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venerdì 18 marzo 2016

IL CELTISMO



Si fa sera. La legna è già pronta nel prato, il fuoco viene acceso. Una cornamusa inizia a lanciare il suo grido nell’aria mentre intorno al falò si radunano uomini e donne vestiti con stoffe a quadri colorati. Brache e tuniche, cinture di cuoio, spade al fianco, fibule e braccialetti con spirali e triskel, torques al collo. Sono reduci da una giornata nel villaggio.

O più spesso da un combattimento. Tutti hanno tazze e bicchieri che presto si riempiranno di idromele. E, dopo aver consumato il cinghiale arrostito, si apriranno le danze. Si conclude così un giorno come tanti nelle infinite feste celtiche che, negli ultimi anni, si vanno moltiplicando sul territorio che un tempo fu la Gallia Cisalpina. La nuova “celtomania”, esplosa nella seconda metà degli Anni ’90, continua a imperversare malgrado le profezie che la volevano una moda passeggera. Ma ciò che caratterizza questo strano e complesso terzo revival celtico in Italia, e non solo in quella settentrionale…il primo arrivò con il romanticismo nell’800, il secondo con i fermenti politico-culturali degli anni ’70… è la presenza di un’inestricabile eterogeneità di elementi che a volte si combinano tra loro, dando luogo ad anacronismi e conflitti spesso irrisi o denunciati con forza da “storici puristi”, filologi o intellettuali.

La storia del celtismo ha inizio nel XVIII secolo, per la precisione nel 1781, con la fondazione dell'Antico ordine dei druidi, un'organizzazione segreta e iniziatica. I gruppi comparsi in questo periodo presentavano raramente legami stretti con l'antica religione celtica; andrebbero infatti ricondotti allo stesso filone che accomuna la vasta gamma di religioni misteriche sotterranee che comparvero nel corso del XX secolo. I primi aderenti al neopaganesimo che si sarebbero organizzati andando a costituire una relativamente definita religiosità celtista furono i componenti di congregazioni comparse solo negli anni Settanta e Ottanta del XX secolo. Le dottrine di queste associazioni contenevano parecchi elementi celtici, molti dei quali sarebbero diventati il nucleo di una futura filosofia celtista unificata. Questo periodo e questi gruppi sono spesso definiti collettivamente con l'etichetta di Protoceltismo, proprio per l'ancora diffusa indeterminatezza dottrinale che li caratterizzava. Successivamente, con la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, i protoceltisti iniziarono a farsi sentire portando ad una rapida crescita del movimento. Sebbene la corrente senistrognatana presenti i tipici elementi del ricostruzionismo pagano, altri gruppi si rifanno meno alle radici storiche della religione, e tendono all'introduzione di elementi riformatori. Nel periodo della prima diffusione del Celtismo influenze newager e wiccane (queste le principali, ma ne sono individuabili molte altre) andarono così a costituire la corrente del druidismo, quella oggi maggioritaria in seno alla quale si è formata una terza branca nel 1985, ovvero il keltrianesimo. Tendenzialmente pochi tra i celtisti moderni considerano importante il legame con la vecchia tradizione del paganesimo celtico, la maggioranza druidista riconosce infatti la necessità di un'innovazione e di uno sviluppo della religione celtista in armonia con il contesto della società moderna, riconoscendo in questo modo l'implementazione nella propria dottrina di insegnamenti, rituali e pratiche nuovi e non necessariamente celtici.

La comparsa e diffusione crescente del celtismo ha portato a manifestazioni culturali di differente tipologia. Di sicuramente grande rilevanza è la forte enfasi che viene data, dai celtisti, all'attivismo ecopagano. L'ecopaganesimo è una tendenza culturale che combina politica e ambientalismo, vedendo la prima come un metodo vincente attraverso cui far valere il secondo. L'ambientalismo è considerato una parte fondamentale dell'impegno di un celtista, e campagne a favore della salvaguardia di ambienti naturali si sono manifestate ovunque sia presente una comunità celtista. Associazioni come l'Obod organizzano progetti di riforestazione e collaborano con gruppi quali Greenpeace in osservazione del precetto etico celtista del rispettare gli altri e il mondo. Il celtismo ha avuto una capillare diffusione negli ultimi anni, con la comparsa di comunità, centri e gruppi in America settentrionale e in Europa, particolarmente nelle zone di tradizionale retaggio celtico quali la Gran Bretagna e l'Irlanda. Una ricerca del Centro studi sulle nuove religioni fa notare come la maggioranza dei convertiti al celtismo (la ricerca analizza in particolare la crescita dei membri della Congregazione del druido) siano innanzitutto ex cristiani (con il 37% di percentuale), seguiti da un 19% di neopagani che scelgono il Druidismo come via definitiva e un 11% di ex wiccani, in aggiunta ad una serie di ex atei o non categorizzati. La ricerca spiega che i convertiti sono in maggioranza cristiani in quanto il cristianesimo è visto oggi come una religione irrazionale e in decadenza, la cui intolleranza e il cui dualismo trascendentistico hanno portato nel corso dei secoli alla demonizzazione della vita e del mondo, al degrado della natura, all'odio per il diverso e all'oppressione della donna. L'allontanamento dal cristianesimo e la conversione ad altre religioni sono viste dai convertiti analizzati dal rapporto come un processo naturale e coincidente con il risveglio illuministico dell'uomo contemporaneo. I convertiti al celtismo provenienti dalla wicca dimostrano invece un'insoddisfazione per la precedente religione in quanto questa sarebbe troppo innovativa e minimamente basata su un retaggio solido ereditato dalle tradizioni antiche. Di centrale importanza nella trattazione dei prodotti culturali portati dal celtismo è la questione del complesso megalitico di Stonehenge, divenuto da tempo un centro di ritrovo per la celebrazione di rituali celtisti durante le feste principali del calendario, nonostante il suo utilizzo da parte dei druidi dell'antichità sia ancora causa di innumerevoli controversie.

Il nostro paese, come tutti quelli dell’Europa occidentale, ha conosciuto, a cominciare dagli anni ’90 il revival del patrimonio culturale ed immaginario a tema celtico. Che suggestioni a tema “celtico” fossero già conosciute da vasti strati della popolazione non deve sorprendere, dal momento che l’estetica verso le culture di discendenza celtica dell’Europa insulare è diffusa in tutto l’Occidente, importato da musica folk, cantautori e lungometraggi. Per quanto riguarda i Celti per quello che davvero furono storicamente si considera come inizio ufficiale del revival celtico italiano la ormai famosa mostra “I Celti” tenutasi a Palazzo Grassi a Venezia nel 1991, dove per la prima volta si sfatò il mito dei Celti visti come barbari con le corna, rozzi ed ignoranti di fronte ai civili e monumentali romani. Da quel momento in Italia cominciò un lento riattivarsi per far meglio conoscere una cultura che ancora fa sentire le sue influenze su un terzo del territorio nazionale. Per la prima volta lo studio dei Celti uscì dal mondo accademico per diventare realtà alla portata di un pubblico più vasto. Cominciarono, qua e là nell’Italia Settentrionale a fiorire le prime feste celtiche, a partire dall’area piemontese e lombarda e successivamente in Romagna ed Emilia. Si trattava di manifestazioni pregne di spiritualismo mistico soltanto nominalmente celtico, ove in realtà era molto forte la contaminazione con la Wicca e la Stregoneria, sia nella sua veste tradizionale che nel suo aspetto “moderno”. Questo fu forse il primo degli equivoci in cui il Celtismo italiano cadde, ovvero la mancata distinzione tra nuove religioni (laddove per nuove si intende tutto ciò che nacque dopo la caduta del mondo antico) e quella dei Celti. A fronte di una ancora oggi quasi sconosciuta tradizione iniziatica e religiosa, quella druidica, il mondo celtico italiano cercò di sopperire alle carenze archeologiche e documentaristiche con un generico “culto della natura” o “culto della madre” spacciandole per la vera religione dei progenitori di molti milioni di italiani. Se da una parte è vero che ciò che fu fatto dal celtismo sul fronte spirituale non corrispondette a realtà vi è da dire anche che spesso tutto ciò venne condotto non con uno spirito di malafede, quanto piuttosto con lo scopo di creare in fretta un archetipo mobilitante a “ispirazione” celtica, di contro ad una modernità straniante e sempre più oppressiva che imperversava e imperversa tutt’ora nelle industrializzate regioni del Nord. Figlio di questo ingenuo e deleterio atteggiamento furono anche le numerose pulsioni anti-romane che l’ambiente celtico italiano partorì soprattutto nella prima parte della sua storia, laddove Roma veniva vista nella stessa maniera errata in cui la presentano ancora oggi i sussidiari delle scuole, ovvero una potenza multietnica basata su di un materialismo freddo e calcolatore, abbattitrice di boschi e nemica della natura in favore di una civiltà monumentale e lontana dal mondo naturale ed agreste quanto alle divinità femminili. L’intento politico, che pure si presenterà, di pari passo all’ascesa del secessionismo a metà degli anni ’90, si innesterà in questa ribellione antimoderna contro Roma, ma non lo creò, come molti invece pensano. Se la politica identitaria nel Nord Italia fu di grande aiuto alla riscoperta dei Celti, mediante finanziamenti di festival di rievocazione storica, conferenze e altre iniziative, contribuì però ad accentuare in chi in quella politica non vi si riconosceva l’idea dei Celti come popolo barbarico e nettamente distinto dal resto delle popolazioni italiche, nonché a circondare di un pregiudizio secessionista tutte le iniziative celtiste esattamente come quelle volte alla riscoperta delle radici romano-italiche sono circondate da un pregiudizio che le considera revival fascisti, nonostante sia comunque innegabile il ruolo del fascismo nella riscoperta ideale di quella che fu la grandezza di Roma nei secoli anche per gli italiani meno istruiti. Il movente secessionista impedì un dibattito ed uno studio serio e non fazioso sull’eredità celtica nel Nord Italia, sostenendo un’alterità quasi totale rispetto alle altre popolazioni della penisola, cadendo peraltro il numerose contraddizioni ed errori, per esempio spacciando i Veneti come un popolo di origine celtica, quando è risaputo siano di origine italica, come i Latini. Venne inoltre quasi sempre negata l’esistenza di società, come quelle del Veneto occidentale o dell’Emilia, dove i Celti convissero con le culture etrusche ed etrusco-italiche locali mettendo in comune tradizioni e modi di concepire la vita, l’arte e la guerra, preferendo una visione “balcanica” della storia e della mitostoria dell’Italia antica. Per sottolineare inoltre l’unità padana si limarono spesso le differenze, spesso marcate, tra le tribù celtiche dell’Italia settentrionale, per esempio tra gli Insubri ed i Boi, uniformando i Celti ad un certo stereotipo di comodo, per quanto romantico ed affascinante. Un altro dei grandi errori del celtismo italiano, a cui solo da pochissimi anni si sta ponendo rimedio, è stato quello di marcare le distanze, non abissali, ma nemmeno irrisorie, tra l’ecumene celtico della Gallia Cisalpina e quello dell’Europa insulare. La “creazione” del nuovo celta dovette sembrare oltremodo facile, laddove con supponenza e faciloneria si presunse, dando così ragione a molti sostenitori della tesi barbarica, che i Celti non si fossero mai evoluti e che quindi si potesse tranquillamente attingere dalle fonti proto-cristiane dell’Irlanda e della Scozia per descrivere in maniera abbastanza filologica le culture cisalpine di mille anni prima. Solo attenti studi come quelli di Venceslas Kruta, Guyonvarc’h , Le Roux e Vitali (per citarne alcuni) permetteranno di far luce su di una civiltà complessa, regolata da una strutture fortemente legata al concetto di èlite, sia in senso aristocratico che sacerdotale, di contro allo stereotipo dei barbari armati di ascia che attaccano alla rinfusa le ordinate civiltà mediterranee con il solo scopo di saccheggiare e stuprare. A favore del celtismo italiano vi è da dire che per quanto riguarda la conoscenza archeologica, del modo di vivere e di combattere, si sono fatti molti passi avanti nella demolizione della “tesi barbarica”. Gli studi del francese Rapin e dell’italiano Vitali hanno permesso di apprendere, anche alla luce di sperimentazioni sul campo e di una lettura più attenta delle fonti classiche (Cesare e Aulo Irzio in primis), molte più nozioni sul modo di combattere delle popolazioni celtiche dell’evo antico, dimostrando la loro conoscienza della falange, appresa molto probabilmente dai coloni greci stanziati a Marsiglia, e della formazione a testuggine (in gallico chiamata “Reda”) fino ad allora considerata prerogativa delle legioni romane.

