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sabato 16 aprile 2016

LA CABALA EBRAICA

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In ebraico Qabbaláh significa ricevere, ma anche tradizione (la parola ebraica designa anche la ricevuta, ad esempio in una transazione commerciale, e la funzione di ingresso del sabato, la maggiore festa ebraica); secondo questi insegnamenti essa rappresenta il livello più elevato e profondo dell'ebreo poi manifesto nel metodo d'interpretazione esegetico della Torah, definito in ebraico Sod, «segreto». La Cabala, secondo i suoi "cultori", venne trasmessa da Dio anche ad Adamo e ad Abramo. Il cabalista tradizionale nell'ebraismo rabbinico viene chiamato Mekubal. Le differenti traslitterazioni oggigiorno tendono a denotare tradizioni alternative: la cabala ebraica non va quindi confusa con le cabale di tradizione occidentale, anche se queste sono ad essa direttamente ispirate.

La definizione di Cabala varia a seconda delle tradizioni e fini di coloro che la seguono, dalle sue origini religiose quale parte integrante dell'ebraismo, ai suoi più tardi adattamenti occidentali, New Age e sincretici occultisti. La Cabala è un insieme di insegnamenti esoterici intesi a spiegare il rapporto tra un immutabile, eterno e misterioso Ein Sof ("senza fine") e l'universo mortale e finito (creazione di Dio). Sebbene sia molto utilizzata da alcune correnti ebraiche, non è una confessione religiosa in sé e di per sé. Essa costituisce le fondamenta dell'interpretazione religiosa mistica. La Cabala mira a definire la natura dell'universo e dell'essere umano, la natura e lo scopo dell'esistenza e varie altre questioni ontologiche. Presenta inoltre i metodi per aiutare la comprensione di questi concetti e raggiungere quindi la realizzazione spirituale.

La Cabala in origine si sviluppò interamente all'interno del pensiero ebraico ed i cabalisti spesso utilizzano fonti ebraiche classiche per spiegare e dimostrare i suoi insegnamenti esoterici. Questi insegnamenti sono ritenuti, dai praticanti dell'ebraismo rabbinico, a definire il significato interiore sia del Tanakh che della letteratura rabbinica tradizionale, e la rispettiva dimensione tramandata precedentemente nascosta, nonché a spiegare il significato delle osservanze religiose.

Praticanti tradizionali credono che le sue prime origini precedano le religioni del mondo e formino la struttura primordiale delle filosofie, religioni, scienze, arti e sistemi politici. Storicamente, la Cabala è emersa, dopo le prime forme di misticismo ebraico, nella Provenza del XII e XIII secolo e in Spagna, venendo reinterpretata nella rinascita mistica ebraica della Palestina ottomana del XVI secolo. Si diffuse insieme all'ebraismo chassidico dal XVIII secolo in poi. L'interesse per la cabala nel Novecento ha ispirato un rinnovamento ebraico intraconfessionale e ha contribuito ad una più ampia spiritualità contemporanea non ebraica, nonché a coinvolgere la sfera accademica e storica con la recente costituzione di studi ebraici specialistici.

È difficile quindi chiarire con certezza i concetti esatti contenuti nella Cabala ebraica. Esistono varie scuole di pensiero con prospettive molto diverse, tuttavia sono tutte accettate come corrette. Le autorità halakhiche moderne hanno cercato di restringere il campo di applicazione e la diversità all'interno della Cabala, limitandone lo studio ad alcuni testi, in particolare lo Zohar e gli insegnamenti di Isaac Luria come tramandati tramite Hayim Vital. Ciò nonostante anche tale proposizione fa ben poco per limitare l'ambito di comprensione e di espressione, poiché inclusi in quelle opere sono i commentari degli scritti di Abulafia, lo Sefer Yetzirah, gli scritti albotoniani e il Berit Menuhah, noto agli eletti e che, come ha descritto più recentemente Gershom Scholem, combina il misticismo estatico con quello teosofico. È quindi importante tener in mente, quando si discute di argomenti come le Sefirot e le loro interazioni, che si tratta di concetti altamente "astratti" e che, nella migliore delle ipotesi, possono essere compresi "solo intuitivamente".

La Cabala non si discosta dagli insegnamenti tradizionali ebraici e dalla pratica della Torah, di cui ne sarebbe l'espressione "interna" come l'anima in rapporto al corpo e lo studio della Torah rispetto alle Mitzvot: essa è quindi parte integrante della religione ebraica. Gershom Scholem pur sottolineandone la tipicità ebraica ha notato gli elementi comuni e le connessioni storiche tra questo misticismo e quello greco e cristiano. Ovviamente l'opinione di Sholem è fatta sul piano dello studio storico moderno, ma non è assolutamente accettato dai mekubalim (cabalisti) ebrei e dalla tradizione religiosa ebraica che considera la Kabala una parte stessa della Torah e dunque, come tale, la considera ricevuta da Mosé nel monte Sinai.

La Cabala è nata dopo il periodo della cattività babilonese (la deportazione del popolo giudeo nell'antica Babilonia). Nel libro biblico di Daniele si parla di quel periodo. Esso iniziò nell'anno 606 a.C., e terminò nel 536, quando Ciro, re di Persia, decretò che Gerusalemme e il Tempio dovevano essere ricostruiti. La predizione fatta da Geremia secondo la quale Dio avrebbe punito il popolo d'Israele per 70 anni si realizzò in tal modo alla lettera.



Durante la cattività, alcuni israeliti apostati furono iniziati ai misteri babilonesi; distolsero i loro cuori da Dio e si diedero all'occultismo (ad es. si può notare che la Cabala parla dei Sephiroth, dieci emanazioni divine, con una controparte malagia, i Qliphoth o Kelippot; l'origine di questi ultimi è da trovarsi negli antichi incantesimi babilonesi). In seguito, questi ebrei produssero un'interpretazione mistica del pentateuco (i primi cinque libri della Bibbia) in chiave occulta, distorcendone considerevolmente il significato, e da quella interpretazione nacque la Cabala.

La Cabala cominciò però a diffondersi in modo meno occulto solo a partire dal XII secolo in Francia ed in Spagna, e dal XIV secolo diventerà uno studio a cui si dedicheranno apertamente molti.

È importante notare che la Bibbia annuncia l'imminente venuta dell'anticristo, in tempi del tutto simili a quelli in cui stiamo vivendo oggi. La Bibbia spiega che l'anticristo si presenterà come il Cristo, il Messia, e che sarà accolto come tale da Israele (ricordiamo che gli Ebrei, avendo rigettato Gesù, credono che il Messia debba ancora venire).

E infatti, proprio ai nostri giorni, i rabbini adepti della Cabala proclamano che la venuta di questo "Messia" è molto vicina. I rabbini della setta hassidica percorrono la terra santa per proclamare pubblicamente l'imminenza della sua venuta.

Questo futuro "Cristo" è lo stesso "Cristo cosmico" o "Maitreya" che aspettano i seguaci della New Age - e che essi chiamano Lucifero (Satana). L'occultista H.P. Blavatsky scrisse: "Satana e il suo esercito ribelle proveranno di essere diventati i diretti salvatori e creatori dell'uomo divino". Ciò è in linea con le previsioni bibliche: tutto gli uomini e le donne che non hanno creduto in Gesù, accetteranno l'anticristo e lo riconosceranno come il Messia.

Una dimostrazione di quanto facilmente ci si può allontanare dalla verità rivelata da Dio, la si trova nella descrizione della Creazione secondo la Cabala. La Cabala presenta un'interpretazione mistica dei testi della Torah (i primi cinque libri della Bibbia). Tale narrazione è completamente diversa da quella della Genesi biblica.

La Cabala insegna che Dio inizialmente abbandonò il mondo, lasciandovi solo una goccia di sè. Poi a un certo punto da Lui sarebbero emanate delle luci (emanazioni) racchiuse in dieci vasi (le Sefirot, che sono rappresentate secondo uno schema detto Albero della Vita); ma gli ultimi vasi si sarebbero rotti e le luci di Dio sarebbero diventate prigioniere della creazione. Questo disastro avrebbe ferito Dio e avrebbe dato un'impronta negativa alla storia. Ecco dunque un Dio in cui non si intravede l'amore (che nella Bibbia Egli stesso dice non solo di possedere, ma di essere), e che si trova in circostanze fuori del suo stesso controllo.
Secondo la Cabala, le "scintille di Dio" finirono così imbrigliate in tutto ciò che esiste, incluso il male (il "bene nel male" è un concetto Taoista, completamente diverso da ciò che Dio dichiara di Se stesso, dalla sua assoluta santità e giustizia, e dal principio evangelico secondo cui in Dio "non c'è tenebra alcuna", 1 Gv. 1:5).

La Cabala è particolarmente nota per il suo utilizzo nella numerologia. Essa infatti associa ad ogni nome un valore numerico, e insegna che ciascun valore avrebbe un significato metafisico (una "vibrazione metafisica" che provocherebbe eventi soprannaturali; un modo per attingere ai poteri occulti).

Diversi studiosi ritengono che l'origine di questi insegnamenti si trovi all'esterno dell'Ebraismo, in Pitagora di Samo (588-500 a.C.) con la sua "scuola numerologica" di Crotone. Già allora, infatti, si era cominciato ad associare ai numeri un significato trascendente.

A livello popolare, è diffuso l'uso di una forma molto più "folcloristica" di Cabala, la famosa Smorfia Napoletana; essa viene utilizzata per "indovinare" al gioco del Lotto, mediante l'interpretazione di sogni e di situazioni particolari della vita quotidiana.
L'altra forma di Cabala è quella Esoterico-Occultistica, usata dagli esoteristi e dagli occultisti.
Quale che sia la forma sotto cui viene studiata, la Cabala è e resta un cifrario di dottrine occulte, espresse dalla simbologia dei numeri.

Purtroppo, religiosi e mistici non sono nuovi a queste pratiche. Al tempo della deportazione del popolo giudeo nell'antica Babilonia, infatti, i capi religiosi cominciarono a formulare delle nuove dottrine (il Talmud) che, in teoria, avrebbero dovuto "spiegare" i comandamenti che Dio aveva dato nella Bibbia. In realtà, quelle dottrine erano in grave contraddizione con gli insegnamenti di Dio. Come Salomone prima di loro (cfr. primo libro dei Re, capitolo 11), si sviarono dai comandamenti di Dio e si volsero alla superstizione, inducendo molti allo sviamento e attirandosi il Suo giudizio.



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lunedì 11 aprile 2016

LA SANTERIA

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Conosciuta anche come "Regla de Ocha", la Santeria è la più importante religione di origine africana trasportata a Cuba dagli schiavi di quel continente, mescolatisi in seguito nell'isola (il sincretismo) e praticata fino ai giorni nostri da un gran numero di fedeli al punto di essersi convertita in una rilevante componente culturale dell'identità nazionale cubana. Questo culto è originale dell'Africa equatoriale, più precisamente della regione compresa tra l'antico regno del Dahomey. Togo, Benin e il sud-ovest della Nigeria, dove vissero numerose tribù che avevano come idioma comune il "yoruba". Oltre alla lingua, queste tribù dividevano tra loro molti tratti culturali e molte credenze religiose, specialmente quella per gli "orisha" che erano riconosciuti da tutte le tribù della regione.

Con l'intensa tratta degli schiavi, che si svolse dal secolo XVI al secolo XIX per il lavoro nelle centrali di produzione dello zucchero, arrivano a Cuba questi negri yoruba d'Africa che riuscirono a conservare vive le proprie credenze religiose grazie alla resistenza opposta nei confronti dei loro padroni e all'abile identificazione degli "orisha" con i santi della religione cattolica a partire da alcune caratteristiche comuni (si fonde così, ad esempio, l'immagine di Santa Barbara con l'orisha Changò, signore del fuoco e del fulmine, dio della guerra; o quella di San Lazzaro con Babalù Ayè, anch'egli divinità dei lebbrosi e delle malattie della pelle).

