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mercoledì 23 marzo 2016

LA CHIESA DEL SS. CROCIFISSO DI COMO

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Il Santuario cittadino dedicato al SS. Crocifisso la cui cura è affidata ai Chierici Regolari Somaschi (Padri Somaschi) è anche chiesa parrocchiale della SS. Annunciata.

Il terreno su cui sorge ora il Santuario era una volta malsano e paludoso, a ridosso del fossato che cingeva la città murata di Como. Sorgevano qui miseri tuguri e casupole che godevano di dubbia fama. Nel 1236 il canonico Erasmo Campacci pensa di bonificare in tutti i sensi questa zona e vi costruisce una chiesetta in onore della SS. Annunciata.

Nella sera del Giovedì santo del 1529 ebbe luogo il miracolo del Crocifisso, avvenuto nel corso della tradizionale processione dei confratelli di S. Pietro Celestino, che diede notorietà alla chiesa e spinse a lavori di rinnovamento. Nel 1565 l'edificio fu ampliato sotto la direzione di Francesco Aliverti detto Lombardo e fu riconsacrato nel 1574 dal vescovo Volpi. All'epoca la chiesa era composta da un'unica navata soffittata con la cappella maggiore ad est, affiancata dal campanile, e due altari laterali dedicati alla Vergine Annunciata e al Crocifisso miracoloso. Negli anni successivi furono realizzati diversi interventi di manutenzione e decorazione. Nel 1576 furono dipinte le ante dell'ancona del Crocifisso, eseguite dal pittore Francesco Guaita, e nel 1579 il quadro dell'Annunciata, opera firmata da Giovan Pietro Gnocchi. Nel corso del XVII secolo la chiesa fu radicalmente trasformata. Nel 1602 fu costruita la cappella della Vergine, eseguita da Battista Dotti di Piazza S. Stefano. Tra il 1625 ed il 1630 furono realizzati il nuovo presbiterio e il nuovo coro invertendo l'orientamento della chiesa. A partire dal 1634 iniziò la costruzione della cappella del Crocifisso in cui fra il 1638 ed il 1640 furono aggiunti gli stucchi eseguiti da Francesco Sala. Nel 1648 la decorazione plastica fu completata da Francesco Rusca e furono aggiunti anche gli affreschi e le tele eseguite da Giovan Paolo Recchi. Fra il 1645 ed il 1646 Francesco Gaffuri realizzò l'ancona in legno. Nel 1654 il convento fu soppresso e la chiesa fu eretta in parrocchia mantenendo la sua funzione di santuario. Nuovi lavori furono eseguiti negli anni successivi. Nel 1670 la navata fu decorata dal pittore Francesco Torchio, in seguito furono aggiunti gli stucchi opera di Giulio Spinedi e Giovanni Battista Barberini. Fra il 1694 ed il 1710 fu realizzato il campanile, su disegno di Francesco Brachetto, e tra il 1716 e il 1731 fu eretta una nuova facciata a due ordini, su progetto di Carlo Francesco Silva. Nel 1726 la cappella della Vergine fu rinnovata con affreschi di Carlo Innocenzo Carloni, affiancato da Carlo Giuseppe de Vincenti e Giovanni Domenico Dobler, e stucchi di Diego Carloni. Nel 1745 si rese necessario un nuovo ampliamento e si chiesero progetti di ricostruzione prima ad architetti locali e poi a Luigi Vanvitelli e Carlo Giuseppe Merlo. I progetti, troppo onerosi, furono accantonati e si diede avvio ad un restauro della chiesa e dei suoi apparati decorativi con l'intervento dello stuccatore Gaspare Mola, dei pittori Pietro Rasina, Giovanni Domenico Dobler, Giovanni Battista Calvi e Alessandro Valdani. Fra il 1761 ed il 1785 fu ampliata la parte absidale su disegno di Antonio Nolfi, fra il 1780 ed il 1785 furono aggiunte le statue in stucco ad opera di Stefano Salterio, autore anche dei bassorilievi nei pennacchi. Il rinnovamento del complesso proseguì nel secolo successivo: nel 1824 fu Luigi Canonica che riprogettò la facciata poi smontata e integralmente rifatta nel 1863-64 dall'architetto ticinese Luigi Fontana. Furono aggiunti due portici laterali, uno a sud su progetto del Canonica, e uno a nord, su progetto del Fontana. Fra il 1845 ed il 1853 furono completate le pareti laterali su disegno di Luigi Tatti. Nel 1853 Gaetano Barabini affrescò le cupoline della navata, nel 1857 Onorato Andina realizzò gli affreschi del battistero, nel 1929 Gersam Turri decorò la cupola e le absidi del transetto, infine nel 1933 furono posizionate in facciata due statue bronzee di Giuseppe Siccardi.

La grande devozione al Crocifisso di Como diffusa non solo nel comasco, ma anche in tutta la Lombardia, in altre regioni d'Italia e all'estero, in particolare nel Canton Ticino, si deve al miracolo avvenuto nel 1529.
La sera del giovedì santo che quell'anno ricorreva il 25 marzo, solennità dell'Annunciazione a Maria, i Confratelli dell'Annunciata si recavano processionalmente, come tutti gli anni, guidati dal Crocifisso a visitare le 'sette chiese' dove era riposto il SS. Sacramento. Giunti al ponte di san Bartolomeo e diretti alle chiese di santa Chiara e di san Rocco, trovarono la strada sbarrata da due grosse catene sovrapposte, fatte apporre dal governatore spagnolo, le cui estremità attaccate ad anelloni di ferro, erano impiombate nei muri laterali.
Le catene avevano lo scopo di impedire l'entrata in città alle scorribande della cavalleria francese stanziata nel milanese.  Il capitano delle guardie negò ai confratelli il passaggio; non rimaneva altro da fare che passare sotto le catene. All'inchinarsi della croce, la catena superiore si strappò trascinando dietro di sé la pesante pietra  alla quale era infissa. I testimoni, nel processo canonico di riconoscimento del miracolo, dissero: '...cento paia di buoi non avrebbero tratto fuori detto anello...' e ancora '...le pietre ove era infisso l'anello erano murate con calce stabile e ferma...'.
Con tale prodigio veniva premiata la fede dei Confratelli dell'Annunciata e da quel momento numerosi fedeli si rivolgono al Crocifisso per invocare la sua protezione e rendergli grazie. Sul luogo del miracolo venne eretta una piccola cappella demolita nel XVIII secolo.


