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martedì 9 agosto 2016

LA PROFEZIA DI SAN MALACHIA

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La più famosa profezia che riguarda i Papi è quella attribuita a San Malachia, vescovo di Armagh del XII secolo. La leggenda vuole che, convocato a Roma da Innocenzo II, ebbe una visione sul futuro della Chiesa e sui pontefici che si sarebbero susseguiti fino al suo termine. Stilò dunque l’elenco dei papi a venire, connotandone ognuno con dei motti piuttosto criptici. Il manoscritto, denominato Prophetia de Summis Ponteficibus, fu depositato negli Archivi Vaticani dove rimase dimenticato fino alla sua riscoperta nel 1590. Cinque anni dopo venne pubblicato dal benedettino Arnold de Wyon nel suo libro Lignum Vitae.

Questo, almeno, secondo la tradizione. Invece, secondo gli storici San Malachia non avrebbe nulla a che vedere con quel testo. A scrivere il manoscritto sarebbe stato, alla fine del XVI secolo, un falsario umbro, Alfonso Ceccarelli, allo scopo di influenzare i cardinali riuniti in conclave. I sostenitori di questa teoria adducono come prova il fatto che i motti riferiti ai pontefici fino al 1590 sono calzanti e fin troppo precisi, mentre da questa data in poi si fanno molto più vaghi e non sempre risultano giustificabili.

La profezia contiene 111 frasi in latino ( o 112, secondo altre versioni), tante quanti sono i Papi. La lista include anche Celestino V- “colui che fece il gran rifiuto“, per dirla come Dante, visto che nel 1294 si dimise proprio come ha fatto ora Joseph Ratzinger- e si conclude con un “Petrus Romanus” sotto il cui mandato si compirà il Giudizio Universale. A rendere un po’ preoccupante la profezia, sono i tempi. Perchè il penultimo Papa- in base alle interpretazioni correnti- sarebbe proprio Benedetto XVI. E quindi, il prossimo pontefice dovrebbe anche essere l’ultimo…

Sempre, ovviamente, che si voglia dar credito alla presunta profezia nella quale a volte le sintesi descrittive dei vari pontefici sono impressionanti.

Ma – si può obiettare- sono tutti papi antecedenti quella fatidica data, il 1590, nella quale avrebbe operato il falsario. Vero. Eppure, anche per i pontefici dei secoli successivi non mancano coincidenze suggestive. Pensiamo al motto “Montium Custos”(“Custode di monti”) per Alessandro VII (1655-1667) sul cui stemma campeggiavano sei monti protetti da una stella. Altro caso singolare, Clemente XIV ( 1769-1799): “Ursus velox” (“Orso veloce”), si legge nel manoscritto, e un orso che corre compariva in effetti nel suo stemma.

Venendo ai pontefici più vicino a noi, il motto per Papa Ratti è “Fides Intrepida”  (“Coraggiosa Fede”): fu proprio Pio XI a condannare le ideologie assolutiste del XX secolo, sfidando Stalin ed Hitler e denunciando in un’enciclica l’antisemitismo nazista. Il Fuehrer progettò addirittura di farlo deportare per metterlo a tacere. Per Albino Luciani, che rimase sul soglio pontificio solo 33 giorni , la profezia usa la frase “De media aetate lunae” (“Della media durata di una luna”), corrispondente a circa un mese.

Giovanni Paolo II è invece connotato dal motto “De labore solis” e qui le interpretazioni divergono. C’è chi lo traduce come “Della fatica del sole”, intendendo il grande peregrinare, in ogni angolo del mondo, di Papa Wojtyla, instancabile viaggiatore come il sole perennemente in moto, oppure, molto più intrigante, “Dell’eclissi del sole“. Un’ eclissi solare avvenne davvero il giorno della sua nascita e lo stesso fenomeno si è ripetuto nel giorno del funerale.

La profezia venne pubblicata per la prima volta nel 1595 dallo storico benedettino Arnoldo Wion nel suo libro Lignum Vitæ, una storia dell'ordine religioso a cui apparteneva. Wion attribuì la lista a san Malachia, vescovo benedettino di Armagh, vissuto nel XII secolo, senza però indicare dove si trovasse il manoscritto originale. Egli spiegò, soltanto, che la profezia non era mai stata pubblicata prima, ma che in molti già ne conoscevano l'esistenza ed erano ansiosi di leggerla integralmente. Assieme al testo Wion pubblicò anche un'interpretazione dei motti di tutti i papi sino al 1590, attribuendola allo storico domenicano Alfonso Chacón.

Siccome Malachia si era recato a Roma nel 1139, dove aveva ricevuto dal papa Innocenzo II i pallii per le sedi arcivescovili di Armagh e di Cashel, nel 1873 François Cucherat ipotizzò che il vescovo avesse avuto proprio a Roma una visione sui futuri pontefici, che l'avesse trascritta mediante dei motti criptici in latino e che avesse consegnato il manoscritto al papa, il quale l'avrebbe poi depositato negli archivi vaticani, dove sarebbe rimasto dimenticato fino alla sua riscoperta alla fine del XVI secolo.

L'autenticità della profezia di Malachia, di cui non si conosce il manoscritto originale ma solo il testo a stampa di Wion, fu messa in dubbio quasi subito da un libro del francescano François Carriere, ristampato quattro volte nel corso del XVII secolo, e venne rigettata anche dagli autorevoli padri bollandisti. Particolarmente approfondita fu la confutazione pubblicata nel 1689 dal gesuita Claude-François Ménestrier, dal titolo Refutation des prophéties faussement attribuées a s. Malachie sur les elections des Papes, tradotta in tedesco e stampata a Lipsia nel 1691 da Cristiano Wagnero. Poco dopo, a seguito della pubblicazione della Additione apologetico-istorica alle Predittioni circa i Sommi pontefici Romani del glorioso Padre S. Malachia di Giovanni Germano, Ménestrier tornò sull'argomento pubblicando la Philosophia imaginum aenigmatorum (Parigi, 1694).



Un primo, quasi ovvio, motivo di sospetto è il fatto che, per quattro secoli, nessuno aveva mai saputo nulla del documento. Anche nella dettagliata biografia di Malachia scritta da Bernardo di Chiaravalle, grande amico di Malachia, la profezia non viene minimamente menzionata.

Parimenti incongrua è la scelta dei personaggi descritti dai motti: essendo un elenco di papi non sembra logico includervi anche gli antipapi. Tuttavia, nonostante l'antipapa Innocenzo III non sia presente, degli altri dieci antipapi soltanto due vengono effettivamente dichiarati tali, mentre gli altri otto sono accomunati ai papi. Altri dubbi nascono dall'ordine di elencazione: il papa Alessandro III è posposto agli antipapi Vittore IV, Pasquale III e Calisto III, mentre Urbano VI è posposto agli antipapi Clemente VII, Benedetto XIII e Clemente VIII.

Una prova importante a sostegno della falsità dello scritto è data dal fatto che il motto di alcuni fra i papi più antichi venne elaborato sulla base di indicazioni biografiche o araldiche errate, presenti in maniera ugualmente sbagliata nella storia ecclesiastica scritta da Onofrio Panvinio nel 1557 e in altre sue opere. Malachia, quindi, non solo avrebbe saputo con secoli di anticipo notizie sui futuri pontefici, ma addirittura avrebbe commesso gli stessi errori di uno storico vissuto quattrocento anni dopo di lui.

L'ipotesi di un falso cinquecentesco è inoltre confermata dal fatto che i motti latini sono molto precisi per i pontefici antecedenti la fine del XVI secolo, periodo in cui il falso sarebbe stato ultimato, mentre diventano più vaghi e approssimativi per i papi successivi, obbligando a fare largo uso della fantasia per trovare un collegamento fra motti e pontefici.

Gli storici hanno cercato di mettere in luce le circostanze in cui la profezia potrebbe essere stata redatta, ma ancora senza produrre evidenze conclusive. In primo luogo la profezia di Malachia potrebbe rientrare nella consuetudine di usare testi profetici come armi psicologiche, usanza particolarmente diffusa nei momenti di instabilità politica, come, ad esempio, il periodo dello scisma d'Occidente. L'astrologo o il profeta, che tradizionalmente miravano a compiacere le mire del potente di turno, potevano utilizzare i pronostici come arma per influenzare gli eventi, prospettando come sicuri e inevitabili gli sviluppi più congeniali a loro o ai loro committenti.

Favorito dalla diffusione della stampa, il genere profetico ebbe un nuovo momento di grande popolarità in Italia fra il 1494 e il 1530, restando comunque vivo anche nei decenni successivi. Nel 1515 furono dati alle stampe anche i Vaticinia de Summis Pontificibus, una profezia medievale sui pontefici, risalente forse alla fine del XIII secolo, falsamente attribuita a Gioacchino da Fiore. I Vaticinia vennero poi nuovamente stampati a Venezia nel 1589 con note e interpretazioni di Pasqualino Regiselmo.

In questo quadro non sorprende che il genere della profezia possa esser stato utilizzato anche per influenzare l'esito dei conclavi o più semplicemente per trarre qualche profitto economico dalle attese dei papabili e dei loro congiunti non appena si fosse profilata la prospettiva di un prossimo decesso del pontefice in carica.

Nel caso della profezia di Malachia l'attenzione degli studiosi, fra cui per primo Claude-François Ménestrier, cadde sul 75° motto, Ex antiquitate urbis, un riferimento estremamente vago, soprattutto in Italia, dove moltissime città e centri minori esistono da tempo immemorabile. Una profezia, quindi, facilmente confermabile dall'esito di un conclave. Al tempo stesso, il motto era particolarmente aderente alle caratteristiche di uno specifico candidato, il cardinale Girolamo Simoncelli, nato a Orvieto (Urbs vetus, in latino, cioè "città antica" per antonomasia).

Il motto potrebbe essergli stato dedicato per adulazione, con la speranza di trarre concreti benefici dalla sua ambizione al papato, oppure addirittura potrebbe essere stato commissionato da suoi sostenitori e fatto circolare nella curia vaticana per influire su un imminente conclave. Tutto il testo della profezia di Malachia, dunque, potrebbe essere un falso storico costruito solo per creare un contesto di verosimiglianza al motto.

Alla luce di queste considerazioni molti studiosi, a partire da Menestrier, hanno avanzato l'ipotesi che il documento sia stato utilizzato inutilmente (o preparato senza essere utilizzato) in occasione del conclave del 1590, che vide l'elezione del milanese Nicolò Sfondrati.

