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mercoledì 6 luglio 2016

LA LINGUA DEI SEGNI

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La comunicazione visiva dei sordi è nota sin dall'antichità, anche se le notizie su quello che allora veniva chiamato linguaggio mimico o dei gesti sono molto frammentarie. Il primo a descrivere nei suoi scritti in modo più sistematico la lingua dei segni usata dai suoi studenti sordi è l'educatore e fondatore della Scuola di Parigi per sordi, l'Abbè de L'Epèe, che, nella seconda metà del 1700, decide di utilizzare questa forma di comunicazione per insegnare la lingua scritta e parlata aggiungendo dei segni da lui creati corrispondenti ad elementi grammaticali e sintattici della lingua francese.

Sicard, successore di L'Epèe, è stato un grande studioso della lingua dei segni e in generale tra gli illuministi francesi, nello stesso periodo, si può riscontrare un interesse per i diversi aspetti della comunicazione umana. Lo statunitense Thomas Hopkins Gallaudet, affascinato dall'opera di Sicard, si reca in Francia e dopo un anno di tirocinio presso l'istituto dei sordi di Parigi, decide di ritornare in patria nel 1816. Nel viaggio di ritorno in nave durato un anno impara la lingua dei segni francese (LSF) da un educatore sordo dell'istituto che porta con sé, Laurent Clerc. Gallaudet ha portato negli Stati Uniti la lingua dei segni francese, che si diffonde grazie alla nascita di istituti per sordi, a partire dalla prima scuola a Hartford, nel Connecticut. La LSF, combinandosi con dei segni allora in uso presso la popolazione locale, ha dato origine alla lingua dei segni americana (ASL) e le somiglianze tra le due lingue sono ancora oggi significative. Gallaudet è famoso, inoltre, per aver fondato la prima università al mondo per sordi.

Anche in Italia esiste e viene usata una lingua dei segni tra i sordi: esistono testimonianze al riguardo di educatori sordi della prima metà dell'Ottocento. Ma il Congresso di Milano del 1880 e la svolta rigidamente oralista che ad esso si accompagna impedisce che questa forma di comunicazione abbia un'ampia diffusione soprattutto in ambito educativo: proibita nelle classi si diffonde nei corridoi con un conseguente impoverimento linguistico e una conseguente mancanza di consapevolezza che la lingua dei segni italiana costituisca la lingua madre dei sordi, non inferiore alla lingua degli udenti. In tutti i paesi, comunque, la lingua dei segni inizia ad essere studiata da un punto di vista linguistico solo a partire dagli anni sessanta.
William Stokoe, un ricercatore americano, fu il primo a dimostrare che questa forma di comunicazione non è una semplice mimica, ma una vera lingua, con un suo lessico e una sua grammatica, in grado di esprimere qualsiasi messaggio.

La lingua dei segni è una lingua che veicola i propri significati attraverso un sistema codificato di segni delle mani, espressioni del viso e movimenti del corpo. È utilizzata dalle comunità dei segnanti a cui appartengono in maggioranza persone sorde. È una comunicazione che contiene aspetti verbali (i segni) e aspetti non verbali (le espressioni sovrasegmentali di intonazione per esempio) come tutte le lingue parlate o dei segni.

La comunicazione avviene producendo quelli che a un profano possono sembrare dei banali gesti, ma che sono in realtà precisi segni compiuti con una o entrambe le mani, che, a differenza di quelli percepibili nell'ordinaria gestualità, hanno uno specifico significato, codificato e assodato, come avviene per le parole. A ognuno di essi è assegnato un significato, o più significati. Le lingue dei segni sfruttano il canale visivo-gestuale, perciò il messaggio viene espresso con il corpo e percepito con la vista.

Le lingue dei segni sono afferenti alle comunità dei sordi sparse su tutto il mondo: a diverse nazioni corrispondono diversi sistemi di segni, e quindi una diversa lingua.

È da sottolineare poi che, al pari di quanto avviene con le lingue ordinarie, le lingue dei segni possono presentare, all'interno dello stesso paese, leggere varianti regionali e, in certi casi, perfino all'interno di una stessa città tra circoli di diversi istituti come l'Ente Nazionale Sordi e delle sue varianti dialettali.

La lingua dei segni italiana è una vera lingua dal punto di vista sociologico, in quanto espressione di una comunità: la comunità dei sordi italiani. È anche una vera lingua con una sua struttura e sintassi: questa è spesso differente dall'italiano ma può avere incredibili similitudini con altre lingue orali. I verbi ad esempio non si coniugano in base al tempo, ma devono concordare sia con il soggetto (come in italiano) sia con l'oggetto dell'azione, come avviene in basco. Esistono forme pronominali numeriche per indicare "noi due, voi due" (come il duale del greco antico) e addirittura "noi cinque, voi quattro, loro tre". La concordanza di verbi, aggettivi e nomi non è basata sul genere (maschile e femminile come in italiano) ma sulla posizione nello spazio in cui il segno viene realizzato. Esistono diverse forme per il plurale "normale" e il plurale distributivo, distinzione sconosciute alle lingue europee, ma note in lingue oceaniche. Il tono della voce è sostituito dall'espressione del viso: c'è un'espressione per le domande dirette («Vieni?», «studi matematica?») una per domande complesse («quando vieni?», «cosa studi?», «Perché piangi?») una per gli imperativi («Vieni!», «Studia!») e altre per indicare le frasi relative («il libro che ho comprato, la ragazza con cui parlavi»).

Il segno di ogni lingua dei segni può essere scomposto in 4 componenti essenziali:
movimento,
orientamento,
configurazione,
luogo
(ossia le quattro componenti manuali del segno)

e 3 componenti non manuali:

espressione facciale,
postura e
componenti orali.
Di quest'ultimo elemento, le componenti orali, poiché rappresentate solo talvolta da labializzazione simile al parlato, si ritiene che non appartengano propriamente alla lingua dei segni se non per aspetti secondari laddove il segno sia identificabile e pienamente intelligibile grazie alle altre componenti.

Si tratta dunque di un apporto delle lingue orali la cui influenza sulle lingue dei segni si manifesta a causa di una educazione oppressiva che non permise, e talvolta anche oggi non permette, l'uso naturale della lingua dei segni ai sordi con evidenti finalità di 'integrazione' (forzata e a senso unico): molti sordi ad esempio usano segnare il verbo in ultima posizione (es: bambino mamma lui-le-parla) quando comunicano in Lis, tuttavia nelle traduzioni televisive il verbo viene spesso messo in seconda posizione ad imitazione dell'italiano.

Un altro evidente sintomo della pervicace ricerca di 'integrazione' è la pseudo-lingua detta "Italiano Segnato", ovvero l'uso dei segni con struttura grammaticale della lingua italiana oppure, ancora, il ricorso all'alfabeto manuale (dattilologia) quando il segnante manchi, il cherema corrisponde al fonema delle lingue parlate. Si può in questo caso parlare di coppie minime facendo riferimento a due segni che differiscono soltanto di una delle componenti essenziali. Alcune funzioni grammaticali vengono espletate dalle espressioni facciali come ad esempio la forma interrogativa. È possibile, tuttavia, con un solo segno che incorpora più elementi rappresentare intere frasi o loro parti consistenti e significative; esistono perciò segni particolari – come per esempio i cosiddetti classificatori – che svolgono più funzioni.

