domenica 28 febbraio 2016

IL DANUBIO

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Il Danubio è un fiume dell'Europa centro-orientale. 

Le sue sorgenti sono nella Foresta Nera in Germania, dove due piccoli fiumi, il Brigach e il Breg, si riuniscono a Donaueschingen. È a partire da questo punto che il fiume prende il nome di Danubio, anche se si tende a pensare che il Brigach sia a sua volta un affluente del Breg, pertanto quest'ultimo sarebbe già il Danubio. Dalle sorgenti scorre verso est, e attraversa varie capitali dell'Europa centrale e orientale (Vienna, Bratislava, Budapest e Belgrado). Alla fine del suo corso si getta nel Mar Nero attraverso un ampio delta sul confine tra Romania e Ucraina. Il delta del Danubio è incluso nella lista del patrimonio mondiale dell'UNESCO.

Gli inverni rigidi legati al clima continentale possono ghiacciare, in alcuni anni, brevi tratti del Danubio, e ciò può portare, durante il disgelo, a delle inondazioni (quella del marzo 1956 è stata la più importante). I danni principali si registrano in Ungheria, la cui pianura è regolarmente invasa dalle acque.

Dal punto di vista geologico, il corso del Danubio è molto più antico del Reno il cui bacino imbrifero è confinante nel sud della Germania. Ciò comporta alcune peculiarità.

Il Reno è l'unico fiume alpino che scorre in direzione nord verso il Mare del Nord. In tal modo catalizza le acque che scorrono in quella direzione e separa alcune regioni del sud della Germania in due.

Fino all'ultimo periodo glaciale, il Reno iniziava a sud-ovest della Foresta Nera. Le acque delle Alpi, che oggi confluiscono nel Reno, vennero trasportate fino alla glaciazione di Riss in direzione est dal Danubio. Il corso del Danubio passava più a nord, lungo una linea Wellheim – Dollnstein – Eichstätt – Beilngries – Riedenburg. Le gole presenti nel Giura svevo, ora prive di fiumi, sono i resti di un antico letto del fiume molto più grande dell'attuale. Quando successivamente una parte della pianura del Reno superiore andarono formandosi in seguito ad erosione, molte delle acque provenienti dalle Alpi hanno cambiato la loro direzione, raggiungendo il Reno.

Nell'attuale periodo geologico, una parte del Danubio si perde e si infiltra nei calcari porosi del Giura svevo e raggiunge il Reno situato più a valle. Poiché queste grandi quantità di acqua continuano l'azione di erosione del calcare, si presume che il Danubio superiore andrà un giorno a scomparire completamente in favore del Reno.

Vicino ad Immendingen il Danubio è quasi completamente asciutto perché l'acqua filtra nella terra e, attraverso fiumi e grotte sotterranee, raggiunge l'Aachtopf distante quattordici chilometri che alimenta il lago di Costanza, e quindi indirettamente il Reno. Questo fenomeno prende il nome di scomparsa del Danubio (Donauversickerung). Quando l'acqua è molto bassa, il Danubio si infiltra totalmente nel terreno ed è alimentato solo da torrenti come Krähenbach ed Elta.

Fino alla regione a valle di Vienna, il Danubio appare più come un fiume di montagna, e solo da questo punto in poi inizia a presentare le caratteristiche di un grande fiume di pianura. Fattori come la rapida fusione della neve e forti precipitazioni sulla regione alpina, contribuiscono all'improvviso rigonfiamento del fiume che può portare a delle alluvioni. Mediante il controllo del fiume e l'eliminazione o l'urbanizzazione di alcune delle zone alluvionali, l'uomo ha aggravato il fenomeno: il numero delle alluvioni è aumentato nel corso del XX secolo. Le più grandi alluvioni dell'ultimo secolo si sono verificate nel 1954, 1988 e 2002.

Il Danubio è formato dall'unione di due torrenti discendenti della Foresta Nera, il Breg e il Brigach. Il Breg ha la sua sorgente vicino a Furtwangen a 1.078 metri sul livello del mare. Avendo un percorso più lungo la sua fonte, che si trova a soli cento metri del bacino idrografico del Reno, è considerata come la fonte geografica del Danubio. I due torrenti si incontrano a Donaueschingen dove nel parco del castello è presente una fontana monumentale del XIX secolo chiamata Donauquelle, che simboleggia la fonte ufficiale del fiume. Il Danubio tocca le città di Sigmaringen ed Ulma ed attraversa poi la Baviera , bagnando le città di Ratisbona e Passavia, prima di raggiungere l'Austria settentrionale (via Linz e Vienna), proseguendo poi lungo la via meridionale della Slovacchia vicino a Bratislava e l'Ungheria attraversata da nord a sud oltrepassando Budapest. In seguito corre lungo il confine tra Croazia e Serbia bagnando tra le altre la città di Belgrado, prima di segnare il confine tra Serbia e Romania e successivamente tra Romania e Bulgaria, prima di gettarsi nel Mar Nero dando forma ad un grande delta, situate lungo la frontiera con l'Ucraina. La Repubblica di Moldavia nel 1990 ottenne l'accesso a circa 300 metri della riva sinistra del fiume vicino Giurgiuleti.

Il delta del Danubio, in Romania, è una zona naturale protetta, in particolare per la foresta Letea dall'aspetto tropicale. Si tratta di un patrimonio mondiale dall'Unesco dal 1991.

Dieci paesi si affacciano lungo il Danubio. Il fiume serve come confine naturale per una lunghezza di 1.070,9 km, cioè il 37% della sua lunghezza totale. Quattro paesi sono situati solo su una sponda (Croazia, Bulgaria, Moldavia e Ucraina).

Il Danubio prende forma 1,4 km a est di Donaueschingen in Germania, alla confluenza di due torrenti, il Brigach e il Breg.

Il Danubio percorre oltre 687 km nella sola Germania, dalla sorgente al confine austro-tedesco, ed è il terzo fiume più lungo del paese. Le principali città bagnate sono Tuttlingen, Sigmaringen, Ulma, Neu-Ulm, Ingolstadt, Ratisbona, Straubing e Passavia.

I suoi affluenti di destra sono i fiumi Iller a Neu-Ulm; Lech in prossimità di Marxheim (a est di Donauwörth); Isar vicino a Deggendorf e Inn vicino a Passavia. I principali affluenti di sinistra sono il Wörnitz a Donauwörth, Altmühl a Kelheim, Naab e Regen vicino a Ratisbona. Il Danubio incontra in questo tratto altri svariati affluenti minori, come Riß Rot, Große Lauter, Blau, Günz, Brenz, Mindel, Zusam, Schmutter, Paar, Abens, Große Laber, Vils, Ilz, Erlau e Ranna.

A Passavia si innestano l'Ilz a sinistra, e poco dopo l'Inn sulla destra. L'acqua che proviene dall'Inn scorre dalle Alpi ed è tendenzialmente di colore verde, quella del Danubio è tendenzialmente blu e quella dell'Ilz, che proviene da una zona paludosa, è nera. La predominanza del colore verde dell'acqua dell'Inn una volta che i tre fiumi si sono riuniti è dovuta in parte alla grande quantità di acqua trasportata dall'Inn stesso, soprattutto durante lo scioglimento delle nevi alpine, ed in parte al fatto che l'acqua di questo fiume sostanzialmente "galleggia" sopra quella del Danubio.

Edifici di interesse lungo il corso tedesco sono in particolare l'abbazia di Beuron, il castello Hohenzollern-Sigmaringen, la cattedrale gotica di Ulma con la guglia più alta del mondo (161,6 metri), l'abbazia di Weltenburg e la Befreiungshalle, entrambe situate vicino a Kelheim, il ponte di pietra (1135) e la cattedrale di san Pietro a Ratisbona e la Walhalla dieci chilometri a est di Donaustauf. Tra l'abbazia di Weltenburg e Kelheim è situata la valle Donaudurchbruch, di interesse paesaggistico e geologico.

L'Austria è molto associata al Danubio, sia per il valzer Sul bel Danubio blu, che per il soprannome di " monarchia del Danubio" che venne data all'Impero austro-ungarico che si estendeva per circa 1.300 km lungo il fiume.

L'Austria possiede più di 350 km del corso del fiume sul suo territorio, che pone il paese al sesto posto fra i paesi rivieraschi. Praticamente tutti i fiumi del paese forniscono acqua al Danubio e quindi al Mar Nero; solamente il Land del Vorarlberg è parte del bacino idrografico del Reno (e quindi del Mare del Nord) e una piccola porzione del nord-ovest della Bassa Austria, che alimenta il Lainsitz (Moldava che diviene affluente dell'Elba che si getta nel Mare del Nord). A pochi km dopo la città tedesca di Passavia è posto il confine tra Germania e Austria, seguita dall'ansa di Schlögen, dove il Danubio fa un giro di 180 gradi. A circa 70 chilometri dalla frontiera, attraversa Linz, la terza città più grande dell'Austria. Il fiume passa in seguito Mauthausen, Enns (situata alla confluenza dei fiumi Enns e Grein), dove si trova il punto più profondo del Danubio austriaco, poi raggiunge dopo 90 chilometri Melk con la sua imponente abbazia.

Il fiume attraversa per quasi 36 km uno dei paesaggi più pittoreschi della valle del Danubio, la Wachau (Patrimonio mondiale dell'umanità tutelato dall'UNESCO), che si estende da Dürnstein fino a Krems an der Donau. Già vicino al confine slovacco, il Danubio attraversa la capitale austriaca, Vienna. La città è stata per secoli la città più grande e più importante situata lungo il corso del fiume, ma oggi essa deve contendere il primato con altre capitali di stato, quali Belgrado e Budapest. Il fiume ha permesso alla città di aumentare l'importanza economica e oggi il Danubio è un'importante rotta commerciale tra Oriente e Occidente. Per ridurre gli effetti negativi delle alluvioni, il fiume è stato artificialmente regimentato. La città prende il nome da un affluente, il Vienna (Wienfluss), che si unisce al Danubio in questo tratto.

I principali affluenti in suolo austriaco sono l'Inn (sulla riva destra, al confine con la Germania), l'Aist (riva sinistra), il Traun (riva destra), l'Enns (riva destra), l'Ybbs (riva destra), il Traisen (riva destra), il Kamp (riva sinistra), Vienna (riva destra), Schwechat (riva destra) e Leitha (riva destra, che è stato storicamente importante perché rappresentò il confine con l'Ungheria fino al 1921). In Austria sono presenti undici dighe idroelettriche lungo il corso fluviale.

Vienna è anche la sede della Commissione internazionale per la protezione del Danubio (Internationale Kommission zum Schutz der Donau, IKSD), fondata nel 1998.