Con l'abolizione ufficiale della schiavitù (1880) molti schiavi yoruba, emigrati in zone urbane de l'Avana e di Matanzas (province dove si produceva molto zucchero) cominciarono a praticare con maggiore libertà i propri vecchi riti africani già mescolatisi con la religione cattolica. In quel periodo, nei quartieri di Regla e nei pressi de l'Avana, si fondano le prime case dedicate a questo tipo di culto. Due avvenimenti furono decisivi per una definitiva cubanizzazione della Santeria: l'unificazione di diversi culti yoruba in una unica liturgia (la denominata Regla de Ocha) raggiunta dal "balalawo" (il sacerdote dell'orisha Orula, colui che indovina il futuro) Lorenzo Samà e dalla sua sposa Latuan sul finire del secolo XIX, la definizione  della "Regla de Ifà" (sistema di predizione usato dagli yoruba) che si deve al babalawo Eulogio Gutierrez (dopo l'abolizione della schiavitù riesce a tornare in Nigeria, dove però riceve l'ordine divino di far ritorno a Cuba per stabilire la Regla de Ifà: l'ordine sacro dei babalawo, gli unici capaci a predire il destino di donne e uomini mediante la Tavola di Orula).

"Santeria" è un termine dispregiativo inventato dai bianchi colonialisti cattolici spagnoli. Invece i santeri praticanti cubani preferiscono utilizzare altri termini ufficiali come Lukumì o ancor meglio Regla de Ocha.

La Santeria cubana, forma religiosa politeista, ha ricevuto un nuovo impulso alla fine dell'Ottocento con il ritorno in Africa di alcuni schiavi liberati. Nel XX secolo un nuovo impulso è dato dalla rivoluzione cubana del '59. Due le conseguenze di rilievo: l'esportazione del culto nell'America Settentrionale e in secondo luogo il nulla osta del regime castrista alla pratica di questa religione per motivi ideologici anche in funzione anti-cattolica e di valorizzazione della cultura popolare e delle classi più povere, che per forza di cose erano d'origine afroamericana. Infine il crollo del Muro e la conseguente apertura al turismo, soprattutto europeo, ha portato alla diffusione del culto anche nel Vecchio Continente, sia tramite l'emigrazione cubana, sia attraverso i visitatori europei rimasti affascinati dalle pratiche e dai culti della Santeria.

L'influenza della Santeria sulle espressioni culturali tipicamente cubane è marcata, soprattutto nell'ambito della danza e della musica. I generi musicali afrocubani (prima di tutto nella Rumba che è la danza più strettamente legata alle radici africane, ma anche Mambo alla Salsa, forse meno il Son) risentono fortemente delle figure ritmiche e sincopate utilizzate nei raduni rituali ad esempio a base di tamburi in onore del dio, o santo, Changò. Brano simbolo che racchiude tutta la magia della santeria è ¿Y QUE TU QUIERES QUE TE DEN? del maestro Adalberto Alvarez inframezzato da canti in lingua yoruba, stessa lingua con cui ancora si officiano i riti. La danza altrettanto si ispira ai riti d'origine Yoruba. Ogni santo ha un suo caratteristico movimento che lo distingue dagli altri. Il regime cubano considera queste espressioni artistiche un patrimonio culturale della nazione e le ha quindi elevate a livello accademico, rivalutandone l'importanza anche per una questione politica. La santeria infatti rappresenta un valido strumento di contrapposizione al cattolicesimo. Grazie a ciò sono diventati famosi nel mondo gruppi di canto e danza folklorici, quali il "Conjunto Folklorico Nacional", "Los Muñequitos de Matanzas", "Yoruba Andabo" ed il compositore Lazaro Ros.

Gli adepti della Santeria a Cuba, pur ammettendo le similitudini e le comuni origini con Candomblé e Macumba brasiliani e il Vudù haitiano, sostengono di non praticare la magia nera, ma solo quella bianca. In pratica esclusivamente divinazione, e riti per favorire successi in amore, in ambito economico e di salvaguardia della salute o nella cura di malattie. Litanie e formule liturgiche sono presumibilmente in lingua Yoruba (della famiglia di lingue nigero-congolesi) che in realtà pochi capiscono (ma recitano a memoria) e le pratiche private sono improntate sul culto dei morti e degli antenati ai quali si riserva un angolo della casa e si offrono cibo e bevande, specifiche per ogni santo. Presente anche il concetto induista-buddista della reincarnazione, in particolare per chi non pratica i rituali. Ci sono poi i rituali collettivi accompagnati dai tamburi con fenomeni di possessione, trance ecc.

Le principali divinità della Santeria cubana sono comunque simili se non identiche a quelle delle altre religioni afro-americane. Si tratta di una sorta di pantheon dove però, oltre alle varie divinità, si trovano dei concetti astratti a dimostrazione di un discreto livello di sviluppo religioso, filosofico e metafisico. Ad esempio la trilogia Olofi-Olordumare-Olorun che semplificando sono il Dio della Terra-il Creatore-il Dio del Cielo (una sorta di Santissima Trinità). Sono fonte dell'Aché, il dono, la grazia, l'energia spirituale. Per alcuni non si tratta di una trilogia, ma di un Dio unico, quindi la santeria sarebbe una religione monoteista, e i rimanenti Orishas dei semidei (esseri umani che in vita hanno fatto grandi cose ed una volta morti sono stati eletti al rango di divinità) che impersonificano la natura con funzione di messaggeri della divinità primordiale. Questi ultimi (circa 400 nella religione originale Yoruba, una quarantina nella Santeria, di cui solo una quindicina quelli conosciuti dalla maggioranza dei fedeli) ricordano per contro parecchio la mitologia greca con le varie divinità antropomorfe in guerra, che si rubano le compagne, si vendicano, stuprano, si alleano e si proteggono vicendevolmente. I racconti mitologici di queste divinità, non di rado in contraddizione tra di loro, sono chiamati Patakìn e sono di notevole interesse antropologico.



Alcuni dei principali Orishas (santi) della Santeria cubana semplificando sono:

Elegguà: Dio protettore di viaggiatori, è colui che apre e chiude le strade e gli incroci, che quando balla assomiglia ad un bambino dispettoso, messaggero, detiene le chiavi del destino. Nei rituali ha il privilegio di essere sempre il primo (abre el camino). È protettore di viaggiatori, strade ed incroci. Cattolicizzato con Sant'Antonio di Padova, i suoi colori sono il rosso e il nero. Lo strumento che lo identifica è il garabato (un bastone di legno a uncino) che usa per aprire e chiudere il cammino degli uomini.

Obatalà: Primo tra gli Orishas. Il creatore della terra. Divinità pura per eccellenza, ama la pace ed è misericordioso. È il dio della testa, del pensiero e dei sogni. Cattolicizzato come la Vergine "de la Mercedes", il suo colore è il bianco. Viene spesso identificato come un anziano che stenta a camminare ma può anche essere rappresentato come un giovane guerriero.

Yemayà: Madre della vita e degli altri dei. Moglie o, secondo le versioni, figlia di Obatalà. Dea dell'acqua salata e quindi del mare come fonte primordiale di vita. Protettrice delle partorienti, di pescatori e marinai. Corrisponde alla Vergine Maria (Nuestra Señora de la Regla, patrona della Baia di L'Avana). I suoi colori sono il bianco e l'azzurro.

Changò o Shangò: Dio della virilità, della mascolinità, del fuoco, di fulmini e tuoni, della guerra, della danza e della musica in particolare dei tamburi. Quarto re Yoruba del regno Oyo. Innumerevoli le sue avventure amorose e i litigi con i rivali. Le sue presunte mogli o amanti sono almeno tre: Ochun, Oyà (dea guerriera del vento e guardiana del cimitero, moglie di Oggùn che per questo è rivale e nemico di Changò), e Obba (unica moglie ed eterna innamorata di Changò che per lui si tagliò un orecchio), ma è certo che è stato con tutte le donne del pantheon Yoruba. Figlio di Agallu e Baba. Il santo cattolico è come per Obatalà stranamente femminile ed è Santa Barbara. I suoi colori sono il bianco e il rosso. Indossa una corono che lo identifica.Porta uno scudo, una spada e una scure.

Ochùn o Oshùn: Il corrispettivo femminile di Changò (di cui è amante). Dea dell'amore, della bellezza, della femminilità e dei fiumi. Un po' "coquette" protetta da Elegguà e Yemayà. Cattolicizzata come la Vergine "de la Caridad del Cobre" (patrona di Cuba). Colore il giallo, l'oro.

Orula: la divinazione personificata, principale benefattore del genere umano perché gli svela il futuro e lo consiglia. Pure figlio di Yemayà, ma da un rapporto incestuoso con il figlio. A secondo delle diverse versioni può essere identificato nel cattolicesimo come San Francesco D'assisi o come Gesù Cristo. I suoi colori sono il giallo e il verde.

Babalú Ayé: Dio guaritore di numerose malattie veneree, della pelle, della lebbra, del colera, delle infermità in genere ecc. Per questo è dunque associato a San Lazzaro. Il suo colore è porpora vescovile. Questo in Africa era il santo principale e più venerato, all'Avana esiste un santuario in suo onore (Rincon), dove si recano ogni anno il 17 dicembre migliaia di infermi.

Oggùn: Un montanaro solitario e irascibile, dio del ferro (San Pietro), salvato dall'ira di Obatalà da Elegguà e protetto dal fratello maggiore Changò. I colori sono giallo e verde. Orisha fabbro, forgiatore di metalli e mentore di tutti coloro che con i metalli hanno a che fare, soldati e armigeri compresi. Per estensione di culto viene anche associato alla guerra e alla violenza, in associazione-antitesi a Changò, del quale è anche rivale in amore per essere stato, secondo un'antica Patakì (leggenda), sedotto e poi abbandonato dall'avvenente Oshùn, la quale usò le sue grazie al solo scopo di riportarlo verso gli uomini, dai quali si era distaccato per disgusto. Oggùn è un Orisha temuto per il suo carattere poco socievole e per la potenza delle sue armi, anche se non viene annoverato tra le entità malefiche.Vive nelle foreste usando un machete per uccidere gli animali e per spianarsi la strada Egli è solo l'archetipo delle manifestazioni violente insite nella natura umana. Il sincretismo con la Religione Cattolica lo associa a San Pietro, forse a causa di alcune manifestazioni di irruenza da parte del Padre della Chiesa.

Queste alcune delle divinità maggiori della Santeria. Ce ne sono poi un'infinità di minori. Naturalmente non ci sono delle regole univoche su nomi, attributi e leggende (patakkìn di tradizione orale catalogate solo nel XX secolo). I rituali variano a seconda delle scuole liturgiche (reglas). Spesso le divinità si confondono e il discorso sul fenomeno del sincretismo con la religione cattolica merita un capitolo a sé. È un tentativo del Cattolicesimo di integrare la Santeria, o un'astuzia degli schiavi che venerando i santi cattolici evitavano angherie e persecuzioni? È questo un dibattito trattato da antropologi e storici come Sixto Gaetan Agüero e Kali Argyriadis.

Il sistema di divinazione Diloggún utilizza la conchiglia, che anticamente in Africa veniva usata come moneta. Il santero lancia 16 conchiglie, in alcuni casi "leggendone" solo 12. L'interpretazione e il responso viene fatta in base al numero di conchiglie cadute con la parte concava in alto e mediante una successione di lanci.
Il sistema divinatorio Biague necessita del cocco, che viene usato come offerta rituale donata agli Orisha e in onore degli antenati. Si lanciano in aria quattro parti di cocco e il responso viene determinato a seconda della posizione, lato cavo o lato convesso, che assumono sul pavimento.
Il sistema divinatorio Ékuele che utilizza uno strumento particolare, una catena formata da otto parti. La catena viene lanciata in aria e a seconda di come sono posizionati i pezzi si può interpretare il responso della divinazione, che è arricchito da una serie di proverbi e racconti, inerenti al problema affrontato.
Il sistema divinatorio Tablero de Ifá richiede lo spargimento di una polvere bianca magica ricavata da una zanna di elefante su un tavolo particolare i cui quattro lati sono abbinati ad altrettante divinità. Il babalawo, il sacerdote incaricato della divinazione, in funzione di quanti semi di kola (ikines) rimangono nella sua mano sinistra (1 o 2 su 16) traccia dei segni sul tablero, ottenendo la stessa combinazione dell'ekuelé.