È importante non far confusione tra termini apparentemente equivalenti come "la lingua dei segni" e "il linguaggio dei segni". Questo perché il termine "linguaggio", almeno secondo il De Mauro Paravia, indica genericamente la capacità innata degli esseri umani di comunicare tra di loro in una (o più di una) lingua, indipendentemente dal fatto che si usi la voce o il corpo per veicolare tale lingua. Il termine "lingua" designa quindi un sottoinsieme ben specifico dei vari "linguaggi".

Le persone sorde non comunicano semplicemente con i gesti: usano un linguaggio complesso con una grammatica altrettanto complessa, che può esprimere ogni genere di concetto, da quelli concreti a quelli altamente astratti. Per questo il linguaggio dei segni non è universale: ogni comunità di sordi ha la sua lingua, radicata nella cultura in cui si è sviluppata. All'ISTC la Sign Language and Deaf Studies Research Unit (SLDS), all'interno del Language and Communication Across Modalities Laboratory (LaCAM), ha una tradizione molto lunga nello studio del linguaggio dei segni, in particolare della Lingua dei Segni Italiana (LIS).

Oggi un tema di ricerca centrale è infatti lo studio delle peculiarità delle lingue dei segni rispetto alle lingue parlate. In questo contesto, seguendo il modello semiologico sviluppato dal ricercatore francese Christian Cuxac, il gruppo SLDS studia le strutture utilizzate nella Lingua dei Segni Italiana per descrivere eventi, oggetti, concetti. Molto importante è la componente "faccia-a-faccia", che ha conferito una certa iconicità ad alcuni segni della LIS: ad esempio il segno "tavolo" è eseguito a mano aperta, con un movimento che sembra indicarne la superficie. Questo avviene in generale in tutte le lingue dei segni, perché manca un adeguato sistema di scrittura che traduca i segni in simboli. Probabilmente è proprio la mancanza di una lingua scritta completa che spesso impedisce ai sordi di imparare a scrivere correttamente.

Per questo, a partire dal 2005, il gruppo SLDS ha iniziato a sperimentare l'uso di una lingua dei segni scritta, in modo da comporre testi in LIS e trascrivere i dialoghi tra segnanti ripresi in vari video. Questi esperimenti mostrano che i testi scritti in LIS facilitano un confronto con i testi scritti in italiano, favorendone così anche l'apprendimento.
Numerosi sia all’estero sia in Italia sono i festival dedicati al teatro e alla poesia in segni: attraverso queste produzioni artistiche le persone sorde ci forniscono una testimonianza importante riguardo alle esperienze legate alla sordità.

In situazioni molto particolari la lingua dei segni può essere condivisa da un alto numero di persone sorde e udenti. È stato variamente documentato il caso riguardante l’isola di Martha’s Vineyard, negli Stati Uniti, dove nell’Ottocento il gran numero di persone sorde, dovuto al diffondersi della sordità congenita, creò le condizioni per una loro forte integrazione nella società più ampia e per la diffusione della lingua dei segni tra gli udenti. Attualmente è stata studiata una situazione in qualche modo analoga nella regione del Negev in Israele. Si tratta di una piccola comunità di persone discendenti da un nucleo ristretto di famiglie fondatrici e stanziatesi da circa duecento anni in questa regione. In questa comunità la sordità è diffusa in misura nettamente superiore rispetto al tasso medio della maggior parte dei Paesi occidentali a causa della presenza di una predisposizione genetica e di matrimoni tra consanguinei. Al momento attuale il numero dei sordi è intorno alle 150 persone su una popolazione di circa 3500 individui. La presenza di un così vasto numero di persone sorde ha fatto sì che la diffusione della lingua dei segni (Al Sayyid bedouin sign language) coinvolgesse anche un ampio numero di persone udenti (Sandler, Meir, Padden et al. 2005). Situazioni simili a queste, in cui la lingua dei segni sembra venir adottata da tutta la comunità, sono state osservate anche nell’isola di Bali, in Ghana e in Messico. In questi casi le barriere tra sordi e udenti sembrano cadere: essere sordi non costituisce più un ostacolo all’integrazione nel momento in cui la lingua dei segni viene condivisa anche da un vasto numero di persone udenti le quali, evidentemente, contribuiscono alla sua standardizzazione e al suo progressivo consolidamento.



Negli ultimi vent’anni l’interesse nei confronti della Lingua dei segni italiana è andato crescendo in maniera esponenziale, non solo tra i sordi ma anche tra gli udenti, nel mondo della ricerca e in ambito educativo e sociale, diffondendosi in tutta Italia. Sono stati indagati nuovi aspetti della LIS e sperimentati nuovi contesti applicativi, sono stati organizzati numerosissimi convegni, incontri, seminari in ambito sia linguistico sia educativo.

L’interesse per la ricerca sulla lingua dei segni ha innescato una serie di importanti cambiamenti anche nella società. L’Ente nazionale dei sordi (ENS) ha attivato corsi di LIS su quasi tutto il territorio nazionale. In diverse parti d’Italia sono nate numerose associazioni e cooperative per la diffusione della LIS. Alcuni telegiornali vengono tradotti in LIS e interpreti LIS sono spesso attivi nel corso di manifestazioni pubbliche. Ma soprattutto la LIS ha cominciato a entrare in alcune scuole e a essere oggetto di corsi di insegnamento o di tesi di laurea e/o di dottorato all’interno delle università in varie città italiane.

Studi condotti sull’acquisizione di diverse lingue dei segni (Caselli, Maragna, Volterra 2006; Directions in sign language acquisition, 2002; Advances in the sign language development of deaf children, 2005) hanno mostrato che se un bambino sordo o udente viene esposto a una lingua dei segni la imparerà seguendo tempi e ritmi analoghi a quelli con cui i bambini udenti acquisiscono una lingua vocale. Verso un anno produrrà i primi segni, poco prima dei due anni le combinazioni di due segni, e negli anni successivi imparerà a padroneggiare la grammatica e la sintassi. Come avviene nell’acquisizione delle lingue parlate, i bambini esposti a una lingua dei segni attraversano stadi di sviluppo caratterizzati in una prima fase da omissioni di forme morfologiche, in una seconda fase da una loro produzione semplificata o parziale e infine da una graduale acquisizione che può protrarsi anche oltre i 5 anni. Alcuni ricercatori ritengono che l’uso dei segni nei primi due anni di vita possa facilitare e accelerare l’acquisizione della lingua vocale e in alcuni Paesi (soprattutto Gran Bretagna e Stati Uniti) si stanno diffondendo e vengono pubblicizzati sulla rete corsi di baby signs per genitori udenti con neonati udenti.

Ma i bambini sordi che imparano una lingua dei segni fin dalla nascita sono una minoranza, di fatto solo la piccola percentuale che ha genitori sordi (dal 3 al 7%), mentre i bambini sordi con genitori udenti vengono in contatto con altri bambini o adulti segnanti a età e in circostanze diverse.

