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domenica 24 maggio 2015

LO STEMMA DI LEGNANO

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Lo stemma del comune di Legnano è descritto così:

« Troncato: sopra, di rosso al leone d'argento; sotto, d'argento all'albero disseccato di rosso sopra una radura brulla »
L'origine di questo stemma è nettamente riconducibile ad uno stemma riprodotto a pagina 193 dello Stemmario Trivulziano. In questo antico volume si può leggere infatti che lo stemma di Legnano è molto somigliante a quello di Cremosano.

Il soggetto ed i colori presenti nello stemma sono collegati ad una leggenda. In un periodo storico imprecisato, nell'odierna piazza San Magno, si ergeva un grosso cerro. Nel giorno del Santo patrono, il 5 novembre, un agricoltore si mise a contemplare l'albero ammirandone la capacità di sopportare il gelo e la neve. Il contadino espresse così il desiderio di poter resistere nella stessa maniera alle difficoltà della vita. In quel momento comparì San Magno, che si offrì di soddisfare il desiderio dell'uomo donandogli il vigore, la temerarietà e la potenza di un leone. Il Santo ordinò all'agricoltore di uccidere un coniglio e avanzare sul terreno, ammantato di neve, dove era stato versato il sangue dell'animale. Il contadino eseguì gli ordini e quindi San Magno esaudì il suo sogno trasformandolo in leone. Compiuto il prodigio, il Santo sparì improvvisamente senza accontentare l'agricoltore che chiedeva di ritornare uomo, castigando così la sua superbia. L'albero ed il leone, insieme al bianco della neve ed al rosso del sangue del coniglio, diventarono i simboli di Legnano, e furono inclusi nello stemma e nel gonfalone del comune.

Il 15 agosto 1924 al comune è stato concesso il titolo di città.

Medaglia d'oro al valor civile:
«Per le coraggiose e filantropiche azioni, con evidente pericolo della vita, durante le inondazioni straordinarie dell'anno 1882»
  Legnano, 1883
Medaglia di bronzo al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia di bronzo al valor militare
«Fedele alle secolari e nobili tradizioni del suo popolo, durante diciannove mesi di occupazione nazifascista sosteneva coraggiosamente le forze partigiane, subendo la tracotanza nemica senza mai piegarsi ed offrendo un notevole contributo nella lotta per la liberazione della Patria.»
  Legnano, 1978
Ricorrenze:
29 maggio 1176: fu combattuta, nei pressi di Legnano, l'omonima battaglia;
15 agosto 1924: conferimento del titolo di "città";
27 aprile 1945: Legnano fu liberata dai nazi-fascisti.

L'inno della città è Me car Legnan ("Mia cara Legnano"). È scritto in dialetto legnanese. Il testo e la musica sono di Ernesto Parini (1909-1993).




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venerdì 22 maggio 2015

LO STEMMA DI BUSTO ARSIZIO

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« Il Comune ha come stemma civico uno scudo troncato di rosso e d'argento, a due lettere maiuscole B dell'uno nell'altro, alla fiamma di rosso nascente dalla punta dello scudo e ornamenti esteriori da Città. »
(Descrizione dello Stemma Civico del Comune di Busto Arsizio, Art. 5 comma 1, Statuto Comunale)

Lo stemma della città ha origini che si possono far risalire al XV secolo. Compare formalmente per la prima volta in un antifonario (sanctorum totius anni more ambrosianum) conservato nella Basilica di San Giovanni, in una miniatura di Francesco Crespi de Roberti. Detto disegno è certamente antecedente il 1524, anno della morte dell'autore, e viene ritenuto di fine '400. Poichè è del tutto inverosimile che l'autore lo abbia riportato su di un libro sacro se non fosse stato uno stemma già consolidatosi, si può ritenere che detto stemma fosse in auge almeno dai primi del '400.
Compare successivamente, ma senza la nota fiammella nel Codice Archinto, redatto nel '500, e conservato a Torino. Successivamente viene riportato nel Codice Cremosano, raccolta di stemmi datata 1673 circa, sempre senza fiammella, il che ha fatto ritenere che il Cremosano abbia usato, come fonte, il codice Archinto.
Infine, lo stemma compare in un disegno attribuito a Biagio Bellotti (vissuto nel '700), stemma che è sostanzialmente identico all'attuale gonfalone cittadino.
Da notare che lo stemma della città compare anche in una vetrata del Duomo di Milano (assieme ai simboli dei Visconti e dei Marliani, già conti di Busto Arsizio), sia in una forma analoga a quella attualmente in uso (doppia lettera "B" in campi dal colore diverso) sia nella forma che si ritiene fosse usata in precedenza, ossia l'Agnus Deii, l'agnello di Dio, il precursore di Cristo, simbolo di San Giovanni Battista, patrono della città.