Studi attenti riguardanti la linguistica hanno permesso di notare differenze molto meno marcate con le altre culture italiche di quanto molti credessero e pochi in malafede sperassero, e lo studio di numerosi corredi funebri, d’altro canto, testimoniano quanto l’equipaggiamento del legionario repubblicano romano, che tanto fece parlare di sé, fosse simile a quello dei guerrieri d’alto rango delle compagini galliche, a cominciare dall’elmo di tipo Montefortino e dalla cotta di maglia. A questo approccio fortemente empirico e materialista degli ultimissimi anni si è però sommata una de-spiritualizzazione del revival celtico italiano, fenomeno che rimane un territorio estremamente fertile per il tradizionalismo gentile pan-italico, poiché il disfacimento progressivo della socialità nelle regioni del nord e l’impatto migratorio necessiterebbero di contrafforti solidi che solo la religione etnica può offrire. Una religione etnica per i cittadini del Nord non può che dare spazio, oltre che all’ambito romano-italico, che ne rimane colonna portante e irrinunciabile, anche ad una riscoperta di quella che fu la tradizione ancestrale non solo Celtica, ma anche Venetica e Ligure, in quanto una gentilità settentrionale senza i Celti sarebbe monca tanto quanto una gentilità settentrionale senza alcuno spazio per Roma o l’Etruria. Tale de-spiritualizzazione ha creato una scissione quasi insanabile tra celtisti “spiritualisti” ancorati ai vecchi modelli del Celta adoratore della grande madre, e “materialisti” che preferiscono non occuparsi della tradizione spirituale celtica considerandola o irrimediabilmente perduta o peggio, contaminata per sempre dall’ignoranza degli “spiritualisti”.

La religione celtista è suddivisa in tre branche principali che si distinguono a seconda di differenti aspetti, in primo luogo il sistema teologico e cosmologico, ma anche, generalizzando, l'intera visione del mondo e il rapporto con la società. La corrente più ortodossa e strettamente legata ai metodi del ricostruzionismo è la senistrognata (termine che letteralmente significa "antica tradizione" in protoceltico). La tradizione senistrognatana si è impostata con la fondazione dell'associazione Imbas, sebbene di gruppi ricostruzionisti ne siano presenti in molte delle comunità celtiste diffuse nell'Europa nordoccidentale e in America settentrionale.

In opposizione alla corrente ricostruzionistica è presente il druidismo, la cui formazione è andata sviluppandosi nel corso dei secoli che ricollegano la fondazione dell'Antico ordine dei druidi nel 1781 allo sviluppo moderno. Nonostante sia considerabile la branca più antica del celtismo, il druidismo è proprio la tradizione che più tende ad impostarsi seguendo un orientamento eclettico. La religione druidista non pretende infatti di ricostruire una religiosità identica al paganesimo celtico del passato, ma al contrario opta per la formazione di una religione a tutti gli effetti nuova, solamente ispirata alle antiche tradizioni.

È per questo motivo che i druidisti utilizzano nuovi rituali, nuove concezioni e diffondono una teologia formata sul modello di quella wiccana.

La dottrina celtista è costituita da tutti gli insegnamenti di carattere teologico, cosmologico, etico ed escatologico che la religione offre. Tutte queste caratteristiche contribuiscono all'impostazione di una determinata Weltanschauung. Trattandosi di una religione neopagana di metodo primariamente ricostruzionistico, le varie denominazioni del celtismo tendono a mantenersi il più possibile attinenti all'eventuale basamento antico. Il ricostruzionismo celtista è tuttavia molto blando, data la scarsità di fonti di cui dispone per operare una ricostruzione pura. Ai gruppi che si definiscono maggiormente ortodossi o ortoprattici si alternano per questi motivi nette maggioranze orientate all'eclettismo.



Il celtismo è una religione sostanzialmente animistica e panteistica, mantenendosi nel solco dell'antica religione pagana celtica. L'animismo sfocia in molti ambienti nel politeismo, con la raffigurazione delle divinità attribuendo a queste aspetto umanoide.  Le raffigurazioni sono tuttavia solo simboli, dato che le divinità vengono concepite come forze cosmiche e identificate con i meccanismi più sottili che danno origine alla base dei processi della natura che danno una forma all'energia che sta alla base dell'universo. L'energia che pervade e costituisce tutte le cose è considerata divina, e da questo scaturisce una visione della natura come essa stessa sacra. Essendo infatti la natura costituita e vivificata dallo spirito energetico cosmico è essa stessa parte costituente ed integrante, nonché manifestazione ed emanazione, di questo. Le divinità sono in sostanza le essenze che partendo dal sostrato energetico del mondo fanno sì che questo si vada ad aggregare dando nascita alla materia. È in questa concezione che risiede il panteismo della teologia celtista. Quella descritta è la visione ortodossa, ovvero accomunante tutte le varianti riconducibili alla tradizione senistrognatana; il druidismo e il keltrianesimo si discostano apertamente da questa visione, abbracciando una teologia e cosmologia che mantiene sì il panteismo, ma ingloba anche la visione parallelamente monistica e dualistica della wicca. La corrente druidista e quella keltriana del celtismo riconoscono infatti l'Uno come identificazione del Dio cosmico ed energetico che emana l'universo, ma in modo analogo alla religione wiccana (la quale sono in alcune sue correnti è anche monistica) vedono l'Uno come la sorgente di manifestazione dei due poli opposti la cui complementarità dà origine a tutte le cose; i due principi dell'eterna interazione tra tutto ciò che esiste sono il Dio e la Dea. La Divinità femminile è, come nella wicca, spesso considerata manifesta in tre aspetti, rappresentanti le tre fasi della vita umana e i processi circolari e ciclici che forgiano la natura del mondo e dell'uomo (di cui uno è la reincarnazione). La Divinità femminile è in aggiunta considerata Dea Madre, dandole dunque un ruolo maggiore rispetto a quello del Dio, suo consorte e spesso figlio. La Dea è infatti considerata in molte circostanze il principio primo effettivo, identificandosi con l'Uno e dunque emanando anche il polo speculare rappresentato dal Dio. Oltre che Madre la Divinità femminile è anche Natura, essendo l'energia generatrice del cosmo e dell'intera esistenza, e viene dunque a coincidere con il naturale essere e concepirsi di tutte le cose, e i cicli il cui moto dà vita al mondo. Il keltrianesimo presenta un'impostazione teologica parzialmente tendente al suiteismo. Dà valore infatti alla posizione dell'uomo nel mondo, e alla divinità dell'intera umanità come parte della natura. Centrali dei culti celtisti di ogni tipo sono ovviamente le divinità tradizionali tra le quali spiccano Tutatis, Morrigan e, in particolare nel druidismo che lo identifica con il Dio, Cernunnos.

Il sistema cosmologico del celtismo corrisponde alla sua Weltanschauung, ovvero la visione del mondo e delle cose che è tendenzialmente condivisa da tutte le confessioni. Il celtismo suddivide il mondo nei cosiddetti Tre Reami, identificati come il Regno dell'Acqua, il Regno della Terra e il Regno del Cielo. Questi tre mondi non vengono interpretati come dimensioni realmente esistenti, quanto piuttosto, in senso psicologistico, come metafore dei tre stati — o tre dimensioni — dell'esistenza umana e di tutte le cose, rappresentati dal simbolo del triskele a tripla spirale, o dalla croce celtica (disapprovata in molti casi perché più legata al Cristianesimo). Sono in fin dei conti ulteriori specificazioni di quello che è il significato dei tre aspetti della Dea triplice wiccana e druidista. Il Regno dell'Acqua è il simbolo dello status mentale ed emozionale dell'esistenza; il Regno della Terra corrisponde alla dimensione del presente e del fisico; mentre il Regno del Cielo rappresenta l'elevato, il futuro e il mistico della spiritualità. Questo terzo regno è la rappresentazione dell'obiettivo finale che il celtista deve proporsi, ovvero quello della ricerca continua e della comprensione delle cose e del mondo. I Tre Reami sono spesso concepiti come interconnessi da un albero cosmico, elemento che accomuna la cosmologia celtista a quella dell'Etenismo. L'albero mistico è — come nella visione etena — un'ulteriore simbolizzazione dello spirito divino universale che sta alla base di tutto l'esistente. La cosmologia è da riallacciare alla concezione teologica, dato che vi è continuità tra la visione del divino e quella dell'esistenza, essendo assente una distinzione tra sacro e profano. Il panteismo fa sì infatti che i celtisti — come dopotutto la maggioranza dei neopagani — concepiscano l'universo come sacro, in quanto emanazione ed espressione dell'energia del divino. I druidisti e i keltriani in particolare personificano la forza primordiale ed unica che sta alla base dell'esistenza nella figura della Dea, madre di ogni cosa e sorgente della vita. La Senistrognata conserva una visione più ortodossa, e l'animismo della sua impostazione teologica fa sì che il senistrognatano veda e associ una divinità o uno spirito con qualsiasi elemento naturale. Concependo la natura come un insieme di eterni processi ciclici, in simbiosi con la dottrina celtista (e neopagana in generale) può entrare facilmente l'evoluzionismo, mentre risulta completamente incompatibile il creazionismo. La creazione neopagana è infatti intesa semplicemente come il susseguirsi ininterrotto del dispiegamento dell'energia divina nella sua aggregazione a costituire il mondo (e questo concetto è quello dell'eterna creazione), non come un intervento da parte di un'entità esterna e distaccata. In quanto la natura fondata su processi che la portano a formarsi e disfarsi in modo costante e armonioso, il celtismo accetta pienamente qualsiasi teoria scientifica, supportando una visione del mondo umanistica e razionalistica. La concezione del naturale come sacro rende parte integrante degli insegnamenti celtisti l'importanza del rispetto dell'ambiente e dell'ambientalismo. Un esempio di questo atteggiamento può essere individuato nell'impegno che dal tardo 2006 i druidisti irlandesi stanno investendo nel supporto delle cause ecologistiche in favore della preservazione della Collina di Tara, il cui equilibrio naturale è minacciato dalla catastrofe ambientale che seguirà il termine della costruzione dell'autostrada M3 pianificata per l'area. Dalla cosmologia celtista, oltre all'ambientalismo, scaturiscono un codice etico e un posizionamento dell'essere umano nel mondo perfettamente concordanti con la natura personale di ogni singolo individuo e con la valorizzazione dell'umanità nella sua interezza. L'essere umano non è visto — dal celtismo — come entità separata dal mondo, ma come parte integrante di esso. Il keltrianesimo enfatizza particolarmente questo aspetto in quanto la sua dottrina teologica tende al suiteismo. Nel celtismo l'uomo è parte della natura, non ha uno status di superiorità nei confronti di tutti gli altri esseri viventi e di tutte le cose. Non esiste nessun privilegio di tipo divino, l'essere umano deve semplicemente comprendere di essere egli stesso parte costituente del divino, ed emanazione dell'energia di questo. Il keltrianesimo possiede un proprio codice etico, stabilito dal Cerchio di Keltria, vale a dire il Canone keltriano.