La virtù prodigiosa del Crocifisso è attestata dai quadri exvoto conservati nella Galleria del santuario e dai pellegrinaggi votivi, generalmente per tradizioni secolari, di gruppi di fedeli o singole persone che si susseguono nel corso dell'anno.

Nei momenti difficili i comaschi si sono rifugiati sotto le braccia aperte del loro Crocifisso per ottenere protezione. In particolare si ricorda quella sperimentata durante le due guerre mondiali 1915-18 e 1940-45. Come segno di perenne riconoscenza arde la fiamma di una lampada che scende verso il presbiterio dalla volta di cupola e quella di un cero votivo collocato presso l'altare.

La città di Como uscita incolume dalle devastazioni della seconda guerra mondiale, in segno di ringraziamento per lo scampato pericolo dalle devastazioni della guerra realizzò una corona regale che fu posta sul capo del Crocifisso il 17 giugno 1945 dal Card. Ildefonso Schuster. La corona reca incisa la scritta: 'Cives comenses gratias referunt tibi protegenti  -  i cittadini comaschi da te protetti ti rendono grazie'. Ogni anno i fedeli, le autorità e il Vescovo rinnovano il loro ringraziamento al Crocifisso con la celebrazione della 'Giornata della Riconoscenza' che attualmente coincide con la solennità di Cristo Re.

Ogni anno in occasione della Settimana Santa, l'immagine miracolosa viene esposta al devoto bacio dei fedeli: il Crocifisso è innalzato su un piccolo Calvario; la gente sempre numerosa, sale lentamente le rampe del palco e con devozione si accosta per il bacio di ringraziamento e supplica. Il venerdì santo il SS. Crocifisso viene portato in processione per le vie della città, sulla quale il Vescovo pronuncia la benedizione.

La chiesa, ubicata nei pressi delle mura cittadine, è il frutto di diversi interventi realizzati dal XVI al XIX secolo che hanno lasciato numerose opere d'arte. La facciata, rivolta ad est, ha un aspetto imponente e comprende due pareti inclinate in cui sono inserite le porte laterali. Sui fianchi due ali porticate con paramento in finto bugnato contribuiscono all'effetto monumentale del complesso. Il registro inferiore del prospetto è caratterizzato da colonne e paraste giganti di ordine corinzio che inquadrano il portale centrale con timpano sommitale e due statue bronzee con le figure di S. Paolo e S. Pietro, opera di Giuseppe Siccardi. Nel registro superiore un'ampia finestra semicircolare e sul coronamento un gruppo scultoreo dell'Annunciazione, opera di Giuseppe Bayer. Sul fianco sinistro dell'abside si eleva la mole del campanile con elegante cella campanaria, scandita da paraste e colonne che reggono quattro timpani curvi, e tiburio sommitale ottagonale. L'interno è a navata unica, scandita da colonne e paraste corinzie, con due cappelle laterali e due cappelline. La decorazione neobarocca delle pareti della navata è opera del pittore Mario Albertella, le decorazioni delle cupoline che raffigurano l'Assunta e la Gloria di S. Pietro, furono eseguite dal pittore genovese Gaetano Barabini. In controfacciata un gruppo ligneo policromo con la Gloria di S. Pietro Celestino. A destra la cappellina del battistero decorata da affreschi di Onorato Andina. Segue la cappella dell'Immacolata decorata da un ciclo di affreschi settecenteschi realizzati da Carlo Innocenzo Carloni con la collaborazione dei quadraturisti Carlo Giuseppe De Vincenti e Giovanni Domenico Dobler. Nella cupola il Trionfo dell'Immacolata, nel tamburo e nei pennacchi figure di angeli e le Virtù teologali, nelle lunette Profeti. Alle pareti due tele dello stesso Carloni che rappresentano la Presentazione della Vergine al Tempio e la Natività della Vergine. Sull'altare in una nicchia una statua in marmo di S. Margherita di Pietro Lironi, trasformata in statua dell'Immacolata. Sul lato sinistro della navata la cappella di S. Gerolamo Miani, affrescata con la Gloria del Santo da Mario Albertella. Segue la cappella del Crocifisso, oggi del Sacro Cuore, che conserva un rilevante ciclo decorativo seicentesco. Sull'altare un'ancona marmorea realizzata da Marcantonio e Francesco Fossati su disegno di Carlo Buzzi e in una nicchia al centro la statua novecentesca del Sacro Cuore di Gesù, realizzata dallo scultore Cappuccini. Nella cimasa una tela con l'Ecce Homo di Giovanni Paolo Recchi. Sulle pareti tele della bottega dei Recchi con le Storie della Passione e nella cupola eleganti stucchi di Francesco Sala con otto figure di Angeli che reggono gli strumenti della Passione. Nell'incrocio fra transetto e navata quattro grandi statue in stucco lucido di Stefano Salterio che raffigurano Giosuè, Salomone, Davide e Mosè. Nei pennacchi bassorilievi con le figure degli Evangelisti, dello stesso Salterio, e nella volta la decorazione pittorica del Trionfo di Cristo Re opera di Gersam Turri, autore anche delle decorazioni nelle absidi del transetto. Sulle pareti terminali del transetto due altari dedicati all'Annunciata, con un quadro seicentesco, e a S. Giuseppe, con un gruppo ligneo policromo novecentesco opera di Alessandro Cappellini. Nel presbiterio l'altare maggiore con un elegante tempietto su colonne corinzie in cui si conserva la statua lignea del Crocifisso, forse di origine francese. Ai lati due statue bronzee dorate di Giuseppe Siccardi che rappresentano l'Addolorata e San Giovanni Evangelista. Completano la decorazione le pitture neobarocche sulle pareti, che inquadrano i due organi monumentali, e sulla volta del presbiterio, opera di Mario Albertella. A nord del presbiterio la cappella della Croce che conserva una tela settecentesca di Giuseppe Nuvolone che raffigura il Martirio di S. Lorenzo.


