lunedì 28 settembre 2015

LA STATUA DELLA LIBERTA'

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Il 17 giugno 1885 la Statua della Libertà arriva a New York: i 300 pezzi di rame della statua sono contenuti in 214 casse stipate sulla nave francese Isere, che quasi affonda nel mare in tempesta. Era un dono della Francia in occasione del primo centenario dell’indipendenza americana dagli inglesi

La Statua della Libertà fu un regalo che i massoni francesi fecero all’America. Lo scultore della statua infatti fu un massone di nome Frederic A. Bartholdi (1834-1904), con cui collaborò Gustave Alexander Eiffel (1832-1923), ingegnere e imprenditore francese divenuto famoso per la costruzione della Torre Eiffel a Parigi, che era anche lui massone.
Le origini massoniche di questa famosa statua sono confermate sul sito della Gran Loggia Autonoma delle Calabrie, dove si legge a proposito della statua della libertà: ‘L’origine massonica della Statua della Libertà è fuor di dubbio: fu, specificamente, un regalo della massonica Francia alla massonica America, copia dell’icona che campeggia sulla Senna. Secondo la mitologia massonica, le Statue della Libertà simboleggiano la Regina Semiramide e Iside. Il Sole che circonda il capo della Statua è anch’esso un simbolo di origine ermetica: il quale, peraltro, è stato a lungo sotto gli occhi degli italiani, sui vessilli dei massonicissimi Partito Socialista e Partito Social Democratico – insieme al Libro della Legge, che peraltro entrambe le Statue della Libertà reggono in mano. La torcia simboleggia l’illuminazione, la Luce, la Conoscenza: è un segno della Tradizione Primordiale e Unica’.
In un documentario viene detto da più parti che in realtà questa statua rappresenta Lucifero, il portatore di luce secondo i massoni e gli Illuminati, e difatti la statua rappresenta una donna che porta una torcia che rappresenta la luce o l’illuminazione che porta appunto Lucifero (Satana), il dio dei massoni e degli Illuminati.

La Statua della Libertà è il simbolo di New York e degli Stati Uniti d'America, ed è uno dei monumenti più importanti e conosciuti al mondo.

Svetta all'entrata del porto sul fiume Hudson al centro della baia di Manhattan, sulla rocciosa Liberty Island. Il nome dell'opera è La Libertà che illumina il mondo.

Fu progettata dal francese Frédéric Auguste Bartholdi; è costituita da una struttura reticolare interna in acciaio rivestita da 300 fogli di rame sagomati e rivettati insieme, che poggia su un basamento granitico grigio-rosa che si è a lungo pensato fosse di provenienza sarda, benché recenti ricerche abbiano smentito la provenienza della roccia dall'isola della Maddalena e l'abbiano ricondotta alla cava di Stony Creecy nel Connecticut.

Con i suoi 93 metri d'altezza (incluso in basamento), che dominano l'intera baia di New York, essa risulta perfettamente visibile fino a 40 chilometri di distanza. Raffigura una donna che indossa una lunga toga e sorregge fieramente in una mano una fiaccola (simbolo del fuoco eterno della libertà), mentre nell'altra tiene un libro recante la data del giorno dell'Indipendenza americana (4 luglio 1776); ai piedi vi sono delle catene spezzate (simbolo della liberazione dal potere del sovrano dispotico) e in testa vi è una corona, le cui sette punte rappresentano i sette mari o i sette continenti.

La statua prende a sua volta ispirazione da un altro monumento, ovvero la "Dea Romana della Libertà".



Nel 1865, in una conversazione a casa propria in Versailles, l'intellettuale Edouard Laboulaye, ardente sostenitore dell'Unione nella Guerra di secessione americana, disse: «Se un monumento deve sorgere negli Stati Uniti come un ricordo della loro indipendenza, devo credere che sia naturale realizzarlo con sforzi comuni - un lavoro comune delle nostre due nazioni». Il commento di Laboulaye non era evidentemente una proposta, ma ispirò un giovane scultore, Frédéric Auguste Bartholdi, che era presente al pranzo.

A causa del regime repressivo di Napoleone III, Bartholdi non intraprese alcuna azione in merito, salvo il parlarne con Laboulaye. Invece egli contattò Isma'il Pascià, Khedivè d'Egitto, per progettare un grande faro in forma di una popolana egiziana fellah (contadina), vestita e portante in alto una torcia, all'ingresso settentrionale del canale di Suez a Porto Said. Schizzi e modelli della proposta vennero approntati, sebbene il faro non sia poi mai stato realizzato. Vi era un precedente classico, per questa proposta di Suarez: il Colosso di Rodi: un'antica statua in bronzo rappresentante il Dio Sole Helios. Si ritiene che questa statua sia stata alta oltre 30 m, posta all'ingresso del porto di Rodi.
Consultata la fonderia francese Gaget, Gauthier & Co., Bartholdi concluse che sarebbe stato conveniente realizzare il rivestimento della statua in fogli di rame battuto con la tecnica a sbalzo. Uno dei vantaggi, nell'utilizzare tale tecnica era quello di alleggerire in modo enorme il peso della statua, ottenendo un peso per unità di volume incredibilmente basso, soprattutto per i metalli costosi, (il rame non doveva superare lo spessore di 2,4 mm). A seguito di tali considerazioni si decise per un'altezza dell'opera pari a 46 m, doppia di quella della statua italiana del Colosso di San Carlo Borromeo (detto anche San Carlone) e del tedesco Hermannsdenkmal di Detmold, dedicato al condottiero dei Germani Cherusci Arminio, realizzati con la medesima tecnica.

Bartholdi si interessò al progetto in proposito uno dei suoi ex insegnanti, l'architetto francese Eugène Viollet-le-Duc, il quale progettò per la statua un sostegno in mattoni, al quale il rivestimento sarebbe stato ancorato. Tuttavia Le Duc morì subito dopo senza lasciare istruzioni su come connettere sostegno e rivestimento. La realizzazione del sostegno venne quindi affidata a Gustave Eiffel (il creatore dell'omonima torre), che abbandonò l'idea della struttura in mattoni, optando per una a colonne, e travi a struttura reticolare.

Eiffel decise di non utilizzare una connessione rigida del rivestimento in rame alla struttura di sostegno in acciaio, che avrebbe indotto tensioni nel rivestimento, ad effetto delle dilatazioni termiche differenti tra parte esterna, fortemente riscaldata nelle estati, raffreddata negli inverni, e la parte interna a diversa temperatura ed enormemente più rigida, oltre che per effetto dei differenti coefficienti di dilatazione. Tali tensioni avrebbero reso problematico qualsiasi vincolo ristretto. Per consentire alle parti di rivestimento piccoli spostamenti relativi, previde un collegamento più labile, elastico, di tali parti alla struttura, realizzato mediante una serie di nastri metallici rivettati, che pur assicurando un buon sostegno del rivestimento mediante le cosiddette "selle", ne permettessero in maniera apprezzabile piccoli spostamenti. Data la forma complessa del rivestimento ogni singola sella di connessione alla struttura di sostegno dovette essere foggiata singolarmente con un minuzioso lavoro artigianale. Per prevenire la corrosione galvanica dovuta al contatto di metalli diversi, Eiffel isolò il rivestimento con amianto impregnato di gommalacca. Il cambiamento nella struttura del materiale dalla muratura al metallo permise a Bartholdi di modificare i suoi piani per l'assemblaggio della statua: egli pensava inizialmente di installare in posto il rivestimento non appena la struttura in mattoni fosse stata pronta, decise invece di far costruire la Statua in Francia, struttura e rivestimento, in un apposito cantiere, quindi smontarla per il trasporto negli Stati Uniti, e riassemblarla nel luogo definivo a Bedloe's Island (oggi Liberty Island).

Il progetto di Eiffel rese la statua uno dei primi esempi di costruzione a facciata continua (Mur-rideau in francese), nella quale la struttura non è autoportante ma è sostenuta da un'altra che sta all'interno. Egli incluse due scale a chiocciola interne per rendere più facile l'accesso ai visitatori che potevano così recarsi sul punto di osservazione nella corona. L'accesso invece alla piattaforma che circondava la torcia venne previsto, ma lo spazio limitato intorno al braccio consentì la costruzione di una sola stretta scala, lunga 12 m. Man mano che la struttura cresceva, Eiffel e Bartholdi coordinavano il loro lavoro accuratamente in modo che i segmenti del rivestimento si adattassero perfettamente alla struttura di sostegno.

La statua fu donata dai francesi agli Stati Uniti d'America in 1883 casse trasportate a New York per mezzo di una piccola nave (che dovette effettuare numerosi viaggi) e ivi assemblata, in segno di amicizia tra i due popoli e in commemorazione della dichiarazione d'Indipendenza di un secolo prima (1776). La statua venne trasportata via mare, naturalmente senza basamento. In mancanza di fondi per costruire quest'ultimo (oltre un milione di dollari dell'epoca) il New York Times lanciò una sottoscrizione pubblica. La gente rispose prontamente e la somma necessaria all'inizio del lavori fu depositata in pochi giorni.

La prima pietra della statua della Libertà viene posata su Bedloe's Island, a New York il 5 agosto 1884, fu completata entro il 1885 e inaugurata il 28 ottobre 1886, dieci anni dopo la ricorrenza per la quale era stata progettata. Nel 1886, durante l'inaugurazione, furono distribuite alcune miniature della statua, fabbricate dalla società francese Gaget, Gauthier & Co. A causa della difficoltà di pronuncia della parola Gaget, gli americani la trasformarono nella nota parola gadget.