Veicolo fondamentale di diffusione e di apprendimento sono, a tutt’oggi, le scuole in cui si trovano insieme più bambini sordi, e dove gli insegnanti e gli interpreti adoperano fluentemente una lingua dei segni. Persone sorde che non hanno occasione di imparare la lingua dei segni da bambini possono apprenderla più tardi nell’adolescenza o in età adulta, frequentando associazioni, circoli o club dove le persone sorde si ritrovano e comunicano in segni tra loro. In alcuni casi si iscrivono anche a corsi di lingua dei segni frequentati in maggioranza da persone udenti.

Indipendentemente dall’età alla quale hanno acquisito la lingua dei segni la maggior parte delle persone sorde vive in una condizione di bilinguismo e utilizza infatti, con maggiore o minore competenza, almeno due lingue: la lingua scritta e parlata dell’area geografica in cui abita e la lingua dei segni utilizzata dalla comunità dei sordi in quello stesso Paese. François Gros;jean (2007), uno dei massimi studiosi del bilinguismo, ha sostenuto che bisogna assicurare ai bambini sordi il diritto a crescere bilingui e che soltanto in questo modo essi potranno raggiungere una competenza completa in ambito cognitivo, comunicativo e sociale.

La ricerca sulle lingue dei segni e la scoperta delle loro peculiari caratteristiche linguistiche hanno rafforzato l’idea che queste lingue possano e debbano venir utilizzate a fini educativi. Attualmente in molti Paesi europei (in particolare Danimarca, Francia, Spagna, Svezia) ed extraeuropei (Stati Uniti e Paesi dell’America Latina) si è andato affermando un modello di educazione bilingue. Sotto questa stessa denominazione possono però celarsi realtà molto diverse nella realizzazione pratica per quanto riguarda sia gli alunni, gli insegnanti e gli operatori coinvolti, sia la lingua adottata. Esistono scuole frequentate solo da bambini sordi, scuole aperte ai bambini sordi e udenti che frequentano le stesse classi, situazioni miste in cui si prevedono momenti di insegnamento congiunto e momenti di insegnamento separato. Esistono scuole con docenti segnanti, sordi e udenti, che propongono il curriculum scolastico direttamente in lingua dei segni, scuole che si avvalgono della presenza di un interprete che traduce in lingua dei segni quanto viene proposto in lingua orale, docenti udenti che utilizzano prevalentemente la lingua parlata, assistiti da operatori, sordi o udenti, che utilizzano la lingua dei segni.

Anche in Italia la situazione è molto diversificata e cambia da regione a regione. Come previsto dalla l. 5 febbr. 1992 n. 104, art. 13, 3° co., le famiglie possono richiedere, dal nido alla scuola superiore, un assistente alla comunicazione per il proprio figlio sordo, che conosca e usi la LIS. Nel nido o nella scuola materna e nei primi anni della scuola elementare, l’operatore è spesso un educatore o educatrice sorda che ha seguito corsi appositi di formazione; dal secondo ciclo elementare alla scuola superiore è in genere un assistente alla comunicazione udente che, in caso di necessità, può fungere da interprete.

Nelle università è lo studente stesso che richiede l’interprete LIS se lo ritiene necessario (l. 5 febbr. 1992 n. 104, art. 13, 1° co., lett. d).

In genere un solo alunno sordo è inserito in una classe di udenti e in questi casi l’unico input in LIS viene dall’assistente alla comunicazione, che talvolta organizza corsi di LIS come lingua straniera per gli alunni udenti della classe. Queste esperienze hanno dimostrato che l’apprendimento della lingua dei segni può potenziare le abilità di attenzione e discriminazione visiva anche nei bambini udenti.

Esistono solo pochissime scuole sul territorio nazionale dove viene adottato esplicitamente un modello di educazione bilingue italiano/LIS e che coinvolge non solo alunni sordi ma anche e soprattutto udenti offrendo pari opportunità nell’accesso scolastico.

Il modello di educazione proposto è per molti aspetti analogo così come sono simili alcuni principi guida cui entrambe le esperienze si ispirano, ma la tradizione da cui nascono, le dimensioni e il numero di alunni, hanno determinato un’organizzazione in parte differente e hanno contribuito a caratterizzare in modo diverso le due realtà (Una scuola, due lingue, 2003; Russo Cardona, Volterra 2007).

La lingua dei segni può divenire un mezzo fondamentale di istruzione in una società che la accetti, le riconosca la dignità di lingua e, di conseguenza, la rispetti e la tuteli alla pari di altre lingue minoritarie, eventualmente incoraggiando le persone udenti a impararla così come si apprende una lingua straniera.

Già nel 1988 il Parlamento europeo si è espresso in favore di un riconoscimento delle varie lingue dei segni nazionali incoraggiando la creazione di corsi di insegnamento e di servizi di interpretariato, come la diffusione di programmi televisivi e la stesura di dizionari. Più recentemente, il 13 dicembre 2006, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità che è stata sottoscritta per l’Italia il 30 marzo 2007 dal ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero. In alcuni articoli significativi di questa Convenzione (artt. 2, 9, 21, 24 e 30) si parla esplicitamente di riconoscere e facilitare l’uso della lingua dei segni anche attraverso l’assistenza di interpreti professionisti, di agevolare il suo apprendimento e di promuovere e sostenere la specifica identità culturale e linguistica delle persone sorde (Maragna, Marziale 2008). Queste raccomandazioni sono state già attuate nel corso degli anni in diversi Paesi e in tal modo la lingua dei segni è stata riconosciuta come lingua minoritaria.



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lunedì 3 agosto 2015

IL BACIO



In Italia siamo assolutamente poco originali. Mentre negli USA si vedono selfie, anche di celebrità, che si fotografano il sedere, che fanno casino, che stanno andando a lavoro, che mangiano, da soli o in compagnia. In Italia, nell 80 % dei casi, di selfie se ne vedono solo di due tipi: quello in ascensore, ma soprattutto il selfie del labbro a culo di gallina.

Lo definisco a culo di gallina perché non so neanche come poterlo descrivere; avete presente quando sporgete le labbra in avanti come per dare un bacio ma senza arricciare le labbra? Ecco così. Magari fatto uno o due volte va benissimo, può risultare anche simpatico ma il problema è che è diventato una sorta di moda senza senso.

In quella posizione le labbra appariranno più grandi e gonfie, ma fidatevi che non sembrerete assolutamente naturali. Se proprio necessitate di labbra più grandi fatevi delle iniezioni di acido ialuronico; la tecnologia è avanzata, non c’è più bisogno del silicone e almeno otterrete ciò che volete con un risultato finale meno fittizio.

Invece di immortalare sorrisi spontanei, genuini, invece di dare importanza allo sguardo in una foto più sexy oppure ai capelli, l’unica cosa che emerge sono queste labbra sporgenti,giganti, messe così.