Il punto più controverso è dato dalla presenza della fiammella sotto la lettera "B" della metà inferiore dello stemma stesso.
La tradizione di risalenza umanistica legava la fiammella alla origine del nome della città, origine asseritamente legata al termine latino "burere" (bruciare) che, però, veniva legato a diversi (quanto sforniti di prove di alcun genere) eventi risalenti alla notte dei tempi.
Si è detto che la parola "Bustum" sarebbe da attribuire agli incendi causati da Belloveso all'antico villaggio; si è sostenuto che sarebbe un ricordo del rogo di cadaveri a seguito di una battaglia avvenuta in queste campagne; ed infine si è detto che deriverebbe dai frequenti incendi cui il villaggio, composto da case di legno e paglia, era soggetto.
Anche uno storico molto serio come il Bondioli si è lasciato trasportare dalla poesia attribuendo il tutto al fuoco perenne dei forni di cui il villaggio era storicamente dotato (e famoso) per la lavorazione del filo di ferro.
Da ultimo, l'architetto Spada ha sostenuto che quel "bustum" deriverebbe dalla pratica dei popoli Liguri di bruciare i boschi per fondare una città, il cosiddetto debbio.
Non v'è dubbio che tutte queste ipotesi possano aver ispirato la creazione dello stemma della città. Trattandosi infatti di uno stemma nato non prima degli inizi del '400, ben potrebbe esser stata introdotta la fiammella sia a ricordo di eventi dell'antico passato ricostruiti fantasiosamente dagli umanisti, sia in ricordo dell'ancora viva (nel '400) industria della lavorazione del ferro.
Tutto ciò, peraltro, non risolve affatto il problema del nome "Busto" o, come meglio si dovrebbe dire "Busti" che ha tutt'altra origine e significato. Ci dovrebbero infatti spiegare, gli autori delle varie tesi sopraesposte, come mai il nome della città, storicamente, compaia sempre come "Busti" e gli abitanti del villaggio vengano definiti quelli "de Bustis", sempre al plurale.
In lingua locale, è ignota la parola "Busto" e si dice invece, unicamente "Büsti".
Quanto alla doppia lettera "B" sovrapposta all'interno dello stemma, le ipotesi si sprecano.
Sarebbe una Busto nuova risorta dopo quella incendiata (che fosse incendiata dai Celti o dalle scintille dei forni della lavorazione del ferro poco importa).
Nell'idea di chi creò dal bel nuovo lo stemma, è molto probabile che questa fosse l'intenzione. Infatti, la lettera ed il campo sovrastante cambiano anche di colore, quasi ad indicare un rinnovamento totale.
E non è da escludere che questa possa realmente esser stata l'intenzione che si volle attribuire allo stemma, ma certamente non riferibile ad eventi remoti del passato di cui non si aveva allora (come non si ha oggi) alcuna prova storica o archeologica, ma che dovrebbe riferirsi a ben più recenti episodi di incendio e distruzione del borgo e sua ricostruzione.

« Il Comune ha come gonfalone un drappo di colore azzurro riccamente ornato di ricami d'oro, caricato dello stemma civico con l'iscrizione centrata in oro "Città di Busto Arsizio". Le parti di metallo e i nastri sono dorati. L'asta verticale è ricoperta di velluto azzurro con bullette dorate poste a spirale. Nella freccia è rappresentato lo stemma della Città e sul gambo inciso il nome. Cravatta e nastri tricolorati dai colori nazionali frangiati d'oro. »
(Descrizione del Gonfalone del Comune di Busto Arsizio, Art. 5 comma 2, Statuto Comunale)
La città di Busto Arsizio è stata insignita il 2 giugno 1963, da parte dell'allora presidente della Repubblica Antonio Segni, della "medaglia d'oro ai benemeriti della scuola, della cultura e dell'arte".

