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sabato 23 luglio 2016

CUPIDO

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Dio dell’amore – chiamato dagli antichi Romani Cupido (dal nome comune cupido -dinis «bramosia») corrispondente al dio greco Eros, rappresentato come un fanciullo alato armato di arco e di frecce con le quali feriva le divinità e gli uomini, suscitando in loro la passione amorosa.

Cupido da sempre ha giocato un ruolo importante nel festeggiare l’Amore e gli innamorati.

Cupido, figlio di Venere (dea della bellezza) e di Marte (Dio della guerra).

Innamorato della giovane Psiche che venne immortalata nell'Olimpo come sua sposa.

Si racconta che Venere fosse gelosa della bellezza di Psiche ed ordinò al figlio di punire la ragazza, ma egli, anzichè eseguire l'assurda pretesa della madre, se ne innamorò.



Cupido la teneva nascosta nel folto di una selva, dove andava a trovarla solo di notte, senza farsi vedere nel suo vero aspetto neppure da lei, che, anzi, aveva ammonito a non voler sapere chi egli fosse, né di vederlo mai, altrimenti il loro amore sarebbe per sempre svanito.
Psiche, una notte, non resisté alla tentazione e, al lume di una lucerna, sostò a lungo ad ammirarlo mentre dormiva, rapita nell’incanto della sua bellezza. Ad un tratto però una goccia d’olio cadde dalla lucerna sulla spalla del dio, che, svegliatosi, sparì all’improvviso.
Invano la giovinetta pianse e si disperò; invano pregò Venere che le rendesse lo sposo. Venere anzi, gelosa della bellezza di Psiche che eguagliava la sua, la fece sua schiava e la tormentò con umiliazione di ogni genere, imponendole incarichi che era impossibile portare a compimento. Ogni volta Psiche si disperava, ma sempre, all’ultimo momento, un essere misterioso l’aiutava, in modo da placare l’incontentabile dea. Alla fine anche lei si impietosì della sventurata fanciulla innamorata e le fece ritrovare Cupido.



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lunedì 16 maggio 2016

IL SOGNO di Giacomo Leopardi



.Era il mattino, e tra le chiuse imposte
Per lo balcone insinuava il sole
Nella mia cieca stanza il primo albore;
Quando in sul tempo che più leve il sonno
E più soave le pupille adombra,
Stettemi allato e riguardommi in viso
Il simulacro di colei che amore
Prima insegnommi, e poi lasciommi in pianto.
Morta non mi parea, ma trista, e quale
Degl'infelici è la sembianza. Al capo
Appressommi la destra, e sospirando,
Vivi, mi disse. e ricordanza alcuna
Serbi di noi? Donde, risposi, e come
Vieni, o cara beltà? Quanto, deh quanto
Di te mi dolse e duol: nè mi credea
Che risaper tu lo dovessi; e questo
Facea più sconsolato il dolor mio.
Ma sei tu per lasciarmi un'altra volta?
Io n'ho gran tema. Or dimmi, e che t'avvenne?
Sei tu quella di prima? E che ti strugge
Internamente? Obblivione ingombra
I tuoi pensieri, e gli avviluppa il sonno,
Disse colei. Son morta, e mi vedesti
L'ultima volta, or son più lune. Immensa
Doglia m oppresse a queste voci il petto.
Ella seguì: nel fior degli anni estinta,
Quand'è il viver più dolce, e pria che il core
Certo si renda com'è tutta indarno
L' umana speme. A desiar colei
Che d ogni affanno il tragge, ha poco andare
L'egro mortal; ma sconsolata arriva
La morte ai giovanetti, e duro è il fato
Di quella speme che sotterra è spenta.
Vano è saper quel che natura asconde
Agl'inesperti della vita, e molto
All'immatura sapienza il cieco
Dolor prevale. Oh sfortunata, oh cara,
Taci, taci, diss'io, che tu mi schianti
Con questi detti il cor. Dunque sei morta,
O mia diletta, ed io son vivo, ed era
Pur fisso in ciel che quei sudori estremi
Cotesta cara e tenerella salma
Provar dovesse, a me restasse intera
Questa misera spoglia? Oh quante volte
In ripensar che più non vivi, e mai
Non avverrà ch'io ti ritrovi al mondo,
Creder nol posso. Ahi ahi, che cosa è questa
Che morte s'addimanda? Oggi per prova
Intenderlo potessi, e il capo inerme
Agli atroci del fato odii sottrarre.
Giovane son, ma si consuma e perde
La giovanezza mia come vecchiezza;
La qual pavento, e pur m'è lunge assai.
Ma poco da vecchiezza si discorda
Il fior dell'età mia. Nascemmo al pianto,
Disse, ambedue; felicità non rise
Al viver nostro; e dilettossi il cielo
De' nostri affanni. Or se di pianto il ciglio,
Soggiunsi, e di pallor velato il viso
Per la tua dipartita, e se d'angoscia
Porto gravido il cor; dimmi: d'amore
Favilla alcuna, o di pietà, giammai
Verso il misero amante il cor t'assalse
Mentre vivesti? Io disperando allora
E sperando traea le notti e i giorni;
Oggi nel vano dubitar si stanca
La mente mia. Che se una volta sola
Dolor ti strinse di mia negra vita,
Non mel celar, ti prego, e mi soccorra
La rimembranza or che il futuro è tolto
Ai nostri giorni. E quella: ti conforta,
O sventurato. Io di pietade avara
Non ti fui mentre vissi, ed or non sono,
Che fui misera anch'io. Non far querela
Di questa infelicissima fanciulla.
Per le sventure nostre, e per l'amore
Che mi strugge, esclamai; per lo diletto
Nome di giovanezza e la perduta
Speme dei nostri dì, concedi, o cara,
Che la tua destra io tocchi. Ed ella, in atto
Soave e tristo, la porgeva. Or mentre
Di baci la ricopro, e d'affannosa
Dolcezza palpitando all'anelante
Seno la stringo, di sudore il volto
Ferveva e il petto, nelle fauci stava
La voce, al guardo traballava il giorno.
Quando colei teneramente affissi
Gli occhi negli occhi miei, già scordi, o caro,
Disse, che di beltà son fatta ignuda?
E tu d'amore, o sfortunato, indarno
Ti scaldi e fremi. Or finalmente addio.
Nostre misere menti e nostre salme
Son disgiunte in eterno. A me non vivi
E mai più non vivrai: già ruppe il fato
La fe che mi giurasti. Allor d'angoscia
Gridar volendo, e spasimando, e pregne
Di sconsolato pianto le pupille,
Dal sonno mi disciolsi. Ella negli occhi
Pur mi restava, e nell'incerto raggio
Del Sol vederla io mi credeva ancora.



Leopardi scrisse il canto "Il sogno" tra la fine del 1820 e la prima metà del 1821. In questo canto Leopardi sintetizza ed armonizza diversi sentimenti e situazioni sue personali con la lettura di due opere di Petrarca. Le due opere di Petrarca sono: il II capitolo del Trionfo della Morte e la canzone CCCLIX delle Rime "Quando il soave mio fido conforto".
Il poeta immagina un dialogo durante un sogno mattutino tra lui e una giovane donna, forse Teresa Fattorini, morta pochi mesi prima, di tubercolosi, il 30 settembre 1818.

La poesia fu pubblicata la prima volta il 13 agosto 1825 nel giornale <<Il caffè di Petronio>> diretto da Pietro Brighenti.

Non ci sono dubbi: si tratta di un sogno e “colei che amore / Prima insegnommi” è inesorabilmente morta. Questa è la certezza da cui parte Leopardi, la certezza della realtà materiale che non lo abbandona mai. Ma subito dopo la “morta” comincia a vivere: gli accarezza la testa, sospira e gli parla. In questa dimensione di vita recuperata anche il poeta parla all’amata. L’illusione è subito spezzata, ma, sentendo la sua voce, Leopardi si rivolge a lei come se fosse viva pur sapendo che è morta (“Dunque sei morta”), e al tempo stesso non potendo credere che ella non viva piú. I due amanti parlano della morte e del dolore cui sono condannati gli uomini, quindi il discorso “scivola” sull’amore. Se mai l’amata avesse provato un sentimento d’amore per il poeta, questi dal ricordo di quel sentimento potrebbe trarre la forza per vivere, visto è che è vana la speranza nel futuro. Il gioco di Leopardi è qui estremamente complesso: il sogno fa vivere in maniera illusoria ciò che non è piú e questa illusione (presente) può creare un passato da usare come ricordo contro il dolore presente. Il risultato immediato è una presenza ancora piú viva dell’amata: ora è possibile accarezzarla, baciarla, abbracciarla, stringerla, sciogliere lo sguardo negli occhi di lei. La verità della morte irrompe di nuovo e l’unica possibilità che resta sembra un dolore sconsolato e un grido di angoscia. Eppure, anche alla luce del sole nascente – svanito il sogno – “Ella negli occhi / pur mi restava / vederla io mi credeva ancor”.