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giovedì 17 marzo 2016

LA CULTURA CELTICA



I Celti crearono una propria letteratura eroica, della quale tuttavia scarsissime sono le testimonianze. Tale tradizione letteraria, infatti, era trasmessa solo oralmente, per opera dei bardi e dei druidi, secondo quanto testimoniato da Cesare per i Galli. L'uso della scrittura - in alfabeto greco, latino o iberico - era riservato alle funzioni pratiche, poiché presso i Celti era ritenuta illecita la trascrizione della sapienza (poetica e religiosa); volendone preservare la segretezza, i sapienti la tramandavano esclusivamente per via orale, dedicando a questo compito molti anni di studio e l'impiego di mnemotecniche. In età più tarda, tuttavia, parte del corpus poetico celtico fu comunque messo per iscritto: le testimonianze più antiche, in irlandese, risalgono al VI-VII secolo.

Le strutture metriche e alcuni stilemi dell'epica celtica presentano, secondo alcuni studiosi, analogie con i Veda sanscriti e con la lirica greca. In tal caso, le coincidenze costituirebbero una comune eredità da un'antica poesia orale indoeuropea. Un espediente stilistico di questo genere è costituito, per esempio, dalla formula che coniuga l'affermazione di un concetto con la negazione del suo contrario: l'espressione celtica «che mi giunga la vita, che non mi giunga la morte» ha esatte corrispondenze in numerose tradizioni poetiche indoeuropee (sanscrito, avestico, persiano antico, greco e germanico). Di diretta ascendenza indoeuropea sarebbero poi altri espedienti stilistici, come la "composizione anulare", e la stessa figura del poeta orale professionista: figure analoghe al bardo celtico, infatti, si rintracciano sia nella tradizione indiana, sia in quella greca.

L'apogeo dell'arte celtica, collocabile tra il IV e il III secolo a.C., corrisponde a un livello molto elevato raggiunto dagli artigiani di questo popolo nel creare con il fuoco oggetti di grande valore, con esempi di vero virtuosismo. La lavorazione ornamentale del ferro delle spade, con l'incisione diretta, la cesellatura, la fucinatura a stampo ed altri procedimenti, hanno rivelato, soprattutto dopo i recenti progressi moderni nelle tecniche di restauro archeologico, che non si trattava di opere isolate di singoli artisti di quel periodo, ma costituivano uno standard abituale sia in termini di qualità artistica sia tecnica esecutiva.

L'insediamento abitativo tipico dei Celti è quello comunemente indicato dagli archeologi come "fortezza di collina": si tratta di città, in genere di modeste dimensioni, costruite sulla sommità di un'altura che ne rende facile la difesa. Tale schema, tipicamente indoeuropeo, è riscontrabile in quasi tutte le aree occupate storicamente da popolazioni di tale filiazione. Due erano i nomi utilizzati dai Celti per indicare le loro cittadelle. Nella Penisola iberica i Celtiberi (ma anche altri popoli, non indoeuropei, da essi influenzati) le chiamavano briga.

La tecnica costruttiva impiegata dai Celti nelle fortificazione delle loro cittadelle era quella definita dai Romani murus gallicus. Cesare, nel De bello Gallico, lo descrive come una struttura composta da un'intelaiatura lignea e riempimenti di sassi.

Rari sono i manufatti celtici di età antica sopravvissuti fino ai nostri giorni. Più frequenti, invece, le opere scultoree realizzate dai popoli celtici delle Isole britanniche in età medievale, come le Croci celtiche.

L'oreficeria è la branca artistica degli antichi Celti della quale sono sopravvissute le maggiori testimonianze. Tipici dell'artigianato celtico, gallico in particolare, sono i torque, collane o bracciali propiziatori realizzati in oro, argento o bronzo. Altri manufatti artistici celtici conservati sono gioielli, coppe e paioli.

Gli oggetti metallici, al termine della lavorazione, venivano abbelliti mediante applicazioni di materiale colorato. Su numerosi manufatti si hanno infatti, a partire dal IV secolo a.C., testimonianze di fusioni di smalti, ottenuti con una particolare pasta di vetro. Questo smalto di colore rosso era inizialmente fissato tramite una fine reticella di ferro, unitamente al corallo mediterraneo, direttamente sugli oggetti, quasi rappresentassero una forma magica di sangue, "pietrificato del mare" e uscito dal fuoco. A partire dal III secolo a.C., con l'evoluzione della tecnica di fusione, furono sviluppati nuovi oggetti, quali braccialetti di vetro policromo, e sviluppate nuove tecniche come l'applicazione diretta e fusione dello smalto su spade e parure, senza l'utilizzo di strutture di supporto. Nuovi colori, come il giallo e il blu, furono introdotti a partire dal II-I secolo a.C. anche se il rosso rimase il colore predominante.

I Celti avevano notevole gusto per i colori accesi anche sui tessuti che usavano per confezionare i loro abiti, come ancora oggi testimoniano i moderni tartan scozzesi. Diodoro Siculo racconta che «i Celti indossavano abiti sorprendenti, tuniche tinte in cui fioriscono tutti i colori, e pantaloni che chiamano "brache". Sopra portano dei corti mantelli a righe multicolori, stretti da fibule, di stoffa pelosa d'inverno e liscia d'estate».

Benché i Celti avessero sviluppato una propria produzione musicale, coltivata soprattutto dai bardi, nessuna testimonianza concreta è sopravvissuta fino ai nostri giorni. La cosiddetta musica celtica è uno stile musicale moderno, sviluppato a partire dalla musica folclorica nei Paesi che ospitano le lingue celtiche contemporanee.

Assimilati principalmente da popoli di lingua latina o germanica, i Celti si dissolsero come popolo autonomo nei primi secoli dopo Cristo. La loro eredità - linguistica e culturale - entrò in piccola parte nelle nuove sintesi che si crearono nei territori da loro un tempo occupati. Un influsso più ampio si registrò soltanto nelle Isole britanniche, dove insieme alla lingua furono conservate anche alcune tradizioni popolari. Tuttavia, a partire dal Medioevo non è più possibile parlare di "Celti", quanto piuttosto di popoli, lingue e tradizioni moderne eredi di quelle celtiche, siano esse irlandesi, gallesi, bretoni o scozzesi. Oggi il termine "celtico" è comunque anche impiegato per descrivere lingue e culture di matrice celtica presenti in Irlanda, Scozia, Galles, Cornovaglia, Isola di Man e Bretagna.