Agli inizi del XX secolo Luigi Fumi attribuì le profezie di Malachia all'opera di un noto falsario cinquecentesco, Alfonso Ceccarelli, i cui rapporti con i familiari di Simoncelli erano solidi ed accertati.

Il metodo di lavoro di Ceccarelli, utilizzato ad esempio verso il principe Cybo, era di predisporre falsi documenti antichi o cronache storiche attribuite ad antichi autori (reali o mai esistiti), mediante i quali dimostrare la discendenza di un possibile committente da personaggi o da famiglie illustri del lontano passato. Con questi espedienti, Ceccarelli era in grado di invogliare il possibile committente a finanziare studi storici di approfondimento o ad acquistare copie dei documenti "originali" in suo possesso.

Queste caratteristiche fanno di Ceccarelli il candidato ideale per essere l'autore delle profezie di Malachia. Ceccarelli, tuttavia, fu giustiziato il 9 luglio 1583, sette anni prima del conclave del 1590, e perciò questa attribuzione è dubbia.

Per mantenere l'attribuzione occorre ipotizzare che il manoscritto trascritto da Wion abbia avuto una storia articolata in almeno due momenti diversi. Una prima redazione sarebbe stata predisposta ma non utilizzata da Ceccarelli in data anteriore al 1583 e proprio nel clima di attesa creato dalle profezie sulla malattia e la morte del papa, che circolarono per Gregorio XIII (papa dal 1572 al 1585). Il testo di Ceccarelli, poi, sarebbe stato adattato da parte di altri in previsione o in occasione dei conclavi successivi.

In un articolo del 2015 si riporta un carteggio di un nipote del cardinale Giovanni Gerolamo Albani, grazie al quale si ha prova di come profezie di Malachia esistevano già nel 1587, nella stessa forma pubblicata da Wion. Dato che il motto del 73º papa, Sisto V (1585-1590), è una descrizione del suo stemma, nell'opinione generale degli studiosi è stato scritto ex-post e perciò il testo avrebbe trovato la sua forma finale nel biennio 1585-1587 in previsione del successivo conclave. Nel carteggio Albani alcuni familiari del cardinale si mostrano convinti che il motto "De rore coeli" annunci la futura elezione del loro protettore, collegando il nome Albani, da cui "alba", alla rugiada (ros, roris) in quanto tipico fenomeno mattutino. Il cardinale, infatti, era stato uno dei candidati più votati nel conclave del 1585, mantenendo quindi alcune effettive chance di elezione.

Chiunque sia stato l'autore, o gli autori, del documento, la tesi praticamente unanime, seguita anche dall'ultima edizione dell'Enciclopedia Cattolica, resta che il manoscritto sia un falso storico, redatto nella seconda metà del XVI secolo.

Secondo Giuseppe De Novaes, l'opera di Wion ebbe grande successo: «Varie edizioni ne furono fatte, correndo ognuno a questi libri Sibillini come a fogli caduti dal Cielo». Nel 1601 il domenicano Girolamo Giannini stampò a Venezia i Vaticini dell'abbate Malachia arcivescovo Armacano, tradotti dal latino, ristampati nel 1650 e nel 1689. Negli ultimi decenni del XVII secolo anche il cistercense Giovanni Germano scrisse diversi libri sulla profezia di Malachia. Fu stampata più volte da editori diversi anche la Profezia veridica di tutti i sommi pontefici fino alla fine del mondo fatta da S. Malachia arcivescovo armacano, di cui S. Bernardo scrisse la vita e cavata per opera di un theologo da scrittori autentici. Poco dopo Daniele Guglielmo Mollero pubblicò la Dissertatio historica de Malachia, propheta pontificio (Altdorf, 1706).

Anche alcuni estensori di biografie dei papi o di storia ecclesiastica trattarono l'argomento nelle loro opere. Ad esempio già Louis Coulon, ristampando nel 1673 le sue vite dei papi, segnalò nel frontespizio: Nouvelle edition augmentée de la vie des deux dernier Pontifes et de la Prophetie de S.Malachie. Nell'opera, Coulon commentò tutti i motti fino al 1670, cioè estese di ottant'anni le spiegazioni di Alfonso Chacón. Prudentemente, però, si astenne da ogni valutazione e sottomise ogni cosa «au jugement de la Sainte Eglise». Poco dopo la profezia entrò anche nel famoso dizionario storico-biografico di Louis Moréri, un'opera stampata nel 1674 a Lione, in un solo volume, che venne continuamente corretta ed ampliata fino a raggiungere i dieci volumi nell'edizione del 1759. Anche Pierre le Lorrain, abate di Vallemont, trattò l'argomento delle profezie di Malachia nei suoi Eléments de l'histoire, ou ce qu'il faut savoir de chronologie, de géographie, de blason, etc., avant que de lire l'histoire particulière.

Le numerose critiche ridussero la fama dell'opera, la quale continuò però a trovare sostenitori anche presso scrittori protestanti, come il luterano Teodoro Grugero, che pubblicò la Commentatio historica de successione Pontificum Romanorum, secundum vaticinia Malachiae, a dubiis Menestrerii, Carrieri, aliorumque vindicata (Wittenberge, 1723).


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martedì 14 giugno 2016

HOOLIGAN

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Hooligan è un termine inglese che indica una persona dal comportamento violento, indisciplinato e ribelle, utilizzato per indicare i tifosi più turbolenti e violenti delle squadre di calcio del Regno Unito.

A partire dagli anni sessanta, molte subculture giovanili quali skinhead, herbert, mod o rude boy sono appartenuti alla schiera degli hooligan.

Secondo alcuni è probabile che la parola "hooligan" sia derivata dal cognome di un malvivente d'origine irlandese, Patrick Hooligan, che viveva nella capitale britannica. Altri sostengono che derivi da "Hooley's gang", una banda di giovani delinquenti provenienti dal quartiere londinese di Islington. C'è anche chi sostiene che sia correlato a "hooley", voce dell'inglese d'Irlanda che indica una festa sregolata. Ma la connessione con l'elemento etimologico irlandese si rafforza considerando l'opinione forse più probabile, secondo la quale la parola "hooligan" deriverebbe da "Houlihan", nome di una famiglia irlandese dalla pessima reputazione.

Il termine hooligan è frequentemente associato al calcio ed è passato a definire quei tifosi violenti protagonisti di tafferugli al seguito di una squadra. Il fenomeno degli hooligan è diffuso particolarmente in Inghilterra, Scozia, Francia, Italia, Serbia, Polonia, Turchia, Argentina, Grecia, Paesi Bassi e Svezia, differendo dal modello dei turbolenti tifosi ultras dell'Europa meridionale.

Le bande giovanili di inizio secolo portano alle partite i comportamenti ed i linguaggi usati nelle strade, si appropriano quindi del football, che diventa sport per la working class, la classe operaia. Sono i ragazzi dell’età vittoriana, i victorian boys, che fieri di essere temuti dalle classi più agiate, monopolizzano l’ambiente circostante il gioco del calcio dando luogo ai primi disordini con tentativi di invasioni di campo, insulti a giocatori ed arbitri. Giornali dell’epoca di Londra e di Glasgow documentano svariati disordini.
Tra i victorian boys nasce quindi, nel gergo giovanile, l’holding the end (tenere la curva). Per la strada le bande attuano rappresaglie a chiunque attraversi la strada che loro giudicano di loro proprietà, l’holding the street. Il passaggio alla partita di football è automatico e nessuno quindi deve attraversare lo spazio attorno al campo di gioco.
Lo scenario degli “ hooligans” di inizio novecento cambia radicalmente con l’inizio della prima guerra mondiale. I campionati di calcio vengono sospesi e quando si torna a giocare il pubblico che segue il football non è più esclusivamente proveniente dalla working class. Anche le classi più abbienti ed altologate si avvicinano alle partite, come una sorta di svago per dimenticare gli orrori del conflitto.
E’ in questi anni che anche le donne si avvicinano per la prima volta al fenomeno calcio ed è sempre negli anni post prima guerra mondiale che nasce il mito dello spettatore inglese educato e sportivo, proprio in virtù dell’incorporazione delle classi agiate negli stadi.

Questo mito del tifoso per bene, resisterà fino alla metà degli anni cinquanta, supportato anche da una lodevole campagna giornalistica. Mentre l’Inghilterra assiste impotente allo sgretolarsi dell’impero coloniale tornano alla ribalta i ragazzi della working class, che accentuando lo stile dei victorian boys, creano una rough working class (rude classe operaia) dando luogo al fenomeno giovanile dei teddy boys. Sono ragazzi che vogliono recuperare i valori di inizio secolo quali il maschilismo, il sessismo ed appunto la rudezza. Intorno agli stadi tornano violenza e disordini, specie nei derby tesissimi (anche per ragioni religiose) tra celtic e rangers a Glasgow e tra Liverpool ed everton a Liverpool. La stampa punta il dito contro i teddy boys, sono loro i colpevoli della nuova ondata di violenza collegata al calcio e in quegli anni si hanno i primi disordini nei convogli ferroviari che riportano le tifoserie o presunte tali a casa dopo le trasferte.
Ma l’Inghilterra agli inizi degli anni sessanta è l’ombelico del mondo: moda, musica, tecnologia, tutto quello che nasce in Inghilterra diviene tendenza ed è su questa scia, amplificata dalla nascita di gruppi musicali quali i Beatles, i Rolling Stones e gli Who, che nascono altri due movimenti giovanili: i mods ed i rockers. I primi sono appartenenti alla classe operaia ed hanno un look effeminato, vestono elegante, fanno uso di droghe come lsd e si muovono con gli scooters. I secondi portano i capelli lunghi, vestono più rozzo, appartengono alla stessa estrazione sociale e odiano i mods. Quest’odio darà vita a violenti scontri tra i due gruppi nelle spiagge di Brighton e nel sud dell’isola. Il loro approccio al mondo del calcio è in realtà superficiale ma la loro nascita e la loro naturale evoluzione darà vita al movimento skinheads, che si approprierà delle football ends (le curve degli stadi inglesi)  alla fine dei “ favolosi” anni sessanta.
La stampa ingigantisce il fenomeno, temendo che possa avere il suo culmine durante i mondiali del 1966 organizzati proprio dall’Inghilterra. Tutto invece fila liscio, senza incidenti di rilievo, ed arriva anche  la ciliegina sulla torta nella finale di wembley, dove i padroni di casa superano la Germania Ovest in una partita tra le più emozionanti e discusse della storia del calcio.