Nel canto “Il sogno” Leopardi sintetizza ed armonizza due esigenze vivide. Da un lato manifesta il suo profondo bisogno di esprimere l'acuto dolore per la morte di Teresa Fattorini che il poeta ascoltava e guardava dal suo balcone prima che lei morisse. Ma, probabilmente, l'ispirazione di scrivere “Il Sogno” venne al poeta dall'intenso desiderio di dare un bacio ad una giovane donna di Recanati, Teresa Brini. Dall'altro lato Leopardi esprime, in forma poetica, sia il suo dolore per la scomparsa della Fattorini sia il suo bisogno reale ed istintivo per la Brini, con le letture di Petrarca il quale aveva descritto, in forma onirica ed elegiaca, il suo incontro con Laura morta. In questo modo, trasferendo tutto nel sogno, il giovane Leopardi immaginava di potere soddisfare il desiderio di dare un bacio reale a Teresa Brini. Il canto sintetizza ed armonizza, in forma poetica ed elegiaca, il mondo interiore e sentimentale del poeta, negli anni tra il 1820 e il 1821, in una forma poetica e culturale simile a quella di Petrarca.
Queste spiegazioni della genesi del canto il poeta le ha lasciate in memoria in uno scritto dal titolo “Ricordi di infanzia e di adolescenza” alla fine del quale il poeta scrive: <<che io allora solo in sogno per la primissima volta provai che cosa sia questa sorta di consolazione con tal verità che svegliatomi subito e riscosso pienamente vidi che il piacere era stato appunto qual sarebbe reale e vive e restai attonito e conobbi come sia vero che tutta l'anima si possa trasfondere in un bacio e perder di vista tutto il mondo come allora proprio mi parve e svegliato errai un pezzo...>> (da Giacomo Leopardi – Canti – a cura di Lucio Felici – Newton & Compton editori – Pag. 308).

Il messaggio della poesia è certamente la presa di coscienza da parte del poeta che nel sogno riceve la terribile verità che non avrà più un amore nella sua vita. Infatti, la morte della fanciulla, che in giovane età aveva mostrato di avere una certa pietà ed amore per il poeta, costituisce l'evento più terrificante e devastante per Leopardi che sperava di potere amare la giovane Teresa e di esserne ricambiato. Invece, la morte prematura della ragazza, costringe il poeta a rinchiudersi in sé stesso e a disperarsi ancora di più contro la natura e contro il destino. Il giovane Leopardi dopo la confessione della giovane donna, che gli dice che non lo rivedrà più perché il fato ha interrotto il loro amore, non può fare altro che disperarsi, piangere e svegliarsi dall'incubo che gli annuncia la triste verità in piena mattina.
Il poeta, presa coscienza della triste realtà, implacabile ed inesorabile, capisce che è destinato a restare da solo, e l'unica cosa che gli rimane dopo il risveglio è quello di attendere e di sperare.

La tesi del canto “Il Sogno” è la riflessione centrale del poeta e cioè che l'evento più terribile che possa colpire gli uomini, è la morte che colpisce e rapisce, inesorabile, i giovani nel fiore della loro età. Infatti, morire “nel fior degli anni”, è veramente il dolore più irrazionale ed ingiustificabile che possa colpire e capitare ad un giovane. Morire per malattia, per disgrazia o per incidente, nel fior degli anni, è veramente la pena più bruciante ed inconsolabile che colpisce i familiari del giovane. La perdita di un giovane nel fiore degli anni è un doloroso evento, intenso e tremendo, che non dovrebbe capitare a nessuno. Leopardi con questo messaggio afferma che è inutile per un giovane, che muore nel pieno della sua giovinezza, sapere cosa la vita gli avrebbe riservato.



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venerdì 26 febbraio 2016

IL CULTO DI OBEAH

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In Giamaica durante l'epoca della tratta degli schiavi diversi individui appartenenti a tribù e gruppi etnici diversi entrarono in contatto tra loro provocando anche situazioni conflittuali. I discendenti degli Ashanti dell'Africa occidentale che chiamavano i loro sacerdoti uomini myal utilizzavano la parola ashanti Obeah - che significa stregoneria - per indicare le pratiche magico-religiose dei discendenti dell'Africa centrale, fu così che da quel momento i fedeli provenienti dalle regioni del Congo vennero indicati con il nome di uomini Obeah ovvero stregoni.

Il termine Obeah finì in seguito per indicare qualsiasi oggetto rituale che veniva utilizzato nella magia nera e nella stregoneria. Tuttavia, a dispetto di questa sua temibile e negativa reputazione, anche l'Obeah contiene molti riti benefici e di benedizione, di cura del corpo e dell'anima e per una buona fortuna in amore e denaro.

Nel XIX secolo l'apparizione in cielo di una cometa scatenò una esplosione di crisi mistiche e di spiritualismo che sfociò spesso in marcate forme di millenarismo e di fanatismo religioso tra gli uomini Myal della Giamaica. In quello stesso periodo le correnti spiritistiche si stavano diffondendo in tutte le nazioni di lingua anglosassone e si collegarono con le credenze religiose dei popoli caraibici come loro propaggini naturali, soprattutto riguardo alla loro componente di culto e contatto con gli spiriti dei morti.

Durante il conflitto tra religione Obeah e Myal questi ultimi si posero come i buoni in contrapposizione agli stregoni malvagi della religione Obeah. Essi dichiararono che gli uomini Obeah rubavano l'ombra dei viventi e aiutavano coloro che volevano tornare dal regno della morte. Fu così che nacque un autentico movimento di accusa contro i sacerdoti Obeah istigata dai loro rivali Myal che organizzavano riti magici nei quali evocavano i morti perché testimoniassero delle pratiche malefiche degli stregoni Obeah.

Con il trascorrere del tempo le continue violenze dei praticanti Myal e il fallimento delle loro previsioni millenaristiche scatenarono la reazione del governo britannico che emanò leggi restrittive sia contro i Myal che contro l'Obeah, ma soltanto questa seconda fede sopravvisse come forma viva di pratiche e fedi religiose in Giamaica.

Di tutte le tradizioni esoteriche l’Obeah resta sicuramente la più oscura, la più misteriosa. Oscura perché non esistono praticamente testi o bibliografia specifica, misteriosa perché chi pratica questa tradizione non ne parla o si cela dietro una poco chiara forma di hoodoo e non ne tradisce i segreti. L’obeah non è una religione, è soprattutto un approccio ed una tecnica magica. Se è vero che esiste un’entità a cui ruota attorno tutto l’universo è anche vero che non vi si tributa nessun culto. Con Papa Bones si lavora, si paga il lavoro e si è liberi. Papa Bones è il tramite, l’agente magico attraverso cui l’Obeahman/Obeahwoman (iniziato uomo o donna) varca la soglia del mondo spirituale ed attua a livello magico attingendo da qualsiasi tradizione esoterica. Proprio così, l’obeahman con la mediazione di Papa Bones mescola cabala ebraica, magia voodoo, santeria ed altri corpus esoterici per ottenere uno scopo. La più semplice forma di magia simpatica, attraverso l’Obeah viene “vitalizzata” e si trasforma in rituale. Metafora del praticante Obeah è Mosè che viene visto come il grande stregone, il Mago in grado di connettersi con le forze che reggono l’universo tramite il bastone ed il pugnale. Ecco perché i libri perduti di Mosè sono tanto apprezzati nella magia Obeah! I sigilli di Mosè, come pure quelli del Grimorium Verum e della Clavicola di Salomone sono la base di lavoro della magia Obeah, che unisce la tradizione millenaria dei grandi occultisti alle tecniche africane, dando origine a un vultus di potere incredibile, a livello spirituale. L’Obeah è sciamanico perché l’Obeahman, ricevuta l’iniziazione da un altro praticante, elabora un percorso solitario e unico con il suo corpus spirituale, un percorso in cui agisce per rivelazione ed intuizione, sotto la guida di Papa Bones. A livello territoriale l’Obeah è praticato in Jamaica, a Trinidad, Tobego ed in Belize. È considerato fratello del voodoo proprio per la sua forte ascendenza dahomeyana. Molti considerano l’Obeah come la vera tecnica della magia voodoo, l’arte dei Bokor. La parola Obeah deriva dalla lingua Ashanti ed in particolare dal termine Obayfo, che significa stregone, contrapposto al Sumankwafo che corrisponde al medicine man, al guaritore. L’Obayfo non ha necessariamente una connotazione negativa, tuttavia è sempre visto con sospetto. Nonostante Aleyster Crowley traducesse il termine come “arte di dominare gli spiriti”, inglesizzando il termine africano in Obey (obbedire), il termine Obeah va tradotto come forza o potere magico, cono di energia magica. Letteralmente potremmo definire l’Obeah come il potere della Magia in tutte le sue possibili valenze spirituali. La figura centrale della “corrente” Obeah, quello che potremmo definire l’anello di congiunzione tra l’uomo e questa forza poderosa è chiamato Papa Bones.