L'escatologia celtista è strettamente legata alla visione del mondo ciclica, la quale a sua volta è interconnessa con la concezione dottrinale dei Tre Reami. Sebbene non si conosca alla perfezione la visione della vita dopo la morte presso gli antichi popoli celtici, è risaputo che credessero in un aldilà, e che probabilmente tra i misteri tramandati dalle caste druidiche vi fosse la dottrina della reincarnazione. Oggigiorno i celtisti credono fermamente e in maggioranza — come quanto accade trasversalmente in tutto il Neopaganesimo — nel reincarnazionismo. Tipica dei celtisti è però la credenza nel sistema del karma, importato dalle religioni orientali e che alcuni sostengono facente parte anche dell'antico sapere dei druidi. La natura delle cose, essendo costituita da eterni cicli, viene ad applicarsi anche alla visione della vita dell'essere umano. Dopo la morte la scintilla divina integrata nel corpo dell'uomo — l'anima è concepita come una piccola parte della Divinità — va a ricongiungersi con il tutto, e da qui inizia un nuovo ciclo di incarnazione in un mondo fisico. I celtisti credono che il meccanismo karmico stabilisca la sorte dell'anima, la quale se appesantita da troppa energia negativa non trova la possibilità di subire un progresso spirituale notevole, in opposizione a quanto accade se l'anima è influenzata dalla presenza di energia karmica positiva. Il sistema escatologico celtista diviene una sorta di progressivo innalzamento dell'anima verso coscienze esistenziali sempre più elevate, sino a giungere all'unione beatitudinale con l'Uno.

Per quanto riguarda il campo etico, il Paganesimo celtico dell'antichità mise sempre in primo piano il valore della natura e la propensione alla naturalezza che ogni individuo deve mantenere. Il precetto fondamentale del sistema etico del celtismo in ogni sua forma è dunque quello della combinazione tra spontaneità e verità, intesa quest'ultima come sfaccettatura dell'essere spontanei, ovvero l'essere sempre se stessi, e dunque veri. La centralità della natura si manifesta attraverso due fondamenti della dottrina etica celtista, ovvero l'insegnamento degli alberi e l'insegnamento degli animali. Questi due precetti sono le vie di ricerca che il celtista può seguire e attraverso le quali può comprendere l'essenza della spiritualità. La via degli alberi passa attraverso l'amore per la natura e la preservazione di questa. L'insegnamento degli alberi è il dettame sul quale si fonda l'attivismo ambientalistico di molte comunità celtiste, e legato ad esso è il sistema filosofico dell'ogam, il quale consiste in una serie di tecniche attraverso cui interpretare metafisicamente la natura e gli eventi che la caratterizzano. L'insegnamento degli animali è invece l'interpretazione del comportamento degli esseri viventi e il loro modo di essere come qualcosa di sacro. Il salmone è l'essere vivente considerato più sacrale dalla tradizione celtista in quanto rappresenta la saggezza e la perenne ricerca dell'uomo, che lotta contro corrente per giungere alla comprensione dell'essenza del mondo. Altro animale di conoscenza è il corvo, considerato il simbolo del perenne legame che intercorre tra il mondo divino e il mondo umano, i quali sono coincidenti. L'etica celtista va poi a divenire più elaborata, includendo sistemi complessi quali il Codice del Druido, una serie di undici massime che ribadiscono la necessità di condurre una vita onesta e in armonia con l'equilibrio della natura. Un ruolo centrale è dato infine alla responsabilità, alla fiducia, all'integrità morale e fisica; il Valore dell'Opposto è un precetto etico basato sul rispetto reciproco tra le diversità speculari, che si conclude dunque in un'universalizzazione dell'amore verso il prossimo.

Il celtismo non è solamente un modo di vedere il mondo filosofico, fatto di ricerca e comprensione, ma anche un sistema di pratiche mistiche e sciamaniche. Nella maggior parte dei casi il celtista vede la vita di tutti i gironi come una forma di attività sacra, lo stesso atto di vivere è infatti il compimento dei processi divini che caratterizzano e fanno evolvere il mondo; la stessa quotidianità è accompagnata da rituali di purificazione e protezione. In generale, dunque, il rito ha una valenza fondamentale e una presenza quasi costante. Il fedele celtista combina le pratiche di purificazione con la recitazione di inni o preghiere, spesso di origine strettamente celtica, spesso preghiere cristiane paganizzate. Un manuale di preghiere molto comune è il Carmina Gadelica, ma popolari sono anche raccoglitori di poesie sacre in particolare originarie delle culture irlandese e gallese. I rituali comunitari sono nella maggior parte dei casi basati su liturgie sistematizzate riprese dalle testimonianze di fonti antiche e in particolare dagli scritti di autori quali Marian McNeill, Kevin Danaher o John Gregorson Campbell. Le celebrazioni involvono spesso canti, balli, rituali legati al fuoco e divinazione. Le forme più misteriche del celtismo permettono agli iniziati di praticare anche rituali e tecniche di interazione con le potenze soprannaturali. Comune tra tutte le comunità è invece la pratica dell'offertorio, in cui vengono presentate simbolicamente alle divinità offerte in cibo, bevande e composizioni artistiche. Le strutture ritualistiche celtiste sono fortemente basate sulla concezione cosmologica dei Tre Reami; vengono dunque a legarsi con i tre elementi simbolo di tali mondi, vale a dire l'acqua, la terra e l'aria. L'elemento del fuoco è visto come trasversale, ovvero la forza unificatrice che attraversa i tre altri elementi. Parecchi celtisti praticano i culti attraverso l'allestimento di altari domestici o sale adibite a templi. Non mancano templi pubblici, utilizzati spesso dalle sole comunità locali. In mancanza di un edificio di culto in muratura spesso vengono utilizzati semplici spazi naturali, in particolare in prossimità di fonti d'acqua e alberi speciali. Alcuni celtisti praticano infine tecniche divinatorie. Il metodo più utilizzato è quello dell'ogam, che permetterebbe di acquisire predizioni mediante l'osservazione delle nuvole e il comportamento di uccelli e altri animali.

Per quanto riguarda l'istituzione ecclesiastica, il celtismo è supportato da una serie di organizzazioni internazionali e locali la cui comparsa è letteralmente esplosa in numero negli ultimi anni. Il clero è sia maschile che femminile; mentre nelle denominazioni ortodosse i sacerdoti vengono chiamati druidi e druidesse (nel caso siano donne), nel Druidismo — in quanto il termine druido viene spesso utilizzato come alternativa a druidista, indicando dunque tutti i fedeli — i chierici vengono chiamati semplicemente sacerdoti, sacerdotesse o preti. Tra le principali associazioni si possono trovare l'Obod (acronimo di Ordine di bardi, ovati e druidi), l'Associazione leale arturiana, l'Ordine druidista britannico, l'Ordine druidista secolare, l'Ordine druidista di Glastonbury, il Concilio degli ordini druidisti britannici. Nel febbraio del 2003 è stata fondata la Rete druidista, un'organizzazione nordamericana sistematizzata come una vera e propria Chiesa, ovvero con territori amministrativi e clero fortemente organizzato. Il 2003 ha visto la nascita anche del Nuovo ordine dei druidi fondato in Belgio da David Dom; sempre belga e attivata nello stesso anno è l'Associazione druidista Glastoratin. L'Assemblea universale dei druidi arduni, la Congregazione del druido, e il Cerchio di Keltria sono altre organizzazioni fondate tra gli anni Novanta e il periodo contemporaneo. Di rilevante importanza è la nascita di una carica suprema riconosciuta da molti ordini druidici, vale a dire il grande druido di Bretagna o poellgor di Bretagna. La carica è emersa nel 1980 e da allora ai nostri giorni è ricoperta da Loic Gwennglan Le Scouezec. La Bretagna è una regione della Francia, pertanto il poellgor è stato chiamato in causa in certi casi non solo come grande druido di Bretagna ma di tutta la Francia. Il potere spirituale del grande druido — il quale venne eletto dall'Obod, una delle Chiese certamente più influenti — non sembra attualmente avere un ruolo dominante su tutte le organizzazioni druidiste, tantomeno complessivamente celtiste. Tra le organizzazioni più importanti da ricordare è l'Imbas, la quale promuove l'ortodossia senistrognatana.

Sebbene le contaminazioni tra la frangia ortodossa e quella druidista e keltriana del celtismo siano notevoli, oltre che notevole sia anche la trasversalità di molti degli aderenti alle due tendenze, esistono differenti metodologie di approccio alla religione sia da parte dei senistrognatani sia da parte dei druidisti e dei keltriani. Solitamente i senistrognatani tendono ad accettare tutto lo spettro della tradizione religiosa antica, ricostituendo il politeismo, l'iconografia e il clero nelle loro forme il più possibilmente attinenti a quello che furono, nonché nelle loro forme strettamente pubbliche. Il druidismo tende infatti — contrariamente — all'innovazione e all'assimilazione di concetti e pratiche da religioni differenti, basando il tutto su un semplice sostrato e un'appariscenza pagani celtici. Lo stile e le iconografie del druidismo e del keltrianesimo rimandano sicuramente alla tradizione celtica, ma la sostanza di queste due correnti religiose del celtismo è spiccatamente wiccana e sincretica. I druidisti affermano inoltre di non ambire alla ricostruzione del culto popolare dell'antica religione celtica, ma dei culti misterici praticati esclusivamente e iniziaticamente dai collegi dei druidi. Proprio nella questione del clero sta l'ulteriore differenza tra la senistrognata e le altre due tradizioni celtiste.