Blood, sweat and beer (anima, sudore e birra), è questo lo slogan ossessivo degli hooligans che passano il loro tempo tra scontri allo stadio, bevute colossali di birra nei pub e raid violenti ai danni di negozi di proprietà di pakistani in nome del maschilismo estremo e della xenofobia.
Il dato sconcertante è la facilità con cui queste bande di skinheads generano scontri all’interno e all’esterno dello stadio, generando il panico tra il pubblico pacifico. Motivo di tale facilità è la completa impreparazione delle forze dell’ordine alla nuova ondata di violenza. Moltissime sono le partite interrotte per le invasioni di campo, facilitate dalla totale assenza di barriere a bordo campo. In funzione di ciò uno dei primi provvedimenti adottati dalle autorità sono le recinzioni poste nelle ends nel tentativo di arginare il fenomeno del pitch invasion (invasione di campo). Nascono le rivalità fra gruppi, specie nei derby londinesi fra West Ham, Milwall, Tottenham, Arsenal e Chelsea. Gruppi londinesi che però fanno squadra quando dal nord scendono le bande organizzate da Manchester o da Liverpool. E si creano i cosiddetti gemellaggi, gruppi che aiutano altri gruppi nel tentativo di contenerne e superare un altro, spesso per vendicare sconfitte subite negli scontri precedenti. La leggenda metropolitana (non attendibile) vuole che il movimento violento hooligan sia nato nel north bank dell’Arsenal. Cosi recita la leggenda narrata da un tifoso dell’Arsenal: “
La televisione, che trasmette dal 1970, tramite la trasmissione match of the day, diverse partite della first Division e di fa Cup, rende il fenomeno più visibile all’intera nazione, che alla vista di invasioni di campo, scontri ed interruzioni di match, chiede a gran voce misure drastiche ed efficaci ad arginare la violenza. Negli stadi si cominciano a vedere imponenti schieramenti di polizia, spesso a cavallo e nel 1977 verranno introdotte per la prima volta negli stadi le telecamere a circuito chiuso, cosa che divenne poi obbligatoria nei successivi anni ottanta sotto il governo di Margaret Thatcher.



Il primo morto accertato in conseguenza del fenomeno hooligan è datato 1974, quando durante un match in agosto un tifoso del Bolton venne accoltellato mortalmente. Nello stesso anno si verificano anche i primi incidenti di tifosi inglesi all’estero. Durante un match di coppa uefa tra Feynoord e Tottenham i tifosi inglesi mettono a ferro e fuoco la città olandese cogliendo impreparati la popolazione e le forze dell’ordine locali. Altri morti si registrano nel 1976 e nel 1977 e paradossalmente tifare e cantare all’inglese diventa una moda nelle tifoserie di tutta Europa. Le misure restrittive adottate non frenano la violenza, al massimo la spostano in luoghi adiacenti allo stadio, dove le bande si danno appuntamento, o sui treni che portano i tifosi o presunti tali in trasferta. Gli organi di stampa, soprattutto i famosi tabloids, amplificano il triste fenomeno e a questi ragazzi violenti non par vero di leggere le loro gesta sui giornali, trovando una cassa di risonanza enorme. Vengono addirittura stilate classifiche sui gruppi hooligan più temuti e la red army del Manchester united viene identificata come la più terribile in assoluto. Per tutti gli anni settanta verranno considerati dalle forze dell’ordine quelli più a rischio violenza collaborando indirettamente al loro mito.I primi atti di violenza della Red Army vengono ricordati all’inizio degli anni ’70, ma è nel 1974, dopo un’invasione di campo nel derby con il Manchester City, che nonostante la portata non gravissima degli eventi, vengono elevate le barriere di separazione intorno alla Stretford End, operazione che oltre a unire e a donare ai ‘mancunian’ il senso di orgoglio per l’isolamento dai tifosi normali, fa crescere il loro prestigio tra tutte le ends del Paese. Gli yids del tottenham ( di estrazione ebrea ) e i gooners dell’Arsenal tenteranno di salire alla ribalta delle cronache per spodestare dal trono della violenza i ragazzi di Manchester.

Verso la fine degli anni settanta si assisterà ad una inversione di tendenza del fenomeno violenza che innescherà un meccanismo perverso nella classe politica e nei mass media, che si convinceranno che gli hooligans vanno messi sullo stesso piano delle mode giovanili quali i mods e i punk e che come nascono, muoiono. Ciò autorizza a non prendere provvedimenti su misura né a reprimerli con asprezza. Tali considerazioni, molto superficiali, si dimostreranno il classico boomerang per la società inglese che assisterà agli anni più duri e difficili della piaga hooligans. Piaga che è ben presente anche in Galles, quando a seguito di Swansea – Crystal palace un tifoso del Palace muore. Ne seguono altri e la politica e l’opinione pubblica tornano a parlare di fenomeno da arginare con provvedimenti seri. Nel frattempo gli anni 80  assistono al ricambio generazionale e gli skinheads lasciano il posto allo stile casual nel quale la faranno da padrone marchi di abbigliamento come Fila, Ellesse, Tacchini, Adidas Alcune tifoserie, in particolare quelle del Chelsea, del Leeds e del West Ham, allacceranno rapporti con il Fronte Nazionale di estrema destra, che individuava nelle ends un possibile reclutamento politico e un attivo braccio armato. Spesso la politica inglese addosserà la colpa della violenza negli stadi all’estrema destra, continuando a sottovalutare il fenomeno di ribellione e caos generato dalle firms britanniche. Lo stesso Fronte nazionale non metterà mai radici profonde nelle ends, anche perché le stesse firme rifiutavano il sistema gerarchico esistente in politica. Il gruppo era gruppo e agiva in massa, senza un ordine né un vero e proprio capo ed erano gli stessi hooligans a rifiutare imposizioni dall’esterno.
Anche la nazionale inglese non rimane esente dal fenomeno hooligan e sono proprio gli anni ottanta che registrano incidenti di tifosi al seguito della squadra dei tre leoni. I primi disordini si verificarono agli europei del 1980 a Torino, a seguito di Inghilterra – Belgio gruppi di tifosi inglesi ed italiani vennero allo scontro. Ed anche nel 1982, ai mondiali di Spagna, con la guerra delle Falklands appena terminata, tifosi inglesi si scontrano con quelli spagnoli, rei di aver preso posizione a favore degli argentini nel citato conflitto bellico.

La strage dell'Heysel fu una tragedia avvenuta il 29 maggio 1985, poco prima dell'inizio della finale di Coppa dei Campioni di calcio tra Juventus e Liverpool allo stadio Heysel di Bruxelles, in cui morirono 39 persone, di cui 32 italiane, e ne rimasero ferite oltre 600.

La tragedia dell’ Heysel ha però un antefatto vecchio di un anno: la finale della Coppa dei Campioni del 1984 tenutasi allo stadio Olimpico di Roma tra la Roma e lo stesso Liverpool. In occasione di questa gara ci furono numerosissimi incidenti prima e dopo il match che videro bande di ultras romanisti scontrarsi ferocemente con i tifosi inglesi. I tifosi del Liverpool non avevano ben chiara la situazione del tifo italiano, infatti credettero che fosse omogeneo come quello inglese, ovvero incontrati i tifosi della Roma e appurata la loro carica violenta, erano convinti che tutte le tifoserie italiane fossero dello stesso tipo. Pertanto, per ammissione di alcuni degli hooligans arrestati, i tifosi del Liverpool si organizzarono studiando perfettamente le vie della città intorno allo stadio e preparandosi allo scontro che loro stessi credevano sarebbe stato violentissimo, proprio perché memori degli incidenti di un anno prima a Roma. Tale errore di valutazione da parte dei tifosi del Liverpool fu una delle cause della tragedia dell’Heysel. Le altre cause (le principali) furono l’inadeguatezza dell’impianto sportivo e la disorganizzazione delle autorità belghe.

Ma un altro dei motivi che diede origine alla tragedia del 1985 fu la già citata take an end. Molti inglesi non avevano affatto intenzione di caricare gli juventini, ma solo di simulare la carica per spaventare gli avversari, una pratica di uso comune nel campionato inglese ma sconosciuta in Italia. I tifosi juventini, di cui nel famoso settore z molte famiglie, impauriti, nella totale assenza delle forze dell’ordine belghe, completamente colte di sorpresa dall’azione degli inglesi, si ammassarono contro il muro opposto alla curva dei sostenitori del Liverpool. Alcuni, disperati, si lanciarono dall’alto nel vuoto, altri cercarono di scavalcare ed entrare nel settore adiacente; alcuni di essi finirono sugli spunzoni delle recinzioni. Il muro su cui erano ammassati i bianconeri crollò per il troppo peso, moltissime persone vennero travolte, schiacciate e calpestate nella corsa verso una via d’uscita. Tutto ciò non per giustificare il comportamento dei supporters inglesi, tutt’altro, ma per far capire come la diffusa pratica della presa della curva, sconosciuta o quasi fuori dall’Inghilterra fino ad allora, ebbe il suo peso specifico nella tragedia. Nei giorni successivi l’Uefa, su proposta dello stesso Governo di Londra, escluse le squadre inglesi (i cui tifosi si erano già in passato macchiati di simili efferatezze) a tempo indeterminato dalle Coppe europee. Il provvedimento di esclusione fu applicato fino al 1990, un anno dopo la strage di Hillsborough, che vide sempre protagonisti (anche se stavolta senza alcuna colpa) i tifosi del Liverpool. Hillsborough segna lo spartiacque della lotta alla violenza negli stadi inglesi anche se in realtà la tragedia di Sheffield del 15 aprile 1989 si verificò per la disorganizzazione e la leggerezza con cui la polizia locale gestì l’afflusso del settore dei tifosi del Liverpool.

Tale termine venne riportato sulle t-shirt di uno dei primi gruppi di tifo organizzato, divenendo poi marchio d'abbigliamento. Il marchio hooley's si diffuse velocemente negli stadi inglesi e caratterizzò insieme a diversi brand quali Three Stroke, Henry Lloyd, Lyle and Scott la seconda ondata casual.