Papa Bones, in inglese, significa “il signore delle ossa”. Il nome di questo spirito deriva però da una figura africana, e viene dalle foreste del territorio Ashanti dove era conosciuto con il nome di Sasabonsan. Sasabonsan si opponeva a Accompong, il Dio creatore di quel popolo. Se in Africa viveva nelle foreste a Trinidad si dice viva in un lago di pece, il famoso Pitch Lake. In una situazione drammatica come quella della schiavitù gli schiavi si sentirono abbandonati dai loro numi tutelari e decisero di riversare il loro culto su questa figura, chiedendo vendetta e protezione. Viene facile paragonare Sasabonsan al diavolo della tradizione giudaico cristiana, ma non è così. Papa Bones nell’Obeah attua più come mediatore che come demone e detiene il potere della magia. Nel mito si accompagna con Oduda, la sua controparte femminile ed al suo fianco troviamo Clarissa, lo spirito di una bambina uccisa da la propria madre nel lago di pece. Come tutte le tradizioni afrocaraibiche l’Obeah non sfugge al sincretismo. Se Papa Bones viene raffigurato con Sant’Espedito o con Mosè, Oduda (o Mama Oduda) è associata alla Mater Salvatoris, mentre Clarissa all’Anima Sola del Purgatorio. Sotto Papa Bones esiste una corte di spiriti teriomorfi (dalla forma di animali) che diventeranno veri e propri familiari dell’Obeahman come animali totemici e che lo aiuteranno nel suo percorso di stregone. Ecco perché l’Obeah è considerato sciamanico, proprio per questa sua aderenza al mondo animale. Gli animali della tradizione Obeah celano però spiriti di saggi le cui gesta di vita sono assimilabili per astuzia, ingegno, capacità e sagacia a quello dell’animale. Se è vero che molti di questi animali hanno un nome (ad esempio il ragno Anansi), nell’essenza della tradizione un animale diventa guida dello stregone e si presenterà a lui con un nome segreto con cui si farà riconoscere. Nella transe lo stregone “diventerà” l’animale e opererà ispirato dal suo nume tutelare.

La magia dell’Obeah sfrutta le stesse tecniche della magia hoodoo della Louisiana invocando però sempre la mediazione di Papa Bones. A questa unisce l’impiego di sigilli vergati su pergamena con inchiostro rosso (Dragon Ink) o incisi su piastre di rame. L’impiego di polveri voodoo, di candele figurate e di olii speciali si unisce ai sigilli di Mosè ed alla lettura dei salmi biblici di Davide impiegati come vere e proprie formule evocative. Spesso gli Obeahman sostituiscono, nel testo dei salmi, il termine Dio a quello di Papa Bones perché in esso riconoscono il Dio di Mosè e dell’antico popolo di Israele, anche lui schiavo, un tempo, dell’Egitto e liberato proprio da Mosè.

LEGGI ANCHE: http://marzurro.blogspot.it/2016/02/la-giamaica.html





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domenica 17 gennaio 2016

IL COMPLESSO DI RE MARCO

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Atteggiamento di un individuo che teme il tradimento ma nel contempo lo provoca in quanto mosso dal desiderio masochistico inconscio di essere punito.  Dal nome di Re Marco di Cerniw che invitò Tristano a cercare Isotta, la donna che il re avrebbe dovuto sposare, dando così l’opportunità ai due di stare vicini e innamorarsi.

La storia di Tristano e Isotta è probabilmente uno dei più famosi e struggenti miti nati durante il Medioevo. Benché espressione dei temi più scottanti della fol amor, esso fu popolarissimo e continua tuttora a ispirare le opere più disparate: la sua origine è celtica, ma le prime redazioni sono state realizzate da poeti normanni.

Tristano è rimasto orfano da bambino. È stato cresciuto dallo zio, re Marco di Cornovaglia, il quale è sottoposto al pagamento di un gravoso tributo dal re d'Irlanda. Diventato un giovane guerriero, Tristano decide di liberare la Cornovaglia da questa sottomissione e parte per l'Irlanda, dove riesce a uccidere il gigante Moroldo, fratello del re. Ferito da un colpo di spada avvelenata, viene poi curato dalla figlia del re, Isotta, che non sa che egli ha ucciso suo zio. Tristano, una volta guarito, torna in Cornovaglia.

Pressato a sposarsi per garantire al trono una successione, re Marco decide di prendere in moglie colei a cui appartiene un capello d'oro portato dal mare. Tristano, ricordandosi di Isotta, parte per l'Irlanda, ma appena arrivato deve combattere un terribile drago. Lo uccide, ma resta ferito e, ancora una volta, è curato da Isotta, la quale si accorge che egli è colui che aveva ucciso Moroldo. Rinuncia tuttavia a vendicarsi e accoglie la richiesta di sposare re Marco per sanare le rivalità tra i due regni. Si imbarca dunque con Tristano verso la Bretagna. Intanto la regina d'Irlanda affida all'ancella Brangania un filtro magico, da far bere ai due sposi la notte delle nozze. Durante la navigazione, però, Tristano beve per errore il filtro, credendo che sia vino, e lo offre a Isotta. Un'altra versione della storia dice che una pietra magica li fece innamorare. I due cadono così preda dell'amore. Isotta sposa comunque Marco, facendosi sostituire da Brangania per la consumazione del matrimonio.

Seguono mesi di amori clandestini, di trucchi e menzogne, durante i quali i due innamorati rischiano costantemente di essere ingannati dai baroni invidiosi. Un nano malvagio, buffone del re, tenta di farli cogliere sul fatto durante un loro appuntamento notturno nel verziere, ma Tristano si accorge della presenza del re nascosto tra le fronde di un pino e riesce ad avvertire Isotta, che inscena un dialogo del tutto innocente. Scoperti e condannati a morte, i due riescono a fuggire e si rifugiano nella foresta del Morrois. Scoperti da re Marco, Tristano decide di restituire la donna al re, e parte. Si reca allora in Bretagna dove sposa Isotta dalle Bianche Mani, con la quale tuttavia non consuma il matrimonio.

Nel frattempo l'innocenza della regina è continuamente messa in dubbio dai baroni malvagi, inducendola a reclamare un'ordalia. Tristano si reca alla cerimonia travestito, e aiuta la regina. Più volte ancora Tristano si reca segretamente in Cornovaglia travestito. Una volta l'accompagna il cognato Caerdino, che offeso per l'ingiuria fatta da Tristano alla sorella (non aveva consumato il matrimonio con Isotta dalle Bianche Mani) vuole vedere con i suoi occhi la bellezza di Isotta la Bionda e l'intensità del suo amore. I due così fanno pace e Caerdino si proclama amante dell'ancella della regina Isotta la bionda.

Ferito gravemente durante una spedizione, Tristano capisce che solo Isotta la Bionda può guarirlo e la manda a chiamare, chiedendo che vengano messe vele bianche alla nave con cui verrà, se lei accetta di venire, e vele nere se si rifiuta. Ella accetta, ma la sposa di Tristano, avendo scoperto il loro amore, gli riferisce che le vele sono nere. Credendosi abbandonato da Isotta, Tristano si lascia morire. La donna, arrivata troppo tardi presso di lui, muore di dolore a sua volta. Pentita per le conseguenze tragiche della sua menzogna, Isotta dalle Bianche Mani rimanda i corpi in Cornovaglia, facendoli seppellire insieme.

