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domenica 13 dicembre 2015

LA BANDIERA ITALIANA

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Con la discesa di Napoleone Bonaparte nella penisola italiana e l'avvio della campagna d'Italia in molti luoghi i giacobini insorsero, contribuendo alle vittorie francesi. Il primo territorio a venir conquistato da Napoleone fu il Piemonte; nell'Archivio Storico di Cherasco è conservato un documento che comprova come il 13 maggio 1796, in occasione dell'armistizio di Cherasco tra Napoleone e le truppe austro piemontesi:

« … si è elevato uno stendardo, formato con tre tele di diverso colore, cioè Rosso, Bianco, Verde. »
Sul documento la parola "Verde" è stata successivamente sostituita da "Bleu".

Con il susseguirsi delle vittorie militari di Napoleone e della nascita di repubbliche favorevoli agli ideali rivoluzionari, in molte città si assunsero i tre colori come simbolo del rinnovamento.

Il 18 ottobre 1796 (27 vendemmiaio anno V) la Congregazione dei magistrati e deputati aggiunti di Bologna (davanti al cittadino De Bianchi, cittadini-senatori: Segni, Malvezzi, Isolani, Angeletti, Bargellini, Cospi, Marescalchi, Bentivoglio, con i cittadini legali consiglieri Gavazzi, il sindaco Tacconi e l'avvocato Antonio Aldini), al terzo punto della discussione così delibera:

« Bandiera coi colori Nazionali - Richiesto quali siano i colori Nazionali per formarne una Bandiera, si è risposto il Verde il Bianco ed il Rosso.

Dal 16 al 18 ottobre 1796, a Modena si tenne il Congresso a cui parteciparono i delegati di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio nell'Emilia, che decretò la nascita della Repubblica Cispadana, con l'avvocato Antonio Aldini presidente.

Il Congresso deliberò anche la costituzione di una Legione Cispadana, per appoggiare la Francia nella guerra contro l'Austria.

« Si decreta la costituzione della Confederazione Cispadana, e la formazione della Legione Italiana, le cui coorti debbono avere come bandiera il vessillo bianco, rosso e verde adorna degli emblemi della libertà. »
« ART.VIII Ogni Coorte avrà la sua bandiera a tre colori Nazionali Italiani, distinte per numero, e adorne degli emblemi della Libertà. I numeri delle Coorti saranno estratti a sorte fra quelle formate delle quattro Provincie. »
Si tratta comunque ancora di vessilli militari e non di una bandiera nazionale.

Presso il palazzo comunale del Fariolo, allora sede del Comune di Felina, il 22 ottobre 1796 si tenne una seduta del consiglio comunale in cui si trattava l'unione dei paesi di Felina e Braglia alla Repubblica Reggiana. L'ordine del giorno venne discusso alla presenza dell'avvocato Antonio Francesco Rondoni, rappresentante plenipotenziario reggiano; il settimo punto era così formulato:

« Potrà il Popolo suddetto distruggere la bandiera dell'ex feudatario e farne una tricolorata colle parole: Libertà, Egualianza. »
I verbali della seduta si trovano presso gli archivi comunali di Reggio nell'Emilia, fra i fascicoli che riguardano la richiesta dei diversi comuni per riunirsi alla città. Che la deliberazione sia stata approvata proprio il 22 ottobre, il professor Giuseppe Giovanelli lo desume dal fatto che tra i punti discussi e riportati mancano il quinto e il sesto, dimostrando che vennero trascritti solo gli argomenti approvati.

Il 19 ottobre 1796, venne offerto un pranzo in onore del generale Napoleone Bonaparte. Nei documenti che testimoniano quest'avvenimento si legge:

« I Quattordici, con i cingoli a tre colori, si recavano festanti ad incontrare il generale. »
Più avanti nello stesso documento si dice che alle domande di Bonaparte riguardanti il motivo della carcerazione dell'avvocato Giuseppe Cuoghi, giudice di Novellara e consigliere al Ministero degli Affari Esteri degli Stati estensi, fu risposto che:

« … fece atterrare l'albero della libertà a Bagnolo, secondo paese degli ex conti Gonzaghi, dipinto a tre colori, coccarda italiana nazionale rosso, verde, bianca. »

L'11 ottobre Napoleone comunicava al Direttorio la nascita della Legione Lombarda, costituita l'8 dello stesso mese, i cui «les couleurs nationales qu'ils ont adopté sont le vert, le blanc et le rouge».

Il 6 novembre, a Milano, la prima coorte della Legione Lombarda ricevette la bandiera nel corso di una solenne cerimonia alle ore cinque pomeridiane sulla piazza del Duomo. Lo stendardo si presentava diviso in tre fasce verticali, riportava la scritta "Legione Lombarda" e il numero di coorte, al centro era presente una corona di quercia che racchiudeva un berretto frigio e una squadra massonica con pendolo. Si tratta ancora una volta di un vessillo militare. Bandiere della stessa foggia furono assegnate anche alle altre cinque coorti costituite; tutte e sei le bandiere sono ancor oggi esistenti.

A Reggio Emilia il 27 dicembre 1796, si riunì un'assemblea di 110 delegati presieduti da Carlo Facci per decretare la costituzione della Repubblica Cispadana, comprendente i territori di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio Emilia.
Ad avanzare la proposta di adozione di una bandiera verde, bianca e rossa fu Giuseppe Compagnoni, che per questo è ricordato come il "Padre del Tricolore".
Nel Verbale della riunione del 7 gennaio 1797 si legge:

« … Sempre Compagnoni fa mozione che lo stemma della Repubblica sia innalzato in tutti quei luoghi nei quali è solito che si tenga lo Stemma della Sovranità. Decretato. »
« ... Fa pure mozione che si renda Universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di tre colori, Verde, Bianco e Rosso e che questi tre colori si usino anche nella Coccarda Cispadana, la quale debba portarsi da tutti. Viene decretato. »
« ... Dietro ad altra mozione di Compagnoni dopo qualche discussione, si decreta che l'Era della Repubblica Cispadana incominci dal primo giorno di gennaio del corrente anno 1797, e che questo si chiami Anno I della Repubblica Cispadana da segnarsi in tutti gli atti pubblici, aggiungendo, se si vuole, l'anno dell'Era volgare. »
Nella seduta del 21 gennaio, tenutasi a Modena, dove nel frattempo erano stati spostati i lavori congressuali, la decisione venne ulteriormente sancita:

« …confermando le delibere di precedenti adunanze – decretò vessillo di Stato il Tricolore – per virtù d'uomini e di tempi – fatto simbolo dell'unità indissolubile della Nazione… »
La bandiera si presentava a bande orizzontali con il rosso in alto, al centro l'emblema della repubblica e a lati le lettere R e C, iniziali della repubblica.




Pochi mesi dopo, con l'unione tra le repubbliche Cispadana e Transpadana, si costituì la Repubblica Cisalpina, il cui Gran Consiglio, in data 11 maggio 1798, confermò la bandiera nazionale.

« ... la Bandiera della Nazione Cisalpina è formata di tre bande parallele all'asta, verde, la successiva bianca, la terza rossa. L'Asta è similmente tricolorata a spirale, colla punta bianca »

Con la nascita della Repubblica Italiana (1802-1805) vennero conservati i colori ma la forma mutò in un quadrato verde inserito in un rombo bianco, a sua volta inserito in un quadrato rosso: si tratta di una composizione identica all'attuale stendardo presidenziale italiano. Il vicepresidente della Repubblica Melzi d'Eril avrebbe voluto eliminare il verde dalla composizione ma, a causa dell'opposizione di Napoleone e delle «pressioni di forze morali massoniche democratiche», il colore venne mantenuto.
Con la trasformazione in Regno d'Italia (1805-1814), la bandiera non subì modifiche formali, benché i vessilli militari riportassero un'aquila imperiale di colore giallo sul quadrato verde.

Nel 1821 durante i Moti del 1820-1821, alla Cittadella di Alessandria, il Tricolore sventolò per la prima volta nella storia risorgimentale. Nel 1831, Giuseppe Mazzini sceglie il Tricolore come emblema della Giovine Italia e nel 1834 viene adottato dai rivoltosi che tentarono di invadere la Savoia.

Nel marzo del 1848, durante le Cinque Giornate di Milano, il re di Sardegna Carlo Alberto assicura al Governo provvisorio lombardo che le sue truppe, pronte a venire in aiuto per la prima guerra d'indipendenza, avrebbero marciato sotto le insegne del Tricolore, con lo stemma sabaudo sovrapposto sul bianco. Sempre nel 1848, viene adottato dalle milizie borboniche e papali inviate in soccorso dei Lombardi, da Venezia e dal Governo insurrezionale della Sicilia. Il 12 febbraio 1849 viene adottato dalla Repubblica Romana. Il Tricolore romano aveva l'aquila repubblicana sulla punta dell'asta.

Nel 1860 tricolore divenne anche la bandiera del Regno delle Due Sicilie, con lo stemma borbonico sovrapposto sul bianco. Quando il 17 marzo 1861 viene proclamato il Regno d'Italia, il Tricolore, per consuetudine, continuò ad essere la bandiera nazionale. La città di Vicenza adottò - come gonfalone comunale - il tricolore italiano con, al centro, il simbolo della città. Questa scelta fu ufficializzata nella seduta del Consiglio Comunale del 5 novembre 1866 dopo che, poche settimane prima, il re Vittorio Emanuele II era giunto in città per appuntare al gonfalone cittadino la medaglia d'oro al valor militare, guadagnata con le battaglie del 1848. Patriotticamente la città (annessa da poco al Regno d'Italia) si presentò con il Tricolore al posto del gonfalone. Essendo la Bandiera di Vicenza l'unica bandiera comunale ad essere decorata da due Medaglie d'Oro al Valor Militare, riceve gli stessi onori di una bandiera di guerra; nelle cerimonie ufficiali deve precedere tutte le altre bandiere (ad eccezione delle bandiere di guerra dei reggimenti in armi) e gonfaloni comunali e dev'essere sempre accompagnata da almeno un vigile urbano in alta uniforme storica.

Solo con la nascita della Repubblica, con il decreto legislativo del Presidente del Consiglio del 12 giugno del 1946 si stabilì ufficialmente la foggia della nuova bandiera che in seguito venne confermata nella seduta del 24 marzo del 1947 dall'Assemblea Costituente e inserita pertanto nell'articolo 12 della Costituzione.