All'entrata in Slovacchia, il primo tratto del Danubio marca il confine con l'Austria e poi a soli 45 km da Vienna, attraversa la capitale Bratislava, dove si unisce al fiume Morava. Infine segna ancora da confine tra la Slovacchia e l'Ungheria.

Principale città attraversata, oltre a Bratislava è Komárno, un centro popolato da parte della minoranza ungherese in Slovacchia, dove il Váh, il più grande fiume slovacco, confluisce nel Danubio. Successivamente trova la confluenza con il Hron a Štúrovo e l'Ipel presso il villaggio di Chlaba prima di raggiungere il confine ungherese.

Lungo il confine tra Ungheria e Slovacchia la prima grande città è Gyor presso la confluenza con il Rába. Dopo la confluenza con l'Ipel, vicino Szob, il Danubio entra totalmente in territorio ungherese. Più a valle il fiume incontra le montagne di Börzsöny, e a sud le montagne di Gerecse e Pilis. Si arriva all'ansa del Danubio, vicino a Visegrád, dove il fiume ruotato di 90 gradi e punta verso sud.

Dopo circa 40 km, il Danubio attraversa la città più grande lungo il suo cammino: Budapest (1,8 milioni di abitanti), la capitale dell'Ungheria. Il Danubio entra nella grande pianura ungherese di cui il fiume segna il confine occidentale. Dopo aver lambito diverse città più piccole come Dunaújváros, Baja, Paks e Kalocsa, il Danubio lascia il territorio ungherese dopo Mohács.

Con soli 137 km, la Croazia, dopo la Moldavia, è lo Stato rivierasco che possiede la più piccola quota del corso del fiume sul suo territorio. Il fiume arriva in Croazia a Batina (comune di Draž), un porto fluviale situato al crocevia tra Croazia, Ungheria e Serbia. Il fiume funge da confine naturale tra Croazia e Serbia. La principale città croata situata sul Danubio è Vukovar, che ha sofferto gravi danni durante la guerra contro la Serbia. Un altro importante centro della Croazia, Osijek, è situato relativamente vicino al fiume, a circa venti chilometri dalla confluenza tra Danubio e Drava, il secondo affluente più lungo.

Nella prima parte del tratto il fiume rappresenta il confine tra Croazia (riva destra) e la Serbia (riva sinistra). Nelle vicinanze di Backa Palanka, il Danubio forma un anello e poi attraverso la Serbia verso sud-est allontanandosi dal confine croato e avvicinandosi al confine rumeno.

A soli 25 km dal confine ungherese vi è la prima grande città in territorio serbo, la città portuale di Apatin, un tempo popolata quasi esclusivamente da discendenti di immigrati tedeschi dal XVIII secolo alla fine del seconda guerra mondiale.

A valle di questa città, il fiume passa Novi Sad, i cui ponti sono stati gravemente danneggiati nel 1999 durante la guerra del Kosovo. Per oltre sei anni il traffico tra le due parti della città si è svolto mediante un ponte galleggiante temporaneo. Questo rendeva difficile la navigazione sul Danubio, perché il ponte veniva aperto tre volte alla settimana. Dopo l'inaugurazione del Ponte della Libertà l'11 ottobre 2005, la navigazione sul fiume non è più ostacolata.

Dopo 70 chilometri, il Danubio raggiunge Belgrado, la terza più grande città sul fiume con 1,6 milioni di abitanti. La regione è abitata da 7.000 anni, rendendola una delle più antiche città continuamente abitata sulle rive del Danubio. Belgrado è costruita attorno alla confluenza con la Sava e il suo centro è dominato dall'imponente fortezza Kalemegdan.

Continuando il suo viaggio attraverso la Serbia, il Danubio passa la città industriale di Pancevo, dove il Danubio trova la confluenza con il Tibisco, e a Smederevo incontra la Morava. Passa poi davanti all'imponente forte di Golubac e nella gola della Porte di Ferro. Il Danubio diviene confine tra Serbia e Romania. Sulla parte serba è situato il parco nazionale di Ðerdap contenente la Tabula Traiana.

All'arrivo in Bulgaria, il Danubio segna il confine nord del paese con la Romania. Lungo un confine di 500 km fino al 2012 esisteva un solo ponte, costruito nel 1954, che collegava la più grande città bulgara del Danubio, Ruse con la città rumena di Giurgiu, chiamato "ponte dell'amicizia". Un secondo ponte, completato nell'ottobre del 2012, collega la città di Vidin con Calafat.

Per la Bulgaria, il fiume, nonostante la sua lunghezza, trova minor importanza rispetto ad altri paesi. Il nord della Bulgaria è scarsamente popolato, e il fiume ha importanza solo regionale per la piccola flotta mercantile. Sono dodici i porti bulgari sul Danubio, i più importanti Svištov, Ruse, Vidin, Nikopol, Silistra e Lom. Nella città di Svištov il Danubio raggiunge il suo punto più meridionale. Da lì devia verso nord in territorio rumeno, lasciando il territorio bulgaro dopo Silistra.

Per ben 1.075 km, cioè circa un terzo della sua lunghezza totale, il Danubio attraversa il territorio rumeno. La Romania possiede la quota maggiore del tratto fluviale. All'inizio il fiume costituisce il confine con la Serbia e in seguito con la Bulgaria quindi nella regione tra Baragan e Dobrugia, devia verso nord prima di gettarsi nel Mar Nero e aver segnato il confine con l'Ucraina.

Prima di arrivare alle Porte di Ferro, la sezione più pericolosa del fiume prima della sua regolamentazione negli anni settanta, riceve le acque del fiume Olt vicino alla città di Islaz. Dopo aver raggiunto Orova entra a Drobeta-Turnu Severin. Qui, il fiume devia a sud e passa Gruia, Pristol, Cetate e Calafat, poi continua il suo cammino verso est, dove rappresenta il confine con la Bulgaria. In questo tratto oltrepassa le città di Dabuleni, Corabia, Turnu Magurele, Zimnicea, Giurgiu (situata proprio di fronte alla città bulgara di Ruse), Oltenia (dove confluisce il fiume Arge) e Calarai. Abbandonato il confine con la Bulgaria trova Cernavoda, Topalu, Hârova, Giurgeni e Gropeni prima di raggiungere le più grandi città di Braila e Galai. Quarantasette chilometri dopo quest'ultima città, il Danubio si divide in tre rami che delimitano il delta del Danubio dove trova i porti di Tulcea e Sulina prima di raggiungere il Mar Nero più a est. Oltre un centinaio di chilometri dopo Galai, il Danubio segna il confine tra Romania, Moldavia (solo 570 metri) e Ucraina (per l'ultimo tratto con il ramo più settentrionale, la Chilia).



La Moldavia ha la più piccola sezione del Danubio tra i paesi rivieraschi. Poco dopo essere raggiunto dal fiume Prut dopo Galai, la riva sinistra del Danubio diventa moldava e il fiume segna il confine con la Romania per 570 metri di lunghezza, vicino a Giurgiuleti. La Moldavia ebbe inizialmente solo 340 metri di riva ma nel 1999 l'Ucraina cedette, durante uno scambio di territori, ulteriori 230 metri. Anche se può accedere al porto rumeno di Gala?i e ai porti ucraini di Reni, Izmail e Kilia, il paese ha piani per utilizzare il suo accesso al Danubio con la costruzione di un porto.

Dopo il confine moldavo, la riva sinistra del Danubio diventa ucraina e segna il confine tra Romania e Ucraina per 47 km. Il Danubio in quest'ultimo tratto è diviso in tre rami: due di essi, Sulina e Sfântu-Gheorghe, sono rumeni, mentre il terzo, il più settentrionale, la Chilia, continua a segnare la frontiera e incontra i porti di Izmail, Kilia e Vilkovo, dove inizia il Canale di Bystroe. Dopo Vilkovo, il ramo Chilia diviene interamente ucraino e si getta a pochi chilometri di distanza nel Mar Nero. Il delta del Danubio, sia nel tratto rumeno che in quello ucraino, è classificata come riserva naturale della biosfera come parte del programma Man and Biosphere delle Nazioni Unite.

Il Danubio poco a sud di Bratislava entra nel territorio ungherese e prosegue per circa 150 km segnando il confine a nord con la Slovacchia. In questo tratto il fiume procede in direzione ovest-est fino ad attraversare le montagne della Dorsale ungherese lasciando sulla destra i monti Gerecse e i monti Pilis e sulla sinistra i monti Börzsöny. Subito dopo questo attraversamento, giunto presso la città di Visegrád il fiume volta verso sud disegnando un'ansa che in ungherese viene chiamata Dunakanyar (letteralmente curva del Danubio). Dopo l'ansa il fiume prosegue verso sud attraversando tutta la Grande pianura ungherese per circa 400 km, fino ad incontrare la Drava in territorio croato. Da qui riprende il suo percorso verso est che lo porta alla foce nel Mar Nero dopo aver attraversato Serbia, Bulgaria, Romania, Moldavia e Ucraina.

Il delta del Danubio è ramificato, e con i suoi 5000 km², rappresenta la più estesa zona umida d'Europa, con tre bracci principali ed innumerevoli bracci laterali, canneti, isole galleggianti, bracci laterali morti e laghi, ma anche boschi ripariali e biotopi aridi situati sulle dune. È stato dichiarato dall'UNESCO patrimonio dell'umanità dal 1991. Le sue paludi ospitano grandi stormi di uccelli migratori, inclusa l'oca collorosso (Branta ruficollis) in pericolo di estinzione. Schemi di canalizzazioni e drenaggi, quali il Canale di Bastroe, minacciano il delta.

Una piccola parte del bacino imbrifero del Danubio appartiene all'Italia. Infatti il territorio del Comune di Livigno è oltre il crinale alpino, e alimenta il torrente Spöl di Livigno (in dialetto locale anche detto "Acqua Granda"), che confluisce nell'Inn, e questo nel Danubio; a effetto di tale fatto l'Italia ha diritti di navigazione sul Danubio in forza della Convenzione di Belgrado del 1948.

Un'altra piccola porzione di territorio italiano che ricade nel bacino imbrifero del Danubio è il Comune di San Candido/Innichen, nel quale si trovano le sorgenti della Drava che, insieme a Sava e Morava, è uno dei più importanti affluenti di destra del Danubio.

Infine, il territorio di Tarvisio, a oriente della sella di Camporosso in val Canale, appartiene al bacino del Danubio, perché il fiume Slizza è affluente della Gail, a sua volta affluente della Drava.

Il Danubio è un'importantissima via di comunicazione internazionale. È navigabile da navi di portata oceanica a partire da Braila, in Romania, e da navi fluviali a partire da Ulma, in Germania. Sono navigabili circa 60 dei suoi affluenti. 