Esiste anche una forma di ripresa dell'eredità (vera o presunta) dei Celti, che a volte assume anche connotazioni religiose (celtismo o druidismo), nazionalistiche o semplicemente culturali (specie in campo musicale: la cosiddetta musica celtica); tuttavia, il nesso storico con i Celti dell'antichità è spesso flebile, quando non del tutto pretestuoso.

Per secoli, i simboli celtici hanno mantenuto la loro incredibile potenza derivata dalla cultura celtica, tornata in auge negli ultimi due decenni dopo vari impegni messi in atto da gruppi di studio storico sostenuti ed aiutati anche dalla messa in visione di film dedicati e serie televisive.

I Celti credevano che ciascun elemento del Mondo naturale fosse animato da uno spirito, ma con l'arrivo del cristianesimo molte divinità pagane si fusero spontaneamente con le figure della nuova religione, un po' come è successo anche in altre civiltà che provarono il “veleno cattolico” più che cristiano.
Presso i Celti molti rituali e gran parte del simbolismo religioso avevano come teatro dei siti naturali, offerte votive sono state ritrovate nei laghi, nei fiumi, nelle paludi e in prossimità delle fonti.
Le regioni collinari ospitavano spesso culti dediti alla venerazione degli dei delle montagne: simili luoghi che includevano anche boschetti sacri e radure potevano essere contrassegnati dalla presenza di un sacrario o dai più caratteristici megaliti fallici.
Impiegati per delimitare le zone sacre in tutto il mondo celtico, questi erano probabilmente, in origine, identificati con l'albero della vita.

Il cavallo è legato alla Dea nelle sue molteplici manifestazioni sia nel suo aspetto luminoso, sia in quello tenebroso e sotterraneo. Il cavallo è una guida dell'uomo nei mondi spirituali luminosi degli dèi, ma anche fra le oscure regioni accessibili dal sogno. E' perciò una guida, un mezzo di trasporto fra i mondi, viaggiatore fra il regno terrestre e quello spirituale. Spesso viene associato al fuoco o all'acqua (le due porte sui mondi dell'Aldilà), alla vita e alla morte, incarnando in sè lo spirito del grano e i poteri della fecondità della terra e della sessualità, della vegetazione e del suo rinnovamento periodico, della vita attraverso la morte, dei cicli vitali legati alla luna e alle acque, dei poteri del sogno della divinazione, ma anche i caratteri luminosi dell'eroismo e la nobiltà.

I cigni sono in stretta relazione con gli dèi luminosi d'Irlanda, i Tuatha Dé Danann, e sono il simbolo di saggezza, amore sincero, fedeltà per la/il propria/o compagna/o, innocenza, purezza, forza e coraggio. Il cigno dona la capacità di interpretare i sogni e rappresenta l'evoluzione spirituale. E' legato all'acqua (dove nuota), all'aria (dove vola) ed alla terra (dove si posa), ma rappresenta soprattutto il fuoco del sole da cui trae il suo potere per padroneggiare gli altri tre elementi. Rappresenta la comunicazione fra gli elementi, fra i diversi mondi e come animale sacro alla Dea è considerato un simbolo del sole e un messaggero degli dèi, benefico e sacro possessore di poteri magici legati alla musica e al canto, uniti ai poteri terapeutici del sole e dell'acqua: il cigno rappresenta anche la luce interiore dello spirito umano, la scintilla divina nell'uomo. Il suo volo è paragonato al ritorno dello spirito verso la propria sorgente e rappresenta la parte dell'uomo che tende al bene, al meglio di sé, alla perfezione, alla spiritualità. Nel medioevo era l'emblema della cavalleria mistica e rappresentava il cavaliere che partiva alla rierca del Graal, la Sacra Coppa.



Il lupo è un simbolo di benessere, cura, lealtà, capacità di amare e proteggere i propri cari. E' una guida per coloro che si avventurano nei mondi spirituali, un animale di potere che viene in aiuto di chi ne ha bisogno. Il lupo è il messaggero della Dea della Morte-nella-Vita e fungeva da accompagnatore verso la Terra dei Morti, guidando le anime attraverso le foreste dell'Altromondo.

Per i Celti il cane era visto come un essere appartenente a due mondi: quello umano e quello spirituale. E' simbolo di protezione della comunità umana dei viventi, ma anche dei defunti, essendo il guardiano del regno dei morti, animale caro alla Dea, come guardiano del suo regno e dei suoi misteri. Il cane ha anche funzioni di guaritore, ed è quindi associato alle acqua curative e al potere di guarigione.

Il cinghiale ha una simbologia complessa e viene associato a differenti posizioni sulla croce celtica (corrispondente europea della Ruota di Medicina dei Nativi Americani).
All'Est è un simbolo spirituale, di saggezza, conoscenza, guarigione, verità, lealtà, messaggero fra il Mondo Sotterraneo e quello umano e rappresenta la classe sacerdotale una qualità di 'spirito' in grado di vitalizzare la materia, altrimenti inerte). Il cinghiale, come il Druido, vaga per la foresta solitario o in compagnia dei suoi simili, per 'scavare' alle radici dell'albero della conoscenza ed estrarre il frutto della sapienza proveniente dal Cielo.
Al Sud diviene il portatore di fertilità e vitalità, simbolo della Dea Madre, la Natura divina della terra legata al ciclo lunare, alla Dea e alla femminilità feconda e aggressiva, ma anche al ciclo solare, agli dèi, alla frenesia riproduttiva maschile e all'aggressività dei guerrieri. Rappresenta le energie del territorio, il potere della terra che si manifesta come energia vitale. E' quindi simbolo di abbondanza, nutrimento, ospitalità, festeggiamenti e riunioni sociali, fertilità, salute e protezione dal pericolo, potere e vitalità.
All'Ovest racchiude le qualità dell'iniziazione ai misteri della vita e della morte, del passaggio, della fine di un ciclo e inizio di un altro, alla rinascita.
Al Nord è ispiratore di musica e poesia. Per i Druidi il cinghiale rappresenta il ciclo dell'epoca odierna e simboleggia il polo immutabile (il nord) e l'autorità spirituale. La costellazione oggi chiamata dell'Acquario, un tempo era quella Cinghiale, considerata sede dell'energia mistica e dell'iniziazione, oggi della spiritualità nascente. Per i Romani rappresentava simbolicamente l'intera Gallia.