Secondo un'antica poesiola scritta nei "sussidiari" delle scuole elementari di un tempo, nel vessillo dell'Italia ci sarebbe il verde per ricordare i nostri prati, il bianco per le nostre nevi perenni, ed il rosso in omaggio ai soldati che sono morti in tante travagliate guerre. Su questo tema hanno profuso rime anche poeti di fama come Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli, Renzo Pezzani, Ada Negri.... Davvero il verde dei prati, il bianco delle nevi, e il rosso di un sangue versato tra le lacrime di un'intera nazione per duecento anni è la trasposizione allegorica del nostro Tricolore?

E' difficile identificare tra i tanti chi e come ha inventato una simile leggenda. Leggenda romantica, ma non vera. Alla luce della Storia essa appare puerile e senza senso. Può essere il tema di una filastrocca, ma è inconcepibile che una penisola frazionata in tanti piccoli stati, abbia avuto col Risorgimento la forza di unirsi per celebrare prati e nevai.

Nasce quindi il sospetto che l'ignoto cantore di tale favola abbia voluto nascondere una realtà ben diversa, e molto più seria e drammatica. Una verità difficile da gestire quando oggi, grazie ai motori di ricerca come Google, la storia patria reale, è interamente riscritta.
La bandiera italiana è nata nel 1794, quando due studenti di Bologna, Giovanni Battista De Rolandis e Luigi Zamboni, tentarono una sollevazione contro il potere assolutista che governava la città da quasi 200 anni. I due presero come distintivo la coccarda della rivoluzione parigina, ma, per non far da scimia alla Francia, cambiarono l'azzurro col verde. Il significato allegorico è rimasto comunque lo stesso: un Tricolore come traguardo di un popolo che mirava ad avere Giustizia, Uguaglianza, Fratellanza. Tre obiettivi senza i quali non ci può essere Dignità, Democrazia, Prosperità.

Il nostro Tricolore riassume i naturali "Diritti dell'Uomo", le aspirazioni di tutte le genti, la volontà di chi crede nella propria nazione volta al progresso, con leggi adeguate, senza divisioni, stessi doveri e medesimi privilegi. Un paese dove non ci siano discriminazioni, ma ognuno fa' del proprio lavoro una cosciente responsabilità. Dove la morale e l'etica siano guida costante per un'esistenza felice e serena.

Questo è scritto nella nostra bandiera, e questo è quanto sognavano quei due studenti che l'hanno ideata e difesa sino a sacrificare la loro vita ventenne al bieco assolutismo despota dei carnefici del potere.

Con l'Unità ai tre colori si aggiunse l'azzurro, colore distintivo della famiglia Savoia, inserito nella bandiera del Regno d'Italia sul contorno dello stemma per evitare che la croce e il campo dello scudo si confondessero con il bianco e il rosso delle bande del vessillo; da allora è uno dei colori di riferimento e riconoscimento dell'Italia, ad esempio per le maglie sportive nazionali.

La Repubblica italiana cancellò ovviamente il blu di Savoia e ufficializzò la bandiera nell'articolo 12 della Costituzione, disponendo il verde, il bianco e il rosso a tre bande verticali di eguali dimensioni, per ribadire ancora una volta gli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità.

I colori della bandiera italiana (il Tricolore), sono indicati nell'articolo 12 della Costituzione della Repubblica Italiana del 27 dicembre 1947, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana nº 298, Edizione Straordinaria, del 27 dicembre 1947 ed entrata in vigore il 1º gennaio 1948.



I toni cromatici dei tre colori succitati, su tessuto stamina (fiocco) di poliestere, sono sanciti nel comma nº 1, dell'articolo nº 31 Definizione cromatica dei colori della bandiera della Repubblica, della Sezione V "Bandiera della Repubblica, Inno nazionale, Feste nazionali e Esequie di Stato", del Capo II "Delle disposizioni generali in materia di cerimoniale", dell'Allegato "Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento del Cerimoniale di Stato", al Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 14 aprile 2006 "Disposizioni generali in materia di cerimoniale e di precedenza tra le cariche pubbliche", pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana nº 174 del 28 luglio 2006.

Ai fini dell'applicazione dell'art. 6 del D.P.R. 7 aprile 2000, n. 121 ("Regolamento recante disciplina dell'uso delle bandiere della Repubblica italiana e dell'Unione europea da parte delle amministrazioni dello Stato e degli enti pubblici"), negli edifici pubblici la bandiera della Repubblica Italiana, la bandiera dell'Unione europea e il ritratto del Capo dello Stato devono essere esposte negli uffici delle seguenti cariche istituzionali:

a) membri del Consiglio dei ministri e dei Sottosegretari di Stato;
b) dirigenti titolari delle direzioni generali od uffici equiparati nelle amministrazioni centrali dello Stato nonché dei dirigenti preposti ad uffici periferici dello Stato aventi una circoscrizione territoriale non inferiore alla provincia;
c) titolari della massima carica istituzionale degli enti pubblici di dimensione nazionale, e titolari degli uffici dirigenziali corrispondenti a quelli di cui alla lettera b);
d) titolari della massima carica istituzionale delle autorità indipendenti;
e) dirigenti degli uffici giudiziari;
f) capi delle rappresentanze diplomatiche, degli uffici consolari e degli istituti italiani di cultura all'estero. Per i consoli onorari l'esposizione è facoltativa.

L'articolo 292 del codice penale italiano (Vilipendio o danneggiamento alla bandiera o ad altro emblema dello Stato) tutela la bandiera italiana così disponendo:

Chiunque vilipende con espressioni ingiuriose la bandiera nazionale o un altro emblema dello Stato è punito con la multa da euro 1 000 a euro 5 000. La pena è aumentata da euro 5 000 a euro 10 000 nel caso in cui il medesimo fatto sia commesso in occasione di una pubblica ricorrenza o di una cerimonia ufficiale.
Chiunque pubblicamente e intenzionalmente distrugge, disperde, deteriora, rende inservibile o imbratta la bandiera nazionale o un altro emblema dello Stato è punito con la reclusione fino a due anni.
Agli effetti della legge penale per bandiera nazionale si intende la bandiera ufficiale dello Stato e ogni altra bandiera portante i colori nazionali.

L'origine del colore azzurro (blu Savoia) risale al 20 giugno 1366, quando il Conte Verde, Amedeo VI di Savoia, partendo per la crociata indetta da papa Urbano V in aiuto dell'Imperatore bizantino Giovanni V Paleologo, suo cugino di parte materna, volle che sulla sua galera veneziana, ammiraglia di una flotta di 17 navi e 2000 uomini, sventolasse accanto allo stendardo rosso-crociato in argento dei Savoia, uno scialle azzurro:

« … di devozione di Zendado azzurro con l'immagine di Nostra Signora in campo seminato di stelle (oro). E quel colore di cielo consacrato a Maria è, per quanto a me pare, l'origine del nostro color nazionale. »
(Luigi Cibrario cit. in Carlo Alberto Gerbaix De Sonnaz, Bandiere stendardi e vessilli di Casa Savoia, dai Conti di Moriana ai Re d'Italia (1200-1861) (Torino, 1911))
Da quel periodo gli ufficiali portarono annodata in vita una fascia o sciarpa azzurra. L'uso venne reso obbligatorio per tutti gli ufficiali nel 1572 dal duca Emanuele Filiberto di Savoia. Attraverso diverse modifiche nel corso dei secoli la sciarpa azzurra divenne la principale insegna di grado dell'ufficiale italiano ed è ancora oggi simbolo distintivo degli ufficiali delle Forze Armate italiane. La definizione "azzurri" associata alle squadre sportive nazionali italiane è pure essa derivata dal colore azzurro della maglia inizialmente adottato in onore dei Savoia.



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mercoledì 22 luglio 2015

LA CASA DI ARLECCHINO



Nella illustre famiglia delle maschere della Commedia dell'Arte, Arlecchino è la più caratteristica e al tempo stesso la più enigmatica e complessa. Benché nato in provincia di Bergamo, la città del suo compare Brighella, il suo nome deriva dal medioevo francese: Harlequin, o Herlequin o Hellequin si chiamava un diavolo conduttor di diavoli nei misteri popolari del sec. XI. Così il Driesen, il più dotto studioso di questa maschera.
Ma non mancano altre etimologie, più ingegnose che sensate: da Erlenkönig, folletto della mitologia scandinava e germanica; da Alichino, diavolo dantesco che in realtà deriva dall'Harlequin francese, da Achille de Harlay, gentiluomo francese che protesse un comico italiano detto Harlayqino. Secondo altri il nome sarebbe il diminutivo di harle o herle uccello dal manto variopinto. Anche per le sue caratteristiche esteriori e per il suo tipo si sono cercate origini remote e lo si è riavvicinato agli antichi fallofori, che si imbrattavano il volto di fuliggine e recitavano senza coturno, e al Bucco romano, grande mangione. 

Ma l'uso di imbrattarsi il volto per far ridere è universale, e così pure il tipo del pappatore. Troviamo comunque, verso il Cinquecento, la maschera di Arlecchino già definita: parla bergamasco, ha una corta giacchetta e calzoni attillati, l'una e gli altri coperti di pezzetti di stoffa di vari colori messi senza ordine, un bastone alla cintura, barba nera e ispida, mezza maschera nera col naso camuso, berrettone alla Francesco I con una coda di coniglio ciondolante (l'appender code di coniglio di volpe o orecchie di lepre era nel medioevo beffa consueta). 

Arlecchino nasce infatti sotto il segno della stupidità: una stupidità insolente, famelica che si addipana nei fili dell'intrigo dai quali si libera con salti acrobatici e botte alla cieca. Nella seconda metà del cinquecento fu proprio un Bergamasco, Alberto Ganassa di Oneta di San Giovanni Bianco che, dopo i brillanti esordi presso le corti dei Gonzaga ed egli Estensi, vestì i panni di Arlecchino nientemeno che davanti ai Sovrani di Francia e di Spagna. Nella Contrada di Oneta si trova la cosiddetta casa d'arlecchino, un edificio quattrocentesco che conserva tutti gli elementi distintivi di un passato splendore e che è destinato a diventare un museo della maschera e del teatro popolare. La casa era in origine fortificata, ma in seguito divenne un abitazione signorile. All'interno rimangono tracce di affreschi che ingentilivano pareti e che attualmente sono visibili presso la Canonica e la Chiesa Parrocchiale di San Giovanni Bianco. 