Dopo la costruzione, nel 1992, del canale Reno-Meno-Danubio in Germania, il fiume è divenuto parte di un'importantissima via fluviale transeuropea che collega Rotterdam sul Mare del Nord a Sulina sul Mar Nero (3.500 km). Nel 1994 il Danubio venne dichiarato uno dei dieci corridoi di trasporto Pan-Europei; rotte in Europa Centrale e Orientale che richiesero grandi investimenti negli ultimi dieci-quindici anni. L'ammontare dei beni trasportati sul Danubio è cresciuto di circa 100 milioni di tonnellate nel 1987. Nel 1999 la navigazione sul fiume fu resa problematica dal bombardamento da parte delle forze della NATO di tre ponti in territorio serbo e la rimozione delle macerie fu terminata solo nel 2002.

Alle Porte di Ferro, il Danubio scorre dentro una gola che forma parte del confine tra Serbia e Romania; contiene due dighe per la produzione idroelettrica, Ðerdap I and Ðerdap II.

La gola si trova tra la Romania a nord e la Serbia a sud. Inoltre, in Serbia c'è il Canale Danubio-Tibisco-Danubio.

Il bacino del Danubio contiene siti delle prime culture umane: le culture neolitiche del Danubio includono le culture della ceramica lineare del medio bacino del Danubio. La cultura di Vucedol del III millennio a.C. è famosa per le sue ceramiche. Più tardi, molti siti della cultura Vinca sono ubicati lungo il Danubio.

L'importanza della pesca sul Danubio, che doveva essere enorme nel Medioevo, è declinata drammaticamente per l'orribile fenomeno del cianuro avvenuto nel febbraio del 2000. Ciò nonostante, alcuni pescatori sono ancora attivi in certe parti del fiume, e il Delta del Danubio ha un'importante industria.

Ci sono molte località turistiche e culturali lungo il Danubio, inclusa la valle di Wachau, il Parco Nazionale Donau-Auen in Austria e il Parco Naturale Obere Donau in Germania.

Lungo le sponde del Danubio è possibile percorrere la ciclabile più famosa dell'Austria e forse d'Europa, la ciclabile del Danubio. La pista parte da Passavia (o Schärding) e giunge fino a Vienna (350 km di percorrenza di cui il 90% fuori dal traffico). Volendo si può proseguire fino a Budapest in Ungheria. Lungo il percorso sono possibili numerose visite a castelli o abbazie.

Le acque del Danubio sono inoltre utilizzate per la produzione di energia elettrica; principale impianto è quello delle Porte di Ferro, dove una diga di 1100 m, ultimata nel 1971, alimenta due centrali (di Šip in Serbia e Montenegro, di Gura Vaii in Romania) aventi una capacità produttiva di 11-12 miliardi di kWh all'anno; ai lati della diga due chiuse sono destinate ad agevolare la navigazione lungo questo tratto del fiume. Il prelievo d'acqua conseguente la costruzione della diga di Gabcikovo (Slovacchia) nel 1992 ha prodotto importanti conseguenze ecologiche sul tratto ungherese del fiume. Gravi danni ambientali sono stati inoltre provocati, nel 1999, dai bombardamenti NATO sul complesso petrolchimico di Pancevo (Serbia) e, nel 2000, da un importante sversamento di cianuro nel Tibisco, affluente rumeno del Danubio. Nel 2010 una marea di fanghi rossi, intrisi di metalli pesanti e tossici sono usciti dal bacino di uno stabilimento di alluminio di Ajkai in Ungheria, provocando gravi conseguenze ambientali. Portata alla foce: 6.500 m3/s. Anticamente, Danubius o Danuvius; in tedesco, Donau; in ceco, Dunaw; in ungherese, Duna; in serbo-croato e in bulgaro, Dunav; in romeno, Dunarea; in slovacco e in russo, Dunaj.

Guardato dalle colline della città Tulcea, il Delta del Danubio sembra una vasta distesa di verde attraversata di nastri argentati. Abitat naturale per più di 1200 specie di piante, con la più ricca fauna ornitologica (più di 300 specie tra cui tante specie di pellicani) e ittica (più di 100 specie tra cui ricordiamo l'aringa del Danubio e gli storioni) del Vecchio Continente, il Delta del Danubio è la più grande riserva della biosfera dell'Europa, con una superficie di 2.681 kmq. Dal punto di vista geologico il Delta del Danubio è una pianura ancora in formazione con un'altitudine media di 50 m composta da rilievo positivo (terra) e rilievo negativo (tutto quello che significa acqua – i braci del Danubio, i laghi ecc). Ogni anno la quantità di alluvioni portate del Danubio fa sicché la terra avvanzi riducendo così il rilievo negativo. I tre grandi braci attraverso cui il Danubio sfocia nel Mar Nero sono Chilia, Sulina (navigabile) e Sfantu Gheorghe. A questi si aggiungono i cosiddetti braci secondari tipo Rusca, Litcov, Uzlina ecc con profondità non superiore ai 4 m e una serie di laghi come Fortuna 906 ha, Matita 618 ha, Rosu 1.331 ha, Gorgova 1.281 ha. Sia nel delta fluviale che nel delta fluvio-maritimo si trova una vegetazione richissima. La terra ferma è coperta di boschi di pioppi, querce, salici, meli e peri servatici ma anche vite selvatica e liane (Letea, ad esempio, grazie alle sue liane ha l'aspetto di una foresta tropicale), mentre gli isolotti galleggianti sono costituiti da un intreccio di rizomi, radici di piante acquatiche e terra. La flora acquatica è dominata dalla ninfea bianca, ninfea gialla e vari tipi di canne che formano l'abitat ideale per le varie specie di uccelli autoctoni o di passaggio: pellicani, cormorani, anatre e oche selvatiche, aironi ecc. Tra i mammiferi che popolano i boschi ricordiamo il cinghiale, il lupo, il gatto selvatico, l'ermellino, la lontra, la martora mentre nelle acque hanno trovato casa gli storioni, la carpa, il pesce gatto, il lucio, la lucioperca, la murena e tante altre specie di pesci che fanno del Delta del Danubio un paradiso per i pescatori. Nel 1990, il Delta del Danubio è stato dichiarato riserva naturale della biosfera. Nello stesso anno è nata l'Amministrazione della Riserva della Biosfera Delta del Danubio.

Il Danubio è nominato nella Teogonia di Esiodo, dove l'Istro "dalle acque belle" è indicato come uno dei venticinque figli di Oceano e Teti, fratello del Nilo, del Po (Eridano) e di altri fiumi.

Il dio Danubio è raffigurato occasionalmente nella statuaria romana. Particolarmente significativa la sua rappresentazione sulla colonna Traiana a Roma (II secolo d.C.).

Un'altra rappresentazione famosa del dio Danubio è riportata su una fibula d'argento del 200 d.C. circa, conservata al Museo Romano di Vienna.

Al di fuori degli aspetti mitologici, il Danubio impressionò Ovidio, che negli anni dell'esilio ne cantò dolorosamente le acque ghiacciate tra rive popolate di barbari, nel poema Tristia (libro III poesia 10).

Proprio a questo fiume il compositore austriaco Johann Strauss jr. si ispirò per comporre il suo celebre valzer dal titolo An der schönen blauen Donau (Sul bel Danubio blu).
Al fiume Danubio e a molti luoghi lungo il suo percorso mittel-europeo, è dedicato il libro Danubio (1986) dello scrittore Claudio Magris.


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venerdì 26 febbraio 2016

IL CULTO DI OBEAH

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In Giamaica durante l'epoca della tratta degli schiavi diversi individui appartenenti a tribù e gruppi etnici diversi entrarono in contatto tra loro provocando anche situazioni conflittuali. I discendenti degli Ashanti dell'Africa occidentale che chiamavano i loro sacerdoti uomini myal utilizzavano la parola ashanti Obeah - che significa stregoneria - per indicare le pratiche magico-religiose dei discendenti dell'Africa centrale, fu così che da quel momento i fedeli provenienti dalle regioni del Congo vennero indicati con il nome di uomini Obeah ovvero stregoni.

Il termine Obeah finì in seguito per indicare qualsiasi oggetto rituale che veniva utilizzato nella magia nera e nella stregoneria. Tuttavia, a dispetto di questa sua temibile e negativa reputazione, anche l'Obeah contiene molti riti benefici e di benedizione, di cura del corpo e dell'anima e per una buona fortuna in amore e denaro.

Nel XIX secolo l'apparizione in cielo di una cometa scatenò una esplosione di crisi mistiche e di spiritualismo che sfociò spesso in marcate forme di millenarismo e di fanatismo religioso tra gli uomini Myal della Giamaica. In quello stesso periodo le correnti spiritistiche si stavano diffondendo in tutte le nazioni di lingua anglosassone e si collegarono con le credenze religiose dei popoli caraibici come loro propaggini naturali, soprattutto riguardo alla loro componente di culto e contatto con gli spiriti dei morti.

Durante il conflitto tra religione Obeah e Myal questi ultimi si posero come i buoni in contrapposizione agli stregoni malvagi della religione Obeah. Essi dichiararono che gli uomini Obeah rubavano l'ombra dei viventi e aiutavano coloro che volevano tornare dal regno della morte. Fu così che nacque un autentico movimento di accusa contro i sacerdoti Obeah istigata dai loro rivali Myal che organizzavano riti magici nei quali evocavano i morti perché testimoniassero delle pratiche malefiche degli stregoni Obeah.

Con il trascorrere del tempo le continue violenze dei praticanti Myal e il fallimento delle loro previsioni millenaristiche scatenarono la reazione del governo britannico che emanò leggi restrittive sia contro i Myal che contro l'Obeah, ma soltanto questa seconda fede sopravvisse come forma viva di pratiche e fedi religiose in Giamaica.