Busto Arsizio fa parte delle città decorate. Infatti, il 9 aprile 1979 è stata insignita, da parte dell'allora presidente della Repubblica Sandro Pertini, della medaglia di bronzo al valor militare per il ruolo rilevante tenuto e i meriti acquisiti durante la lotta partigiana nel corso della guerra di Liberazione al termine seconda guerra mondiale (l'emittente locale Radio Busto Libera fu la prima ad annunciare la caduta del regime fascista), con la seguente motivazione:

« Fin dall'armistizio, Busto non esitò a scegliere la via dell'onore con la costituzione di reparti partigiani operanti in Città o in appoggio alle formazioni di montagna e organizzando, contemporaneamente, gruppi per la difesa delle fabbriche. Divenuta, con l'insediamento del C.L.N., anche sede di missioni alleate, potenziò l'attività, allargandone la sfera d'azione e diventando, in breve, il centro propulsore della lotta partigiana nel Nord-Italia. Nel corso di venti mesi, i suoi figli diedero un determinante apporto alla lotta armata, da S. Martino sopra Varese, a Cusio in provincia di Novara e nelle zone del Mottarone, dell'alto Verbano e dell'Ossolano, culminata con la liberazione dell'Ossola, sempre infliggendo dure perdite alle forze di occupazione, neutralizzandone numerosi presidi e liberando tutto il suo territorio ancor prima dell'arrivo degli alleati. Prima Città a dare, il 25 aprile, l'annuncio al mondo che l'Italia era insorta, Busto Arsizio è stata una degna protagonista del Secondo Risorgimento Italiano. »
(Busto Arsizio, settembre 1943 - aprile 1945)




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giovedì 14 maggio 2015

LO STEMMA DELLA CITTA' DI MONZA

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L’araldica delle città ha un rilievo molto importante perché rispecchia, attraverso simboli e colori, la fase di nascita dei comuni liberi e le successive modificazioni costituzionali.
Lo stemma più antico di Monza risale a questo periodo. Era rappresentato da una luna rossa in campo bianco.
L’interpretazione simbolica rimanda alla teoria del potere imperiale (luna rossa) riflesso in quello papale (sole bianco).
L’unica versione rimasta di tale stemma si può vedere nel frontespizio miniato del Codice degli Statuti della comunità di Monza, conservato nella Biblioteca Capitolare del Duomo di Monza.
Un bassorilievo della Luna fu rinvenuto in una casa in via Lambro (denominata per questo “Casa della Luna”), ma si trattava di un manufatto dell’800.

Il più antico blasone usato dal comune di Monza è uno scudo celeste in cui è raffigurata una luna crescente rossa con un bianco semicerchio al mento.

Lo stemma, con ogni probabilità, risale al XIII secolo.  Una pittura trecentesca nella monzese Casa dei Decumani riproduce lo stemma comunale con la luna crescente rossa in campo bianco. Una copia scolpita ottocentesca è incastonata nel fastigio della cosiddetta Torre di Teodolinda.

Lo storico Merati riferisce che se ne trova inoltre una raffigurazione ben conservata dipinta sul soffitto del salone del Guardaroba, nella canonica del Duomo di Monza.

Un primo tentativo di descrizione e di intepretazione si può leggere nel famoso "Chronicon modoetiense" di Bonincontro Morigia, storico vissuto nella metà del '300. Successiva, del 1794, è la descrizione fatta da Anton Francesco Frisi nelle sue "Memorie storiche di Monza", là dove si parla degli stemmi presenti un tempo sull'ambone (il pulpito) dell'Arengario. Quel simbolo è poi rintracciabile in due Stemmari: il primo, del 1496, conservato presso la biblioteca Trivulziana di Milano (n. 1390); il secondo, nel volume di Marco Cremosano "Galleria di imprese ed arme ed insegne viscontee", del 1637, conservato presso l'Archivio di Stato di Milano.