Il sistema per predire il futuro usato dalla Santeria, conosciuto appunto come Regla de Ifà, funziona attraverso la "Tavola de Ifà" o di Orula (identificato con San Francesco d'Assisi) che è manipolata dal babalawo, categoria sacerdotale che può essere ricoperta solo dagli uomini e solo quando un altro babalawo -dopo aver consultato la tavola- scopre che può essere figlio di Orula.

I denominati "santeros" -uomini e donne- praticano la predizione del futuro quando il santo che hanno ricevuto in affidamento li autorizza per questa attività attraverso un sistema denominato Caracoles.

La Santeria, come religione primitiva, ha un carattere pragmatico e attraverso di essa i suoi affiliati cercano di risolvere i problemi spirituali e materiali. Sono molto frequenti le feste dedicate agli orisha con musica e balli, grande quantità di cibo e bevande. Le feste più importanti sono di solito quelle del 4 dicembre, giorno dell'orisha Changò.

Per capire a fondo la cultura cubana non è possibile prescindere dalla santeria e dai suoi rituali. E’ forse uno dei misteri più affascinanti che unisce la variegata popolazione del caribe, composta da un crogiolo di razze e culture amalgamate da tempo in un popolo capace di sentire con forza la propria unità nazionale. A Cuba è una bestemmia solo parlare di razzismo: creoli, bianchi, mulatti e negri convivono da sempre senza problemi e la santeria ha la sua parte di merito. E’ vero che l’intensità con la quale si pratica questa religione non è uniforme, infatti a Oriente (Santiago e Baracoa) la sua influenza è maggiore che a Occidente, così come nelle campagne la religiosità è più diffusa rispetto ai grandi centri urbani. Basta aggirarsi un po’ per i quartieri de L’Avana per rendersi conto che a Guanabacoa si praticano riti santeri in misura superiore rispetto ai quartieri centrali del Vedado e Miramar e che là dove la popolazione nera è in maggioranza la santeria ha una percentuale di pratica e diffusione notevole. E questo è abbastanza ovvio se solo si pensa alle origini di queste credenze.

La santeria è una religione piena di vita, così come piena di vita è la gente di Cuba, accompagna l’esistenza quotidiana senza obbligare i praticanti a rituali pesanti, inaccettabili per la mentalità locale.
La santeria ben si attaglia alla mentalità del posto, perché è una religione fatta di riti che danno un posto importante a tabacco e rum. E poi talvolta anche una sbronza memorabile o una frenetica danza in compagnia di una bella ragazze può far parte del rituale evocativo. A Cuba possiamo assistere a spettacoli di danze affascinanti ispirate alla vita degli orisha, così come si ascoltano canzoni di autori come Willy Cirino e Tito Puente che si soffermano su queste divinità sorridenti e gioiose. Comodamente seduti a sorseggiare un cuba libre o un mojito ci lasceremo prendere da musiche tribali di origine africana che scandiscono a colpi di tamburo e maracas i rituali santeri.

E proprio per questo diciamo che la santeria è parte integrante della cultura cubana, così come lo sono il ballo e la musica. E non vi azzardate a dubitare con un cubano in merito ai poteri di Elegguà o Yemaya. Correreste il rischio di essere trascinati a una messa spirituale, dove il santero di turno vi caccerà via tutti gli spiriti maligni che infestano la vostra anima a colpi di rami di palma e spruzzi di  rum e tabacco.


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venerdì 18 marzo 2016

IL CELTISMO



Si fa sera. La legna è già pronta nel prato, il fuoco viene acceso. Una cornamusa inizia a lanciare il suo grido nell’aria mentre intorno al falò si radunano uomini e donne vestiti con stoffe a quadri colorati. Brache e tuniche, cinture di cuoio, spade al fianco, fibule e braccialetti con spirali e triskel, torques al collo. Sono reduci da una giornata nel villaggio.

O più spesso da un combattimento. Tutti hanno tazze e bicchieri che presto si riempiranno di idromele. E, dopo aver consumato il cinghiale arrostito, si apriranno le danze. Si conclude così un giorno come tanti nelle infinite feste celtiche che, negli ultimi anni, si vanno moltiplicando sul territorio che un tempo fu la Gallia Cisalpina. La nuova “celtomania”, esplosa nella seconda metà degli Anni ’90, continua a imperversare malgrado le profezie che la volevano una moda passeggera. Ma ciò che caratterizza questo strano e complesso terzo revival celtico in Italia, e non solo in quella settentrionale…il primo arrivò con il romanticismo nell’800, il secondo con i fermenti politico-culturali degli anni ’70… è la presenza di un’inestricabile eterogeneità di elementi che a volte si combinano tra loro, dando luogo ad anacronismi e conflitti spesso irrisi o denunciati con forza da “storici puristi”, filologi o intellettuali.

La storia del celtismo ha inizio nel XVIII secolo, per la precisione nel 1781, con la fondazione dell'Antico ordine dei druidi, un'organizzazione segreta e iniziatica. I gruppi comparsi in questo periodo presentavano raramente legami stretti con l'antica religione celtica; andrebbero infatti ricondotti allo stesso filone che accomuna la vasta gamma di religioni misteriche sotterranee che comparvero nel corso del XX secolo. I primi aderenti al neopaganesimo che si sarebbero organizzati andando a costituire una relativamente definita religiosità celtista furono i componenti di congregazioni comparse solo negli anni Settanta e Ottanta del XX secolo. Le dottrine di queste associazioni contenevano parecchi elementi celtici, molti dei quali sarebbero diventati il nucleo di una futura filosofia celtista unificata. Questo periodo e questi gruppi sono spesso definiti collettivamente con l'etichetta di Protoceltismo, proprio per l'ancora diffusa indeterminatezza dottrinale che li caratterizzava. Successivamente, con la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, i protoceltisti iniziarono a farsi sentire portando ad una rapida crescita del movimento. Sebbene la corrente senistrognatana presenti i tipici elementi del ricostruzionismo pagano, altri gruppi si rifanno meno alle radici storiche della religione, e tendono all'introduzione di elementi riformatori. Nel periodo della prima diffusione del Celtismo influenze newager e wiccane (queste le principali, ma ne sono individuabili molte altre) andarono così a costituire la corrente del druidismo, quella oggi maggioritaria in seno alla quale si è formata una terza branca nel 1985, ovvero il keltrianesimo. Tendenzialmente pochi tra i celtisti moderni considerano importante il legame con la vecchia tradizione del paganesimo celtico, la maggioranza druidista riconosce infatti la necessità di un'innovazione e di uno sviluppo della religione celtista in armonia con il contesto della società moderna, riconoscendo in questo modo l'implementazione nella propria dottrina di insegnamenti, rituali e pratiche nuovi e non necessariamente celtici.

La comparsa e diffusione crescente del celtismo ha portato a manifestazioni culturali di differente tipologia. Di sicuramente grande rilevanza è la forte enfasi che viene data, dai celtisti, all'attivismo ecopagano. L'ecopaganesimo è una tendenza culturale che combina politica e ambientalismo, vedendo la prima come un metodo vincente attraverso cui far valere il secondo. L'ambientalismo è considerato una parte fondamentale dell'impegno di un celtista, e campagne a favore della salvaguardia di ambienti naturali si sono manifestate ovunque sia presente una comunità celtista. Associazioni come l'Obod organizzano progetti di riforestazione e collaborano con gruppi quali Greenpeace in osservazione del precetto etico celtista del rispettare gli altri e il mondo. Il celtismo ha avuto una capillare diffusione negli ultimi anni, con la comparsa di comunità, centri e gruppi in America settentrionale e in Europa, particolarmente nelle zone di tradizionale retaggio celtico quali la Gran Bretagna e l'Irlanda. Una ricerca del Centro studi sulle nuove religioni fa notare come la maggioranza dei convertiti al celtismo (la ricerca analizza in particolare la crescita dei membri della Congregazione del druido) siano innanzitutto ex cristiani (con il 37% di percentuale), seguiti da un 19% di neopagani che scelgono il Druidismo come via definitiva e un 11% di ex wiccani, in aggiunta ad una serie di ex atei o non categorizzati. La ricerca spiega che i convertiti sono in maggioranza cristiani in quanto il cristianesimo è visto oggi come una religione irrazionale e in decadenza, la cui intolleranza e il cui dualismo trascendentistico hanno portato nel corso dei secoli alla demonizzazione della vita e del mondo, al degrado della natura, all'odio per il diverso e all'oppressione della donna. L'allontanamento dal cristianesimo e la conversione ad altre religioni sono viste dai convertiti analizzati dal rapporto come un processo naturale e coincidente con il risveglio illuministico dell'uomo contemporaneo. I convertiti al celtismo provenienti dalla wicca dimostrano invece un'insoddisfazione per la precedente religione in quanto questa sarebbe troppo innovativa e minimamente basata su un retaggio solido ereditato dalle tradizioni antiche. Di centrale importanza nella trattazione dei prodotti culturali portati dal celtismo è la questione del complesso megalitico di Stonehenge, divenuto da tempo un centro di ritrovo per la celebrazione di rituali celtisti durante le feste principali del calendario, nonostante il suo utilizzo da parte dei druidi dell'antichità sia ancora causa di innumerevoli controversie.