Di tutte le tradizioni esoteriche l’Obeah resta sicuramente la più oscura, la più misteriosa. Oscura perché non esistono praticamente testi o bibliografia specifica, misteriosa perché chi pratica questa tradizione non ne parla o si cela dietro una poco chiara forma di hoodoo e non ne tradisce i segreti. L’obeah non è una religione, è soprattutto un approccio ed una tecnica magica. Se è vero che esiste un’entità a cui ruota attorno tutto l’universo è anche vero che non vi si tributa nessun culto. Con Papa Bones si lavora, si paga il lavoro e si è liberi. Papa Bones è il tramite, l’agente magico attraverso cui l’Obeahman/Obeahwoman (iniziato uomo o donna) varca la soglia del mondo spirituale ed attua a livello magico attingendo da qualsiasi tradizione esoterica. Proprio così, l’obeahman con la mediazione di Papa Bones mescola cabala ebraica, magia voodoo, santeria ed altri corpus esoterici per ottenere uno scopo. La più semplice forma di magia simpatica, attraverso l’Obeah viene “vitalizzata” e si trasforma in rituale. Metafora del praticante Obeah è Mosè che viene visto come il grande stregone, il Mago in grado di connettersi con le forze che reggono l’universo tramite il bastone ed il pugnale. Ecco perché i libri perduti di Mosè sono tanto apprezzati nella magia Obeah! I sigilli di Mosè, come pure quelli del Grimorium Verum e della Clavicola di Salomone sono la base di lavoro della magia Obeah, che unisce la tradizione millenaria dei grandi occultisti alle tecniche africane, dando origine a un vultus di potere incredibile, a livello spirituale. L’Obeah è sciamanico perché l’Obeahman, ricevuta l’iniziazione da un altro praticante, elabora un percorso solitario e unico con il suo corpus spirituale, un percorso in cui agisce per rivelazione ed intuizione, sotto la guida di Papa Bones. A livello territoriale l’Obeah è praticato in Jamaica, a Trinidad, Tobego ed in Belize. È considerato fratello del voodoo proprio per la sua forte ascendenza dahomeyana. Molti considerano l’Obeah come la vera tecnica della magia voodoo, l’arte dei Bokor. La parola Obeah deriva dalla lingua Ashanti ed in particolare dal termine Obayfo, che significa stregone, contrapposto al Sumankwafo che corrisponde al medicine man, al guaritore. L’Obayfo non ha necessariamente una connotazione negativa, tuttavia è sempre visto con sospetto. Nonostante Aleyster Crowley traducesse il termine come “arte di dominare gli spiriti”, inglesizzando il termine africano in Obey (obbedire), il termine Obeah va tradotto come forza o potere magico, cono di energia magica. Letteralmente potremmo definire l’Obeah come il potere della Magia in tutte le sue possibili valenze spirituali. La figura centrale della “corrente” Obeah, quello che potremmo definire l’anello di congiunzione tra l’uomo e questa forza poderosa è chiamato Papa Bones.



Papa Bones, in inglese, significa “il signore delle ossa”. Il nome di questo spirito deriva però da una figura africana, e viene dalle foreste del territorio Ashanti dove era conosciuto con il nome di Sasabonsan. Sasabonsan si opponeva a Accompong, il Dio creatore di quel popolo. Se in Africa viveva nelle foreste a Trinidad si dice viva in un lago di pece, il famoso Pitch Lake. In una situazione drammatica come quella della schiavitù gli schiavi si sentirono abbandonati dai loro numi tutelari e decisero di riversare il loro culto su questa figura, chiedendo vendetta e protezione. Viene facile paragonare Sasabonsan al diavolo della tradizione giudaico cristiana, ma non è così. Papa Bones nell’Obeah attua più come mediatore che come demone e detiene il potere della magia. Nel mito si accompagna con Oduda, la sua controparte femminile ed al suo fianco troviamo Clarissa, lo spirito di una bambina uccisa da la propria madre nel lago di pece. Come tutte le tradizioni afrocaraibiche l’Obeah non sfugge al sincretismo. Se Papa Bones viene raffigurato con Sant’Espedito o con Mosè, Oduda (o Mama Oduda) è associata alla Mater Salvatoris, mentre Clarissa all’Anima Sola del Purgatorio. Sotto Papa Bones esiste una corte di spiriti teriomorfi (dalla forma di animali) che diventeranno veri e propri familiari dell’Obeahman come animali totemici e che lo aiuteranno nel suo percorso di stregone. Ecco perché l’Obeah è considerato sciamanico, proprio per questa sua aderenza al mondo animale. Gli animali della tradizione Obeah celano però spiriti di saggi le cui gesta di vita sono assimilabili per astuzia, ingegno, capacità e sagacia a quello dell’animale. Se è vero che molti di questi animali hanno un nome (ad esempio il ragno Anansi), nell’essenza della tradizione un animale diventa guida dello stregone e si presenterà a lui con un nome segreto con cui si farà riconoscere. Nella transe lo stregone “diventerà” l’animale e opererà ispirato dal suo nume tutelare.

La magia dell’Obeah sfrutta le stesse tecniche della magia hoodoo della Louisiana invocando però sempre la mediazione di Papa Bones. A questa unisce l’impiego di sigilli vergati su pergamena con inchiostro rosso (Dragon Ink) o incisi su piastre di rame. L’impiego di polveri voodoo, di candele figurate e di olii speciali si unisce ai sigilli di Mosè ed alla lettura dei salmi biblici di Davide impiegati come vere e proprie formule evocative. Spesso gli Obeahman sostituiscono, nel testo dei salmi, il termine Dio a quello di Papa Bones perché in esso riconoscono il Dio di Mosè e dell’antico popolo di Israele, anche lui schiavo, un tempo, dell’Egitto e liberato proprio da Mosè.

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giovedì 25 febbraio 2016

IL SANTUARIO DI OROPA



Il santuario di Oropa è un santuario mariano - dedicato alla Madonna Nera - situato una dozzina di chilometri a nord della città di Biella, a circa 1.159 metri di altitudine, in un anfiteatro naturale di montagne che circondano la sottostante città e fanno parte delle Prealpi biellesi.

Il santuario comprende oltre, ad un Sacro monte (il Sacro Monte di Oropa), la chiesa originaria sorta sulla base di un antico sacello ed il santuario attuale vero e proprio dotato di diverse strutture destinate all'ospitalità di fedeli e turisti.

Dal santuario è possibile raggiungere il rifugio Savoia (quota 1900 m circa) e da qui, in pochi minuti, il Lago del Mucrone sul monte omonimo. Una cabinovia fino al 2012 arrivava alla cima del monte Camino, a circa 2.400 metri di altitudine.

Nel marzo del 1957 papa Pio XII l'ha elevato alla dignità di basilica minore.

Come parte del sistema dei Sacri Monti del Piemonte e della Lombardia, il Sacro Monte di Oropa è stato dichiarato nel 2003 patrimonio dell'umanità dell'UNESCO.

In una Bolla di papa Innocenzo III del 2 maggio 1207 sono menzionate a Oropa due chiese dedicate a Santa Maria e a San Bartolomeo. Secondo i più recenti studi storici questi edifici risalirebbero almeno all'VIII-IX secolo. Si tratta di due piccoli edifici montani. Mentre Santa Maria è scomparsa nell'espansione del santuario, San Bartolomeo è stato recentemente riscoperto e riaperto al culto.

Della prima metà del Trecento è la statua gotica della Madonna nera che si venera nel santuario. Alla Vergine sono attribuiti numerosi miracoli e grazie particolari. Inizialmente il simulacro della Vergine era ospitato in un sacello, il cui sito è ancora visibile nella parete nord della basilica antica, presso un masso erratico, che probabilmente era stato un luogo di culto precristiano.

Dal XV secolo le famiglie biellesi iniziano a costruire ad Oropa case private, che occasionalmente possono ospitare i pellegrini. Del 1522 è il primo quadro ex voto, opera di Bernardino Lanino.

Il Santuario di Oropa è il più importante Santuario mariano delle Alpi.  Si colloca in uno scenario unico e incontaminato a 1200 m. di altezza, a soli 20 minuti dal centro di Biella.

Secondo la tradizione l’origine del Santuario è da collocarsi nel IV secolo, ad opera di S. Eusebio, primo vescovo di Vercelli. I primi documenti scritti che parlano di Oropa, risalenti all’inizio del XIII secolo, riportano l’esistenza delle primitive Chiese di Santa Maria e di San Bartolomeo, di carattere eremitico, che costituivano un punto di riferimento fondamentale per i viaggiatori che transitavano da est verso la Valle d’Aosta.
Lo sviluppo del Santuario subì diverse trasformazioni nel tempo, fino a raggiungere le monumentali dimensioni odierne tramutandosi da luogo di passaggio a luogo di destinazione per i pellegrini animati da un forte spirito devozionale.
Il maestoso complesso è frutto dei disegni dei più grandi architetti sabaudi: Arduzzi, Gallo, Beltramo, Juvarra, Guarini, Galletti, Bonora hanno contribuito a progettare e a realizzare l’insieme degli edifici che si svilupparono tra la metà del XVII e del XVIII secolo.
Dal primitivo sacello all'imponente Basilica Superiore, consacrata nel 1960, lo sviluppo edilizio ed architettonico è stato grandioso. Il primo piazzale, su cui si affacciano ristoranti, bar e diversi negozi, è seguito dal chiostro della Basilica Antica, raggiungibile attraverso la scalinata monumentale e la Porta Regia.
Tutti i maestosi edifici del santuario sono stati edificati nel corso dei secoli partendo dal suo cuore: il Sacello della Basilica Antica.



Cuore spirituale del Santuario, la Basilica Antica è stata realizzata nel Seicento, in seguito al voto fatto dalla Città di Biella in occasione dell'epidemia di peste del 1599. Nel 1620, con il completamento della Chiesa, si tenne la prima delle solenni incoronazioni che ogni cento anni hanno scandito la storia del Santuario. La facciata, progettata dall'architetto Francesco Conti, semplice nell'eleganza delle venature verdastre della pietra d'Oropa, è nobilitata dal portale, più scuro, che riporta in alto lo stemma sabaudo del duca Carlo Emanuele II, sorretto da due angeli in pietra. Sull'architrave del portale si trova scolpita l'iscrizione “O quam beatus, o Beata, quem viderint oculi tui”, che dai primi decenni del sec. XVII è il saluto augurale che il pellegrino, raggiunta la meta, riceve varcando la soglia della Basilica.

Innalzata sul luogo dove sorgeva l'antica chiesa di Santa Maria, conserva al suo interno, come un prezioso scrigno, il Sacello eusebiano, edificato nel IX secolo. Nella calotta e nelle pareti interne del Sacello sono visibili preziosi affreschi risalenti al Trecento, opera di un ignoto pittore, detto il Maestro di Oropa. Il ciclo di affreschi, incentrato sulla Vergine e su alcuni santi che dovevano essere particolarmente venerati nell'antico romitorio, costituisce una preziosa testimonianza di iconografia sacra. All'interno del Sacello è custodita la statua della Madonna Nera, realizzata in legno di cirmolo dallo scalpello di uno scultore valdostano nel XIII secolo. Il manto blu, l'abito e i capelli color oro fanno da cornice al volto dipinto di nero, il cui sorriso dolce e austero ha accolto i pellegrini nei secoli.

