giovedì 30 luglio 2015

L' OMBELICO



Il ventre per analogia è l'interno di qualcosa, la cavità, dove si può incontrare l'oscuro, il buio, l'orrido, ma anche l'isola incantata, il paradiso perduto, dove germoglia la vita.
L'atto dell'offrire o del mostrare il ventre può essere atto di perdizione e atto sacro e profondo, con l'attribuzione al ventre di punto di raccolta non solo di energie sessuali e della istintualità, ma anche cosmiche. Quando il piacere, di cui esso è sede, viene associato al solo piacere genitale, il sesso viene così separato dal sentimento cosmico.

Nella concezione dell’anatomia sottile dell’essere umano la tradizione yogica-tantrica ha tramandato la conoscenza dei Chakra, centri energetici dislocati in varie parti del corpo che mettono in relazione tutti i livelli di esistenza: fisici, vitali, mentali e spirituali.

Il Chakra addominale tradizionalmente chiamato Manipura, che ha la sua localizzazione fisica nella colonna vertebrale e in linea all’ombelico, è l’espressione di vari aspetti dell’essere umano: i processi metabolici, il deposito e la distribuzione dell’energia del Prana, l’espressione del dinamismo e della volontà, la manifestazione della propria identità e del proprio potere personale.

“Quando la sua energia è insufficiente, è più simile alle braci incandescenti di un fuoco morente piuttosto che ad una più intensa e forte fiammata. In questo stato l’individuo diventa apatico, privo di vitalità e sprovvisto di energia. Egli sarà limitato da scarsa salute , depressione, mancanza di motivazione e di impegno nella vita.” Tratto da Kundalini Tantra di Swami Satyananda Saraswati

Le emozioni di Manipura non sono quelle più raffinate del Chakra superiore (Chakra del plesso cardiaco) ma emozioni più immediate, più dirette e spesso più grossolane: chi non ha mai sperimentato quella evidente sensazione alla bocca dello stomaco dopo una forte emozione o un prolungato stress? O quanto è perforante sulle mucose l’azione corrosiva dell’ulcera? Queste sono alcune somatizzazioni di Manipura.

La parola Manipura in sanscrito significa “la città (pura) dei gioielli (mani)” ovvero il sito di un tesoro per ricordare le potenzialità insite in questo chakra, le capacità nascoste: manifestarsi in gioielli preziosi o cristallizzarsi in pietre e sassi.

L’ombelico è il riferimento per localizzare fisicamente questo Chakra chiamato anche Nabi Padma, il loto dell’ombelico. L’ombelico è il centro del microcosmo umano ma anche l’omphalos, il centro del mondo in numerose tradizioni e simbologie ma anche un punto di riferimento per la concentrazione (gli Esicasti nella loro preghiera/meditazione piegano la testa verso l’ombelico).

L’Ayurveda indica Pitta (composto da due protoelementi di fuoco e uno di acqua) come il Dosha che governa le funzioni della digestione (e tutte le secrezioni coinvolte, ormoni, enzimi ecc.), del metabolismo, della temperatura corporea, dello splendore degli occhi, della colorazione del sangue e della pelle e su un altro piano anche il fuoco dell’allegria dell’intelligenza, dell’acutezza, della chiarezza e dell’assimilazione mentale.

Pitta dosha ha il suo radicamento nell’intestino tenue, ed è attraverso l’azione di un sub-dosha, cioè di una energia Pitta e specializzata e localizzata (chiamata Ranjaka Pitta) che agisce principalmente sul fegato. Ma la sua azione sul processo digestivo coinvolge anche stomaco, milza, pancreas e cistifellea. Ricordiamo che sono squilibranti per Pitta quelle emozioni calde e corrosive come l’ira, l’odio, l’aggressività.



Nella simbologia del corpo, l'area del bacino forma un semicerchio concavo che, seduti, può essere rappresentato dalle braccia lungo il corpo con le dita delle mani che si uniscono all'altezza del grembo.

In questa posizione (assunta dalla tecnica della meditazione) sentimenti ed emozioni, connessi al torace ed al bacino, sono contenuti dall'Io relazionale, connesso alle spalle-braccia-mani.
Il bacino con la sua forma a semicerchio concava, si restringe verso l'alto, nell'area della vita, e si dirama verso il basso in due sezioni ampie, area delle cosce.

Le due sezioni si restringono e terminano più sottili, area delle gambe, fino ad appoggiarsi su basamenti, piedi.
Il bacino, per la sua forma è contenitore, accoglie, conserva, trattiene; per la sua funzione genera, trasforma, espelle, non solo materia ma anche energia.
La concezione orientale ipotizza una corrente energetica fondamentale che è la medesima nel cosmo e nell'uomo. Questa corrente passa dall'Io cosmico (ombelico).

Ma il bacino è sede anche dell'Io fisico (pube).
Assumendo i valori dicotomici dati dalla nostra cultura, il bacino diventa campo di battaglia di diverse lotte: quella tra cosmico e fisico; tra puro e impuro; tra movimento circolare, simbolo del femminile, e movimento a punta, simbolo del maschile.

Nella letteratura marziale del Giappone, il nome dato all'energia è Ki; mentre la sorgente unificata da cui questa energia scaturisce (che è l'unica e la medesima negli dei, nel cosmo, nell'uomo), viene identificata col nome Hara, che letteralmente significa addome o ventre. Ki come energia irradiante e Hara come centro.

Nell'Aikido viene chiesto al praticante di centralizzare l'intera personalità sulla parte centrale dell'addome, attraverso il respiro.

Il concetto di centralizzazione addominale, sul centro che si identifica come armonia universale che equilibria i contrasti, appare in molte discipline educative che vanno dalla meditazione Zen alle arti marziali, alla cerimonia del tè, alla recitazione teatrale.

Per il giapponese, la parte centrale dell'addome è il centro della vita stessa a cui il guerriero accede direttamente nella cerimonia del Hara-Kiri taglio del ventre (Aikido di O. Ratti, p. 19).

Nell'ipotesi di Lowen la mancanza di sensibilità nella pancia, come se fosse senza budella, è la paura che non vi sia sostegno se ci si lascia andare (Depressione, p. 32).
Lowen descrive il funzionamento di 2 riserve di energia, il bacino e il cervello. Indica nella colite il disturbo della riserva del bacino che comprende il ventre, le natiche, gli organi genito-urinari.
L'addome non ha ossa che lo riparino, è coperto solo da fasce muscolari che gli permettono di ritirarsi ed estendersi. Il ventre è la zona più vulnerabile, con il centro morbido aperto verso l'esterno.
Per reprimere i sentimenti si irrigidisce l'intestino. Con la respirazione addominale si rilassano i muscoli.



Nell'ipotesi di Reich, l'energia organica dovrebbe liberamente fluire attraverso il corpo, e ha i punti di sostegno nel collo, nel raccordo bacino-tronco.
Reich pone al settimo posto dei segmenti dell'armatura il bacino che comprende tutti i muscoli pelvici. Il bacino è morto, è privo di espressione quando emotivamente non si avverte nessun tipo di sensazione o di eccitazione. Nell'armatura del bacino sono contenute emozioni di angoscia e di ira.

Gli atti amorosi, pur iniziando in armonia con il principio biologico di piacere, si possono trasformare in impulsi di ira perché l'armatura non permette i movimenti involontari. Il piacere frenato si trasforma in ira e l'ira frenata in spasmi muscolari.
Nel linguaggio parlato del corpo, auspicato da Reich, lo scioglimento della corazza del bacino si traduce in movimenti in avanti e verso l'alto (p. 475, Analisi del carattere).

Aggiunge che il desiderio cosmico è funzionalmente ancorato nei movimenti espressivi del riflesso orgastico: espansione e contrazione (p. 480) come funzioni del piacere e dell'angoscia dall'ameba in su fino all'uomo.

Barba (p. 75) riferisce che l'attore giapponese Kobuk dice che le anche dell'attore Nò debbono rimanere fisse mentre si cammina.

Per farlo, occorre piegare leggermente le anche, usare il tronco come un solo blocco, e usare la colonna vertebrale per premere verso il basso. Le tensioni nella parte superiore obbligano a trovare un nuovo equilibrio, avere "anche" o non averle si dice Rai Ko-shi, non ha Ko-shi.

La vita dell'attore si basa su una alterazione dell'equilibrio per ricercare altro equilibrio.

Morris tra i tipi di eco genitale (p. 240), pone certe posture a ventre teso da parte di modelle affinché l'ombelico invece che un foro rotondo appaia una fessura verticale simile a quella della vulva.
Tra i segnali di identità sessuale, Morris pone le natiche che nella donna sono più appariscenti, e questo influenza la sua andatura.

Altro segnale è nell'uomo la "pancetta" che nel primitivo era indice di successo nella carriera di cacciatore, e nell'uomo moderno scandisce la gioventù perduta (p. 233).
Le natiche, nella donna, sono state un antico segnale di richiamo sessuale nelle tribù africane dei boscimani, degli ottentotti (steatopigia) e nei costumi delle dame vittoriane.