Il selfie è un fenomeno pazzesco, sbizzarritevi con la creatività. Nei momenti di tristezza, di felicità, o di vanità usatelo come meglio potete per ottenere degli scatti originali.
Ricordate però che non sempre ciò che è di tendenza è bello da guardare. La bellezza sta in un sorriso, gli occhi spesso comunicano prima di ogni altra cosa, e io credo che anche un autoscatto possa essere un ottimo mezzo per comunicare ciò che vogliamo in questa nostra era multimediale.

La famosissima bocca “a culo di gallina” è stata ormai sdoganata da tutti, fashion blogger in cima. Mandare baci all’obbiettivo è certamente la cosa più facile da fare, ma il rischio di cadere nella categoria bimbominkia è altissimo, quindi meglio non esagerare con gli smack al vento. Prima di tutto accertatevi che il selfie ne valga la pena: magari aspettare il giorno in cui i capelli sono ok e il trucco anche? E poi buon divertimento: di certo non cambiano la vita, ma prendere tanti Like su un autoscatto fa bene all’umore e all’autostima!

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Il bacio è un importante fonte di contatto fisico fra due persone ed è per questo che assume diverse caratteristiche e significati a seconda del contesto, ed oggi è diventata in molte culture del mondo una comune forma di espressione di affetto, ma anche di amore, passione, amicizia, rispetto, un saluto, e molte altre ancora.

Esistono diverse opinioni e teorie riguardo alle possibili funzioni del bacio e ai suoi legami con la sfera emotiva e sociale umana, anche in seguito all'osservazione di comportamenti simili di altre specie animali. Attualmente si ritiene che il bacio abbia anche la funzione di cercare partner con sistema immunitario diverso dal proprio, al fine, in termini evolutivi di favorire il riassortimento genico e aumentare le probabilità di sopravvivenza della prole.

Esiste inoltre una scienza che studia il bacio nei suoi vari aspetti: la filematologia.

In alcuni Paesi europei, arabi e dell'America Latina, quando si incontrano amici, ci si scambiano due baci porgendosi a vicenda entrambe le guance; questa usanza è comune in tutta Italia. Il numero di baci può variare notevolmente: in Francia lo standard sono due o tre baci, ma spesso non è così: in alcune regioni si danno un bacio solo, oppure anche quattro o cinque (ma si registrano notevoli variazioni anche tra villaggi vicini). Nei Paesi Bassi se ne danno tre, come pure in Belgio (dove però è d'uso anche un solo bacio), in Svizzera e in Polonia. Il triplo bacio è tipico delle culture ortodosse, infatti è diffuso in Ucraina e Serbia, ma non in Romania, Bulgaria e Grecia. Nel Regno Unito, Scandinavia, Germania e anche alcune zone del nord Italia non viene praticato il bacio tra amici. In questo caso il bacio non ha dimostrazione di affetto, ma esclusivamente di saluto.

In Italia il bacio è diffuso come forma di saluto soprattutto tra parenti, in particolare tra coloro che non si vedono molto frequentemente. Generalmente ci si scambiano due baci. Il bacio singolo è invece più informale e viene usato quando ci si vede quotidianamente, soprattutto tra membri della stessa famiglia. Il bacio viene usato tra donne o tra uomini e donne, mentre tra uomini la forma di saluto più comune è la stretta di mano. Nel Sud il bacio è molto diffuso anche come forma di saluto tra amici e come forma di presentazione tra persone che si incontrano per la prima volta e viene scambiato anche tra uomini. Negli ultimi tempi, si assiste al diffondersi del bacio come forma di saluto tra i giovani, soprattutto tra ragazze, ma anche tra ragazzi.



In Russia un tempo era diffuso il bacio sulle labbra fra uomini; nei paesi europei nord-occidentali, invece, il bacio sulle guance non è molto utilizzato, specialmente fra gli uomini, tra i quali il minimo contatto fisico è visto con diffidenza.

Negli ambienti nobili e raffinati è stato sempre diffusissimo il "baciamano", consistente nello sfiorare appena con le labbra (di un uomo) il dorso della mano di una donna. Questo tipo di saluto è ancora abbastanza praticato in Polonia.

Quando durante il bacio come saluto, si vuole sottolineare l'affetto verso l'altra persona, allora invece di porgere solo le guance, si porgono le labbra in modo da baciare in pieno il viso dell'altra persona. Il bacio sulla guancia è infatti un grande segno d'affetto, e viene utilizzato fra amici e parenti quando si vuole dimostrare il bene che si vuole. Spesso è anche accompagnato da un abbraccio.

Anticamente il bacio sulla bocca non aveva una connotazione prevalentemente erotica, anzi era essenzialmente un simbolo di comunione fraterna, anche fra persone dello stesso sesso, un po' come lo è per noi la stretta di mano. L'esempio più famoso di bacio di fratellanza, anche nascondente un tradimento, è il bacio di Giuda, descritto nei Vangeli di Matteo e di Marco e che documenta la normalità di tale pratica. Nelle lettere di Paolo si trovano molti richiami al "bacio santo" tra persone che si incontrano, una pratica che anticamente nelle funzioni sostituiva il segno di pace della stretta di mano durante la celebrazione eucaristica.

Dante Alighieri è baciato da Virgilio nella Divina Commedia (Inf. VIII, 44) per rassicurarlo dopo un difficile episodio. Più o meno negli stessi anni Dino Compagni documentava la pace del Cardinal Latino a Firenze (1304) suggellata da baci sulla bocca dei capi delle fazioni avverse (Cronica delle cose occorrenti ne' tempi suoi, III, 4).

Non è chiaro quando questa usanza decadde. Ancora agli inizi del Novecento era normale per uno sposo baciare sulla bocca la madre della sposa il giorno del matrimonio (un esempio si vede nel film Rapacità di Erich von Stroheim).



I baci scambiati sulle guance non hanno in genere carica erotica: essa però si riscontra in pieno nel bacio alla francese. Questo tipo di bacio consiste nel leccare la lingua del partner con la propria e nello scambiarsi, quindi, emozioni che coinvolgono in maniera molto forte. Questo bacio è, di solito, accompagnato da uno scambio di morsi molto leggeri sulla bocca e sulle labbra, ed è quasi sempre scambiato ad occhi chiusi. Può arrivare a durare anche per molti minuti. Il bacio alla francese è un avvicinamento all'atto sessuale vero e proprio, ovvero uno dei cosiddetti preliminari, e spesso i più giovani iniziano a scoprire il sesso tramite questo tipo di bacio.

Un altro tipo di bacio di ambito sessuale è il bacio sul collo; esso, infatti, provoca un intenso eccitamento, e spesso, si trasforma nel cosiddetto "succhiotto" (termine di origine dialettale). Quest'ultimo consiste nell'aspirare con forza il collo dell'altra persona staccando poi le labbra d'improvviso in modo da far apparire una marcata macchia rossa che, se fatta bene, può durare anche per diversi giorni.

I baci poi, raggiungono la loro acme nel momento dei preliminari. Infatti da qui diventano un vero e proprio atto sessuale che può essere seguito da fellatio o da cunnilingus, oppure dall'atto sessuale vero e proprio.