Il nostro paese, come tutti quelli dell’Europa occidentale, ha conosciuto, a cominciare dagli anni ’90 il revival del patrimonio culturale ed immaginario a tema celtico. Che suggestioni a tema “celtico” fossero già conosciute da vasti strati della popolazione non deve sorprendere, dal momento che l’estetica verso le culture di discendenza celtica dell’Europa insulare è diffusa in tutto l’Occidente, importato da musica folk, cantautori e lungometraggi. Per quanto riguarda i Celti per quello che davvero furono storicamente si considera come inizio ufficiale del revival celtico italiano la ormai famosa mostra “I Celti” tenutasi a Palazzo Grassi a Venezia nel 1991, dove per la prima volta si sfatò il mito dei Celti visti come barbari con le corna, rozzi ed ignoranti di fronte ai civili e monumentali romani. Da quel momento in Italia cominciò un lento riattivarsi per far meglio conoscere una cultura che ancora fa sentire le sue influenze su un terzo del territorio nazionale. Per la prima volta lo studio dei Celti uscì dal mondo accademico per diventare realtà alla portata di un pubblico più vasto. Cominciarono, qua e là nell’Italia Settentrionale a fiorire le prime feste celtiche, a partire dall’area piemontese e lombarda e successivamente in Romagna ed Emilia. Si trattava di manifestazioni pregne di spiritualismo mistico soltanto nominalmente celtico, ove in realtà era molto forte la contaminazione con la Wicca e la Stregoneria, sia nella sua veste tradizionale che nel suo aspetto “moderno”. Questo fu forse il primo degli equivoci in cui il Celtismo italiano cadde, ovvero la mancata distinzione tra nuove religioni (laddove per nuove si intende tutto ciò che nacque dopo la caduta del mondo antico) e quella dei Celti. A fronte di una ancora oggi quasi sconosciuta tradizione iniziatica e religiosa, quella druidica, il mondo celtico italiano cercò di sopperire alle carenze archeologiche e documentaristiche con un generico “culto della natura” o “culto della madre” spacciandole per la vera religione dei progenitori di molti milioni di italiani. Se da una parte è vero che ciò che fu fatto dal celtismo sul fronte spirituale non corrispondette a realtà vi è da dire anche che spesso tutto ciò venne condotto non con uno spirito di malafede, quanto piuttosto con lo scopo di creare in fretta un archetipo mobilitante a “ispirazione” celtica, di contro ad una modernità straniante e sempre più oppressiva che imperversava e imperversa tutt’ora nelle industrializzate regioni del Nord. Figlio di questo ingenuo e deleterio atteggiamento furono anche le numerose pulsioni anti-romane che l’ambiente celtico italiano partorì soprattutto nella prima parte della sua storia, laddove Roma veniva vista nella stessa maniera errata in cui la presentano ancora oggi i sussidiari delle scuole, ovvero una potenza multietnica basata su di un materialismo freddo e calcolatore, abbattitrice di boschi e nemica della natura in favore di una civiltà monumentale e lontana dal mondo naturale ed agreste quanto alle divinità femminili. L’intento politico, che pure si presenterà, di pari passo all’ascesa del secessionismo a metà degli anni ’90, si innesterà in questa ribellione antimoderna contro Roma, ma non lo creò, come molti invece pensano. Se la politica identitaria nel Nord Italia fu di grande aiuto alla riscoperta dei Celti, mediante finanziamenti di festival di rievocazione storica, conferenze e altre iniziative, contribuì però ad accentuare in chi in quella politica non vi si riconosceva l’idea dei Celti come popolo barbarico e nettamente distinto dal resto delle popolazioni italiche, nonché a circondare di un pregiudizio secessionista tutte le iniziative celtiste esattamente come quelle volte alla riscoperta delle radici romano-italiche sono circondate da un pregiudizio che le considera revival fascisti, nonostante sia comunque innegabile il ruolo del fascismo nella riscoperta ideale di quella che fu la grandezza di Roma nei secoli anche per gli italiani meno istruiti. Il movente secessionista impedì un dibattito ed uno studio serio e non fazioso sull’eredità celtica nel Nord Italia, sostenendo un’alterità quasi totale rispetto alle altre popolazioni della penisola, cadendo peraltro il numerose contraddizioni ed errori, per esempio spacciando i Veneti come un popolo di origine celtica, quando è risaputo siano di origine italica, come i Latini. Venne inoltre quasi sempre negata l’esistenza di società, come quelle del Veneto occidentale o dell’Emilia, dove i Celti convissero con le culture etrusche ed etrusco-italiche locali mettendo in comune tradizioni e modi di concepire la vita, l’arte e la guerra, preferendo una visione “balcanica” della storia e della mitostoria dell’Italia antica. Per sottolineare inoltre l’unità padana si limarono spesso le differenze, spesso marcate, tra le tribù celtiche dell’Italia settentrionale, per esempio tra gli Insubri ed i Boi, uniformando i Celti ad un certo stereotipo di comodo, per quanto romantico ed affascinante. Un altro dei grandi errori del celtismo italiano, a cui solo da pochissimi anni si sta ponendo rimedio, è stato quello di marcare le distanze, non abissali, ma nemmeno irrisorie, tra l’ecumene celtico della Gallia Cisalpina e quello dell’Europa insulare. La “creazione” del nuovo celta dovette sembrare oltremodo facile, laddove con supponenza e faciloneria si presunse, dando così ragione a molti sostenitori della tesi barbarica, che i Celti non si fossero mai evoluti e che quindi si potesse tranquillamente attingere dalle fonti proto-cristiane dell’Irlanda e della Scozia per descrivere in maniera abbastanza filologica le culture cisalpine di mille anni prima. Solo attenti studi come quelli di Venceslas Kruta, Guyonvarc’h , Le Roux e Vitali (per citarne alcuni) permetteranno di far luce su di una civiltà complessa, regolata da una strutture fortemente legata al concetto di èlite, sia in senso aristocratico che sacerdotale, di contro allo stereotipo dei barbari armati di ascia che attaccano alla rinfusa le ordinate civiltà mediterranee con il solo scopo di saccheggiare e stuprare. A favore del celtismo italiano vi è da dire che per quanto riguarda la conoscenza archeologica, del modo di vivere e di combattere, si sono fatti molti passi avanti nella demolizione della “tesi barbarica”. Gli studi del francese Rapin e dell’italiano Vitali hanno permesso di apprendere, anche alla luce di sperimentazioni sul campo e di una lettura più attenta delle fonti classiche (Cesare e Aulo Irzio in primis), molte più nozioni sul modo di combattere delle popolazioni celtiche dell’evo antico, dimostrando la loro conoscienza della falange, appresa molto probabilmente dai coloni greci stanziati a Marsiglia, e della formazione a testuggine (in gallico chiamata “Reda”) fino ad allora considerata prerogativa delle legioni romane.

Studi attenti riguardanti la linguistica hanno permesso di notare differenze molto meno marcate con le altre culture italiche di quanto molti credessero e pochi in malafede sperassero, e lo studio di numerosi corredi funebri, d’altro canto, testimoniano quanto l’equipaggiamento del legionario repubblicano romano, che tanto fece parlare di sé, fosse simile a quello dei guerrieri d’alto rango delle compagini galliche, a cominciare dall’elmo di tipo Montefortino e dalla cotta di maglia. A questo approccio fortemente empirico e materialista degli ultimissimi anni si è però sommata una de-spiritualizzazione del revival celtico italiano, fenomeno che rimane un territorio estremamente fertile per il tradizionalismo gentile pan-italico, poiché il disfacimento progressivo della socialità nelle regioni del nord e l’impatto migratorio necessiterebbero di contrafforti solidi che solo la religione etnica può offrire. Una religione etnica per i cittadini del Nord non può che dare spazio, oltre che all’ambito romano-italico, che ne rimane colonna portante e irrinunciabile, anche ad una riscoperta di quella che fu la tradizione ancestrale non solo Celtica, ma anche Venetica e Ligure, in quanto una gentilità settentrionale senza i Celti sarebbe monca tanto quanto una gentilità settentrionale senza alcuno spazio per Roma o l’Etruria. Tale de-spiritualizzazione ha creato una scissione quasi insanabile tra celtisti “spiritualisti” ancorati ai vecchi modelli del Celta adoratore della grande madre, e “materialisti” che preferiscono non occuparsi della tradizione spirituale celtica considerandola o irrimediabilmente perduta o peggio, contaminata per sempre dall’ignoranza degli “spiritualisti”.

La religione celtista è suddivisa in tre branche principali che si distinguono a seconda di differenti aspetti, in primo luogo il sistema teologico e cosmologico, ma anche, generalizzando, l'intera visione del mondo e il rapporto con la società. La corrente più ortodossa e strettamente legata ai metodi del ricostruzionismo è la senistrognata (termine che letteralmente significa "antica tradizione" in protoceltico). La tradizione senistrognatana si è impostata con la fondazione dell'associazione Imbas, sebbene di gruppi ricostruzionisti ne siano presenti in molte delle comunità celtiste diffuse nell'Europa nordoccidentale e in America settentrionale.

In opposizione alla corrente ricostruzionistica è presente il druidismo, la cui formazione è andata sviluppandosi nel corso dei secoli che ricollegano la fondazione dell'Antico ordine dei druidi nel 1781 allo sviluppo moderno. Nonostante sia considerabile la branca più antica del celtismo, il druidismo è proprio la tradizione che più tende ad impostarsi seguendo un orientamento eclettico. La religione druidista non pretende infatti di ricostruire una religiosità identica al paganesimo celtico del passato, ma al contrario opta per la formazione di una religione a tutti gli effetti nuova, solamente ispirata alle antiche tradizioni.

È per questo motivo che i druidisti utilizzano nuovi rituali, nuove concezioni e diffondono una teologia formata sul modello di quella wiccana.

La dottrina celtista è costituita da tutti gli insegnamenti di carattere teologico, cosmologico, etico ed escatologico che la religione offre. Tutte queste caratteristiche contribuiscono all'impostazione di una determinata Weltanschauung. Trattandosi di una religione neopagana di metodo primariamente ricostruzionistico, le varie denominazioni del celtismo tendono a mantenersi il più possibile attinenti all'eventuale basamento antico. Il ricostruzionismo celtista è tuttavia molto blando, data la scarsità di fonti di cui dispone per operare una ricostruzione pura. Ai gruppi che si definiscono maggiormente ortodossi o ortoprattici si alternano per questi motivi nette maggioranze orientate all'eclettismo.



Il celtismo è una religione sostanzialmente animistica e panteistica, mantenendosi nel solco dell'antica religione pagana celtica. L'animismo sfocia in molti ambienti nel politeismo, con la raffigurazione delle divinità attribuendo a queste aspetto umanoide.  Le raffigurazioni sono tuttavia solo simboli, dato che le divinità vengono concepite come forze cosmiche e identificate con i meccanismi più sottili che danno origine alla base dei processi della natura che danno una forma all'energia che sta alla base dell'universo. L'energia che pervade e costituisce tutte le cose è considerata divina, e da questo scaturisce una visione della natura come essa stessa sacra. Essendo infatti la natura costituita e vivificata dallo spirito energetico cosmico è essa stessa parte costituente ed integrante, nonché manifestazione ed emanazione, di questo. Le divinità sono in sostanza le essenze che partendo dal sostrato energetico del mondo fanno sì che questo si vada ad aggregare dando nascita alla materia. È in questa concezione che risiede il panteismo della teologia celtista. Quella descritta è la visione ortodossa, ovvero accomunante tutte le varianti riconducibili alla tradizione senistrognatana; il druidismo e il keltrianesimo si discostano apertamente da questa visione, abbracciando una teologia e cosmologia che mantiene sì il panteismo, ma ingloba anche la visione parallelamente monistica e dualistica della wicca. La corrente druidista e quella keltriana del celtismo riconoscono infatti l'Uno come identificazione del Dio cosmico ed energetico che emana l'universo, ma in modo analogo alla religione wiccana (la quale sono in alcune sue correnti è anche monistica) vedono l'Uno come la sorgente di manifestazione dei due poli opposti la cui complementarità dà origine a tutte le cose; i due principi dell'eterna interazione tra tutto ciò che esiste sono il Dio e la Dea. La Divinità femminile è, come nella wicca, spesso considerata manifesta in tre aspetti, rappresentanti le tre fasi della vita umana e i processi circolari e ciclici che forgiano la natura del mondo e dell'uomo (di cui uno è la reincarnazione). La Divinità femminile è in aggiunta considerata Dea Madre, dandole dunque un ruolo maggiore rispetto a quello del Dio, suo consorte e spesso figlio. La Dea è infatti considerata in molte circostanze il principio primo effettivo, identificandosi con l'Uno e dunque emanando anche il polo speculare rappresentato dal Dio. Oltre che Madre la Divinità femminile è anche Natura, essendo l'energia generatrice del cosmo e dell'intera esistenza, e viene dunque a coincidere con il naturale essere e concepirsi di tutte le cose, e i cicli il cui moto dà vita al mondo. Il keltrianesimo presenta un'impostazione teologica parzialmente tendente al suiteismo. Dà valore infatti alla posizione dell'uomo nel mondo, e alla divinità dell'intera umanità come parte della natura. Centrali dei culti celtisti di ogni tipo sono ovviamente le divinità tradizionali tra le quali spiccano Tutatis, Morrigan e, in particolare nel druidismo che lo identifica con il Dio, Cernunnos.