In seguito alla strage dell'Heysel fu elaborata una convenzione internazionale (la Convenzione europea sulla violenza e i disordini degli spettatori durante le manifestazioni sportive, segnatamente nelle partite di calcio) per prevenire e controllare la violenza degli spettatori.

LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2016/06/violenza-e-calcio.html





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sabato 7 maggio 2016

ORCOLAT



L'Orcolat  è un mostruoso essere che la tradizione popolare indica come causa dei terremoti in Friuli. L'Orcolat è una figura ricorrente soprattutto nei racconti della tradizione popolare. Vivrebbe rinchiuso nelle montagne della Carnia: ogni suo agitarsi bruscamente provocherebbe un terremoto.

Dopo il 1976 è divenuto sinonimo del terremoto che colpì il Friuli in quell'anno.

All’inizio della Carnia c’è il monte Amariana, che domina la cittadina di Amaro.
Per sfuggire al suo triste destino, Amariana si rivolse alla Regina dei Ghiacci che la trasformò nella montagna che porta il suo nome.

Ma la Regina pensò anche di punire l’Orcolat: lo richiuse per l’eternità nel vicino monte San Simeone, da dove a volte cerca di fuggire, per raggiungere la sua bella Amariana, e quando si muove sono dolori…
La terra trema e gli uomini dicono: “Ah… ci risiamo, si è svegliato l’Orcolat!” .


LEGGI ANCHE: http://asiamicky.blogspot.it/2016/05/il-terremoto-del-friuli.html




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domenica 17 aprile 2016

L'ANTICRISTO

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Poi vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e sulle teste nomi blasfemi. E le fu data una bocca che proferiva parole arroganti e bestemmie. E le fu dato potere di agire per quarantadue mesi. Essa aprì la bocca per bestemmiare contro Dio, per bestemmiare il suo nome, il suo tabernacolo e quelli che abitano nel cielo. Le fu pure dato di far guerra ai santi e di vincerli, di avere autorità sopra ogni tribù, popolo, lingua e nazione. L’adoreranno tutti gli abitanti della terra i cui nomi non sono scritti fin dalla creazione del mondo nel libro della vita dell’Agnello che è stato immolato. (Apocalisse 13, 1-8)

L’Apostolo Giovanni, ormai anziano e stanco dopo una vita colma di predicazioni e persecuzioni, riceve in sogno la visione degli ultimi tempi, ovvero i tempi ove il male assumerà forma umana per dare battaglia direttamente a Dio ed al suo popolo, l’ultimo tentativo prima della rovinosa caduta e della sconfitta.
L’attenzione di buona parte della cristianità da allora è fortemente concentrata su di queste rivelazioni alquanto enigmatiche (poichè comunicate tramite l’uso di figure e numeri simbolici), cercando di decifrare o interpretare nei limiti della conoscenza umana gli eventi futuri descritti.
La figura che spicca nella narrazione è sicuramente quella dell’Anticristo, l’autentica controparte del Redentore Cristo, il “corno che proferirà bestemmie contro l’Altissimo“, il superbo, il figlio di Satana, il male incarnato il cui nome è rappresentato dal numero simbolico 666.
Egli tenterà d’imitare (o meglio, scimmiottare) l’operato di Gesù con il fine diametralmente opposto – la dannazione delle anime – aiutato da una superpotenza (politica si crede, la “bestia dalle dieci corna”) e dal Falso Profeta, ovvero un falso Giovanni Battista.
Cristo visse nel nascondimento, l’Anticristo vivrà facendosi adorare come una divinità e condannando a morte chi non lo farà, in un acceso delirio d’onnipotenza che gli si rivelerà fatale alla fine.
Questo episodio sarà più generalmente il delirio d’onnipotenza – che non possiede – di Satana, il quale attraverso un uomo che egli spaccia come suo figlio (ma che non è, sarà solamente posseduto dal Demonio) tenta la patetica imitazione della Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo (in questo caso: Satana, Anticristo, Falso Profeta).

L'anticristo, per alcune correnti del cristianesimo, è il nemico escatologico del Messia: è l'avversario o antagonista di Cristo (è detto anche "falso Cristo") e dell'avvento del Regno di Dio in questo mondo, alleato dell'avversario (Satana), potentissimo eppure già destinato a soccombere. Anche alcuni contenuti della fede musulmana sono avvicinabili a questa credenza in un "avversario dei tempi ultimi".

È chiaro che nel Giudaismo non può esistere un "anticristo" con la funzione escatologica che questa parola richiama nel cristianesimo. Si possono riconoscere, però, alcune credenze in un "avversario dei tempi ultimi", credenze che si affermarono dopo l'esilio babilonese, in collegamento anche con il concetto delle "doglie del Messia", ovvero delle tribolazioni che precederanno la sua venuta.

Tra i nemici escatologici, si possono citare il principe guerriero Gog di cui si parla nel libro del profeta Ezechiele (38-39), oppure il misterioso sovrano asiatico di Daniele 11,21-45, che dovrebbe avversare il Regno di Dio con le armi, e tormentare il popolo di Israele con grandi devastazioni e tribolazioni, per essere poi sconfitto miseramente.

Quando la Giudea cadde definitivamente sotto il giogo dei Romani, si fece strada tra gli ebrei una corrente che identificava proprio nei Romani (o in un loro imperatore) l'incarnazione dell'ultimo avversario, destinato comunque ad essere annientato all'arrivo del Messia.

Essendo proprio del cristianesimo il concetto di un Cristo (che ben presto acquisì caratteristiche differenti rispetto al Messia del Giudaismo), anche il concetto di "anticristo" è proprio di questa religione.

Nonostante lo sviluppo che la figura dell'anticristo conobbe soprattutto nel primo millennio, essa compare soltanto in pochissimi passi del Nuovo Testamento. A parlare esplicitamente di antíchristos sono soltanto tre versetti della Prima lettera di Giovanni, 2,18, 2,22 e 4,3 e un versetto della Seconda lettera di Giovanni, 7. Particolarmente significativo è il fatto che da una concezione cosmica e soprannaturale di questa figura, Giovanni la riconduca alla mancanza di fede che la comunità cristiana cui scrive registra intorno a sé e a volte anche al suo interno.

Altri passi apocalittici del Nuovo Testamento, tuttavia, descrivono l'azione di un oppositore che si dovrebbe sollevare contro l'avverarsi dei progetti di Dio per l'umanità. Pur senza usare la parola "anticristo", il passo dell'apostolo Paolo nella Seconda lettera ai Tessalonicesi (2,1-12) è stato generalmente interpretato come una descrizione di questa figura antagonista, personificazione dell'iniquità e ribelle per eccellenza. Tenendo conto che "iniquità" negli scritti di Paolo ha sempre accezione negativa, in quanto qualifica uno stato di ribellione a Dio, questo "uomo iniquo" designerebbe la personificazione della malvagità e dell'opposizione totale e radicale a Dio.

Ciò che sottolinea maggiormente il suo agire è l'esaltazione: egli siede nel tempio di Gerusalemme, il più sacro dei luoghi. Con questo gesto provocatorio, intende rifiutare a Dio il riconoscimento di essere l'unica autorità degna di stare nel tempio, anzi, sedendo nel tempio egli si arroga una dignità divina, pretendendo anche un culto. Nel passo non viene detto dove si trovi questo "ribelle" prima della sua "rivelazione" al mondo, in ogni caso si presenta come un essere sovraumano; ciononostante egli è anche "figlio della perdizione", termine con cui si indica il suo destino ultimo, quello di essere condannato e annientato al momento della seconda venuta di Cristo. Agostino identificherà chiaramente questo avversario di Dio con l'anticristo (De civitate Dei, XX, 19).

Anche una figura simbolica dell'Apocalisse di Giovanni fu spesso interpretata come una descrizione dell'anticristo: la cosiddetta "bestia che sale dal mare" di cui parla il capitolo 13. Giovanni accumula tratti e annotazioni per dire che questa "bestia del mare" non è altro che l'incarnazione storica del drago, il volto storico dell'avversario (Satana). Infatti ne è la riproduzione fedele: ha lo stesso numero di teste e di corna, il drago le trasmette la sua potenza, il suo trono e la sua autorità. Presa di ammirazione per la bestia, tutta la terra si inchina per adorare il drago: è dunque chiaro che la bestia è l'agente terreno di Satana. Ma a ben guardare, la bestia è anche una scimmiottatura di Gesù Cristo, una sorta di controfigura grottesca: a suo modo "muore e risorge" suscitando stupore e ammirazione tra gli uomini. Per decifrare questa simbologia, occorre rifarsi alle fonti cui l'autore dell'Apocalisse si rifà, soprattutto il libro di Daniele (7,2-8) e l'apocrifo Quarto libro di Esdra (11,1-17). Nella visione di Esdra, l' aquila dalle molte ali è sicuramente l'impero romano; così possiamo pensare che anche per l'Apocalisse di Giovanni la "bestia del mare" (affiancata dal suo falso profeta), più che un anticristo personale sia da interpretare come una immagine collettiva che raduna tutta la serie delle organizzazioni politiche che si oppongono a Dio, culminate, agli occhi dell'autore, nell'impero romano stesso.

In quanto figure della presenza del maligno nel mondo, i personaggi neotestamentari si sovrapposero e acquisirono ulteriori connotati nel corso dei secoli. Gregorio Magno raccoglie la tradizione dei Padri della Chiesa anteriori e nei suoi Moralia in Job (libro XXXIV, capitoli I-III) distingue i diversi anticristi, che lungo i secoli si oppongono a Cristo obbedendo a Satana, dall'anticristo finale, figura escatologica e terribile.

Bonaventura di Bagnoregio afferma che tutta la Sacra Scrittura è racchiusa in dodici misteri, che egli deduce dal Libro della Sapienza (18,20-25): grazie a questi misteri, egli spiega che «Come si può riconoscere Cristo e il suo corpo, così si potrà riconoscere l'anticristo e il suo corpo» (Collationes in Hexaemeron, XIV, 17). Le fonti più utilizzate lungo tutto il Basso Medioevo per descrivere l'anticristo furono soprattutto gli oracoli della Sibilla Tiburtina, il cosiddetto pseudo-Metodio, gli scritti di Adso da Montier-en-Der e soprattutto quelli del catalano Arnaldo da Villanova.