Il mito si interroga sulle cause e sulle conseguenze dell'amore, inquadrato in una società di cui trasgredisce tutte le leggi razionali, morali e sociali. I poeti sono consci della natura provocatoria della vicenda, tanto che tentano spesso di ridimensionarla o di integrarla in modo accettabile nella società, anche abolendo qualsiasi problematica etica. Ma nelle prime versioni della leggenda, il mito si presenta in modo inevitabile come incarnazione di un ideale amoroso, quello della fol amor o dell'amore fatale fondato sul dolore; fin dalla situazione iniziale, esso si connota negativamente: mette in scena l'adulterio, l'incesto, il tradimento del legame feudale; qualsiasi vita gli amanti scelgano (all'interno della società, costretti a continue menzogne e travestimenti; all'esterno della società, durante la vita nella foresta; separati), essi falliscono e sono condannati all'infelicità; l'unica via d'uscita possibile per loro è la morte. In questo esso si contrappone alla tematica dell'amore cortese, incarnata dalla coppia Lancillotto-Ginevra; e questo ne segna anche l'atemporalità, la sopravvivenza nell'immaginario: se l'amore cortese è legato alla società medievale e può essere capito solo al suo interno, il mito di Tristano e Isotta si pone al di fuori, tanto da essere oggetto di continue riprese, dai romantici fino ai giorni nostri. Secondo Denis de Rougemont, infatti, esso rappresenta una concezione dell'amore tipica del mondo occidentale, contrapponendosi alla letteratura del resto del mondo nell'invenzione di un sentimento reciproco ed infelice — concezione, questa, che ha dato origine alle più celebri storie d'amore della nostra cultura, come Romeo e Giulietta, Piramo e Tisbe ecc.



In generale si assiste, nel susseguirsi dei testi e delle differenti versioni, a un appiattimento delle problematiche etiche e sociali poste dagli amanti: nel Tristano in prosa, per esempio, gli episodi amorosi si perdono nelle sterminata successione di avventure cavalleresche, e il re Marco viene ridotto a codardo traditore in opposizione all'eroe cortese Tristano. Il protagonista viene così integrato nella geste dei cavalieri della Tavola Rotonda, e anzi il suo stesso amore non è più segnato dal dolore, ma gode invece di lunghi periodi di felicità: questa tendenza è presente già nei primi testi come quello di Tommaso d'Inghilterra, nel quale la vita nella foresta, dura e insostenibile in Béroul, assume caratteristiche idilliache. Più tardi Tristano viene reso maggiormente accettabile anche dal punto di vista della moralità cristiana, integrandolo nelle avventure della cerca del Graal.

Isotta introduce un tipo nuovo nella letteratura amorosa, o meglio lo ricrea: il suo è il dramma dell'adulterio, del quale vengono in un certo qual modo fissati i parametri, che rimarranno immutati fino a oggi: Isotta vive una doppia vita amorosa, quella dell'amante e quella della moglie, quella dell'amore-passione fatalmente proteso alla morte e quello dell'amore nuziale rispettoso della norma e della tradizione; questi due amori sono inconciliabili come sono inconciliabili i due uomini cui sono rivolti: Tristano, sottomesso a un ordine che pure deve tradire, e il re Marco, giusto conservatore proprio di quest'ordine.
La critica moderna si è interrogata sulle valenze simboliche di singoli episodi del mito, come quello del perdono concesso da re Marco quando egli trova gli amanti nella foresta, addormentati ma vestiti, e separati dalla spada di Tristano: gli oggetti che il re lascia per segnalare la sua venuta sono stati visti come simboli di perdono, o meglio come richiami al rituale di investitura feudale (la spada, il guanto, l'anello). Ma più in generale la rivalità tra i due uomini è vista come primo segnale del fallimento cui è destinato il rapporto vassallatico medievale.

Si è visto nel matrimonio con Isotta dalle Bianche Mani il profilarsi del motivo, molto presente nella letteratura dei secoli XII e XIII, dell'uomo tra due donne: tale motivo è lungamente sviluppato da Tommaso d'Inghilterra, che "classifica" anche i protagonisti delle due coppie in base al grado di felicità data dal possedere l'amore spirituale o l'amore fisico: Marco, per esempio, ha solo il corpo di Isotta, ed è quindi considerato più felice di Isotta dalle Bianche Mani che non ha né il cuore né il corpo del marito.

Anche il linguaggio è stato frutto di analisi, per esempio nei giuramenti ambigui che costellano la vicenda (come quello di Isotta che, dopo aver guadato un fiumiciattolo in groppa a Tristano travestito da pellegrino, si sottopone serenamente all'ordalia giurando di non aver mai avuto tra le gambe altro uomo che il marito e quel pellegrino del fiume); le continue menzogne degli amanti li pongono in una situazione di sovversivi, in una cultura che considera tutt'uno la parola e l'oggetto.

In Marco e nei suoi emuli vi è l'ambivalenza di coloro che desiderano e temono nel contempo, di essere traditi. Essi sono penalizzati internamente da un meccanismo di espiazione per cui hanno
inconsciamente bisogno di essere puniti. Probabilmente ci sono elementi di omosessualità a sostenere tutto questo.
Il soggetto vede la possibilità del tradimento della partner, teme questa eventualità, ma fa in modo che le cose procedano verso la cosa temuta.
Si tratta di una "fuga in avanti", un meccanismo di difesa che induce a buttarsi verso il pericolo che si teme.
Ciò avviene perché l'ansia rende insopportabile l'attesa e il dubbio, e si preferisce la certezza del "guaio" reale.



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venerdì 25 settembre 2015

Talis PATER, Talis FILIUS

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La frase latina Qualis pater, talis filius vuol dire: "Quale (è) il padre, tale (è) il figlio": in altre parole, il figlio è simile a suo padre.

È spesso citata in una forma lievemente diversa: Talis pater, talis filius.

Si ripete quest’antico proverbio a significare (più spesso, ma non necessariamente, con riferimento a qualità non buone) che il carattere e le tendenze d’ognuno derivano per via ereditaria dal padre, o dagli antenati in genere; oppure per rilevare l’importanza, nel bene e nel male, dell’esempio paterno; o infine, più semplicemente, per affermare, sovente in tono scherzoso, una qualunque somiglianza tra un certo padre e un certo figlio.



Alcune ricerche dimostrano l’importanza cruciale del ruolo delle madri nel trasmettere un sano atteggiamento alimentare, in particolar modo alle figlie.

Abituarsi ad una sana ed equilibrata alimentazione in famiglia è fondamentale per lo sviluppo di un corretto atteggiamento dei figli nei confronti del cibo; e prima si comincia meglio è, visto che i bambini iniziano a imparare dai propri genitori molto precocemente.

La tendenza - soprattutto delle bambine - di imitare le preferenze e abitudini della madre, e non soltanto quelle relative alla moda e alla bellezza ma anche quelle relative al cibo, è un fatto ben documentato. Uno studio recente ha dimostrato come nell’età prescolare le figlie di madri obese abbiano problemi di sovrappeso maggiori rispetto ai figli maschi. Inoltre è ben noto, come le ossessioni più comuni circa il cibo e le diete vengano trasmesse attraverso le generazioni principalmente lungo i rami femminili delle famiglie.

La convinzione che la storia alimentare della madre diventi il futuro alimentare delle figlie si sta affermando sempre di più e non sorprende affatto gli scienziati del comportamento. Il dr Andrew Hill, che insegna da tempo questa materia all’Università di Leeds nel Regno Unito, sottolinea il ruolo che gli adulti hanno nell’influenzare i bambini: è importante innanzi tutto che gli adulti siano consapevoli del fatto che le loro convinzioni ed i loro comportamenti relativi a salute, alimentazione e nutrizione verranno presi come esempio dai bambini almeno quanto il loro comportamento e i loro atteggiamenti rispetto a questioni morali e politiche.

Non è sempre facile determinare come le opinioni circa il cibo vengono trasmesse, perché questo avviene spesso in modo passivo. Così un’affermazione innocente da parte della madre come "odio le mie gambe grasse" e un suo comportamento alimentare differente rispetto al resto della famiglia possono acquistare una certa importanza. Le figlie in particolar modo, guardano, ascoltano e imparano a utilizzare quello che hanno visto e sentito per migliorare le parti del loro corpo di cui non sono soddisfatte.



In altri casi l’influenza diventa molto più attiva e non è necessariamente limitata alle madri. Il desiderio della famiglia di avere una bambina "bella", che spesso sta semplicemente ad indicare "magra", condiziona fortemente il futuro alimentare della ragazza in questione.

