?". Non è facile rispondere a questa domanda se ritieni che le idee facciano parte della mente. La conclusione di Rucker è che esista un mondo di idee separato dal mondo mentale e fisico. La nostra mente può viaggiare nel paesaggio mentale che contiene tutti i pensieri possibili proprio come il nostro corpo può viaggiare attraverso lo spazio fisico che contiene tutti i possibili luoghi. Le menti dividono lo stesso paesaggio mentale allo stesso modo in cui i corpi dividono lo stesso spazio mentale. Dividiamo tutti lo stesso paesaggio mentale, così come dividiamo tutti lo stesso mondo. In particolare, il paesaggio mentale contiene tutti gli oggetti matematici e i matematici esplorano il paesaggio mentale così come gli astronauti esplorano lo spazio fisico. Lo stesso vale per le leggi naturali e per i fisici. Le formule matematiche e le leggi di natura hanno un'esistenza indipendente. Questo è ovviamente niente più che una nuova aggiunta al vecchio mondo delle idee di Platone.

Il termine "supervenience" è utilizzato per esprimere il fatto che un dominio è completamente determinato da un altro dominio. Per esempio, le proprietà biologiche "supervene" su proprietà fisiche, dal momento che le proprietà biologiche di un sistema sono determinate dalle sue proprietà fisiche. Le proprietà fisiche e biologiche di un organismo sono ambiti differenti di proprietà, ma quelle fisiche determinano quelle biologiche. Una persona può infatti studiare le proprietà biologiche senza dover trattare anche quelle fisiche.

Jaegwon Kim, estendendo il criticismo di Davidson a proposito della teoria dell'identità e generalizzando la dottrina del funzionalismo, applicò il concetto alla mente: le proprietà mentali sono "supervenient" su quelle fisiche (neuronali). Secondo Kim, quindi, il mentale è "supervenient" sul fisico così come le proprietà macroscopiche degli oggetti "supervine" sulle strutture microscopiche. Intuitivamente questo significa che la mente è per il cervello quello che il fulmine è per le particelle caricate elettricamente: lo stesso fenomeno che si manifesta in due modi diversi.

La "supervenience" di Kim definisce una relazione tra il mentale e il fisico e definisce anche alcuni limiti. Uno stato mentale non può corrispondere a due differenti stati fisici. Due cervelli non possono presentare lo stesso stato mentale se sono in stati fisici differenti. Nel dibattito sul materialismo, Kim si schiera con i "fisicalisti": gli stati mentali dipendono dai corrispondenti stati neuronali: ogni cambiamento negli stati mentali deve essere collegato a un corrispettivo cambiamento negli stati fisici. Gli stati mentali "sono" stati neuronali, allo stesso modo in cui l'elettricità "è" gli stessi elettroni. Naturalmente ci si chiede da dove provenga l'elettricità. Si può organizzare in natura una gerarchia cominciando da particelle elementari e terminando con la coscienza. A ciascun livello si applicano alcune proprietà, ma al livello immediatamente superiore se ne applicano delle altre. Per esempio, gli elettroni hanno massa e movimento, ma l'elettricità ha potenziale e intensità. Componenti chimici hanno densità e conduttività, mentre organismi biologici hanno crescita e riproduzione. Ad ogni livello una nuova serie di proprietà emerge: per esempio, la forza debole al livello elementare delle particelle, la viscosità al livello molecolare, il metabolismo al livello biologico, e la coscienza al livello cognitivo. Il filosofo inglese Charlie Dunbar Broad aveva già dimostrato nel 1920 che l'universo è stratificato e che ogni livello rimanda al livello successivo ma non è in grado di spiegare le nuove proprietà che emergono con esso.

La "supervenience" da per scontato che la natura lavori in questo modo, ma non offre alcuna spiegazione del perché a un livello superiore noi dovremmo trovare l'elettricità in luogo di, per dire, "huicity or flowixity" (proprietà immaginarie): perché e come le proprietà? Perché e come la mente emerge dal cervello? Ultimamente, questo è il dilemma della "causazione mentale": come fa il cervello a causare la mente? In generale, questo è il dilemma delle proprietà di "secondo ordine": come fanno proprietà di un livello a causare proprietà ad un altro livello? John Searle (che crede che le menti siano caratteristiche di alto livello dei cervelli) ammette questa "supervenience" a un'estensione che risulta causale: gli stessi stati neuronali sono anche gli stessi stati mentali, dal momento che i primi causano i secondi. La "supervenience" si rivela dunque essere un paradigma utile perché è ridotto alla causalità. Kim non impose alcuna relazione causale: la relazione tra il mentale e il neuronale è analoga alla relazione tra l'utilità di un oggetto e le caratteristiche che lo rendono utile: tali caratteristiche non "causano" la sua utilità, la "costituiscono".