Mentre infatti gli ortodossi considerano con il termine druidi e druidesse i soli sacerdoti, i druidisti e i keltriani tendono a identificare i chierici con i termini non strettamente celtici di sacerdoti, sacerdotesse o preti, mentre identificano con l'etichetta di druido qualsiasi aderente al Druidismo, dando dunque al secolare termine un concetto totalmente nuovo e sinonimico all'altrettanto utilizzato druidista. Nonostante le evidenti profonde spaccature, le due frange del celtismo continuano a mantenere buoni rapporti e ad intessere relazioni comuni. Alcune organizzazioni come la Congregazione del druido, l'Obod e il Cerchio di Keltria, pur seguenti tendenze diversificate, condividono parecchi punti di vista relativamente simili.

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giovedì 3 marzo 2016

GLI SKINHEADS CHI SONO?

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Le origini del movimento skinheads vanno ricercate nel lontano '69 (data arbitraria con cui si usa identificare la nascita delle prime comunità skin), nel proletariato inglese.

Sebbene la cultura skinhead e i suoi rappresentanti vengano considerati in malo modo (come d'altronde tutti gli appartenenti alle controculture) l'errore più comune e grossolano che si commette è quello di etichettarli come razzisti, fascisti o nazisti, confondedoli con i naziskin, essendo invece tutti gli skinheads di base antirazzisti, alcuni sono comunisti (i redskins), alcuni anarchici (i R.A.S.H.), alcuni apolitici, ma tutti comunque accomunati dall'essere dichiaratamente antirazzisti. In origine gli skinheads non basavano la loro identità su di una ideologia politica o su dei pregiudizi ma su elementi legati, al lavoro in fabbrica, alla musica e all'abbigliamento.

Si tratta infatti di una subcultura con connotazioni estetiche, iconografiche ed ideologiche contraddistinte da generi musicali, capi d'abbigliamento, canoni comportamentali e beni di consumo peculiari. Gli skinhead si ispirano e riadattano, da una parte allo stile hard mod, e dall'altra parte alla cultura rude boy, da cui ereditano inoltre la passione per la musica giamaicana, l'abbigliamento e lo stile di vita. I primi (hard mod) sono generalmente bianchi di origine proletaria e inglesi mentre i secondi (rudeboy), erano immigrati e figli degli immigrati giamaicani e caraibici degli anni sessanta, dalla ex colonia britannica all'Inghilterra. Dalla loro fusione nacque la cultura urbana degli skinhead, le cui prime icone musicali furono il reggae, lo ska, il rocksteady, il soul, e l'R&B.

Nella seconda metà degli anni settanta l'Inghilterra assiste alla nascita del punk rock, ed è con ciò che, verso la seconda metà del decennio, si assiste al riemergere della cultura skinhead (divenuta in quel periodo fuorilegge a causa di duri interventi repressivi), che sosterrà il neonato punk rock. In seguito, un sottogenere di punk rock sostenuto da alcuni skinhead venne ribattezzato OI!.

Alla metà degli anni sessanta quelli si possono definire hard mod fecero la loro comparsa nei quartieri più degradati delle città inglesi. Ma è solo alla fine del decennio che si affermò la subcultura giovanile skinhead: la data che viene indicata come ufficiale è il 1969, tuttavia lo sviluppo avvenne già in precedenza.

Come detto skinhead evolve dalla fusione di due culture:

la cultura mod (abbreviazione di modernist), la prima che interagì positivamente con la comunità di immigrati giamaicani e che rispose positivamente alla loro presenza, cercando anzi di emularne lo stile di vita e di appropriarsi della loro musica. I mod erano ragazzi appassionati da questa musica, particolarmente dal soul, jazz e ska e i primi a dare una forte importanza ai giovani, al loro progresso all'interno della società e al loro modo di porsi all'interno di essa. Dai mod gli skin ereditarono inoltre la passione per la Vespa e Lambretta; mezzo di trasporto preferito dai ragazzi del proletariato inglese perché economico e duraturo. I mod ne portano il culto all'eccesso, anche in contrapposizione alla moto di grossa cilindrata adoperata dagli allora rivali rocker;
la cultura rude boy (trad. ragazzo rozzo, rude), propria degli immigrati giamaicani abitanti nei ghetti delle periferie urbane, noti per il consumo di erba (marijuana). Erano anch'essi ragazzi generalmente appartenenti al proletariato e alla piccola borghesia e poco accettati dalla società, perché ribelli e anticonformisti (oltre ad essere stranieri). I rude boy vestivano generalmente con il completo classico riprendendo lo stile dei gangster, visto che erano anche a contatto con la malavita.
I primi skinhead si opponevano radicalmente ai due mutamenti socioeconomici allora più evidenti:

il progressivo imborghesimento della classe lavoratrice inglese (working class) e del proletariato in generale;
l'oppressione esercitata dalla classe dirigente.
Per gli skinhead è importante creare le condizioni per rivoluzionare la concezione dell'imborghesimento della classe lavoratrice, la quale non deve essere solo ed esclusivamente in una direzione, ma valorizzarsi per mantenere saldi alcuni valori che hanno permesso alla subcultura stessa di svilupparsi e mantenere nel tempo il suo stile. Tutte le fasi storiche della scena skinhead sono state contraddistinte da un genere musicale, in primis il reggae, (o più precisamente lo ska giamaicano), suonato da capostipiti del genere stesso quali i Symarip, Prince Buster, Laurel Aitken) e a seguire la Oi! music (Cockney Rejects, Cock Sparrer) e il 2 tone ska (The Specials, The Selecter, Madness). Per alcuni esiste anche una terza ondata di musica ska, molto cross-over che, oltre al caratteristico ritmo sincopato del genere, viene accompagnata da melodie folk (patchanka), punk, rock, raggamuffin fino al metal.

Durante la metà degli anni sessanta in Inghilterra, l'irruzione del movimento hippie provocò una scissione all'interno del movimento mod. Il primo gruppo era quello dei modaioli benestanti che vestivano abiti costosi, frequentavano il college, connotavano una passione per la musica rock come lo psychedelic rock e la british invasion, facevano uso di droghe psichedeliche e si lasciavano coinvolgere dall'universo più in voga.

Il secondo gruppo era invece costituito da giovani della classe lavoratrice con valori più radicati e da un certo scetticismo verso gli hippies. Questi non erano particolarmente affascinati dalla musica rock psichedelica, e si orientavano ancora sulla musica ska, reggae, rocksteady, soul, jazz, blues o R&B, diffusa nel Regno Unito dai rude boy, immigrati giamaicani anch'essi appartenenti alle classi più basse. La condizione economica di questi (detti hard mod), inoltre, non permetteva loro l'uso di droghe costose, non frequentavano college né indossavano vestiti all'ultima moda, ma anzi adattarono il loro look a quello della classe di appartenenza, anche in contrasto con i mod influenzati dal movimento hippy.



Questa costola dei mod si sviluppò nelle periferie di Londra, autodefinendosi subcultura hard mod, frutto della fusione tra mod e rude boy, diversificata in parte dal movimento mod original e dai modaioli benestanti, pur conservando alcuni elementi in comune con essi, come buona parte dell'abbigliamento e la passione per gli scooter Vespa e Lambretta. L'hard mod ereditò inoltre, grazie anche all'influenza dei rude boy, un atteggiamento più aggressivo, violento, tradizionalista e orgoglioso di appartenere al proletariato e alla classe lavoratrice. L'hard mod (più tardi riconosciuto come skinhead) però non fu un movimento politico: la posizione politica era soggettiva e non aveva a che fare con l'appartenenza alla subcultura, anche se si può notare una posizione multietnica e antirazzista dovuta alla socializzazione con i rude boy (neri) e al loro determinante contributo culturale nello sviluppo del movimento.

Il movimento negli anni sessanta, dopo esser stato soprannominato in diversi modi come "nohead", "baldhead", "crophead", "egghead", "peanut", venne riconosciuto ufficialmente e definitivamente come skinhead verso la fine degli anni sessanta, più precisamente nel 1969. Questa data ispirò un motto tutt'oggi usato tra gli skinhead original, ovvero "Spirit of '69".

L'incontro tra queste due subculture giovanili alla metà degli anni sessanta, diede vita ad un nuovo modello giovanile, fatto di abbigliamento, amore per la musica, prevalentemente ska e reggae e fede calcistica, molti skinhead appartengono infatti alla schiera degli hooligans. La subcultura skinhead nacque come fenomeno giovanile inglese con attitudini fortemente rivendicative della classe lavoratrice (lotta di classe), che sfociò, tuttavia, anche in frequenti scontri con gruppi considerati rivali: pakistani, hippie, omosessuali (lotta di razza). Questi scontri vennero sarcasticamente chiamate boot-party (risse con gli stivali), oppure paki-bashing e queer-bashing, (ovvero pestaggi con i pakistani e con i gay).

Questo primo periodo è detto skinhead original o trojan skinhead (quest'ultimo termine è dovuto al nome dell'etichetta discografica Trojan Records, che riporta il simbolo dell'elmo troiano). In riferimento a ciò, bisogna precisare che non solo gli skin erano ben organizzati in squadre (crews), ma c'erano altre bande con le quali avvenivano gli scontri, fra le quali gli immigrati appartenenti ad altre subculture. Ciò avveniva per l'esigenza di spazio vitale per gruppi di persone che scelgono l'alternativa al conformismo. Fu per questo che il potere dominante scricchiolò sotto i colpi di una subcultura che si oppone al degrado urbano, per cui additò gli skinhead come principali colpevoli degli scontri con le forze dell'ordine.

Di conseguenza, durante la prima metà degli anni settanta, la subcultura skinhead conobbe un graduale declino dovuto a duri interventi repressivi, quali il divieto d'ingresso negli stadi, nei bar e discoteche: si stava concludendo il suo primo ciclo vitale.

In seguito all'esplosione del punk rock si ebbe un'ondata di risveglio e il revival skinhead che riprendeva gli antichi valori della prima fase, si trovò a condividere la vita di strada con la subcultura punk, che per spontaneità e irriverenza somigliò, almeno inizialmente, allo stesso germe di quella skin. Insieme al punk (con i suoi sottogeneri stradaioli), vi fu anche una nuova ondata di musicisti che riproponevano la musica ska in maniera che si può definire più acid (northern soul e two tone), ciò dovuto al fatto che in Giamaica prevalse il genere reggae di matrice rastafariano, mentre gli skin continuavano a legare sì con le influenze "nere", ma rimanevano in linea coi presupposti originari.

In questa fase di rinascita della cultura skinhead però iniziano ad esserci anche le prime scissioni: emerge il fenomeno dei suedehead ("testa scamosciata"), un gruppo più abbiente e meno numeroso di skinhead, il quale si distingueva dai comuni skins per il fatto di indossare cappotti lussuosi tipo Crombie o in pelle di pecora, mocassini, pullover, completi di pied-de-poule, pantaloni Sta-Prest e perché tenevano i capelli leggermente più lunghi (inoltre svolgevano lavori da colletti bianchi); ben presto nascono anche gli smoothies (con capelli più lunghi) e i bootboys (affini alle bande e agli hooligan). Ci fu quindi un iniziale ritorno alle origini dello stile skinhead, cioè un riavvicinamento ai mod.