Nel corso delle celebrazioni per l'inaugurazione, si formò spontaneamente la prima ticker-tape parade, evento divenuto tipico della cultura statunitense e legato particolarmente alla città di New York. Nel 1924 la statua divenne monumento nazionale insieme all'isola sulla quale è posta. Sul piedistallo vi è inciso un sonetto intitolato The New Colossus, scritto dalla poetessa statunitense Emma Lazarus, fatto che fu enfatizzato dalla stampa al fine di completare la raccolta dei fondi per finanziare il completamento dell'opera:

« Tenetevi, o antiche terre, la vostra vana pompa - grida essa con le silenti labbra - Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare liberi, i rifiuti miserabili delle vostre coste affollate. Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata. »
Il sonetto non fu ispirato alla Lazarus dal concetto di libertà, ma dalla sua presa di coscienza, in seguito ad una sua visita coinvolgente nei miseri quartieri di quarantena degli immigrati, in attesa nel porto di New York.

La pubblicazione del sonetto fu l'occasione della ripresa della raccolta dei fondi necessari al completamento (crowdfunding), che si era arenata.

Pare che le forme generali della statua opera di Frédéric Auguste Bartholdi siano state ispirate dalla statua della Libertà della Poesia, presente sul monumento funebre di Giovanni Battista Niccolini nella basilica di Santa Croce a Firenze, ad opera dello scultore Pio Fedi; il volto della statua ebbe comunque come modello quello della madre di Bartholdi.

La statua della Libertà presenta una notevole somiglianza con un'opera marmorea di Camillo Pacetti, collocata a sinistra sulla balconata sovrastante il portale maggiore del Duomo di Milano; la scultura di Pacetti si intitola La Legge Nuova e fu collocata, dove ancora oggi si trova, nel 1810.

Secondo Will Gompertz, direttore per sette anni della Tate Gallery nonché personaggio inserito tra i cinquanta intellettuali più creativi del mondo dalla rivista newyorkese "Creativity" , il dipinto di Eugène Delacroix "La Libertà che guida il popolo", ora esposto al Louvre, è stato l'ispirazione da cui è nata la Statua della Libertà. Il personaggio principale è una donna impetuosa che impersona la libertà.

Il primo modello della statua, in scala ridotta (11,50 m), fu costruito nel 1870. Si trova a Parigi, vicino al ponte Grenelle, sull'Île aux Cygnes, un'isola sulla Senna, nelle vicinanze del vecchio laboratorio di Bartholdi. Donato alla città il 15 novembre 1889, guarda verso l'Oceano Atlantico, verso la sua "sorella maggiore" nel porto di New York, eretta tre anni prima. Prima di diventare il simbolo della città, la statua, tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento, fungeva da faro. Fu anche il primo faro ad elettricità, visibile in un raggio di circa 40 km.

L'accesso al pubblico al balcone che circonda la torcia è stato chiuso per ragioni di sicurezza nel 1916. Nel 1984 la statua venne chiusa al pubblico per due anni e ristrutturata in occasione del 100º anniversario e la sua torcia originale, ormai vecchia e corrosa venne sostituita da una nuova placcata in oro a 24 carati, in seguito la vecchia torcia venne anch'essa restaurata ed esposta nell'entrata principale del basamento. La cerimonia di riapertura della statua fu il 4 luglio 1986 (giorno ricorrente alle celebrazioni dell'Indipendenza americana) e in tale occasione vi fu la presenza dell'allora Presidente degli Stati Uniti d'America, Ronald Reagan . A seguito degli attentati dell'11 settembre 2001, la statua e Liberty Island sono state immediatamente chiuse al pubblico. L'isola e l'accesso al basamento sono stati riaperti solo agli inizi di dicembre 2001 in occasione del periodo pre natalizio, mentre l'accesso al piedistallo e alla corona della statua sono rimasti chiusi.



Il piedistallo venne riaperto ufficialmente il 3 agosto del 2004, su approvazione dell'amministrazione di George W. Bush. Il 17 maggio 2009, il presidente Barack Obama e il segretario degli Interni, Ken Salazar, annunciarono che come "dono speciale" per l’America, la statua sarebbe stata riaperta al pubblico a partire dal 4 luglio (giorno di indipendenza americana), ma con un afflusso quotidiano limitato, e prenotando online con largo anticipo il biglietto direttamente sul sito ufficiale "Statue of Liberty Cruises.com" o direttamente alle biglietterie dei moli di Battery Park a New York o Liberty Harbor a Jersey City. La statua, compreso il piedistallo e l'accesso fino alla corona, sono stati nuovamente chiusi il 29 ottobre 2011 (il giorno dopo le celebrazioni per 125 ° anniversario della statua), per l'installazione di nuovi ascensori e della nuova struttura della scala a chiocciola interna. Anche se la Statua della Libertà è rimasta chiusa al pubblico, Liberty Island ed il museo all'interno del basamento sono rimasti comunque aperti.

Ad un anno esatto dalla chiusura per restauri e l'installazione di una nuova e sofisticata scala mobile all'interno a partire dal 28 ottobre 2012, l'accesso completo ma pur sempre "limitato" alla statua dal piedistallo fino alla corona è stato nuovamente riaperto al pubblico. Tale annuncio è stato fatto ufficialmente da David Luchsinger, il sovrintendente di Ellis Island.

A causa del blocco del congresso americano, causato dalla bocciatura da parte del partito repubblicano al pacchetto della riforma "Obamacare", dal 1º ottobre al 13 ottobre 2013, tutti i parchi nazionali e quindi federali inclusa Liberty Island sono stati chiusi al pubblico, scatenando diverse polemiche. In seguito l'amministrazione Obama ha raggiunto un accordo con tutti gli Stati coinvolti, incluso quello di New York, per riaprire i propri parchi nazionali a spese degli stessi Stati, con previsto rimborso da parte della amministrazione dei parchi alla risoluzione del blocco, risoluzione che si è avuta ufficialmente il 17 ottobre 2013.





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venerdì 25 settembre 2015

Talis PATER, Talis FILIUS

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La frase latina Qualis pater, talis filius vuol dire: "Quale (è) il padre, tale (è) il figlio": in altre parole, il figlio è simile a suo padre.

È spesso citata in una forma lievemente diversa: Talis pater, talis filius.

Si ripete quest’antico proverbio a significare (più spesso, ma non necessariamente, con riferimento a qualità non buone) che il carattere e le tendenze d’ognuno derivano per via ereditaria dal padre, o dagli antenati in genere; oppure per rilevare l’importanza, nel bene e nel male, dell’esempio paterno; o infine, più semplicemente, per affermare, sovente in tono scherzoso, una qualunque somiglianza tra un certo padre e un certo figlio.



Alcune ricerche dimostrano l’importanza cruciale del ruolo delle madri nel trasmettere un sano atteggiamento alimentare, in particolar modo alle figlie.

Abituarsi ad una sana ed equilibrata alimentazione in famiglia è fondamentale per lo sviluppo di un corretto atteggiamento dei figli nei confronti del cibo; e prima si comincia meglio è, visto che i bambini iniziano a imparare dai propri genitori molto precocemente.

La tendenza - soprattutto delle bambine - di imitare le preferenze e abitudini della madre, e non soltanto quelle relative alla moda e alla bellezza ma anche quelle relative al cibo, è un fatto ben documentato. Uno studio recente ha dimostrato come nell’età prescolare le figlie di madri obese abbiano problemi di sovrappeso maggiori rispetto ai figli maschi. Inoltre è ben noto, come le ossessioni più comuni circa il cibo e le diete vengano trasmesse attraverso le generazioni principalmente lungo i rami femminili delle famiglie.

La convinzione che la storia alimentare della madre diventi il futuro alimentare delle figlie si sta affermando sempre di più e non sorprende affatto gli scienziati del comportamento. Il dr Andrew Hill, che insegna da tempo questa materia all’Università di Leeds nel Regno Unito, sottolinea il ruolo che gli adulti hanno nell’influenzare i bambini: è importante innanzi tutto che gli adulti siano consapevoli del fatto che le loro convinzioni ed i loro comportamenti relativi a salute, alimentazione e nutrizione verranno presi come esempio dai bambini almeno quanto il loro comportamento e i loro atteggiamenti rispetto a questioni morali e politiche.

Non è sempre facile determinare come le opinioni circa il cibo vengono trasmesse, perché questo avviene spesso in modo passivo. Così un’affermazione innocente da parte della madre come "odio le mie gambe grasse" e un suo comportamento alimentare differente rispetto al resto della famiglia possono acquistare una certa importanza. Le figlie in particolar modo, guardano, ascoltano e imparano a utilizzare quello che hanno visto e sentito per migliorare le parti del loro corpo di cui non sono soddisfatte.



In altri casi l’influenza diventa molto più attiva e non è necessariamente limitata alle madri. Il desiderio della famiglia di avere una bambina "bella", che spesso sta semplicemente ad indicare "magra", condiziona fortemente il futuro alimentare della ragazza in questione.

Anche i mezzi di comunicazione di massa e la società in generale hanno un ruolo importante nel condizionare donne e ragazze ad essere belle, magre e in forma. Tuttavia, consapevoli dell’esistenza di messaggi più o meno espliciti provenienti dalla televisione e dai giornali, le madri svolgono un ruolo privilegiato per poter a loro volta modificare, modellare e correggere questi messaggi.

Da bambine, è un mito da adorare follemente; da adolescenti, un ostacolo fastidioso per la propria libertà; da adulte, un modello che si imita o si rifugge con lo stesso ardore: 'la mamma è sempre la mamma', dice il detto, e per quanto il rapporto con lei possa non essere stato idilliaco, da grandi arriverà un momento in cui ci si accorgerà di avere ereditato i suoi stessi atteggiamenti che, nel bene e nel male, evidenziano una biologica somiglianza.

È il rapporto amore-odio per eccellenza quello tra madre e figlia, un rapporto fatto di complicità e rivalità, ammirazione e rifiuto, sentimenti contrastanti che coesistono evolvendosi nel corso della vita. Insomma, non tutte abbiamo con la nostra madre (o figlia) un rapporto idilliaco.