Vatsyayana ritiene che una fanciulla debba praticare solo tre tipi di baci:
il bacio simbolico: quello di una fanciulla che sfiora le labbra del suo innamorato;
il bacio fremente: quello che una fanciulla dà toccando le labbra pressate contro le sue e muovendo il labbro inferiore;
il bacio a contatto: quello che una fanciulla dà al suo innamorato toccando le labbra con la sua lingua e facendolo, socchiude gli occhi e lascia le sue mani in quelle di lui.

Ecco una "promessa di bacio" della dea Venere, nelle Metamorfosi di Apuleio: «ab ipsa Venere septem savia suavia et unum blandientis appulsu linguae longe mellitum», cioè chi lo merita riceverà «da Venere in persona sette meravigliosi baci, e uno addolcito di molto dal tocco della sua lingua carezzevole»

Per evitare di scontrarsi col naso, di solito le persone quando si baciano piegano la testa. Spesso, per stare più comodi, uno dei due seduto sorregge l'altro fra le braccia ed il torace combinando così un bacio con un abbraccio. Colui che sorregge di solito ha un ruolo più attivo nel baciare l'altro. A questo proposito lo psicologo Onur Güntürkün ha pubblicato su Nature uno studio basato sull'osservazione di coppie che si baciano in pubblico in luoghi come aeroporti e parchi secondo il quale l'inclinazione della testa verso destra è più frequente che verso sinistra con un rapporto di 2:1. Güntürkün attribuisce questa asimmetria alle preferenze mostrate dai neonati per il lato destro.

Un dolore al collo o una contrattura muscolare (solitamente lo sternocleidomastoideo) può far assumere al capo tale inclinazione asimmetrica; questa posizione patologica è ironicamente definita Sindrome del baciatore.


In quello medievale, il bacio era utilizzato per suggellare il cosiddetto 'baciatico', cioè diritto della fidanzata a ricevere una donazione dal fidanzato.

La consuetudine deriva da un'analoga consuetudine romana, l'osculum interveniens, il bacio che interveniva a sancire il diritto della fidanzata a ricevere in donazione metà dei beni ricevuti in regalo, in caso di morte del fidanzato.

Il bacio di particolari oggetti secondo un preciso rituale è tipico di molte religioni e di alcuni cerimoniali legati a papi e imperatori.

Per esempio per i musulmani baciare la Pietra Nera alla Mecca è un elemento necessario del pellegrinaggio rituale (Haji), mentre gli ebrei baciano il Muro del pianto e oggetti sacri - come la Torah o il Siddur - durante la preghiera, gli Hindu baciano talvolta la terra nei templi e i cristiani (in particolar modo i cattolici e gli ortodossi), durante la liturgia del Venerdì Santo, baciano la croce in segno di adorazione del Cristo. Usanza in uso nel passato era baciare un oggetto liturgico, la pace, durante la celebrazione eucaristica.

I cristiani ortodossi hanno una lunga tradizione di praticare il bacio nelle loro cerimonie; tra loro è comune, quando si entra in chiesa, baciare le icone e le reliquie sacre. Alcuni baciano il calice dell'Eucaristia, altri baciano il bordo dei paramenti del prete al suo passaggio, e gli accoliti baciano la sua mano quando gli danno l'incensiere. I fedeli spesso si baciano reciprocamente prima di ricevere la Comunione.

Nel cerimoniale papale è tradizione baciare i piedi al Papa (l'anello dei cardinali e dei vescovi), una tradizione nata nell'impero bizantino ai tempi dell'Imperatrice Teodora come segno di estrema devozione al sovrano. Papa Giovanni Paolo II era solito baciare la terra appena arrivato in un nuovo Paese.

L'atto di baciare non è una pratica universale: una interessante storia del bacio ha scritto, nel secolo scorso, l'erudito e filologo danese Kristoffer Nyrop.

Il bacio, per metà del mondo, non è piacevole e talvolta può recare fastidio. In Cina il bacio è considerato poco igienico. In Giappone non si usa baciarsi in pubblico, perché può recare fastidio. Il bacio degli eschimesi è molto particolare: si strofinano le punte dei nasi, con labbra ed occhi chiusi. 

Esistono vari tipi di baci e per ciascuno di essi esiste una storia e un significato. Non possiamo infatti mettere a confronto il bacio accademico con il bacio di saluto, il bacio appassionato di due amanti con il bacio di Giuda.



Eppure, tutti questi baci hanno qualcosa in comune, ovvero il gesto di avvicinare le labbra e di emettere un caratteristico rumore, che nel linguaggio onomatopeico utilizzato nei fumetti è rappresentato con uno “smack”.

Il bacio può essere dato sulle labbra, sulle guance, su un anello, sui genitali o in qualsiasi altra parte del corpo; può essere dato ma non ricevuto, oppure dato e ricevuto nello stesso tempo; può essere “asciutto” o “bagnato” se vi è o meno presenza di saliva.

Cosa significa un bacio? Di tutto: può significare affetto, amicizia, amore, attrazione sessuale, ma anche adorazione, rispetto, accordo, obbedienza, superiorità, inferiorità, ammirazione. In alcune circostanze un bacio può perfino essere un insulto.

Il bacio ha avuto, in senso evolutivo, lo scopo di rafforzare i legami sociali, le relazioni personali e politiche all’interno dei gruppi.

Il bacio è molto diffuso in tutto il mondo, ma assume dei significati differenti, a seconda dei contesti culturali nei quali viene praticato. Lo studioso danese Kristoffer Nyrop (1858-1931) ad esempio ha descritto i comportamenti di alcune tribù finniche i cui membri, uomini e donne, usavano fare il bagno nudi insieme, ma consideravano il baciarsi una cosa indecente. Nel 1897 l’antropologo francese Paul d’Enjoy descrisse invece il comportamento delle popolazioni cinesi, che consideravano il baciarsi in bocca una pratica orrenda, simile al cannibalismo. In alcune aree della Cina, nonostante i radicali mutamenti culturali, questo tabù permane e solo nelle grandi metropoli cinesi è oggi possibile scambiarsi delle effusioni e dei baci, cosa che fino a pochi anni fa era assolutamente proibita. Altre popolazioni non usano il bacio, o presentano modi diversi di comunicarsi affetto e tenerezza, fra essi ricordialo lo sfregarsi il naso degli Esquimesi o i vari comportamenti intimi di gruppi etnici dell’Africa e dell’Oceania.

Negli anni sessanta lo studioso britannico Desmond Morris pensò di aver individuato la filogenesi del bacio dopo aver osservato, fra i primati, delle madri che masticavano il cibo, per poi nutrire bocca a bocca i piccoli. E’ possibile, secondo Morris, che anche gli antenati degli esseri umani abbiano utilizzato tale modalità per nutrire i piccoli e che la pressione delle labbra sulle labbra, sia stata poi utilizzata dalle madri per placare la richiesta di cibo nei periodi di carestia.

Nelle altre specie animali invece è difficile osservare il comportamento del bacio sebbene questi animali siano capaci di esprimere la tenerezza in altro modo e siano perfettamente capaci di compiere atti sessuali senza questo genere di preliminari.