Un affresco era posto anche sopra la scala d'ingresso e raffigurava un uomo irsuto e vestito di pelli che brandiva un nodoso randello a guardia dell'abitazione, come si deduce dalla scritta posta sul cartiglio: Chi non e' de chortesia, non intragi in chasa mia, se ge venes un poltron, ce daro' col mio baston.
L'edificio apparteneva ai Grataroli, una delle famiglie piu' potenti della Valle, originaria di Oneta, che nel quattrocento vantava a Venezia ricchezze e fortune. 

E qui si innesta il riferimento ad Arlecchino; questa maschera vestiva i panni del servo balordo e opportunista, quale erano nella realta' i valligiani brembani dediti nella citta' lagunare a lavori umili e faticosi. Gli stessi Grataroli stabilitisi a Venezia avevano al loro seguito servitori Brembani ai quali affidavano anche la cura dei loro beni di Oneta. Forse accadde che uno di tali servi, portato all'arte comica, abbia buffonescamente rappresentato sulla scena il ruolo da lui stesso ricoperto nella realta' quotidiana. Il ruolo iniziale si arricchi' di forme e contenuti, favorendo l'imporsi del personaggio Arlecchino, colorito di licenziosa e pungente comicita' che veniva apprezzata in quanto non oltraggiava l'orgoglio Veneziano, ma prendeva di mira il tipo del servitore Bergamasco, costretto ad agguzzare l'ingenio per questioni di soppravvivenza.

La sua architettura in solida pietra a vista , addolcita da portici, balconate e finestre archiacute, si staglia a baluardo dell'antica "Via Mercatorum"lungo la quale, prima che nel600' venisse aperto a fondovalle il piu' agevole tracciato della"Priula", transitavano e facevano tappa i mercanti, che da Bergamo e dalla pianura risalivano le valli diretti verso i Grigioni ed il nord Europa. Patrimonio della famiglia Grataroli, la casa e' attribuita ad Arlecchino da una tradizione secolare. La struttura e' interessata da un progetto integrale di recupero storico-museale che avvalora la tradizione brembana della Maschera. Il Borgo di Oneta e' formato da un gruppetto di belle case antiche, molte delle quali, ben restaurate, presentano ancora la secolare struttura ad archi ed accolgono il visitatore in un'atmosfera d'altri tempi, tra strette vie, seclciati pitrosi, oscuri porticati, ballatoi in legno a intagli rustici. 
La struttura delle pareti esterne e la pianta dell'edificio lasciano intendere che originariamente fosse una casa fortificata, trasformata in un secondo tempo in abitazione signorile, come dimostrano tra l'altro i bei portali a tutto sesto e le finestre archiacute in pietra lavorata che si aprono sulla facciata principale. All'interno rimangono tracce di affreschi e decorazioni che ingentilivano pareti e soffitti lignei; un affresco (attualmente sostituito da una copia) era posto anche sopra la scala d'ingresso e raffigurava un uomo irsuto e vestito di pelli che brandiva un nodoso randello a guardia dell'abitazione. Tale raffigurazione puo' essere fatta risalire alla tradizione dell'homo selvadego, tipica delle antiche comunita' retico-alpine, di cui esistono esempi nella "camera picta" di Sacco (Cosio Valtellino), e in alcune localita' del Trentino.



La presenza dell'uomo selvatico sui muri del palazzo di Oneta e' stata presa per l'originale matrice della maschera di Arlecchino: nell'immaginario popolare l'uomo selvatico e' infatti brutale, ma insuperabile espressione di vitalita', idice estremo di quanto puo' sopportare ed escogitare contro i rigori della fame, del freddo e della miseria. E' fuor di dubbio, infatti, che la primitiva gestualita' di Arlecchino, rivelatasi solo nella rozza tipologia dello Zanni e raffinitasi solo nelle piu' tarde esperienze teatrali, fu in origine grottescamente desunta da una goffa e istintiva animalita' che poco si discosta dalle fattezze rustiche e villane dell'homo selvaticus. Gli altri affreschi, tutti risalenti alla fine del Quattrocentesco, che decoravano il salone del primo piano sono stati rimossi attorno al 1939-40 dal parroco di San Giovanni Bianco don Davide Brigenti che provvide a farli restaurare. Attualmente, tranne il Martirio di San Simonino, che si trova presso il Museo Diocesano di Bergamo, sono conservati nella chiesa parrocchiale e nella sagrestia della chiesa di San Giovanni Bianco. I tre affreschi collocati nella canonica sono di contenuto religioso e rappresentano un Cristo sul sepolcro tra Maria e Giovanni, un San Sebastiano e Sant'Antonio Abate. Le opere raccolte presso la canonica raffigurano due Armigeri e un Torneo equestre. Quest'ultimo e' particolarmente significativo per la non comune estensione (quasi cinque metri) e per il realismo e l'immediatezza dei gesti e delle figure colte nel vivo di una zuffa cavalleresca. Al di la' dei contenuti artistici, questi affreschi sono importanti anche per il preciso riferimento ai proprietari dell'edificio: la presenza della grattugia "grataröla" nello stemma del cavaliere vincitore e di uno dei due armigieri rimanda ai Grataroli, una delle piu' potenti famiglie della valle che, come provato da diversi documenti, era originaria proprio di Oneta.
Il livello signorile dell'edificio deriva quindi dall'essere stata la primitiva dimora della nobile  famiglia Grataroli che gia' nel Quattrocento vantava a Venezia ricchezze e fortune e che, ormai lontana dal paese natio, aveva voluto nobiliare l'edificio di Oneta quasi a significare concreta ostentazione del potere acquisito. Su tali premesse si inserisce la tradizione che identifica questa casa come quella di Arlecchino. Va considerato, a tale proposito, che Arlecchino, vestiva sulla scena i panni del servo balordo e opportunista, quale erano nella realta' i numerosi valligiani brembani che allora popolavano la citta' lagunare svolgendo lavori umili e faticosi. E' piu' che probabile che gli stessi Grataroli stabilitisi a Venezia avessero al loro seguito numerosi servitori brembani ai quali affidavano anche la cura dei loro beni a Oneta. Non e' fuori luogo supporre che proprio uno di tali servi, dotato di particolare "vis comica" possa essersi trovato sulla scena a rappresentare, solo in modo piu' accentuatamente comico, il ruolo da lui stesso ricoperto nella realta' quotidiana. D'altronde la "commedia dell'arte" allora in auge nelle fiere e sulle piazze proponeva agli spettatori temi sarcastici e popolari non supportati da testi scritti, ma col solo riferimento a canovacci appena abbozzati che subivano di volta in volta le variazioni a soggetto degli interpreti. Tale prassi, che prevedeva un continuo arricchimento di forme e contenuti, favori' il formarsi del personaggio Arlecchino, colorito di licenziosita' e pungente comicita' buffonesca che veniva tanto piu' apprezzata in quanto non oltraggiava l'orgoglio veneziano, ma prendeva di mira il tipo di servitore bergamasco costretto ad aguzzare l'imgegno per questioni di sopravvivenza. L'ipotesi non e' poi cosi' peregrina, se si pensa che nella seconda meta' del Cinquecento fu proprio un bergamasco: Alberto Ganassa che, dopo i brillanti esordi presso le corti dei Gonzaga e degli Estensi , vesti' i panni di Arlecchino nientemeno che davanti ai sovrani di Francia e di Spagna.

L'edificio è stato restaurato tra la fine degli anni '80 e '90, diventando un palcoscenico naturale per numerose rappresentazioni teatrali dedicate ad Arlecchino. Attualmente la Casa di Arlecchino ospita un museo dedicato al personaggio che vi ha abitato, e un ristorante.


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lunedì 25 maggio 2015

LE CONTRADE DI LEGNANO : SAN BERNARDINO





pons gloriae virtutem ligat

Le leggenda della contrada san Bernardino spiega la nascita del suo stemma: lo scudo tagliato bianco e rosso con un sole raggiante a otto punte e il monogramma NBS.
Esistono varie versioni della leggenda.

La più celebre narra di un Capitano d'arme malvagio che, visto il suo amore rifiutato, voleva condannare una bella fanciulla di contrada a morte. Per niente impietosito dalle suppliche della giovane, il perfido cavaliere le disse che l’avrebbe risparmiata solo se le campane della vicina chiesetta di San Bernardino si fossero messe a suonare da sole, spinte dal vento. Mentre la giovane riceveva il primo colpo, le campane presero a suonare, dando così l’allarme e facendo intervenire un gruppo di cavalieri che misero in fuga lo spregevole aggressore e salvarono la giovane. Da quel giorno la veste bianca macchiata del sangue delle prime ferite divenne il simbolo delle genti di contrada: bianco per la purezza d’animo, rosso per la regalità dello spirito della giovane. L’intervento miracoloso del Santo patrono venne ricordato inserendo nello stemma il simbolo di San Bernardino: appunto il sole a otto punte con il trigramma gotico NBS (Noster Bernardinus Sanctus).

In un’altra leggenda di contrada si narra che i boschi intorno alla chiesetta di San Bernardino fossero pieni di ferocissimi orsi: un giorno, una giovane in cerca di legna venne aggredita da un orso enorme. Le sue grida disperate misero in allarme gli abitanti della contrada, che corsero a suonare le campane della chiesa per dare l’allarme. I concitati rintocchi attirarono l’attenzione di un gruppo di cavalieri di passaggio, che accorsero in soccorso della giovane. Dopo un duro combattimento, riuscirono a uccidere il terribile animale e a salvare la fanciulla, ferita e spaventata. Anche in questo racconto la veste lacera e macchiata di sangue divenne simbolo delle genti di contrada, a ricordo del loro coraggio e della loro bontà d’animo.
San Bernardino è una delle contrade legnanesi più estese.
Il nucleo dell'abitato della contrada e' situato nell'Oltrestazione e si estende fino alla chiesetta edificata verso la fine del XV secolo per ringraziare il Signore dello scampato pericolo di un'epidemia pestilenziale: all'interno di questa chiesetta, che si trova nei pressi del cimitero parco, e' custodito un prezioso affresco attribuito a Giovan Battista Crespi, detto il Cerano.