In cucina, la fantasia popolare vuole che il famoso ed italianissimo tortellino sia nato dall’ispirazione del cuoco dei Gonzaga, guardando la padrona duchessa attraverso il buco della serratura…e vedendone così solo l’ombelico. Ammaliato da tale bellezza, creò il tortellino.

Anche i modenesi rivendicano la paternità del tortellino, e raccontano che è stato inventato da un cuoco del luogo, che sognò Venere innalzarsi dalle onde del mare e, visto il suo ventre perfetto, si svegliò e corse in cucina per ricreare con la pasta il divino ombelico.

L’ombelico è ciò che rimane della recisione praticata al cordone ombelicale al momento della nascita: la sua forma e dimensione viene determinata dal successivo processo di cicatrizzazione dei tessuti.

L’ombelico è una zona erogena, molti infatti ne sono attratti  e fin dall’antichità è stato considerato un simbolo di femminilità. Oggi questa tesi è confermata dalla diffusione dei piercing e dei tatuaggi a scopo estetico.

C’è chi ce l’ha a forma di triangolo allungato, chi a semicerchio, chi a “chicco di caffè”. Il mito dell’ombelico perfetto non muore mai. La parola “ombelico” deriva dal greco “omphalòs” che significa centro. Ed infatti la sua è una posizione mediana tra due richiami sessuali , quasi un semaforo dell’eros.

Più del 90% delle opere d’arte del passato con nudi femminili rappresentano l’ombelico come una fossetta circolare. Secondo una leggenda turca fu Dio a creare quel piccolo buco al centro del corpo del primo uomo, strappando in quel punto la pelle contaminata dallo sputo di un Diavolo.

Ma questo “pozzetto dei desideri” fu oggetto anche di furiose censure. Negli anni Trenta il codice di autocensura dei produttori di Hollywood considerava infatti insopportabile oscenità l’esposizione della pancia nuda.

E così anche un simbolo sexy come Marylin Monroe in “Gli uomini preferiscono le bionde” compare con un pagliaccetto aperto su ogni centimetro di pelle ma chiuso sull’ombelico.

Ma l’ombelico è anche un punto preciso della nostra pelle che i microbi sembrano trovare particolarmente “accogliente”. Tra le pieghe dell’ombelico di alcuni volontari, i ricercatori della North Carolina State University hanno trovato 1400 diversi ceppi di batteri, di cui 662 apparentemente sconosciuti fino ad ora. Tra le specie sconosciute, una era stata in precedenza individuata solamente nei fondali oceanici, un’altra soltanto nel terreno cinese. L’abbondanza e la diversità di microrganismi in questa regione si potrebbero spiegare con il fatto che la sua conformazione la rende meno facilmente raggiungibile rispetto ad altre zone dell’epidermide.

La moda dice che è il momento di metterlo in mostra con top e pantaloni a vita bassa, e…. sembra facile! Ma avere un ventre ed un ombelico perfetto non è facile. Ci vuole innanzitutto un regime alimentare controllato e una certa attività fisica, poiché la muscolatura deve essere tonica e la pelle ben tesa.

Non esiste un tipo ideale d’ombelico. Anzi,la cosa affascinante che ognuno di noi c’è l’ha diverso.

Oggi grazie alla chirurgia estetica è possibile modificare la forma, l’aspetto e la dimensione del proprio ombelico: si tratta dell’ombelico-plastica.

L’intervento viene eseguito in anestesia locale e può durare dai 20 ai 30 minuti. La tecnica applicata varia ovviamente in base al tipo di correzione desiderata. La plastica dell’ombelico può essere associata a BodyTite con radiofrequenza o liposuzione, se c’è un problema di grasso in eccesso sulla pancia.

Ombelico dilatato: può trattarsi di un difetto congenito o di un inestetismo provocato da un rilassamento dei tessuti dopo una gravidanza. Il chirurgo effettua con un bisturi un’incisione attorno alla circonferenza dell’ombelico, asporta un anello di cute e poi stringe con una sutura continua. Poi tira il filo, così che l’ombelico si rimpicciolisce.

Ombelico troppo piccolo: l’ombelico può anche essere troppo piccolo, dalla nascita. In questo caso, dopo avere fatto mini-incisioni lungo la circonferenza, si pone nella parte centrale dell’ombelico un tappo di silicone modellato secondo la forma desiderata.

Ombelico estroflesso: si asporta la pelle in eccesso tramite un potente laser in grado di vaporizzare la cute al momento del suo passaggio, dopo aver escluso la presenza di una concomitante ernia ombelicale.

Per quanto riguarda i tempi di guarigione necessitano in tutti i casi 14-15 giorni circa; è sottointenso che nei prima 4-5 giorni si assumeranno antibiotici e al bisogno antidolorifici. La medicazione viene rimossa dopo due-tre giorni dall’intervento. Per i primi tempi bisogna evitare di bagnare la parte ed almeno per un mese si dovranno evitare movimenti che comportino lo stiramento dell’addome. Naturalmente l’ombelico va protetto fino alla completa guarigione, lontano quindi dal sole e da capi che possono dare fastidio alla zona, come bottoni ed elastici.



L’ombelico compare raramente nei sogni ed il suo simbolismo è legato alla posizione “centrale” nel corpo umano che suggerisce l’idea di un “centro” ( psichico, simbolico, geografico), oppure la nascita e l’inizio di qualche cosa.

Il simbolo dell’ombelico va considerato anche per un movimento di contrazione ed espansione che conduce l’attenzione sia su circoscritti elementi e sul loro potenziale, che sull’ampliamento e l’applicazione di questi. Come dire che l’ombelico rappresenta l’inizio ed il divenire, il centro di un mandala e gli aspetti che ne derivano.

E proprio questo movimento lo ha reso, nei miti o nelle rappresentazioni iconiche religiose del passato, espressione di una “manifestazione ” fisica e spirituale: vita che sboccia, nucleo che si espande. L’ Omphalon” greco quindi non segnala un punto fisso, per quanto cosmico ed universale sia, ma un processo che da questo punto si attiva.

Nel corpo l’ombelico è la cicatrice della nascita fisica, il segno tangibile di un legame con la madre biologica, il flusso di sentimenti che da questo legame si espande, ma è pure legato all’eros per la sua vicinanza agli organi genitali ed il piacere estetico che la sua forma rotonda, concava o prominente come un piccolo nodo, suscita. Così come suscita sentimenti legati alla vulnerabilità per il suo trovarsi nella posizione più esposta e molle dell’addome.

Vederlo nei sogni deve far riflettere il sognatore sulle situazioni in cui si è sentito “scoperto”, in cui si messo troppo in mostra o si è esposto impunemente.

E quando l’attenzione è focalizzata verso questa parte e la sua immagine è definita e ripetuta, può essere utile pensare al proprio “egocentrismo” o ad un automatismo nel ricondurre a se’ le situazioni senza sforzarsi di vedere oltre …..così che l’ombelico appare allora come il simbolo di un limite individuale che blocca il sognatore in un nucleo ( ombelico ) di pensieri e sensazioni da cui si fatica ad uscire.

L’ombelico nei sogni può fare riferimento anche alla necessità di tagliare il cordone ombelicale e quindi al proprio bisogno di crescere e distaccarsi da qualcuno, di diventare indipendenti e di prescindere da una situazione di sicurezza.


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Il Denaro Può Comprare L'Amore?



Studi precedenti, avvertono gli autori della ricerca pubblicata sul Journal of Couple and Relationship Therapy, avevano già stabilito che il materialismo è negativamente associato alla soddisfazione di coppia, ma restava da stabilire se ciò sia dovuto a un'asimmetria nel valore che marito e moglie danno ai soldi o se l'importanza data al denaro sia problematica di per sé.
Gli studiosi hanno sottoposto a 1.734 coppie sposate un questionario di valutazione della propria relazione. Tra le domande ve ne erano alcune tese a stabilire che valore ciascuno attribuiva all'"avere soldi e possedere molte cose". L'analisi statistica dei dati ha permesso di scoprire che le coppie che avevano dichiarato di non dare importanza ai soldi ottenevano punteggi del 10-15 per cento migliori sulla stabilità di coppia e in altri parametri che misurano la qualità della relazione rispetto alle coppie in cui una persona o entrambe si dichiaravano materialisti.


In particolare le coppie in cui entrambi i partner davano molta importanza ai soldi e ai beni materiali "stavano peggio sotto quasi tutti gli aspetti che abbiamo considerato", spiega Jason Carroll , autore principale dello studio. "C'è un modello pervasivo nei dati che indica un'erosione nella comunicazione, scarsa risoluzione dei conflitti e bassa comprensione reciproca".
In una coppia su cinque entrambi i partner manifestavano un forte amore per i soldi. Si trattava, hanno notato gli studiosi, di coppie mediamente più ricche delle altre, per le quali però i soldi rappresentavano una maggiore fonte di conflitto. Ecco quindi un ulteriore paradosso. Verrebbe da pensare che queste coppie siano così ossessionate dal denaro da non dedicare le giuste attenzioni al proprio partner, rovinando così il rapporto amoroso. Ma a quanto pare tra moglie e marito materialisti sono proprio i soldi la più frequente causa di lite.
"Come queste coppie percepiscono le proprie finanze sembra essere più importante per la salute del rapporto rispetto alla loro reale situazione finanziaria", riassume Carroll.