Anche i mezzi di comunicazione di massa e la società in generale hanno un ruolo importante nel condizionare donne e ragazze ad essere belle, magre e in forma. Tuttavia, consapevoli dell’esistenza di messaggi più o meno espliciti provenienti dalla televisione e dai giornali, le madri svolgono un ruolo privilegiato per poter a loro volta modificare, modellare e correggere questi messaggi.

Da bambine, è un mito da adorare follemente; da adolescenti, un ostacolo fastidioso per la propria libertà; da adulte, un modello che si imita o si rifugge con lo stesso ardore: 'la mamma è sempre la mamma', dice il detto, e per quanto il rapporto con lei possa non essere stato idilliaco, da grandi arriverà un momento in cui ci si accorgerà di avere ereditato i suoi stessi atteggiamenti che, nel bene e nel male, evidenziano una biologica somiglianza.

È il rapporto amore-odio per eccellenza quello tra madre e figlia, un rapporto fatto di complicità e rivalità, ammirazione e rifiuto, sentimenti contrastanti che coesistono evolvendosi nel corso della vita. Insomma, non tutte abbiamo con la nostra madre (o figlia) un rapporto idilliaco.

Generalmente è il periodo dell’adolescenza quello più carico di tensioni, quello in cui la figlia da bambina si prepara a diventare donna e, possibilmente, una donna diversa dalla propria madre. Credo tutte noi, anche quelle con i rapporti più idilliaci, abbiamo pensato almeno una volta nella vita che il modello rappresentato da nostra madre fosse esattamente quello a cui mai avremmo aspirato.

E invece non abbiamo scampo perché, almeno dai 31 anni in poi, saremo destinate a diventare proprio come lei e a fare nostri i suoi atteggiamenti e le sue abitudini, affrontando la vita come farebbe lei. Ma perché proprio 30 anni? Perché l’età della ribellione è ormai lontana e la nostra identità di donna è già ben definita.



Questi, a grandi linee, sono i risultati di un sondaggio effettuato per la società britannica di giochi online Dotty Bingo, condotto su un campione di oltre 1000 donne. Andando più nello specifico, vediamo che il 24% delle donne intervistate ha confessato che con la propria madre condivide la passione per gli stessi programmi TV, mentre il 16% ha ereditato gli stessi hobby, il 15% le stesse espressioni nel parlare e il 9% i medesimi gusti in fatto di uomini.

Secondo il 27% delle partecipanti, questa rivalutazione della figura materna avviene in media a 31 anni o comunque in un lasso di tempo che va dai 30 ai 35, secondo quanto emerso dalle riposte del 52% delle intervistate. Solo il 5% ha dichiarato che il cambiamento è avvenuto in loro già a partire dai 20 anni, il 26% tra i 35 e i 40 anni e il 10% tra i 40 e i 50 anni.

Ma le figlie sono contente di diventare così simili alle proprie mamme? Per il 50% del campione la prospettiva è allettante, la mamma è un ideale da raggiungere, mentre per l’altra metà un vero incubo.




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martedì 18 agosto 2015

INNAMORARSI DI UNA FOTO

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Non riesco proprio a capire come si fa ad innamorarsi di una foto e dire pure che si vuole fare l'amore non conoscendo la persona. Questo accade sui social network non su chat di incontri.... per me è assurdo.

A volte qualcuno ci entra in testa, non si sa perché, capita addirittura con sconosciuti. Storie senza sostanza, fondate sul nulla. Eppure così vive dentro di noi. Ma innamorarsi non vuol dire avere una relazione. Significa muovere un sentimento dentro di sé. Così come succede quando una ragazzina si innamora del suo divo preferito. Il suo sentimento è considerato di poco conto, eppure ha la forza di un amore, anche se non può concretizzarsi e durare.
È possibile innamorarsi di una foto, di un’immagine. Non è raro che succeda sui social network. Sono sentimenti anche questi. Può succedere di innamorarsi di una persona molto lontana da noi come modo di essere. Perché innamorarsi è inaspettato e fuori da ogni logica. “A me non può accadere” si dice a volte e invece può, perché alla fine non ci conosciamo così bene come crediamo.
Cosa ci vuole quindi per innamorarsi? Molto poco. E non ha che fare con la persona amata ma con noi stessi. Con la nostra disponibilità a cambiare, lasciarci andare, partire, osare, rischiare. Con le nostre energie interiori, pronte ad iniziare di nuovo. Con la nostra creatività e capacità di lasciarci alle spalle esperienze sfruttate, dalle quali non sappiamo più prendere niente. Con la nostra possibilità di rinascere.

Comunicare attraverso la chat permette una protezione dell'anonimato. Proprio questo anonimato, o il celarsi dietro diversi nicknames (gli pseudonimi utilizzati per farsi riconoscere in chat), rappresenta uno degli aspetti più interessanti del fenomeno. La chat consente di giocare con la propria identità, di scegliere di mostrare solo gli aspetti della personalità ritenuti più interessanti.

Tutto ciò contribuisce al superamento illusorio delle barriere, soprattutto psicologiche, che frustrano la vita di relazione nella realtà. La timidezza, l'introversione, vengono superate grazie alla protezione offerta dal mezzo, la capacità di "socializzare" se ne avvantaggia notevolmente. La maggior parte dei "chattatori" dichiara di confidare sinceramente aspetti della propria vita privata e usa la chat come un mezzo che avvicina agli altri, una sorta di antidoto alla "alienazione". L'anonimato facilita l'apertura e il dialogo.



Di solito ci si svela lentamente, solo quando si sente che si può essere compresi; l'investimento affettivo, emozionale è possibile perché c'è distanza e quindi è un tentativo che si può fare a piccoli passi per vedere se funziona.

Vi sono precise differenze nell'approccio dei due sessi.
Le donne chattano per fare nuove amicizie, perché sono reduci da un'esperienza negativa, considerano la chat un luogo di "ascolto" dove le loro sofferenze, i loro bisogni vengono accolti in un modo veloce e "privato".

Gli uomini, per lo più, quando dall'altra parte del monitor c'è una donna, richiede foto, numero di telefono (frequenti sono stati i tentativi di deviare la conversazione su argomenti esplicitamente sessuali).

Assistiamo oggi all'esplosione del fenomeno degli "amori virtuali".
La relazione on line è percepita come più controllabile rispetto alla relazione reale. Le donne cercano qualcosa di più, rapporti più intensi e intimi e non è difficile ipotizzare, all'origine di questa ricerca, una profonda insoddisfazione.

Le "chattatrici", a differenza degli uomini, non manifestano un grande bisogno di incontrare personalmente il compagno virtuale.
Il partner in rete piace, all'inizio, per quello che dice e per come lo dice.

L'innamorato virtuale crede di sapere cosa l'altro pensa, ha la sensazione di aver saputo leggere tra le righe, di conoscere tutto della sua vita, del suo passato e del suo presente, ha la certezza di coglierne i desideri e le aspettative, pensa di saperne di più di chi gli vive accanto. Spesso una fotografia ricevuta via e-mail è sufficiente a convincersi di conoscere bene anche l'aspetto fisico dell'interlocutore.

Ci si innamora di un'idea, di un sogno, riempiendo le inevitabili caselle vuote dell'identità dell'altro con parti di sé proiettate. Si ha la sensazione di essere pronti a tutto, ma non a rinunciare all'idea che ci si è costruita dell'altro.

Spesso, con l'incontro nella realtà, arriva puntuale anche la grande delusione. L'illusione di essere coinvolti in un'interazione con l'altro, alimentata solo da pochi stimoli, facilmente fraintesi o oggetto di proiezione, può rivelarsi solo il preludio di un inevitabile fallimento.
La disillusione che si realizza nell'incontro reale con chi non corrisponde alle aspettative, riporta inesorabilmente alla propria irrisolta solitudine. Sul web avvengono indubbiamente "incontri", molto più raramente "relazioni". Un legame può consolidarsi nella realtà solo quando, e i casi sono rari, gli scambi virtuali trovano riscontro nel contatto reale tra due persone.

Non c'è stato un cambiamento nelle persone con l'avvento delle chat: queste hanno solo reso possibile esternare istanze psicologiche precedentemente soffocate. Con questo potente mezzo, certe proposte diventano legittime e viene superata la comune tendenza alla repressione degli istinti.