La caratteristica della Luna rossa di Monza, simbolo pur presente su alcuni stemmi di altre città é tuttavia quella di essere rappresentata falcata o "crescente al mento", così come la definisce il Frisi. Ed è questo forse un primo indizio sulla provenienza e sulla scelta di quel simbolo. E' cosa nota che le rappresentazioni araldiche provengono dalle epoche medioevali, dove i primi stemmi si ritrovano sugli scudi di condottieri e crociati. Quelli che noi oggi chiamiamo appunto "stemmi", avevano in realtà un significato apotropaico, venivano cioè disegnati sulle armature per incutere timore all'avversario. Solo successivamente vennero ad indicare la casata; da ciò deriva l'uso di affiggerli sugli edifici, sui libri e sui sigilli per indicare la proprietà.
Ricostruendo la storia dello stemma della famiglia Visconti, che molta importanza ebbe per l'Italia settentrionale dalla metà del '200 a quella del '400, pare che l'effige fosse stata presa dalla Casata dopo il periodo delle Crociate (Ottone Visconti) e che raffigurasse un biscione che ingoiava un moro.

Da lì forse parte il primo indizio sull'origine di quella Luna falcata al mento, rinvenibile anche nell'iconografia cristiana in rappresentazioni assai posteriori, dove la Madonna viene spesso dipinta in piedi su una falce di luna proprio a rappresentare la vittoria della fede cristiana su quella musulmana, le cui insegne, ancora oggi, mantengono spesso sulle bandiere proprio questo simbolo (ad es. la bandiera della Turchia). Pare che il simbolo della Luna non fosse proprio della cultura cristiana: più esattamente, proverrebbe dall'Oriente, forse dalla Mesopotamia o dall'antico Egitto (il culto di Iside e Osiride), e poi da lì si si sarebbe diffusa in altri paesi oggi europei, probabilmente la Spagna e la Francia, dove sono rintracciabili alcuni calendari astrologici e astronomici (i lunari) con la rappresentazione di Sole e Luna.

E forse proprio dalla Francia (e ancora prima dalle Crociate) arrivò alla famiglia Visconti questo simbolo astrologico, anche perché la casata Viscontea ebbe rapporti di potere e di unione matrimoniale con quel paese: basti pensare a quella tra Gian Galeazzo Visconti e Isabella di Valois.

Questo scambio di culture fu fortemente accentuato nel periodo di edificazione del Duomo di Milano che richiamò numerosi artisti da molte parti d'Europa. Il cosiddetto "periodo dell'ovrangerie", con lo scambio fra le culture quella Lombarda e francese Fiamminga, fu assai fecondo e dialettico. Sono riconducibili a quel periodo alcuni libri d'ore, i breviari, miniati con rappresentazioni astrali (sole e luna).

Queste rappresentazioni influirono molto sulla cultura di allora, tant'è che l'altro simbolo per eccellenza della famiglia Visconti era un sole fiammeggiante (la Raza, disegnata, pare, dal Petrarca), più volte rintracciabile sulle facciate e all'interno degli edifici sacri fatti erigere da loro. Si vedano, a tal proposito, le grandi finestre del Duomo di Milano, il sole affrescato spesso sulle volte della Certosa di Pavia, ma anche negli interni del Castello Sforzesco, fino ad arrivare a Monza dove "il Sole" visconteo fu affrescato dietro l'orologio sul lato nord dell'Arengario. Ben visibili, nel loro buon restauro, sono anche quelli sulle volte dell'antica sagrestia della chiesa di S. Maria in strada, oggi in vicolo Ambrogiolo 6, dove si trovano anche rappresentazioni della Luna e di alcune colombe.

Spesso quei "Soli" contengono la scritta IHS, il cosiddetto "cristogramma", più tardi simbolo dei Gesuiti, che pare potesse significare "In Hoc Signo (vinces)". In realtà c'è un lontano intreccio religioso tra l'ordine dei Cistercensi di origine francese (da Citaux) e il successivo ordine dei Templari che ebbero impulso da Bernardo di Fontaines poi detto Bernardo da Chiaravalle (dall'abbazia francese di Clairvaux). Si vedano, a tale proposito, le abbazie cistercensi di Chiaravalle e Morimondo, a sud di Milano. In particolare, sui capitelli del chiostro di Mirasole è presente un Sole cerchiato al mento (stemma poi adottato dalla Provincia di Milano alla fine degli anni '90), molto simile nelle fogge alla Luna di Monza.