Io mi sono sempre chiesta se un marito troppo "di mano larga" abbia la coscienza a posto o se si fanno tanti regali ad un bambino è per "comprarsi" l'affetto anche se è effimero perchè il sentimento vero non si compra.



Narrazioni archetipiche che assimilano denaro e feci attribuiscono feci e denaro al diavolo. Martin Lutero diceva che il denaro è "sterco del demonio", espressione sintetica, ma non eretica: una consolidata iconografia rappresentava da secoli il denaro in questo modo. Un esempio di grande pregio artistico è nel Giudizio Universale della Collegiala di S. Gimignano, dove un diavolo evacua monete d'oro in bocca all'avaro dannato per l'eternità. Il demone della ricchezza si rivela a Dante sulla soglia del cerchio infernale che punisce avari e prodighi con un annuncio enfatico, ermetico, occulto: "<Papè Satàn, Papè Satàn aleppe!> cominciò Pluto con voce chioccia" (Inferno, VII, 1-2). Questo verso, forse il più indecifrabile della Divina Commedia, è misterioso come il demone che lo annuncia; le sue parole arcane appartengono all'aura numinosa che lo avvolge. Il Pluto di Dante è l'antenato mitologico del Pluto di Goethe, è l'omologo immaginativo del Mammone di Milton; è l'antichissimo signore infero delle risorse occulte, delle ricchezze profonde, dell'energia immanente alla Vita. Più volte s'è affacciato sulla scena di narrazioni archetipiche del denaro e ora chiede che la sua storia sia narrata in maniera più completa.



Inoltre una varietà di espressioni correnti ascrive al denaro un carattere sordido, che ha relazione indiretta con le feci. Si parla, difatti, di denaro sporco, di fondi neri, di lurido taccagno e, in crescendo, di porci borghesi, di sporchi capitalisti, di ricchi spandimerda. Con grande candore, il più classico salvadanaio dell'infanzia era un porcellino, che riuniva in sé la simbolica dello sporco e quella del denaro. La volgarità del denaro attinge alla sua natura escrementizia. La sprezzante qualifica che lo accompagna sembra risalire alla sua originaria identificazione con lo sterco e il pudore che lo avvolge pare un'estensione dell'originaria vergogna con cui viene avvolto tutto ciò che ha attinenza con le feci. Il risultato è che oggi il denaro costituisce uno degli ultimi e più resistenti baluardi del pudore: è imperdonabile dimenticare il cartellino del prezzo su un regalo; non è educato chiedere quanto si è pagato un oggetto; non è elegante consegnare del denaro direttamente in mano, meglio metterlo in busta o almeno appoggiarlo sul tavolo; i negozi più raffinati non ostentano i prezzi dei loro articoli, ma li custodiscono su discreti cartoncini e in più riservati listini.
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VENERE E I SUOI MONTI



Afrodite (Venere per i Latini), una delle divinità greche più antiche, protegge l’amore in tutte le sue forme: è sposa di Efesto, ma numerose sono le sue avventure con altri dei e con mortali. A Roma, invece, Venere incarna il legame matrimoniale e – come madre di Enea e progenitrice della dinastia di Giulio Cesare – simboleggia, accanto a Marte, l’origine divina della Città eterna.

Afrodite, cantata dai poeti, è la dea che protegge l’amore in tutte le sue forme. Simbolo stesso della bellezza e della forza dell’eros (l’amore sessuale), è capace di infondere il desiderio in ogni creatura.

Afrodite, in realtà, non è una dea originariamente greca. Essa deriva, probabilmente, da un’antichissima dea orientale della fertilità. I Greci la accolsero nella loro mitologia e sul suo nome, Afrodite, costruirono il mito della sua nascita. Quando Crono, in combutta con la madre Gea, spodesta il padre Urano dal dominio del mondo, recide con la falce i suoi genitali e li getta nel mare. Dalla schiuma (in greco aphròs) del mare agitato nasce appunto Afrodite. Ma Afrodite ha anche altri nomi e soprannomi, come Citerea (perché ha dimora nell’isola greca di Citera) o Cipria (perché dopo la nascita giunse sull’isola di Cipro).

Insieme al dio Eros, Afrodite suscita il desiderio dell’innamoramento; la dea protegge inoltre il matrimonio e infatti le vergini si votano a lei prima delle nozze. Ma Afrodite non protegge solo l’amore legittimo: anche le prostitute si votano alla dea e spesso offrono nei suoi templi doni attinenti alla loro ‘professione’.

Anche il rapimento di Elena e la conseguente guerra di Troia hanno la loro origine in una vicenda che vede protagonista Afrodite insieme a Paride. Tre dee sono venute a contesa su chi di loro sia la più bella: Era (la romana Giunone), Atena (Minerva) e Afrodite. Paride, chiamato a decidere, sceglie Afrodite e la dea, per ricompensarlo, fa innamorare di lui Elena, la donna più bella del mondo.

Nel mito raccontato dai poeti, Afrodite è sposa di Efesto (Vulcano), e in tal modo simboleggia il rapporto tra la fatica oscura del lavoro e l’arte raffinata che essa produce. Numerose sono le sue infedeltà: dall’unione della dea con uomini mortali nascono eroi famosissimi. Con Anchise, principe troiano, genera Enea, che darà vita alla stirpe di Roma: per questo motivo la dinastia Giulio-Claudia – quella legata a Giulio Cesare – si dirà discendente da Venere.

Un tradimento famoso è quello narrato nell’Odissea di Omero: Efesto coglie in flagrante Afrodite a letto con Ares (Marte), e li avvolge in una rete di metallo da cui non possono districarsi. Tutti gli dei, alla loro vista, scoppiano a ridere. Ma Afrodite ha anche amori infelici: Adone, giovane nato dall’amore incestuoso tra Mirra e suo padre, è amato dalla dea che si dispera quando questi, in una battuta di caccia, cade vittima di un cinghiale istigato da Ares. Venerata in tutte le epoche e onorata in numerosissimi santuari, Afrodite è una delle più antiche e significative divinità della religiosità greca, in particolare nel mondo femminile.

Gli studiosi si interrogano ancora sull’origine e sulle primitive funzioni di Venus, antichissima dea italica e romana. Secondo alcuni rappresenterebbe la forza generatrice della natura e della fioritura. Altri hanno collegato il suo nome al verbo veneror «venerare», indicando nella forza magica di invocazione del dio da parte dell’uomo la sua originaria prerogativa (a Roma ha anche il soprannome di Obsequens «colei che esaudisce le preghiere»).

In tutta l’Italia antica sorgevano già in età antichissima santuari di Venere: i più importanti a Lavinio e a Erice in Sicilia. Da quest’ultimo la dea prende anche il soprannome di Ericina.

Dal 3° secolo a.C. alla sua figura viene sovrapposta quella dell’Afrodite greca. A Roma però, Venere non assume la protezione di tutti gli amori, rimanendo piuttosto simbolo dell’unione coniugale. Non è accostata a Vulcano come sposa, bensì a Marte, formando in tal modo la coppia che simboleggia i due caratteri del mondo romano, la forza militare e l’origine divina della stirpe di Romolo. Proprio quest’ultimo elemento, ereditato dal mito greco, è sfruttato notevolmente dall’età di Giulio Cesare in poi, quando a Venere Genitrice si edificano templi importantissimi al centro della città.


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Il monte di Venere (o del pube) si presenta come una regione triangolare sporgente, situata in corrispondenza del pube, limitata lateralmente dalle pieghe inguinali e in continuazione superiormente con l'ipogastrio e in basso con le grandi labbra. La cute che lo riveste è glabra in età prepuberale; dopo la pubertà si ricopre, insieme alla grandi labbra, di lunghi peli. L'epidermide è spessa e nel derma si possono trovare ghiandole sudoripare e sebacee. Tra derma e ipoderma esiste uno strato di lamelle fibroelastiche che, insieme a quelle provenienti dalle grandi labbra, si portano in alto per perdersi nella linea alba.
Nell'ipoderma è presente un cuscinetto adiposo, lo spessore del quale è in relazione con le caratteristiche del soggetto.

Spesso trascurata, ma in realtà, la mano posta a coppa sul monte di Venere non solo permette la stimolazione del clitoride durante la masturbazione, ma, con una leggera pressione, anche la ritrazione del cappuccio clitorideo (l’equivalente femminile del prepuzio) e l’esposizione della punta sensibile.

Il nome deriva da Venere, dea nella mitologia romana.