Secondo la tradizione, la statua venne portata da Sant'Eusebio dalla Palestina nel IV secolo d.C. mentre fuggiva dalla furia della persecuzione ariana; adoperandosi per la diffusione della devozione mariana, Sant'Eusebio avrebbe nascosto la statua tra le rocce dove ora sorge la Cappella del Roc, costruita nella prima metà del Settecento dagli abitanti di Fontainemore, località valdostana ancora oggi fortemente legata al Santuario dall'antica processione che si snoda ogni cinque anni tra i monti che separano le due vallate. Durante i lavori di restauro eseguiti nei primi mesi del 2005, sono emerse sulla volta decorazioni risalenti al XVII secolo, caratterizzati da motivi floreali giallo ocra su campo di colore azzurro, recente scoperta di un passato che ha ancora misteri da svelare.
Oltre l'imponente scalinata che si apre a monte del Piazzale Sacro, lo sguardo si apre verso la Basilica Superiore, costruzione dalle proporzioni monumentali che si trova allo stesso tempo in rapporto di armonia con le alte montagne circostanti e in lieve contrasto con la dimensione spirituale e raccolta dell'Antica Basilica. L'esigenza di costruire una nuova chiesa, considerato l'elevato numero di pellegrini che si recavano in preghiera al Santuario, venne avvertita sin dal XVII secolo, quando si iniziò a discutere del progetto di realizzazione. Sul finire dell'Ottocento, venne scelto il progetto dell'architetto Ignazio Amedeo Galletti (1726-1791), elaborato un secolo prima, e, proseguendo lo sviluppo del Santuario verso Nord, venne deviato il torrente Oropa per disporre dello spazio necessario. Posata la prima pietra nel 1885, i lavori proseguirono con molta difficoltà attraverso le due guerre mondiali, coinvolgendo nume rosi e qualificati consulenti tecnici. La cupola, che si eleva per oltre 80 m dal pavimento, fa da corona all'imponente monumento, che venne consacrato nel 1960.
Tre grandi portali in bronzo, preceduti da un ampio pronao, descrivono la storia del Santuario, dalle origini eusebiane fino alla costruzione della Chiesa Nuova, sulla quale aprono l'accesso. Un ampio spazio ottagonale, sovrastato dalla cupola sorretta da alte colonne tra le quali si aprono sei cappelle dedicate alla storia della vita della Vergine, accoglie i visitatori all'interno dell'ampia e grandiosa sala. L'altare maggiore, posto al centro della sala minore, è sormontato dall'aereo ciborio, moderna opera dell'artista milanese Gio Ponti. La Basilica Superiore è un' opera grandiosa voluta dalle ultime generazioni di biellesi e da tanti devoti alla Vergine Bruna, la cui testimonianza è stata lasciata nella sottostante cripta del suffragio, che accoglie nei suoi rivestimenti marmorei i nomi scolpiti dei devoti; si può qui ammirare un'interessante e rara collezione di presepi provenienti da tutto il mondo, testimonianza di fede e di svariate culture che hanno attraversato i confini del tempo e dello spazio per giungere nelle braccia della Madonna Nera di Oropa.

Si racconta che l'antico simulacro della Madonna Nera del Santuario di Oropa manifesterebbe alcuni fatti particolari:
la statua, nonostante il tempo, non presenterebbe alcuna traccia di tarlatura e di logoramento;
il piede, nonostante l'uso antico di far toccare oggetti ricordo destinati a fedeli e ammalati, non sarebbe consumato;
sui volti della Vergine e del Bambino non si fermerebbe mai la polvere.

Il collegamento ferroviario elettrico a scartamento ridotto conosciuto come tranvia Biella-Oropa che congiungeva il capoluogo Biella alle alture di Oropa (ca. 14 km di tracciato, ca. 800 m di dislivello) rimase in funzione per neppure cinquant'anni, prima di essere soppiantato da un servizio di autobus. Venne inaugurato il 4 luglio 1911, a distanza di soli due anni dall'inizio dei lavori, e l'ultima corsa si ebbe il 29 marzo 1958. La stazione di partenza, a Biella, era situata di fronte alla vecchia stazione per Santhià (oggi vi sorge un moderno centro commerciale e la palazzina con uffici dell'azienda di soggiorno e turismo); quella di arrivo era posta direttamente all'interno del santuario, proprio sotto il porticato. A decretare la fine del trenino furono essenzialmente gli eccessivi costi di manutenzione anche se qualche lamentela da parte della popolazione (il tracciato nella prima parte attraversava buona parte del centro di Biella) favorì senza dubbio la decisione di soppressione del servizio. Insieme agli stabilimenti idroterapici di Oropa Bagni e Cossila e alla funivia che da Oropa saliva al lago Mucrone sul monte omonimo ha costituito comunque per diversi decenni una sorta di fiore all'occhiello del turismo biellese. Non fosse altro per il tortuoso e affascinante percorso che si snodava tutto fra i boschi delle prealpi biellesi. E non a caso la linea ferroviaria del trenino Biella-Oropa era giunta a guadagnarsi l'appellativo di linea ferroviaria più ardita d'Italia.

Successivamente un nuovo cimitero monumentale in sostituzione di quello antico era stato costruito a ovest del santuario poco distante dalla via del Sacro monte ove si realizzarono le tombe di famiglia delle principali famiglie nobili e notabili del biellese. Tra di esse diverse riportano simboli esoterici riferiti alla massoneria (la tomba di Quintino Sella è addirittura una piramide).

Nei primi anni del XX secolo inizia la progettazione e costruzione della monumentale chiesa nuova, un tempio imponente che con la sua alta cupola chiude scenograficamente il santuario.

Un colle a sud del santuario viene spianato per far posto al Prato delle Oche. In questo modo il santuario diventa visibile da Biella. La chiesa nuova viene consacrata nel 1960, ma non si riuscì a spostare la statua della Vergine dal vecchio al nuovo Santuario poiché inspiegabilmente divenuta troppo pesante.

Il 1949 è l'anno della Peregrinatio Mariae: la Statua della Vergine per la prima volta si allontana da Oropa e viene condotta in tutti i paesi del Biellese. Della Peregrinatio esiste un interessantissimo filmato.

All'interno del santuario si trova anche un osservatorio meteo-sismico fondato nel 1874 per opera del padre barnabita Francesco Denza di Napoli (1834-1894), fondatore anche del Regio osservatorio Carlo Alberto di Moncalieri e della rete di oltre trecento osservatori nel Regno d'Italia.

L'osservatorio di Oropa fa parte della rete meteo regionale del Piemonte e della rete sismica sia regionale che nazionale; attualmente è ancora attiva la stazione meteorologica di Oropa.


Il Santuario di Oropa è un luogo permeato da una religiosità profonda e particolarmente viva, che affonda le sue radici in 6 secoli di devozione popolare: ogni anno vi affluiscono 800.000 pellegrini e più di 100 processioni.
Il suo patrimonio artistico di grande valore va dalla Scala Regia alla Basilica antica, dalla Chiesa nuova alle molte opere d'arte, fino alla famosa statua lignea della Madonna Nera.
Infine Oropa è un'oasi di natura incontaminata e un paradiso per turisti e sportivi, grazie ai molti sentieri per passeggiate e trekking, ai rifugi alpini e alla funivia che conduce all'incantevole lago del Mucrone e all'omonima Stazione sciistica.
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mercoledì 24 febbraio 2016

L'URAGANO

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L'uragano è senza dubbio il peggior fenomeno meteorologico che si possa incontrare. Non a caso l'etimologia del termine deriva dalla parola caraibica “hurican” che in indigeno sta ad indicare il dio del male.

In realtà, a seconda della zona in cui si verifica, esso assume nomi differenti, tra cui quello più comunemente usato di “ciclone”, derivato dalla parola greca “kuklos” – cioè “circolare” – diffuso a partire dalla metà del XIX secolo per identificare gli uragani dell'Oceano Indiano. Con lo stesso termine di “uragano”, si usa indicare anche venti dalla portata devastante, cioè quelli al dodicesimo posto nella scala di misurazione di “Beaufort”.

Un uragano è quindi un enorme ciclone, un vortice di bassa pressione caratterizzato da fronti temporaleschi che seguono un movimento rotatorio a spirale; un evento che dà origine alla formazione di violente precipitazioni e venti intensissimi. Il fenomeno è tipico delle latitudini tropicali – a circa 10° di distanza dall'equatore – e si manifesta in presenza degli Oceani; quando avviene in corrispondenza dell'Atlantico e del Pacifico settentrionale – a oriente della linea immaginaria del cambiamento di data – esso prende il nome di “Uragano Atlantico”; se colpisce le regioni asiatiche si usa definirlo semplicemente “tifone”.

Un uragano atlantico è un ciclone tropicale che si forma nell'Oceano Atlantico, usualmente nell'emisfero nord, in estate o autunno, con venti sostenuti per al massimo un minuto a 250 km/h (135 nodi/ 70,m/s). Quando riferito agli uragani, con "atlantico" ci si riferisce generalmente all'intero "bacino atlantico", che comprende il nord dell'Oceano Atlantico, il Mar dei Caraibi e il Golfo del Messico.

La maggior parte delle tempeste tropicali e degli uragani si formano tra il 1º giugno e il 30 novembre. Il National Hurricane Center degli Stati Uniti monitora il bacino e pubblica resoconti, osservando e avvisando dei sistemi meteorologici tropicali che si formano nel bacino atlantico.

Le perturbazioni tropicali che raggiungono l'intensità di tempesta tropicale vengono nominati secondo una lista predeterminata. In media si verificano 10,1 tempeste che raggiungono questa intensità e che vengono quindi nominate; di queste, in media 5,9 diventano uragani e 2,5 diventano uragani maggiori (categoria 3 o superiore). Il picco di attività climatologico è intorno al 10 settembre.

In meteorologia un ciclone tropicale è un sistema tempestoso, o tipo di ciclone, caratterizzato da un largo centro o vortice di bassa pressione e da numerosi fronti temporaleschi, disposti tipicamente a spirale e in rotazione su se stessi attorno al centro, che producono forti venti e pesanti precipitazioni piovose nelle aree coinvolte dal loro passaggio.

Questi cicloni si producono in conseguenza del calore sensibile liberato dall'oceano alimentandosi poi grazie al calore latente di condensazione liberato nell'aria dal vapore acqueo in condensazione. Sono diversi da altre tempeste o vortici atmosferici (es. cicloni extratropicali) proprio perché hanno un diverso meccanismo di alimentazione dell'energia. I cicloni tropicali, per questo, si formano sull'oceano vicino all'equatore, a circa 10° di latitudine di distanza da esso, spostandosi poi verso alte latitudini del rispettivo emisfero fino ad esaurirsi più o meno lentamente trasformandosi in comuni cicloni extratropicali.

In relazione all'entità e alla zona geografica di formazione di un ciclone tropicale, esso è chiamato in modo diverso: uragano, tifone, tempesta tropicale, tempesta ciclonica, depressione tropicale o semplicemente ciclone.