Generalmente è il periodo dell’adolescenza quello più carico di tensioni, quello in cui la figlia da bambina si prepara a diventare donna e, possibilmente, una donna diversa dalla propria madre. Credo tutte noi, anche quelle con i rapporti più idilliaci, abbiamo pensato almeno una volta nella vita che il modello rappresentato da nostra madre fosse esattamente quello a cui mai avremmo aspirato.

E invece non abbiamo scampo perché, almeno dai 31 anni in poi, saremo destinate a diventare proprio come lei e a fare nostri i suoi atteggiamenti e le sue abitudini, affrontando la vita come farebbe lei. Ma perché proprio 30 anni? Perché l’età della ribellione è ormai lontana e la nostra identità di donna è già ben definita.



Questi, a grandi linee, sono i risultati di un sondaggio effettuato per la società britannica di giochi online Dotty Bingo, condotto su un campione di oltre 1000 donne. Andando più nello specifico, vediamo che il 24% delle donne intervistate ha confessato che con la propria madre condivide la passione per gli stessi programmi TV, mentre il 16% ha ereditato gli stessi hobby, il 15% le stesse espressioni nel parlare e il 9% i medesimi gusti in fatto di uomini.

Secondo il 27% delle partecipanti, questa rivalutazione della figura materna avviene in media a 31 anni o comunque in un lasso di tempo che va dai 30 ai 35, secondo quanto emerso dalle riposte del 52% delle intervistate. Solo il 5% ha dichiarato che il cambiamento è avvenuto in loro già a partire dai 20 anni, il 26% tra i 35 e i 40 anni e il 10% tra i 40 e i 50 anni.

Ma le figlie sono contente di diventare così simili alle proprie mamme? Per il 50% del campione la prospettiva è allettante, la mamma è un ideale da raggiungere, mentre per l’altra metà un vero incubo.




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PLUTONE



Plutone fu scoperto meno di un secolo fa, nel 1930, grazie alle osservazioni dell’astronomo statunitense Clyde William Tombaugh, che considerò il corpo celeste come il nono pianeta del nostro sistema solare. Dopo anni di diatribe e discussioni, nell’estate del 2006 l’Unione astronomica internazionale (UAI) riclassificò Plutone da pianeta a “pianeta nano”, perché non soddisfa alcuni criteri stabiliti per la classificazione dei pianeti. La decisione fu molto contestata e se ne discute ancora oggi: molti astronomi continuano a ritenere che Plutone debba essere considerato un pianeta a tutti gli effetti.
Plutone orbita intorno al Sole nella Fascia di Kuiper, una porzione di Spazio in cui si trovano diversi corpi celesti ghiacciati all’esterno dell’orbita di Nettuno. Fu scoperta nei primi anni Novanta e in seguito gli astronomi si resero conto che Plutone era l’esponente più importante e interessante di questa classe di oggetti, e che poteva essere il più adatto per scoprire e studiare le caratteristiche dei pianeti nani. I ricercatori pensano che i corpi celesti nella Fascia di Kuiper siano tra i più antichi del nostro sistema solare: studiandoli, si dovrebbero quindi capire meglio i meccanismi che portarono alla formazione del piccolo angolo di Via Lattea – la nostra galassia – in cui si trova la Terra in compagnia degli altri pianeti.

La NASA ha diffuso una nuova fotografia di Plutone in alta definizione e a colori, che mostra in modo molto più chiaro e dettagliato la superficie del pianeta nano rispetto alle immagini pubblicate fino a ora.
La fotografia è stata scattata dalla sonda New Horizons lo scorso 14 luglio ed è stata di recente trasmessa verso la Terra da Plutone, che mediamente si trova a sei miliardi di chilometri di distanza da noi. La sonda non vede i colori, ma può scattare fotografie in bianco e nero a varie lunghezze d’onda che, combinate insieme dai tecnici della NASA, permettono di ricostruire i colori che potremmo vedere se stessimo osservando direttamente il pianeta. Alcune tonalità sono state accentuate per rendere più evidenti le differenze nelle varie aree. La nuova immagine permette di cogliere dettagli grandi poco più di un chilometro nelle loro dimensioni reali.
Dalle prime osservazioni è emerso che la superficie di Plutone è molto più frastagliata di quanto inizialmente ipotizzato dai ricercatori. Si vedono per esempio canali naturali allineati tra loro e lunghi centinaia di chilometri, la cui origine è forse dovuta ai movimenti della superficie e alla sublimazione dei ghiacciai dovuta all’esposizione ai raggi solari e alla presenza di un’atmosfera molto rarefatta (la sublimazione è il passaggio dallo stato solido a quello gassoso senza passare per uno stato intermedio liquido).


New Horizons ha scattato centinaia di fotografie nel corso del suo passaggio ravvicinato di luglio e le sta trasmettendo sulla Terra. La NASA stima che sarà necessario circa un anno prima di avere ricevuto tutte le immagini e gli altri dati raccolti dalla sonda. New Horizons è grande più o meno quanto un pianoforte a coda e per raggiungere Plutone ha sfruttato la spinta gravitazionale di diversi pianeti del Sistema solare, passandoci relativamente vicino: ha sorvolato Marte, ha oltrepassato la fascia degli asteroidi, è passata a 2,3 milioni di chilometri di distanza da Giove e si è poi fatta dare ulteriori spinte dalle orbite di Saturno, Urano e Nettuno. Il suo viaggio è iniziato nel 2006.

Ad ogni modo molte immagini sono giunte a terra, tante da permettere alla NASA una ricostruzione video del pianeta basandosi proprio su queste foto ad alta risoluzione (fino a 400m per pixel): montagne, canyon e corrugamenti della superficie come mai viste fino adesso. Si tratta come ovvio di una sola porzione del nano pianeta, comunque piuttosto ampia.

Ad occuparsi di questo complesso collage è stato Stuart Robbins, un ricercatore del Southwest Research Institute di Boulder, in Colorado, un lavoro inizialmente dedicato alla scoperta dei crateri d'impatto su Plutone e Caronte. La vicinanza della cintura di Kuiper assicura infatti asteroidi in abbondanza. Si tratta dunque della ricostruzione più fedele di Plutone, Robbins ha infatti aggiornato di continuo questa mappatura man mano che le immagini sono giunte a noi.
 
«Questo è proprio quello per cui ci siamo andati - ha detto in una nota Alan Stern, principale ricercatore della missione - e queste immagini, i dati e le altre rilevazioni per la prima volta ci aiuteranno a capire le origini e l’evoluzione del sistema Plutone. E quello che sta arrivando dalla sonda è un vero e proprio tesoro di dati, con immagini ad alta risoluzione e importanti rilevazioni sulla composizione dell’atmosfera».

«Plutone - ha aggiunto Stern - si sta rivelando un pianeta con una complessità e una diversità di forme al pari di quanto abbiamo già visto nel sistema solare». Jeff Moore, capo dei geologi della missione New Horizons, ha aggiunto che la superficie del pianeta nano «è complessa tanto quanto quella di Marte», con «montagne “alla rinfusa”, flussi ghiacciati di azoto e possibili dune».

La sonda New Horizons si trova ora a circa 5 miliardi di km dalla Terra e 69 milioni di km da Plutone e sta viaggiando verso la sua nuova meta, la fascia di Kuiper, a oltre 6 miliardi e mezzo di km dal Sole, che dovrebbe raggiungere nel gennaio 2019.



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giovedì 24 settembre 2015

GLI ANGELI

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Ognuno di noi ha accanto a sè un angelo custode. La tesi viene sostenuta e spiegata da un teologo tra i massimi studiosi di angeli. A volte rifiutiamo queste realtà spirituali ma l'angelo custode è il nostro migliore amico e, anche senza vederlo, spesso ci viene incontro e ci sostiene nelle situazioni più difficili. In pratica agisce come intermediario tra il mondo divino e il mondo umano, accorciando le distanze.
Una realtà, quella degli angeli custodi, che non viene accettata in maniera uniforme. Soprattutto chi ha una visione più laica della vita rifiuta la presenza degli angeli. Eppure ci sono segnali concreti della loro esistenza: quando ci troviamo in difficoltà di fronte a determinate decisioni da prendere, se si invoca l'angelo divino, arriva in soccorso. Anche il laico, in realtà, può percepire la loro presenza. E questo perchè dipende da una sensibilità tutta interiore. Ci sono delle preghiere specifiche per ottenere il loro aiuto. Si può invocare, ad esempio, «angelo di Dio che sei il mio custode, custodisci, governa me che ti fui affidato dalla pietà celeste». Ma esistono una infinità di formule per chiedere la loro intercessione.
Uno scrittore russo del secolo scorso ha spiegato che l'angelo custode è il nostro alter ego, l'amico più grande. Un' entità spirituale che rispetta completamente la nostra libertà, ecco perchè non tutti riescono a percepirli. Non che l'angelo si manifesti in carne ed ossa davanti a noi ma, per dirla con il teologo, «gli angeli si possono vedere come "luci seconde", un po’ come i cristalli sotto il sole».
La visione più precisa degli angeli è quella che ci arriva dal Cristianesimo. Il loro aiuto si cercava più in passato o se ne sente maggior bisogno ora? «Oggi assistiamo ad un paradosso - spiega l'esperto - perchè il materialismo nel quale siamo immersi tende ad allontanarci dagli angeli. Paradossalmente, però, la lontananza ci fa sentire ancora di più il loro bisogno: è un po’ come se ne decretassimo la morte e la successiva rinascita». Nei momenti di difficoltà, dunque, dobbiamo invocare il nostro arcangelo Gabriele: «rappresenta una speranza in più in questo mondo che ha perso i punti di riferimento. Un mondo senza angeli significherebbe la chiusura alla gioia e pure alla nobiltà d'animo».