Dopo il "thigh gap" (lo spazio tra le ginocchia) e il "bikini bridge" (lo slip che fa da "ponte" tra le anche quando si è sdraiati in spiaggia), la nuova tendenza è quella di eliminare il cosiddetto monte di venere rendendolo il più magro e liscio possibile.

Sui social network già spopolano le foto di chi ha raggiunto il suo obiettivo e sul mercato si sarebbe già buttata anche la chirurgia estetica. In molte si sarebbero già rivolte al bisturi per un intervento di "Monsplasty" per ridurre il grasso in eccesso e rendere più tesa la pelle sopra l'osso pubico.



Nella mano è rappresentato dalla base carnosa del pollice, racchiusa entro la linea della vita e quando appare ben conformato e normalmente sviluppato, segnala tenerezza, sentimenti, amore, attrazione, voluttà, passione, sensibilità, interesse per la musica e un buon tono energetico. Nella norma il monte di Venere non deve occupare oltre un terzo della superficie della mano; è inoltre indispensabile che si presenti liscio al tatto, roseo, né troppo piatto né troppo pronunciato, elastico ma non duro e neppure eccessivamente molle. In astrologia Venere è il pianeta della bellezza, dell'amore, della tenerezza e della capacità di seduzione, significati che, nel caso di un monte normalmente pronunciato, compaiono nella giusta misura ma, in presenza di eccessi, si esacerbano nell'aspetto esagerato del sentimentalismo e della seduzione: lascivia, confusione, debolezza, instabilità affettiva.

Il Venusiano puro è l'individuo in cui il monte di Venere appare nettamente prevalente; contraddistinto da una figura e da lineamenti piacevoli, vanta insomma l'appartenenza alla privilegiata categoria dei "bellissimi". Alto, ben proporzionato, ha carnagione chiara, pelle sottile e morbida, fronte alta, sopracciglia ben disegnate, capelli soffici e folti. Occhi grandi a mandorla, bocca piccola, con labbra rosse e carnose, delle quali l'inferiore predomina sull'altro. I denti sono bianchi e minuti, il mento morbido, ingentilito da una fossetta. Il corpo riflette la stessa armonia del volto: spalle piene, braccia e mani grassocce e paffute, dita appuntite, gambe affusolate, piedi piccoli e aggraziati. Se è vero, come dichiaravano gli antichi cultori della fisiognomica, che l'aspetto fisico altro non è che una spia del carattere, il bellissimo, armonioso Venusiano gode di un temperamento altrettanto gradevole, dolce, sensibile, affettuoso, sinceramente interessato ai problemi altrui. Scarsamente ambizioso, si accontenta di una vita modesta, purché vissuta all' insegna dell' amore e del rispetto del prossimo per il quale è sempre pronto al sacrificio. Devoto e sincero, ama con sensualità e passione, ma quando si lega a una persona, questa diventa il centro dei suoi interessi; sensibilissimo alla sua influenza e ai suoi desideri, si sforzerà allora, e solo per farle piacere, di ottenere quei successi che per se stesso non desidererebbe affatto. Se umiliato o ingannato in amore soffre atrocemente ma cerca di perdonare accantonando discussioni e rancori. Gentile, raffinato, sensibile ai richiami dell'eleganza e della moda, ama la musica, la bellezza, l'arte che spesso studia e pratica dando prova di grande sensibilità e talento. Quando tuttavia il monte presenta un'estensione o uno sviluppo eccessivo, la sensualità si trasforma in infedeltà e lussuria, la tenerezza in leziosaggine, il sano amore per la bellezza e i piaceri della vita in ingordigia e in incapacità di misura. La salute rimane eccellente eccettuato il rischio di malattie veneree o di crisi depressive legate alla sfera dei sentimenti. Non è infrequente infatti che qualsiasi frustrazione affettiva, le pene d'amore, la solitudine, stati veramente intollerabili per il Venusiano, si ripercuotano distruttivamente sulla sua psiche; lo stesso si può dire per la quantità di energia che tende a dissipare nella vita di relazione: una girandola di balli, pranzi, flirt che finiscono con l'esaurirlo lasciandolo con un senso d'amaro in bocca.
Da un punto di vista strettamente chiromantico, il Venusiano ha mani ellittiche, dita corte, tonde, lisce, falangi grosse, unghie rotonde o a mandorla, gonfie, brillanti, con le lunette ben disegnate, il palmo è ovale, caldo e umido, sensibile, il pollice piccolo, la pelle bianca e vellutata. Nella mano del Venusiano l'anello di Venere è sempre presente, la linea della vita lunga e armoniosa, spesso accompagnata dalla sorella, mentre quella della testa appare notevolmente curva. La linea del destino ha origine dal monte di Venere o da quello della Luna. Inoltre la linea del Sole appare ben tracciata e la tavola della mano piuttosto convessa.



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martedì 28 luglio 2015

I FURIN





Il furin è una campanella tondeggiante da cui pendono uno o più tubicini di metallo. La campanella è realizzata di solito artigianalmente in diversi materiali tra cui predomina il vetro soffiato e la ceramica. Inoltre riporta delicate decorazioni dipinte che rappresentano simboli estivi tra cui paesaggi, fiori, fuochi d’artificio, pesciolini rossi o soggetti, scritte che attingono alla tradizione giapponese. Una strisciolina di carta – spesso di riso – decorata con piccoli disegni o su cui è riportata una frase poetica, è sospesa ad ogni tubicino. Il soffio del vento muove la carta e con essa il tubicino che, battendo contro il vetro, produce il caratteristico suono, diverso a seconda del materiale della campanella.

I furin vengono appesi alle grondaie, agli infissi, alle verande e ai portici delle case e dei negozi. A questi oggetti i giapponesi danno il merito di rendere più sopportabile il caldo estivo grazie al loro suono e di tenere lontano gli spiriti maligni.  La loro origine è cinese, ma furono importati in Giappone molti secoli fa, probabilmente grazie al buddismo.

Nell’antichità, il noto monaco buddista Honen Shonin di Kamakura definì i furin tesoro nazionale per il loro presunto potere benefico. Si ritiene che i furin siano stati preceduti dai futaku, campanelle a vento di altro stile in bronzo, appese intorno ai templi e alle case dei nobili con il medesimo intento di proteggerle dagli spiriti cattivi, ma anche dai disastri. Alcune campanelle sono utilizzate anche per motivi meteorologici quali lo studio del venti, tipici del clima nipponico.

L’alta diffusione dei furin ha indotto le autorità delle città giapponesi ad emettere delle ordinanze che regolano il loro uso particolarmente durante la notte ed il maltempo.



Il termine furin deriva da fu, vento e rin, campana, traducibile in italiano come “campanella al vento”.  Il loro suono evoca il dolce tintinnio dello scorrere dell’acqua dei fiumi e la fresca brezza del vento primaverile.
In origine proveniente dalla tradizione cinese, il fūrin è stato introdotto in Giappone ormai da secoli, tanto che se ne riporta traccia in ogni genere di opera artistica e fonte storica.

Nei mesi estivi, la stagione più calda ed umida in Giappone, i fūrin vengono appesi e lasciati tintinnare al vento in tutta la nazione, producendo un suono che pervade le campagne ed i centri più piccoli, ma anche le metropoli grazie al forte attaccamento dei Giapponesi nei confronti delle loro tradizioni popolari più intime ed identificative. In questi mesi, infatti, i suoni caratteristici di queste terre sono quelli generati appunto dai fūrin, insieme al coro delle onnipresenti cicale ed al suono dei fuochi artificiali hanabi.

Il fūrin, lungi da realizzare unicamente una funzione decorativa, nasce per adempiere, e tutt'oggi adempie, a due scopi fondamentali. Si ritiene infatti -tradizionalmente- che, da una parte, renda il caldo afoso dell'estate meno pesante ed opprimente, grazie al suo suono molto delicato, e d'altra parte è antichissima e mantenuta ancora in auge per il fūrin una funzione culturale basata sulla credenza che il loro suono tenga lontani gli spiriti maligni dai luoghi abitati.

Infine, esistono anche particolari fūrin usati in funzione meteorologica: alcuni di essi sono infatti utilizzati nello studio dei venti, fenomeno rilevante nelle isole giapponesi, data l'alta densità di tifoni ed eventi atmosferici distruttivi dovuti al clima sub-tropicale.


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IL GALLETTO SEGNAVENTO



“Prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte” sono le parole che Gesù disse a Pietro in occasione dell’Ultima cena. Ed è proprio per commemorare questa celebre frase che, nel IX secolo, papa Niccolò I ordinò che un gallo venisse posizionato in un punto tanto alto da sormontare il più alto pinnacolo di ogni cattedrale, chiesa o abbazia. All’epoca le banderuole segna vento erano già in uso, per cui per mettere il gallo nel punto più alto lo si dovette montare su di esse.

Ben presto le banderuole diventarono simbolo di distinzione di potere e di comando, tale per cui l'installazione veniva regolamentata da una serie di editti e solamente gli edifici più prestigiosi appartenenti ad un certo rango potevano fregiarsene.