Il drago è il simbolo della protezione, della forza in combattimento e dell'energia vitale di grande potenza. E' il guardiano dei luoghi nascosti che custodiscono tesori e quindi rappresenta la capacità interiore di proteggere la nostra interiorità dalle intrusioni. Incarna le potenti forze all'interno della terra che ispirano , ma guariscono se non onorate e armonizzate, e possono anche portare distruzione.

Gli uccelli sono i messaggeri fra il mondo umano e quello divino. Incarnano forze di guarigione, ispirazione, gioia, semplicità, profezia, combattività per giustizia, saggezza, benevolenza.

Il pavone rappresenta il sole, essere immortale che perpetua il grande ciclo senza fine di nascita (alba) e morte (tramonto). E' simbolo del potere benefico di trasformare le energie negative in positive.

Il serpente è strettamente connesso con tutti gli elementi: terra, acqua, fuoco, aria ed energia. E' il Portatore di Vita, l'essere che meglio incarna e rappresenta la forza vitale che scorre sinuosa sotto e sopra la superficie. Appartiene alla terra e al cielo allo stesso tempo attraverso l'acqua: fluisce come fiume sotterraneo, sgorga alla superficie come sorgente, risale verso il cielo come arcobaleno (il ponte che collega la terra al cielo, la Materia allo Spirito, formato da un gioco di evaporazione e luce solare), scorre infinito come Via Lattea e quindi ricade sulla terra come pioggia. E' legato all'aria e al fuoco quando si muove guizzando nella forma delle fiamme che danzano nel focolare e delle spire di fumo che si elevano sopra di esse, dei mulinelli di polvere formati dal soffiare del vento, del saettare dei fulmini durante i temporali. Infine è simbolo dell'etere/energia, il quinto elemento che fa da legame per gli altri quattro, rendendosi veicolo per l'energia divina e spirituale che vi infonde la vita e permette l'esistenza fisica.E' legato alla Dea Madre Terra e alla sua fecondità, all'abbondanza donata con grande generosità, ma la grande energia che incarna può anche divenire distruttiva se mal utilizzata. Il serpente è presente negli spermatozoi (simili al serpente con la testa d'ariete) che corrono verso l'ovulo per dare origine a una nuova vita; i nostri intestini vengono paragonati ad un grande serpente e così il cordone ombelicale che ci nutre nel seno materno e ci accompagna nell'esistenza, primo vero iniziatore; il fluire delle emozioni, dei sentimenti e dei pensieri somigliano al sinuoso moto del serpente, così come il rapido scivolare delle correnti dei mondi spirituali riprende il suo movimento. E' legato al ciclo dell'anno che si ripete in eterno sempre uguale a se stesso, ma sempre diverso. Rappresenta perciò la fecondità, la vitalità, l'energia, l'abbondanza, il ritmo, il ciclo, la rinascita, il rinnovamento, la reincarnazione, la conoscenza/saggezza, la protezione, il fuoco guaritore e quello ispiratore.

Il salmone rappresenta l'incarnazione della saggezza e della magia racchiusa nella profonda conoscenza delle cose, la conoscenza divenuta saggezza.E' quindi simbolo di Conoscenza (la visione perfetta del passato e dell'avvenire), di Saggezza (l'utilizzo a fin di bene di tale conoscenza) e di Nutrimento Spirituale (la vitalità che scaturisce dall'esercizio della Saggezza). La sua particolarità di lottare contro la corrente del fiume con grande volontà, impegno e costanza per raggiungere la sorgente lo rendono un importante simbolo spirituale per i Celti. Rappresenta quindi il coraggio, lo spirito indomito, la fermezza nel raggiungere la meta, la costanza, la volontà umana tesa a uscire dalle tenebre dell'ignoranza e acquisire conoscenza e saggezza tramite lo sforzo, l'impegno e la ricerca. Il salmone viene considerato lo spirito guardiano dei pozzi, delle fonti, dei laghi, dei torrenti e dei corsi d'acqua in generale in grado di donare il potere di guarigione.

La spirale racchiude in sé il concetto di espansione, crescita, sviluppo. Rappresenta il sole nel suo movimento del cielo se a partire dal centro si svolge da sinistra verso destra, ma se il suo moto procede dal centro verso sinistra è connessa all'acqua che scorre e fluisce dal sottosuolo verso la superficie. In questo caso la spirale simboleggia il potere della Terra in quanto Dea della vita, colei che guida le tribù a spostarsi nel territorio. Questa spirale rappresenta anche la strada da seguire per entrare in se stessi e trovare la luce interiore, come indicato sulla pietra di ingresso del tumulo di Newgrange*, mentre al contrario è il sentiero che lo spirito deve percorrere per giungere agli dèi celesti. Essenzialmente rappresenta lo scorrere e il fluire dell'energia divina, ben incarnata dai fili intrecciati che formano il corpo dei torques.

La doppia spirale rappresenta il sorgere e calare del sole in successione stagionale e quindi i due centri delle rispettiva spirali indicano i giorni degli equinozi, le parti più esterne i solstizi. E' simbolo perciò dell'equilibrio interiore raggiunto nel movimento, di comprensione del ciclo della Vita composto dall'armonizzazione degli opposti (luna/sole, maschile/femminile, caldo/freddo, luce/buio, estate/inverno, andare/venire, nascere/morire, ecc.). Rappresenta il ritmo, la danza, il flusso, il respiro, lo scorrere del tempo, le stagioni. E' un aiuto per comprendere e amare il percorso di vita.