L’angelo evoca spesso l’immagine del bimbetto paffuto con due aluccie sulle spalle che, con sguardo trasecolato, fissa davanti a sé o figure a fumetto che compaiono nei quadri con imponenti ali bianche e vesti candide. Questa immagine iconografica ha un valore simbolico ovvero indica la natura di messaggero di Dio (le ali) e di spirito puro (l’innocenza del bimbo o le vesti candide) che sono prerogative dell’angelo, ma perché dovremmo credere alla loro esistenza? Perché se si prende sul serio il Vangelo è Gesù stesso che ne afferma l’esistenza e ne spiega la natura di esseri spirituali, eternamente al cospetto di Dio ma anche deputati alla guida degli uomini. «Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono la faccia del Padre mio che è nei cieli» (Mt 18,10).  Nel Vangelo gli angeli sono citati 175 volte, circa 250 nel Vecchio Testamento, quindi occorre prestare attenzione al ruolo che viene loro assegnato nella storia della salvezza del popolo eletto e di ogni fedele oggi.

L’angelo compare in tantissime opere d’arte accanto alla Vergine Maria per annunciare l’Incarnazione, accanto a personaggi biblici (Tobia), accanto a sovrani e profeti, ma è anche vero che spesso accanto ai bambini è raffigurato l’angelo custode. Questa iconografia non deve trarre in inganno e far credere che sia una devozione solo infantile. Indica semplicemente che fin dalla nostra nascita siamo accompagnati. Tanti santi hanno vissuto una profonda devozione verso il proprio angelo custode e l’hanno diffusa come  instancabili apostoli presso i fedeli. La devozione all’angelo custode è sempre stata presente nella tradizione della Chiesa. La breve preghiera all’angelo custode è una delle prime che le mamme insegnavano, e spero lo facciano ancora, ai bambini: una preghiera semplice, breve, che i bambini imparano a balbettare facilmente anche quando non sanno ancora parlare per davvero.
È una preghiera importante, perché insegna ai piccoli una verità profonda: Dio si occupa di ognuno di noi in modo individuale, e ci dona una compagnia protettrice. E di angeli si trovano tracce già nei filosofi pre-cristiani come Platone e Aristotele. L’uomo per raffigurare quel che non è umano deve sempre usare forme umane, e l’immagine dei piccoli serve ad evocare la purezza, la semplicità, la dolcezza, tutti elementi che costituiscono forme essenziali degli angeli. Gli artisti hanno dato loro forme umane perché gli angeli sono sempre vicini agli uomini, ma non sono umani, e quindi pittori e scultori hanno spesso aggiunto le ali per indicare la loro natura di esseri spirituali. Altre volte l’arte ha conferito loro l’aspetto di guerrieri forti e coraggiosi per indicarne la natura di combattenti contro il demonio e di difensori dell’uomo nel suo cammino terreno verso la vita eterna. O ancora vengono poste nelle loro mani palme, ramoscelli di ulivo, lampade accese, simboli che indicano il ruolo di pace e di illuminazione che ogni angelo custode svolge.



Per Dio non esiste l’umanità in astratto ma solo il singolo uomo concreto, che è straordinariamente importante ai suoi occhi: per questo lo affida alla cura e alla guida attenta di un angelo. L’uomo quindi non è mai solo, perché l’azione degli angeli ci accompagna durante l’intera vita. L’angelo custode è una difesa costante dalle insidie del demonio, ma anche un istruttore, un ispiratore di buone intenzioni e idee. Il fine dell’uomo è amare, lodare e servire Dio. Ma nella vita terrena sono tante le tentazioni che ci allontanano da questo scopo fondamentale, tanti i rischi di deviare verso fini solo umani. L’angelo svolge il compito di risvegliare in noi il desiderio dell’unione con l’amore infinito del Padre e ci accompagna durante l’ascesa spirituale. L’angelo custode protegge l’anima da pericoli interni e esterni, la riprende e la richiama quando si allontana dalla giusta via, ci assiste nella preghiera, ispira buone idee alla nostra mente e ci sprona a compiere buone azioni. Siamo terribilmente individualisti, cresciuti alla scuola dell’uomo che si fa da sé, che vive in una dimensione puramente terrena, convinti che solo l’oggi sia importante e pieni della pretesa di fare tutto da soli, grazie alla scienza, alla tecnologia, cioè con le nostre sole forze umane. Ma allo stesso tempo la solitudine ci fa male, ci rende insicuri e timorosi ad ecco allora che scivoliamo nell’esoterismo con i suoi demoni, i suoi vampiri, ed anche i suoi angeli che nulla hanno a spartire con la creature bibliche. Sono creature piene di violenza o di vendetta, che aiutano l’uomo ad emergere nella dimensione umana ma non portano nessun messaggio di speranza o di salvezza. Vivono e muoiono come vive e muore l’uomo, quasi una rinascita delle divinità antropomorfe dell’antica Grecia. L’angelo cristiano, invece, orienta l’uomo alla sua dimensione spirituale, alla sua esistenza eterna in comunione con Dio. E’ un essere reale, non immaginario, che aiuta l’uomo a comprendere se stesso nella sua dimensione profonda di creatura ma destinata a vivere l’eternità con il suo Creatore. Già nella Lettera agli Ebrei gli angeli vengono indicati come coloro che sono “inviati per servire coloro che devono ereditare la salvezza” ( Eb 1,14).



L’angelo induce l’anima al pentimento per i propri errori e le proprie colpe, insinua il senso di tristezza e di inquietudine per la perdita della grazia divina e favorisce il ravvedimento per permettere di ottenere il perdono di Dio attraverso il sacramento della penitenza. Ma il ruolo dell’angelo non si ferma qui. La penitenza, l’offerta personale di qualche sacrificio, fortifica l’uomo di fronte alle tentazioni e lo rende più attento alle vere priorità della sua esistenza. Lo stesso Gesù ricorda che certe tentazioni si vincono solo con la preghiera, il digiuno (cfr. Mt 17,21). È quindi compito dell’angelo custode suggerire il desiderio di compiere qualche "fioretto", come si diceva un tempo, per renderci più attenti di fronte alle tentazioni quotidiane. Ma l’uomo ha bisogno anche di vivere una profonda dimensione di unione al suo Creatore, e questo stato si può vivere prima di tutto con la preghiera. Il nostro angelo custode ci aiuta nella preghiera, stimola in noi il desiderio di silenzio interiore, il bisogno di trovare qualche minuto nella nostra frenetica vita quotidiana per rivolgere mente e cuore al Padre. L’angelo custode è vicino a noi nel momento in cui ci poniamo alla presenza di Dio, quando lodiamo, ringraziamo e chiediamo l’aiuto di cui sentiamo un disperato bisogno. È vicino a noi, prega con noi e offre la nostra preghiera a Dio.
L’angelo procura la pace interiore, la serenità, la vera gioia che nasce dalla grazia di Dio. Anche sant’Ignazio di Loyola nelle Regole per il discernimento degli spiriti afferma: «È proprio di Dio e di qualunque angelo buono infondere nell’anima una vera letizia spirituale mediante delle mozioni, togliendo ogni tristezza e turbamento introdotte dal demonio». L’insegnamento della Chiesa sull’esistenza degli angeli è costante nel tempo perché affonda le sue radici in tantissimi brani del Vecchio e del Nuovo Testamento. Solo in tempi molto recenti, un erroneo razionalismo e un esasperato scientismo hanno messo in discussione l’esistenza degli angeli e la loro natura di creature di Dio. Se una cosa non si vede non esiste, si dice: ciò di cui non posso dimostrare la natura è solo frutto della mia fantasia. È la logica perversa che riduce la ragione umana a puro strumento di conferma di realtà empiriche, che limita la potenzialità dell’intelletto a mezzo per ratificare quanto i sensi già provano.
Allo stesso tempo si esaltano le passioni, le emozioni forti, e si procede secondo la logica del "secondo me". E in base ai propri sentimenti si decide quel che e giusto e quel che è sbagliato. Proprio in un’epoca di grande confusione sulla dignità dell’uomo, di grande incertezza sul ruolo della fede e sul suo rapporto con la ragione, c’è bisogno dell’aiuto forte dell’angelo custode, soprattutto nella sua funzione di consigliere attento. Tutti abbiamo bisogno di discernimento per cercare e conoscere la Verità.





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martedì 22 settembre 2015

RADIO SCARPA



Radio Scarpa è la radio più antica del mondo e non fallirà mai.
Nei temi di guerra "Radio Scarpa" era la più importante e la meglio informata agenzia di notizie dell'Esercito Italiano. Non aveva bisogno né di microfoni né di carta stampata. Tutto quello che circolava per gli Alti Uffici entro buste gialle con stampigliato in rosso "segretissimo", dopo pochi minuti correva nel telegrafo senza fili di "Radio Scarpa".

.Oggi Radio Scarpa è attiva sempre nei paesi e specialmente tra le persone maligne e pettegole.





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IL RITO DI SANTA ELENA

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Il legamento o rito di Sant'Elena è un potente rituale di origine cubana rivolto alla Santa, madre dell'imperatore Costantino e venerata come imperatrice dei Cristiani. Ne esistono due versioni, quella qui proposta è di natura positiva e non causa nessun rischio o conseguenza al partner da legare. Un'infinità di leggende, per la maggior parte errate, associano incondizionatamente questo legamento alla bassa magia nera. In realtà esso costituisce uno dei rituali di magia rossa più validi in assoluto per far innamorare una persona.

Il legamento o fattura di Sant'Elena è raccomandato nei casi in cui il rapporto di coppia sta subendo una flessione, quando l'amore del partner si sta affievolendo o quando sussiste il rischio concreto di un abbandono del luogo di convivenza o del tetto coniugale. Efficace anche nel prevenire il rischio di nuove relazioni da parte della persona che si sta allontanando.