Negli scritti appena citati, la figura dell'anticristo si arricchisce di ulteriori dettagli. Nel contesto tipicamente antigiudaico di gran parte del cristianesimo medievale, il falso Cristo non poteva essere che ebreo: egli appartiene dunque alla tribù ebraica di Dan, è nato a Corozain o addirittura a Babilonia, il suo nome è Gog da Magog. Proprio come Cristo, anche l'anticristo compirà miracoli, avrà i suoi propri apostoli, distribuirà ricchezze ai suoi adepti e diffonderà il suo potere ovunque; arriverà addirittura a ricostruire il tempio di Gerusalemme, per poi farvisi adorare. È abbastanza evidente come, in questa descrizione, i cristiani sovrapponessero alla descrizione dell'anticristo neotestamentario anche quella del Messia atteso dagli Ebrei loro contemporanei. Non a caso, infatti, quando gli Ebrei cominciarono a ricorrere ai calcoli cabalistici per scoprire la data dell'avvento dell'atteso Messia liberatore, i cristiani si dimostrarono molto interessati a questi stessi calcoli, salvo affermare, naturalmente, che quello che sarebbe venuto non era il Messia ebraico ma l'anticristo stesso.

Nelle sue opere riconosciute come autentiche, Gioacchino da Fiore descrisse un doppio anticristo: l'ultimo anticristo, il principale, ma anche un altro anticristo minore che doveva apparire nei tempi presenti della Chiesa. L'evoluzione di questa doppia figura si può vedere, per esempio, nei testi di Pietro di Giovanni Olivi (dove si parla di un "anticristo mistico" che precederà l'anticristo finale), di Ubertino da Casale, e soprattutto di Giovanni di Rupescissa, per il quale addirittura la figura del primo anticristo si sdoppia ulteriormente: si stabilizza così una sequenza escatologica che ha come tappe la persecuzione della Chiesa da parte di un anticristo occidentale o nuovo Nerone, il trionfo di un anticristo orientale che ingannerà tutto il popolo ebraico,
la sconfitta di questi due anticristi da parte dei cristiani guidati da un riparatore o papa angelico, l'instaurazione di un millennio di pace e armonia, la conclusione del millennio e l'arrivo da Oriente dei popoli selvaggi e cannibali di Gog e Magog, l'avvento dell'ultimo anticristo, la sua sconfitta alla seconda venuta di Cristo, il giudizio finale, la fine del mondo e l'ingresso nell'eternità.
San Vincenzo Ferrer era addirittura ossessionato dall'imminente avvento dell'anticristo, tanto che in un famoso sermone tenuto a Tortosa il 1º luglio 1413 ne descrisse l'imminente rivelazione (Ferrer era certo che allora fosse già nato), i nomi con cui si sarebbe presentato e la sua opera per ingannare gli Ebrei, i musulmani, i Tartari e gli stessi cristiani.

Tra i personaggi storici in cui nel Medioevo si volle identificare l'anticristo, va citato soprattutto Federico II, visto come l'anticristo soprattutto negli ambienti francescani. Di volta in volta, tuttavia, l'anticristo venne riconosciuto in altre figure storiche, soprattutto di re e imperatori: nella sua prima grande opera profetica, il Liber secretorum eventuum, ad esempio, Giovanni di Rupescissa intende dimostrare che il giovane re Ludovico di Sicilia era l'anticristo. L'improvvisa morte del sovrano fece sì che anche Rupescissa correggesse le sue affermazioni, e nelle sue opere successive l'anticristo non è più identificato con un nome preciso.

Nostradamus è debitore, nelle sue quartine profetiche, di una amplissima serie di fonti e di tradizioni tipicamente medievali. La ricerca di un linguaggio volutamente criptico, tuttavia, rende l'interpretazione di queste quartine quanto mai difficoltosa. Negli ultimi secoli, alcuni hanno voluto riconoscere personaggi storici realmente esistiti dietro i "tre anticristi" di cui parla l'astrologo provenzale (pretendendo di dimostrare queste affermazioni su basi pseudo-scientifiche): secondo queste interpretazioni, il primo anticristo sarebbe stato Napoleone Bonaparte, mentre il secondo era Adolf Hitler. Un terzo anticristo, secondo i vaticini di Nostradamus nella quartina VIII,77 sarà originario di un Paese orientale, distruggerà la Santa Sede (quartina IX,99) e stabilirà l'"abominio della desolazione".

Secondo i vari interpreti di Nostradamus, il terzo anticristo potrà essere sia uomo sia donna, dovrebbe nascere a fine aprile di qualsiasi anno, avere gli occhi di un castano scuro tendente al verde e la carnagione caucasica; dovrebbe avere un marchio, presente su una parte del corpo o sulla testa protetto dai capelli. Secondo queste interpretazioni, egli non si renderà subito conto di essere il prescelto di Satana, ma quando sarà vicino al tredicesimo anno di vita, ovvero all'inizio della pubertà, capirà di essere il terzo anticristo attraverso un sogno.

Secondo gli scritti della terza ristampa fatta da Nostradamus, l'anticristo figlio di Lucifero sarà supportato da un altro anticristo minore, figlio diretto di Belial: «Egli sarà minore del maligno in tutti gli aspetti, fisici e caratteriali, ma avrà un punto nero al posto del cuore, invisibile ai nemici quanto visibile agli alleati. Nascerà agli albori di un anno qualsiasi, e sarà indissolubilmente legato al suo superiore per tutta la vita». Il punto nero è identificabile con un neo a sinistra della spina dorsale, sulla schiena, dove si credeva fosse il cuore.

Molti Riformatori protestanti, tra i quali Martin Lutero, Giovanni Calvino, Thomas Cranmer, John Thomas, John Knox e Cotton Mather, identificarono il papato romano come l'anticristo. I Centuriatori di Magdeburgo, un gruppo di studiosi luterani guidati da Mattia Flacio Illirico, scrissero il dodicesimo volume delle "Centurie" proprio per denunciare l'iniquità del papato e identificare l'anticristo con il papa romano. 

William Tyndale, un riformatore inglese, affermò che i regni cattolici della sua epoca erano l'impero dell'anticristo, ma anche che qualunque organizzazione religiosa che distorcesse la dottrina dell'Antico e del Nuovo Testamento dimostrava di essere opera dell'anticristo. Nel suo trattato The Parable of the Wicked Mammon, egli rigettò espressamente l'insegnamento consolidato che affermava che un anticristo personale sarebbe sorto nel futuro, ed insegnò che l'anticristo è una forza spirituale sempre presente, che accompagnerà i credenti fino alla fine dei giorni, sotto diversi travestimenti religiosi di tempo in tempo.

La traduzione di Tyndale del secondo capitolo della Seconda ai Tessalonicesi rifletteva questa sua interpretazione, ma significativamente venne poi emendata da successivi revisori. Anche il comitato di traduttori della Bibbia di re Giacomo preferì seguire più da vicino la versione della Vulgata, che vede nella figura di cui parla l'apostolo Paolo un personaggio storico e personale.

All'interno della cattolico-romana attuale non vi è affatto unanimità circa il fatto che il termine "anticristo" indichi una persona, un prototipo o un'idea.

Secondo i teologi o predicatori più tradizionalisti, dell'anticristo che si farà dio per imporre all'umanità il proprio regno parlerebbero esplicitamente sia il Nuovo Testamento sia i Padri della Chiesa, che sono fonti autentiche della dottrina cattolico-romana. Pertanto la dottrina sull'anticristo, ancorché avvolta in un fitto simbolismo di ardua decifrazione, dal punto di vista cattolico non si dovrebbe considerare una mera leggenda o finzione letteraria ma, al contrario, un'autentica rivelazione che fa parte del depositum fidei. In questa prospettiva, nell'Apocalisse di Giovanni si vede un chiaro riferimento all'anticristo (la "bestia che sale dal mare") come ad una "persona", unitamente con il suo "falso profeta", anch'egli un individuo concreto (se l'anticristo è il falso Cristo di Satana, il suo falso profeta potrebbe essere un falso papa). Un'altra prova che l'anticristo sarebbe un uomo in carne e ossa è che l'apostolo Paolo (nella Seconda ai Tessalonicesi) lo chiama "uomo del peccato e figlio della perdizione".

Tra l'altro, il secondo dei due epiteti è attribuito anche al traditore di Cristo, Giuda Iscariota (Vangelo di Giovanni 17,12): ciò viene interpretato affermando che sia Giuda sia l'anticristo sono "figli del diavolo", non nel senso che sono stati generati da lui (in tal caso avrebbero la sua natura, i suoi poteri e potrebbero essere considerati la sua incarnazione), ma per loro libera scelta: per loro volontà decidono di favorire il piano di Satana per contrastare la redenzione operata da Cristo per la salvezza dell'umanità. Sia Giuda sia l'anticristo vengono così considerati i perfetti "deicidi" (epiteto tradizionalmente lanciato contro l'intero popolo ebraico): Giuda per aver tradito Gesù Cristo per trenta monete d'argento, mentre l'anticristo, non potendo più uccidere Cristo corporalmente come fece Giuda, perseguiterà i credenti e la Chiesa alla fine dei tempi.

Un'altra corrente di pensiero considera invece l'anticristo una "leggenda", o comunque una figura simbolica. Secondo questa impostazione, l'anticristo non sarebbe da ravvisarsi in una persona storicamente definita, ma in un atteggiamento etico e filosofico, quale per esempio il relativismo morale, derivato da un nichilismo proclamato o sottaciuto, che costituirebbe il terreno ideale per lo smarrimento dei cristiani, la menzogna e l'antitesi puntuale a Gesù Cristo.

Il catechismo della Chiesa cattolica non prende affatto posizione su questo tema, e in modo abbastanza evidente evita di soffermarsi su qualsiasi interpretazione "personale" dell'anticristo:

« Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra svelerà il "mistero di iniquità" sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell'apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell'Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l'uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne. Questa impostura anti-cristica si delinea già nel mondo ogniqualvolta si pretende di realizzare nella storia la speranza messianica che non può essere portata a compimento se non al di là di essa, attraverso il giudizio escatologico; anche sotto la sua forma mitigata, la Chiesa ha rigettato questa falsificazione del regno futuro sotto il nome di millenarismo, soprattutto sotto la forma politica di un messianismo secolarizzato "intrinsecamente perverso". »
(Catechismo della Chiesa cattolica, 675-676)



Anche nell'Islam è diffusa la credenza che un avversario maligno dovrebbe inaugurare gli eventi escatologici. Esso viene chiamato Dajjal ("il mentitore") e la sua deleteria opera sarà al fine vanificata dal Mahdi (che in varie tradizioni precederà e preparerà la venuta di Isa ibn Maryam, cioè Gesù figlio di Maria, il quale sconfiggerà definitivamente l'anticristo: in tal modo è legittimato l'impiego del termine "anticristo" anche nell'ambito dell'apocalittica musulmana). Una tradizione assai radicata vuole che il Dajjal potrà essere identificato non solo dal suo agire ma anche da alcune caratteristiche somatiche, come il colore delle pupille (una diversa dall'altra), o la forma degli occhi (a goccia), o la capacità visiva (un occhio, il destro, non vedente anche se non bendato).