Secondo l’etologo Irenäus Eibl-Eibesfeldt (1970) almeno un decimo del genere umano non usa il comportamento del bacio. Da stime più recenti, sembra che oltre 650 milioni di esseri umani non si bacino mai sulle labbra.

Questo non riguarda certo la nostra cultura: basti pensare che gli antichi cristiani usavano scambiarsi il bacio come segno di pace, di fratellanza e di unione in Cristo. In seguito si cercò di evitare il bacio fra persone di sesso opposto ed i Protestanti lo abolirono completamente. Non a caso oggi in Chiesa il gesto della pace che viene richiesto di scambiarsi fra fedeli è una semplice stretta di mano.

In molte società gli uomini si baciano fra di loro mentre in altre questa pratica è considerata un vero tabù. Per citare un esempio, quando Thomas Coryate, esperto cortigiano, visitò Venezia nel 1608, rimase molto colpito da questa “straordinaria usanza” di due conoscenti di sesso maschile che si scambiavano baci al momento di salutarsi. Il cortigiano affermò di non aver mai visto prima nulla del genere, né di averne letto o sentito parlare da nessuno. Ancora oggi in Italia e in altri Paesi latini gli uomini possono baciarsi tra loro in segno di saluto, o anche di affetto, senza per questo essere considerati degli omosessuali.

Ma il bacio, oltre che un gesto di saluto, di affetto o di tenerezza, ha anche un significato erotico molto importante. Freud considerava il bacio erotico come un tentativo di ritornare alla sicurezza del seno materno. Un bacio infatti è il primo gesto importante di fiducia, di confidenza, di disponibilità in una coppia: il fatto di poter riprovare uno dei primissimi piaceri dell’infanzia accresce la sensazione di intimità, scarica le tensioni muscolari, provoca un forte coinvolgimento durante l’atto sessuale ed aiuta a “lasciarsi andare”.


Anche molto prima di Freud comunque le labbra venivano considerate una zona erogena. Un bacio in questa area del viso infatti può suscitare delle reazioni e delle emozioni molto intense. Le donne più degli uomini considerano il momento del bacio particolarmente erotico, mentre per molti uomini esso non è altro che un preliminare all’atto sessuale.

Il bacio erotico non necessariamente deve essere particolarmente profondo e potrebbe riguardare, oltre alla bocca, anche altre parti del corpo molto sensibili, come ad esempio le orecchie, la nuca, il collo: zone tutte riccamente innervate di terminazioni nervose e dunque particolarmente sensibili.

Baciando una persona si entra in contatto con una serie di sostanze odorose e organiche e dunque è molto importante che i due partners curino l’igiene, per quanto riguarda la pulizia dei denti, l’odore dell’alito, la pulizia del collo e delle orecchie. E’ consigliabile inoltre fare attenzione alla dieta: meglio evitare di mangiare aglio, cipolla o altre specialità esotiche troppo piccanti prima di dare un bacio, se non si vuole disgustare il/la partner con un alito pesante quanto sgradevole e imbarazzante.

I tipi di baci conosciuti sono circa una trentina: da quello ‘aspirapolvere’ che toglie il respiro, a quello bagnato che si pratica dopo essersi passati la lingua sulle labbra, a quello ‘lip-o suction’, dove si bacia il labbro inferiore dell’altro, mentre il partner bacia quello superiore, per poi scambiarsi le posizioni…

Quando due persone si baciano, specie quando lo fanno per la prima volta, provano un’emozione intensa, che mette in moto mille meccanismi : si risvegliano i sensi, il desiderio, la sudorazione, la pressione, il battito cardiaco e si calcola che in un minuto vengano bruciate circa 6 calorie, grazie all’accelerazione del ritmo cardiaco ed all’utilizzo simultaneo di circa 35 muscoli del viso.

Non esiste un modo ‘giusto’ di baciare e gli adolescenti dovrebbero tranquillizzarsi sul fatto che l’unico modo per imparare a baciare è attraverso la pratica, cercando di lasciarsi andare il più possibile, di chiudere gli occhi e di adattarsi ai ritmi dell’altro.

In genere tutte le storie romantiche iniziano con un bacio: è un rito di passaggio importante che segna l’ingresso nell’età adulta e per questo è difficile che una persona possa dimenticare il suo primo bacio. Oggi l’età del primo bacio si è abbassata: ormai a tredici anni buona parte dei ragazzi ha già sperimentato il ‘bacio alla francese’, che consiste nella profonda esplorazione della bocca dell’altro, con la lingua.

Last, but not least, ci sembra giusto ricordare che il bacio può causare anche qualche problema non grave alla salute, ad esempio quando lo scambio di saliva può far contrarre il virus dell’ influenza, mal di gola, tosse, tonsillite, ecc. in seguito ad un bacio con una persona influenzata. Vi è poi la mononucleosi (detta anche “malattia del bacio”), una malattia febbrile causata dal virus di Epstein-Barr (EBV), appartenente alla famiglia degli Herpes Virus, che causa un aumento dei globuli bianchi, in particolare delle cellule mononucleate. Questa patologia può essere contratta in qualsiasi ambiente affollato, dato che è estremamente contagiosa, ma poiché il contatto avviene tramite la saliva, si trasmette in particolar modo attraverso i baci. Il periodo di incubazione varia fra 30 e 50 giorni, può produrre stanchezza, ingrossamento dei linfonodi, febbre, irritazione alla gola. La malattia del bacio è molto diffusa nei paesi occidentali nella popolazione di età compresa tra i 14 e i 18-20 anni e non presenta rischi per la salute: normalmente l’infezione si risolve da sola in modo benigno entro due mesi.

Il bacio inoltre non è una pratica a rischio HIV, almeno per quanto se ne sa al momento, anche se dopo un bacio molto profondo, con morsi e in presenza di lesioni in entrambe le bocche, sarebbe consigliabile parlarne con un infettivologo.








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giovedì 14 maggio 2015

LO STEMMA DELLA CITTA' DI MONZA

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L’araldica delle città ha un rilievo molto importante perché rispecchia, attraverso simboli e colori, la fase di nascita dei comuni liberi e le successive modificazioni costituzionali.
Lo stemma più antico di Monza risale a questo periodo. Era rappresentato da una luna rossa in campo bianco.
L’interpretazione simbolica rimanda alla teoria del potere imperiale (luna rossa) riflesso in quello papale (sole bianco).
L’unica versione rimasta di tale stemma si può vedere nel frontespizio miniato del Codice degli Statuti della comunità di Monza, conservato nella Biblioteca Capitolare del Duomo di Monza.
Un bassorilievo della Luna fu rinvenuto in una casa in via Lambro (denominata per questo “Casa della Luna”), ma si trattava di un manufatto dell’800.

Il più antico blasone usato dal comune di Monza è uno scudo celeste in cui è raffigurata una luna crescente rossa con un bianco semicerchio al mento.

Lo stemma, con ogni probabilità, risale al XIII secolo.  Una pittura trecentesca nella monzese Casa dei Decumani riproduce lo stemma comunale con la luna crescente rossa in campo bianco. Una copia scolpita ottocentesca è incastonata nel fastigio della cosiddetta Torre di Teodolinda.