Il nome della contrada deriva da una visita effettuata nel 1444 da San Bernardino da Siena al convento di Sant'Angelo di Legnano, successivamente demolito. In seguito a questa visita, il nome del Santo fu dato ad una cascina e ad un'antica chiesa oratorio non più esistente. Al Santo fu poi intitolata anche l'attuale chiesetta omonima, che sorse sulle vestigia della citata chiesa oratorio.

Il territorio della contrada è il luogo dove sono avvenuti, secondo alcuni studiosi, i primi scontri della battaglia di Legnano. Infatti, considerando questa ipotesi, il primo contatto tra le truppe della Lega Lombarda e quelle dell'Imperatore Barbarossa si è verificato tra Legnano e Borsano. Quindi, per quanto riguarda la città del Carroccio, le prime fasi della battaglia potrebbero essere avvenute sui territori appartenenti alla contrada Flora e al rione Ponzella, che è compreso all'interno della contrada di San Bernardino: Borsano è infatti situato a nord-ovest di Legnano. L'ipotesi che va per la maggiore tra gli studiosi, sostiene invece che il primo contatto tra gli eserciti sia avvenuto tra Borsano e Busto Arsizio: secondo questa ipotesi, solo in seguito gli scontri si spostarono a Legnano per la celebre difesa del Carroccio.

Secondo invece una leggenda, le tre colombe uscite dalle sepolture dei santi Sisinnio, Martirio e Alessandro durante la battaglia di Legnano, dopo essersi appoggiate sul Carroccio e aver causato la fuga di Federico Barbarossa, si ripararono impaurite in una zona boscosa di San Bernardino.

Il suo territorio include la contrada soppressa di "Ponzella", che fu inglobata a San Bernardino nel 1952 perché il quartiere a cui faceva riferimento non era molto abitato e quindi aveva difficoltà a sostenere economicamente la partecipazione al Palio.

La chiesa di riferimento della contrada è quella di San Bernardino. Consacrata nel XVII secolo, è stata costruita su proposta di Carlo Borromeo sulle rovine dell'omonima chiesa oratorio citata in precedenza. Le prime tracce documentate in cui viene citata l'attuale chiesa risalgono al 1650. Durante i secoli l'edificio religioso si è arricchito di molte opere artistiche.

La contrada comprende altre tre chiese: San Giovanni, San Paolo e quella della Ponzella, che è dedicata a Santa Maria Maddalena.



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LE CONTRADE DI LEGNANO : SAN MAGNO

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non semel Victor sed semper primis

La leggenda narra di un gelso, utile alla coltura dei bachi da seta, che fu importato a Legnano con le prime filande di seta azionate dall’Olona. Il leone rampante è simbolo d’assoluto e di guerra e potrebbe collegarsi all’antica battaglia, anche se la leggenda vuole che le cose siano andate così. In tempi remotissimi, nella zona dove ora sorge il centro di Legnano vi era una grossa pianta in un campo candido di neve. Il contadino che lavorava quella terra , giunse una mattina d’inverno , guardò compiaciuto la pianta e rivoltosi al cielo pensò “Quanto è forte questa pianta che resiste alla neve e al gelo, potessimo noi uomini resistere alle inclemenze della vita!” Quel contadino era un po’ filosofo e non si meravigliò quando vide apparire davanti a sè un uomo dall’aspetto ieratico e severo che gli disse: “ ho letto nel tuo pensiero e nel nome di San Magno io ti fortificherò secondo quanto tu desideri, vorresti tu avere la forza di un leone, il coraggio di un leone e la potenza di un leone?”  “Altro Che!” Rispose il contadino, “cosa devo are?” “Afferra quel coniglio vicino alla pianta e uccidilo e col suo sangue copri la neve.” Il contadino ubbidì, prese il coniglio, lo sgozzò e la neve divenne rossa. “Ora vai su quella neve insanguinata,” ordinò il Santo, e ancora una volta il contadino ubbidì, ma appena posò il piede sulla zona rossa il contadino si accorse che le sue gambe non gli reggevano più, le sue membra si erano fatte fulve e pelose, aveva quattro zampe provviste di artigli, una criniera fulva e ruggiva. Così sulla neve bianca vi era una pianta e sulla neve rossa un leone.
Il contadino avrebbe voluto ridiventare uomo ma il santo gli disse” ora rimani leone, la tua superbia lo ha voluto.” E così dicendo sparì nell’aria densa di nebbia.


Secondo un’altra leggenda si ricorda che l’origine del Gonfalone è dovuta ai Santi Sebastiano e Rocco che venuti nottetempo ad ammirare gli affreschi che li ritraevano all’interno della Basilica lasciarono sulla neve bianca due strisce rosse del loro sangue.

Il bianco della neve ed il sangue del coniglio diventarono quindi il simbolo della contrada. Questi colori, l'albero ed il leone furono anche inclusi nello stemma e nel gonfalone della città di Legnano.

Nello stemma della contrada è presente, sopra il campo rosso di sinistra, la mitria di San Magno. Al centro, sopra il colore bianco, sono raffigurati il suo ombrello vescovile e le sue chiavi prepositurali, mentre sopra il campo rosso di destra è rappresentato il suo bastone pastorale.

La bandiera riproduce i simboli e le insegne della basilica Romana Minore, cioè la Mitria, l’Ombrello Vescovile, le Chiavi ed il Pastorale.

La Nobile Contrada San Magno è situata nella zona centro-sud della città.

Il territorio della contrada comprende la maggior parte del centro storico della città del Carroccio. Fin dall'epoca medioevale Legnano era divisa in due parti, l'abitato principale, che era ubicato sulla riva destra dell'Olona e che corrisponde all'attuale centro della città (la cosiddetta Contrada Granda, in dialetto legnanese), ed un borgo più piccolo, Legnanello o Legnarello (da cui è derivato il nome dell'omonima contrada), sulla riva sinistra del fiume.

All'epoca le due comunità conducevano una vita autonoma, ed erano collegate da uno o due ponti al massimo. I terreni compresi tra i due abitati erano attraversati dall'Olonella (una diramazione naturale del fiume) e dal corso principale dell'Olona. Tali terreni erano liberi ed erano conosciuti come "Braida Arcivescovile". La Braida Arcivescovile restò libera da costruzioni fino al XX secolo perché era spesso allagata dalle acque dell'Olona. L'Olonella si staccava dal fiume prima di Legnano e, dopo essere passata dietro al borgo principale vicino all'attuale Basilica Romana Minore di San Magno, rientrava nell'Olona. L'Olonella è stata poi interrata a cavallo tra il XIX secolo e il XX secolo. La Legnarello dell'epoca era costituita da poche case che erano situate lungo una strada parallela al corso principale dell'Olona (l'attuale corso Sempione), mentre il borgo principale era formato da un agglomerato di abitazioni che si sviluppava intorno ad una piazza (l'attuale piazza San Magno). I due centri abitati si sono poi saldati in un unico conglomerato urbano con l'espansione edilizia del XX secolo.

Comprendendo il centro storico della città, il territorio della contrada di San Magno include diversi edifici di importanza storica ed artistica. Tra essi vanno senz'altro menzionati la Basilica Romana Minore di San Magno, palazzo Leone da Perego e villa Jucker, sede della Famiglia Legnanese. In periferia, fanno invece parte della contrada il Castello Visconteo (con annessa chiesetta di San Giorgio) ed il parco castello.

La contrada fa riferimento alla Basilica Romana Minore di San Magno. La prima pietra dell'edificio religioso, che è rinascimentale di scuola bramantesca, fu posata il 4 maggio 1504, mentre la costruzione si protrasse fino al 6 giugno 1513 con il completamento delle opere murarie. Fu consacrata il 15 dicembre 1529 dopo una sospensione dei lavori che durò dal 1516 al 1523 per mancanza di fondi.


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LE CONTRADE DI LEGNANO : SAN MARTINO

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Usque ad Finem


La leggenda narra che un palafreniere, esercitando cavalli focosissimi, si perse nella boscaglia. Tornato indietro, s’imbatté in un giovanissimo boscaiolo che raccoglieva legna. „Ragazzo”, disse il palafreniere „mi sai dire dove mi trovo e quale via devo prendere per tornare al mio re che m’aspetta?”. Il boscaiolo tolse un virgulto da una pianta di gelso e con quello fece segno verso il cielo. Il palafreniere alzò lo sguardo e vide tra gli alberi un quadrato di cielo limpido e in mezzo una candida croce. Il legnaiolo fece segno nella direzione di uno dei bracci della croce e poi disse: „Vai sicuro dal tuo re e Dio ti protegga con lui.”. Il palafreniere voleva dare una mercede al giovinetto, ma questi non volle nulla in cambio, solamente il permesso per sé e per la sua gente di fregiare la casa e le vesti con la croce apparsa nel cielo. Quella fu il segno della gente di S. Martino. Un’altra più recente leggenda riferisce di un pastorello smarritosi per inesperienza nella pianura attorno alla cappella, sui cui ruderi sorse nel ‘700 l’attuale chiesetta, il primo giorno in cui aveva guidato le pecore al pascolo. Quando ormai aveva perso ogni speranza e stava scoppiando a piangere impaurito, alzò gli occhi verso l’alto per implorare l’aiuto divino. All’improvviso una croce luminosa gli apparve nel cielo azzurro e gli indicò la giusta direzione. La bandiera di contrada riproduce i colori di questo prodigio e reca anche l’immagine di San Martino a cavallo nell’atto di dividere il mantello con il mendicante.

Secondo tali leggende, il blu dello stemma della contrada è associato al cielo, mentre il bianco è il colore divino. Il gonfalone richiama invece l'iconografia di San Martino nell'atto di tagliare il suo mantello.

La Contrada San Martino è situata nella zona centro-nord della città, verso il confine con i comuni di Castellanza e Busto Arsizio.

Nel territorio della contrada sono avvenuti alcuni ritrovamenti archeologi risalenti all'epoca pre-romana e romana: sono stati rinvenuti in una necropoli nell'antica zona chiamata "in Galvagno" e sono databili tra il II secolo a.C. ed il I secolo a.C..