All'epoca dei Comuni venne consentito l'uso di segnavento anche alla più ricca borghesia mercantile e quindi presto diventarono emblema di appartenenza ad uno status sociale elevato.

Per definizione, il segnavento, o galletto segnavento, è una figura che ruota liberamente su un'asta verticale e che, in virtù del suo design, punta sempre verso il vento. Detto in altre parole, il vento proviene sempre dalla direzione verso la quale il segnavento è puntato.

Nel Medio Evo, le bandiere mostravano agli arcieri la direzione dalla quale soffiava il vento. In seguito, la bandiera di stoffa venne sostituita da una di metallo, talvolta raffigurante lo stemma nobiliare del proprietario del castello.



Durante il Rinascimento l'iconografia si arricchisce di animali anche fantastici come leoni, grifoni, chimere.

Solo nei Seicento i grandi proprietari terrieri di origine non nobile si ribellarono alla proibizione di installazione banderuole: esse erano infatti fondamentali per la sopravvivenza al fine di poter trarre attraverso la direzione del vento delle sommarie previsioni del tempo, pur essendo ancora vietate con pene alquanto severe per chi non rispettava tale divieti.

Ma occorre attendere il Settecento per poter trovare leggi più permissive sull'installazione dei segnaventi, anche se mancò sempre una corporazione specifica per la costruzione di questi oggetti, per cui si cimentarono fabbri, stagnari, artisti, falegnami con vari risultati.

Nei secoli più recenti, i segnavento hanno avuto molta fortuna negli Stati Uniti dove già dal ‘700 è diffusa la tradizione artigiana del segnavento, oppure in Inghilterra dove nel periodo Vittoriano la moda prevedeva segnavento molto elaborati che tendevano a riempire ogni centimetro disponibile con riccioli e decorazioni. Nel Novecento c’è stato il ritorno ad uno stile più lineare con i segnavento a silhouette, che spesso raffiguravano scene di sport o immagini comiche.

Oggi, nel nuovo millennio, assistiamo ad una doppia tendenza: da una parte le nuove tecnologie, materiali e finiture permettono di realizzare soluzioni sempre più innovative ed all’avanguardia con una precisione nei dettagli impensabile fino a pochi decenni fa; dall’altra parte c’è la tendenza al ritorno alle cose più semplici e tradizionali che ci ricordino di un tempo più sereno, un ritorno alla casa ed al giardino ed ai ritmi naturali.
Il galletto segnavento può essere collocato anche in giardino, magari posizionandolo a una certa altezza. La sua funzione è di indicare la direzione del vento. Oggi è diventato un elemento di ornamento della propria abitazione, infatti, sono tante le case sui cui tetti si vede muoversi questo simpatico galletto.

È costituito da un'insegna metallica girevole di varie forme e dimensioni posta solitamente sulla sommità degli edifici. La spinta del vento ne determina la rotazione: se ad esempio è colpito dalla Tramontana, vento che soffia dal Nord, esso si girerà verso il Sud.

Il più antico segnavento tuttora esistente, con 1200 anni, è il famoso Gallo di Ramperto, banderuola in lamina di rame originariamente dorata e argentata, con gemme, posta nell'820 per volere del Vescovo Ramperto sul campanile romanico della chiesa dei Santi Faustino e Giovita a Brescia.

Proprio per la sua caratteristica di girare a seconda della direzione del vento, il termine "banderuola" è anche diventato sinonimo di persona volubile, pronta a cambiare opinione con una certa facilità.



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BASTA CHE RESPIRA.....

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Spesso si dice che gli uomini sono attratti da qualsiasi donna. C’è un modo di dire abbastanza rozzo che utilizziamo per indicare un uomo che è attratto da, praticamente, ogni donna che incontra. Diciamo “per quello lì va bene qualsiasi donna BASTA CHE RESPIRA”.

Normalmente questi uomini sono facilmente distinguibili da altri, il loro linguaggio non verbale è molto evidente. Guardano con insistenza le donne, le guardano in alcune parti del corpo in modo fastidioso, invadente e hanno un modo di fare sempre predisposto ad un corteggiamento troppo diretto, da “maschio in calore”.

Una comunicazione non verbale primitiva, da uomo delle caverne!

Uno studio dell’Università olandese di Groningen è riuscito a provare che il testosterone dei maschi aumenta automaticamente in presenza di donne per le quali non provano nessun tipo di attrazione CONSAPEVOLE.

In pratica gli studiosi hanno verificato che alcuni ragazzi in una stanza avevano una variazione di concentrazione del testosterone (che è l’ormone della “mascolinità”) quando una donna QUALSIASI entrava in quella sala.


Quindi, confermiamo questo luogo comune: gli uomini sono attratti dalle donne a prescindere dal loro aspetto fisico e dal fatto che ci sia qualsiasi tipo di interesse per il loro modo di ragionare, per il loro modo di vestire e via dicendo.


Quindi anche se una donna è orrenda.....o un'oca o di più negativo che c'è non importa: basta che respira.


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IL MITO DEL SERPENTE



Il serpente è un animale che, per le sue caratteristiche, ha colpito e stimolato l'immaginario umano, entrando nel folklore e nella mitologia di vari popoli. Tra le numerose attestazioni, spicca in particolare il racconto biblico di Adamo ed Eva dove il serpente è la rappresentazione del demonio tentatore.

Il serpente è uno dei più vecchi e più diffusi simboli mitologici, essendo presente nella maggior parte delle culture con significati simili. Le caratteristiche del serpente che hanno stimolato nell'uomo la sua associazione a temi sovrannaturali sono numerose. Ad esempio il suo veleno è associato, come le piante e i funghi, al potere di guarire, avvelenare, o donare una coscienza espansa (addirittura l'elisir di lunga vita o di immortalità). Il suo cambiare pelle lo rende inoltre un simbolo di rinnovamento e rinascita che può portare all'immortalità.

Talvolta il serpente e il drago hanno simile funzione simbolica, poiché il veleno del serpente ha caratteristiche simili a quelle del fuoco lanciato da un drago. Ad esempio Ladon dell'antica Grecia e Níðhöggr Normanni sono a volte descritti come serpenti e a volte come dragoni. In Cina, il serpente Indiano nāga è spesso confuso con il dragone cinese. Il dio serpente Quetzalcoatl degli Aztechi e Toltechi ha anche ali da dragone, come il suo equivalente nella mitologia Maya ("serpente piumato").

In araldica il "biscione" è stato il simbolo del Ducato di Milano, sia sotto gli Sforza, sia con i Visconti ed oggi è ancora riscontrabile in stemmi di alcuni comuni lombardi e non, legati storicamente alla signoria ambrosiana, come ad esempio Bellinzona, la capitale del Canton Ticino (Svizzera); in epoca contemporanea il "biscione" è divenuto anche il simbolo di alcune società milanesi.

Diffusissima in tutte le aree agricole e montane di Italia centro-settentrionale, Svizzera e Francia è la leggenda metropolitana del lancio di vipere da elicotteri da parte di vari soggetti quali forestale, Verdi o addirittura case farmaceutiche. Il fenomeno è stato giudicato connesso al forte potere simbolico del serpente, visto nell'ambiente quasi completamente antropizzato, uno degli ultimi elementi di natura selvaggia, contrapposta alla cultura dell'habitat umano.

Sin dalle più antiche testimonianze egizie troviamo un serpente che, come un'aureola, si avvolge attorno alla testa del Dio del Sole Aton e rappresenta il disco solare, mentre nel Libro dei Morti egiziano proprio un serpente è il traghettatore delle anime; tale simbolo, originariamente Babilonese, identificava inoltre il Dio Ammon, spirito regnante nell'oltretomba che veniva rappresentato con l'immagine di un serpente avvolto a cerchio e in atto di mordersi la coda.
L'immagine greca dell'Oroborus, perpetua trasformazione della morte in vita, poiché i denti aguzzi iniettano il veleno nel suo stesso corpo, la stessa immagine della serpe eterna si ritrova nei mandala dei nativi americani.
Il serpente che si morde la coda è quindi un simbolo universale che rappresenta l'eternità e l'indistruttibilità della natura, cioè del ciclo della vita che si rinnova, in cui nulla si crea e nulla si distrugge.



Spirito delle acque originarie, il serpente è collegato a moltissimi fiumi, nelle mitologie amerinde il mito del serpente, talvolta piumato, corrisponde alle zone di coltivazione del mais dove è associato all'umidità, alle acque della terra e alle nuvole portatrici di pioggia.
Il suo simbolismo  come ispiratore e veggente si ritrova nel mito di Cassandra che, da bambina, era stata trovata dai genitori con un serpente che le toccava la bocca, lo stesso mito si ritrova nei principali oracoli come quello di Delfo.