In alcune raffigurazioni, Satana tiene tra le braccia un bambino, che è proprio l'anticristo. Questa immagine è una specie di antitesi dell'iconografia in cui la Vergine tiene in braccio Gesù, affermando così anche nell'immagine che l'anticristo è l'antitesi di Gesù Cristo. Tra i grandi esponenti della letteratura russa contemporanea, Vladimir Sergeevic Solov'ëv, in "I tre dialoghi e il racconto dell'anticristo", descrive l'anticristo come un uomo che liberamente potrebbe scegliere di servire Dio e il bene, e invece sceglie di proprio gusto il male.

Basandoci su alcune rivelazioni tra le quali quella di La Salette, “l’anticristo nascerà da una religiosa ebraica, da una falsa vergine che sarà in comunicazione con il vecchio serpente, il maestro dell’impurità. Il suo padre sarà un vescovo.”
Per “religiosa ebraica” s’intende probabilmente una religiosa cattolica con origini ebraiche, emulo di Maria Vergine.
Questa origine è confermata in un messaggio a Suor Clarissa di Fougères nel XVI secolo: “L’anticristo nascerà da una donna maledetta ma che simula la santità e da un uomo maledetto, dai quali il demonio formerà la sua opera con un permesso di Dio. La sua madre farà parte di sedicenti religiose che si voteranno a parole alla continenza. Una di queste vestali farà nascere l’anticristo. Non avrà ancora dieci anni che sarà potente, il più sapiente di tutti. Userà in pieno la sua potenza all’età di trenta anni“.
Santa Brigida ricevette un’ulteriore precisazione a riguardo:”…sua madre sarà una donna maledetta, che fingerà di essere ben informata sulle questioni spirituali, e suo padre sarà un uomo maledetto dal cui seme il diavolo darà forma alla sua opera.”

Sin dall’infanzia sembrerebbe possedere una capacità oratoria senza precedenti nella storia dell’umanità, una conoscenza occulta provieniente nientedimeno che dall’Inferno stesso.
Sempre a Sour Clarissa venne rivelato questo:”Persino prima di avere dieci anni di età sarà più potente e sapiente degli altri uomini e, dalle sue azioni, sarà evidente che possiede genio, spirito e abilità superiori alle altre persone“.
Tuttavia questa abilità raggiungerà il proprio apice verso i trent’anni, ovvero il periodo in cui si rivelerà al mondo.
Una famosa locuzione interiore della Madonna difatti recita: “Alla fine dei tempi egli parlerà tre volte meglio di Mio Figlio“.

L’Anticristo userà tutti i mezzi a sua disposizione (conoscenze occulte, oratoria, persuasione, finissimi sofismi) per tentare di convalidare le menzogne assolute che proporrà. “Sarà un profeta falso e menzognero e cercherà di salire al cielo come Elia.” (profezia del Ven. Bartolomeo Holzhauser, XVIII secolo).
Ovviamente le sole conoscenze delle cose umane non potrebbero bastare nella sua superba impresa, difatti verrà aiutato in tutto e per tutto dai demoni operando prodigi e miracoli – a riguardo vi è una dettagliata descrizione da parte del Santo Vincenzo Ferreri (1350 – 1459):

Ancora una volta l’Anticristo rivolgerà i suoi attacchi contro le persone semplici che sono tanto gradite a Dio, poiché i loro cuori si rivolgono a Lui in rettitudine di intenzione. Si servirà della magia e produrrà apparizioni reali in apparenza che tuttavia non saranno altro che dei semplici trucchi. Farà scendere il fuoco dal cielo e farà parlare le immagini, perché i demoni potranno muovere le loro labbra.

L’Anticristo compirà altri prodigi, grazie al potere dei demoni, e questi saranno veri miracoli secondo la natura delle cose in sé, ma falsi secondo la definizione di miracolo. Perché egli farà sì che le immagini di bambini di un mese parlino. I seguaci dell’Anticristo interrogheranno queste statue di bambini, ed esse daranno risposte circa questo sovrano che è venuto negli ultimi tempi, affermando che egli è il salvatore. Il diavolo muoverà le loro labbra e produrrà le parole che essi pronunceranno quando dichiareranno che l’Anticristo è il vero salvatore del mondo; e in questo modo egli causerà la distruzione di molte anime.

A questi fenomeni soprannaturali – o presunti tali – si aggiungerà una finta aura di uomo  giusto, buono, amante della natura e delle arti.
Facilmente verrà accettato da molti, moltissimi per questa sua caratteristica: la finzione, il buonismo, il farsi paladino delle libertà tra le quali farà rientrare peccati come l’aborto, l’eutanasia, il matrimonio omosessuale e così via, protettore dell’ambiente (allineandosi a molti animalisti, i quali preferiscono proteggere la vita degli animali sopra quella degli uomini) e concluderà il tutto affermando: “fate quello che volete, siete padroni di voi stessi, adoratemi e tutto vi sarà concesso“. Da notare che questa massima è propria del Satanismo e della New Age.
In uno dei tanti messaggi a Maria Valtorta Gesù disse:

Verrà un uomo, farà gesta di beneficenza; mostrerà grande stabilità; farà del bene e tanta gente lo amerà e crederà nelle sue gesta. Ma ricordate che l’umiltà viene da Dio e chi viene da Dio non si mette in mostra. Vigilate !

Sarà dunque un uomo in vista, sempre sponsorizzato dai Mass Media grazie alle persone molto influenti che lo appoggiano e lo favoriscono.
Egli accrescerà il suo potere sino a mettere a morte i due “testimoni“, i due profeti dell’Apocalisse, che Dio avrà inviato sulla terra – uno tra i gentili e l’altro tra gli ebrei – per convertire l’umanità e metterla in guardia da colui che è il “figlio della perdizione“.
La loro vicenda è narrata in Apocalisse 11:3-12, e Santa Ildegarda ci specifica che saranno nientedimeno che Enoch ed Elia, gli unici due profeti che nella Bibbia non hanno conosciuto la morte:

Enoch ed Elia saranno istruiti da Dio nella maniera più segreta in Paradiso. Dio rivela loro azioni e la condizione degli uomini così che essi possano guardarli con occhi compassionevoli. Grazie a questa particolare preparazione, questi due santi uomini sono più saggi di tutti i saggi della terra messi assieme. Dio affiderà loro il compito di opporsi all’Anticristo e di andare in aiuto di coloro che sono stati sviati dal cammino della salvezza.
Entrambi diranno alla gente: “Questo individuo maledetto è stato mandato dal diavolo per sviare gli uomini e indurli nell’errore; Dio ci ha tenuti in un luogo nascosto dove non abbiamo sperimentato le pene degli uomini, ma Dio ora ci ha mandati per combattere le eresie di questo figlio della perdizione“. Essi si recheranno in tutte le città, e villaggi dove in precedenza l’Anticristo aveva diffuso le sue eresie, e attraverso la potenza dello Spirito Santo faranno meravigliosi miracoli, tanto che tutte le nazioni ne rimaranno grandemente stupite.

Uguale rivelazione fu ricevuta anche da Santa Matilde, la quale scrisse in dettaglio:

Un angelo accompagnerà Enoch ed Elia dal Paradiso. La limpidezza e la beatitudine di cui erano circondati i loro corpi allora sparirà ed essi riceveranno di nuovo l’apparenza terrena e diventeranno esseri mortali. Appena vedranno la terra, saranno spaventati come persone che vedono l’oceano e non sanno come poterlo attraversare.
Essi mangeranno miele e fichi e berranno acqua mischiata con vino, mentre il loro spirito verrà nutrito da Dio. Essi appariranno come predicatori nell’ultimo periodo di patimento, quando la maggior parte degli uomini buoni saranno già morti come martiri ed essi consoleranno la gente ancora per molto tempo. Enoch ed Elia circonderanno l’Anticristo, essi diranno alla gente chi egli sia, di chi è il potere attraverso il quale egli opera i suoi miracoli, in che modo egli è venuto nel mondo e quale sarà la sua fine. Allora molti uomini e donne si convertiranno. Enoch ed Elia smaschereranno gli inganni diabolici dell’Anticristo sulla gente. In conseguenza di ciò egli li metterà a morte.
Per tre giorni e mezzo i loro corpi saranno esposti agli oltraggi e i seguaci dell’Anticristo crederanno che tutti i pericoli siano passati, ma improvvisamente i corpi dei due profeti si muoveranno, si solleveranno, guarderanno sulla folla e inizieranno a lodare Dio. Si verificherà un grande terremoto, simile a quello che avenne alla risurrezione di Cristo: Gerusalemme verrà parzialmente distrutta e a migliaia rimaranno uccisi. Allora una voce dal cielo griderà: “Ascendete“.

Molto interessante è la questione riguardo alla sua sfera d’influenza ed alla “parte di mondo” in cui opererà maggiormente l’Anticristo: Roma, la sede del Cristianesimo, in perfetta contrapposizione a Gesù che aveva operato a Gerusalemme, sede dell’Ebraismo dell’epoca.
Ricollegandoci allo scritto di Santa Ildegarda (ed al testo dell’Apocalisse) notiamo che l’Anticristo avrà sia potere materiale, inteso come regno, sia spirituale, ovvero in materia di fede. 
La Madonna a La Salette affermò che “Roma perderà la fede e diventerà il seggio dell’Anticristo. I demoni dell’aria, con l’Anticristo, faranno dei grandi prodigi sulla terra e nell’aria e gli uomini si pervertiranno sempre di più“.
Il concetto di “Roma perderà la fede” è molto più profondo di quanto si creda, si vuole fare esplicito riferimento alla stessa caduta della Chiesa Cattolica che verrà poi sostituita da una falsa con a capo un fantoccio (il Falso Profeta) che spronerà le persone ad adorare la persona dell’Anticristo.