I cicloni tropicali sono classificati dentro tre grandi categorie basate sulla intensità della fenomenologia: depressioni tropicali, tempeste tropicali, e un terzo gruppo di tempeste più intense, di cui il nome dipende in base alla regione. Per esempio, se una tempesta tropicale ha luogo nel Pacifico nord-occidentale e raggiunge venti dell'entità di un uragano sulla scala di Beaufort, prende il nome di "tifone"; se una tempesta tropicale della stessa entità si verifica invece nel Bacino del Pacifico nord-orientale viene chiamato "uragano". I termini "uragano" e "tifone" non sono usati nell'emisfero meridionale o nell'Oceano Indiano. In questi bacini prendono il nome di cicloni.

Quindi a seconda della regione vengono usati termini diversi per descrivere i cicloni tropicali con venti massimi sostenuti che superano i 33 m/s (63 nodi o 117 km/h):

Ciclone è il termine da sempre conosciuto nell'Oceano Indiano, da quando è stato utilizzato per la prima volta dal presidente della Commissione Marittima di Calcutta a metà del XIX secolo. Deriva dal greco kuklos che significa "circolare". Il termine viene spesso accompagnato da aggettivi vari (per esempio: tropicale) nelle altre aree.
Uragano è il termine con cui vengono chiamati i cicloni nell'Atlantico settentrionale (hurricanes, vedi Uragano atlantico) e nel Pacifico settentrionale a est della linea del cambiamento di data, in memoria del dio Maya delle tempeste, Hunraken;
Tifone è il termine con cui vengono chiamati i cicloni nel Pacifico settentrionale a ovest della linea del cambiamento di data, nel Mare della Cina (typhoon), da ty fung, che significa "grande vento";
Localmente, sono stati usati i termini Bagyo nelle Filippine, Taino ad Haiti e Willy-willies in Australia, reppu in Giappone, asina-t nel Golfo Persico.

La depressione tropicale è un sistema di nubi e temporali dove i venti raggiungono la velocità massima di 63 km/h. Non c'è un "occhio" e non sono organizzati a spirale, come di solito avviene nei cicloni. Vi è comunque un'area di bassa pressione da cui prende il nome "depressione".

I tifoni sono depressioni, cioè aree con una pressione atmosferica molto bassa, con estensione di qualche centinaio di chilometri, che provocano violenti venti, abbondanti precipitazioni e pesanti inondazioni lungo le coste. I tifoni si formano unicamente sul mare penetrando marginalmente all'interno dei continenti, dove rapidamente si attenuano, e sono tipici dei mari tropicali. I tifoni si formano alla fine dell'estate e in autunno quando sui mari staziona aria calda e umida per via delle più alte temperature raggiunte dall'acqua superficiale.

Un forte ciclone tropicale è composto dai seguenti componenti:
Bassa pressione: Tutti i cicloni tropicali ruotano attorno ad un'area di bassa pressione atmosferica vicino alla superficie della Terra. Le pressioni registrate al centro di cicloni tropicali sono tra le più basse che si realizzano sulla superficie terrestre al livello del mare.
Nucleo caldo: I cicloni tropicali sono caratterizzati e guidati dal rilascio di grosse quantità di calore latente di condensazione poiché l'aria densa sale verso l'alto e si condensa il suo vapore acqueo. Questo calore è distribuito verticalmente, attorno al centro della tempesta. Cosicché, ad una certa altitudine (fatta eccezione per la zona vicino alla superficie dove la temperatura dell'acqua influenza la temperatura dell'aria) l'ambiente all'interno del ciclone è più caldo rispetto alle zone esterne intorno ad esso.
I cicloni tropicali sono classificati in tre gruppi principali in base alla loro crescente intensità: depressioni tropicali, tempeste tropicali e un terzo gruppo il cui nome dipende dall'area geografica in cui si verificano (uragani, tifoni o cicloni).

Una depressione tropicale è un sistema organizzato di nuvole e temporali con una ben definita circolazione superficiale e venti sostenuti con velocità massima di 17 m/s (pari a 33 nodi o 62 km/h). Non ha un vero occhio e non ha la forma spiraliforme tipica delle tempeste più violente. È però già un sistema di bassa pressione, da cui il nome.

All'intensità di uragano o tifone, un ciclone tropicale tende a sviluppare un occhio, un'area di relativa calma (e minor pressione atmosferica) al centro. L'occhio è spesso visibile nelle immagini di satellite come un piccolo punto circolare libero dalle nuvole, a testimonianza di moti d'aria discendenti (subsidenza). Negli Stati Uniti è in voga la Scala Saffir-Simpson che classifica l'intensità di un uragano su una scala da 1 a 5 a seconda della velocità dei venti.

Gli uragani si formano quando l'energia liberata dalla condensazione del vapore nelle correnti ascendenti causa un ciclo di autoamplificazione. L'aria si scalda, salendo di più, e ciò incrementa la condensazione. L'aria che fuoriesce dalla sommità di questo "camino" ridiscende verso il basso sotto forma di venti potenti.
Strutturalmente, un ciclone tropicale è un grande sistema di nuvole, vento e attività temporalesca in rotazione su se stesso.

La sua fonte primaria di energia è il calore sensibile o diretto proveniente dalla superficie marina e la liberazione del calore latente da parte del vapore acqueo che si condensa a quote elevate nelle imponenti nubi temporalesche. In ultima analisi, quest'energia deriva direttamente dal Sole, che produce l'evaporazione dell'acqua marina; l'energia solare viene immagazzinata durante la fase di evaporazione e liberata durante la successiva fase di condensazione.



Perciò, un ciclone tropicale può essere visto come un gigantesco motore termico verticale, mosso da forze fisiche come la gravità e la rotazione della Terra. La condensazione aumenta l'instabilità atmosferica verticale, determinando il calo di pressione e facendo aumentare l'intensità dei venti che a loro volta favoriscono l'ulteriore evaporazione e la condensazione stessa, con un meccanismo che si autoamplifica finché esiste la fonte di energia che lo alimenta - l'acqua calda.

Fattori come il continuo squilibrio nella distribuzione delle masse d'aria contribuiscono al bilancio energetico del ciclone. La rivoluzione orbitale della Terra pone il sistema in rotazione e ne influenza inoltre la traiettoria.

Per la formazione di un ciclone tropicale occorrono anche una perturbazione meteorologica preesistente capace di favorire la divergenza d'aria in quota e la convergenza al suolo, un oceano tropicale caldo (temperatura superiore ai 26-27 °C) e venti relativamente leggeri in alta quota.

La condensazione come forza motrice è il tratto distintivo dei cicloni tropicali rispetto ad altri fenomeni meteorologici ed il fatto che essa sia più forte nei climi tropicali costituisce la ragione per cui queste strutture si originano proprio ai tropici.

Per contro, i cicloni delle medie latitudini traggono la loro energia principalmente dai gradienti termici orizzontali preesistenti nell'atmosfera terrestre.

Per alimentare il suo meccanismo termico un ciclone tropicale deve rimanere al di sopra di acque calde, che forniscono l'umidità atmosferica necessaria. Quando un ciclone tropicale passa sopra la terraferma la sua intensità diminuisce rapidamente declassandosi a semplice depressione; salendo di latitudine e trovando acque più fredde si trasforma in un comune ciclone extratropicale.

Alcuni scienziati hanno stimato che la potenza termica rilasciata da un uragano sia compresa tra 50 e 200 trilioni di watt (50-200mila GW), circa l'energia generata dall'esplosione di una bomba atomica da 10 megatoni ogni 20 minuti.

Il movimento più importante delle nubi è verso il centro con un movimento tipico a spirale creando imponenti barriere di nubi che si innalzano fino alla tropopausa; i cicloni tropicali sviluppano anche un movimento in senso opposto ad alta quota, costituito dalle nuvole (cirri) formate con il vapore condensato che viene espulso in alto dal "camino" del ciclone. La presenza di questi cirri ad alta quota può essere il primo segno dell'arrivo imminente di un uragano.

Le cause e la formazione dei cicloni tropicali sono oggetto tuttora di ricerche scientifiche e non sono ancora perfettamente chiare. Comunque si è compreso che sono necessari almeno cinque fattori concomitanti:

Temperatura del mare al di sopra di 26.5 °C dalla superficie fino ad una profondità di almeno 50 m per garantire un apporto duraturo di energia.
Condizioni nell'atmosfera superiore tipiche della formazione di temporali. La temperatura dell'atmosfera deve diminuire rapidamente con l'altezza e la media troposfera deve essere relativamente umida.
Una perturbazione meteorologica preesistente, di solito un fronte tropicale, perturbazione temporalesca priva di rotazione che attraversa gli oceani tropicali.
Una distanza di circa 10° o più in latitudine dall'Equatore, in modo che l'effetto Coriolis sia abbastanza importante da innescare la rotazione del ciclone. (La più forte tempesta tropicale di tipo ciclonico che non ha rispettato questo limite è stato l'uragano Ivan, nel 2004, che ha avuto origine alla latitudine di 9,7°N.)
Assenza o presenza ridotta di componenti di 'taglio nel vento' (shear ovvero cambiamenti importanti di velocità o direzione del vento con la quota). Questi cambiamenti possono spezzare la struttura verticale di un ciclone tropicale.
Tuttavia, esistono casi di cicloni tropicali che si sono formati senza rispettare tutte le condizioni suddette.

Soltanto alterazioni ben specifiche della condizione meteorologica possono portare alla formazione di cicloni tropicali, tra queste:

Onde tropicali, o ondulazioni degli alisei  si muovono verso ovest, spostando zone di venti convergenti. Questo spesso conduce alla formazione di temporali che talvolta possono essere all'origine di cicloni tropicali. Un fenomeno simile alle onde tropicali sono le perturbazioni dell'Africa occidentale, che nascono sul continente spostandosi in seguito in direzione dell'Atlantico occidentale.
Depressioni tropicali della troposfera superiore, che sono minimi di pressione ad alta quota con interno freddo. Si può formare un ciclone tropicale a interno caldo quando una di queste depressioni occasionalmente si fa strada fino ai livelli di bassa quota, producendo convezione in profondità.

A livello mondiale, l'attività dei cicloni tropicali ha un picco a fine estate quando le temperature dell'acqua sono più alte. Peraltro, ogni bacino ha il suo specifico andamento stagionale.

Nell'Atlantico Settentrionale, gli uragani si concentrano nel periodo giugno-novembre, con un picco tra la fine di agosto e tutto settembre (il picco statistico medio cade il 10 settembre). Il Pacifico nordorientale ha un periodo di attività più ampio, ma simile all'Atlantico. Il Pacifico nordoccidentale vede cicloni tropicali tutto l'anno, con un minimo a febbraio e un picco all'inizio di settembre. Nell'Oceano Indiano settentrionale, i cicloni tropicali sono più frequenti da aprile a dicembre, con picchi a maggio e novembre.