Lo storico Merati riferisce che se ne trova inoltre una raffigurazione ben conservata dipinta sul soffitto del salone del Guardaroba, nella canonica del Duomo di Monza.

Un primo tentativo di descrizione e di intepretazione si può leggere nel famoso "Chronicon modoetiense" di Bonincontro Morigia, storico vissuto nella metà del '300. Successiva, del 1794, è la descrizione fatta da Anton Francesco Frisi nelle sue "Memorie storiche di Monza", là dove si parla degli stemmi presenti un tempo sull'ambone (il pulpito) dell'Arengario. Quel simbolo è poi rintracciabile in due Stemmari: il primo, del 1496, conservato presso la biblioteca Trivulziana di Milano (n. 1390); il secondo, nel volume di Marco Cremosano "Galleria di imprese ed arme ed insegne viscontee", del 1637, conservato presso l'Archivio di Stato di Milano.

La caratteristica della Luna rossa di Monza, simbolo pur presente su alcuni stemmi di altre città é tuttavia quella di essere rappresentata falcata o "crescente al mento", così come la definisce il Frisi. Ed è questo forse un primo indizio sulla provenienza e sulla scelta di quel simbolo. E' cosa nota che le rappresentazioni araldiche provengono dalle epoche medioevali, dove i primi stemmi si ritrovano sugli scudi di condottieri e crociati. Quelli che noi oggi chiamiamo appunto "stemmi", avevano in realtà un significato apotropaico, venivano cioè disegnati sulle armature per incutere timore all'avversario. Solo successivamente vennero ad indicare la casata; da ciò deriva l'uso di affiggerli sugli edifici, sui libri e sui sigilli per indicare la proprietà.
Ricostruendo la storia dello stemma della famiglia Visconti, che molta importanza ebbe per l'Italia settentrionale dalla metà del '200 a quella del '400, pare che l'effige fosse stata presa dalla Casata dopo il periodo delle Crociate (Ottone Visconti) e che raffigurasse un biscione che ingoiava un moro.

Da lì forse parte il primo indizio sull'origine di quella Luna falcata al mento, rinvenibile anche nell'iconografia cristiana in rappresentazioni assai posteriori, dove la Madonna viene spesso dipinta in piedi su una falce di luna proprio a rappresentare la vittoria della fede cristiana su quella musulmana, le cui insegne, ancora oggi, mantengono spesso sulle bandiere proprio questo simbolo (ad es. la bandiera della Turchia). Pare che il simbolo della Luna non fosse proprio della cultura cristiana: più esattamente, proverrebbe dall'Oriente, forse dalla Mesopotamia o dall'antico Egitto (il culto di Iside e Osiride), e poi da lì si si sarebbe diffusa in altri paesi oggi europei, probabilmente la Spagna e la Francia, dove sono rintracciabili alcuni calendari astrologici e astronomici (i lunari) con la rappresentazione di Sole e Luna.

E forse proprio dalla Francia (e ancora prima dalle Crociate) arrivò alla famiglia Visconti questo simbolo astrologico, anche perché la casata Viscontea ebbe rapporti di potere e di unione matrimoniale con quel paese: basti pensare a quella tra Gian Galeazzo Visconti e Isabella di Valois.

Questo scambio di culture fu fortemente accentuato nel periodo di edificazione del Duomo di Milano che richiamò numerosi artisti da molte parti d'Europa. Il cosiddetto "periodo dell'ovrangerie", con lo scambio fra le culture quella Lombarda e francese Fiamminga, fu assai fecondo e dialettico. Sono riconducibili a quel periodo alcuni libri d'ore, i breviari, miniati con rappresentazioni astrali (sole e luna).

Queste rappresentazioni influirono molto sulla cultura di allora, tant'è che l'altro simbolo per eccellenza della famiglia Visconti era un sole fiammeggiante (la Raza, disegnata, pare, dal Petrarca), più volte rintracciabile sulle facciate e all'interno degli edifici sacri fatti erigere da loro. Si vedano, a tal proposito, le grandi finestre del Duomo di Milano, il sole affrescato spesso sulle volte della Certosa di Pavia, ma anche negli interni del Castello Sforzesco, fino ad arrivare a Monza dove "il Sole" visconteo fu affrescato dietro l'orologio sul lato nord dell'Arengario. Ben visibili, nel loro buon restauro, sono anche quelli sulle volte dell'antica sagrestia della chiesa di S. Maria in strada, oggi in vicolo Ambrogiolo 6, dove si trovano anche rappresentazioni della Luna e di alcune colombe.

Spesso quei "Soli" contengono la scritta IHS, il cosiddetto "cristogramma", più tardi simbolo dei Gesuiti, che pare potesse significare "In Hoc Signo (vinces)". In realtà c'è un lontano intreccio religioso tra l'ordine dei Cistercensi di origine francese (da Citaux) e il successivo ordine dei Templari che ebbero impulso da Bernardo di Fontaines poi detto Bernardo da Chiaravalle (dall'abbazia francese di Clairvaux). Si vedano, a tale proposito, le abbazie cistercensi di Chiaravalle e Morimondo, a sud di Milano. In particolare, sui capitelli del chiostro di Mirasole è presente un Sole cerchiato al mento (stemma poi adottato dalla Provincia di Milano alla fine degli anni '90), molto simile nelle fogge alla Luna di Monza.

D'altra parte, che in quel periodo medioevale vi fosse grande attenzione verso l'astrologia è confermato da Candido Decembrio (1399-1477) che descrisse accuratamente la vita di Filippo Maria Visconti (1392-1447), personaggio schivo e chiuso, che faceva abbondante ricorso ad astrologi e, nel contempo, si racconta fosse particolarmente attento e timoroso delle fasi lunari. Che l'astrologia fosse scienza integrante della conoscenza di allora nelle corti italiane e viscontee è visibile nell'opera denominata " De Sphaera", oggi conservata presso la Biblioteca estense, dove tra l'altro è rappresentata in modo evidente una donna discinta, Venere, contrassegnata da una Luna e di un uomo, Marte, dal Sole. Anche nei Tarocchi fatti miniare nel '400 da Filippo Maria, i più antichi e forse i primi, vi sono, tra l'altro, le rappresentazioni di Luna e Sole.

E' forse questo il primo possibile e più evidente significato del simbolo della Luna: non Papato (il Sole) e Impero (la Luna) come sosteneva Bonincontro Morigia a metà del '300, bensì uomo e donna, Re e Regina, figure provenienti dai breviari ma anche nei trattati di alchimia. Significativo a questo proposito è il " Rosarium Philosophorum", testo del 1550, analizzato da Carl Gustav Jung nel 1945, nel suo volume " la psicologia del Transfert", dove scrive: " Re e Regina sposo e sposa si uniscono in fidanzamento e matrimonio...La coppia infatti si trova sul Sole e sulla Luna, il che simboleggia la natura solare e lunare, e richiama la premessa astrologica dell'importanza della posizione del sole per l'uomo e di quella della Luna per la donna". Che il simbolo del sole e della luna rappresentassero e rappresentino la trasposizione simbolica ed onirica della figura dell'uomo e della donna si può rintracciare sin dalla prima interpretazione dei sogni scritta nel II° secolo D.C. da Artemidoro di Daldi e poi confermata nell' "Interpretazione dei sogni" scritta da Sigmund Freud. D'altra parte lo stesso Erich Fromm, freudiano ortodosso, sosteneva che i simboli onirici non sono mai mutati nei tempi, dagli egiziani a noi, come ben visibile su alcuni geroglifici.