Una situazione evidentemente confusionaria, ma con degli scopi ben precisi: la persecuzione contro i cristiani (cattolici) e il tentativo di fondare un’unica chiesa mondiale includendo tutte le religioni.
Come detto il Falso Profeta, un antipapa-fantoccio, sarà a capo di questa nuova organizzazione che fonderà le proprie basi sulla chiesa di Roma, tra la felicità generale dei tanti che ogni giorno – soprattutto oggi – si augurano un’imminente fine del Cattolicesimo e dei suoi rappresentanti.
Le chiese saranno chiuse, le confessioni abolite assieme al rito dell’Eucarestia, i rosari banditi.
Importante notare la frase emblematica “tutto ciò che riguardava il Protestantesimo stava gradualmente prendendo il sopravvento“: tutte le varie interpretazioni delle Scritture e della Dottrina saranno mescolate, poichè nel Protestantesimo basilarmente ogni individuo ha una propria visione della fede, quindi il buonismo imperante vorrà dare credito a tutti screditando di conseguenza l’Unica Verità.
L’Anticristo sarà il dio di questa falsa chiesa. Chiunque si opporrà e non accetterà il suo simbolo “sulla mano e sulla fronte” verrà messo a morte.
Quest’ultimo attacco tuttavia sarà fallimentare in buona parte poichè, come i martiri paleocristiani, i nuovi martiri non si opporranno ed affronteranno la morte con gioia, alimentando il sentimento religioso e convertendo molte più anime di quante ne potrebbe convertire la predicazione (sempre confermato dalle visioni della Beata Emmerick).

Questo terribile periodo di tribolazione durerà in tutto 3 anni e mezzo, esattamente come predetto dal profeta biblico Daniele e dall’Apocalisse (1260 giorni).
Al termine di questo tempo prestabilito l’uomo delle iniquità, ormai in preda alla follia demoniaca, “radunerà i suoi credenti e dirà loro che egli vuole salire in cielo. Nello stesso momento di questa ascensione, un colpo di fulmine lo abbatterà e lo farà morire. La montagna dove egli si sarà stabilito per operare la sua ascensione, sarà immediatamente coperta da una nube che diffonderà una corruzione insopportabile e veramente infernale; cosa che, alla vista del suo cadavere coperto di putredine, aprirà gli occhi ad un gran numero di persone facendogli riconoscere il loro miserabile errore.” (Santa Ildegarda)
Il peccato supremo decreterà dunque la fine ingloriosa del nemico supremo dell’umanità ponendo la parola fine sul periodo più buio della storia del mondo, aprendo le porte al ritorno del vero Redentore per ristabilire l’ordine giusto delle cose.



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giovedì 10 dicembre 2015

GIOVANNA D'ARCO



Giovanna D'Arco è la giovane che guidò la riscossa francese contro gli Inglesi.

Figlia di contadini e analfabeta, animata da visioni religiose, la giovanissima Giovanna d'Arco fu l'anima della riscossa francese nella lunga guerra che oppose la Francia all'Inghilterra tra il Trecento e il Quattrocento. La sua fine tragica alimentò la leggenda di questa giovane donna che sentiva di essere stata chiamata da Dio per compiere una missione: liberare la Francia dagli Inglesi.

Jeanne d'Arc, detta dai contemporanei la Pucelle ("la Pulzella", cioè la vergine) nacque nel villaggio di Domrémy nel 1412, in una famiglia contadina. Analfabeta, verso l'età di 13 anni cominciò a credersi visitata da messaggeri celesti che la esortavano alla fede e ad agire per liberare la Francia dagli invasori inglesi. La corona d'Inghilterra conservava ancora, infatti, possedimenti feudali sul suolo nazionale francese ed era impegnata in quella che sarebbe stata poi chiamata la guerra dei Cent'anni contro la debole monarchia di Francia. Giovanna si convinse di essere stata incaricata di una missione: liberare la città di Orléans dalla presenza del nemico e far consacrare re Carlo VII nella Cattedrale di Reims, così come la tradizione della monarchia francese imponeva (a causa della guerra fino ad allora era stato impossibile celebrare tale cerimonia).

Nel 1429 Giovanna, abbandonata la casa paterna, si presentò a Carlo VII che le concesse di cavalcare alla testa dell'esercito che andava a soccorrere Orléans. Non aveva compiti di comando, ma la sua singolare presenza, la sua armatura bianca, il suo stendardo e la sua spada spronarono le truppe all'azione vittoriosa. Orléans fu liberata a maggio, nel giugno l'esercito francese sbaragliò l'armata inglese presso Patay e in luglio Carlo VII fu consacrato re a Reims. Giovanna aveva rianimato la stanca campagna militare della monarchia di Francia e intorno al suo nome cominciarono subito a fiorire leggende. Ma a Carlo VII questo risultato già bastava: ai primi successi non seguì una convinta prosecuzione delle azioni contro gli Inglesi, alla quale Giovanna d'Arco invece incitava. Pur se isolata e con poche forze, la giovane continuò così a combattere e nel settembre successivo fu ferita sotto le mura della città di Parigi, che si trovava sottoposta al controllo inglese.

Nel 1430, mentre il nemico si riorganizzava, Giovanna si trovò a condurre la lotta alla guida di una compagnia di 200 soldati italiani. Il 23 maggio, nei pressi di Compiègne, cadde prigioniera nelle mani dei Borgognoni, alleati degli Inglesi, dopo aver opposto una strenua resistenza. Il giorno successivo fu rinchiusa in un carcere con alcuni fedeli compagni. Il 24 ottobre, dopo mesi passati a peregrinare da prigione a prigione, e dopo due tentativi di evasione, fu ceduta agli Inglesi dietro il pagamento dell'enorme somma di 10.000 scudi d'oro. Carlo VII non mosse un dito per salvarla e Giovanna nel gennaio 1431 fu condotta nel castello di Rouen di fronte a un tribunale ecclesiastico asservito agli Inglesi.

La comparsa sulla scena di Giovanna era stata travolgente. Con la sua foga, con le certezze provenienti dalle sue visioni, aveva mutato il corso del conflitto. Ma chi era Giovanna? Una contadinella esaltata, come forse pensò il suo re Carlo VII, una santa o un'eretica? Dimostrare quest'ultima tesi e demolire la reputazione di Giovanna (così come volevano gli Inglesi) fu l'obiettivo dei giudici. Durante i durissimi interrogatori che subì, Giovanna non rinnegò nulla ed espose anzi con forza i principi della sua azione che mirava alla salvezza della Francia. Il processo si concluse nel maggio successivo. Giovanna fu dichiarata colpevole di eresia e condannata a morte. Un rogo, nella piazza del mercato di Rouen, pose fine alla sua vita il 30 maggio 1431.



Giovanna d'Arco fu giustiziata sul rogo il 30 maggio 1431; l'esecuzione procedette con modalità ben descritte nelle cronache dell'epoca. La condannata fu uccisa direttamente dalle fiamme - contrariamente a quanto accadeva solitamente per i condannati a morte, che erano soffocati dall'inalazione dei fumi arroventati prodotti dalla combustione del legname e della paglia. Alla fine, del corpo della Pulzella rimasero solo le ceneri, il cuore e qualche frammento osseo. Secondo la testimonianza di Isambart de La Pierre, il cuore di Giovanna non fu consumato nel rogo e, per quanto zolfo, olio o carbone il carnefice vi mettesse, non accennava ad ardere. I resti del rogo furono quindi caricati su un carro e gettati nella Senna, per ordine del conte di Warwick.

Nonostante la meticolosità dei carnefici e le rigide disposizioni delle autorità borgognone e inglesi avessero reso molto improbabile questa eventualità, nel 1867 furono rinvenute alcune presunte reliquie di Giovanna d'Arco nella residenza parigina di un farmacista. Fra queste vi era anche un femore di gatto la cui presenza, a detta di chi ne sosteneva l'autenticità, era spiegabile con il fatto che uno di questi animali sarebbe stato gettato nel rogo in cui ardeva la fanciulla. Le recenti analisi condotte da Philippe Charlier hanno però dimostrato che le reliquie attribuite alla santa sono in realtà databili tra il VI e il III secolo a.C. e sono frammenti di una mummia egiziana (i presunti segni di combustione sono in realtà, secondo Charlier, il prodotto di un processo di imbalsamazione).

Diciannove anni più tardi Carlo VII riconquistò la città che era stata la scena del martirio di Giovanna. Avviò la revisione del suo processo e nel 1456 la pulzella d'Orléans venne pienamente riabilitata e consegnata alla storia di Francia. La sua vicenda non venne dimenticata e la Chiesa cattolica la dichiarò beata nel 1909 e poi santa nel 1920.

La straordinaria storia di Giovanna è stata raccontata, con diverse accezioni anche negative da grandi scrittori, quali Shakespeare, Voltaire, Schiller. Anche musicisti, e tra questi Giuseppe Verdi, si sono ispirati alla sua tragica storia, e il cinema le ha dedicato molti film.


Giovanna d'Arco è un dramma lirico di Giuseppe Verdi, su libretto di Temistocle Solera, rappresentato per la prima volta il 15 febbraio 1845, tratto parzialmente dal dramma di Friedrich Schiller La Pulzella d'Orléans.

Dopo il discreto successo de I due Foscari al teatro Argentina, Verdi fu a Milano per un'opera vecchia e un'opera nuova. All'apertura della stagione di carnevale 1845 (ovvero il 26 dicembre 1844) provvidero I Lombardi alla prima crociata. Qualche settimana dopo, la sera del 15 febbraio 1845, andò in scena Giovanna d'Arco, che Temistocle Solera, su commissione del Teatro alla Scala, aveva tratto dal dramma di Schiller La vergine d'Orléans. Solera ridusse a cinque i personaggi, che nel dramma di Schiller erano venticinque, e, mentre nel dramma originario Giovanna d'Arco si innamora di un nemico inglese, nell'adattamento di Solera la protagonista s'innamora del re francese Carlo VII. Il libretto di Solera è stato definito «un cumulo d'incongruenze e un'offesa continua al buon gusto artistico e alla verità storica». Verdi iniziò a comporre questa sua nuova opera il 9 dicembre 1844, e terminò la composizione il 6 gennaio 1845; iniziò a strumentarla il 12 gennaio, mentre erano già in corso le prove.