Verso la fine di quegli anni la cultura skinhead venne rianimata ed estesa grazie all'intervento del punk rock, ma la maggior parte di questi skin revivalisti si opponeva al commercialismo punk, ragion per cui decisero di tornare allo Spirit of '69, riacquistando le loro caratteristiche originarie e allontanandosi nuovamente dai mod. Questo "ritorno alla terra" skinhead trovò le sue rappresentazioni nella musica di gruppi come The 4-Skins e Madness, i quali restano tra le più celebri band della scena skin anni settanta.

Durante il 1973-1975, triennio segnato da una profonda crisi economica ed energetica in Gran Bretagna, a cui seguì un forte innalzamento dei prezzi e della disoccupazione, alcuni skinhead si avvicinarono a movimenti di estrema destra xenofobi come National Front e British Movement; da questi stessi skinhead razzisti sarebbero poi nati i naziskin, o per meglio dire i bonehead (termine dal triplice valore in quanto si radono la testa fino ad avere la pelle lucida, non vengono considerati skinhead dagli altri skin e significa "cretino").

Dal 1979 in poi gli skinhead influenzati dall'abbigliamento punk, che portavano i capelli più corti, gli stivali alti e slegati dallo stile tradizionale del 1969 crebbero numericamente e attirarono l'attenzione dei mass media, essenzialmente per il loro legame con gli hooligan. Continuarono comunque ad esserci gli skinhead originali. Con l'espansione della subcultura skinhead fuori dai confini inglesi verso l'Europa e gli Stati Uniti d'America, i "nuovi" skinhead modificarono le caratteristiche e le interpretazioni sia estetiche che musicali a seconda dei propri gusti od esigenze, ridimensionando in maniera impressionante quelli che possono essere definiti i caratteri comuni di ogni skinhead, sia inglese che non. Negli Stati Uniti per esempio gli skinhead americani provenienti dalla scena hardcore punk hanno abbracciato lo stile skinhead, reinventandolo e facendone una versione propria. Perciò nel resto del mondo lo stile e l'abbigliamento skinhead può variare ampiamente, sebbene i tratti distintivi ed essenziali rimangano più o meno gli stessi.



Lo skinhead è il soggetto appartenente a un movimento che poggia su basi sociali e non espressamente politiche. Nasce nelle periferie delle città inglesi, abitate da famiglie sottoproletarie, generalmente composte da operai. I rude boy erano per la maggior parte giamaicani, quindi pare improbabile che propugnassero i pensieri di supremazia relativi alla superiorità razziale. Nemmeno i mod avevano atteggiamenti razzisti. Inoltre esistono anche skin di colore. Nella subcultura giovanile skinhead, così come nella tradizionale cultura lavoratrice inglese, convivono la sentita appartenenza di classe, il fiero patriottismo, aspetti comportamentali virili uniti, a volte, ad orientamenti culturali di tipo tradizionalista. La musica presenta un collante fra le comunità di skin, mod e rude boy. Questi sono lo ska tradizionale, che evolverà nel rocksteady e reggae (skinhead reggae o early reggae).

Nel corso degli anni appartenenza di classe e sentimento nazionalista si polarizzarono, creando fazioni politiche contrapposte. Tali fazioni si collocarono su posizioni socialiste e anarchiche da una parte, e naziste dall'altra, o di rifiuto di qualsiasi connotazione politica (skinhead apolitici). I gruppi musicali divennero i maggiori diffusori di messaggi politici.

L'Oi! giungerà sull'onda del punk rock, con la comunità skin che si dividerà quindi fra politicizzati e non, dove molti subiscono il fascino delle politiche del National Front, infatti in quegli anni molte delle tribù di skinhead, uniti da un forte senso di nazionalismo e sospettosità per la forte ondata di immigrazione che stava vivendo l'Inghilterra in quegli anni, entrarono a far parte del movimento politico inglese National Front.

Il senso comune identifica erroneamente la sottocultura skinhead unicamente con il nome di naziskin (soprannome ideato dai media), proprio perché in Europa sono nate numerose bande appartenenti a movimenti e network neonazisti (White Power, skin88, Blood & Honour ecc), mentre gli skin dichiaratamente militanti antirazzisti (SHARP), nascono negli USA a New York, in antitesi ai movimenti che propugnano la supremazia della razza.

In Italia invece è sempre stato presente un gran numero di band apolitiche ma vicine alle posizioni anarchiche e/o antifascista, come i Nabat, padri dell'oi! italiano, i Rough, i Basta, Ciurma Skin e molti altri.

Original: gli skinhead apolitici o, per meglio dire, non identificati politicamente. Sono gli skinhead tradizionali, quelli che si rifanno allo Spirit of '69 e alla vera subcultura skinhead, formata da ragazzi sottoproletari, poveri e ribelli, accomunati da mod e rude boy per la passione verso la musica afroamericana e l'abbigliamento anticonformista da lavoro/dancehall, oppressi dal degrado di una società ipocrita e borghese che li discriminava continuamente per il proprio ceto sociale. È possibile che alcuni di questi, tuttavia, contrastino le fazioni quali la R.A.S.H. (organizzazione di chiare idee comuniste ed anarco-comuniste), la S.H.A.R.P. (militanza antirazzista) o gli altri network. Questo modello quindi ripropone la visione del movimento, nella sua più totale varietà, com'era in origine negli anni sessanta. Alcuni skinhead apolitici accusano gli skinhead politicizzati di strumentalizzare per fini politici il loro stile. Gli skinhead original tendenzialmente non considerano gli altri skinhead dei "veri" skinhead perché troppo lontani dai valori sociali e dagli ideali che caratterizzavano il movimento nella sua era d'oro, cioè gli anni sessanta.
SHARP (acronimo di "SkinHead Against Racial Prejudice"): ovvero, gli skinhead contro i pregiudizi razziali, di diverse idee politiche ma espressamente antirazzisti, uniti sotto un'unica bandiera, si rifanno alla rete denominata appunto SHARP. Questi nascono come militanti contro i gruppi neonazisti e riportano come simbolo l'elmo troiano, riprendendo il simbolo degli skinhead original che nascono dall'unione di subculture di natura multietnica.

RASH (acronimo di "Red and Anarchist Skin Heads"): skinhead di chiare idee socialiste, comuniste, anarchiche o anarco-comuniste che si rifanno al più recente network RASH. Gli skinhead di idee comuniste e socialiste si definiscono "Redskin" mentre quelli di idee anarco-comuniste, o più in generale anarchiche, "Anarcoskin". I redskin possono anche non appartenere ad alcuna rigida organizzazione politica od ostentare simboli, ma manifestare comunque la loro attitudine verso idee antifasciste; la maggior parte degli anarcoskin, invece, preferisce restare in ambienti ed organizzazioni esclusivamente o prettamente di matrice anarchica, come la Federación Anarco Skinhead o l'Anarchist Skins and Punks (quest'ultima tra l'altro riunisce anche i punk).
Skin88 (l'88 sta per HH, acronimo di "Heil Hitler", in quanto l'H è l'ottava lettera dell'alfabeto latino): skinhead di idee neonaziste o neofasciste, anche noti come Naziskin (termine però ritenuto inadeguato), raggruppati in numerose organizzazioni, anche internazionali, come Hammerskins (USA) e Blood & Honour (UK). Sono generalmente i più organizzati e politicizzati, in quanto giocano un ruolo determinante per quello che riguarda l'interesse dei mass-media nei confronti della subcultura skin. Il movimento dei naziskin è correlato alla diffusione della musica Oi! e del Rock Against Communism. Siccome non sono considerati parte del movimento skinhead dagli altri skins né tantomeno dai punk in quanto razzisti e fascisti, gli skin88 vengono dispregiativamente chiamati Bonehead (cioè "testa d'osso"), termine inglese utilizzato per indicare una persona stupida o imbecille.
Gay skinhead; le due organizzazioni più importanti conosciute sono la EGSA raggruppante gli skin gay apolitici, antirazzisti e antifascisti e la GASH (Gay Aryan Skinheads), raggruppante gli skinhead gay ma di ispirazione neonazista e tendenzialmente violenti.

Un concetto fondamentale per poter comprendere la nascita degli skinhead è quello di working class (classe operaia in inglese): lo skin è solo l'ultimo, in ordine cronologico, dei rappresentanti della gioventù proletaria britannica, oggetto di critiche e disprezzo da parte dei "benpensanti"; disprezzo che veniva e viene spesso ampiamente ricambiato. Gli skinhead si riconoscono totalmente nella classe sfruttata, quella lavoratrice. Solitamente svolgono lavori manuali e detestano tutto ciò che opprime l'individuo e lo vuole trasformare in quello che non è.

L'immagine stereotipata di questo giovane, caratterizzata da teste rasate e stivali anfibi deriva principalmente da esigenze lavorative: condizioni igieniche e di sicurezza scarse rendono necessarie precauzioni contro infortuni e infezioni; buona parte dell'abbigliamento però comprende anche elementi tramandati dai mod, da cui deriva lo skinhead. Non si trattava, quindi, di una divisa da combattimento (almeno inizialmente), come molti hanno teorizzato, bensì di uno stile strettamente legato alle proprie origini, riprendendo elementi derivanti dalle culture mod e rude boy.

Il movimento skinhead cominciò a riemergere con l'ondata di punk rock britannica. Questa sintonia tra i due movimenti nacque appunto con la nascita nel punk britannico nella seconda metà degli anni settanta, dove il movimento skinhead, sviluppato negli anni sessanta ma decaduto nei primi settanta, riemerse promuovendo il neonato punk rock come la nuova musica eletta, al contrario dei precedenti skinhead (skinhead original), indirizzati sulla musica nera giamaicana (reggae in particolare).

Lo skinhead divenne così una delle sottoculture affini al neonato punk rock. Le sottoculture all'interno del punk rock cominciarono poi a diramarsi, e tra queste, lo street punk (anche nome di un genere musicale) fu la sottocategoria dei punk che più si avvicinava a quella skinhead, perché rimane, per definizione, più radicato nella vita lavorativa e di strada.

Questa affinità tra i due movimenti ebbe un graduale sviluppo, in quanto i due movimenti condividevano spesso la stessa filosofia di vita, promuovevano la stessa musica, ed originavano dalla stessa nazione. Un elemento che avvicinò gli skin e i punk poteva essere anche la rivalità verso gli hippie, manifestata da gruppi come i Sex Pistols, era una visione che in origine decretò, all'interno del movimento mod, la scissione tra gli hard mod (i primi skinhead) dei fine anni 60, e i mod original, al contrario simpatizzanti per tale movimento. Non a caso skinhead e punk condivisero poi alcuni tipi di abbigliamento come i boots e spesso i pantaloni ripiegati o le bretelle o altro. Nacque così anche il motto "Punx & skin" promosso da diversi gruppi di punk e skinhead.