L'incontro con persone diverse dà vita a confronti e scambi culturali nel corso dei quali si possono approfondire interessi e tematiche di ogni tipo. Le comunità virtuali presenti in Internet possono supplire all'assenza di comunità reali, rendendo possibile, forse illusoriamente, il superamento della solitudine, la costruzione di appartenenze e di relazioni significative, la condivisione di interessi, valori, storie, il raggiungimento di un senso di vicinanza emotiva e di partecipazione ad una collettività.

La chat quindi può avere risvolti positivi, se utilizzata in modo consapevole.

Come ogni altra innovazione tecnologica, il web consente sotto molti aspetti, un miglioramento nella vita delle persone, ma allo stesso tempo rappresenta anche un elemento potenzialmente destabilizzante per chi non ne sappia usufruire in maniera adeguata.



Quando alla solitudine si aggiunge il peso della colpa per avere trascurato il partner o i familiari, dedicando il proprio tempo e le proprie energie al mondo virtuale, può innescarsi un circolo vizioso del tutto simile a quello dell'alcolista: bere per dimenticare i problemi, sentendosi poi peggio e provando ancora più intensamente il desiderio di bere. Le connessioni ad Internet possono farsi più frequenti e più lunghe, alla ricerca di un rimedio in grado di placare le sensazioni dolorose e di quell'eccitazione provata nel corso dell'ultima visita ad una chat room.
Tale dipendenza viene denominata IAD (Internet Addiction Disorder) e una nutrita bibliografia è ormai disponibile sull'argomento.

Naturalmente non tutte le persone che usano Internet ne diventano dipendenti. Il profilo del soggetto "a rischio" rivela una personalità caratterizzata da spiccata sensibilità, tendenza ad isolarsi e ad evitare di esporsi al contatto sociale. L'osservazione di casi di IAD avvalora l'ipotesi secondo la quale il rischio psicopatologico dell'uso della rete, deriva dalle caratteristiche stesse della comunicazione telematica che consentirebbero al soggetto predisposto di vivere una condizione di illusoria onnipotenza ("posso essere tutto ciò che desidero"). Improvvisamente è consentito vivere gli istinti più nascosti con la sensazione di rimanere al sicuro, si liberano parti di sé che potrebbero sfuggire al controllo.

L'utilizzo di più nicknames, le molteplici relazioni vissute contemporaneamente in chat, l'anonimato, possono procurare una frammentazione della percezione del sé. Si è invitati ad intraprendere una varietà di ruoli e a concedere solo frammenti di sé, il rischio è allontanarsi dal "vero sé" , quello che si è imparato a conoscere nella vita reale. Si crea una confusione nella distinzione tra reale e virtuale, e non si comprende più cosa fa parte realmente di sé e cosa è possibile sperimentare solo virtualmente. Inoltre, mancando una reale presenza fisica durante la comunicazione, è impossibile "vivere" messaggi non verbali e tutte quelle informazioni dell'altro che sono fondamentali nell'interazione tra due individui. L'uomo può essere compreso solamente in quanto "essere in relazione", diventa "Io" a contatto con un "Tu" e prende coscienza di se stesso solo in rapporto con l'altro. L'uso delle chat line può anche provocare un altro fenomeno: la percezione alterata del tempo. La comunicazione in chat è più lenta di quella verbale, ed è facile non accorgersi di rimanere collegati molto tempo.

Internet, in sostanza, non è da considerarsi strumento "pericoloso" in assoluto, ma può rivelare o amplificare problematiche psicologiche preesistenti. E' un fenomeno recente e come tale, necessita di studi approfonditi e continue ricerche. Gli eccessi, come sempre, si rivelano controproducenti. E' necessario avvicinarsi a questo potente mezzo di comunicazione con cautela, limitando il tempo trascorso on line, integrando esperienze di comunicazione reale al fine di sviluppare abilità emotive e sociali, ricercando dei filtri che possano allentare il senso di onnipotenza e di attrazione che Internet è in grado di generare, in modo da vivere appieno tutti gli indiscutibili vantaggi del virtuale e di conseguenza migliorare anche le relazioni reali.

Si assiste oggi sempre più ad un uso massiccio della realtà virtuale, internet infatti, ha rivoluzionato le regole della comunicazione, della seduzione, del contatto sociale.




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lunedì 3 agosto 2015

IL BACIO



In Italia siamo assolutamente poco originali. Mentre negli USA si vedono selfie, anche di celebrità, che si fotografano il sedere, che fanno casino, che stanno andando a lavoro, che mangiano, da soli o in compagnia. In Italia, nell 80 % dei casi, di selfie se ne vedono solo di due tipi: quello in ascensore, ma soprattutto il selfie del labbro a culo di gallina.

Lo definisco a culo di gallina perché non so neanche come poterlo descrivere; avete presente quando sporgete le labbra in avanti come per dare un bacio ma senza arricciare le labbra? Ecco così. Magari fatto uno o due volte va benissimo, può risultare anche simpatico ma il problema è che è diventato una sorta di moda senza senso.

In quella posizione le labbra appariranno più grandi e gonfie, ma fidatevi che non sembrerete assolutamente naturali. Se proprio necessitate di labbra più grandi fatevi delle iniezioni di acido ialuronico; la tecnologia è avanzata, non c’è più bisogno del silicone e almeno otterrete ciò che volete con un risultato finale meno fittizio.

Invece di immortalare sorrisi spontanei, genuini, invece di dare importanza allo sguardo in una foto più sexy oppure ai capelli, l’unica cosa che emerge sono queste labbra sporgenti,giganti, messe così.

Il selfie è un fenomeno pazzesco, sbizzarritevi con la creatività. Nei momenti di tristezza, di felicità, o di vanità usatelo come meglio potete per ottenere degli scatti originali.
Ricordate però che non sempre ciò che è di tendenza è bello da guardare. La bellezza sta in un sorriso, gli occhi spesso comunicano prima di ogni altra cosa, e io credo che anche un autoscatto possa essere un ottimo mezzo per comunicare ciò che vogliamo in questa nostra era multimediale.

La famosissima bocca “a culo di gallina” è stata ormai sdoganata da tutti, fashion blogger in cima. Mandare baci all’obbiettivo è certamente la cosa più facile da fare, ma il rischio di cadere nella categoria bimbominkia è altissimo, quindi meglio non esagerare con gli smack al vento. Prima di tutto accertatevi che il selfie ne valga la pena: magari aspettare il giorno in cui i capelli sono ok e il trucco anche? E poi buon divertimento: di certo non cambiano la vita, ma prendere tanti Like su un autoscatto fa bene all’umore e all’autostima!

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Il bacio è un importante fonte di contatto fisico fra due persone ed è per questo che assume diverse caratteristiche e significati a seconda del contesto, ed oggi è diventata in molte culture del mondo una comune forma di espressione di affetto, ma anche di amore, passione, amicizia, rispetto, un saluto, e molte altre ancora.

Esistono diverse opinioni e teorie riguardo alle possibili funzioni del bacio e ai suoi legami con la sfera emotiva e sociale umana, anche in seguito all'osservazione di comportamenti simili di altre specie animali. Attualmente si ritiene che il bacio abbia anche la funzione di cercare partner con sistema immunitario diverso dal proprio, al fine, in termini evolutivi di favorire il riassortimento genico e aumentare le probabilità di sopravvivenza della prole.

Esiste inoltre una scienza che studia il bacio nei suoi vari aspetti: la filematologia.

In alcuni Paesi europei, arabi e dell'America Latina, quando si incontrano amici, ci si scambiano due baci porgendosi a vicenda entrambe le guance; questa usanza è comune in tutta Italia. Il numero di baci può variare notevolmente: in Francia lo standard sono due o tre baci, ma spesso non è così: in alcune regioni si danno un bacio solo, oppure anche quattro o cinque (ma si registrano notevoli variazioni anche tra villaggi vicini). Nei Paesi Bassi se ne danno tre, come pure in Belgio (dove però è d'uso anche un solo bacio), in Svizzera e in Polonia. Il triplo bacio è tipico delle culture ortodosse, infatti è diffuso in Ucraina e Serbia, ma non in Romania, Bulgaria e Grecia. Nel Regno Unito, Scandinavia, Germania e anche alcune zone del nord Italia non viene praticato il bacio tra amici. In questo caso il bacio non ha dimostrazione di affetto, ma esclusivamente di saluto.