Gli interpreti principali erano Erminia Frezzolini, Antonio Poggi e Filippo Colini. L'opera a Milano ebbe un buon successo e le recensioni dell'epoca registrano molti elogi soprattutto per la performance della Frezzolini. Venne poi rappresentata a Firenze (dove inizialmente non piacque), a Senigallia, dove ottenne grande successo di pubblico, e a Roma, dove il titolo fu cambiato in Orietta di Lesbo e l'ambientazione mutata per motivi di censura, intendendosi evitare di mettere in scena una santa cristiana.

Il 26 dicembre 1845 l'opera fu eseguita a Venezia, al Teatro La Fenice; il soprano era la cantante tedesca Sofia Loewe; per essa Verdi scrisse una nuova cavatina, oggi perduta ed il 27 dicembre al Teatro Regio di Torino con Lodetti.

L'esito della prima milanese, come si è detto, era stato molto buono. Ciononostante si verificarono dissidi di natura economica fra Verdi e l'impresario della scala, Bartolomeo Merelli, cosicché Verdi non scrisse più nessuna nuova opera per la Scala fino all'Otello (1887). Tuttavia la Giovanna d'Arco fu nuovamente eseguita alla Scala nel 1858 e poi ancora nel 1865; in quest'ultimo allestimento la soprano era Teresina Stolz. In generale, Verdi approvò le iniziative di allestire nuovamente questa opera solo quando si potesse contare su cantanti di valore non comune, quali appunto la Stolz o Adelina Patti.

Nel 1941, nel quarantesimo anniversario della morte del compositore, la Volksoper di Berlino mise in cartellone la Giovanna d'Arco, con un'iniziativa che aveva forse anche fini propagandistici anti-inglesi. Per l'occasione il musicologo Fritz Brust pubblicò, sul periodico nazista "Das Reich" del 2 febbraio 1941, un articolo nel quale sosteneva, del tutto falsamente, che tale opera fosse «rimasta per quasi un secolo sepolta nella polvere d'un archivio», che «nessuno la conosceva» e che lo stesso Verdi, dopo la prima esecuzione del 1845, avesse vietato di rappresentarla in quanto (sempre secondo Brust) il compositore era rimasto profondamente insoddisfatto della qualità dell'esecuzione. Smentendo tali affermazioni, Massimo Mila osserva che la Giovanna d'Arco fu in realtà sempre ben nota agli studiosi e che, dopo la prima milanese, in vita di Verdi essa fu allestita in molte altre città fino a tutto il 1865. La stessa prima esecuzione milanese del 1845 aveva lasciato Verdi del tutto soddisfatto riguardo al cast e scontento solo per la scenografia.

L'opera fu rappresentata al San Carlo di Napoli nel 1951, con Renata Tebaldi e Carlo Bergonzi. Nel 1972 ne venne realizzata un'incisione discografica, i cui interpreti principali furono Montserrat Caballé, Plácido Domingo e Sherrill Milnes, con James Levine direttore. Al Teatro La Fenice essa venne allestita nel 1972, con Katia Ricciarelli. Il maestro Riccardo Chailly la diresse a Bologna nel 1986, cantanti Susan Dunn, Vincenzo La Scola e Renato Bruson, con la regia di Werner Herzog.

Il ruolo di Giovanna è stato interpretato da altri cantanti di fama internazionale come June Anderson e Mariella Devia.

Una ripresa dell'opera in tempi moderni è avvenuta, con successo, al Festival della Valle d'Itria di Martina Franca nel luglio 2013 in cui, a vestire i panni dell'eroina francese, è stata Jessica Pratt.

Il 7 dicembre 2015, serata inaugurale della stagione scaligera 2015-2016, Riccardo Chailly dirige Giovanna d'Arco assente alla Scala dal 23 settembre 1865, per la regia di Moshe Leiser e Patrice Caurier. Interpreti Anna Netrebko, Francesco Meli e Carlos Álvarez. (Carlos Álvarez, ammalato di bronchite, è stato sostituito da Devid Cecconi).

A Domremy, nel 1429, Carlo VII annuncia che intende lasciare il trono al re d'Inghilterra, ovvero di smettere di combattere, dal momento che nel sogno gli è apparsa la Vergine che gli ha ordinato di deporre le armi e l'elmo nel bosco. Non appena il Re spiega questo sogno, viene informato dell'esistenza di una cappellina dedicata appunto alla vergine e sita nel bosco. Decide così di andarvi e di deporre le armi. Nella foresta vi è un umile ovile, abitazione di Giacomo e Giovanna. Giovanna ritorna dalla Cappellina della Vergine sconfortata per la sua impotenza a combattere e per la Francia che sta, momento dopo momento, per essere sottoposta agli inglesi. Entra in casa e si addormenta. Durante il sonno viene avvolta da una schiera di spiriti malvagi, i quali la tentano a lasciarsi vincere dalle gioie della gioventù. Subito dopo però, accompagnato dal ritorno in cielo della luna, a Giovanna vengono in visita una schiera di spiriti Eletti, i quali le annunciano che il suo più grande desiderio si sta per avverare: potrà anche lei finalmente combattere, ma non dovrà accogliere in cuore alcun affetto profano. Giovanna si sveglia di soppiatto e si dirige frettolosamente verso la cappella della Vergine; lì vi trova un elmo e delle armi, ma anche il Re che le aveva poco prima deposte. A questo punto Giovanna si barda a guerra e s'annuncia al re come colei che libererà la Francia. Intanto, Giacomo da una finestra di casa vede la scena e pensa che il Re con l'aiuto del demonio sia riuscito a conquistare la figlia; mentre Giovanna lascia il suo ovile, Carlo comincia ad innamorarsi.

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venerdì 2 ottobre 2015

IL GIRASOLE



Il popolo degli Inca lo conosceva e venerava, poiché era considerata la pianta simboleggiante il dio del Sole. Anche i Maya ritenevano importante questo fiore dal colore così intenso, tanto che i suoi grani venivano da loro cotti per poi realizzare bevande afrodisiache.

Per i Greci era Heliantus, termine che unisce la parola elios (sole) con la parola anthos (fiore), stando a indicare che la pianta ha fiori che si volgono verso il sole.

La ninfa di nome Clizia si era innamorata di Apollo, dio del sole, per questo guardava sempre il cielo, per vedere il suo carro volare. Dopo un gioco di lusinghe, tenerezze e seduzioni, Apollo si stancò dell’amore di Clizia, abbandonandola.

La ninfa addolorata e delusa pianse senza posa per nove lunghi giorni. In mezzo a un campo attaccata alla terra, Clizia osservava il dio del sole attraversare il cielo sul suo carro di fuoco.

Rimase talmente immobile che il suo corpo si contrasse, irrigidendosi, per poi trasformarsi in uno stelo sottile eppur resistente.

I suoi piedi si spinsero dentro la terra e i capelli si tramutarono in una lucente corolla gialla. Clizia divenne il Girasole.

Ma nonostante questa trasformazione questo fiore dal color oro continua ad inseguire il suo amore volgendosi al cielo alla ricerca del Sole…

Dunque, da un lato il girasole può significare un profondo attaccamento ad un'altra persona, in quanto simbolo di costanza, dedizione e fedeltà assoluta. Dall'altro, può sottolineare anche un amore non ricambiato (seguendo proprio la storia del mito greco) e, secondo la circostanza, può simboleggiare anche una fissazione o una vera e propria ossessione.




L'affinità del fiore con il sole, fa sì che il girasole venga associato un significato allegro e spensierato, in grado di infondere gioia e allegria ma è anche simbolo di amore.

Il girasole rappresenta l’amore, ma spesso anche l’amore non ricambiato.

I girasoli sono anche il fiore ideale da regalare per una laurea o per un amico o un collega che ha raggiunto un traguardo importante: è infatti un fiore che con la sua solarità si presta a rappresentare vittoria e successo.

Il girasole infine è il fiore perfetto da regalare a chi si vuole augurare una guarigione o a cui si vuole regalare un po’ di positività: regalare un girasole sarà come donare un raggio di sole.

Il girasole a causa del fenomeno noto come eliotropismo, volge il suo capolino (l'infiorescenza) verso il sole seguendolo lungo tutta la giornata da est ad ovest. Questo particolare aspetto può essere tradotto nel desiderio di voler trascorrere insieme alla persona amata (o ad un caro amico) un certo periodo di tempo, un giorno intero o anche l'intera vita. Come il girasole segue il sole nel suo quotidiano movimento, così chi regala il fiore vuole seguire, stare insieme alla persona cara per un tempo importante della propria esistenza.
Il girasole può anche esprimere un profondo senso di ammirazione, rispetto e gratitudine. Questo vale sicuramente per le persone ma anche per la Natura stessa. Da diverso tempo il girasole è stato infatti assunto da associazioni e movimenti ecologisti come simbolo di promozione del rispetto della natura e dell'ambiente. Già Vincent Van Gogh, il grande pittore olandese che dipinse i girasoli in tanti suoi famosi quadri, voleva trasmettere non soltanto il suo ideale di amore tra innamorati attraverso l'immagine del girasole (vitalità che esplode), ma anche l'amore e l'ammirazione che provava nei confronti della Natura stessa.

Se regalate un girasole al vostro capo che, notoriamente, pecca di superbia e orgoglio questi potrebbe leggere nel vostro gesto un voler sottolineare proprio questi piccoli difettucci.

Come abbiamo capito la presenza stessa di un girasole in una stanza può far stare bene di per sé. Allora perché non regalare un girasole a qualcuno che si trova in uno stato di sofferenza, malattia, o semplicemente, solitudine? Portare il "fiore che segue la luce" può ravvivare un ambiente ma sicuramente anche le persone che vi abitano. Pensiamo alle persone sole e agli anziani in particolare.
Inoltre, nelle culture orientali il girasole assume spesso il significato di longevità e perfino immortalità, probabilmente perché rispetto ad altri fiori il girasole una volta reciso si conserva per tanti giorni prima di rinsecchire. Offriamo dunque questo fiore augurando al destinatario una lunga e serena vita.
Sempre seguendo questo simbolismo di girasole come portatore di luce, possiamo infine associare questo fiore alla nascita di una nuova vita. Regalare un girasole ad una coppia di neo-genitori può sicuramente essere di buon auspicio affinché vi sia sempre luce nella vita del bambino e lui, attraverso il suo amore verso i genitori, sia sempre fonte di gioia e orgoglio per quest'ultimi.


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