Il Triskele racchiude in sé il potere del numero Tre. Se, a partire dal centro del simbolo, le tre spirali che lo formano si avvolgono su loro stesse da destra verso sinistra, rappresenta il turbinare delle energie dall'interno verso l'esterno, la manifestazione; se invece si sviluppano da sinistra verso destra simboleggia il discendere nei mondi inferi (dal latino in-fero "ciò che si porta in sé"). Ha diversi significati e rappresenta:
La Triplice Manifestazione del Dio Unico: Forza, Saggezza e Amore e quindi le tre classi della società celtica che incarnavano tali energie, Guerrieri, Druidi e Produttori.
I Tre Cerchi della manifestazione o dell'esistenza: Ceugant, il Mondo dell'Assoluto; Gwynwydd, il Mondo Spirituale dell'Aldilà e Abred, Mondo Umano o della Prova.
All'interno di Abred il simbolo dei tre aspetti del mondo materiale: Terra (cinghiale), Acqua (Salmone), Cielo (Drago) che con il loro movimento si riuniscono tutti nel quarto elemento, il Fuoco, simboleggiato dal cerchio che racchiude il triskele.
Il Passato, il Presente e il Futuro riuniti in realtà al centro in un unico Grande ed Eterno Ciclo chiamato Continuo Infinito Presente, in cui tutto esiste contemporaneamente. Si riesce così a comprendere come, durante la festa di Samhain del 1° novembre i Celti potessero incontrare i loro antenati defunti, ma anche i loro discendenti non ancora nati.
Le tre fasi solari in manifestazione: alba, mezzogiorno, tramonto
Nell'uomo la sua triplice manifestazione come corpo, emozioni/sentimenti/pensieri e spirito, ma anche l'Azione, il Sentimento, il Pensiero e le tre età: infanzia, maturità, vecchiaia.
La Dea nel suo triplice aspetto di Vergine-Madre-Vecchia/Figlia-Madre-Sorella.
La triplice specializzazione della dea Brigit come custode e dispensatrice del Fuoco Sacro, in quanto protettrice dei poeti, dei fabbri e dei guaritori.
Il simbolo della trinità femminile della battaglia Morrigan-Macha-Boadb e di quella maschile Ogma-Lugh-Dagda.
Il segno sul quale Patrizio spiegherà il concetto della Trinità Cristiana (in realtà un'idea del cristianesimo celtico) agli irlandesi, trasformando però il triskele in un trifoglio.

Gli intrecci e nodi in generale rappresentano la Continuità della Vita, l'infinito susseguirsi di nascita e morte, giorno e notte, ecc. Per i Celti la Vita non aveva un inizio e una fine, ma procedeva con continuità e infatti non esistono leggende sulla creazione del Mondo nella mitologia celtica. Gli intrecci e i nodi formati da animali, vegetali ed esseri umani o da semplici linee rappresentano lo scorrere dell'energia divina nelle forme, della Vita Unica che incessantemente riempie e vivifica le molteplici manifestazioni materiali. La morte è solo l'abbandono delle forme da parte di questa energia per trasferirsi altrove, per continuare a scorrere. Muore chi si identifica con le forme; è immortale chi si identifica con l'Energia della Vita. Gli intrecci rappresentano perciò la Vita, l'energia spirituale, il percorso di crescita, la continuità, la resurrezione, le relazioni con tutti gli esseri (minerali, vegetali, animali, umani e divini), l'immortalità nel movimento, la buona fortuna che deriva dalla capacità di mettere in moto le energie vitali e collaborare coscientemente con esse. Simboleggiano anche il ciclo dell'esistenza nascita/crescita/maturazione/invecchiamento/morte/rinascita e vengono usati come talismani di protezione contro le negatività e anche come rinforzo dell'energia spirituale che vive dentro di noi. Sono anche 'mandala' di meditazione (seguendo con gli occhi il loro percorso è possibile entrare in un differente stato di coscienza), come facevano i monaci del cristianesimo celtico che leggevano una pagina del Vangelo e quindi seguivano con lo sguardo le forme degli intrecci a bordo pagina riflettendo sulla lettura e, cambiando stato di coscienza, riuscivano a evocare il significato profondo della Sacra Scrittura e del suo messaggio spirituale.

La spada è il simbolo della Forza, incarnata nella società celtica dalla classe dei Guerrieri. Indica la Volontà, il Potere Interiore che spinge ad agire e che pone l'individuo in contatto con il proprio essere profondo che percorre i sentieri della Vita per realizzare il proprio destino. Rappresenta sia l'autorità e la sovranità sia la raggiunta maturità fisica/emotiva/mentale/spirituale simboleggiata dal Cavaliere Antico e da Artù al momento dell'estrazione della Spada dalla Roccia e dal ricevimento di Excalibur da parte della Dama del Lago.

Il torque è il simbolo della Libertà, del Valore individuale e dell'Onore. Veniva indossato solo da uomini e donne liberi e dai guerrieri. Rappresenta l'energia spirituale della Vita che scorre nella gola (da cui passa respiro e nutrimento) di chi lo indossa. Indica nobiltà d'animo e capacità d'azione.

Anche se il Cristianesimo in Irlanda fece suo questo simbolo, in realtà la più antica rappresentazione della Croce Celtica, chiamata anche "Ruota del Sole" o "Anello Crociato" o "Croce Druidica"o "Sigillo dei Druidi", risale in Europa al 8-10.000 a.C. ed è stata trovata in una grotta dei Pirenei francesi. Rappresenta l'Albero della Vita, le Quattro Direzioni del Mondo, il Cosmo (cerchio) in cui è inserita la Terra (croce), i Quattro Elementi (la croce: terra, acqua, aria, fuoco) uniti dal Quinto (il cerchio: lo Spirito, l'Energia), le Quattro Feste Stagionali (Samhain, 1° Novembre; Imbolc, 1° Febbraio; Beltane, 1° Maggio; Lughnasadh, 1° Agosto), il Sole, il Ponte dell'Arcobaleno fra il Mondo Terreno (asse orizzontale della croce) e quello Divino (asse verticale della croce) racchiusi nell'infinità dell'Universo (il cerchio). Corrisponde alla "Ruota-di-Medicina" dei Nativi Americani, anche se i simboli associati alle Quattro Direzioni Sacre sono lievemente differenti. Per i Celti l'Est rappresenta lo Spirito, associato all'elemento Aria e alla Lancia del dio Lugh; il Sud è legato alle Emozioni/Sentimenti, all'elemento Fuoco e alla Spada di Nuada; l'Ovest alla Mente/Pensiero, all'elemento Acqua e al Calderone di Dadga; il Nord al Corpo, all'elemento Terra e alla Pietra del Destino (L’a Fàil).