Il territorio della contrada potrebbe essere stato teatro degli scontri decisivi della battaglia di Legnano. Il Carroccio venne posizionato sul bordo di un ripido pendio fiancheggiante l'Olona, così che la cavalleria imperiale, il cui arrivo era previsto da Castellanza lungo il corso del fiume, sarebbe stata obbligata ad assalire il centro dell'esercito della Lega Lombarda risalendo la scarpata. Il Barbarossa sarebbe stato quindi obbligato ad assalire l'esercito comunale in una situazione di svantaggio, dato che avrebbe dovuto attaccare dal basso risalendo tale avvallamento. Questa scelta si rivelò poi sbagliata. Il Barbarossa arrivò infatti da Borsano, cioè dalla parte opposta, obbligando le truppe comunali a resistere intorno al Carroccio, dato che avevano la strada di fuga sbarrata dall'Olona.

Una delle cronache dell'epoca, gli Annali di Colonia, contiene un'informazione che indica dove probabilmente fosse il Carroccio: per non far fuggire nessun soldato, i Lombardi …aut vincere aut mori parati, grandi fossa suum exercitum circumdederunt…, ossia "collocarono il proprio esercito all'interno di una grande fossa". Ciò potrebbe significare che le fasi decisive della famosa battaglia siano state combattute nell'odierna contrada di San Martino oppure in prossimità della "costa di San Giorgio"e quindi su un territorio ora appartenente alla contrada Sant'Ambrogio e al Comune di San Giorgio su Legnano, non essendo in altra parte del Legnanese individuabile un'altra fossa con queste caratteristiche: infatti, ancora oggi, la chiesa di San Martino domina un ripido pendio che digrada verso l'Olona.

La contrada fa riferimento alla chiesa di San Martino. Dedicata a San Martino di Tours, che è anche il Santo patrono della contrada, è stata costruita nel XV secolo ed è sussidiaria della parrocchia di San Domenico.


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LE CONTRADE DI LEGNANO : SAN DOMENICO

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In viride spes

Narrano le storie che in remotissimi tempi si fusero due conventi, l’uno dei quali situato in borgo Legnano , vicino alla Collegiata di San Domenico, l’altro, oltre le mura, era la Clausura di Santa Caterina. La storia parla di un cunicolo segreto che congiungeva i due conventi ed è leggenda che un fantasma si aggirasse per il cunicolo con un fragore di catene e boati infernali, disturbando nel sonno tutta la gente di San Domenico. Così il Padre guardiano della Collegiata di san Domenico volle mettersi di guardia all’imbocco del cunicolo per liberare la contrada dal fantasma fastidioso.

Arrivò l’ora, la cappella della Collegiata risuonò dodici rintocchi, Padre Bonino, il guardiano, li contò e si mise ad aspettare il suo avversario. Ed ecco che un gelido vento lo avvolse ed una roca voce si diffuse nel pertugio con echi strani e rimbombanti e dicendo “ Fra Bonino io ti ringrazio d’essere venuto, mai nessuno ha avuto pietà di me in questi secoli. Io sono l’ombra del soldato Rodolfo Himmer rimasto insepolto dalla battaglia di Legnano. Un fendente mi stese a terra, gli zoccoli dei destrieri mi stritolarono e le mie ossa sono confuse con la terra argillosa di questo cunicolo. Le troverai sotto la terza volta, sono bianche, ed hanno bisogno di una degna sepoltura che mi ricordi i miei campi lontani e la mia terra. Deponile, Fra Bonino, sotto una delle verdi aiuole della Collegiata e io non disturberò più i sonni di questa Contrada.”

Fra Bonino andò avanti e trovò le ossa bianche dell’antico milite e le seppellì sotto una bella aiuola ma non ricordando il nome del soldato vi pose sopra una bandiera verde con due bianche ossa. Così le strisce bianche sul fondo verde rimasero come emblema perenne della pace riconquistata della Contrada di San Domenico.
Il simbolo del cane deriva probabilmente dall’Ordine dei Domenicani, che si definivano “i levrieri del Signore”, portatori di luce di fede in territori pagani.

Scudo verde con due bande bianche ed un cane bianco con una fiaccola accesa in bocca. E’ uno dei più antichi rioni della città, e nel medioevo veniva chiamata la Contrada delle Frasche per il verde rigoglioso dei suoi campi.

Un'altra leggenda racconta di un cane che rinvenne nei campi della contrada due tibie appartenute a guerrieri periti nella battaglia di Legnano. Il cane diede le ossa agli abitanti del rione e li accompagnò, con una torcia accesa in bocca, in un luogo dove potevano essere sepolte onorevolmente. In questa leggenda, il verde simboleggia il colore dei campi, mentre il bianco le ossa dei soldati periti nella battaglia.

La Contrada San Domenico è l'unica contrada che non confina con nessun altro comune e ha vinto la prima edizione del Palio (1935).

Il territorio della contrada comprende parte del centro storico della città del Carroccio. In origine il rione di San Domenico era conosciuto come "contrada delle frasche" per il verde lussureggiante delle zone agricole, mentre fino al XX secolo il quartiere era noto come "contrada del Mugiato". Questo nome deriva da un frazionamento di fondi agricoli che avvenne nel 1257: dai fondi "mozzati" derivò il termine dialettale legnanese mucià, cioè "Mugiato".

Nella contrada sorge la Torre Colombera, ovvero l'unica costruzione civile giunta sino a noi della Legnano quattrocentesca.

La contrada fa riferimento alla chiesa di San Domenico. Dedicato a San Domenico di Guzmán, che è anche il Santo patrono della contrada, l'edificio religioso è stato consacrato dal Cardinal Andrea Ferrari, arcivescovo di Milano, il 30 marzo 1908. La parrocchia di San Domenico è stata invece istituita il 3 gennaio 1907.

L'edizione del Palio 2006 è stata annullata a causa dell'invasione della pista da parte dei contradaioli di San Domenico. Durante la prima batteria il mossiere gestì una partenza che sollevò molte proteste anche tra il pubblico. I contradaioli di San Domenico, convinti che la partenza sarebbe dovuta essere annullata, occuparono il campo impedendo la continuazione del Palio. Dopo aver consultato i Capitani delle contrade, il Supremo Magistrato (ovvero il Sindaco di Legnano) rinviò il Palio a data da destinarsi. Il "Collegio dei Magistrati del Palio", oltre a non assegnare l'edizione del 2006, comminò poi, alla contrada di San Domenico, un'ammenda di 10.000 euro squalificandola per l'edizione Palio del 2007.


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LE CONTRADE DI LEGNANO : SANT' ERASMO

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in pugnam e colle per corvum amor et fulgor

Il corvo, simbolo della contrada, ha origine da una leggenda legata all'antico convento di Santa Caterina. Si narra che da questo monastero, ad un certo punto, iniziò a scomparire del cibo, e quindi il padre superiore decise di istituire un servizio di guardia che controllasse la dispensa. Il mattino seguente i frati videro entrare dalla finestra un corvo dal piumaggio così nero e lucido tale da apparire azzurrognolo. L'animale, ad un certo punto, rubò del pane e del formaggio dalla dispensa, e scappò fuori dalla finestra. I frati seguirono il corvo e videro l'animale volare verso un gruppo di tre anziani che erano raggruppati intorno ad una tovaglia bianca. A questo punto l'animale scese dai tre e diede loro il cibo. Per ringraziare Dio del miracolo, i tre frati decisero di costruire un ospizio. Tale edificio di ricovero fu poi dedicato a Sant'Erasmo, dato che vicino al luogo dove gli anziani consumarono il pasto era presente una piccola cappella dedicata al Santo.


Per tale motivo l'azzurro dello stemma della contrada simboleggia il cielo e la carità, mentre il bianco l'amore e la saggezza. Il gonfalone invece richiama il corvo, il suo piumaggio azzurrognolo e la tovaglia bianca dei tre anziani.

La Contrada Sant'Erasmo è situata a sud-est e confina con i comuni di San Vittore Olona e Cerro Maggiore.

Sant'Erasmo è una contrada collinare che è caratterizzata dai sali-scendi di alcune strade. Il rione è situato in posizione leggermente più elevata rispetto al centro di Legnano, che si trova infatti a valle, lungo il corso dell'Olona.

In antichità vi si produceva il pregiato "Vino dei colli di Sant'Erasmo". L'attività vinicola del rione, un tempo fiorente, fu messa in crisi a metà del XIX secolo da alcune malattie della vite. La prima infezione, la nosematosi, comparve tra il 1851 ed il 1852 e causò una rapida diminuzione della quantità di vino prodotta in Lombardia: gli ettolitri di vino prodotti passarono da 1.520.000 del 1838 a 550.000 nel 1852.

L'arresto definitivo della produzione vinicola coincise con il manifestarsi, tra il 1879 e il 1890, di altre due malattie della vite: la peronospora e la fillossera. In seguito a queste epidemie, le coltivazioni vinicole nell'intero Altomilanese scomparvero, ed i contadini concentrarono gli sforzi nella produzione di cereali e bachi da seta. Nelle altre zone vinicole lombarde il problema fu risolto con l'innesto di specie di viti immuni alla malattia (uva americana).

Nel Medioevo i pellegrini che percorrevano la via Francigena diretti a Milano avevano tra le soste anche l'ospizio Sant'Erasmo. Legnano era infatti la quarta stazione dal passo del Sempione e l'ultima prima di Milano. Da Milano i pellegrini si dirigevano poi a Roma oppure a Venezia, dove potevano imbarcarsi per la Terra Santa. L'ospizio Sant'Erasmo aveva quindi funzione di luogo di ricovero, di preghiera e di cura per i malati, oltre che di ospedale e orfanotrofio per gli abitanti locali. L'ospizio medioevale venne demolito nel 1925 per ampliare la strada statale del Sempione: in seguito fu sostituito da una struttura moderna omonima.

In passato esisteva, sul territorio dell'attuale contrada, anche il convento di Santa Caterina. In tale monastero abitò e scrisse le sue opere Bonvesin de la Riva.

La contrada fa riferimento alla chiesa di Sant'Erasmo, che è stata costruita nel 1490. Tale edificio religioso, che è dedicato a Sant'Erasmo di Formia, era annesso all'omonimo ospizio medioevale.
La piccola chiesetta dedicata al santo sorge sulla statale del Sempione ed è stata costruita sui resti di un tempietto medioevale: al suo interno è conservata una preziosa pala d'altare attribuita a Benvenuto Tisi, detto il Garofalo.