Nell'emisfero australe, l'attività dei cicloni tropicali comincia alla fine di ottobre e finisce a maggio, con un picco tra la metà di febbraio e i primi giorni di marzo.

A livello mondiale, si formano in media 80 cicloni tropicali all'anno.

La maggior parte dei cicloni tropicali si generano nella fascia di latitudini di intensa attività temporalesca chiamata zona di convergenza intertropicale (ITCZ - dall'inglese Intertropical Convergence Zone). Si può affermare che la quasi totalità dei cicloni ha origine tra i 10 e i 30 gradi di latitudine, l'87% di essi addirittura a meno di 20 gradi. Poiché è l'effetto o la forza di Coriolis a iniziare e a mantenere la rotazione dei venti all'interno del ciclone, questo ne impedisce la formazione a latitudini inferiori ai 10 gradi, dove tale forza è debole. È possibile la formazione in questa zona, qualora vi sia un'altra sorgente di rotazione iniziale. Questa condizione, alquanto rara, fa sì che tali cicloni abbiano una frequenza secolare al massimo. L'uragano Ivan del 2004 è una di queste rarità.
Una combinazione di preesistente instabilità atmosferica, divergenza ai livelli alti della troposfera e intrusioni di aria fredda di origine monsonica hanno portato all'origine nel 2001 al Tifone Vamei a solo 1,5 gradi di latitudine. È stimato che questa occasionalità si possa verificare una volta ogni 400 anni.

Sono sette i bacini principali che generano cicloni tropicali:

Il Bacino Nord Atlantico: Il più studiato e il più conosciuto di tutti i bacini, include l'Oceano Atlantico, il mare dei Caraibi e il golfo del Messico. La formazione di cicloni in questa zona avviene in modo diverso anno dopo anno, con una frequenza che varia da uno solo ad una ventina. In questo bacino, la costa atlantica degli Stati Uniti, il Messico, il Centro America, le isole dei Caraibi e Bermuda sono le regioni più colpite. Occasionalmente lo sono anche il Venezuela, il sud est del Canada e l'arcipelago Atlantico della Macaronesia. Il centro Statunitense per la previsione degli uragani (NHC) con base Miami, Florida emette avvisi e previsioni per tutte le nazioni della regione. Un servizio analogo viene svolto dal Centro canadese di previsione (Canadian Hurricane Center), di base ad Halifax per la zona e le acque territoriali del Canada sud-orientale. Gli uragani che colpiscono Messico, Centroamerica e le nazioni del mar dei Caraibi, spesso causano ingenti danni poiché hanno vita lunga alimentati come sono dalle acque calde tropicali. Frequentemente raggiungono anche l'entroterra degli Stati Uniti spingendosi fin nelle regioni nord orientali (New York, New Jersey e New England, indebolendosi e assumendo le caratteristiche della tempesta tropicale.
Bacino dell'Oceano Pacifico Nord-Occidentale: Le attività delle tempeste tropicali in questa regione affliggono frequentemente Cina, Giappone, le Filippine e Taiwan, come pure altri paesi del sud est asiatico quali Vietnam, Corea del Sud, ed Indonesia e numerose isole dell'Oceania settentrionale. Questo bacino è di gran lunga quello più attivo, contando circa un terzo di tutta l'attività dei cicloni tropicali mondiale. Di conseguenza le coste orientali di Taiwan e delle Filippine hanno la più alta frequenza di ricaduta del mondo intero. Gli enti meteorologici nazionali e il JTWC (Joint Typhoon Warning Center) si curano delle previsioni e degli avvisi di tempesta in quella zona.
Bacino dell'Oceano Pacifico Nord-Orientale: È il secondo bacino più attivo del mondo e anche quello con la maggior densità (una grande quantità di eventi per una piccola superficie oceanica). Le tempeste ed i cicloni che si formano in questo bacino possono colpire la costa occidentale messicana, le Hawaii, la parte settentrionale del centro America ed in rare occasioni perfino la California. Negli USA il CHPC (Central Pacific Hurricane Center) ad occuparsi di previsioni ed avvisi per la parte più occidentale (Hawaii) mentre è il National Hurricane Center (NOAA) ad occuparsi della parte orientale.
Bacino dell'Oceano Pacifico Sud-Occidentale: Principalmente l'attività ciclonica del bacino colpisce Australia e Oceania, tocca agli istituti meteorologici di Australia e Papua Nuova Guinea emanare previsioni ed avvisi.
Bacino dell'Oceano Indiano Settentrionale: Questo bacino è diviso in due aree, il Golfo del Bengala ed il Mare Arabico, con il Golfo del Bengala parecchio più attivo (da 5 a 6 volte maggiore). È interessante notare che questo bacino ha due picchi stagionali; uno in aprile in coincidenza dell'inizio del monsone estivo, ed uno in ottobre-novembre appena dopo. Gli uragani formatisi in questo bacino sono stati i peggiori in tributi di vite umane, nel 1970 l'uragano Bhola ha causato 500.000 morti. Le nazioni colpite dai cicloni di questo bacino sono l'India, il Bangladesh, lo Sri Lanka, la Thailandia, Myanmar e Pakistan, e gli istituti meteorologici di questi paesi sorvegliano e prevedono il manifestarsi degli eventi ciclonici. Raramente cicloni tropicali del bacino colpiscono la Penisola Arabica
Bacino dell'Oceano Indiano Sud-Orientale: L'attività tropicale in questa regione colpisce Australia e Indonesia. Sono queste nazioni a preoccuparsi di previsioni ed allarmi.
Bacino dell'Oceano Indiano Sud-Occidentale: È quello meno conosciuto, a causa della mancanza di dati storici. I cicloni che vi si formano colpiscono il Madagascar, il Mozambico, l'isola di Mauritius ed il Kenia. Gli istituti predisposti di queste nazioni emettono previsioni e avvisi di pericolo per questo bacino.

Nelle seguenti aree geografiche i cicloni tropicali sono molto rari:

Atlantico Meridionale: Le acque più fredde, la mancanza della zona di convergenza intertropicale e cambiamenti improvvisi della direzione e forza dei venti impediscono in questa zona la formazione di attività cicloniche di tipo tropicale. Tuttavia 3 cicloni sono stati osservati: nel 1991 al largo delle coste occidentali africane una tempesta di relativamente debole intensità, l'uragano Catarina, (categoria 1) che sfogò la sua forza sulle coste del Brasile e una piccola tempesta nel gennaio 2004, ad est di Salvador, giudicato uragano in base alle misure fatte dai satelliti riguardo alla velocità dei venti.
Pacifico Centro-Settentrionale: Cambiamenti improvvisi di direzione del vento limitano lo nascita e lo sviluppo di tifoni in questa parte dell'Oceano Pacifico. Tuttavia cicloni tropicali formatisi nel più favorevole bacino del Pacifico nord-orientale possono frequentemente spostarsi in quest'area.
Pacifico Sud-Orientale: La formazione di cicloni tropicali è rara in questa regione; quando si verifica, è legata di solito a episodi di El Niño. La maggioranza delle tempeste che entrano in questa regione si formano più a ovest nel Pacifico Sud-Occidentale, e raggiungono le isole della Polinesia solo in casi eccezionali.
Mar Mediterraneo: Anche nel Mediterraneo si formano a volte particolari e violente tempeste di tipo tropicale. Sono chiamati TLC (Tropical-Like Cyclone) o Medicanes (Mediterranean Hurricane). Non sono comuni e spesso si limitano alla stato di depressione o tempesta tropicale, ma in casi eccezionali, e molto rari, possono arrivare alla categoria 1 di uragano. Cicloni di questo tipo ed intensità si sono formati nel settembre 1947, settembre 1969, settembre 1973, agosto 1976, gennaio 1982, settembre 1983, dicembre 1984, dicembre 1985, ottobre 1994, gennaio 1995, ottobre 1996, settembre 2003, nel dicembre 2005, nel settembre 2006 e nell'agosto del 2008. Nei casi più intensi possono provocare danni, pericolose alluvioni e vittime.
Atlantico Nordorientale: Nell'ottobre 2005, nella zona di Madera si formò l'uragano Vince, che si mosse poi verso nord-est, passando a sud della costa meridionale del Portogallo, e raggiunse la terraferma nella Spagna sudoccidentale, come tempesta tropicale. Il punto di origine di Vince è stato il più settentrionale nell'Atlantico orientale mai registrato, e Vince è stato il primo ciclone tropicale che abbia mai raggiunto la penisola iberica nella storia documentata.
Australia: Bacino del Pacifico SW: comprende la parte orientale dell'Australia e le isole Figi.
Australia: Bacino dell'Indiano SE: comprende la parte orientale dell'Oceano Indiano e le parti settentrionale e occidentale del bacino australiano.
Mar della Cina Meridionale: Normalmente, non si formano cicloni tropicali nel Mar della Cina Meridionale per la sua vicinanza all'Equatore. Le zone entro dieci gradi di latitudine dall'equatore non subiscono una forza di Coriolis significativa, ingrediente vitale per la formazione dei cicloni tropicali. Nondimeno, nel dicembre 2001, il tifone Vamei si formò proprio nel Mar della Cina Meridionale, a partire da temporali sul Borneo, e toccò terra in Malesia, provocando allagamenti nella Malesia meridionale e alcuni danni a Singapore.

Sebbene i cicloni tropicali siano dei grandi sistemi che generano un'enorme quantità di energia, i loro movimenti sulla superficie terrestre sono spesso rapportati ai livelli che trasportano un flusso. Cioè, in genere i venti - il flusso sull'atmosfera terrestre - sono responsabili dello spostamento e della direzione dei cicloni tropicali. Il movimento si riferisce al percorso del ciclone tropicale .

Infine, quando un ciclone tropicale si sposta a latitudini più alte, il suo percorso può essere deviato significativamente da venti che si muovono verso un'area di bassa pressione. Molti cicloni tropicali lungo la costa orientale degli Stati Uniti o il Golfo del Messico, per esempio, sono deviati verso nord-est da aree di bassa pressione che si spostano da ovest verso est sopra il Nordamerica.

Per molte centinaia di anni dopo che gli Europei raggiunsero le Indie Occidentali, gli uragani presero il nome dal santo del giorno in cui la tempesta appariva.

La pratica di dare alle tempeste nomi propri fu introdotta da Clement Lindley Wragge, un meteorologo Anglo-Australiano, alla fine del XIX secolo. Usò nomi femminili, i nomi dei politici che l'avevano offeso, e nomi della storia e della mitologia.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, ai cicloni tropicali vennero dati nomi femminili, principalmente per la comodità dei meteorologi,ed in una certa maniera ad hoc. Negli anni seguenti furono usati nomi dal Joint Army/Navy Phonetic Alphabet (alfabeto fonetico unitario Esercito/Marina).