Nel 1978 si ha un ulteriore legame tra punk e skinhead grazie alla fondazione del Punk Front, organizzazione costola del National Front che radunò i punk vicini all'area di estrema destra e permise quindi ai punk di sfilare a fianco degli skinhead durante le manifestazioni politiche. Sulla scia di questo movimento punk nacquero band Oi! e punk esplicitamente legate al Punk Front come gli A.B.H. e i The Dentist.

Lo skinhead, divenne quindi una cultura vicina al movimento punk britannico, e come tale, il genere punk rock divenne la "nuova musica" degli skinhead. Il particolare sottogenere di punk rock ripreso dagli skinhead verrà ribattezzato appunto street punk, che nel contesto skinhead prenderà il titolo di "Oi!", e conserverà caratteristiche particolari che lo distingueranno in parte dal classico punk in stile britannico, seppur facente parte di questa categoria. L'Oi! (sostantivo che deriva dalla pronuncia tipica dei quartieri a est di Londra della parola "hey you!"), è un genere di punk che si potrebbe definire popolare, in quanto ha la caratteristica di coinvolgere solitamente il pubblico con cori stile tifo calcistico.

Il movimento del 1978 durò poco tempo ma è stato saltuariamente ripreso sotto le sigle Punk's Not Red e Nazi punk, la prima sigla a voler dimostrare un'attitudine lontana da quella dei centri sociali, squatt e posizioni comuniste, anarchiche e politicamente corrette, ma non per questo esplicitamente di estrema destra o esplicitamente dedita all'attività politica; la seconda sigla invece esplicitamente politicizzata e nazionalista. Tra le band che hanno fatto o fanno parte di questo movimento troviamo gli svedesi The Jinx, Battle Scarred e Midgårds Söner, i tedeschi Punk Front, i belgi Kill Baby, Kill! (pur non avendo punk in formazione ufficiale), i polacchi Niters e gli americani Forward Area, Dirty White Punk's e Final War.

Anche in Italia alcune band come i Nabat hanno dedicato canzoni all'unità sottoculturale tra gli skinhead e punk.

Mentre un'altra sottocategoria del punk chiamata anarcho punk vedeva delle rivalità sia con gli skinhead che con gli street punk per le visioni pacifiste e impegnate politicamente e socialmente; la band più conosciuta del panorama Oi! con attitudini anarco punk sono gli Oi Polloi.

Del primo skinhead, l'unica attitudine che può ricordare atteggiamenti razzisti dei successivi gruppi nazifascisti (sviluppati ufficialmente oltre un decennio dopo), era il fatto che alcuni skinhead dell'epoca erano soliti agli scontri con le comunità di immigrati pakistani, e il cosiddetto paki bashing, (ovvero "pestaggio coi pakistani"), ma anche con gli asiatici, che risultavano culture diversificate rispetto a quelle dei rude boy giamaicani (la Giamaica è, tra l'altro, una ex colonia britannica), con cui gli skinhead condivisero fin dall'inizio le radici e la vita di strada, era solo uno scontro fra gangs urbane. In sostanza, i pestaggi non erano provocati da un razzismo ideologico, ma dall'intolleranza, che poteva rivelarsi anche molto radicata nella vita di strada degli skinhead, poiché questi ultimi erano confinati in aree urbane di periferie dove vige la legge della strada. Se la subcultura skinhead in origine fosse stata fondata su principi di potere razziale, la cultura stessa non si sarebbe potuta sviluppare per principio, poiché questa nacque proprio ereditando parte della cultura degli immigrati giamaicani di natura multietnica.

Nell'immediato dopoguerra, l'immigrazione dal Commonwealth (principalmente dai Caraibi e dal Pakistan) aveva portato allo sviluppo di alcuni ghetti affollati di stranieri a Londra (Brixton) e a Liverpool (Toxteth), popolati prevalentemente da sottoccupati. Durante gli anni sessanta i pakistani e gli asiatici erano stati vittime di persecuzioni razziali ad opera di alcuni inglesi, tra cui alcuni nazifascisti. Gli skin, come altre subculture, furono e sono strumentalizzati come movimento unicamente nazifascista. Molti inglesi sostenevano che l'afflusso di stranieri, soprattutto pakistani ed asiatici, stava danneggiando le loro prospettive di lavoro e i valori tradizionali. Era quindi una forma di conservatorismo più che razzismo ideologico, anche per via dei pensieri patriottici a cui lo skinhead era molto legato, ma per il resto non presentavano connotazioni razziste, ma anzi, come già accennato, vi era molto legame con la cultura nera giamaicana (Rude Boy) da cui lo stesso movimento si era sviluppato. Inoltre le gang di skinhead e rude boy erano molto unite, condividevano gli stessi ambienti, la stessa attitudine e vita di strada e, soprattutto in origine, vi erano anche molti skinhead di colore oltre ai rude boy bianchi.



Così come il punk, anche lo skinhead style varca i confini del Regno Unito, espandendosi soprattutto nell'Europa continentale, ma facendo proseliti pure oltreoceano, diventando così una realtà su scala mondiale; se, però, in paesi come l'Italia e la Spagna solo verso la fine del decennio 1980-1989 si assisterà alla comparsa di veri e propri movimenti "skinhead" neofascisti, in paesi come Francia e Germania questo avverrà già dagli inizi, trovando terreno fertile per la propaganda xenofoba rivolta alla immigrazione extraeuropea, prevalentemente turca e nordafricana.

Comparvero nei primi anni ottanta in Italia (1981-1982), con più di dieci anni di ritardo rispetto all'Inghilterra (1969), con la formazione di alcuni piccoli nuclei Skinhead in città come Torino, Milano, Genova, Savona, Bologna, Roma e successivamente in Toscana, nel Veneto e nel Trentino. Il look viene ricostruito prendendo a modello, per i più fortunati gli skinhead visti in qualche viaggio a Londra o dalle copertine dei dischi dei gruppi Oi! inglesi. Raro era chi possedeva una polo Fred Perry o un paio di Doc Martens, spesso frutto di acquisti riusciti a fare nei frequenti viaggi che i giovani punk e skin italiani di quegli anni facevano in Inghilterra. La musica ascoltata e suonata era ovviamente il punk, l'Oi!, il reggae e lo ska. Iniziano le frequentazione dello stadio di calcio ed un saldo legame con il movimento ultras. Anche in Italia, purtroppo, come nel resto d'Europa, si delineò lungo il corso degli anni ottanta, una spaccatura nel movimento skinhead, quando entrò la politica ad alterare i punti di vista dei ragazzi, c'è chi rimase fedele allo spirito iniziale apolitico ed antirazzista e c'è chi invece si fece affascinare da idee nazionaliste e razziste che partirono da paesi come l'Inghilterra, grazie al partito di estrema destra denominato British National Front e dalla Francia con il Front National. Al riguardo descrivono bene il concetto i film: "Rude Boy" (1980) in cui come attori ci sono anche Joe Strummer e i Clash e "This Is England" (2006).

Questa prima esplosione, portò all'organizzazione di due raduni OI! nazionali, uno a Monza ed uno a Bologna, ben recensiti dalle fanzine e dalla stampa musicale indipendente, il numero degli Skinhead cresceva considerevolmente.

Il terzo raduno OI! di Certaldo (Firenze) del maggio 1983 segna l'ingresso della violenza e della destra nella scena OI! italiana. Rivalità cittadine tra skin romani e toscani causano una tensione palpabile sia fuori sia dentro il tendone adibito ai concerti. I giorni della spensierata unione tra skin e punk e della non politicizzazione ad oltranza sono finiti. I Rough si rifiutano di suonare di fronte ad una selva di braccia tese. I Rip Off si danno a lanciare saluti romani dal palco, mentre i Nabat giunto il loro turno suonano lo stesso in un clima di contestazione accesa. Quella sera sul palco giunge di tutto, dalle lattine piene ai rasoi aperti,"...tutti siamo consapevoli che stiamo assistendo alla fine di tutto, che l'Oi! sta morendo qui, proprio di fronte a noi e sono gli stessi kids a causarne la scomparsa: dal libro “Ordigni” di Riccardo Pedrini..". Forse gli atteggiamenti destrosi, almeno i primi si devono alla forte propulsione imitativa e alla volontà di voler essere come gli skin inglesi.

Di fronte all' ingresso della destra nella scena OI! italiana, i gruppi storici virano verso sinistra, e la loro politicizzazione diviene sempre più marcata. Il primo LP dei Nabat " Un Altro giorno di Gloria" di qualche anno posteriore, ad esempio reca dediche tra gli altri a Nelson Mandela e Benjamion Moloise. Il gruppo non ritiene giusto controllare quello che c'è nella testa, spesso confusa di un kid di 17 anni; semplicemente di aiutarlo a fare chiarezza. Mentre in città come Bologna, Genova, Savona o Pisa la scena si mantiene in linea con I presupposti originari, in altri luoghi la crescita della destra e evidente (Milano e Veneto). In tutto questo, la stampa gioca un ruolo determinante, stigmatizzando non solo gli skinhead di destra ma tutto il movimento in generale.

Agli inizi degli anni 90, mentre la stampa ed il sistema di informazione si concentrano sulla figura del Naziskin, si assiste all'espansione della SHARP ed al ritorno di gruppi storici come i Nabat, i Business ed i Lurkers. Il circuito dei centri sociali aiuta, in Italia, gli skin a dare una visione di sé più consona alla realtà, il livello 57 di Bologna organizza il concerto dei Business, al Leoncavallo di Milano suonano i Cock Sparrer, mentre veterani della scena OI! italiana come i Klasse Kriminale iniziano a esibirsi sempre più frequentemente in centri sociali autogestiti.

Gruppi di punta dell'OI! Italiano tornano ad esibirsi: il 1995 vede i Nabat esibirsi di nuovo dal vivo prima al Leoncavallo e poi al Livello 57 insieme ai bolognesi Ghetto 84 e agli onnipresenti Klasse Kriminale. Per quanto riguarda i gruppi orientati verso l'estrema sinistra, la banda Bassotti, anima della scena Redskin romana, di ritorno da un tour in El Salvador in compagnia dei baschi Negu Gorriak, dà alle stampe nel giugno 1995 Avanzo de cantiere, vera e propria pietra miliare del punk politicizzato contemporaneo. La scena romana conta un gran numero di kids di ogni estrazione stilistica, ma la componente skinhead sembra prevalere.

Gli skinhead hanno spesso un abbigliamento riconoscibile, dato da caratteristiche comuni che vengono di seguito descritte. Deve essere precisato che descrivere l'usuale l'abbigliamento degli skinhead, come qui di seguito, non deve far pensare che chi indossi un abbigliamento simile debba necessariamente essere considerato appartenente a quella subcultura. Il vestiario skinhead è molto più complesso rispetto a quello delle altre subculture, dal momento che ogni capo ha un'origine ed un significato diverso dagli altri, che vale solo per gli skins. Volendo fare un quadro generale, la moda di questa cultura urbana è frutto dei valori e gusti condivisi dai primi skinhead, da rude boy e mod, ma anche delle dure condizioni di lavoro e dello scontro con le autorità ed i ceti sociali benestanti vissuti dai primi skinhead negli anni sessanta in quanto operai.