Il legamento di Sant'Elena pur trattandosi di un rito di santeria è molto diffuso in occidente come magia rossa potentissima. In realtà questo è dovuto al fatto che durante il Medioevo questo rito è stato ritoccato molto dagli europei e usato nell'ambito della stregoneria, slegato dal contesto originario. Nel paese d'origine infatti questo legamento è una magia nera usata in realtà per scopo di vendetta, di maleficio. Infatti non è né un legamento sessuale o sentimentale ma karmico. Esso si limita a creare una dipendenza emotiva fortissima, che porta il praticante e la vittima ad essere eternamente ossessionati l'uno dall'altro. Legare due karma è una costrizione terribile. Ogni atto non è più libero ma forzato dalla forma-pensiero creata dall'energia dell'Orisha alla quale si è asserviti, in maniera che pur senza amore o sentimento una persona farà sempre parte del cammino dell'altra precludendo così la giusta evoluzione esistenziale ad entrambi. Sant'Elena per la Santeria è in realtà una divinità chiamata Gunguna, orisha della divisione "nera" e dell'aldilà. Gli orisha non sono "buoni" o "cattivi", essi sono emanazioni dell'unico dio e forniscono la loro energia al mago che la plasma liberamente. In cambio si aspettano devozione e rispetto. Mancare un'offerta per loro è una grave offesa. Inoltre coloro che nella santeria e nel vudù praticano magia nera, gli stregoni conosciuti come bokors, effettuano un furto a tutti gli effetti nei confronti dell'orisha infatti ci sono dei riti creati per ingannarli e sottrarre loro energia (per esempio i riti che coinvolgono la necromanzia e il Barone Samedì). Dato poi che non si conosce la versione originale del rito di Sant'Elena è molto probabile che al posto di Gunguna rispondano demoni con poteri simili, infatti non di rado questo rito porta alla vittima possessioni anche forti. Per operare Santeria in tutta sicurezza si deve essere iniziati o comunque possedere una base esoterica solida che permette di fare piccole esperienze all'interno di questo culto complesso e affascinante. Non si pensi quindi, ingenuamente, che si sta pregando solo una santa cattolica. I santi cattolici nella santeria sono uniti agli Orishà con cui avevano affinità.




Il rito comporta dolore fisico e psicologico alla vittima nonché pesantissime negatività a chi lo pratica. Queste negatività durano per tutta la vita per questo si dice che è indissolubile, anche se non del tutto vero. Si possono attenuare gli effetti o neutralizzare quelli principali esorcizzando il materiale con il sale o distruggendolo con il fuoco. Ma per levare i residui negativi ci vogliono spesso anni di purificazione.

Ricordatevi che questo rituale, deve essere praticato da chi è pratica di magia e non da persone esperte.




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La Magia Dei "Giorni Delle Donne"



La parola “mestruo”, deriva sia da “mese”, sia da “misura” e da “luna” (dal latino men e dal greco mens, menos), ma la sua radice “me” o “ma” richiama forse il “mana”, l’energia immanente che per i melanesiani permeava ogni cosa esistente sulla Terra. Il ciclo mestruale era quindi una vera e propria emanazione di energia pura ed elementare che le donne condividevano consapevolmente, isolandosi nelle capanne sacre per poi uscirne rinnovate e colme di nuova saggezza.
In molti popoli il sangue femminile era intimamente connesso al Serpente e ai suoi simboli di ciclica rigenerazione. Il serpente, più di ogni altro animale per via del suo cambio di pelle, rappresenta le varie morti e rinascite che fanno parte della vita dell’individuo, ovvero i diversi momenti di passaggio da una fase all’altra dell’esistenza. Intensamente connesso alla Luna ed alle acque, alla terra e alla fertilità, il serpente è quindi emblematicamente inseparabile dalla Donna e dal suo sacro flusso, poiché la loro energia rigeneratrice è considerata simile.
Tra gli Indiani Chiriguanos, quando la giovane donna versa il suo primo sangue, le donne della tribù inscenano un rito in cui tentano di cacciare via il serpente che l’ha morsa, ferendola; in altre tribù, invece, le fanciulle danzano gioiosamente intorno all’immagine di un serpente, forse sotto ai raggi della luna che carezzano il loro bel corpo.

Un altro dei riti di passaggio che sono giunti sino a noi, legato al primo sangue delle fanciulle, proviene dalla tradizione dei Navajo ed è conosciuto con il nome di Kinaalda (“rito di pubertà”).
Secondo le leggende questo bellissimo rito fu insegnato alle donne da Estsanatlehi (“Madre di tutti”), la Donna che Muta, o Donna che si Rinnova, chiamata con molti nomi diversi tra cui Donna Conchiglia Bianca e Donna Dipinta di Bianco. Ella è la personificazione divina della Terra, con il suo Equilibrio immutabile ed i suoi Cicli perenni. Rappresenta l’eterno mutamento, l’interminabile girare della Ruota del Tempo, ma anche l’assenza del Tempo stesso che esiste oltre le concezioni ed i limiti umani; traccia il sentiero delle stagioni, che mutano quando Lei muta il suo abito, veglia sui cicli della Luna e delle Donne, su quelli del sangue e sui passaggi della vita femminile, specialmente su quello determinato dalla comparsa del mestruo che rende la fanciulla feconda.
Splendidamente vestita di candide conchiglie e di preziosi turchesi, è la segreta amante del Sole, con il quale fa dolcemente l’amore nei boschi verdi e sulle spiagge bagnate dalle onde, forse insegnando alle donne a fare lo stesso…
La sua pelle non raggrinzisce mai perché ogni qual volta Ella raggiunge una certa età si incammina verso Est, dove incontra la Se Stessa fanciulla e, abbracciandola, ne riassume le sembianze. Per questo si dice che fu Lei ad istruire le Donne sui segreti dell’Eterna Giovinezza, mostrando loro come mantenere viva ed ardente la Bimba interiore nonostante l’incedere degli anni ed il peso del corpo. Allo stesso modo, fu Lei a trasmettere loro tutta la Conoscenza tradizionale, così come gli antichi riti, i canti sacri, le parole magiche e i profondi misteri femminili. Fu Lei disegnare la Via della Bellezza e a donare l’istinto della Ricerca.
Le genti che la amano le parlano con affetto, le offrono doni e la nutrono; la venerano con i canti e con la narrazione, ma soprattutto con ciò che le è più caro, il Kinaalda a cui avevamo precedentemente accennato.
In questo rito, che dura quattro giorni, la fanciulla divenuta donna si trasforma nella Donna che si Rinnova ed accoglie il Suo potere sacro dentro di sé, spargendo benedizioni al popolo che la festeggia con gioia e devozione. Le anziane della tribù la vestono con conchiglie bianche, simbolo della bellezza languida e voluttuosa delle acque e della femminilità, poi, facendola sdraiare con la pancia a contatto con la terra, la massaggiano con mani sapienti. Si crede, infatti, che nei momenti di passaggio e di iniziazione ad una nuova condizione di vita, il corpo ritorni morbido come al momento della nascita e che possa quindi essere “impastato” e “modellato” come fosse fatto d’argilla o di soffice pasta di pane. Così, lo si aiuta ad assumere una nuova forma, quella della donna fertile, in armonia con la trasformazione avvenuta interiormente.
Durante il primo e l’ultimo giorno del rito, la ragazza cammina in senso orario intorno ad un cesto pieno di cereali, pigmenti di pittura, polline e piume, considerati sacri elementi del rituale; il quarto giorno viene invece preparato un grande dolce. La fanciulla, insieme ad altre donne, pesta e polverizza il granoturco, facendolo diventare farina, e questa viene benedetta con il sacro polline e poi sparsa circolarmente in direzione del Sole. Quindi vengono presumibilmente uniti altri ingredienti a formare un impasto che viene poi avvolto nei cartocci del granoturco ed interrato. Sopra alla terra umida che ricopre il composto viene acceso un fuoco che per tutta la notte verrà alimentato per cuocere completamente il dolce.
Nel frattempo tutti si riuniscono nella capanna della fanciulla ed ella si siede in direzione dell’alba, per accogliere i primi raggi solari e rappresentare il congiungimento amoroso tra la Donna ed il Sole. Tutta la notte viene trascorsa ad intonare i sacri canti che invocano la Donna che si Rinnova, mentre Ella viaggia sulle parole e sulle musiche vibrate nell’aria sino a quando, nel tredicesimo canto, emerge nella fanciulla e la colma della sua essenza. Ora la giovane Donna, completamente identificata nella Dea, canta riferendosi a Lei in prima persona, parla con la sua voce ed è piena della sua consapevolezza.