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domenica 24 maggio 2015

LO STEMMA DI LEGNANO

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Lo stemma del comune di Legnano è descritto così:

« Troncato: sopra, di rosso al leone d'argento; sotto, d'argento all'albero disseccato di rosso sopra una radura brulla »
L'origine di questo stemma è nettamente riconducibile ad uno stemma riprodotto a pagina 193 dello Stemmario Trivulziano. In questo antico volume si può leggere infatti che lo stemma di Legnano è molto somigliante a quello di Cremosano.

Il soggetto ed i colori presenti nello stemma sono collegati ad una leggenda. In un periodo storico imprecisato, nell'odierna piazza San Magno, si ergeva un grosso cerro. Nel giorno del Santo patrono, il 5 novembre, un agricoltore si mise a contemplare l'albero ammirandone la capacità di sopportare il gelo e la neve. Il contadino espresse così il desiderio di poter resistere nella stessa maniera alle difficoltà della vita. In quel momento comparì San Magno, che si offrì di soddisfare il desiderio dell'uomo donandogli il vigore, la temerarietà e la potenza di un leone. Il Santo ordinò all'agricoltore di uccidere un coniglio e avanzare sul terreno, ammantato di neve, dove era stato versato il sangue dell'animale. Il contadino eseguì gli ordini e quindi San Magno esaudì il suo sogno trasformandolo in leone. Compiuto il prodigio, il Santo sparì improvvisamente senza accontentare l'agricoltore che chiedeva di ritornare uomo, castigando così la sua superbia. L'albero ed il leone, insieme al bianco della neve ed al rosso del sangue del coniglio, diventarono i simboli di Legnano, e furono inclusi nello stemma e nel gonfalone del comune.

Il 15 agosto 1924 al comune è stato concesso il titolo di città.

Medaglia d'oro al valor civile:
«Per le coraggiose e filantropiche azioni, con evidente pericolo della vita, durante le inondazioni straordinarie dell'anno 1882»
  Legnano, 1883
Medaglia di bronzo al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia di bronzo al valor militare
«Fedele alle secolari e nobili tradizioni del suo popolo, durante diciannove mesi di occupazione nazifascista sosteneva coraggiosamente le forze partigiane, subendo la tracotanza nemica senza mai piegarsi ed offrendo un notevole contributo nella lotta per la liberazione della Patria.»
  Legnano, 1978
Ricorrenze:
29 maggio 1176: fu combattuta, nei pressi di Legnano, l'omonima battaglia;
15 agosto 1924: conferimento del titolo di "città";
27 aprile 1945: Legnano fu liberata dai nazi-fascisti.

L'inno della città è Me car Legnan ("Mia cara Legnano"). È scritto in dialetto legnanese. Il testo e la musica sono di Ernesto Parini (1909-1993).




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domenica 3 maggio 2015

PARLIAMO CON I COLORI



Le pratiche cromoterapiche erano note fin dall'Antico Egitto: la mitologia egiziana assegna al dio Thot la scoperta della cromoterapia. Secondo la tradizione ermetica, sia gli Egizi che i Greci facevano utilizzo di minerali, pietre, cristalli e unguenti colorati, oltre a dipingere le pareti stesse dei luoghi di cura. Nell'Antico Egitto ogni colore aveva un nome che ne identificava un "potenziale" cioè la funzionalità: il nero (KeM) è simbolo di fertilità; il giallo (KeNiT), che è sinonimo di "oro" come nell'alchimia, è simbolo di divinità solare (con funzione di irraggiamento continuo); il rosso (DeSHeR) è simbolo di sangue e fuoco, può essere un'energia positiva o negativa, ma è sempre sinonimo di estremismo, andando dall'estrema ostilità del "deserto" e del comportamento "folle" alla più grande bontà, perché un cuore forte e un sangue rigenerato sono sinonimi di buona salute e per gli antichi le malattie erano sintomo di comportamento vizioso e perverso (cioè disarmonico rispetto alle leggi dello spirito e della natura), infatti, il medicinale era chiamato PeKheReT (nel cui geroglifico eran simboleggiati la fermentazione del pane e i visceri intestinali) e la cura era preparata magicamente, ove, per magia (HeKA), si intendeva l'energia primordiale (causale) trascendente questo mondo e anteriore alla creazione stessa dei Neter. Il rimedio doveva perciò "circolare" e diffondersi per tutto il corpo in modo armonioso. L'approccio con i colori e con le cure dell'Antico Egitto (come con le altre civiltà di quelle epoche), deve necessariamente fondarsi, partendo dalla considerazione religiosa-magica-astrologica che si aveva allora del rapporto fra malattia cura e trascendenza.

Sul corpo di un uomo vissuto circa cinquemila anni fa e ritrovato mummificato sulle Alpi italiane (conosciuto con il nome di: Mummia del Similaun) sono presenti dei tatuaggi eseguiti sulla pelle delle articolazioni colpite da artrite.

I Greci associavano i colori agli elementi fondamentali (aria, fuoco, acqua e terra) e questi ai quattro "umori" o "fluidi del corpo": la bile gialla, il sangue (rosso), il flegma (bianco) e la bile nera, a loro volta prodotti in quattro organi particolari (la milza, il cuore, il fegato e il cervello). La salute era considerata risultante dell'equilibrio di questi elementi, mentre la malattia ne era lo sbilanciamento. I colori, così come erano associati agli umori, venivano anche utilizzati come trattamento contro le malattie.

Il medico e filosofo persiano Avicenna (Ibn Sina), che sosteneva che "il colore è un sintomo osservabile della malattia", ideò una carta che metteva in relazione i colori con la temperatura e la condizione fisica del corpo (ad esempio, secondo Avicenna, il rosso faceva scorrere il sangue ed era perciò sconsigliato in caso di ferite o emorragie, mentre il blu lo "raffreddava" e favoriva la coagulazione).

In India la medicina ayurvedica ha sempre tenuto conto di come i colori influenzino l'equilibrio dei chakra, i centri di energia sottile associati alle principali ghiandole del corpo. Anche i Cinesi affidavano il proprio benessere fisico all'azione dei vari colori: il giallo rimetteva in sesto l'intestino, il violetto arginava gli attacchi epilettici. In Cina, addirittura, le finestre della camera del paziente venivano coperte con teli di colore adeguato e gli indumenti del malato dovevano essere della stessa tinta.

Dopo alterne fortune nel Medioevo, con l'avvento dell'Illuminismo la cromoterapia, che non possedeva riscontri scientifici, fu declassata a pseudoscienza, anche se le terapie ad essa legate continuarono ad essere praticate. Le prime testimonianze moderne risalgono Augustus J. Pleasanton, generale americano che nel 1871 pubblicò il libro The influence of the blue ray of the sunlight and the blue color of the sky (L'influenza del raggio blu del sole e del colore blu del cielo) nel quale sosteneva la propria convinzione, maturata dieci anni prima, che la luce del Sole, filtrata attraverso vetri blu, acquistava proprietà curative (il libro stesso fu stampato su carta blu). Secondo idee simili, il dottor Seth Pancoast di Filadelfia pubblicò nel 1877 un libro dal titolo Blue and red light, stampato in caratteri blu su carta bianca con bordo rosso, sostenendo che entrambi questi colori avevano una loro specificità terapeutica. Nel 1878, l'americano Edwin Babitt pubblicò il suo libro The principle of Light and Color, che ebbe diffusione mondiale e pose la prima pietra per la moderna cromoterapia.

In anni più recenti, nel 1920, il colonnello indiano Dinshah Pestanji Framji Ghadiali inventò la "spettrocromoterapia", una terapia che prevedeva per ogni patologia l'utilizzo di luci di colori diversi, unite a prescrizioni dietetiche. Ghadiali, che operò negli Stati Uniti per oltre trent'anni (durante i quali venne anche coinvolto in diversi processi con l'accusa di truffa), costruì lo "spettrocromo", una macchina che consisteva in una forte sorgente luminosa davanti alla quale potevano essere inseriti filtri colorati. Egli pubblicò anche una voluminosa enciclopedia in tre volumi dal titolo Spectro-Chrome Metry Encyclopedia e il periodico mensile dal titolo Spectro-Chrome.

Predecessori meno discussi del precedente furono l'italiano Antonino Sciascia e il danese Niels Finsen, pionieri della ricerca sulla luce. Entrambi medici e scienziati, nel 1892 e nel 1893, informarono il mondo accademico delle loro scoperte sulla fototerapia. In base alla dimostrazione dei risultati ottenuti con una tecnica per curare le cicatrici da vaiolo tramite esposizione alla luce, Finsen aprì la strada a studi medici sui reali effetti della luce sul corpo umano, e ricevette il premio Nobel nel 1903 per le sue scoperte sulla fototerapia nella cura della tubercolosi.

L'efficacia della cromoterapia è contestata dalla comunità scientifica, in quanto nessuna pratica cromoterapica è mai stata in grado di superare uno studio clinico controllato, che consenta di verificarne l'effettiva efficacia. In mancanza di tali studi, singoli episodi di guarigione non costituiscono una prova, in quanto non è possibile escludere l'intervento di fattori esterni o l'effetto placebo.

L'assenza di risultati provati porta a considerare le teorie che stanno alla base delle cromoterapia come semplici ipotesi, che non sono però supportate dall'evidenza sperimentale; inoltre, la base teorica della cromoterapia è considerata alquanto fragile: anche se i colori possono avere effetti sullo stato psicologico di un individuo, l'estensione di questi effetti alla cura delle più svariate malattie non è suffragata da alcuna conoscenza attuale sulla natura della luce o sulla fisiologia umana.

Anche i risultati ottenuti da Niels Finsen nell'ambito della fototerapia sono difficilmente estendibili alle pratiche cromoterapiche, in quanto riguardano l'intero spettro elettromagnetico, e non solo la luce visibile, e sono principalmente basati sulle proprietà battericide della luce. Inoltre, i trattamenti fototerapici oggi non sono più utilizzati perché superati in efficacia dagli antibiotici, anche se hanno dato impulso alla radioterapia e alla sterilizzazione mediante luce ultravioletta.

Per questi motivi, la cromoterapia viene classificata nell'ambito delle pseudoscienze.

Anche nella più moderna cromoterapia, i colori sono associati ad alcune proprietà particolari. Si trovano alcune analogie con le tradizioni del passato: questo significa non solo che la terapia dei colori attuale ha mantenuto invariate molte linee di pensiero con i popoli antichi, ma dà un esempio sull'importanza di questa medicina alternativa, molto “sentita” da tutti i popoli di ogni epoca.