Testa rasata (skin head): il taglio più corto venne ereditato dagli hard mod che lo adottarono rispetto agli altri mod perché influenzati dai rude boy per il fatto che è più adatto alla sicurezza igienica sul lavoro (in origine corto ma non rasato a zero). Benché la maggior parte degli skin preferisca portare un taglio rasato, i capelli vengono portati anche moderatamente corti e non necessariamente rasati. Le skinhead girls (skingirls) adottarono inizialmente le acconciature modette (caschetto), mentre attualmente il cosiddetto taglio Chelsea: quasi interamente corto (a "spazzola"), con la frangia sulla parte anteriore e lunghe ciocche nella parte posteriore ed ai lati ("basette").
Basette: in genere vengono portate da tutti gli skin in maniera curata e ostentata, si presuppone che si rifacciano alle subculture giamaicane e negroidi, ma anche ai marinai. Possono essere di diverse tipologie: tagliate all'altezza di metà orecchio, di media lunghezza o portate lunghe sino al mento.
Bretelle: ereditate dai rude boy giamaicani emigrati in Inghilterra, di vari colori e di larghezza pari a 3/4 di pollice o 1/2 di pollice, a volte portate pendenti per metterle in evidenza. I rude boy inclusero le bretelle nel loro abbigliamento allo scopo di imitare il vestiario dei gangsters mafiosi dei film americani. Il vestiario rude boy infatti si basa spesso sull'imitare tale stile, riprendendo elementi tipici del gangster come ad esempio lo smoking e gli occhiali scuri.

Le camicie Ben Sherman, parte integrante dell'abbigliamento mod, vennero mantenute anche dagli skinhead; di solito gli skinhead indossano le camicie con motivi a scacchi colorati o a righe, meno di frequente quelle a tinta unica. Dal momento che moltissime marche di vestiti hanno ripreso le caratteristiche delle camicie Ben Sherman, gli skinhead indossano anche camicie simili a queste come le Brutus Jeans (popolari tra gli anni sessanta e settanta) o più economiche come le Warrior Clothing (fabbricate in Inghilterra).
La polo Fred Perry, usata dai mod e successivamente ripresa dagli skin, è vista come simbolo di orgoglio nazionale inglese (Fred Perry era infatti il più grande tennista d'oltremanica).
Le felpe e la giacca di tipo harrington marca Lonsdale, sono state adottate dagli skin di tutto il mondo, anch'esse ereditate dai mod.

Anfibi: scarponi tipici della classe operaia britannica che gli skinhead usavano per il lavoro e per l'abbigliamento casual di tutti i giorni, generalmente militari o da lavoro. Negli anni sessanta i primi skinhead, insieme agli hooligan, non indossavano scarponi di marca ma stivali con la punta d'acciaio, NBC e "da scimmia" (i cosiddetti monkey boots), appropriati sia sul posto di lavoro che per combattere durante le risse o negli stadi; dato l'utilizzo che le due subculture facevano di tali stivali, questi ultimi iniziarono ad essere considerati "armi improprie" nel Regno Unito e ribattezzati "bovver" (termine derivato da "bother", cioè "infastidire"). Sempre durante quest'epoca i primi skins sceglievano il colore degli stivali a seconda della squadra di calcio di cui tifavano. Solo a partire dagli anni settanta iniziarono ad indossare Doc Martens (o stivali simili a questi), scarpe scozzesi (brogue) e mocassini. In tempi recenti i Doc Martens hanno perso popolarità tra gli skinhead, poiché sono diventati costosi e non vengono più fabbricati in Inghilterra; gli skins si sono quindi buttati su altre marche di stivali, come Solovair (tuttora made in England), Tredair e Grinders. A volte vengono sostituiti i lacci neri con lacci rossi, bianchi o gialli e spesso la scelta del colore indica l'ideologia politica dello skin che le indossa.

Scarpe da calcetto: l'indumento è stato ammesso nel vestiario "ufficiale" solo di recente, da alternare agli anfibi. Solitamente vengono usati modelli Adidas, Puma, spesso neri con strisce bianche. Le scarpe da calcetto vennero riprese per simboleggiare la forte passione degli skinhead per il gioco del calcio.
Tatuaggi: solitamente gli skinhead hanno come segno di riconoscimento una ragnatela tatuata sul gomito che indica appartenenza e fedeltà allo stile. La leggenda narra che l'idea sia nata nelle osterie ai disoccupati inglesi tra i quali era diffuso il modo di dire "ci cresceranno le ragnatele addosso" a causa della disoccupazione. Secondo altre fonti, la tesi più improbabile secondo il quale ogni "giro di tela" simboleggerebbe un anno di carcere. Altri tattoo portati sono le rondini: significano libertà e furono ereditate dai galeotti e marinai inglesi. Altri tatuaggi più espressamente skinhead sono: il crucified skinhead (crocifisso raffigurante uno skinhead), i musi di cani di tipo bull e altri tatuaggi della scuola tradizionale (cuori, rose, spade, ecc).
Blue jeans: pantaloni più adatti al lavoro, solitamente vengono usati modelli attillati firmati Levi Strauss (Red Tag, o 501), o altri marchi come Lee, Wrangler, o modelli a chiazze più chiare scoloriti con la varechina. Caratteristica comune, nonché simbolo del vestiario skinhead, è quella di ripiegare i pantaloni per evidenziare gli anfibi o le scarpe da calcetto. Altri pantaloni utilizzati sono quelli militari (in genere mimetici con le tasche) e il modello sta prest (genere classico di calzoni che ha la caratteristica di mantenere l'aspetto stirato).
Il bomber (solitamente di colore verde militare, grigio o nero): giubbotto originariamente in uso tra gli aviatori inglesi modello MA-1 (marca Alpha), anche questo capo fu ereditato dai mod e hard mod. Altri giubbotti utilizzati sono il parka, i cappotti a 3/4 e il montone.
Coppola: questo particolare tipo di berretto floscio era usato soprattutto dagli skinhead originali. Anche questo indumento, come le bretelle, venne tramandato dalla cultura rude boy. Anche in questo caso i rude boy inclusero la coppola nel loro abbiglimento allo scopo di imitare il vestiario dei gangster mafiosi. Questo berretto è infatti di origine siciliana.
Le ragioni della scelta di questi abiti vanno ricercate nello stile di vita svolto dai primi skinhead e nel loro desiderio di ribellione rispetto alla cultura dominante, oltre che verso le forze di polizia e le subculture contemporanee:

il bisogno di vestiti resistenti, puliti e facili da identificare nella folla, idonei al lavoro manuale e corrispondenti al sottoproletariato.
il rifiuto dell'imborghesimento e dell'eleganza dei mod, i quali non lavoravano perché "figli di papà".
il desiderio di crearsi un'identità culturale propria.
Ciò vale per quegli abiti industriali (jeans, stivali antinfortunistici o anfibi, giacconi pesanti ecc.) che gli skinhead usavano tutto il giorno sul posto di lavoro; quelli più leggeri e curati (camicie, mocassini ecc.) invece li indossavano solo quando andavano a ballare la sera insieme ai rude boy nelle dancehall, luoghi di ritrovo per giovani dove si ascoltava musica afroamericana, oppure quando andavano alle partite di calcio; questi due eventi erano l'unico lusso di cui gli skinhead potevano godere per divertirsi, mettendo da parte il degrado e la povertà che caratterizzava le loro vite.



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sabato 21 novembre 2015

I MOTIVI PER CUI GLI IMMIGRATI FUGGONO

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Mai così tanti migranti sono arrivati sulle coste dell’Europa del sud come nel 2015.

I principali paesi di provenienza dei migranti sbarcati in Europa nel 2015 sono Siria, Afghanistan, Eritrea, Nigeria e Somalia.

La Siria è sconvolta da quattro anni da una confusissima guerra civile da cui, semplicemente, la gente scappa. Dall’inizio del conflitto nel 2011 sono morte più di 200 mila persone, e 11 milioni di persone sono state costrette a lasciare le loro case. Di queste, circa 7 milioni si trovano ancora in Siria, mentre 4 milioni hanno lasciato il paese. La grande maggioranza di questi esuli si trova in Turchia (2 milioni di persone), Libano (1 milione) e Giordania (600 mila). Gli altri sono sparsi tra Iraq ed Egitto, oppure sono in viaggio per l’Europa. Finora nel 2015 ne sono arrivati 126 mila, il 43% del totale degli arrivi nel 2015.

L'Afghanistan, tutt’altro che stabilizzato dopo la guerra avviata nel 2001, è entrato in una nuova profonda crisi nel 2014. L’instabilità politica seguita alle incerte elezioni di giugno 2014 ha dato nuova linfa ai talebani, che hanno incrementato gli attacchi alla popolazione civile (+24% rispetto al 2013). A questo si aggiungono i cronici problemi del paese: abusi delle forze di sicurezza (che comprendono il massiccio ricorso alla tortura), minacce alla libertà di espressione, negazione dei diritti delle donne. Oltre 700 mila afghani sono profughi all’interno del loro paese, circa 2,5 milioni hanno lasciato il paese, di cui la grande maggioranza vive in Iran e Pakistan. Sono 35 mila gli afghani sbarcati in Europa (praticamente tutti in Grecia) nel 2015.

Nel 2015 sono arrivati in Europa circa 29 mila eritrei, 15 mila nigeriani e 9 mila somali, quasi tutti in Italia. Più che a motivi interni quindi il massiccio arrivo di migranti da questi tre paesi sembra dovuto all’efficienza raggiunta dal traffico di esseri umani.

Il continente africano è composto da 54 paesi, molti dei quali attraversano crisi profonde, umanitarie, politiche o nella sfera dei diritti umani.

In cima alla lista, c’è la Somalia. Dopo il crollo del regime di Siad Barre, nel 1991, è piombata nel caos, trasformandosi in un Paese senza Stato, in cui si sono avvicendati governi deboli incapaci di mantenere il controllo del territorio. Una guerra civile, di cui in tanti hanno approfittato, poi la pirateria (ora quasi del tutto sconfitta), l’estremismo che è passato dalle Corti islamiche agli Al Shabaab, che oggi, respinti nella zona a sud del paese, sconfinano sempre più spesso in Kenya. La crisi più acuta è passata,  ma la situazione resta difficilissima, gli attentati nella capitale continuano a mietere vittime e tutta l’intellighentia e la classe media del paese è fuggita tra Europa e Nord America. Chi scappa ora ha certamente diritto all’asilo. E ha un nucleo familiare a cui ricongiungersi. La diaspora somala è tra le più nutrite al mondo.
Ma la Somalia disastrata di cui parliamo è la parte sud del paese, dove si trova la capitale Mogadiscio. Per intenderci, l’ex colonia italiana. La parte nord, quella che fu colonia inglese, vive una relativa normalità: il Puntland e il Somaliland, dichiaratisi autonomi dalla capitale, anche se non riconosciuti dalla comunità internazionale, sono paesi relativamente tranquilli.