In Italia il bacio è diffuso come forma di saluto soprattutto tra parenti, in particolare tra coloro che non si vedono molto frequentemente. Generalmente ci si scambiano due baci. Il bacio singolo è invece più informale e viene usato quando ci si vede quotidianamente, soprattutto tra membri della stessa famiglia. Il bacio viene usato tra donne o tra uomini e donne, mentre tra uomini la forma di saluto più comune è la stretta di mano. Nel Sud il bacio è molto diffuso anche come forma di saluto tra amici e come forma di presentazione tra persone che si incontrano per la prima volta e viene scambiato anche tra uomini. Negli ultimi tempi, si assiste al diffondersi del bacio come forma di saluto tra i giovani, soprattutto tra ragazze, ma anche tra ragazzi.



In Russia un tempo era diffuso il bacio sulle labbra fra uomini; nei paesi europei nord-occidentali, invece, il bacio sulle guance non è molto utilizzato, specialmente fra gli uomini, tra i quali il minimo contatto fisico è visto con diffidenza.

Negli ambienti nobili e raffinati è stato sempre diffusissimo il "baciamano", consistente nello sfiorare appena con le labbra (di un uomo) il dorso della mano di una donna. Questo tipo di saluto è ancora abbastanza praticato in Polonia.

Quando durante il bacio come saluto, si vuole sottolineare l'affetto verso l'altra persona, allora invece di porgere solo le guance, si porgono le labbra in modo da baciare in pieno il viso dell'altra persona. Il bacio sulla guancia è infatti un grande segno d'affetto, e viene utilizzato fra amici e parenti quando si vuole dimostrare il bene che si vuole. Spesso è anche accompagnato da un abbraccio.

Anticamente il bacio sulla bocca non aveva una connotazione prevalentemente erotica, anzi era essenzialmente un simbolo di comunione fraterna, anche fra persone dello stesso sesso, un po' come lo è per noi la stretta di mano. L'esempio più famoso di bacio di fratellanza, anche nascondente un tradimento, è il bacio di Giuda, descritto nei Vangeli di Matteo e di Marco e che documenta la normalità di tale pratica. Nelle lettere di Paolo si trovano molti richiami al "bacio santo" tra persone che si incontrano, una pratica che anticamente nelle funzioni sostituiva il segno di pace della stretta di mano durante la celebrazione eucaristica.

Dante Alighieri è baciato da Virgilio nella Divina Commedia (Inf. VIII, 44) per rassicurarlo dopo un difficile episodio. Più o meno negli stessi anni Dino Compagni documentava la pace del Cardinal Latino a Firenze (1304) suggellata da baci sulla bocca dei capi delle fazioni avverse (Cronica delle cose occorrenti ne' tempi suoi, III, 4).

Non è chiaro quando questa usanza decadde. Ancora agli inizi del Novecento era normale per uno sposo baciare sulla bocca la madre della sposa il giorno del matrimonio (un esempio si vede nel film Rapacità di Erich von Stroheim).



I baci scambiati sulle guance non hanno in genere carica erotica: essa però si riscontra in pieno nel bacio alla francese. Questo tipo di bacio consiste nel leccare la lingua del partner con la propria e nello scambiarsi, quindi, emozioni che coinvolgono in maniera molto forte. Questo bacio è, di solito, accompagnato da uno scambio di morsi molto leggeri sulla bocca e sulle labbra, ed è quasi sempre scambiato ad occhi chiusi. Può arrivare a durare anche per molti minuti. Il bacio alla francese è un avvicinamento all'atto sessuale vero e proprio, ovvero uno dei cosiddetti preliminari, e spesso i più giovani iniziano a scoprire il sesso tramite questo tipo di bacio.

Un altro tipo di bacio di ambito sessuale è il bacio sul collo; esso, infatti, provoca un intenso eccitamento, e spesso, si trasforma nel cosiddetto "succhiotto" (termine di origine dialettale). Quest'ultimo consiste nell'aspirare con forza il collo dell'altra persona staccando poi le labbra d'improvviso in modo da far apparire una marcata macchia rossa che, se fatta bene, può durare anche per diversi giorni.

I baci poi, raggiungono la loro acme nel momento dei preliminari. Infatti da qui diventano un vero e proprio atto sessuale che può essere seguito da fellatio o da cunnilingus, oppure dall'atto sessuale vero e proprio.

Vatsyayana ritiene che una fanciulla debba praticare solo tre tipi di baci:
il bacio simbolico: quello di una fanciulla che sfiora le labbra del suo innamorato;
il bacio fremente: quello che una fanciulla dà toccando le labbra pressate contro le sue e muovendo il labbro inferiore;
il bacio a contatto: quello che una fanciulla dà al suo innamorato toccando le labbra con la sua lingua e facendolo, socchiude gli occhi e lascia le sue mani in quelle di lui.

Ecco una "promessa di bacio" della dea Venere, nelle Metamorfosi di Apuleio: «ab ipsa Venere septem savia suavia et unum blandientis appulsu linguae longe mellitum», cioè chi lo merita riceverà «da Venere in persona sette meravigliosi baci, e uno addolcito di molto dal tocco della sua lingua carezzevole»

Per evitare di scontrarsi col naso, di solito le persone quando si baciano piegano la testa. Spesso, per stare più comodi, uno dei due seduto sorregge l'altro fra le braccia ed il torace combinando così un bacio con un abbraccio. Colui che sorregge di solito ha un ruolo più attivo nel baciare l'altro. A questo proposito lo psicologo Onur Güntürkün ha pubblicato su Nature uno studio basato sull'osservazione di coppie che si baciano in pubblico in luoghi come aeroporti e parchi secondo il quale l'inclinazione della testa verso destra è più frequente che verso sinistra con un rapporto di 2:1. Güntürkün attribuisce questa asimmetria alle preferenze mostrate dai neonati per il lato destro.

Un dolore al collo o una contrattura muscolare (solitamente lo sternocleidomastoideo) può far assumere al capo tale inclinazione asimmetrica; questa posizione patologica è ironicamente definita Sindrome del baciatore.


In quello medievale, il bacio era utilizzato per suggellare il cosiddetto 'baciatico', cioè diritto della fidanzata a ricevere una donazione dal fidanzato.

La consuetudine deriva da un'analoga consuetudine romana, l'osculum interveniens, il bacio che interveniva a sancire il diritto della fidanzata a ricevere in donazione metà dei beni ricevuti in regalo, in caso di morte del fidanzato.

Il bacio di particolari oggetti secondo un preciso rituale è tipico di molte religioni e di alcuni cerimoniali legati a papi e imperatori.

Per esempio per i musulmani baciare la Pietra Nera alla Mecca è un elemento necessario del pellegrinaggio rituale (Haji), mentre gli ebrei baciano il Muro del pianto e oggetti sacri - come la Torah o il Siddur - durante la preghiera, gli Hindu baciano talvolta la terra nei templi e i cristiani (in particolar modo i cattolici e gli ortodossi), durante la liturgia del Venerdì Santo, baciano la croce in segno di adorazione del Cristo. Usanza in uso nel passato era baciare un oggetto liturgico, la pace, durante la celebrazione eucaristica.

I cristiani ortodossi hanno una lunga tradizione di praticare il bacio nelle loro cerimonie; tra loro è comune, quando si entra in chiesa, baciare le icone e le reliquie sacre. Alcuni baciano il calice dell'Eucaristia, altri baciano il bordo dei paramenti del prete al suo passaggio, e gli accoliti baciano la sua mano quando gli danno l'incensiere. I fedeli spesso si baciano reciprocamente prima di ricevere la Comunione.

Nel cerimoniale papale è tradizione baciare i piedi al Papa (l'anello dei cardinali e dei vescovi), una tradizione nata nell'impero bizantino ai tempi dell'Imperatrice Teodora come segno di estrema devozione al sovrano. Papa Giovanni Paolo II era solito baciare la terra appena arrivato in un nuovo Paese.

L'atto di baciare non è una pratica universale: una interessante storia del bacio ha scritto, nel secolo scorso, l'erudito e filologo danese Kristoffer Nyrop.

Il bacio, per metà del mondo, non è piacevole e talvolta può recare fastidio. In Cina il bacio è considerato poco igienico. In Giappone non si usa baciarsi in pubblico, perché può recare fastidio. Il bacio degli eschimesi è molto particolare: si strofinano le punte dei nasi, con labbra ed occhi chiusi. 

Esistono vari tipi di baci e per ciascuno di essi esiste una storia e un significato. Non possiamo infatti mettere a confronto il bacio accademico con il bacio di saluto, il bacio appassionato di due amanti con il bacio di Giuda.



Eppure, tutti questi baci hanno qualcosa in comune, ovvero il gesto di avvicinare le labbra e di emettere un caratteristico rumore, che nel linguaggio onomatopeico utilizzato nei fumetti è rappresentato con uno “smack”.