Il Labirinto non deve venire confuso con il Dedalo. Entrambi seguono percorsi tortuosi, ma nel Labirinto è impossibile perdersi; ha una sola via per raggiungere il Centro e lo stessa serve anche per uscirne; si può vagare e fermarsi, ma mai smarrirsi. Nel Dedalo invece le vie sono molte, con strade chiuse ed è difficile trovare la strada. Nella tradizione celtica è importante il Labirinto che rappresenta il Cammino di Ricerca, la strada che conduce al centro di se stessi e della Conoscenza, lo Spazio Sacro, il Percorso Magico che può far raggiungere e sviluppare grande potere interiore. Il Labirinto è fonte di Magia Sacra che unisce le energie della Terra (l'interiorità dell'uomo) con quelle del Cielo (il cosmo) grazie alla concentrazione, alla danza, al movimento.

L'Ogham è un antico alfabeto dei Bardi e Druidi celtici irlandesi, usato, nel passato e ancora oggi, per scopi divinatori e magici. La tradizione narra che fu inventato dal dio Ogma Viso-di-Sole, quando lo utilizzò per scrivere il primo messaggio Ogham al Dio Lug su un bastoncino di betulla (la betulla è quindi il primo segno, o lettera, nella serie dell'Ogham). L'alfabeto Ogham è formato da 4 serie di cinque lettere-alberi ciascuna a cui ne è stata successivamente aggiunta una. E' chiamato anche Beth-Luis-Nion (BLN dal nome dei primi tre alberi-lettere che lo compongono, Betulla/Sorbo/Frassino) ognuno con un significato preciso. St. Justin ha associato alcuni di questi alberi-lettere ai mesi dell'anno, utilizzando in questo modo solo 12 Ogham.
BETULLA B La Betulla è l'albero legato alla nascita, ai nuovi inizi, alla guarigione, all'ispirazione, all'arte e alla poesia. Allontana la negatività presente nel propria animo ed è un potente armonizzatore degli sbalzi dell'umore provocati dalle emozioni discordanti. Evoca la gentilezza del cuore. Indica la purificazione fisica, emotiva e mentale come rituale per iniziare qualcosa di nuovo e accoglierne degnamente i risultati.
SORBO L Il Sorbo è un grande simbolo di protezione. Funge da aiuto contro attacchi magici e negatività dirette contro di noi dall'invidia e dalla gelosia altrui. Il Sorbo è un albero magico usato per ricavare bastoncini su cui incidere i segni Ogham per scopi divinatori. Dà rapidità di pensiero, concentrazione, discernimento e ispirazione all'azione. Protegge dalla paura.
FRASSINO N E' l'albero che unisce il Cielo e la Terra e perciò offre l'integrazione dello Spirito con la Materia, equilibrando le forze dell'anima con quelle del corpo. E' simbolo di rinascita, trasformazione, iniziazione. Mette in contatto con la propria forza vitale interiore della gioventù e stimola all'azione.
ONTANO F Rappresenta un guardiano delle 'porte' che separano la coscienza ordinaria dalle forze del subconscio dalle quali funge da protettore. Mette in contatto con la propria forza e centratura e rende consapevoli dell'unicità dell'individuo. E' legato ai poteri oracolari e di protezione. Mette in contatto con la propria interiorità, anche se smuove forze molto potenti e quindi richiede equilibrio.
BIANCOSPINO H E' legato all'equilibrio della forza sessuale: la stimola se troppo poca e la attenua se troppo veemente. Stimola un processo di riacquisizione di salute e aiuta chi vuol smettere qualche vizio. Purifica la mente da ogni tipo di pregiudizio e chiusura libera il pensiero.
QUERCIA D Rappresenta la Forza della Saggezza e della Conoscenza e la stimola in se stessi. Offre la consapevolezza della soglia che esiste fra il mondo materiale e quello dell'aldilà. Tranquillizza l'animo irrequieto e stimola alla ricerca della conoscenza nascosta racchiusa nelle proprie domande e nell'Universo. Rappresenta l'abbondanza e la ricchezza a tutti i livelli.
AGRIFOGLIO T E' un simbolo di buona fortuna e protezione dalle persone e dalle forze ostili. Indica la direzione da intraprendere e aiuta a mantenersi sul cammino per realizzare ciò che si spera. Offre sia la fermezza sia l'apertura mentale per cogliere al volo le occasioni che si presentano.
NOCCIOLO C Ispira i cercatori di conoscenza e saggezza grazie allo sviluppo dell'intuizione che porta a individuare la sorgente interiore da cui tutto deriva. Facilita il raggiungimento di uno stato di meditazione che permette di accedere alla saggezza interiore e ala capacità di sintesi per poter usare e interpretare con efficacia i sistemi responsi oracolari. E' infatti il simbolo del sacro potere della parola che deriva da vera conoscenza.
MELO Q Rappresenta il contatto con il Mondi Spirituali e gli esseri luminosi che li abitano. Aiuta a rendersi degni di ricevere l'aiuto e l'ispirazione delle divinità. E' un simbolo di scelta consapevole e decisa di una direzione, oltre che di poteri di guarigione attraverso il sonno e il contatto con i mondi interiori. E' un simbolo regale e rappresenta il frutto del nostro agire attivo: vitalità giovanile, abbondanza, guadagno, luce, benessere, gioia e bontà.
VITE M Rappresenta la liberazione dei poteri di profezia e di conoscenza intima della verità una volta che lasciamo andare le rigidità mentali e il nostro punto di vista troppo serioso e sicuro di sé. E' simbolo di gioia che nasce dalla risata, di allegria che scaturisce dalla rinuncia a voler controllare a tutti i costi una situazione o un problema nel quale ci si sente invischiati. Aiuta ad abbandonare il senso di pesantezza in situazioni difficili.
EDERA G E' simbolo di ebbrezza sacra che porta in contatto con le parti più profonde di se stessi e indica la spinta impellente alla ricerca della propria anima. E' perciò un ottimo aiuto per chi vuole intraprendere un cammino di conoscenza interiore, di chi sente di non avere più una direzione nella vita e non può rimandare oltre l'inizio di un rinnovamento. Cura le ferite interiori.
CANNA DI PALUDE Y E' il simbolo del potere interiore di sicurezza e fiducia in se stessi che rende capaci di compiere scelte determinate che guidino al meglio il vivere quotidiano. Dona quindi capacità di scelta consapevole e senza ripensamenti, assunzione di responsabilità e determinazione che scaturiscono dalla fiducia riposta nel Bene generale dell'Universo.