In Africa e in India il serpente è signore della fecondità e viene onorato dalle donne che desiderano un figlio, presso i nativi americani simboleggia il ciclo di nascita, vita, morte e rinascita, grazie al processo di muta della pelle, gli vengono attribuiti il potere della creazione, della sessualità, del mutamento dell'anima e dell'immortalità, la reincarnazione e la protezione, tutti significati molto simili e quasi sovrapponibili questi nel mondo celtico dove il serpente era legato all'acqua, alla madre terra e al ciclo dell'anno che si ripete sempre uguale a sè stesso ma sempre diverso.

Ben diverso significato assunse nel mondo ebraico-cristiano, non si limitò ad essere apportatore di vita ma assunse tutte le caratteristiche di essere satanico, istigatore diabolico nel paradiso terrestre, negazione della vita immortale: nel nuovo testamento il demonio è chiamato L'antico serpente.

Sempre portato ad esempio per la sua intelligenza malvagia e per la sua astuzia ingannatrice, questo simbolo antichissimo e i due serpenti hanno da sempre rappresentato la polarità tra il bene e il male tenute in equilibrio dalla bacchetta divina che ne controlla le forze, dove le ali dei simboli esoterici collegati alle serpi indicano il primato della conoscenza che si pone al di sopra della materia.

Sigmund Freud associa, nei suoi studi sull’interpretazione dei sogni, il serpente al fallo, e lo considera l’espressione della forza sessuale e creatrice di mascolinità.
La forma allungata, penetrante e a volte che si erge come un cobra lascerebbe poco spazio ad altre interpretazioni simboliche, ma sarebbe fermarsi all’evidenza, e con i serpenti e la simbologia niente è evidente.

La tradizione tantrica induista va oltre, associa il serpente al potere energico maschile unito a quello femminile. Queste due energie opposte (visti come due serpenti) si concentrano e si uniscono alla base della colonna vertebrale, più precisamente nel punto situato tra l’ano e i genitali. In quel punto dimora la Kundalini, rappresentata con un serpente arrotolato e dormiente, dormiente come lo è la nostra coscienza. In questo caso il serpente è visto come figura fallica ma pure uterina, e viene legato al potere generativo, alla fertilità, all’erotismo trascendente, alla sessualità e all’unione degli opposti.

Adamo, Eva, l’albero e il serpente. Evidentemente l’albero che si erge dal suolo è un simbolo fallico, ma perché metterci un secondo fallo?
In questo caso il serpente non ha la rigidità fallica dell’albero, anzi, è flaccido. Da qui altri psicanalisti e studiosi sono d’accordo di considerare il serpente come simbolo fallico, ma non legato all’uomo e al suo pene, ma bensì alla donna e alla sua clitoride.
La lettura è semplice: la donna (il serpente) si avvinghia all’uomo (l’albero), tentandolo carnalmente, vivendo la sessualità in modo libero e piacevole. Le nuove religioni monoteiste hanno sempre condannato l’atto sessuale che non fosse finalizzato alla procreazione, per cui questa unione puramente piacevole e fisica andava demonizzata, come sono state demonizzate tutte le altre attività sessuali considerate devianti e perverse.
In pratica le nuove religioni hanno usato e distorto antiche rappresentazioni di serpenti intrecciati ad alberi o bastoni (=maschile e femminile che si uniscono), che simboleggiavano l’amore, l’eros e la vita. L’esempio più lampante è il simbolo che rappresenta ancora oggi la medicina (una verga con un serpente attorcigliato), che si è stato tramutato da simbolo di salvezza e continuità in un simbolo di decadenza umana (l’albero della conoscenza e il serpente tentatore) punita da Dio.



Il serpente ingoia le proprie prede intere, e simbolicamente in questo caso il serpente viene penetrato, mutando la sua figura fallica in una figura vaginale.
L’unica certezza è che il serpente è, simbolicamente parlando, inesorabilmente legato all’erotismo e alla sfera sessuale umana.

Il serpente è un animale che compare assai spesso nei sogni. In molte persone suscita paura e ribrezzo, se non una vera e propria fobia, tanto da non poterne sopportare neanche la vista. Al contrario, altre persone amano moltissimo i serpenti e li accudiscono come animali domestici. Di questo occorrerà tener conto quando si interpreta il sogno. I serpenti sono sicuramente animali pericolosi ma, per quanto ci possano inquietare, non si può negare che siano anche creature ammalianti, dotate di fascino quasi ipnotico.

Il serpente è un rettile, un animale a sangue freddo che si muove strisciando sul ventre e che cambia pelle (muta). È presente in molti miti e leggende di ogni parte del mondo legate al concetto di rinascita; spesso, in molte civiltà del passato, è stato oggetto di culto, e custode di oracoli (come, ad esempio, l’oracolo di Delfi). In India esistono tutt’oggi templi a lui dedicati. Nella cultura occidentale, in seguito all’affermarsi della religione cristiana, il serpente ha assunto un significato soprattutto negativo, connesso all’idea di peccato e di inganno; ma il serpente ha una simbologia antica, ricchissima e affascinante, che si intreccia a quella dei draghi e dei mostri marini come il Leviatano.

Nei sogni, il serpente può avere, in genere, questi significati:
Potenza sessuale, fertilità, forza della natura che permette la perpetuazione della specie. Secondo l’interpretazione freudiana, il serpente è una delle tipiche immagini oniriche che rappresentano il pene. Questo significato legato alla sessualità si può riconoscere anche nella narrazione biblica di Adamo ed Eva: il serpente è simbolo del piacere sessuale, della libertà del proprio corpo, e anche della mente (conoscenza).
Istinti, pulsioni vitali primitive proprie di stadi evolutivi passati, molto lontane dalla coscienza.
Saggezza, energia psichica interiore che permette la rinascita, il rinnovamento, la guarigione fisica, ma anche il benessere spirituale e l’illuminazione. Il serpente è un simbolo di medicina e salute comune a molte culture di tutto il mondo: ad esempio, il serpente è presente nel bastone di Asclepio (simbolo della medicina); due serpenti attorcigliati avvolgono il caduceo del dio Mercurio, il messaggero degli dei, mediatore tra l’umano e il divino.
Una persona falsa e ingannatrice.
Sognare tanti serpenti può indicare un periodo di confusione, incertezza, dubbi, paura dei propri impulsi. È un sogno tipico di persone diffidenti, inclini a vedere le altre persone come dei ‘nemici’.

Sognare un serpente minaccioso, che tira fuori la lingua e sibila, indica che c’è un qualche pericolo di cui ancora non ti sei reso conto: potrebbe essere una persona a te vicina che si sta comportando in maniera poco onesta con te. Sii più accorto.

Il morso del serpente può rappresentare l’aggressività di cui ti senti vittima, soprattutto l’aggressione verbale (critiche, ingiurie, rimproveri, ecc.). Può anche rappresentare l’aggressività che tu stesso non riesci ad esprimere, a tirar fuori; dovresti parlare di più, buttar fuori ‘il veleno’. Infine il sogno può anche avere un significato molto positivo di ‘guarigione’ fisica o emozionale: il veleno, in questo caso, è da intendere come ‘siero’ che ti cura.

Sognare serpente che striscia può indicare che stai per cadere vittima di inganni, o che stai per essere preso da sentimenti di angoscia e incertezza; se il serpente si allontana, però, tutta questa negatività si sta allontanando da te. Vedere apparire improvvisamente un serpente che striscia nel sogno può essere una manifestazione di energie psichiche inconsce che fanno irruzione in modo imprevedibile.

I serpenti che stringono la preda nelle loro spire, come i boa o i pitoni, ricorrono nei sogni di chi è represso (anche in senso sessuale); forse hai troppa paura di lasciarti andare, vuoi sempre tenere tutto sotto controllo. Se sogni che un’altra persona viene stretta da un serpente, ciò indica che sei in apprensione per lei.

Il serpente è un simbolo sessuale: rappresenta il pene, oppure, con i suoi movimenti sinuosi, la sensualità femminile. Vederlo in sogno, specialmente nel letto, può dipendere da preoccupazioni legate alla sessualità: paure, sensi di colpa, desideri, e (per l’uomo) bisogno di affermare la propria potenza sessuale.

Sognare serpente morto può indicare la fine di influenze negative ed emozioni angoscianti nella tua vita; però può anche indicare la perdita di istintività.

Il serpente blu rappresenta l’energia spirituale; rosso, la potenza sessuale; verde, la gelosia amorosa; nero, il proprio istinto profondo.

Sognare serpente che cambia pelle è in arrivo un mutamento interiore, nuova spinta vitale.

Sognare un serpente arrotolato su se stesso rappresenta la tua energia psichica pronta a distendersi, a risvegliarsi. L’immagine corrisponde a quella di Kundalini, il serpente attorcigliato che, secondo la filosofia indù, rappresenta l’energia sopita dentro di noi, che può essere oscura e malefica finché non la si padroneggia, ma che può renderci divini se riusciamo a risvegliarla e a domarla.

Sognare serpente con due o tre teste può indicare che stai vivendo una situazione complicata, come se fossi spinto in direzioni diverse e in conflitto tra loro. Devi risolvere questo conflitto interiore.