La sensazione della presenza della Dea viene avvertita da tutti i presenti e la fanciulla ne percepisce l’Amore universale, la Bellezza immortale che permea ogni cosa presente sulla Terra. Ella è la Donna che si Rinnova, è la Madre che ha generato tutto, è l’amante del Sole. La fulminea Saggezza la riempie ed ella è il Tutto, è la madre di sua madre, la nonna di sua nonna, l’infante e l’anziana. Tutte le fasi della sua vita passata e futura sono presenti in lei e dell’immensa coscienza di quest’unico istante ella preserverà il ricordo per sempre.
Al termine dei canti e della cerimonia viene dissotterrato il Dolce della Luna e la fanciulla, sempre rivolta verso il Sole, lo taglia a fette, conservandone la parte centrale. Tutti se ne nutrono, tranne lei, che si limita a distribuirlo alle sue genti. In quel momento, infatti, ella incarna Estsanatlehi che dona ai Suoi figli il Nutrimento.
La torta è simbolo del matrimonio tra la terra ed il sole/fuoco, tra il femminile ed il maschile; contiene gli ingredienti che la Madre offre alla Sua progenie ed è una grande benedizione per tutti, poiché la sua consumazione apporta fortuna, prosperità, pace e benessere, al singolo come all’intera tribù. Si potrebbe pensare che, anticamente, uno degli ingredienti segreti del Dolce della Luna fosse qualche goccia di sangue versato dalla giovane donna e che fosse proprio tale ingrediente ciò che, più di tutto, portava benedizione e felicità.
Quando tutti hanno consumato la torta, la fanciulla viene dipinta con argilla bianca, che ella usa per segnare la pelle di chi desidera ricevere i suoi divini poteri; poi, viene nuovamente massaggiata dalle anziane, che le danno anche dei consigli sulla sua nuova condizione.
Il rituale termina con l’interramento della parte centrale della torta, come offerta e ringraziamento alla Madre Terra, al granoturco e agli altri preziosi alimenti che nutrono e rendono possibile la vita.
Anche dopo il termine del rito, la fanciulla rimane la Donna che si Rinnova, poiché per i Navajo ogni donna che ha vissuto il Kinaalda è la Donna che si Rinnova. Il potere e la presenza della Dea non la abbandona mai ed essa è considerata sacra, rispettata ed onorata come si onora il Divino.
Tra gli Indiani Apache esiste un rito simile al Kinaalda, sebbene vi siano varie differenze che li distinguono. La fanciulla incarna Estsanatlehi, la Donna che si Rinnova, per tutti e quattro i giorni, ma è interessante notare il mezzo tramite il quale la splendida Dea entra in lei, ovvero la Danza.
Il primo giorno, infatti, la giovane danza da sola, liberamente, in piedi sulla pelle di cervo che è il luogo centrale del rito sacro. Con il bastone ornato di oggetti magici ed amuleti, ella batte la terra al ritmo del caldi e profondi colpi dei tamburi, e mentre danza “viaggia” verso un’altra consapevolezza, più alta, più pura. Danzando, la fanciulla e la Donna che si Rinnova si incontrano e si riconoscono come una cosa sola. La fanciulla si lascia pervadere da Lei e dalla loro Unione scaturisce divina benedizione per tutti i popoli.

Lasciando per un momento le tradizioni dei Nativi Americani e consultando altre fonti, leggiamo che il sangue mestruale, preziosa essenza naturalmente gradita alla Dea Madre, costituì il primo sacrificio offerto sul Suo altare, sgorgato dal grembo della Sacerdotessa senza dolore e senza l’immolazione di alcun essere vivente.
Per il suo grande potere, che apriva certe segrete porte di percezione, si dice che la profetessa dell’oracolo di Delfi, in Grecia, pronunciasse i suoi responsi proprio durante i giorni in cui esso fluiva dal suo ventre.



In molte culture lo si riteneva una panacea tanto potente da essere in grado di guarire qualsiasi male, anche quelli più gravi, ed il suo potere avrebbe raggiunto l’apice se a spargerlo fosse stata una giovane fanciulla che lo conosceva per la prima volta. Si credeva che questo sangue, versato durante un’eclissi di Luna (la magica “rugiada di Luna”), fosse il più potente e mortifero veleno usato dalle maghe della Tessaglia; ma potrebbe anche darsi che questa concezione fosse già stata contraffatta dai degeneranti ideali patriarcali, poiché una simile sostanza era forse ben più simile ad una benedizione apportatrice di Fortuna e Felicità, piuttosto che ad un motivo di lacerante dolore e morte.

Con l’avvento del patriarcato, generato dal lento appassire degli antichi ideali armonici, il sangue femminile assunse, infatti, connotazioni profondamente negative e venne chiamato in mille modi terribili. Le donne che prima erano portatrici di Saggezza, riconosciute dagli uomini stessi che le onoravano e le amavano, divennero creature infette da allontanare e maledire, specialmente nel loro “tempo sacro”. Molto fu detto e molto si dice ancora, ma preferiamo evitare di approfondire questo tema perché rovinerebbe la bellezza sinora espressa. L’indigesto frutto dell’ignoranza, infatti, non merita tempo e parole, e rischia sempre di guastare l’intero Raccolto.

Racconta la leggenda che, molto tempo dopo la scomparsa della Donna Antica, Colei che aveva insegnato tutti i Segreti ed i Misteri alle Donne, le genti cominciarono perdere i suoi insegnamenti e a dimenticarLa. Gli uomini iniziarono a pretendere di comandare e di dare ordini alle loro compagne e queste lasciarono che il germe dell’accondiscendenza crescesse dentro di loro, sconvolgendo quell’equilibrio primario che per secoli aveva generato la perfetta armonia.
Allora accadde che un giorno, la giovane Tem Eyos Ki si recasse alla Casa dell’Attesa per trascorrere il suo tempo sacro, lasciando fluire il proprio sangue sul morbido e fresco muschio. Qui vi trascorse più di quattro giorni insieme ad altre donne…
“Quando ritornò dalla casa dell’attesa era una donna folgorata dall’illuminazione, una donna colpita dalla meraviglia, una donna scossa dal potere, una donna piena d’amore. Proveniva dalla casa dell’attesa con un’espressione sul viso più potente della magia. Scintille luminose brillavano tra i suoi capelli.
Sorrise e cantò un canto che parlava dell’amore che non conosce limiti, dell’amore che non conosce legami, dell’amore che non chiede nulla e nulla si aspetta, ma realizza tutto. Cantò della conoscenza e del credere, del condividere e del dare. Cantò di un luogo così meraviglioso che le menti della gente non potevano nemmeno tentare di immaginare. Un luogo senza collera o paura, un luogo senza solitudine od incompletezza.
Camminò attraverso il villaggio cantando il suo canto e le donne la seguirono. Raccolsero i loro bambini, femmine e maschi in egual modo, e seguirono Tem Eyos Ki, lasciando indietro le pentole da cucina ed i telai, lasciando indietro i mariti ed i padri.
Tem Eyos Ki camminò oltre il villaggio, lungo le spiagge, verso la foresta. Cantando il suo canto di amore e di meraviglia. E le donne la seguirono.”
Ciò che accadde a Tem Eyos Ki nella capanna dell’attesa è protetto dal segreto e non è dato sapersi.

Eppure proprio in questa leggenda, che forse è molto più vera di quanto si possa pensare, ritroviamo uno degli antichi frammenti di saggezza perduti, ovvero la certezza che, in certi rari casi, dalla consapevolezza vera e completa del ciclo di sangue e della propria femminilità sacra, poteva scaturire l’Illuminazione e la ricongiunzione con la Dea Madre in tutta la Sua essenza, ovvero il meraviglioso ritrovamento di Lei nel proprio interno.
Si dice che ogni antica leggenda racchiuda in sé un insegnamento altrettanto antico, attingibile in ogni tempo ed in ogni luogo esistente. Forse una di queste leggende è proprio quella della lucente Tem Eyos Ki, che è in grado di parlare ancora alle donne, di cantare per loro, di chiamarle a seguirla, abbandonando ed oltrepassando la banale cortina di comune quotidianità per posare lo sguardo nell’Oltre. E forse uno dei modi per fare questo passo è prendere consapevolezza dei propri cicli e della propria sacralità femminile che nessun mortale o falso dio può deturpare o
cancellare.
Isolarsi in una propria sfera magica, separata dal mondo esterno, con i suoi ritmi fittizi e le sue vitree illusioni, ricercando i lembi del sentiero della Bellezza, potrebbe costituire il primo passo verso la Bellezza stessa.



Armonizzarsi con i veri tempi lunari e terrestri, danzare e cantare i loro ritmi, amare il proprio flusso di sangue ed il proprio splendido corpo, potrebbe ricreare l’antica sintonia istintiva con la Natura e con la Dea Antica che irradia Amore ultraterreno.
Versare il proprio sangue sulla terra muschiata forse farebbe sorgere la percezione di un cerchio che si chiude, di un’offerta che ritorna alla propria stessa origine.

Osservare, scoprire ed ascoltare sono forse gli insegnamenti più veri che la Donna che si Rinnova potrebbe donare, ricordando che tutto ciò che c’è bisogno di conoscere è già presente nella meravigliosa Donna, sin dalla sua nascita.

Il rituale di legamento con il sangue mestruale è uno dei più potenti ed antichi segreti della magia. Le sue origini risalgono al medioevo: in molti antichissimi libri esoterici si parla infatti del sangue catameniale. Secondo la tradizione questa lavorazione magica sarebbe stata sperimentata per le prime volte in Sicilia.

Nelle credenze popolari mentre da una parte il sangue mestruale viene demonizzato come qualcosa che rende impuri, da un'altra parte gli viene riconosciuto un potere magico per legare ad una donna un uomo riottoso.
In tutta l'Italia meridionale si credeva e forse si crede ancora che poche goccie di sangue mestruale mischiato al sangue del pollice versato al caffe' , leghino un uomo.
Un'altra usanza è quella di raccogliere il sangue mestruale del terzo giorno del ciclo,in una boccettina;ed esporlo per tre giorni agli influssi del sole e della luna.
Trascorsi i tre giorni,mischiare il sangue con un pizzico di erba chiamata concordia,quindi portare il sangue in chiesa,assistere alla messa e all’atto della consacrazione,inginocchiarsi,stringere la boccettina con il sangue tra le mani e pregare.
A questo punto il sangue è consacrato e andrà somministrato in piccola quantità all’uomo,nel vino o nel caffè dicendo mentre si mescola col vino o al caffè.





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sabato 19 settembre 2015

LE Armi della MAMMA



Mattarello, cucchiaia, battipanni e ciabatte, tutti oggetti comuni che, se impugnati dalle mamme di una volta, potevano diventare vere e proprie armi, atte a dissuadere i figli da qualsiasi tentativo di capriccio.



Il mattarello è un attrezzo utilizzato in cucina per distendere ed assottigliare gli impasti solidi in genere. La versione più tradizionale è costituita da un semplice cilindro in legno di 5-8 cm di diametro e lungo 50-70 cm. Esistono mattarelli in marmo, acciaio, alluminio o materiale plastico antiaderente.

La parola è un diminutivo di mattero, che in passato era un'arma celtica, simile ad una picca o ad un giavellotto: infatti per la mamma è un'arma.