Il sistema cosmologico del celtismo corrisponde alla sua Weltanschauung, ovvero la visione del mondo e delle cose che è tendenzialmente condivisa da tutte le confessioni. Il celtismo suddivide il mondo nei cosiddetti Tre Reami, identificati come il Regno dell'Acqua, il Regno della Terra e il Regno del Cielo. Questi tre mondi non vengono interpretati come dimensioni realmente esistenti, quanto piuttosto, in senso psicologistico, come metafore dei tre stati — o tre dimensioni — dell'esistenza umana e di tutte le cose, rappresentati dal simbolo del triskele a tripla spirale, o dalla croce celtica (disapprovata in molti casi perché più legata al Cristianesimo). Sono in fin dei conti ulteriori specificazioni di quello che è il significato dei tre aspetti della Dea triplice wiccana e druidista. Il Regno dell'Acqua è il simbolo dello status mentale ed emozionale dell'esistenza; il Regno della Terra corrisponde alla dimensione del presente e del fisico; mentre il Regno del Cielo rappresenta l'elevato, il futuro e il mistico della spiritualità. Questo terzo regno è la rappresentazione dell'obiettivo finale che il celtista deve proporsi, ovvero quello della ricerca continua e della comprensione delle cose e del mondo. I Tre Reami sono spesso concepiti come interconnessi da un albero cosmico, elemento che accomuna la cosmologia celtista a quella dell'Etenismo. L'albero mistico è — come nella visione etena — un'ulteriore simbolizzazione dello spirito divino universale che sta alla base di tutto l'esistente. La cosmologia è da riallacciare alla concezione teologica, dato che vi è continuità tra la visione del divino e quella dell'esistenza, essendo assente una distinzione tra sacro e profano. Il panteismo fa sì infatti che i celtisti — come dopotutto la maggioranza dei neopagani — concepiscano l'universo come sacro, in quanto emanazione ed espressione dell'energia del divino. I druidisti e i keltriani in particolare personificano la forza primordiale ed unica che sta alla base dell'esistenza nella figura della Dea, madre di ogni cosa e sorgente della vita. La Senistrognata conserva una visione più ortodossa, e l'animismo della sua impostazione teologica fa sì che il senistrognatano veda e associ una divinità o uno spirito con qualsiasi elemento naturale. Concependo la natura come un insieme di eterni processi ciclici, in simbiosi con la dottrina celtista (e neopagana in generale) può entrare facilmente l'evoluzionismo, mentre risulta completamente incompatibile il creazionismo. La creazione neopagana è infatti intesa semplicemente come il susseguirsi ininterrotto del dispiegamento dell'energia divina nella sua aggregazione a costituire il mondo (e questo concetto è quello dell'eterna creazione), non come un intervento da parte di un'entità esterna e distaccata. In quanto la natura fondata su processi che la portano a formarsi e disfarsi in modo costante e armonioso, il celtismo accetta pienamente qualsiasi teoria scientifica, supportando una visione del mondo umanistica e razionalistica. La concezione del naturale come sacro rende parte integrante degli insegnamenti celtisti l'importanza del rispetto dell'ambiente e dell'ambientalismo. Un esempio di questo atteggiamento può essere individuato nell'impegno che dal tardo 2006 i druidisti irlandesi stanno investendo nel supporto delle cause ecologistiche in favore della preservazione della Collina di Tara, il cui equilibrio naturale è minacciato dalla catastrofe ambientale che seguirà il termine della costruzione dell'autostrada M3 pianificata per l'area. Dalla cosmologia celtista, oltre all'ambientalismo, scaturiscono un codice etico e un posizionamento dell'essere umano nel mondo perfettamente concordanti con la natura personale di ogni singolo individuo e con la valorizzazione dell'umanità nella sua interezza. L'essere umano non è visto — dal celtismo — come entità separata dal mondo, ma come parte integrante di esso. Il keltrianesimo enfatizza particolarmente questo aspetto in quanto la sua dottrina teologica tende al suiteismo. Nel celtismo l'uomo è parte della natura, non ha uno status di superiorità nei confronti di tutti gli altri esseri viventi e di tutte le cose. Non esiste nessun privilegio di tipo divino, l'essere umano deve semplicemente comprendere di essere egli stesso parte costituente del divino, ed emanazione dell'energia di questo. Il keltrianesimo possiede un proprio codice etico, stabilito dal Cerchio di Keltria, vale a dire il Canone keltriano.

L'escatologia celtista è strettamente legata alla visione del mondo ciclica, la quale a sua volta è interconnessa con la concezione dottrinale dei Tre Reami. Sebbene non si conosca alla perfezione la visione della vita dopo la morte presso gli antichi popoli celtici, è risaputo che credessero in un aldilà, e che probabilmente tra i misteri tramandati dalle caste druidiche vi fosse la dottrina della reincarnazione. Oggigiorno i celtisti credono fermamente e in maggioranza — come quanto accade trasversalmente in tutto il Neopaganesimo — nel reincarnazionismo. Tipica dei celtisti è però la credenza nel sistema del karma, importato dalle religioni orientali e che alcuni sostengono facente parte anche dell'antico sapere dei druidi. La natura delle cose, essendo costituita da eterni cicli, viene ad applicarsi anche alla visione della vita dell'essere umano. Dopo la morte la scintilla divina integrata nel corpo dell'uomo — l'anima è concepita come una piccola parte della Divinità — va a ricongiungersi con il tutto, e da qui inizia un nuovo ciclo di incarnazione in un mondo fisico. I celtisti credono che il meccanismo karmico stabilisca la sorte dell'anima, la quale se appesantita da troppa energia negativa non trova la possibilità di subire un progresso spirituale notevole, in opposizione a quanto accade se l'anima è influenzata dalla presenza di energia karmica positiva. Il sistema escatologico celtista diviene una sorta di progressivo innalzamento dell'anima verso coscienze esistenziali sempre più elevate, sino a giungere all'unione beatitudinale con l'Uno.

Per quanto riguarda il campo etico, il Paganesimo celtico dell'antichità mise sempre in primo piano il valore della natura e la propensione alla naturalezza che ogni individuo deve mantenere. Il precetto fondamentale del sistema etico del celtismo in ogni sua forma è dunque quello della combinazione tra spontaneità e verità, intesa quest'ultima come sfaccettatura dell'essere spontanei, ovvero l'essere sempre se stessi, e dunque veri. La centralità della natura si manifesta attraverso due fondamenti della dottrina etica celtista, ovvero l'insegnamento degli alberi e l'insegnamento degli animali. Questi due precetti sono le vie di ricerca che il celtista può seguire e attraverso le quali può comprendere l'essenza della spiritualità. La via degli alberi passa attraverso l'amore per la natura e la preservazione di questa. L'insegnamento degli alberi è il dettame sul quale si fonda l'attivismo ambientalistico di molte comunità celtiste, e legato ad esso è il sistema filosofico dell'ogam, il quale consiste in una serie di tecniche attraverso cui interpretare metafisicamente la natura e gli eventi che la caratterizzano. L'insegnamento degli animali è invece l'interpretazione del comportamento degli esseri viventi e il loro modo di essere come qualcosa di sacro. Il salmone è l'essere vivente considerato più sacrale dalla tradizione celtista in quanto rappresenta la saggezza e la perenne ricerca dell'uomo, che lotta contro corrente per giungere alla comprensione dell'essenza del mondo. Altro animale di conoscenza è il corvo, considerato il simbolo del perenne legame che intercorre tra il mondo divino e il mondo umano, i quali sono coincidenti. L'etica celtista va poi a divenire più elaborata, includendo sistemi complessi quali il Codice del Druido, una serie di undici massime che ribadiscono la necessità di condurre una vita onesta e in armonia con l'equilibrio della natura. Un ruolo centrale è dato infine alla responsabilità, alla fiducia, all'integrità morale e fisica; il Valore dell'Opposto è un precetto etico basato sul rispetto reciproco tra le diversità speculari, che si conclude dunque in un'universalizzazione dell'amore verso il prossimo.

Il celtismo non è solamente un modo di vedere il mondo filosofico, fatto di ricerca e comprensione, ma anche un sistema di pratiche mistiche e sciamaniche. Nella maggior parte dei casi il celtista vede la vita di tutti i gironi come una forma di attività sacra, lo stesso atto di vivere è infatti il compimento dei processi divini che caratterizzano e fanno evolvere il mondo; la stessa quotidianità è accompagnata da rituali di purificazione e protezione. In generale, dunque, il rito ha una valenza fondamentale e una presenza quasi costante. Il fedele celtista combina le pratiche di purificazione con la recitazione di inni o preghiere, spesso di origine strettamente celtica, spesso preghiere cristiane paganizzate. Un manuale di preghiere molto comune è il Carmina Gadelica, ma popolari sono anche raccoglitori di poesie sacre in particolare originarie delle culture irlandese e gallese. I rituali comunitari sono nella maggior parte dei casi basati su liturgie sistematizzate riprese dalle testimonianze di fonti antiche e in particolare dagli scritti di autori quali Marian McNeill, Kevin Danaher o John Gregorson Campbell. Le celebrazioni involvono spesso canti, balli, rituali legati al fuoco e divinazione. Le forme più misteriche del celtismo permettono agli iniziati di praticare anche rituali e tecniche di interazione con le potenze soprannaturali. Comune tra tutte le comunità è invece la pratica dell'offertorio, in cui vengono presentate simbolicamente alle divinità offerte in cibo, bevande e composizioni artistiche. Le strutture ritualistiche celtiste sono fortemente basate sulla concezione cosmologica dei Tre Reami; vengono dunque a legarsi con i tre elementi simbolo di tali mondi, vale a dire l'acqua, la terra e l'aria. L'elemento del fuoco è visto come trasversale, ovvero la forza unificatrice che attraversa i tre altri elementi. Parecchi celtisti praticano i culti attraverso l'allestimento di altari domestici o sale adibite a templi. Non mancano templi pubblici, utilizzati spesso dalle sole comunità locali. In mancanza di un edificio di culto in muratura spesso vengono utilizzati semplici spazi naturali, in particolare in prossimità di fonti d'acqua e alberi speciali. Alcuni celtisti praticano infine tecniche divinatorie. Il metodo più utilizzato è quello dell'ogam, che permetterebbe di acquisire predizioni mediante l'osservazione delle nuvole e il comportamento di uccelli e altri animali.

Per quanto riguarda l'istituzione ecclesiastica, il celtismo è supportato da una serie di organizzazioni internazionali e locali la cui comparsa è letteralmente esplosa in numero negli ultimi anni. Il clero è sia maschile che femminile; mentre nelle denominazioni ortodosse i sacerdoti vengono chiamati druidi e druidesse (nel caso siano donne), nel Druidismo — in quanto il termine druido viene spesso utilizzato come alternativa a druidista, indicando dunque tutti i fedeli — i chierici vengono chiamati semplicemente sacerdoti, sacerdotesse o preti. Tra le principali associazioni si possono trovare l'Obod (acronimo di Ordine di bardi, ovati e druidi), l'Associazione leale arturiana, l'Ordine druidista britannico, l'Ordine druidista secolare, l'Ordine druidista di Glastonbury, il Concilio degli ordini druidisti britannici. Nel febbraio del 2003 è stata fondata la Rete druidista, un'organizzazione nordamericana sistematizzata come una vera e propria Chiesa, ovvero con territori amministrativi e clero fortemente organizzato. Il 2003 ha visto la nascita anche del Nuovo ordine dei druidi fondato in Belgio da David Dom; sempre belga e attivata nello stesso anno è l'Associazione druidista Glastoratin. L'Assemblea universale dei druidi arduni, la Congregazione del druido, e il Cerchio di Keltria sono altre organizzazioni fondate tra gli anni Novanta e il periodo contemporaneo. Di rilevante importanza è la nascita di una carica suprema riconosciuta da molti ordini druidici, vale a dire il grande druido di Bretagna o poellgor di Bretagna. La carica è emersa nel 1980 e da allora ai nostri giorni è ricoperta da Loic Gwennglan Le Scouezec. La Bretagna è una regione della Francia, pertanto il poellgor è stato chiamato in causa in certi casi non solo come grande druido di Bretagna ma di tutta la Francia. Il potere spirituale del grande druido — il quale venne eletto dall'Obod, una delle Chiese certamente più influenti — non sembra attualmente avere un ruolo dominante su tutte le organizzazioni druidiste, tantomeno complessivamente celtiste. Tra le organizzazioni più importanti da ricordare è l'Imbas, la quale promuove l'ortodossia senistrognatana.

Sebbene le contaminazioni tra la frangia ortodossa e quella druidista e keltriana del celtismo siano notevoli, oltre che notevole sia anche la trasversalità di molti degli aderenti alle due tendenze, esistono differenti metodologie di approccio alla religione sia da parte dei senistrognatani sia da parte dei druidisti e dei keltriani. Solitamente i senistrognatani tendono ad accettare tutto lo spettro della tradizione religiosa antica, ricostituendo il politeismo, l'iconografia e il clero nelle loro forme il più possibilmente attinenti a quello che furono, nonché nelle loro forme strettamente pubbliche. Il druidismo tende infatti — contrariamente — all'innovazione e all'assimilazione di concetti e pratiche da religioni differenti, basando il tutto su un semplice sostrato e un'appariscenza pagani celtici. Lo stile e le iconografie del druidismo e del keltrianesimo rimandano sicuramente alla tradizione celtica, ma la sostanza di queste due correnti religiose del celtismo è spiccatamente wiccana e sincretica. I druidisti affermano inoltre di non ambire alla ricostruzione del culto popolare dell'antica religione celtica, ma dei culti misterici praticati esclusivamente e iniziaticamente dai collegi dei druidi. Proprio nella questione del clero sta l'ulteriore differenza tra la senistrognata e le altre due tradizioni celtiste.