Il bacio può essere dato sulle labbra, sulle guance, su un anello, sui genitali o in qualsiasi altra parte del corpo; può essere dato ma non ricevuto, oppure dato e ricevuto nello stesso tempo; può essere “asciutto” o “bagnato” se vi è o meno presenza di saliva.

Cosa significa un bacio? Di tutto: può significare affetto, amicizia, amore, attrazione sessuale, ma anche adorazione, rispetto, accordo, obbedienza, superiorità, inferiorità, ammirazione. In alcune circostanze un bacio può perfino essere un insulto.

Il bacio ha avuto, in senso evolutivo, lo scopo di rafforzare i legami sociali, le relazioni personali e politiche all’interno dei gruppi.

Il bacio è molto diffuso in tutto il mondo, ma assume dei significati differenti, a seconda dei contesti culturali nei quali viene praticato. Lo studioso danese Kristoffer Nyrop (1858-1931) ad esempio ha descritto i comportamenti di alcune tribù finniche i cui membri, uomini e donne, usavano fare il bagno nudi insieme, ma consideravano il baciarsi una cosa indecente. Nel 1897 l’antropologo francese Paul d’Enjoy descrisse invece il comportamento delle popolazioni cinesi, che consideravano il baciarsi in bocca una pratica orrenda, simile al cannibalismo. In alcune aree della Cina, nonostante i radicali mutamenti culturali, questo tabù permane e solo nelle grandi metropoli cinesi è oggi possibile scambiarsi delle effusioni e dei baci, cosa che fino a pochi anni fa era assolutamente proibita. Altre popolazioni non usano il bacio, o presentano modi diversi di comunicarsi affetto e tenerezza, fra essi ricordialo lo sfregarsi il naso degli Esquimesi o i vari comportamenti intimi di gruppi etnici dell’Africa e dell’Oceania.

Negli anni sessanta lo studioso britannico Desmond Morris pensò di aver individuato la filogenesi del bacio dopo aver osservato, fra i primati, delle madri che masticavano il cibo, per poi nutrire bocca a bocca i piccoli. E’ possibile, secondo Morris, che anche gli antenati degli esseri umani abbiano utilizzato tale modalità per nutrire i piccoli e che la pressione delle labbra sulle labbra, sia stata poi utilizzata dalle madri per placare la richiesta di cibo nei periodi di carestia.

Nelle altre specie animali invece è difficile osservare il comportamento del bacio sebbene questi animali siano capaci di esprimere la tenerezza in altro modo e siano perfettamente capaci di compiere atti sessuali senza questo genere di preliminari.

Secondo l’etologo Irenäus Eibl-Eibesfeldt (1970) almeno un decimo del genere umano non usa il comportamento del bacio. Da stime più recenti, sembra che oltre 650 milioni di esseri umani non si bacino mai sulle labbra.

Questo non riguarda certo la nostra cultura: basti pensare che gli antichi cristiani usavano scambiarsi il bacio come segno di pace, di fratellanza e di unione in Cristo. In seguito si cercò di evitare il bacio fra persone di sesso opposto ed i Protestanti lo abolirono completamente. Non a caso oggi in Chiesa il gesto della pace che viene richiesto di scambiarsi fra fedeli è una semplice stretta di mano.

In molte società gli uomini si baciano fra di loro mentre in altre questa pratica è considerata un vero tabù. Per citare un esempio, quando Thomas Coryate, esperto cortigiano, visitò Venezia nel 1608, rimase molto colpito da questa “straordinaria usanza” di due conoscenti di sesso maschile che si scambiavano baci al momento di salutarsi. Il cortigiano affermò di non aver mai visto prima nulla del genere, né di averne letto o sentito parlare da nessuno. Ancora oggi in Italia e in altri Paesi latini gli uomini possono baciarsi tra loro in segno di saluto, o anche di affetto, senza per questo essere considerati degli omosessuali.

Ma il bacio, oltre che un gesto di saluto, di affetto o di tenerezza, ha anche un significato erotico molto importante. Freud considerava il bacio erotico come un tentativo di ritornare alla sicurezza del seno materno. Un bacio infatti è il primo gesto importante di fiducia, di confidenza, di disponibilità in una coppia: il fatto di poter riprovare uno dei primissimi piaceri dell’infanzia accresce la sensazione di intimità, scarica le tensioni muscolari, provoca un forte coinvolgimento durante l’atto sessuale ed aiuta a “lasciarsi andare”.


Anche molto prima di Freud comunque le labbra venivano considerate una zona erogena. Un bacio in questa area del viso infatti può suscitare delle reazioni e delle emozioni molto intense. Le donne più degli uomini considerano il momento del bacio particolarmente erotico, mentre per molti uomini esso non è altro che un preliminare all’atto sessuale.

Il bacio erotico non necessariamente deve essere particolarmente profondo e potrebbe riguardare, oltre alla bocca, anche altre parti del corpo molto sensibili, come ad esempio le orecchie, la nuca, il collo: zone tutte riccamente innervate di terminazioni nervose e dunque particolarmente sensibili.

Baciando una persona si entra in contatto con una serie di sostanze odorose e organiche e dunque è molto importante che i due partners curino l’igiene, per quanto riguarda la pulizia dei denti, l’odore dell’alito, la pulizia del collo e delle orecchie. E’ consigliabile inoltre fare attenzione alla dieta: meglio evitare di mangiare aglio, cipolla o altre specialità esotiche troppo piccanti prima di dare un bacio, se non si vuole disgustare il/la partner con un alito pesante quanto sgradevole e imbarazzante.

I tipi di baci conosciuti sono circa una trentina: da quello ‘aspirapolvere’ che toglie il respiro, a quello bagnato che si pratica dopo essersi passati la lingua sulle labbra, a quello ‘lip-o suction’, dove si bacia il labbro inferiore dell’altro, mentre il partner bacia quello superiore, per poi scambiarsi le posizioni…

Quando due persone si baciano, specie quando lo fanno per la prima volta, provano un’emozione intensa, che mette in moto mille meccanismi : si risvegliano i sensi, il desiderio, la sudorazione, la pressione, il battito cardiaco e si calcola che in un minuto vengano bruciate circa 6 calorie, grazie all’accelerazione del ritmo cardiaco ed all’utilizzo simultaneo di circa 35 muscoli del viso.

Non esiste un modo ‘giusto’ di baciare e gli adolescenti dovrebbero tranquillizzarsi sul fatto che l’unico modo per imparare a baciare è attraverso la pratica, cercando di lasciarsi andare il più possibile, di chiudere gli occhi e di adattarsi ai ritmi dell’altro.

In genere tutte le storie romantiche iniziano con un bacio: è un rito di passaggio importante che segna l’ingresso nell’età adulta e per questo è difficile che una persona possa dimenticare il suo primo bacio. Oggi l’età del primo bacio si è abbassata: ormai a tredici anni buona parte dei ragazzi ha già sperimentato il ‘bacio alla francese’, che consiste nella profonda esplorazione della bocca dell’altro, con la lingua.

Last, but not least, ci sembra giusto ricordare che il bacio può causare anche qualche problema non grave alla salute, ad esempio quando lo scambio di saliva può far contrarre il virus dell’ influenza, mal di gola, tosse, tonsillite, ecc. in seguito ad un bacio con una persona influenzata. Vi è poi la mononucleosi (detta anche “malattia del bacio”), una malattia febbrile causata dal virus di Epstein-Barr (EBV), appartenente alla famiglia degli Herpes Virus, che causa un aumento dei globuli bianchi, in particolare delle cellule mononucleate. Questa patologia può essere contratta in qualsiasi ambiente affollato, dato che è estremamente contagiosa, ma poiché il contatto avviene tramite la saliva, si trasmette in particolar modo attraverso i baci. Il periodo di incubazione varia fra 30 e 50 giorni, può produrre stanchezza, ingrossamento dei linfonodi, febbre, irritazione alla gola. La malattia del bacio è molto diffusa nei paesi occidentali nella popolazione di età compresa tra i 14 e i 18-20 anni e non presenta rischi per la salute: normalmente l’infezione si risolve da sola in modo benigno entro due mesi.

Il bacio inoltre non è una pratica a rischio HIV, almeno per quanto se ne sa al momento, anche se dopo un bacio molto profondo, con morsi e in presenza di lesioni in entrambe le bocche, sarebbe consigliabile parlarne con un infettivologo.








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