Secondo il racconto biblico, il serpente in origine aveva le zampe; solo dopo aver tentato Eva, Dio lo punì togliendogli le zampe e costringendolo a strisciare sul ventre, mangiando polvere. Sognare un serpente con le zampe può quindi significare una ‘tentazione‘ di varia natura, o un atto di ‘ribellione‘.

Sognare serpenti che si mordono, che si mangiano tra loro rappresenta la tua grande determinazione e voglia di arrivare a tutti i costi agli obiettivi che ti sei prefissato.

Numeri del lotto:
Serpente 51.




Nel significato dei tatuaggi, il serpente è quanto mai scelto come simbolo di furbizia ed astuzia, ma spesso che sfociano nell’aggressività. Tipicamente maschile, come tatuaggio, le donne lo scelgono molto di rado, poichè la sensualità trasmessa non è percepita come femminile, forse anche a causa della sua comunione con simboli di tipo fallico.


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CARI PARENTI



“Il serpente che non può cambiar pelle muore. Lo stesso accade agli spiriti ai quali s’impedisce di cambiare opinione: cessano di essere spiriti.”

L’accostamento dei termini parenti serpenti nasce da un’analogia con le caratteristiche comuni tra i due. Aldilà della simpatica rima baciata che sussiste tra i due termini, il serpente, da sempre animale conosciuto per le sue caratteristiche ambigue e per il suo significato mitologico e biblico, induce a pensare che spesso il comportamento di alcuni parenti è altrettanto ambiguo, silenzioso ma attivo. Tali parenti covano atteggiamenti negativi ma non li esprimono direttamente. Il marcio emerge solo nei momenti critici per l’ attacco dell’altro. E’ un atteggiamento di difesa, l’idea di voler covare rabbia e rancore, eppure è così dannoso  sia per sé stessi che per gli altri, che se coloro che si comportano in questo modo iniziassero a riflettere, ne guadagnerebbero in salute psico-fisica e soprattutto nelle relazioni sociali.



Così la pensano anche le scimmie. In particolare le scimmie Macaca nigra, originarie dell’Asia, sono pronte a fidarsi più degli amici che dei loro parenti. Per cacciare il cibo o per individuare una fonte di pericolo, le scimmie asiatiche non scelgono come loro guida madri, sorelle e fratelli, ma gli amici. Ce lo dicono i ricercatori dell’Università di Portsmouth, che studiano e analizzano il comportamento di una colonia di scimmie, cresciute in uno stato di semicattività, in Gran Bretagna.

Osservando degli individui che giocano in coppia, una scimmia segue lo sguardo del compagno amico molto più velocemente di quanto possa seguire lo sguardo del proprio parente. Ma come si arriva ad affermare che le scimmie si fidano più degli amici? Perché seguire lo sguardo di un proprio simile per vedere cosa cerca e cosa guarda è importante per la propria sicurezza.

Ma non solo. Per tante scimmie l’amicizia è molto più importante della parentela. Basta osservare il tempo che ogni scimmia trascorre con i suoi amici.




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lunedì 27 luglio 2015

MI FISCHIANO LE ORECCHIE...

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I medici usano il termine acufene per indicare la situazione in cui viene percepito un rumore in una o in entrambe le orecchie, oppure nella testa, anche se dall’esterno non proviene alcun suono.
L’esposizione ai rumori può generare gli acufeni. Infatti spesso ne soffrono i musicisti rock, e chi lavora con loro. O chi lavora nelle discoteche o nei locali notturni dove la musica ad alto volume è una costante. Altra figura professionale spesso colpita dal ronzio all’orecchio è quella degli edili, sottoposti a rumori quali martelli, trapani etc. Perciò d’ora in avanti, presta più attenzione al volume.

La causa può essere anche un singolo forte rumore, ma più spesso l’essere costantemente sottoposto a rumori ad alto volume.

L’esposizione prolungata al rumore può danneggiare la Cochlea all’interno dell’apparato uditivo e causare gli acufeni.

Un forte colpo alla testa può causare il ronzio alle orecchie. La testa è infatti una delle più sensibili parti del corpo umano. Alcune persone svolgono attività a rischio: gli sportivi come i pugili o i giocatori di calcio, rugby o football americano. Per questo certi atleti sono più facilmente soggetti ad attacchi di acufeni.

Ma anche un intervento chirurgico ai denti può causare un trauma alla testa.

Un’infezione alle orecchie (e anche una sinusite) possono provocare i ronzii. In presenza di allergie o sinusiti, le mucose si addensano contro l’orecchio interno causando maggiore pressione. L’eccesso di pressione può condurre all’acufene. La malatti di Meniere, dove il livello dei fluidi aumenta all’interno dell’orecchio medio, è un’altra ragione.  Può anche causare perdita dell’udito.

Le droghe tradizionali spesso causano effetti collaterali, e il fischio all’orecchio è uno di questi. Praticamente tutte le forme di droga sono oggi accusate di generare questa condizione. Anche gli antibiotici come Aminoglicosidi, eritromicina e vancomicina; o l’aspirina e altri medicinali che li contengono. A volte i pazienti iniziano a sentire il fischio nell’orecchio dopo trattamenti di chemioterapia. E sul banco degli accusati sono finiti anche il chinino e i farmaci diuretici.

Ormai sappiamo bene quanto l’eccesso di stress non sia buono per la nostra salute. Lo stress può influire negativamente causando una serie di problemi medici, inclusi gli acufeni.

Troppo stress è dannoso per il nostro sistema immunitario, e questo può portare ad una mancata accensione nel suono / onde cerebrali. Questo influenza negativamente il sistema nervoso, e ti fa sentire i rumori.

Alcune persone pensano che la depressione causi il ronzio alle orecchie. Viceversa alcuni sostengono che gli acufeni causino depressione. Sicuramente c’è una relazione fra i due fenomeni.

Accumulo di cerume nel condotto uditivo. La quantità di cerume prodotta dalle orecchie varia da persona a persona. A volte si produce una quantità di cerume tale da compromettere l’udito o da far sembrare più forte l’acufene.
Alcune persone hanno i muscoli o le articolazioni della mascella non correttamente allineate: questo non provoca soltanto l’acufene, ma può anche influire negativamente sui muscoli e sui nervi cranici e sulle strutture incaricate di ammortizzare i colpi, che si trovano all’interno dell’articolazione della mascella. Molti dentisti sono specializzati nella cura dei disordini temporo-mandibolari e mascellari e potranno consigliarvi efficacemente nella scelta della terapia.
Circa il tre per cento delle persone affette da acufene soffre di acufene pulsante: di solito in questo caso si avverte una pulsazione ritmica, che spesso va a tempo con il battito cardiaco. L’acufene pulsante può indicare la presenza di una malattia cardiovascolare (cioè di una compromissione del normale flusso sanguigno nelle vene e nelle arterie), come ad esempio soffio al cuore, ipertensione o arteriosclerosi (indurimento della parete esterna delle arterie).
Succede molto raramente, ma a volte si può essere affetti da un tumore benigno che cresce lentamente nei nervi acustici, vestibolari o facciali. Questi tumori possono causare: acufene, sordità, paralisi facciale e problemi di equilibrio.
Anche i traumi alla testa e al collo possono provocare l’acufene. Tra gli altri sintomi troviamo: mal di testa, vertigini e amnesie.
Alcune malattie, come ad esempio l’ipotiroidismo o ipertiroidismo, la malattia di Lyme, la fibromialgia e la sindrome di presa toracica, possono presentare l’acufene come sintomo. Quando l’acufene è un sintomo di un’altra malattia, la cura della malattia può contribuire ad alleviare anche l’acufene.
Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Occupational and Environmental Medicine ipotizza un collegamento fra l’uso del cellulare ed un’aumentata probabilità di sviluppare acufene: in particolare i ricercatori sono giunti alla conclusione che le persone che hanno utilizzato il cellulare per una media di dieci minuti al giorno hanno il 70 per cento di probabilità in piu’ di sviluppare il disturbo. La causa di questo sensibile aumento del rischio sarebbe l’energia prodotta dalle microonde dei cellulari.

Sembra che ci sia una predisposizione ereditaria per alcune persone, ma non si sa con certezza se l’acufene sia già scritto nei nostri geni. Gli scienziati che lavorano alla mappatura del genoma umano, ad esempio, non hanno ancora scoperto nessun gene dell’acufene, ma hanno identificato i geni responsabili di alcuni problemi d’udito molto rari, della disfunzione temporo-mandibolare, della sindrome di Ménière e del neurinoma acustico. Queste patologie spesso comprendono l’acufene come effetto collaterale e questo indica che ci potrebbe essere un qualche collegamento. Per ora, tuttavia, non è stato individuato alcun collegamento tra l’acufene di vostra madre ed il vostro.

Spesso l’acufene viene definito “ronzio nelle orecchie”, ma alcune persone percepiscono rumori come: sibili, rombi, fischi, stridori, tintinnii, ronzii, fruscii, crepitii, soffi,
pulsazioni.
L’acufene può essere intermittente oppure costante, può generare un rumore unico oppure diversi rumori e il suo volume può variare da appena percettibile a estremamente alto.