Tutti i fatti dell'universo (e sono per cui supervenient) dipendono da fatti fisici, ma la natura di questa dipendenza non è casuale, almeno secondo il filosofo americano David Chalmers. Proprietà che sono "supervenient" sul mondo fisico possono normalmente essere ridotte ad esso (cioè spiegate nei suoi termini), anche se la coscienza non è veramente, completamente "supervenient" sul neuronale, e per questo non può essere ridotta al neuronale. Chalmers distingue tra "logical supervenience" (che può essere largamente interpretata come possibilità, come situazioni che potrebbero potenzialmente accadere perché sono conformi a qualche ipotetico mondo fisico) e "natural supervenience" (che invece esprime una necessità empirica, quando due serie di proprietà sono sistematicamente e precisamente correlate nel nostro mondo naturale). Situazioni logicamente possibili non sono necessariamente anche situazioni naturalmente possibili (per esempio, ogni situazione che viola la legge di natura). "Logical supervenience" implica "natural supervenience", ma non vale il contrario. La distinzione tra i due tipi di "supervenience" è importante, Chalmers dimostra che un fenomeno può essere ridotto a una serie di proprietà di livello inferiore solo se è "logicamente" supervenient su quelle proprietà; in particolare, può essere ridotto al fisico solo se è "logicamente" supervenient sul fisico. La maggior parte delle cose sono logicamente supervenient sul fisico, così che  si possa trovare una spiegazione fisica per esse, le proprietà mentali invece sono semplicemente supervenient in modo naturale (e non logico) sulle proprietà fisiche. Di conseguenza non possono essere ridotte al fisico.

Tutto questo sembra significare che l'universo potrebbe essere completamente differente da quello che è, ma funzionare comunque (avrebbe semplicemente leggi diverse della natura), mentre la nostra coscienza è la nostra coscienza e non può che essere così. Le cose che noi possiamo spiegare in termini di fatti fisici sono quelle del primo tipo.

La credenza fondamentale di Hilary Putnam era che lo stesso stato mentale possa essere completato da differenti stati fisici.

Per esempio, ciascuna persona ha un cervello differente, ma ogni persona ha gli stessi stati psicologici di "paura", "felicità", etc. Anche altri animali mostrano alcuni degli stessi stati. Putnam classificò stati mentali basati sulle loro funzioni, i.e. le loro funzioni causali senza il sistema mentale, non curante della loro struttura fisica. Stati fisici e mentali possono essere anche raggruppati in modi differenti.

Putnam suggerì che lo stato psicologico di un individuo fosse identificato con lo stato di una macchina (alla base, con un computer). Uno stato psicologico causerebbe altri stati psicologici in accordo con le operazioni della macchina. Credenza e desiderio corrisponderebbero a formule contenute in due registri di un computer. Algoritmi appropriati citerebbero quei contenuti per produrre azione.

Questa idea conduce a un caso speciale della teoria dell'identità, la teoria computazionale della mente.

La "teoria rappresentazionale della mente", sviluppata dal linguista americano Jerry Fodor, rappresenta un'evoluzione rispetto alle idee di Putnam. Fodor vuole dimostrare che la mente è un processore simbolico. La conoscenza del mondo è fissata in rappresentazioni mentali, e le rappresentazioni mentali sono simboli, che possiedono il loro ruolo causale in virtù delle loro proprietà sintattiche (i.e, in virtù del loro modo di essere utilizzati in operazioni di "computing"). La mente è dotata di un set di ruoli che operano su ciascuna rappresentazione. La vita cognitiva è la trasformazione di quei ruoli. La mente chiama in giudizio simboli in un modo puramente sintattico, senza essere a conoscenza di che cosa quei simboli significhino. Il comportamento è solo dovuto alle strutture sintattiche interne della mente. I simboli utilizzati per costruire rappresentazioni mentali appartengono al linguaggio del pensiero o "mentalese". Tali parole non possono far parte del linguaggio che noi parliamo, perché la vera abilità di parlare richiede l'esistenza di un linguaggio interno della rappresentazione. Tale linguaggio è una parte intrinseca del cervello ed è stato prodotto in qualche modo attraverso l'evoluzione. Una credenza, per esempio, è pronunciata come una sentenza nel linguaggio del pensiero, che risiede nell'area di credenza del cervello. ("io credo che il mio nome sia Piero" viene trasformato da una traslazione nel linguaggio del pensiero della frase inglese:"my name is Barbara").

Molti filosofi contemporanei, in particolare John Searle, sosterrebbero l'affermazione che i processi mentali sono causati dal cervello. E il concetto suona intuitivamente vero. Una più approfondita ricerca rivela quanto infondata sia questa visione e quanto ingannatrice possa essere per un ragionamento sulla coscienza. Il problema come spesso accade con i filosofi, è che l’affermazione è troppo informale per produrre una discussione formale e scientifica.