D'altra parte, che in quel periodo medioevale vi fosse grande attenzione verso l'astrologia è confermato da Candido Decembrio (1399-1477) che descrisse accuratamente la vita di Filippo Maria Visconti (1392-1447), personaggio schivo e chiuso, che faceva abbondante ricorso ad astrologi e, nel contempo, si racconta fosse particolarmente attento e timoroso delle fasi lunari. Che l'astrologia fosse scienza integrante della conoscenza di allora nelle corti italiane e viscontee è visibile nell'opera denominata " De Sphaera", oggi conservata presso la Biblioteca estense, dove tra l'altro è rappresentata in modo evidente una donna discinta, Venere, contrassegnata da una Luna e di un uomo, Marte, dal Sole. Anche nei Tarocchi fatti miniare nel '400 da Filippo Maria, i più antichi e forse i primi, vi sono, tra l'altro, le rappresentazioni di Luna e Sole.

E' forse questo il primo possibile e più evidente significato del simbolo della Luna: non Papato (il Sole) e Impero (la Luna) come sosteneva Bonincontro Morigia a metà del '300, bensì uomo e donna, Re e Regina, figure provenienti dai breviari ma anche nei trattati di alchimia. Significativo a questo proposito è il " Rosarium Philosophorum", testo del 1550, analizzato da Carl Gustav Jung nel 1945, nel suo volume " la psicologia del Transfert", dove scrive: " Re e Regina sposo e sposa si uniscono in fidanzamento e matrimonio...La coppia infatti si trova sul Sole e sulla Luna, il che simboleggia la natura solare e lunare, e richiama la premessa astrologica dell'importanza della posizione del sole per l'uomo e di quella della Luna per la donna". Che il simbolo del sole e della luna rappresentassero e rappresentino la trasposizione simbolica ed onirica della figura dell'uomo e della donna si può rintracciare sin dalla prima interpretazione dei sogni scritta nel II° secolo D.C. da Artemidoro di Daldi e poi confermata nell' "Interpretazione dei sogni" scritta da Sigmund Freud. D'altra parte lo stesso Erich Fromm, freudiano ortodosso, sosteneva che i simboli onirici non sono mai mutati nei tempi, dagli egiziani a noi, come ben visibile su alcuni geroglifici.

In particolare, che la Luna sia sempre stato simbolo femminile e di fecondità ha dei riscontri anche di carattere materiale: si pensi al ciclo mestruale della donna, uguale al periodo di rotazione della luna intorno alla terra (i 27 giorni del ciclo sidereo), ma rintracciabile anche nei primi calendari del tempo, quelli lunari, che ne prendevano le fasi come riferimento. La Luna provoca le maree e , secondo alcuni, condiziona la semina e i raccolti tanto che ancora oggi vi è una branca dell'agricoltura, detta "biodinamica", che è attenta alle fase lunari. La Luna rappresenta la natura madre, il ritmo del tempo, le fasi di nascita, e, sul lato umano, l'irrazionale, l'inconoscibile, l'intuitivo ed il soggettivo, la ragione umana come luce riflessa dal Sole. E' l'occhio e la luce della notte (il sogno), come il sole è l'occhio e la luce del giorno (la realtà).
La Luna di Monza fu molto probabilmente simbolo archetipo e la rappresentazione figura di una donna. Quasi certamente si trattava di Bianca Maria Visconti, figlia di Filippo Maria, l'ultimo dei Visconti, la quale, andata in sposa a Francesco Sforza, fu fertile non solo di idee ed opere ed ebbe ben otto figli. Fece erigere dal Filarete un ospedale, la Ca' Granda, (dove oggi ha sede l'Università Statale di Milano) che ha come simbolo una colomba. Nella pagina degli Statuti del Comune di Monza dove compare la Luna di Monza, a fianco, vi è uno stemma dei Visconti - Sforza (con il biscione e l'aquila imperiale), sostenuto da due angeli, stemma ritrovabile, tale e quale, su un portale del castello sforzesco di Milano.

Anche sul pulpito dell'Arengario, erano rappresentati uno scudo dei Visconti - Savoia (Filippo Maria Visconti aveva sposato in seconde nozze Maria di Savoia); l'aquila, simbolo imperiale concesso da Federico II; un'insegna d'arme dei Visconti e la Luna di Monza. Questa parte venne però cancellata durante la Repubblica Cisalpina.