In alcuni casi è possibile che l’acufene sia causa di depressione. Il rumore cronico provocato dall’acufene può causare disturbi per quanto riguarda il sonno, la concentrazione e la lettura; può interferire con la normale vita di relazione e con le altre attività quotidiane: tutto questo fa sì che il malato, specie se è già predisposto, possa scivolare verso uno stato di depressione.

In una ricerca del 2003, riguardante il legame tra acufene e depressione, è stato dimostrato che la maggior parte delle persone affette da acufene non è depressa e nemmeno seriamente disturbata dall’acufene. I pazienti che già erano depressi, però, si sentono molto più danneggiati dal problema rispetto ai pazienti non depressi.

L’ATA (Associazione Americana Acufeni) stima che più di 50 milioni di americani (su una popolazione di poco superiore ai 300 milioni, ossia 1 su 6) soffrano di acufene, da moderato a grave. Tra di essi circa 12 milioni hanno un acufene grave abbastanza da richiedere cure mediche e circa due milioni di pazienti sono così gravemente debilitati da non riuscire a condurre un’esistenza normale.

Circa 50 milioni di americani convivono con l’acufene, ma il disturbo ha caratteristiche diverse a seconda del paziente. Alcune persone percepiscono tintinnii o altri suoni immediatamente dopo l’esposizione a rumori molto forti, come ad esempio dopo un concerto, ma il rumore percepito dopo un po’ sparisce. Altre persone, invece, dicono di sentire un rumore flebile ogni volta che prestano attenzione, ma la maggior parte di esse non può distinguere il rumore tra gli altri suoni ambientali. Altri fattori possono influire sulla gravità del disturbo a seconda del paziente, come ad esempio la diversa gravità dei problemi di udito e i diversi tipi di suoni che vengono percepiti. È interessante notare che il volume dell’acufene, se misurato con strumenti da laboratorio, non è correlato alla gravità dell’acufene percepita dagli stessi pazienti. Ogni persona ha il proprio livello di tolleranza al rumore prodotto dall’acufene. Si tratta di un’esperienza molto personale.

L’acufene non fa distinzioni: può colpire a qualsiasi età. Non si tratta di una malattia diffusa tra i bambini, che riferiscono la patologia più raramente rispetto agli adulti, in parte perché è più probabile che i bambini affetti da acufene abbiano problemi di udito fin dalla nascita. Potrebbero invece non notare l’acufene e non preoccuparsi, proprio perché sono abituati a questo problema fin dalla nascita.

I bambini, come del resto le persone di ogni età, possono essere a rischio di acufene se sono esposti a rumori molto forti. Alcune occasioni del tempo libero, come le sagre, i concerti, le corse automobilistiche o gli eventi sportivi possono essere attività molto rumorose che potrebbero danneggiare le orecchie dei bambini. Vi consigliamo di proteggere le orecchie, di mettere in guardia i bambini dai pericoli dei rumori forti e di valutare la possibilità di non far partecipare i bambini all’evento o di farli allontanare dalla fonte di rumore.



Le credenze popolari spesso sono incentrate su situazioni che apparentemente sembrano di poco rilievo, ma che in realtà nascondono significati e valenze particolarmente rilevanti. Una credenza vuole che quando una persona sente un fischio in un orecchio, qualcuno sta parlando di te. In pratica una reazione fisica del corpo viene caricata di un significato distintivo e viene interpretata come un segno che è in grado di indicare qualcosa di cui possiamo essere consapevoli solo mediante particolari segni.

La credenza vuole che quando sentiamo un leggero fischio nell’orecchio sinistro, vuol dire che qualcuno sta parlando bene di noi. Al contrario, quando il fischio si avverte nell’orecchio destro, significa che stanno parlando male di noi. Ma c’è di più. Si crede infatti che si possa indovinare anche la persona che sta facendo menzione di noi. In questo caso si chiede a chi è accanto di dire qual è il primo numero che gli viene in mente.

Rapportando il numero alle lettere in ordine alfabetico, si può scoprire l’iniziale della persona in questione e magari provare a capire di chi si tratta, scorrendo nella nostra mente tutte le persone che conosciamo e il cui nome comincia con quella determinata lettera che ne è uscita fuori casualmente.



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IL MITO DEL CAVALLUCCIO MARINO

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Anticamente si usava portare con sé una sua immagine poiché un potente amuleto, e se ne trovano dipinti sui muri esterni di molte case di Pompei per allontanare la sfortuna.

Gli Ippocampi figurano nel corteo di Poseidone, insieme a tritoni, draghi acquatici, e giganteschi mostri marini. Sono esseri marini metà cavalli nella parte anteriore, e il loro corpo si conclude in una coda di pesce, possono avere zoccoli o zampe palmate, e al posto della criniera possono esserci una cresta di membrana o delle alghe.
Nella mitologia greca il carro di Poseidone era trainato e scortato da ippocampi montati dai Tritoni e dalle Nereidi.

Il Cavalluccio Marino è conosciuto e raccontato nella mitologia fin da tempi immemorabili ed è sempre stato molto benvoluto, è simbolo di fedeltà.
L'ippocampo ha da sempre attratto la fantasia e la considerazione degli uomini, forse per il suo particolare aspetto che sa di magico, un po' pesce ed un po' cavallo... difatti, per i poeti greci gli ippocampi divennero delle creature mitiche per metà cavalli, di cui si servivano gli Dei per attraversare i mari e gli abissi. Le scene mitologiche lo rappresentano come un cavallo, con la parte inferiore di pesce o delfino. Secondo i miti greci, il carro di Poseidone era trainato da un esemplare di Ippocampo.

Gli antichi greci e romani credevano cavalluccio marino era un attributo del Dio del mare Poseidon/Nettuno e, come tale, il cavalluccio marino è stato considerato un simbolo di forza e potenza.



Il Cavalluccio marino o "Ippocampo" è una delle tante creature marine bellissime e più ricche di fascino,  che ricorreva spesso nei sogni infantili dei nostri nonni e dei nostri padri per il suo aspetto misterioso e la sua  apparente fragilità,  tanto da essere diventato nel tempo uno dei loghi più diffusi tra coloro che si occupano di mare,  a tutti i livelli, ma soprattutto nella nostra gloriosa e antica Marineria, divenne il logo più dipinto e diffuso nelle nostre lunghe "Sardare", nei nostri gozzi e nelle nostre lance.
I  cavallucci marini devono il nome al greco Hippos (cavallo) e kampos (mostro di mare),  per i poeti greci erano delle creature mitiche per metà cavalli e metà pesci, di cui si servivano gli dei per attraversare i mari e gli abissi. Le scene mitologiche lo rappresentano come un cavallo, con la parte inferiore di pesce o delfino. Secondo i miti greci, il carro di Poseidone era trainato da un esemplare di Ippocampo.
Secondo le  antiche tradizioni marinare il cavalluccio marino rappresentò l' ambivalenza sociale e la coesistenza della nostra gente,  per metà marinara e per metà dedita alla campagna,  ma soprattutto il dominio dell'uomo su un essere "eccezionalmente" mostruoso,  che veniva stupendamente dipinto sui nostri legni con redini,  sella e "Giummu" che stavano a significare il dominio del pescatore su una creatura marina mostruosa rendendola docile, utile e addomesticata.  Il "dinamico" simbolo venne sicuramente importato con le barche dall'antica marineria di Porticello da cui molte famiglie tradizionali marinare  provenivano.
Venne dipinto non solo nei "mustazzi" cioè nell'opera morta di prua, ma anche nel dritto di prua e di poppa e qualche volta perfino nel "campiuni di puppa o palummedda".



Il vedere un cavalluccio marino in un sogno, simboleggia la tristezza, l’amore o la solitudine. Forse il sognatore è qualcuno che si sente trascurata da altri e diverso nostalgia per il comfort e l’amore nella sua vita. D’altra parte, il sogno può indicare l’incapacità di vedere le cose chiaramente e riconoscere la situazione o periodo di tempo di vita è quella al momento.




Le leggende ritraggono il cavalluccio marino come salvatore caritatevole di tante fanciulle cadute tra i flutti, e molti autori latini, da Galeno a Plinio il Vecchio, narrano con partecipazione le virtù medicali delle polveri da esso ricavate, impiegate in farmacopea per rimarginare le ferite. Analizzando il simbolo in campo mitologico, il cavalluccio marino è un animale con corpo metà cavallo e metà pesce, su cui le ninfe marine cavalcavano nelle profondità dell’oceano, simbolo dell’inconscio. Come il mare rappresenta l’inconscio, così l’ippocampo simboleggia il mezzo con cui lo si esplora.
In maniera più comune viene considerato simbolo di fedeltà coniugale”.



LEGGI ANCHE : http://pulitiss.blogspot.it/2015/07/il-cavalluccio-marino.html






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