La mente è una fabbrica di illusioni. Essa crea la realtà più profonda in opposizione alla più esterna realtà del mondo. Noi vediamo colori e forme, percepiamo gli odori e i profumi, udiamo voci e suoni. Percepiamo lo scorrere del tempo. Ma l'universo è composto da particelle e onde. La mente traduce il mondo in sensazioni. Poi elabora le sensazioni per produrre pensieri, memoria , concetti, idee. Nessuno di questi è reale. È solo una gigantesca illusione. Non saremo mai sicuri se qualcosa esista davvero.

Poi la mente crea la coscienza, i.e. la consapevolezza di sentire quelle sensazioni e , soprattutto, la sensazione soggettiva di esistere. Può la coscienza essere la diretta conseguenza dell'esistenza di queste illusioni? Esiste  qualche essere vivente dotato di percezione sensoriale dotato anche di coscienza?

La scienza necessita di definizioni argute, attendibili, in special modo definizioni degli oggetti che studia. Sfortunatamente, la mente è una di quelle cose che noi intuitivamente, ovviamente conosciamo, ma, quando cerchiamo di formalizzare ci rendiamo conto di non conoscerla affatto. Il modo più comune per definire cosa sia la mente, è fare una lista delle facoltà cognitive: la mente è qualcosa che può imparare, ricordare, ragionare, ecc… La verità è che facendo così noi abbiamo solo spostato il livello: dobbiamo adesso definire la capacità di apprendere, la memoria, il ragionamento, ecc… Più scientifici cerchiamo  di essere più diamo definizioni che sono sempre più lontane da come vorremmo che fossero. Come abbiamo visto, molte cose (e certamente molti sistemi biologici ) possono essere definiti capaci di qualche capacità ci imparare, ricordare, ragionare, ecc… I cristalli mostrano potenti processi di organizzazione di se stessi.

La mente mortale è un sistema intellettuale temporaneo prestato agli esseri umani perché lo usino durante il periodo di una vita materiale, e secondo come impiegano questa mente essi accettano o respingono il potenziale dell’esistenza eterna. La mente è quasi tutto ciò che possedete della realtà universale che sia sottomesso alla vostra volontà, e l’anima – l’io morontiale – mostrerà fedelmente il frutto delle decisioni temporali che l’io mortale avrà preso. La coscienza umana riposa dolcemente sul meccanismo elettrochimico soggiacente e tocca delicatamente il sistema energetico morontiale-spirituale soprastante. Nel corso della sua vita mortale l’essere umano non è mai completamente cosciente di nessuno di questi due sistemi; perciò egli deve lavorare nella mente, di cui è cosciente. E non è tanto ciò che la mente comprende quanto ciò che la mente desidera comprendere che assicura la sopravvivenza; non è tanto ciò cui la mente assomiglia quanto ciò cui la mente si sforza di assomigliare che costituisce la sua identificazione con lo spirito. Non è tanto il fatto che l’uomo sia cosciente di Dio quanto che l’uomo aneli Dio che si traduce nell’ascensione dell’universo. Ciò che siete oggi non è così importante quanto ciò che state diventando giorno per giorno e nell’eternità.

La mente è lo strumento cosmico sul quale la volontà umana può suonare le dissonanze della distruzione, o dal quale questa stessa volontà può trarre le squisite melodie dell’identificazione con Dio e della conseguente sopravvivenza eterna. L’Aggiustatore conferito all’uomo è in ultima analisi impermeabile al male ed incapace di peccare, ma la mente mortale può essere effettivamente ingannata, distorta e resa malvagia e turpe dalle macchinazioni colpevoli di una volontà umana perversa ed egoista. Allo stesso modo questa mente può essere resa nobile, bella, vera e buona – effettivamente grande – in armonia con la volontà spiritualmente illuminata di un essere umano che conosce Dio.

La mente evoluzionaria è pienamente stabile e degna di fiducia solo quando si manifesta ai due estremi dell’intellettualità cosmica – quello totalmente meccanizzato e quello interamente spiritualizzato. Tra gli estremi intellettuali di puro controllo meccanico e di vera natura spirituale c’è quell’immenso gruppo di menti ascendenti in evoluzione la cui stabilità e tranquillità dipendono dalla scelta della personalità e dall’identificazione con lo spirito.

La mente è un fenomeno che connota la presenza e l’attività di un ministero vivente in aggiunta a vari sistemi d’energia; e ciò è vero a tutti I livelli dell’intelligenza. Nella personalità la mente interviene sempre tra lo spirito e la materia; per questo l’universo è illuminato da tre tipi di luce: luce materiale, perspicacia intellettuale e luminosità spirituale.



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