La Libia del post Gheddafi è un altro paese in guerra, con due governi in carica e zone al di fuori di ogni controllo statuale, cui si aggiunge la porzione di territorio sotto il controllo di ISIS. Punto di raccolta delle rotte migratorie che convergono sia dall’Africa subsahariana che dal Medio Oriente, da qui partono i barconi che affollano da tempo il mar Mediterraneo. Curiosamente, però, i libici non partono. Non verso l’Europa, almeno. Sono in tanti ad aver varcato i confini con la Tunisia e l’Egitto, in fuga temporanea. Ma sui barconi no, non arrivano. Forse perché sono i primi a sapere quanto alti siano i rischi.

In tanti fuggono da paesi schiacciati da dittature spietate. In primis, l’Eritrea, altra ex colonia italiana, da cui fuggono tutti quelli che possono, in particolare i giovani. Sono spesso loro ad affollare i barconi, insieme ai somali. Scappano da un dittatore, Isaias Afewerki, al potere dal 1993, che opprime ogni spazio di libertà personale, che obbliga ragazze e ragazzi al compimento dei 18 anni ad un servizio militare infinito, che appena avverte aria di dissenso sbatte gli oppositori reali o presunti in carceri da cui è difficile uscire vivi. Tutto è in mano al governo. Anche le vite delle persone. Non tanto diversa è la situazione del Gambia, piccola striscia di terra incuneata nel Senegal, paese anglofono dominato da Yahya Jammeh, un padre-padrone che non ammette dissenso. Al potere con un golpe dal 1994, soffoca ogni libertà personale e reprime il dissenso con veri e propri squadroni della morte. Situazione aggravatasi dopo il tentativo di colpo di stato dello scorso dicembre, a cui ha fatto seguito un’ulteriore ondata repressiva, fatta di arresti e torture. Il presidente ha annunciato l’aumento dei reati punibili con la pena di morte. Per questo il Gambia è il più piccolo paese africano e ha solo due milioni di abitanti, ma attualmente è il 3° paese di provenienza dei richiedenti asilo.



Molti altri sono i regimi autoritari in Africa, ma non tutti generano flussi migratori verso l’Europa, anche se chi ci prova ottiene in genere asilo. Citiamo il caso del Burundi, situazione che è rapidamente degenerata: il presidente uscente ha violato la costituzione facendosi votare per un terzo mandato, nonostante mesi di proteste, e ora il paese è in bilico fra la dittatura e la guerra civile. Sono circa 150mila i burundesi fuggiti nei confinanti Rwanda, Congo e Tanzania. Arrivi che invece continuano da altri paesi dove non si può parlare di vere dittature, ma di regimi non democratici, in genere frutto di golpe, che non rispettano i diritti umani. È il caso della Guinea e della Guinea Bissau, da cui in tanti approdano sulle nostre coste.

Vari sono i paesi che escono da conflitti sanguinosi. Alcuni di questi attraversano la fase dei regolamenti di conti. Ad esempio, la Costa d’Avorio, paese ora pacificato, ma il cui ex capo di stato è sotto processo alla Corte Penale Internazionale dell’Aja. Chi era dalla sua parte ora lascia il paese, per sfuggire a possibili ostracizzazioni e vendette.

Esistono Boko Haram e gli Al Shabaab, ma anche altri gruppi (quasi tutti di matrice islamica) che infestano intere regioni, in particolare nella zona del Sahel. Gruppi feroci, che radono al suolo vite, tradizioni, cultura. Boko Haram e la follia del suo capo Abubakar Shekau seminano il terrore non solo nel nord della Nigeria, ma ormai anche nel nord del Camerun, nel sudest del Ciad e nel sudovest del Niger, gli Al Shabaab che dalla Somalia terrorizzano sempre più il Kenya (ultima, la strage al campus di Garissa), ma ci sono altri gruppi di cui sentiamo meno parlare ma che non per questo sono meno virulenti: c’è Aqmi (Al Qaeda nel Maghreb islamico), che dall’Algeria si è spostato in Mali, dove troviamo anche Ansar Eddine che infesta il nord del Paese, cui vanno aggiunti i gruppi armati che rivendicano l’indipendenza del nord del paese, un caos che la missione Onu Minusma fatica a fronteggiare. E tanti sono i maliani che approdano sulle nostre coste, così come i nigeriani, i nigerini e in misura minore i ciadiani e i camerunesi. In questi casi, alle autorità spetta un compito non facile, per discernere chi fugge da una zona di pericolo da chi proviene da zona tranquilla ed è dunque da considerarsi migrante economico. Dalla Nigeria, per esempio, arrivano in tanti, ma non tutti dalle zone sotto la longa manus di Boko Haram.

Tra i richiedenti asilo compaiono anche altre provenienze: ci sono molti senegalesi e ghanesi, ci sono egiziani, marocchini e tunisini. Intanto, anche chi giunge dalla Nigeria o dalla Costa d’Avorio può essere un semplice migrante economico, così come in aumento sono gli africani della classe media che vendono tutto per cercare fortuna da noi. Ma al contrario anche da paesi non in guerra e non oppressi da regimi possono arrivare persone che ottengono asilo o protezione umanitaria. Ad esempio, le minoranze religiose perseguitate o emarginate, o gli omosessuali che in alcuni paesi sono anche puniti col carcere.

Poi ci sono i minori non accompagnati, in gran parte nordafricani: un vero e proprio investimento fatto dalla famiglia, che vende i propri beni per mandare il figlio ragazzino a cercar fortuna.
Situazioni complesse e variegate molto più di quanto sembri, che spiegano tra l’altro (almeno in parte) perché sia così lungo e laborioso il processo di esame delle varie richieste d’asilo. Così come è chiaro che per molte di queste crisi che generano flussi migratori la soluzione non sarebbe tanto umanitaria, quanto politica.

Mentre siriani e afghani arrivano soprattutto in Grecia e da lì proseguono seguendo la rotta balcanica, in Italia, oltre a eritrei, nigeriani e somali arrivano persone anche da molti altri paesi africani, anche se in numero minore: Sudan, Gambia, Senegal, Ghana, Mali. Le motivazioni sono sempre quelle: instabilità interna ai limiti della guerra civile, presenza di gruppi islamisti radicali, estrema povertà.



Al di là delle specifiche condizioni dei paesi di partenza, ad influire sull’effettivo numero di migranti che arrivano sulle coste europee è anche quello che succede nei paesi di transito, dove alcune condizioni possono rendere più facile, o più difficile, l’accesso alle coste europee.

Ci riferiamo principalmente a Libia, Sudan e Turchia, snodi cruciali per i flussi migratori verso l’Europa. Questi paesi sanno di svolgere un ruolo strategico che all’Europa sta molto a cuore, e utilizzano questa loro posizione in maniera strumentale per negoziare accordi favorevoli con l’Europa o con singoli paesi europei. Come? Aprendo o chiudendo i rubinetti delle partenze.

Era una strategia spesso utilizzata da Gheddafi, che dava l’ordine di far partire i barconi quando voleva ottenere qualcosa dall’Europa e di fermarli quando lo otteneva. È una strategia che tuttora la sgangherata Libia tenta di portare avanti, e che anche la Turchia sta imparando a seguire.

Negli ultimi tempi poi sta emergendo il Sudan come luogo cruciale per la gestione del traffico di migranti provenienti dal Corno d’Africa, in particolare da Eritrea e Somalia. A Khartoum si concentrano una serie di servizi per i migranti, tra cui molte agenzie che offrono viaggi in Libia dove hanno già accordi con gli scafisti per il proseguimento del viaggio verso l’Europa. I migranti acquistano un pacchetto completo, al costo base di duemila euro.

Una simile organizzazione sta accorciando i tempi degli spostamenti e rendendo più facile (se così si può dire) i viaggi per un numero crescente di persone. Si riesce ad arrivare dal Sudan alle coste italiane in un paio di settimane, per un viaggio che fino a qualche tempo fa richiedeva mesi se non anni, perché bisognava attraversare tutto il Sudan e ci si ritrovava poi nel caos della Libia, nei famigerati centri di smistamento, come quello di Kufra, dove si restava rinchiusi anche per mesi subendo stupri, violenze, estorsioni.

Questo non significa che il viaggio è migliore, è solo più corto e efficiente. Le jeep che viaggiano nel deserto continuano ad essere stracolme e pericolosissime, i barconi vetusti e insicuri, gli scafisti spietati e pronti a sparare su chi si ribella o a rinchiudere i migranti nella stiva per ottenere più soldi.

Un altro fattore che spinge i migranti a muoversi e ad andare da una parte piuttosto che da un’altra è quello che li aspetta nei paesi di arrivo. Ci riferiamo a condizioni economiche, politiche e sociali.

Dal punto di vista economico è ovvio che i migranti si muovono per andare dove ci sono più opportunità lavorative e di avere un reddito per mantenersi e mandare i soldi ai propri familiari rimasti nel paese di origine. Per questo nei periodi di crisi, e nei territori in crisi, si assiste anche ad una regressione del fenomeno. Al netto di questi recenti afflussi di migranti comunque per lo più in transito, in molte zone d’Italia colpite dalla crisi il numero di stranieri residenti sta diminuendo.

A livello politico, i migranti si muovono se intravvedono possibilità di ottenere una qualche forma di protezione politica, che garantisca loro la possibilità di restare nei paesi di arrivo. Il caso più eclatante è quello di questi giorni relativo ai siriani, che verranno accolti indiscriminatamente dalla Germania. È chiaro che questo è un elemento che sta portando moltissimi siriani a dirigersi verso quel paese.

Il muro in costruzione sul confine con la Serbia e le politiche annunciate dal premier Orban sono invece chiaramente dei fattori che influiranno negativamente sui flussi in arrivo in Ungheria, paese che finora nel 2015 ha ricevuto moltissime domande di asilo, ma che è visto più come un luogo di transito sulla strada verso Austria e Germania.

La Svezia è un altro paese che, oltre ad essere ricco, è storicamente molto accogliente con i richiedenti asilo, ed infatti ospita grosse comunità di immigrati siriani, iracheni, somali, eritrei. Chi proviene da questi paesi ha dunque un’elevata probabilità di ricevere lo status di rifugiato in Svezia, e vale dunque la pena affrontare un viaggio lungo e rischioso per una così alta ricompensa.

Qui si inserisce il famoso dibattito sulla distinzione tra rifugiati e migranti economici.

Ovviamente non ci sono solo motivazioni politiche ed economiche a muovere le persone. Un ruolo molto importante è spesso giocato dalle reti familiari e sociali eventualmente già presenti nei paesi di arrivo, così come dalle scelte dei singoli, che spesso tendiamo a dipingere semplicemente come dei disperati, ma che in realtà mantengono un’elevata capacità di indirizzare la propria vita, nonostante tutto.



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