Il cucchiaio di legno è una posata tradizionalmente usata in cucina. Realizzato in un pezzo unico di legno duro, privo di tannino, solitamente di faggio, o in essenze aromatiche come il legno di ginepro, la tradizione vuole che il profumo del legno passi ai cibi rendendoli migliori.

Un tempo il cucchiaio di legno era utilizzato anche come cucchiaio da tavola, oggi viene quasi esclusivamente usato come cucchiaio di servizio per mescolare sughi o soffritti, per preparare il risotto, in pasticceria per montare e addensare o come posata da insalata. Permette di manipolare il contenuto nelle pentole con fondo rivestito in teflon senza danneggiarlo. Questo arnese è usato come arma dalla mamma ...però si rompono in continuazione. 



Il nome ciabatta deriva dal Sabato ebraico Shabbat, venivano indossate in questo giorno di riposo dagli ebrei spagnoli, per cui divennero le scarpe dello Shabbat, per cui dallo spagnolo il termine è passato al milanese "sciavatt" e "sciavattin" per il calzolaio, il termine può essere passato anche attraverso altri dialetti della penisola grazie all'immigrazione degli ebrei sefarditi (spagnoli) dopo il 1492 Da loro deriva l'antico nome del calzolaio ciabattino. Quelle basse si possono chiamare pianelle, nome che deriva dal latino planus che significa piatto cioè senza tacco. Inoltre ciabatta è diventato il nome di oggetti di forma piatta e lunga come un formato di pane e uno di presa elettrica multipla.

Si possono realizzare con qualsiasi tipo di materiale, dal cuoio alla stoffa, passando per le fibre naturali fino alle materie sintetiche. Le ciabatte possono recare danni al piede, essendo esse formate talvolta da spugna o da materiali sui quali sono state fatti pochi accertamenti. Ma solo se una persona è allergica a certi tipi di tessuti. Esistono vari tipi di ciabatte, come quelli qui sotto elencati.Altra arma che però se è di stoffa fa meno male delle altre.

Anche se oramai, visti i nuovi metodi di educazione basati sulla comunicazione, tutti noi siamo contro la violenza come metodo di risposta alle angherie filiali, sfido a trovare una mamma che non sia mai stata tentata non dico di usarne, ma almeno di brandire minacciosamente  uno di questi oggetti contro la propria prole.

Del resto si sa, solo i figli sanno far perdere le staffe alle madri tanto da far scattare in loro un vero e proprio impulso distruttore…  il sangue del nostro sangue a volte sa essere crudele e bisogna sapersi difendere dalle sue angherie.

Non per assecondare il detto ‘si stava meglio quando si stava peggio’, ma non vi sembra che a furia di discussioni e tentativi di comunicazione, questi bambini stiano venendo su un po’ troppo viziatelli ed esageratamente polemici?

Ogni tanto il famoso sport del ‘lancio della ciabatta’ può essere utile per far capire ai figli ormai grandicelli che non si devono approfittare della vostra bontà e del vostro amore incondizionato.

Si possono usare anche bastoni delle scope.......



LEGGI ANCHE : http://popovina.blogspot.it/2015/08/un-arma-antica-delle-mamme-il-battipanni.html





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mercoledì 16 settembre 2015

L'Erba Grama Non Crepa Mai

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L'erba cattiva è la gente cattiva che anche se fa del male, continua ad avere successo nella vita, mentre chi fa del bene, fatica ad andare avanti, viene messo da parte.

Non muore mai perchè è talmente radicata al terreno che risulta impossibile farla essiccare anche artificiosamente.

La scienza ora lo conferma: la cattiveria probabilmente giova alla salute. Sembra infatti che leader politici e capi di stato, quando non cadono vittima di attentati, agguati o suicidi, abbiano la “pelle dura” e si dimostrino particolarmente longevi.  Il segreto che li fa durare fino a età decisamente ragguardevoli, spesso fino a sfiorare il secolo di vita, risiede in una particolare vivacità della loro attività cerebrale, che secondo il parere dei neurologi, è da mettere in diretta correlazione con un sistema immunitario molto agguerrito.

Gli esempi sono numerosi. L’ultimo in ordine di tempo ha per protagonista l'ex presidente indonesiano Suharto, leader ricordato come un uomo di ferro: e passato a miglior vita qualche mese fa alla veneranda età di 84 anni. Il cinese Mao Tse-Tung si è spento a 86 anni, il Generalissimo Francisco Franco, è arrivato a 83 candeline, il cileno Augusto Pinochet è morto a 91 anni.  Buon ultimo il tiranno zimbabwese Robert Gabriel Mugabe, solito ripetere il motto “solo Dio può destituirmi”, è nato nel '24 e ancor oggi gode di ottima salute.

Il potere, insomma, sembra essere un vero e proprio elisir di lunga vita e, per nostra sfortuna, non ci sono ragioni per non pensare che lo stesso valga, fatte le debite proporzioni, anche per il nostro capo ufficio o per il manager autoritario con cui ci troviamo a dover fare i conti tutti i giorni. L'interesse degli scienziati si è focalizzato, naturalmente, solo sui personaggi di rilievo storico e ha portato a queste conclusioni, come spiega il neuropsichiatra Stefano Pallanti dell'università degli studi di Firenze: “Pare che la cattiveria metta a riparo da molte malattie, soprattutto in personalità come quelle dei tiranni, o più in generale dei leader autoritari, che sfiorano o tendono alla paranoia, intesa come percezione di grandiosità e senso di persecuzione: la necessità di guardarsi sempre alle spalle rende più attivo il cervello, con ripercussioni positive sul sistema immunitario".

La necessità di essere guardinghi per garantirsi la sopravvivenza "rende il cervello ipervigile - aggiunge Pallanti - e il sistema immunitario più battagliero e pronto a difendersi da invasori dannosi per la salute". Dittatori e tiranni sembrano perciò meno soggetti a varie malattie, tra cui i tumori e, più in generale, a tutto ciò che colpisce le difese dell'organismo. Ma chi si avvale di metodi autoritari deve però fare i conti con un rovescio della medaglia. "La forte motivazione, la determinazione eccessiva e focalizzata su obiettivi univoci - precisa Pallanti - accende il sistema dopaminergico con qualche rischio in più sul fronte dei disturbi neuropsichiatrici. E' noto, ad esempio, che Hitler soffrisse del morbo di Parkinson".

“Senz'altro - fa notare Antonio Lo Iacono, presidente della Società italiana di psicologia (Sips) - la follia o la perfidia sembrano rappresentare delle ottime corazze per il nostro sistema immunitario. Non è un caso che spesso le persone con un carattere psicopatico, dunque manipolatrici, prepotenti, tendenti a sedurre ma in modo subdolo, tendono ad ammalarsi proprio quando riusciamo a guarirle e finalmente cambiarle. E' come se le loro difese ne risentissero, rendendole più fragili fisicamente". Quando invece hanno in mano le redini del potere mostrano una capacità di gestire lo stress superiore alla media. Alberto Albanese, docente di psichiatria all'università Cattolica di Milano – spiega che questo accade “anche perché tengono bene a bada il senso di colpa, non rimuginano troppo sui loro errori o su decisioni impopolari".

I “cattivi”, insomma, vanno dritti alla meta senza porsi troppi problemi, anche se le loro decisioni generano malessere e sofferenze, mentre le personalità ossessive, che tornano continuamente sui propri passi, tendono ad ammalarsi di più. Il cervello dei tiranni, insomma, sembra in grado di gestire meglio il carico di stress, altissimo nel loro caso. E l'iperattività cerebrale che contraddistingue le loro menti – si trasforma in un toccasana per la salute. "Di tiranni vissuti a lungo è piena la Storia - fa notare ancora Lo Iacono – anche se molti abbiano visto le loro vite stroncate da morti violente. Saddam Hussein, ad esempio, è morto a 69 anni, ma godeva di ottima salute, mostrava molti anni in meno e se non fosse stato giustiziato probabilmente sarebbe vissuto a lungo".



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LE FATE Mito o Realtà?



L’esistenza delle Fate è stata per lungo tempo un caso chiuso e designato al regno dei libri per bambini e ai film Disney. Tuttavia, il docente John Hyatt della Manchester Metropolitan University sostiene di avere la prova che queste creature siano vere e che vivano a Rossendale Valley. E sta cercando di portare a credere sempre più adulti a questa realtà e di portare nelle loro vite un po’ di magia. John Hyatt, direttore dell’Istituto per la ricerca e innovazione nell’Arte e del Design presso la Manchester Metropolitan University, mentre, negli scorsi due anni, stava fotografando il panorama di Lancashire ha scattato delle immagini di quelle che lui sostiene essere delle minuscole e alate creature.
Ed ora ha esposto le sue foto in una mostra speciale.
John, 53 anni, che faceva parte della band punk Three Johns, negli anni 80 e 90, ha insistito sull’autenticità delle sue foto, sostenendo di non averle modificate in nessun modo. Ha detto che gli adulti che le hanno viste hanno iniziato a nutrire l’idea che, in fondo, le foto potessero essere vere. Il docente sostiene: “è stato uno shock quando ho visto la foto, e l’ho scattata due volte.”
“ Dopo sono uscito, ho scattato delle foto a delle mosche e moscerini e non sembravano essere uguali. Le persone possono decidere da sé cosa siano queste creature. Il messaggio che voglio che arrivi alla gente, è che affrontino la situazione a mente aperta. Io credo che sia una di quelle circostanze in cui si ha la necessità di credere per vedere.  Molte persone che le hanno viste hanno detto che, grazie a questo, un po’ di magia è entrata nelle loro vite e non ce n’è abbastanza al mondo.”