Il verde simboleggia l'armonia, la natura, l'equilibrio e la speranza: sembra agire a livello del sistema nervoso (solamente in base alla cromoterapia), calmando emicrania e patologie ai nervi; contribuisce a diffondere armonia e calma.
Il rosso è simbolo del fuoco, del sangue e dell'eccitazione sessuale: è collegato alla forza, alla vita e alla passione. Si ritiene che una parete dipinta di rosso possa incrementare la pressione del sangue ed accelerare il polso. Ancora, la cromoterapia utilizza il rosso nella medicina convenzionale contro bruciature e patologie esantematiche (eruzioni cutanee). Il rosso sembra essere utile contro depressione, asma, tosse e impotenza.
Il blu si contrappone al rosso con effetto calmante, tranquillizzante e rinfrescante. Per questo motivo, la cromoterapia utilizza il blu nelle pareti per far dimenticare lo stress e tutti i problemi ad esso annessi come ansia, insonnia. Persino l'infiammazione viene placata con il blu (ovviamente non c'è nulla di scientificamente dimostrato). Addirittura si considerano le diverse tonalità del blu per alleviare certe condizioni: l'indaco servirebbe in caso di cataratta, il celeste per dare sollievo agli occhi.
Il giallo raffigura la parte intellettuale del cervello; secondo i cromatisti funge d'aiuto allo studio per favorire la concentrazione. Sembra essere in grado di infondere felicità, gioia e protezione; a livello gastrico, il giallo simboleggia l'eliminazione delle tossine.

Da quando veniamo al mondo a quando lo lasciamo i nostri occhi colgono continuamente un arcobaleno di colori che in seguito il nostro cervello elabora regalandoci quella meravigliosa sensazione chiamata "colore". Da millenni l'uomo ha associato ed abbinato ad ogni colore un particolare significato, uno stato d'animo, un qualcosa di trascendentale che va oltre lo stato puramente fisico, oltre il fenomeno della radiazione elettromagnetica. E questo significato metafisico molto spesso è nato grazie ad associazioni ispirate proprio dalla natura stessa.

Noi tutti associamo ad una giornata assolata senza nuvole con un cielo azzurro o blu una sensazione di benessere. E' per questo che il significato dell'azzurro ha una valenza positiva, così come il giallo del sole. Il rosso, sin dall'antichità viene accoppiato al colore del sangue ed è per questo che l'uomo gli ha dato il significato forte della passione. Per non parlare del bianco, simbolo di purezza o del nero che ricorda la morte. Nei secoli, l'uomo ha utilizzato i colori per descrivere stati d'animo, pensieri, modi di essere, virtù, debolezze, il tutto dipingendo tele, quadri, pareti, pavimenti, colorando manifesti, striscioni. I colori parlano e forse alcune volte sono più pungenti e descrittivi delle parole. Ovviamente non in tutte le culture del mondo ogni singolo colore ha quello specifico significato.

Il rosso, ad esempio, in India viene associato alla purezza, in occidente alla passione, all'amore ed all'eccitazione. Il bianco in occidente ha un significato positivo di purezza e viene associato agli angeli, al matrimonio, a persone senza peccato. Contrariamente in oriente ed in Giappone il bianco è accoppiato alla morte ed al lutto. Il verde in Cina ha un valore negativo e viene associato all'esorcismo ed all'adulterio, diversamente dall'occidente dove viene visto come un simbolo di rinascita e di primavera.

Il colore non è altro che la percezione avvertita dagli occhi della luce riflessa da un oggetto. I colori di base dai quali si ottengono tutti gli altri sono tre e sono detti primari. Per gli scienziati sono il rosso, il blu e il verde. Mescolandoli si ottiene il bianco. Per i pittori sono il rosso,il blu e il giallo. Mescolandoli si ottiene il nero. Mescolando i colori primari in parti uguali, si ottengono tre nuovi colori, chiamati secondari e sono arancio ( rosso + giallo ), verde ( giallo + blu  e viola ( blu + rosso ). Quando i tre colori primari vengono mescolati  in parti non uguali si ottengono diversi colori in cui prevale quello a maggiore quantità. La mescolanza del bianco e del nero dà il colore grigio. Le sfumature di colore diverse percepibili dall’uomo sono circa dieci milioni. Altre sfumature da noi non visibili sono invece visibili da alcuni animali e sono quelle della banda di luce dell’infrarosso e dell’ultravioletto. Molto spesso ci viene chiesto: -Quale è il tuo colore preferito?- La risposta a tale domanda può rivelare molti aspetti della personalità di una persona. Gli uomini sono molto spesso influenzati dai colori della natura. Esiste una tecnica per guarire con i colori; ci si può curare con la cromoterapia olistica. Si è dimostrato che la pressione sanguigna, l’appetito, l’umore sono influenzati dai colori. Esiste anche una sana alimentazione con i cinque colori della frutta e della verdura. I colori sono tanti e ciascuno di noi ne predilige uno.

Il rosso non ha solo un significato, ma molteplici. Il rosso è stato fin dall'antichità un colore impregnato di significati. Innanzi tutto facciamo presente che il rosso è il colore del sangue, dei muscoli e del cuore elementi indispensabili alla nostra vita. Non per niente gli antichi romani veneravano il Dio Marte, re della guerra il cui colore rosso stava a significare il sangue sparso durante le battaglie. Ed infatti il rosso ci indica il valore dell'aggressività, della voglia di fare, di vincere e primeggiare, della passione, della fiducia in noi stessi. Tutti sentimenti molto forti che indicano uno stato di eccitazione, ma allo stesso tempo di fierezza e orgoglio.

Studi scientifici hanno dimostrato che essere circondati da pareti di color rosso induce  ad un aumento del battito cardiaco, provoca un aumento delle funzioni vitali, aumenta l'aggressività e le energie. Ma il rosso sta a significare anche passione, voglia d'amare ardentemente ed i simboli a cui andiamo subito a pensare sono il cuore e un mazzo di rose. Il rosso è stato anche il colore scelto dagli operai durante le lotte nell'ottocento contro il capitalismo. E' risaputo che i partiti comunisti e di estrema sinistra hanno adottato il rosso come il colore che simboleggia il sangue versato in queste battaglie contro i poteri più forti.

Il colore arancione è un colore caldo e nello spettro luminoso si colloca tra il rosso e il giallo. Ha lunghezza d’onda compresa tra 595 e 620 nanometri. In cromoterapia è utilizzato per curare la depressione.
Chi predilige l’arancione ha una grande vitalità, fiducia in se stesso, ottimismo e buonumore. Ponderano le loro decisioni e denotano forza, onore e generosità. Il colore arancione simboleggia la comprensione, la saggezza,  l’equilibrio ed armonia interiore. Ogni mossa di chi predilige l’arancione  è gestita dalla ragione. Chi indossa indumenti di colore arancione ha un carattere gioioso,  esprime buonumore e ottimismo. Nella cultura cinese e giapponese l’arancione è considerato come espressione di buon augurio. I monaci buddisti e lo stesso Dalai Lama vestono di arancione per simboleggiare, come aveva fatto lo stesso Buddha, la rinuncia ad una vita di piaceri.
Chi non ama l’arancione non ha ottime relazioni interpersonali. Non pondera le proprie decisioni, anzi denota un carattere impulsivo. Tende al pessimismo e trova difficoltà a rapportarsi con gli altri. Il colore arancione è il simbolo dei peccati di gola.

Nella scala cromatica il colore giallo occupa la posizione immediatamente dopo il bianco. Ha una lunghezza d’onda compresa tra 565 e 590 nanometri. Il giallo, insieme al rosso e al blu è uno dei tre colori primari per i pittori ma non per gli scienziati i cui tre colori primari sono rosso blu e verde. E’ il simbolo della luce del sole e dell’energia. E’ uno dei colori simbolo della Cina. Il giallo simboleggia la saggezza. In alcune città i taxi sono gialli perché visto da lontano tale colore è facilmente distinguibile. Per tale motivo si colorano di giallo gli scuolabus. Il giallo è il colore che avverte di possibilità di pericolo ed infatti  nel semaforo è il passaggio  dal verde al rosso e ricorda al conducente  di usare prudenza. Al pronto soccorso il codice giallo significa che la persona è grave ma non in pericolo di vita. Le pagine dell’elenco telefonica sono conosciute come pagine gialle. La maglia gialla è quella del vincitore del giro di Francia. Nelle corse automobilistiche la bandiera gialla indica pericolo e impone ai piloti di non sorpassare fino a che la bandiera viene esposta. Il colore giallo ha la capacità di regolare la frequenza del battito cardiaco e della pressione arteriosa.
Chi ama il colore giallo è una persona estroversa, vivace, spensierata,serena, cordiale e di grande immaginazione. Ama il cambiamento e tende sempre alla ricerca del nuovo. Chi indossa il giallo è in pace con se stesso.
Chi non ama il giallo si sente deluso e poco stimato. Ha una mentalità vittimistica attribuendo le colpe delle negatività agli altri.

Il colore verde è composto dalla fusione dei colori blu e giallo. Si colloca tra i colori caldi e i colori freddi. Ha lunghezza d’onda compresa tra 490 e 570 nanometri. E’ uno dei tre colori primari per gli scienziati. Non lo è per i pittori i cui tre colori primari sono rosso blu e giallo. Chi predilige il verde tende ad auto esaltarsi. Si crede superiore. Ha la necessità di far bella figura e buona impressione nei confronti degli altri. Non accetta facilmente cambiamenti nei suoi modi di agire. E’ un conservatore ed un abitudinario. Esistono diverse gradazioni di verde: verde chiaro, verde acqua, verde pera, verde muschio, verde palude, verde asparago, verde giada, verde erba, verde trifoglio, verde oliva, verde foresta, verde pino, verde smeraldo.
Il colore verde ha effetto rilassante e favorisce la calma , rappresenta il senso di giustizia. E’ il colore dell’io, della speranza, della vitalità. Verde è il colore della natura, del mondo vegetale, della fertilità e abbondanza. Nei semafori rappresenta il via libera al contrario del colore rosso che obbliga a fermarsi. Il verde porta benefici a chi è ansioso per cui è utile dipingere di verde gli angoli relax o la camera da letto. Si dice che la prima digestione avviene in bocca, infatti una lenta masticazione rende più facile la digestione. Quindi se una persona è vorace nel mangiare, è utile utilizzare a tavola il colore verde. Mangiare cibi verdi aiuta a calmarsi e rilassarsi. Verde è il colore del denaro e del benessere.
Chi non ama il verde non si crede all’altezza, è insicuro e compie azioni che non vorrebbe fare. Ha paura delle imposizioni e delle costrizioni. Il verde è il colore dell’invidia e della rabbia. Spesso si dice che una persona è diventata verde di rabbia. Verde è il colore del veleno. Il colore verde è il colore della gelosia.