Mentre infatti gli ortodossi considerano con il termine druidi e druidesse i soli sacerdoti, i druidisti e i keltriani tendono a identificare i chierici con i termini non strettamente celtici di sacerdoti, sacerdotesse o preti, mentre identificano con l'etichetta di druido qualsiasi aderente al Druidismo, dando dunque al secolare termine un concetto totalmente nuovo e sinonimico all'altrettanto utilizzato druidista. Nonostante le evidenti profonde spaccature, le due frange del celtismo continuano a mantenere buoni rapporti e ad intessere relazioni comuni. Alcune organizzazioni come la Congregazione del druido, l'Obod e il Cerchio di Keltria, pur seguenti tendenze diversificate, condividono parecchi punti di vista relativamente simili.

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giovedì 3 dicembre 2015

BABBO NATALE



Negli Stati Uniti la tradizione vuole che la sera della vigilia di Natale si lascino un bicchiere di latte e dei biscotti per Babbo Natale; in Inghilterra il suo pasto consiste invece di mince pie e sherry. I bambini inglesi e statunitensi lasciano anche fuori casa una carota per le renne di Babbo Natale; un tempo veniva detto loro che se non fossero stati buoni tutto l'anno avrebbero trovato nella calza un pezzo di carbone al posto dei dolci.

Secondo la tradizione olandese e spagnola di Sinterklaas, invece, i bambini "mettono fuori la scarpa", ovvero riempiono una scarpa con del fieno e una carota e prima di andare a dormire la lasciano fuori di casa (in alcuni casi il rito viene fatto diverse settimane prima della sera di San Nicola, la sinterklaas avond).

La mattina del giorno successivo il fieno e la carota sono stati sostituiti da un regalo, spesso una figurina di marzapane. Ai bambini cattivi si diceva che avrebbero trovato una fascina, ma questa usanza ormai è stata abbandonata.

L'abitudine di scrivere una lettera a Babbo Natale è una tradizione natalizia che risale a molto tempo fa. Le lettere contengono di solito una lista dei giocattoli desiderati e la dichiarazione di essere stati buoni.

In molti paesi, le poste accettano le lettere che i bambini scrivono a Babbo Natale; in alcuni casi le risposte vengono fornite dagli stessi impiegati postali o da volontari. In Canada, ad esempio, è stato predisposto un apposito codice postale per le lettere indirizzate a Babbo Natale: H0H 0H0 e dal 1982 sono oltre 13.000 gli impiegati delle poste canadesi che si sono offerti volontari per rispondere alle lettere. In altri casi sono associazioni caritatevoli dedicate all'infanzia a rispondere alle lettere che vengono dalle zone più povere o dagli ospedali pediatrici, per dare ai bambini dei doni che altrimenti non potrebbero ricevere.

Di solito, Babbo Natale viene rappresentato come un anziano signore corpulento, gioviale e occhialuto, vestito di un costume rosso con inserti di pelliccia bianca, con una lunga barba anch'essa bianca. La sera della vigilia di Natale sale sulla sua slitta trainata da renne volanti e va di casa in casa per portare i regali ai bambini, che tiene tutti in un enorme sacco. Per entrare nelle case si cala dal comignolo, sbucando quindi nel caminetto, e lascia i doni sotto l'albero di Natale. Durante il resto dell'anno si occupa della costruzione dei giocattoli con la Signora Natale ed i suoi aiutanti elfi, anche se nelle rappresentazioni più moderne, il laboratorio di Babbo Natale somiglia più ad un centro di smistamento di giocattoli confezionati che a un'officina dove vengono costruiti.

Strettamente legate alle rappresentazioni di Babbo Natale sono quelle del personaggio russo di Nonno Gelo, che porta i regali ai bambini ed è vestito con un cappotto azzurro. È aiutato dalla nipotina bionda Snegurocka, tiene con sé un lungo scettro e la sua slitta è trainata da 3 cavalli anziché renne. Porta i regali il 31 dicembre e la sua residenza si trova a Veliky Ustyug in Russia. Tale figura è presente in tutto il blocco ex-sovietico e soltanto recentemente, forse per uniformarlo con Babbo Natale, viene rappresentato con la giacca rossa, stivali di pelliccia. Gran parte dell'iconografia di Babbo Natale sembra derivare dalla figura di Ded Moroz, soprattutto attraverso il suo equivalente tedesco Väterchen Frost.



Tutte le versioni del Babbo Natale moderno, chiamato Santa Claus nei paesi anglofoni, derivano principalmente dallo stesso personaggio storico: san Nicola, vescovo di Myra (oggi Demre, città situata nell'odierna Turchia), di cui per esempio si racconta che ritrovò e riportò in vita cinque fanciulli, rapiti ed uccisi da un oste, e che per questo era considerato il Protettore dei bimbi. L'appellativo Santa Claus deriva da Sinterklaas, nome olandese di san Nicola.

Il primo personaggio è san Nicola di Myra (più noto in Italia come san Nicola di Bari), un vescovo cristiano del IV secolo. Myra era una città della Lycia, una provincia dell'Impero bizantino che si trova nell'attuale Anatolia, in Turchia.

In Europa (in particolare nei Paesi Bassi, in Belgio, Austria, Svizzera, Germania, Repubblica Ceca, Slovenia ed in alcune parti d'Italia) viene ancora rappresentato con abiti vescovili e con la barba. Le Reliquie di san Nicola furono parte traslate a Bari, narra una leggenda da alcuni pescatori, ma in realtà furono dei mercanti a trafugarle da Myra nel 1087 e per ospitarle fu costruita una basilica, poggiando le fondamenta su una preesistente struttura, nell'anno stesso. Il luogo, la basilica di san Nicola di Bari, è da allora meta di pellegrinaggi fra i fedeli. Parte delle Sante Reliquie, rimaste a Myra, furono in seguito rinvenute dai veneziani e traslate nella chiesa ed abbazia di san Nicolò a Lido di Venezia, l'omero sinistro si trova tuttora quasi integro a Rimini ed altre ossa sono sparse per l'Europa.

San Nicola è considerato il proprio patrono da parte di adulti, marinai, mercanti, arcieri, bambini, prostitute, farmacisti, avvocati, prestatori di pegno, detenuti. È anche il santo patrono delle città di Bari (compatrono assieme a san Sabino), Amsterdam e della Russia. In Grecia san Nicola viene talvolta sostituito da san Basilio Magno (Vasilis), un altro vescovo del IV secolo originario di Cesarea.

Nei Paesi Bassi, San Nicola (Sinterklaas tradotto in olandese) viene festeggiato annualmente il 5 dicembre (la vigilia del giorno dedicato a questo santo), data in cui si distribuiscono doni; in Belgio, Lussemburgo e Francia del nord (Fiandre francesi, Lorena e Artois), i medesimi festeggiamenti si svolgono il giorno successivo. Tali celebrazioni hanno dato origine al mito ed al nome di Santa Claus, nelle sue diverse varianti.

L'equivalente di Babbo Natale in questi paesi è Kerstman (letteralmente "uomo di Natale"). In alcuni villaggi delle Fiandre, in Belgio, si celebra la figura, pressoché identica, di san Martino di Tours (Sint-Maarten). In molte tradizioni della Chiesa ortodossa, san Basilio porta i doni ai bambini a Capodanno, giorno in cui si celebra la sua festa.

Prima della conversione al cristianesimo, il folclore tedesco narrava che il dio Odino (Wodan) ogni anno tenesse una grande battuta di caccia nel periodo del solstizio invernale (Yule), accompagnato dagli altri dei e dai guerrieri caduti.

La tradizione voleva che i bambini lasciassero i propri stivali nei pressi del caminetto, riempendoli di carote, paglia o zucchero per sfamare il cavallo volante del dio, Sleipnir. In cambio, Odino avrebbe sostituito il cibo con regali o dolciumi. Questa pratica è sopravvissuta in Belgio e Paesi Bassi anche in epoca cristiana, associata alla figura di san Nicola.

I bambini, ancor oggi, appendono al caminetto le loro scarpe piene di paglia in una notte d'inverno, perché vengano riempite di dolci e regali da san Nicola - a differenza di Babbo Natale, in quei luoghi il santo arriva ancora a cavallo. Anche nell'aspetto, quello di vecchio barbuto dall'aria misteriosa, Odino era simile a san Nicola (anche se il dio era privo di un occhio).



La tradizione germanica arrivò negli Stati Uniti d'America attraverso le colonie olandesi di New Amsterdam, rinominata dagli inglesi in New York, prima della conquista britannica del XVII secolo, ed è all'origine dell'abitudine moderna di appendere una calza al caminetto per Natale, simile per certi versi a quella diffusa in Italia il 6 gennaio all'arrivo della Befana.

Un'altra tradizione folclorica delle tribù germaniche racconta le vicende di un sant'uomo (in alcuni casi identificato con san Nicola) alle prese con un demone (che può essere, di volta in volta, un diavolo, un troll o la figura di Krampus) o un oscuro uomo che uccideva nei sogni (Blackman o pitchman). La leggenda narra di un mostro che terrorizzava il popolo insinuandosi nelle case attraverso la canna fumaria durante la notte, aggredendo e uccidendo i bambini in modo orribile.

Il sant'uomo si pone alla ricerca del demone e lo cattura imprigionandolo con dei ferri magici o benedetti (in alcune versioni gli stessi che imprigionarono Gesù prima della crocifissione, in altri casi quelli di san Pietro o san Paolo). Obbligato ad obbedire agli ordini del santo, il demone viene costretto a passare di casa in casa per fare ammenda portando dei doni ai bambini. In alcuni casi la buona azione viene ripetuta ogni anno, in altri il demone ne rimane talmente disgustato da preferire il ritorno all'inferno.

Altre forme del racconto presentano il demone convertito agli ordini del santo, che raccoglie con sé gli altri elfi e folletti, diventando quindi Babbo Natale. Una diversa versione olandese racconta, invece, che il santo viene aiutato da schiavi Mori, che vengono rappresentati di solito dal personaggio di Zwarte Piet (Pietro il nero), analogo dell'italiano Uomo nero. In questi racconti Zwarte Piet picchia i bambini con un bastone o li rapisce per portarli in Spagna nel suo sacco (un tempo l'Andalusia era sotto il dominio dei Mori).

In Germania, lo stesso racconto trasforma il personaggio in Pelznickel o Belsnickle (Nicola Peloso), che va a trovare i bambini cattivi nel sonno. Il nome deriva dall'aspetto di enorme belva dovuto al fatto che è interamente ricoperto di pelliccia.

Gli islandesi amano dire che da loro ci sono ben 13 Babbo Natale perché la loro tradizione di doni a Natale è basata su 13 folletti, chiamati Jólasveinar, i cui nomi derivano dal tipo di attività o di cibo che preferiscono: Stekkjastaur, Giljagaur, Stúfur, Þvörusleikir, Pottaskefill, Askasleikir, Hurðaskellir, Skyrjarmur, Bjúgnakrækir, Gluggagægir, Gáttaþefur, Ketkrókur e Kertasníkir.

Una volta all'anno, due settimane prima di Natale, questi folletti fanno prima il bagno nelle acque calde delle sorgenti del lago di Niva, quindi lasciano le grotte dove abitano per portare ai bambini islandesi buoni dei doni. Questi vengono messi nelle scarpe che i bambini hanno lasciato sotto le finestre. In pratica, i bambini islandesi, se sono stati buoni, ricevono tredici regali, uno per ogni giorno delle due settimane che precedono il Natale. Questi folletti, tuttavia, possono essere dispettosi e a volte si divertono a fare scherzi o a spiare gli umani. Inoltre, se il bambino ha fatto il cattivo, riceve al posto dei doni delle patate.

Il babbo Natale di oggi riunisce le rappresentazioni premoderne del portatore di doni, di ispirazione religiosa o popolare, con un personaggio britannico preesistente. Quest'ultimo risale almeno al XVII secolo, e ne sono rimaste delle illustrazioni d'epoca in cui è rappresentato come un signore barbuto e corpulento, vestito di un mantello verde lungo fino ai piedi e ornato di pelliccia. Rappresentava lo spirito della bontà del Natale, e si trova nel Canto di Natale di Charles Dickens sotto il nome di Spirito del Natale presente.

Santa Claus ha origine da Sinterklaas, il nome olandese del personaggio fantastico derivato da san Nicola, che viene chiamato anche Sint Nicolaas; questo spiega anche l'esistenza di diverse varianti inglesi del nome (Santa Claus, Saint Nicholas, St. Nick).