La convenzione moderna venne introdotta per evitare ambiguità nelle comunicazioni con navi ed aerei. Dato l'aumento dei trasporti ed il miglioramento in numero e qualità delle osservazioni meteorologiche, molti tifoni, uragani e cicloni erano osservati in contemporanea. Per non confonderli tra di loro, negli Stati Uniti dal 1953 la National Hurricane Center iniziò a dare sistematicamente un nome alle tempeste tropicali e agli uragani, pratica successivamente proseguita dalla Organizzazione Meteorologica Mondiale.

In accordo con l'uso, nella lingua inglese, di riferirsi alle cose inanimate come barche, treni etc., usando il pronome femminile "lei", i nomi utilizzati furono esclusivamente femminili. Alla prima tempesta dell'anno veniva dato un nome che iniziava per A, alla seconda per B, ecc. Comunque, dato che tempeste tropicali ed uragani erano fortemente distruttivi, si considerò questa pratica sessista. Il National Weather Service rispose a queste preoccupazioni nel 1979, con l'introduzione nella nomenclatura di nomi maschili, che da allora si alternano a quelli femminili. Sempre nel 1979 si cominciò a preparare una lista di nomi prima che iniziasse la stagione, utilizzando nomi di origine inglese, francese o spagnola, essendo queste le lingue predominanti nella regione dove le tempeste si formano.
I cicloni extratropicali si formano nella zona di convergenza a 60° di latitudine e differiscono da quelli tropicali non solo per la potenza, decisamente inferiore, ma anche per la loro formazione: in essi, rientrano masse d'aria fredda e calda e non solo calda come nel caso dei cicloni tropicali.
Le superfici della maggior parte degli oceani tropicali hanno subito un riscaldamento di 0,25 - 0,5 gradi Celsius durante gli ultimi decenni. Il gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) ritiene probabile che la causa principale dell'aumento globale della temperatura media sulla superficie degli oceani negli ultimi 50 anni è l'aumento nella concentrazione dei gas a effetto serra, con una conseguenza diretta sul numero di cicloni tropicali. La comunità mondiale dei ricercatori di cicloni tropicali ha rilasciato una dichiarazione sul legami tra il cambiamento climatico antropico (umano-indotto) e l'origine dei cicloni tropicali, tra cui uragani e tifoni. Questa dichiarazione è in risposta a una maggiore attenzione sui cicloni tropicali e sulle loro cause, prevedendo un aumento dell'intensità dei cicloni tropicali del 2–11% entro il 2100 ed un aumento del 20% delle precipitazioni ad essi legati.

Di recente vi è in tutto il mondo un gran numero di cicloni tropicali a grande impatto ambientale: 10 cicloni tropicali in Giappone nel 2004, cinque cicloni tropicali che interessano la Isole Cook in un periodo di cinque settimane nel 2005, il ciclone Gafilo nel Madagascar nel 2004, il ciclone Larry in Australia nel 2006, il tifone Saomai in Cina nel 2006 e molti altri cicloni tropicali stagionali nella zona atlantica tra il 2004 e il 2005 - tra cui l’uragano Katrina che ha provocato catastrofiche conseguenze socio-economiche. Recenti studi scientifici hanno segnalato un forte aumento negli ultimi decenni nel numero dei cicloni tropicali, nell'energia e nelle velocità dei venti in associazione con la temperatura più calda della superficie del mare esistente in alcune regioni. Altri studi segnalano che i veri responsabili di tali aumenti sono il cambiamento nelle tecniche di osservazione e nella strumentazione utilizzata negli ultimi decenni per gli studi.

Il ciclone tropicale più grande e intenso della storia è il tifone Tip, che avvenne nell'Oceano Pacifico occidentale il 12 ottobre 1979, imperversando su un raggio di 1100 km. Per di più, la pressione di 870 mb registrata nell'occhio di questo ciclone è la più bassa mai registrata sulla Terra al livello del mare.
Di contro, il ciclone tropicale più piccolo di sempre è il tifone Tracy, che il 24 dicembre 1972 colpì la città australiana di Darwin.
Il ciclone tropicale più violento avvenne nel 1900 a Galveston (Texas). Il ciclone tropicale spazzò l'isola con venti di oltre 160 km/h e provocò un'onda alta oltre 6 m. Si pensa che siano morte 8000 persone.
La più disastrosa inondazione causata da cicloni avvenne nel novembre del 1970 in Bangladesh quando un ciclone nel Golfo del Bangladesh uccise all'incirca 300.000 persone.
L'uragano Katrina provocò, nel 2005, i danni più costosi della storia che ammontarono a circa 81,2 miliardi di dollari.
Il ciclone tropicale di maggior durata avvenne nell'Oceano Pacifico per 31 giorni consecutivi, tra l'agosto e il settembre del 1994.


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domenica 21 febbraio 2016

LA DEA BENDATA

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La dea della Fortuna era una importante divinità degli antichi romani ritenuta responsabile dei destini di tutti gli esseri umani.

Con il trascorrere dei decenni, la dea Fortuna divenne più di una figura di fertilità, le donne romane non sposate univano le loro forze con la dea per cercare di attirare il compagno ideale, le donne in cerca di una gravidanza che tardava ad arrivare la pregavano per vedere i propri desideri di maternità accontentati. Sia nei grandi propositi legati alla fertilità e all'abbondanza che nei piccoli desideri, la dea fortuna gettava i dadi del destino nella vita dei romani in molte situazioni.

Si racconta anche che ella l'avesse amato, benché egli non fosse che un mortale e avesse l'abitudine di entrare a casa sua attraverso una finestrella. Una statua del re Servio Tullio si ergeva nel tempio della Dea.

« Gli annali di Preneste raccontano che Numerio Suffustio, uomo onesto e ben nato, ricevette in frequenti sogni, all'ultimo anche minacciosi, l'ordine di spaccare una roccia in una determinata località. Atterrito da queste visioni, nonostante che i suoi concittadini lo deridessero, si accinse a fare quel lavoro. Dalla roccia infranta caddero giù delle sorti incise in legno di quercia, con segni di scrittura antica. Quel luogo è oggi circondato da un recinto, in segno di venerazione, presso il tempio di Giove bambino, il quale, effigiato ancora lattante, seduto insieme con Giunone in grembo alla dea Fortuna mentre ne ricerca la mammella, è adorato con grande devozione dalle madri.
E dicono che in quel medesimo tempo, là dove ora si trova il tempio della Fortuna, fluì miele da un olivo, e gli aruspici dissero che quelle sorti avrebbero goduto grande fama, e per loro ordine col legno di quell'olivo fu fabbricata un'urna, e lì furono riposte le sorti, le quali oggidì vengono estratte, si dice, per ispirazione della dea Fortuna. »
(Marco Tullio Cicerone, De Divinatione XLI 85-86)
La Fortuna era una dea dal carattere doppio, ma sempre positivo (altrimenti si parlava di Sors, la sorte):
Uno intraprendente, cioè che aiutava a far andare bene le imprese
Uno erotico (per il quale è rimasto il detto essere baciati dalla fortuna)
Il suo corrispettivo nella mitologia greca è la dea Tyche.

Nell'opera De consolatione philosophiae del VI secolo di Severino Boezio, scritta mentre attendeva la sua esecuzione, il celebre filosofo e statista riflette sulla visione teologica del casus, i cui casuali e spesso rovinosi mutamenti sono in realtà tanto inevitabili quanto provvidenziali, per cui persino i più inspiegabili e accidentali eventi fanno parte del nascosto piano di Dio a cui nessuno può resistere o può cercare di opporsi. Secondo questa concezione, gli eventi, le decisioni umane e persino l'influsso degli astri fanno tutti parte della volontà divina.

L'immagine iconografica della Ruota della Fortuna che accompagna l'immaginario medioevale ma non solo, è una diretta eredità attinta dal secondo libro dell'opera di Boezio. La sua immagine appare così ovunque, dalle miniature dei manoscritti alle vetrate delle cattedrali, di cui c'è un bellissimo esempio nella cattedrale di Amiens, e persino nel gioco dei Tarocchi.

Dalla fine del Quattrocento in avanti l'iconografia della Fortuna si presenta con una quantità straordinaria di varianti con le quali incisori e pittori volevano sottolineare i più diversi comportamenti della dea.



Poiché la dea fortuna possedeva una grande influenza, le venne attribuito il simbolo del globo per indicarne l'importanza sui destini collettivi del mondo. Il globo indica anche la comunità, la totalità, la femminilità e la protezione, indica anche la comunione di tutto ciò che esiste sia a livello materiale che metafisico, i cicli, il completamento, l'infinito.

La cornucopia trasmette i significati di abbondanza, generazione di tutti i doni della vita, una nascita o produzione infinita e inarrestabile: il dio romano Giove diede un corno di capra alla sua bambinaia come ricompensa per aver fatto un ottimo lavoro come babysitter e nel prendersi cura di lui quando era bambino, questo era un magico corno che produceva ogni cosa che si desiderava.

Le ruote sono cerchi mobili e ci ricordano il moto ciclico della ricchezza (fortuna) nella nostra vita. La ruota è anche un simbolo sacro di energia, collegato al simbolo solare e una illustrazione di come l'energia perpetua agisca attraverso tutto.

La corona è il simbolo di vittoria e della ricompensa concessa a chi ha primeggiato al più alto livello di realizzazione. Nell'antica Roma, le corone erano fatte di foglie di alloro o rami di ulivo per citarne alcuni. Il materiale in cui erano costruite dipendeva dal dio, dalla dea o dal tipo di cerimonia a cui si voleva portare tale corona. La corona della dea Fortuna sarebbe stata tessuta con fiori di narciso per rappresentare la bellezza, l'amore, la fertilità e l'attrazione amorosa.

Tiche in Grecia, Fortuna a Roma.

Personificazione del destino e della fortuna, rappresentava tanto la buona quanto la cattiva sorte. La dea era venerata ed onorata quale patrona del pubblico benessere. Solo più tardi assunse un significato più generico, identificandosi con la Sorte, la dea destino, che aveva il potere di decidere la fortuna dei singoli umani e della collettività regolando gli eventi al di fuori dell'opera umana. Attività affine a quella delle Moire, ma sentita piuttosto come divinità benevola.
Man mano che decresceva la fede delle prime divinità, cresceva l'importanza del destino, e Tiche arrivò ad essere considerata come dea nell'epoca ellenistica. Non possiede un proprio mito.
Fu accolta dai Romani sotto il nome di Fortuna, la dea del caso e del destino, considerata colei che porta la fertilità e la fortuna, e le attribuivano come figlia la Necessità.



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