Il colore azzurro, nello spettro luminoso è posto tra il verde e l’indaco. Ha una gamma di tonalità che va dal celeste al turchese. E’ il colore che ci ricorda il cielo e il mare. E’ il colore della Repubblica Italiana ed è usato in tutte le competizioni sportive delle rappresentative italiane. I giocatori della nazionale italiana di calcio sono detti azzurri. Il colore azzurro stimola il sonno e abbassa la pressione arteriosa. Trasmette senso di pacatezza; fissandolo a lungo si produce un effetto di quiete. Se abbiamo necessità di rilassarci, vestiamoci di azzurro. Non vestiamoci con abiti di questo colore se stiamo in dieta perché rallenta il metabolismo. Ricordiamo anche che il sangue dei reali è detto sangue blu.
Chi ama l’azzurro è leale, idealista, trasmette pacatezza, è riflessivo ed è delicato d’animo. E’ inoltre un tipo flemmatico. Si lega molto profondamente alle persone che ama.
Chi rifiuta l’azzurro è poco tollerante e poco accomodante, è aggressivo ed ha scatti d’ira. Non impara dai propri errore e trova difficoltà  a stare solo con se stesso.

Il blu è uno dei tre colori primari insieme al rosso e al verde. Il cielo, l’acqua del mare , dei laghi e di tutte le grandi distese d’acqua è blu perchè la luce blu ha maggior penetrazione nell’acqua. Il colore blu aumenta l’attenzione delle persone e li predispone ad essere più attenti e quindi è importante per chi deve effettuare lavori che richiedono molta attenzione. Simbolo di armonia e di equilibrio, il colore blu ha la capacità di rilassare l’individuo e di normalizzargli la frequenza del battito cardiaco e della pressione. Riduce lo stato d’ansia e porta equilibrio alla sfera emotiva. Quando guardiamo il cielo ci sentiamo sereni.  E’ il colore della pace e per questo motivo la bandiera dell’ONU è blu, per indicare la volonta di pace e di fratellanza. Colore prediletto dagli Egizi che lo consideravano colore degli Dei, non era preferito dai Romani e dai Greci perchè era associato al colore degli occhi dei Barbari e quindi ignobile. Per i cinesi è il colore dell’immortalità, per i buddisti rappresenta il cielo. Nell’abbigliamento è il colore della calma e per questo motivo tale colore va indossato quando si affrontano le prove difficili della vita.
La persona che preferisce il colore blu è dotata di profondi sentimenti e di un equilibrio interiore stabile. Non accetta la presenza di persone nervose e instabili. Non amano gli ambienti caotici e il rumore assordante.
Chi non preferisce il blu è una persona ansiosa e se ritiene non soddisfacente ciò che lo circonda potrebbe andare in depressione.

Il colore viola è quello che si crea unendo il rosso e il blu e quindi è un colore intermedio tra i due. Il rosso simboleggia la forza e l’energia; il blu la calma e la malinconia e quindi il viola è il colore della sintesi derivando da due colori così differenti. E’ associato alla frequenza più alta e alla lunghezza d’onda più corta (compresa tra 380 e 420 nanometri). Il viola è il colore della penitenza.  Le compagnie teatrali e televisive rifuggono il viola. Questa avversione deriva dal periodo storico del Medioevo  quando nei quaranta giorni quaresimali venivano vietate tutte le rappresentazioni teatrali e quindi erano giorni di disagio economico per gli attori che vivevano solo di questo guadagno. Il colore viola simboleggia il dolore, il tormento e la tristezza. Se sogni il colore viola, significa che hai bisogno di intimità ed affetto e ti senti attratto da ciò che è mistero e magia.
La persona che preferisce il colore  viola, predilige le sensazioni forti e tende ad identificarsi con il prossimo. E’ apprensivo, impacciato, ma nello stesso tempo vuole essere compreso. Il colore viola accresce la capacità creativa e la fantasia e quindi chi ama il viola è amante dell’arte. Tale persona è anche intelligente, umile, prudente e saggia.
Chi non preferisce il viola è una persona diffidente, critica, molto razionale ed è capace di rifuggire ogni stato emozionale. E’ il colore preferito dalle personalità immature.

Il  colore marrone si ottiene dai tre colori fondamentali e cioè giallo, rosso e blù. A seconda delle percentuali si ottiene la tonalità del marrone desiderata. Il colore marrone esprime emotività, equilibrio e sensualità. E’ un colore caldo e si associa all’idea della terra, del tronco degli alberi e dell’autunno. Se si sogna il colore marrone vuol dire che ci si sente insicuri e si cerca quindi un ambiente sicuro, calmo e ricco di calore umano. Le persone che hanno gli occhi marroni sono intelligenti, simpatiche e molto dolci.
La persona che preferisce il colore  marrone è una persona positiva e soddisfatta di se stesso; cerca situazioni stabili e non ama troppo le novità. Ha notevoli capacità lavorative e crede nelle tradizioni.
Chi non preferisce il  marrone è una persona che vuol essere al centro dell’attenzione e non ammette alcun tipo di debolezza e vuole che le sue azioni vengano approvate soprattutto dalle persone a cui tiene di più.

Il colore nero rappresenta l’assenza di colore. E’ il colore molto apprezzato dalle donne perché un vestito nero è snellente ed elegante. L’abito scuro, per l’uomo, è un abito da portare nelle serate di gala e nelle occasioni importanti. E’ il colore del buio, del mistero. Spesso quando ci va tutto storto, diciamo che è una giornata nera. Se muore un parente ci si veste di nero perché tale colore è il simbolo della morte. Il nero simboleggia autorità, potere e rispetto.
Basta ricordare l’abbigliamento nero degli avvocati e dei giudici. Più la posizione di un manager è importante, più l’abito sarà scuro. L’abito del sacerdote è nero, e lo stesso quello delle suore. Il nero nei sogni rappresenta un momento di cambiamento e di grande trasformazione. Vede nero chi ha una forte depressione. Il nero è il colore della sofferenza, infatti vedovi e vedove , dopo la morte del coniuge si vestono di nero. Il nero è il colore dell’ambiguità, di ciò che deve rimanere segreto.
Nero è il colore di chi ha la pelle scura. Può avere ancora diversi significati qua    Lavoro in nero (quello senza registrazione e senza diritti).
In automobilismo bandiera nera significa ritiro dalla corsa.
Nel ciclismo la maglia nera è quella dell’ultimo classificato.
I pirati avevano per simbolo una bandiera nera.
Un buco nero , in fisica, rappresenta un corpo che assorbe tutta la radiazione elettromagnetica che lo colpisce.
Un conto corrente in nero è quello che non ha debiti a differenza di quello in rosso.

Il bianco è la combinazione di tutti i colori dello spettro elettromagnetico. Facendo passare il colore bianco attraverso un prisma di cristallo, si creano un arcobaleno di colori. Unendosi  formano il colore bianco. Il colore bianco è un colore senza tinta, ma che ha una alta luminosità. E’ il simbolo della purezza, verginità , spiritualità e divinità. Il bianco è anche il colore degli angeli, dell’eternità e del paradiso. Nella celebrazione del matrimonio le spose sono vestite di bianco così come bianco è il vestitino del battezzando.
I paramenti bianchi si usano nelle solennità del Natale e della Pasqua e nelle celebrazioni dei battesimi e dei matrimoni. Il simbolismo del colore bianco ha importanza anche nella pubblicità. Se facciamo caso il colore dell’igiene è il bianco. I saponi, i detersivi, le lenzuola sono generalmente bianchi. I frigoriferi, le lavastoviglie, i sanitari del bagno sono prevalentemente bianchi. Il bianco è anche il colore della saggezza e della vecchiaia. Infatti le persone anziane canute, rappresentano la saggezza dovuta alla lunga esperienza di vita vissuta.
Nella psicologia delle tradizioni di alcuni popoli, il bianco rappresenta anche valori negativi. Infatti nella tradizione cinese il bianco è il colore del lutto, della morte e dei fantasmi. La bandiera bianca è il simbolo della resa e dell’armistizio. Nell’epoca Vittoriana, in Inghilterra, ricevere una penna bianca significa essere considerato un codardo. Il pronto soccorso, il colore bianco significa nessuna urgenza e quindi hanno precedenza il codice verde e soprattutto il codice rosso.

Il colore grigio è ottenuto dall'unione del bianco e del nero. A seconda delle diverse concentrazioni dei due colori si ottengono diverse gradazioni di grigio.Tale colore si ottiene anche mescolando in pari quantità il blu, il giallo e il rosso. Un altro modo per ottenere il grigio è mescolare in parti uguali il ciano, il magenta e il giallo che sono i tre colori principali di stampa. Il grigio è un colore neutro. E’ il colore della nebbia, della cenere, dei capelli delle persone di una certa età. E’ il colore della monotonia e della tristezza. Nella sartoria, anche se è un colore neutro, può diventere elegante e sexy, utilizzando opportuni accostamenti. Si sposa bene con i colori flou (colori ad alta visibilità ), ma è meglio evitere accostamenti con il bianco, il marrone e il beige. Il grigio è utilizzato per produrre lenti perchè assorbendo in modo uniforme lo spettro della luce visibile, permette di mantenere una ottima visibilità. Lo stesso vale per i costruttori di parabrezza che lo utilizzano nella parte alta ottenendo una buona riduzione del riverbero solare.
Chi ama il grigio è una persona serena, saggia e prudente.
Chi  ama il grigio è una persona poco decisionale, poco  energica e con poca vitalità. E’ distaccata ed introversa. Prende sempre tempo nelle proprie decisioni. Si sente inadeguata e questo la porta ad essere disinteressata anche a quello che fa. Infatti il colore grigio è il simbolo della neutralità.
Chi non ama il grigio è una persona molto impegnata e necessita di essere al centro dell’attenzione.

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