Gli abiti di Sinterklaas sono simili a quelli di un vescovo; porta una mitra (un copricapo liturgico) rossa con una croce dorata e si appoggia ad un pastorale. Il richiamo al vescovo di Mira è ancora evidente. Sinterklaas ha un cavallo bianco con il quale vola sui tetti; i suoi aiutanti scendono nei comignoli per lasciare i doni (in alcuni casi nelle scarpe dei bambini, lasciate vicino al caminetto); arriva in piroscafo dalla Spagna ed è accompagnato da Zwarte Piet. Una parte essenziale nella trasformazione di san Nicola in Babbo Natale spetta a Clement Clarke Moore, scrittore e linguista di New York, il quale nel 1823 scrisse la poesia A Visit from Saint Nicholas nella quale rappresentò il santo di origine anatolica come un elfo rotondetto, con barba bianca, vestiti rossi orlati di pelliccia, alla guida di una slitta trainata da renne e latore di un sacco pieno di giocattoli. Per il Natale del 1862 l'illustratore Thomas Nast raffigurò, sulla rivista statunitense "Harper's Weekly, Babbo Natale con giacca rossa, barba bianca e stivali.

La renna appare con Santa Claus poiché la tradizione lo ha fatto un personaggio proveniente dal Nord Europa. La renna era sacra a Isa o Disa la dea Grande Madre degli Scandinavi. Nel nord Europa la renna assume spesso il significato di simbolo lunare, come tutti gli altri cervidi, perciò ha ruoli funerari e di guida delle anime dei defunti nell'oltretomba, ma soprattutto ha ruoli notturni per cui è collegata a Santa Claus che giunge di notte portando doni.

Le strenne che vengono regalate in questa ricorrenza sono spesso accompagnate da poesie, talvolta molto semplici ed, in altri casi, elaborate ed ironiche ricostruzioni del comportamento di chi le riceve durante l'anno trascorso. I regali veri e propri, in qualche caso, sono addirittura meno importanti dei pacchetti in cui sono contenuti, di solito molto sgargianti ed elaborati; quelli più importanti, spesso, sono riservati al mattino seguente. Anche se la spinta commerciale verso il Natale è presente anche nei Paesi Bassi, la distribuzione tradizionale dei regali viene compiuta da Sinterklaas il 6 dicembre.

Anche in altri paesi questa figura di san Nicola ha subito gli adattamenti necessari per uniformarsi al folklore locale. Ad esempio, nei paesi nordici sopravvive ancora l'immagine pagana della "capretta di Yule" (in svedese julbock), che porta i regali la Vigilia di Natale, e le decorazioni natalizie costituite da caprette di paglia sono molto diffuse. In tempi più recenti, però, sia in Svezia che in Norvegia il portatore di doni viene identificato con Tomte o tomtenisse, un'altra creatura del folklore locale. In Finlandia, la capretta di Yule viene chiamata joulupukki.





Secondo alcuni il vestito rosso di Babbo Natale sarebbe opera della Coca-Cola: originariamente infatti, tale vestito era verde, sarebbe divenuto rosso solo dopo che, negli anni '30, l'azienda utilizzò Babbo Natale per la sua pubblicità natalizia, e lo vestì in bianco e rosso, come la scritta della sua famosa bibita. Questa teoria non è però da ritenersi corretta, siccome storicamente la Coca-Cola non fu la prima ad usare la figura moderna di Babbo Natale nelle sue pubblicità, ma venne preceduta in questo dalla White Rock Beverages, per la vendita di acqua minerale nel 1915 e per la vendita di ginger nel 1923. Ancor prima di queste pubblicità, la figura di Babbo Natale apparve vestita di rosso e bianco in alcune copertine del periodico umoristico statunitense Puck, tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo.

La dimora tradizionale di Babbo Natale cambia a seconda delle tradizioni. Negli Stati Uniti si sostiene che abiti al Polo Nord (situato per l'occasione in Alaska) mentre in Canada il suo laboratorio è indicato nel nord del paese; in Europa è più diffusa la versione finlandese che lo colloca in un villaggio vicino alla ben più grande città finlandese di Rovaniemi, in Lapponia esattamente sul Circolo Polare Artico. Secondo i norvegesi la sua residenza è Drøbak, dove si trova l'ufficio postale di Babbo Natale. Altre tradizioni parlano di Dalecarlia, in Svezia, e della Groenlandia. Nei paesi dove viene identificato con San Basilio viene talvolta fatto abitare a Cesarea in Cappadocia.

Con l'avvento di Internet, sono stati pubblicati alcuni siti web affinché i bambini e gli adulti interessati potessero simbolicamente seguire via radar il percorso di Babbo Natale. In realtà si tratta di un jet della US Air Force che parte da una base canadese per arrivare a Città del Messico, ma l'intento di seguire le gesta di Babbo Natale sono di molto precedenti. Ad esempio, nel 1955 Sears Roebuck, un grande magazzino di Colorado Springs, negli Stati Uniti, distribuì ai bambini il fantomatico numero di telefono di Babbo Natale, da chiamare il giorno della vigilia. Per un errore di stampa il numero corrispondeva però al comando della difesa aerea, che allora si chiamava CONAD (Continental Air Defense Command), un precursore del NORAD (North American Aerospace Defense Command). Harry Shoup, il comandante di turno quella sera, quando cominciò a ricevere le prime telefonate dei bambini si rese conto dell'errore e disse loro che sui radar c'erano davvero dei segnali che mostravano Babbo Natale in arrivo dal Polo Nord.

Dal 1958, anno di creazione del NORAD, statunitensi e canadesi hanno approntato un programma congiunto di monitoraggio di Babbo Natale, che ora è disponibile sul sito web del comando della difesa aerea. Allo stesso modo, molte stazioni televisive locali sparse per il Canada e gli Stati Uniti danno conto ai propri telespettatori della posizione di Babbo Natale, facendolo seguire dai propri meteorologi.

La figura di Babbo Natale col tempo è stata ripresa e riproposta in chiave pubblicitaria e consumistica; ciò ha provocato le critiche di alcune frange più tradizionaliste delle chiese cristiane che disapprovano l'enfatizzazione del Babbo Natale più secolare e gli aspetti materialistici dello scambio di doni in occasione della festa.

Tali forme di condanna nei confronti di Babbo Natale non sono un fenomeno recente; hanno, anzi, origine tra i gruppi di Protestanti già nel XVI secolo e si diffondono tra i Puritani inglesi nel secolo successivo; nello stesso periodo in America del Nord la festa è spesso vietata perché ritenuta di origine pagana o cattolica.

Dopo la guerra civile inglese, anche in Inghilterra il governo di Oliver Cromwell mise al bando il Natale.

Dopo la restaurazione della monarchia e la cacciata dei Puritani, l'eliminazione del Natale venne messa in ridicolo da opere come The examination and tryal of old Father Christmas; together with his clearing by the jury (Dell'esame e processo al vecchio Babbo Natale, e della sua assoluzione da parte della giuria, 1686).

Una delle chiese che rifiuta la celebrazione del Natale, e conseguentemente la figura di Babbo Natale, è quella dei Testimoni di Geova, i quali ritengono sia sbagliato raccontare storie non veritiere ai bambini e rigettano le origini pagane su cui si basa la figura di Babbo Natale.

Anche alcuni vescovi italiani si sono espressi contro Babbo Natale, rammaricandosi per la commercializzazione delle festività natalizie con il conseguente tradimento del loro significato originale:

« …sempre più violenta e intollerante si fa la cultura di babbo natale (volutamente scritto con iniziali minuscole) che con il Natale cristiano non ha nulla da spartire.  Sta scippando e defenestrando il Natale cristiano per buttarlo fuori dalla scena del sociale che conta, in modo strategicamente vincente, poiché si avvale della potenza suasiva dei mass media di maggior audience, che puntano le carte sulla carica emotiva, e del mercato economico, per estirpare le radici cristiane rendendole innocue, alterandone i geni »
(Giuseppe Zenti, articolo pubblicato dal settimanale diocesano L'Azione, 3 dicembre 2006)

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martedì 22 settembre 2015

La Magia Dei "Giorni Delle Donne"



La parola “mestruo”, deriva sia da “mese”, sia da “misura” e da “luna” (dal latino men e dal greco mens, menos), ma la sua radice “me” o “ma” richiama forse il “mana”, l’energia immanente che per i melanesiani permeava ogni cosa esistente sulla Terra. Il ciclo mestruale era quindi una vera e propria emanazione di energia pura ed elementare che le donne condividevano consapevolmente, isolandosi nelle capanne sacre per poi uscirne rinnovate e colme di nuova saggezza.
In molti popoli il sangue femminile era intimamente connesso al Serpente e ai suoi simboli di ciclica rigenerazione. Il serpente, più di ogni altro animale per via del suo cambio di pelle, rappresenta le varie morti e rinascite che fanno parte della vita dell’individuo, ovvero i diversi momenti di passaggio da una fase all’altra dell’esistenza. Intensamente connesso alla Luna ed alle acque, alla terra e alla fertilità, il serpente è quindi emblematicamente inseparabile dalla Donna e dal suo sacro flusso, poiché la loro energia rigeneratrice è considerata simile.
Tra gli Indiani Chiriguanos, quando la giovane donna versa il suo primo sangue, le donne della tribù inscenano un rito in cui tentano di cacciare via il serpente che l’ha morsa, ferendola; in altre tribù, invece, le fanciulle danzano gioiosamente intorno all’immagine di un serpente, forse sotto ai raggi della luna che carezzano il loro bel corpo.

Un altro dei riti di passaggio che sono giunti sino a noi, legato al primo sangue delle fanciulle, proviene dalla tradizione dei Navajo ed è conosciuto con il nome di Kinaalda (“rito di pubertà”).
Secondo le leggende questo bellissimo rito fu insegnato alle donne da Estsanatlehi (“Madre di tutti”), la Donna che Muta, o Donna che si Rinnova, chiamata con molti nomi diversi tra cui Donna Conchiglia Bianca e Donna Dipinta di Bianco. Ella è la personificazione divina della Terra, con il suo Equilibrio immutabile ed i suoi Cicli perenni. Rappresenta l’eterno mutamento, l’interminabile girare della Ruota del Tempo, ma anche l’assenza del Tempo stesso che esiste oltre le concezioni ed i limiti umani; traccia il sentiero delle stagioni, che mutano quando Lei muta il suo abito, veglia sui cicli della Luna e delle Donne, su quelli del sangue e sui passaggi della vita femminile, specialmente su quello determinato dalla comparsa del mestruo che rende la fanciulla feconda.
Splendidamente vestita di candide conchiglie e di preziosi turchesi, è la segreta amante del Sole, con il quale fa dolcemente l’amore nei boschi verdi e sulle spiagge bagnate dalle onde, forse insegnando alle donne a fare lo stesso…
La sua pelle non raggrinzisce mai perché ogni qual volta Ella raggiunge una certa età si incammina verso Est, dove incontra la Se Stessa fanciulla e, abbracciandola, ne riassume le sembianze. Per questo si dice che fu Lei ad istruire le Donne sui segreti dell’Eterna Giovinezza, mostrando loro come mantenere viva ed ardente la Bimba interiore nonostante l’incedere degli anni ed il peso del corpo. Allo stesso modo, fu Lei a trasmettere loro tutta la Conoscenza tradizionale, così come gli antichi riti, i canti sacri, le parole magiche e i profondi misteri femminili. Fu Lei disegnare la Via della Bellezza e a donare l’istinto della Ricerca.
Le genti che la amano le parlano con affetto, le offrono doni e la nutrono; la venerano con i canti e con la narrazione, ma soprattutto con ciò che le è più caro, il Kinaalda a cui avevamo precedentemente accennato.
In questo rito, che dura quattro giorni, la fanciulla divenuta donna si trasforma nella Donna che si Rinnova ed accoglie il Suo potere sacro dentro di sé, spargendo benedizioni al popolo che la festeggia con gioia e devozione. Le anziane della tribù la vestono con conchiglie bianche, simbolo della bellezza languida e voluttuosa delle acque e della femminilità, poi, facendola sdraiare con la pancia a contatto con la terra, la massaggiano con mani sapienti. Si crede, infatti, che nei momenti di passaggio e di iniziazione ad una nuova condizione di vita, il corpo ritorni morbido come al momento della nascita e che possa quindi essere “impastato” e “modellato” come fosse fatto d’argilla o di soffice pasta di pane. Così, lo si aiuta ad assumere una nuova forma, quella della donna fertile, in armonia con la trasformazione avvenuta interiormente.
Durante il primo e l’ultimo giorno del rito, la ragazza cammina in senso orario intorno ad un cesto pieno di cereali, pigmenti di pittura, polline e piume, considerati sacri elementi del rituale; il quarto giorno viene invece preparato un grande dolce. La fanciulla, insieme ad altre donne, pesta e polverizza il granoturco, facendolo diventare farina, e questa viene benedetta con il sacro polline e poi sparsa circolarmente in direzione del Sole. Quindi vengono presumibilmente uniti altri ingredienti a formare un impasto che viene poi avvolto nei cartocci del granoturco ed interrato. Sopra alla terra umida che ricopre il composto viene acceso un fuoco che per tutta la notte verrà alimentato per cuocere completamente il dolce.
Nel frattempo tutti si riuniscono nella capanna della fanciulla ed ella si siede in direzione dell’alba, per accogliere i primi raggi solari e rappresentare il congiungimento amoroso tra la Donna ed il Sole. Tutta la notte viene trascorsa ad intonare i sacri canti che invocano la Donna che si Rinnova, mentre Ella viaggia sulle parole e sulle musiche vibrate nell’aria sino a quando, nel tredicesimo canto, emerge nella fanciulla e la colma della sua essenza. Ora la giovane Donna, completamente identificata nella Dea, canta riferendosi a Lei in prima persona, parla con la sua voce ed è piena della sua consapevolezza.