John, che vive a Rawtenstall, ha postato alcune delle sue foto in alcuni social media e sostiene che abbiano sollevato svariate discussioni.  La mostra, chiamata Rossendale Fairies  (le Fate di Rossendale), si terrà in primavera presso il The Whitaker Museum a Whitaker Park (Rossendale).
John ha spiegato che il nome è un accenno alla famosa storia delle Fate di Cottingley, nella quale due scolare di Bradford affermavano di aver fotografato delle fate nel loro giardino 60 anni dopo hanno confermato essere un falso, ottenuto con dei ritagli di cartone. Tuttavia, il docente dichiara che le fotografie da lui scattate sono ben diverse dai personaggi rappresentati nei racconti per bambini e spera che possano cambiare la percezione che le persone hanno di queste creature.
“Noi stereotipiamo tutto, qualsiasi cosa si tratti” – commenta il docente della Manchester Metropolitan University, John Hyatt, che ora ha le prove che le fate sono reali e che si trovano a Rossendale Valley – “Ma, nella vita, ci sono cose più strane delle fate, e la vita cresce ovunque. Io non credo che siano solo piccole versioni di noi umani, che vadano a casa e bevano una tazza di thè a fine giornata. E qualcuno suggerisce abbiano qualche potere speciale. Da quello che io ho potuto vedere, loro si stavano solo divertendo e stavano facendo una piccola danza al tramonto. Si tratta solo di bellissime fotografie e la loro bellezza può portare le persone a credere.”

Le fate sono ritenute degli esseri elementari associati all’elemento più sottile e vitale della natura ossia l’etere. Secondo la tradizione popolare le fate abitano per lo più nei boschi e che solo a determinate ore del giorno escono allo scoperto per danzare e divertirsi vicino a fonti, ruscelli, prati o radure isolate. Si dice che le fate siano solite danzare all’interno dei cosiddetti “Cerchi delle fate” e che il loro canto possa indurre un essere umano a cercare di raggiungerlo. Sempre secondo la tradizione  se quest’ultimo dovesse oltrepassare il Cerchio delle fate può ritrovarsi nell’impossibilità di ritornare nella realtà ordinaria.
I baci, il cibo e le bevande delle fate sembra che siano in grado di assoggettare per sempre un uomo e ridurlo in una sorta di schiavitù eterna nel loro mondo. Entrare in un cerchio fatato obbliga ad unirsi alle danze di queste strane creature, e sebbene possa sembrare di star danzando solo da qualche minuto o da qualche ora, nel mondo ordinario possono essere passati mesi o anni. Un uomo intrappolato in un cerchio delle fate può essere salvato da un amico ammesso che quest’ultimo riesca a restare con un piede fuori dal cerchio e, allungando le mani all’interno di esso e seguendo la musica, arrivi ad afferrare l’incauto danzatore e a tirarlo fuori. 

Fu Conan Doyle a diffondere negli ambienti teosofici ed esoterici di tutto il mondo la notizia delle apparizioni delle Fate a Cottingley, prima con due articoli sullo Strand Magazine, del dicembre 1920 e marzo 1921 e quindi con un libro, The Coming of the Fairies ("La venuta delle Fate"), pubblicato a Londra nel 1922 e quindi in una seconda edizione ampiamente rivista nel 1928. Il volume non era mai stato tradotto in italiano, fino a quando nel 1992 uscì da SugarCo - con il titolo Il ritorno delle Fate e con la riproduzione delle fotografie originali conservate dalla biblioteca dell’Università di Leeds - in un’edizione curata da Massimo Introvigne e dallo specialista americano Michael W. Homer. 
Anche i lettori italiani potevano così scoprire una curiosa verità su Conan Doyle: lo stesso romanziere che aveva messo in scena il trionfo della ragione deduttiva con Sherlock Holmes era stato un fervente difensore della credenza delle Fate.



I negativi delle foto non furono manomessi in alcun modo, ma le Fate immortalate somigliano in modo imbarazzante alle illustrazioni di uno dei libri dell'epoca (Princess Mary's Gift Book), al punto che pare ovvio siano proprio le pagine di quei libri ritagliate ed usate come sagome da appuntare al terreno tramite spilli. Ma le immagini suscitarono un enorme clamore, anche grazie all'interessamento ed al supporto di Sir Arthur Conan Doyle, che le credeva assolutamente "genuine”.

Nel luglio del 1917, due bambine (Elsie Wright e sua cugina Frances Griffiths) presentarono una serie di fotografie che le ritraevano in compagnia di Fate e Folletti.

In quell’anno una bambina di nove anni, Frances Griffiths (1907-1986) si era trasferita nella località dello Yorkshire dal Sudafrica, andando a vivere insieme con la madre in casa di una zia materna che aveva una figlia di sedici anni, Elsie Wright (1901-1988). 
Un giorno Frances ed Elsie tornano a casa bagnate. Rimproverate, spiegano che presso un ruscello si sono sporte per vedere le Fate . Trattate da bugiarde, chiedono in prestito la macchina fotografica del padre di Elsie, e tornano a casa con una fotografia dove Frances è circondata da quattro Fate danzanti. 
A questa prima foto, del luglio 1917, ne segue in settembre un’altra che mostra Elsie con uno gnomo. 
La famiglia non dà troppa pubblicità alle apparizioni, ma la madre di Elsie partecipa alle attività della Società Teosofica e nel 1919 trasmette le fotografie a Edward L. Gardner, un’autorità fra i teosofi in materia di spiriti. Gardner ne parla all’amico Conan Doyle che, razionalista e ostile al Cristianesimo e ai miracoli, è però un attivo spiritista e si interessa a tutta una serie di fenomeni occulti. Il romanziere prega Gardner di indagare nello Yorkshire e, quando il teosofo conferma che le ragazzine sembrano degne di fede, si lancia a capofitto nella propaganda internazionale dell’episodio.

Conan Doyle si considerava un esperto di fotografia, e aveva esaminato le prime due fotografie - e le altre tre scattate dalle ragazze di Cottingley nel 1920 - senza trovare nessun sintomo di trucco o di doppia esposizione.

Contro Doyle e le fotografie delle Fate si levarono molte voci, anche autorevoli, che con strumenti diversi, intendevano porre in rilievo l’inattendibilità di quelle "prove".

Doyle così replicò emblematicamente alle accuse: "Ci sono migliaia di persone che credono ancora alla fantastica affermazione fatta qualche anno fa secondo cui le fotografie delle Fate sarebbero state tratte da una ben nota pubblicità.
Nella mia conferenza ho dichiarato che avrei accettato qualunque spiegazione di queste fotografie, tranne una che accettasse il carattere delle bambine.
Sono sicuro che quando ho spiegato i fatti c’erano delle persone nella sala disposte ad accettare le fotografie (...). Ci sono state molte obiezioni presentate contro le fotografie di Cottingley, la maggioranza delle quali evidentemente assurde. L’obiezione che merita più attenzione è qualche si tratta di figurine accuratamente ritagliate e sospese con fili invisibili nella fotografia. Questa spiegazione è concepibile ma il peso della probabilità mi sembra ampiamente contro di essa".

Poi, rifacendosi al metodo indiziario, Doyle apportava alcune puntualizzazioni e obbiezioni:

1) Frances, la ragazza più giovane , ha scritto nel 1917 che Cottingley era un bel posto per le sue farfalle e le sue Fate . Venne spedita ad un’amica in Sud Africa e non venne scoperta fino al 1923, circa, e pubblicata sul Cape Argus. Per quale possibile ragione una bambina di 10 anni avrebbe dovuto esprimersi in questo modo se avesse saputo che si trattava di un inganno?

2) Se le figurine fossero state ritagliate, le stesse figure, o simili, dovrebbero esistere su qualche libro o giornale. Ma non sono state ritrovate.

3) C’è una grande differenza nella solidità tra le figure del 1920 e quelle del 1917, che può essere spiegata con la diminuzione dei poteri medianici delle bambine, ma non si spiega nell’ipotesi di un falso.

4) Gli esperti hanno notato segni di movimento nelle figure.

5) Il Signor Gardner si è formato un’altra opinione del carattere sia delle bambine che del padre di Elise. Quest’ultimo si sarebbe certamente resoconto di un eventuale inganno".Le certezze di Conan Doyle vanno soprattutto ricercate nelle pretese di obbiettività che, in particolare nel Positivismo, si riconoscevano alla tecnica fotografica, da poco in fondo entrata a far parte del corredo strumentale delle scienze.

Le fotografie tuttavia non hanno "resistito all’investigazione".
In anni più recenti, esperti più simili allo scettico Sherlock Holmes, che al suo creatore Conan Doyle le hanno riesaminate, e hanno concluso che - senza bisogno di doppia esposizione - le bambine hanno semplicemente collocato nei prati di Cottingley delle banali silhouette, delle Fate di cartone, che poi hanno fotografato.
Ironia della sorte, la prima e più celebre fotografia sembra ispirata a un disegno di un libro per bambini del 1914, il Pincess Mary’s Gift Book, a cui aveva contribuito lo stesso Conan Doyle.
Nel bel mezzo di una serie di articoli sul "sorprendente caso delle Fate di Cottingley" pubblicati tra il 1982 e il 1983 dall’autorevole The British Journal of Photography, il caso diventa veramente "sorprendente".
La più vecchia delle bambine di Cottingley, Elsie - ormai un’anziana signora - scrive e confessa che si trattava proprio di Fate di cartone, di uno "scherzo, che è stato ora smascherato", iniziato per gioco e sostenuto per anni per non creare problemi alla madre teosofa di Elsie e al povero Conan Doyle.
La rivista rintraccia anche Frances, la cui versione è diversa: sì, le Fate sono di cartone nelle prime quattro fotografie, ma non nella quinta che "è una vera fotografia di vere Fate ". Per Frances le Fate esistono, ma nessuno avrebbe creduto alla loro esistenza se - attraverso le prime quattro fotografie - non avessero corredate di prove false una storia vera.
Anche la quinta fotografia viene messa in discussione dagli esperti, ma certo a rigor di logica Frances (che è morta nel 1986) aveva ragione.







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