Infine, negli affreschi della cappella degli Zavattari (1440-1446) nel Duomo di Monza sono riportate le iniziali di Filippo Maria Visconti, e l'immagine della Regina Teodolinda è molto simile a quelle arrivate sino a noi che rappresentano sua figlia Bianca Maria o forse sua madre, Agnese del Maino, amante di Filippo Maria. Anche tutte le date di vita delle persone e di quegli affreschi sembrano comunque far risalire la data della Luna di Monza alla prima metà del '400.
Secondo altri, quel simbolo monzese si riferisce a Gian Galeazzo Maria Sforza (1444-1476), figlio di Francesco Sforza e di Bianca Maria Visconti, il quale sposò Bona di Savoia nel 1468. Altri ancora lo indicano come emblema voluto da Galeazzo II Visconti (1320-1378) che sposò Bianca di Savoia nel 1350 e che diede alla luce Gian Galeazzo, poi padre di Filippo Maria. Ma quelle datazioni non sembrerebbero coincidere.

Ferdinando I, Imperatore d’Austria dal 1835 al 1848, firma la concessione dello stemma alla Città di Monza in data 11 settembre 1835.
Il diploma è custodito nel Regio Archivio di Stato di Milano, Governo, Araldica, Cart. 59, e una copia della pergamena è conservata nella Biblioteca Civica.

E’ importante definire esattamente gli elementi inseriti nello scudo ovale.
La corona è evidentemente quella Ferrea, mentre la Croce è quella del Regno o di Berengario.
La scritta (esametro) in latino risalirebbe ad Ottone III, incoronato imperatore a Monza nel 996.

L’uso dello stemma e del gonfalone per gli Enti territoriali e morali è previsto come obbligatorio dal Regio Decreto del 13 aprile 1905, N° 234.
Ogni comune deve avere la propria insegna che lo indica, lo rappresenta, lo contraddistingue. Inoltre, lo stemma serve per rendere autentici e riconoscibili gli atti e le comunicazioni emanati dal comune.
Nel 1933 il comune di Monza presenta la domanda per ottenere il riconoscimento del suo stemma (quasi totalmente simile al precedente) e del suo gonfalone, allegando bozzetti realizzati dal pittore E. Ripa.
Riconoscimento che ottiene in data 29 maggio 1933. La trascrizione nei registri della Consulta Araldica, Libro araldico degli enti morali al vol. I, pag. 358, è invece datata 31 maggio 1933.
Da notare la “fantasiosa” raffigurazione della Croce di Berengario e della Corona Ferrea, non corrispondente alle forme originali.

Nel Regio Decreto, firmato dal Capo del Governo Mussolini, così viene descritto lo stemma:
“D’azzurro, alla Corona ferrea sormontata da una croce greca; il tutto circondato da una fascia d’argento con il motto Est Sedes Italiae Regni Modoetia Magni. Ornamenti esteriori da città.”

Nel 2003 si è proceduto ad un restyling dello stemma comunale.
Un’operazione tanto importante quanto delicata, per non stravolgere il simbolo del Comune, ma limitarsi ad aggiornarlo per renderlo più funzionale alle esigenze dei nostri tempi e all'uso di strumenti di comunicazione più evoluti.
Tutti gli elementi dello stemma sono stati ridisegnati semplificando le forme per facilitare la loro leggibilità, anche a dimensioni ridotte.
Lo stemma di Monza è infatti particolarmente complesso, visto i numerosi elementi che lo compongono.

Nell’attualizzarlo si è voluto rimanere fedeli agli elementi già presenti nei due stemmi storici di Monza: quello del 1835, concesso dall’imperatore d’Austria Federico I, e quello riconosciuto con Regio Decreto nel 1933.
Le figure simboliche sono la Croce di Berengario (o del Regno) e la Corona Ferrea.
Il terzo elemento è la scritta in latino “Est Sede Italiae Regni Modoetia Magni”, esametro che risalirebbe ad Ottone III, incoronato imperatore a Monza nel 996.
Questi tre elementi-simbolo ben rappresentano i valori storici di Monza: prestigio culturale, politico ed economico.

Gli altri due elementi, corona turrita di città e scudo sannitico, sono invece obbligatori per gli stemmi degli Enti territoriali (Regolamento araldica civica).

Completano lo stemma i rami di quercia (la forza) e di alloro (la gloria), annodati alla base da un nastro tricolore. Questo elemento decorativo ha la funzione di rendere immediatamente riconoscibili gli stemmi civici.



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