La sensazione della presenza della Dea viene avvertita da tutti i presenti e la fanciulla ne percepisce l’Amore universale, la Bellezza immortale che permea ogni cosa presente sulla Terra. Ella è la Donna che si Rinnova, è la Madre che ha generato tutto, è l’amante del Sole. La fulminea Saggezza la riempie ed ella è il Tutto, è la madre di sua madre, la nonna di sua nonna, l’infante e l’anziana. Tutte le fasi della sua vita passata e futura sono presenti in lei e dell’immensa coscienza di quest’unico istante ella preserverà il ricordo per sempre.
Al termine dei canti e della cerimonia viene dissotterrato il Dolce della Luna e la fanciulla, sempre rivolta verso il Sole, lo taglia a fette, conservandone la parte centrale. Tutti se ne nutrono, tranne lei, che si limita a distribuirlo alle sue genti. In quel momento, infatti, ella incarna Estsanatlehi che dona ai Suoi figli il Nutrimento.
La torta è simbolo del matrimonio tra la terra ed il sole/fuoco, tra il femminile ed il maschile; contiene gli ingredienti che la Madre offre alla Sua progenie ed è una grande benedizione per tutti, poiché la sua consumazione apporta fortuna, prosperità, pace e benessere, al singolo come all’intera tribù. Si potrebbe pensare che, anticamente, uno degli ingredienti segreti del Dolce della Luna fosse qualche goccia di sangue versato dalla giovane donna e che fosse proprio tale ingrediente ciò che, più di tutto, portava benedizione e felicità.
Quando tutti hanno consumato la torta, la fanciulla viene dipinta con argilla bianca, che ella usa per segnare la pelle di chi desidera ricevere i suoi divini poteri; poi, viene nuovamente massaggiata dalle anziane, che le danno anche dei consigli sulla sua nuova condizione.
Il rituale termina con l’interramento della parte centrale della torta, come offerta e ringraziamento alla Madre Terra, al granoturco e agli altri preziosi alimenti che nutrono e rendono possibile la vita.
Anche dopo il termine del rito, la fanciulla rimane la Donna che si Rinnova, poiché per i Navajo ogni donna che ha vissuto il Kinaalda è la Donna che si Rinnova. Il potere e la presenza della Dea non la abbandona mai ed essa è considerata sacra, rispettata ed onorata come si onora il Divino.
Tra gli Indiani Apache esiste un rito simile al Kinaalda, sebbene vi siano varie differenze che li distinguono. La fanciulla incarna Estsanatlehi, la Donna che si Rinnova, per tutti e quattro i giorni, ma è interessante notare il mezzo tramite il quale la splendida Dea entra in lei, ovvero la Danza.
Il primo giorno, infatti, la giovane danza da sola, liberamente, in piedi sulla pelle di cervo che è il luogo centrale del rito sacro. Con il bastone ornato di oggetti magici ed amuleti, ella batte la terra al ritmo del caldi e profondi colpi dei tamburi, e mentre danza “viaggia” verso un’altra consapevolezza, più alta, più pura. Danzando, la fanciulla e la Donna che si Rinnova si incontrano e si riconoscono come una cosa sola. La fanciulla si lascia pervadere da Lei e dalla loro Unione scaturisce divina benedizione per tutti i popoli.

Lasciando per un momento le tradizioni dei Nativi Americani e consultando altre fonti, leggiamo che il sangue mestruale, preziosa essenza naturalmente gradita alla Dea Madre, costituì il primo sacrificio offerto sul Suo altare, sgorgato dal grembo della Sacerdotessa senza dolore e senza l’immolazione di alcun essere vivente.
Per il suo grande potere, che apriva certe segrete porte di percezione, si dice che la profetessa dell’oracolo di Delfi, in Grecia, pronunciasse i suoi responsi proprio durante i giorni in cui esso fluiva dal suo ventre.



In molte culture lo si riteneva una panacea tanto potente da essere in grado di guarire qualsiasi male, anche quelli più gravi, ed il suo potere avrebbe raggiunto l’apice se a spargerlo fosse stata una giovane fanciulla che lo conosceva per la prima volta. Si credeva che questo sangue, versato durante un’eclissi di Luna (la magica “rugiada di Luna”), fosse il più potente e mortifero veleno usato dalle maghe della Tessaglia; ma potrebbe anche darsi che questa concezione fosse già stata contraffatta dai degeneranti ideali patriarcali, poiché una simile sostanza era forse ben più simile ad una benedizione apportatrice di Fortuna e Felicità, piuttosto che ad un motivo di lacerante dolore e morte.

Con l’avvento del patriarcato, generato dal lento appassire degli antichi ideali armonici, il sangue femminile assunse, infatti, connotazioni profondamente negative e venne chiamato in mille modi terribili. Le donne che prima erano portatrici di Saggezza, riconosciute dagli uomini stessi che le onoravano e le amavano, divennero creature infette da allontanare e maledire, specialmente nel loro “tempo sacro”. Molto fu detto e molto si dice ancora, ma preferiamo evitare di approfondire questo tema perché rovinerebbe la bellezza sinora espressa. L’indigesto frutto dell’ignoranza, infatti, non merita tempo e parole, e rischia sempre di guastare l’intero Raccolto.

Racconta la leggenda che, molto tempo dopo la scomparsa della Donna Antica, Colei che aveva insegnato tutti i Segreti ed i Misteri alle Donne, le genti cominciarono perdere i suoi insegnamenti e a dimenticarLa. Gli uomini iniziarono a pretendere di comandare e di dare ordini alle loro compagne e queste lasciarono che il germe dell’accondiscendenza crescesse dentro di loro, sconvolgendo quell’equilibrio primario che per secoli aveva generato la perfetta armonia.
Allora accadde che un giorno, la giovane Tem Eyos Ki si recasse alla Casa dell’Attesa per trascorrere il suo tempo sacro, lasciando fluire il proprio sangue sul morbido e fresco muschio. Qui vi trascorse più di quattro giorni insieme ad altre donne…
“Quando ritornò dalla casa dell’attesa era una donna folgorata dall’illuminazione, una donna colpita dalla meraviglia, una donna scossa dal potere, una donna piena d’amore. Proveniva dalla casa dell’attesa con un’espressione sul viso più potente della magia. Scintille luminose brillavano tra i suoi capelli.
Sorrise e cantò un canto che parlava dell’amore che non conosce limiti, dell’amore che non conosce legami, dell’amore che non chiede nulla e nulla si aspetta, ma realizza tutto. Cantò della conoscenza e del credere, del condividere e del dare. Cantò di un luogo così meraviglioso che le menti della gente non potevano nemmeno tentare di immaginare. Un luogo senza collera o paura, un luogo senza solitudine od incompletezza.
Camminò attraverso il villaggio cantando il suo canto e le donne la seguirono. Raccolsero i loro bambini, femmine e maschi in egual modo, e seguirono Tem Eyos Ki, lasciando indietro le pentole da cucina ed i telai, lasciando indietro i mariti ed i padri.
Tem Eyos Ki camminò oltre il villaggio, lungo le spiagge, verso la foresta. Cantando il suo canto di amore e di meraviglia. E le donne la seguirono.”
Ciò che accadde a Tem Eyos Ki nella capanna dell’attesa è protetto dal segreto e non è dato sapersi.

Eppure proprio in questa leggenda, che forse è molto più vera di quanto si possa pensare, ritroviamo uno degli antichi frammenti di saggezza perduti, ovvero la certezza che, in certi rari casi, dalla consapevolezza vera e completa del ciclo di sangue e della propria femminilità sacra, poteva scaturire l’Illuminazione e la ricongiunzione con la Dea Madre in tutta la Sua essenza, ovvero il meraviglioso ritrovamento di Lei nel proprio interno.
Si dice che ogni antica leggenda racchiuda in sé un insegnamento altrettanto antico, attingibile in ogni tempo ed in ogni luogo esistente. Forse una di queste leggende è proprio quella della lucente Tem Eyos Ki, che è in grado di parlare ancora alle donne, di cantare per loro, di chiamarle a seguirla, abbandonando ed oltrepassando la banale cortina di comune quotidianità per posare lo sguardo nell’Oltre. E forse uno dei modi per fare questo passo è prendere consapevolezza dei propri cicli e della propria sacralità femminile che nessun mortale o falso dio può deturpare o
cancellare.
Isolarsi in una propria sfera magica, separata dal mondo esterno, con i suoi ritmi fittizi e le sue vitree illusioni, ricercando i lembi del sentiero della Bellezza, potrebbe costituire il primo passo verso la Bellezza stessa.



Armonizzarsi con i veri tempi lunari e terrestri, danzare e cantare i loro ritmi, amare il proprio flusso di sangue ed il proprio splendido corpo, potrebbe ricreare l’antica sintonia istintiva con la Natura e con la Dea Antica che irradia Amore ultraterreno.
Versare il proprio sangue sulla terra muschiata forse farebbe sorgere la percezione di un cerchio che si chiude, di un’offerta che ritorna alla propria stessa origine.

Osservare, scoprire ed ascoltare sono forse gli insegnamenti più veri che la Donna che si Rinnova potrebbe donare, ricordando che tutto ciò che c’è bisogno di conoscere è già presente nella meravigliosa Donna, sin dalla sua nascita.

Il rituale di legamento con il sangue mestruale è uno dei più potenti ed antichi segreti della magia. Le sue origini risalgono al medioevo: in molti antichissimi libri esoterici si parla infatti del sangue catameniale. Secondo la tradizione questa lavorazione magica sarebbe stata sperimentata per le prime volte in Sicilia.

Nelle credenze popolari mentre da una parte il sangue mestruale viene demonizzato come qualcosa che rende impuri, da un'altra parte gli viene riconosciuto un potere magico per legare ad una donna un uomo riottoso.
In tutta l'Italia meridionale si credeva e forse si crede ancora che poche goccie di sangue mestruale mischiato al sangue del pollice versato al caffe' , leghino un uomo.
Un'altra usanza è quella di raccogliere il sangue mestruale del terzo giorno del ciclo,in una boccettina;ed esporlo per tre giorni agli influssi del sole e della luna.
Trascorsi i tre giorni,mischiare il sangue con un pizzico di erba chiamata concordia,quindi portare il sangue in chiesa,assistere alla messa e all’atto della consacrazione,inginocchiarsi,stringere la boccettina con il sangue tra le mani e pregare.
A questo punto il sangue è consacrato e andrà somministrato in piccola quantità all’uomo,nel vino o nel caffè dicendo mentre si mescola col vino o al caffè.





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