In particolare, che la Luna sia sempre stato simbolo femminile e di fecondità ha dei riscontri anche di carattere materiale: si pensi al ciclo mestruale della donna, uguale al periodo di rotazione della luna intorno alla terra (i 27 giorni del ciclo sidereo), ma rintracciabile anche nei primi calendari del tempo, quelli lunari, che ne prendevano le fasi come riferimento. La Luna provoca le maree e , secondo alcuni, condiziona la semina e i raccolti tanto che ancora oggi vi è una branca dell'agricoltura, detta "biodinamica", che è attenta alle fase lunari. La Luna rappresenta la natura madre, il ritmo del tempo, le fasi di nascita, e, sul lato umano, l'irrazionale, l'inconoscibile, l'intuitivo ed il soggettivo, la ragione umana come luce riflessa dal Sole. E' l'occhio e la luce della notte (il sogno), come il sole è l'occhio e la luce del giorno (la realtà).
La Luna di Monza fu molto probabilmente simbolo archetipo e la rappresentazione figura di una donna. Quasi certamente si trattava di Bianca Maria Visconti, figlia di Filippo Maria, l'ultimo dei Visconti, la quale, andata in sposa a Francesco Sforza, fu fertile non solo di idee ed opere ed ebbe ben otto figli. Fece erigere dal Filarete un ospedale, la Ca' Granda, (dove oggi ha sede l'Università Statale di Milano) che ha come simbolo una colomba. Nella pagina degli Statuti del Comune di Monza dove compare la Luna di Monza, a fianco, vi è uno stemma dei Visconti - Sforza (con il biscione e l'aquila imperiale), sostenuto da due angeli, stemma ritrovabile, tale e quale, su un portale del castello sforzesco di Milano.

Anche sul pulpito dell'Arengario, erano rappresentati uno scudo dei Visconti - Savoia (Filippo Maria Visconti aveva sposato in seconde nozze Maria di Savoia); l'aquila, simbolo imperiale concesso da Federico II; un'insegna d'arme dei Visconti e la Luna di Monza. Questa parte venne però cancellata durante la Repubblica Cisalpina.

Infine, negli affreschi della cappella degli Zavattari (1440-1446) nel Duomo di Monza sono riportate le iniziali di Filippo Maria Visconti, e l'immagine della Regina Teodolinda è molto simile a quelle arrivate sino a noi che rappresentano sua figlia Bianca Maria o forse sua madre, Agnese del Maino, amante di Filippo Maria. Anche tutte le date di vita delle persone e di quegli affreschi sembrano comunque far risalire la data della Luna di Monza alla prima metà del '400.
Secondo altri, quel simbolo monzese si riferisce a Gian Galeazzo Maria Sforza (1444-1476), figlio di Francesco Sforza e di Bianca Maria Visconti, il quale sposò Bona di Savoia nel 1468. Altri ancora lo indicano come emblema voluto da Galeazzo II Visconti (1320-1378) che sposò Bianca di Savoia nel 1350 e che diede alla luce Gian Galeazzo, poi padre di Filippo Maria. Ma quelle datazioni non sembrerebbero coincidere.

Ferdinando I, Imperatore d’Austria dal 1835 al 1848, firma la concessione dello stemma alla Città di Monza in data 11 settembre 1835.
Il diploma è custodito nel Regio Archivio di Stato di Milano, Governo, Araldica, Cart. 59, e una copia della pergamena è conservata nella Biblioteca Civica.

E’ importante definire esattamente gli elementi inseriti nello scudo ovale.
La corona è evidentemente quella Ferrea, mentre la Croce è quella del Regno o di Berengario.
La scritta (esametro) in latino risalirebbe ad Ottone III, incoronato imperatore a Monza nel 996.

L’uso dello stemma e del gonfalone per gli Enti territoriali e morali è previsto come obbligatorio dal Regio Decreto del 13 aprile 1905, N° 234.
Ogni comune deve avere la propria insegna che lo indica, lo rappresenta, lo contraddistingue. Inoltre, lo stemma serve per rendere autentici e riconoscibili gli atti e le comunicazioni emanati dal comune.
Nel 1933 il comune di Monza presenta la domanda per ottenere il riconoscimento del suo stemma (quasi totalmente simile al precedente) e del suo gonfalone, allegando bozzetti realizzati dal pittore E. Ripa.
Riconoscimento che ottiene in data 29 maggio 1933. La trascrizione nei registri della Consulta Araldica, Libro araldico degli enti morali al vol. I, pag. 358, è invece datata 31 maggio 1933.
Da notare la “fantasiosa” raffigurazione della Croce di Berengario e della Corona Ferrea, non corrispondente alle forme originali.

Nel Regio Decreto, firmato dal Capo del Governo Mussolini, così viene descritto lo stemma:
“D’azzurro, alla Corona ferrea sormontata da una croce greca; il tutto circondato da una fascia d’argento con il motto Est Sedes Italiae Regni Modoetia Magni. Ornamenti esteriori da città.”

Nel 2003 si è proceduto ad un restyling dello stemma comunale.
Un’operazione tanto importante quanto delicata, per non stravolgere il simbolo del Comune, ma limitarsi ad aggiornarlo per renderlo più funzionale alle esigenze dei nostri tempi e all'uso di strumenti di comunicazione più evoluti.
Tutti gli elementi dello stemma sono stati ridisegnati semplificando le forme per facilitare la loro leggibilità, anche a dimensioni ridotte.
Lo stemma di Monza è infatti particolarmente complesso, visto i numerosi elementi che lo compongono.

Nell’attualizzarlo si è voluto rimanere fedeli agli elementi già presenti nei due stemmi storici di Monza: quello del 1835, concesso dall’imperatore d’Austria Federico I, e quello riconosciuto con Regio Decreto nel 1933.
Le figure simboliche sono la Croce di Berengario (o del Regno) e la Corona Ferrea.
Il terzo elemento è la scritta in latino “Est Sede Italiae Regni Modoetia Magni”, esametro che risalirebbe ad Ottone III, incoronato imperatore a Monza nel 996.
Questi tre elementi-simbolo ben rappresentano i valori storici di Monza: prestigio culturale, politico ed economico.

Gli altri due elementi, corona turrita di città e scudo sannitico, sono invece obbligatori per gli stemmi degli Enti territoriali (Regolamento araldica civica).

Completano lo stemma i rami di quercia (la forza) e di alloro (la gloria), annodati alla base da un nastro tricolore. Questo elemento decorativo ha la funzione di rendere immediatamente riconoscibili gli stemmi civici.



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