La spilla di Tara rappresenta la Regalità e la Nobiltà dell'individuo. Tara è il luogo in Irlanda dove avevano preso dimora gli dèi luminosi, i Tùatha De Danann, sede dell'Ard R’, il Re Supremo. Indica la provincia del Mìde, la Quinta, corrispondente all'Energia Spirituale e all'Anima di chi indossa la Spilla di Tara.

La stella è un simbolo druidico molto potente che indica protezione e potere di saggezza attraverso la magia. Indica anche l'individuo in contatto con il proprio lato spirituale e con l'energia divina.

Il cardo è il simbolo della Scozia scelto per ricordare un'invasione di Vichinghi Danesi respinta da un gruppo di guerrieri scozzesi svegliati dalle urla di dolore causate da questo fiore spinoso, messi in fuga al grido gaelico "Cha togar m'fhearg gun d“ oladh" (in latino "Nemo me impune lacessit" - "Nessuno mi attacca impunemente" o "Nessuno susciterà la mia collera senza pagare per questo"). E' quindi simbolo di protezione attenta, di bellezza protetta dalla forza, della potente energia maschile che difende la delicata energia femminile. Ispira coraggio e presenza di spirito nelle prove difficili.

L'oggetto è il coperchio in legno di quercia del pozzo di Glastonbury, la mitica Isola di Avalon dove fu portato il corpo di re Artù gravemente ferito per essere sanato. Il nome Glastonbury deriva dal celtico Yniswytrin 'Isola di Vetro' (uno dei nomi dell'Altromondo celtico), perchè la superficie era di colore verdeazzurro perchè vi abbondava l'erba chiamata glast, ossia il guado - Isatis tinctoria - le cui foglie e radici contengono una sostanza colorante azzurra usata dai Celti per dipingersi il corpo. Nel peridodo celtico a Glastonbury ("Villaggio della Verde Collina") sorgeva una scuola druidica e il luogo era considerato una porta di passaggio verso l'Altromondo. Nel 1191 fu rinvenuta dai monaci dell'Abbazia la tomba di Artù e Ginevra e si narra che nel Pozzo di Glastonbury Giuseppe d'Arimatea gett˜ il Santo Graal. Il coperchio è quindi il simbolo del passaggio nell'Altromondo, di protezione, di guarigione sacra, di conoscenza dei misteri della salute.

L'antica tradizione celtica prevedeva rituali di unione sessuale eseguiti in modo sacro durante la festa di Beltane (1° Maggio, inizio della metà luminosa dell'anno) che portava i bambini a nascere intorno alla festa di Imbolc e all'inizio della primavera. Una cerimonia per celebrare gli antichi riti della fertilità prevedeva l'accoppiamento di un sacerdote, rappresentante del dio e della forza maschile, con una sacerdotessa, portatrice della forza femminile e ambasciatrice della dea e doveva servire come veicolo per manifestare sulla terra le energie creative della nuova stagione luminosa e feconda. Il fallo è simbolo di fecondità, potere manifesto e benessere fisico.

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mercoledì 16 marzo 2016

IL CASTELLO NEUSCHWANSTEIN

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Il castello Neuschwanstein è un castello costruito alla fine del XIX secolo e situato nel Sud-ovest della Baviera nei pressi di Füssen, nella località di Schwangau, di fronte al castello di Hohenschwangau.

Il nome tedesco Neuschwanstein può essere tradotto in italiano come Nuova pietra del Cigno, con possibile richiamo all'idea di Nuova roccaforte del Cigno; tale nome è collegato infatti alla sua costruzione nel territorio di Schwangau - Contea del Cigno - avvenuta successivamente rispetto ad altri castelli più antichi.

Può essere annoverato fra i castelli e le fortezze più visitati in Europa: circa 1,4 milioni di visitatori all'anno, di cui 6000 al giorno solo in estate. È aperto al pubblico dal 1886 e da allora è stato visitato da 60 milioni di persone. Negli ultimi anni è stato proposto per le sette meraviglie del mondo moderno ed è il soggetto di numerosi puzzle e poster. Nel 2013 ne è stato completato il restauro dopo 13 anni dall'inizio dei lavori.

Ha ispirato i castelli delle fiabe della Walt Disney, che lo prese a modello per alcuni tra i suoi più celebri film d'animazione, tra cui Biancaneve e i sette nani, Cenerentola, La bella addormentata nel bosco e Rapunzel. Ha ispirato il castello di Pandora della serie anime I Cavalieri dello zodiaco. Nel castello sono stati ambientati innumerevoli film, ad esempio era il "palazzo di Vulgaria" nel film Chitty Chitty Bang Bang.

Il castello nel suo complesso si estende per 6.000 metri quadrati articolati su 4 piani e numerose torri, alte anche 80 metri. La posizione del castello è sommamente scenografica: ai piedi di una montagna, poco distante da un lago, sul ciglio di una gola vertiginosa e in vista di un altro castello, immerso nella foresta.

La costruzione iniziò sotto il regno di Ludovico II di Baviera conosciuto anche come "il re matto Ludovico". Il castello trae il suo nome da Lohengrin (inizialmente Loherangrin), il Cavaliere del Cigno (Schwanritter) dell'opera di Richard Wagner e fu progettato dall'architetto Eduard Riedel, e dagli scenografi Christian Janck e G. Dollmann, sotto la stretta supervisione del Re committente. Infatti il castello può essere considerato un monumento dedicato al compositore, amico e idolo del Re, che considerava l'opera di Wagner quasi alla stregua di una religione. Fra le abitudini del Re c'era quella di assistere da solo a teatro alle rappresentazioni delle opere di Wagner, che conosceva a memoria. Tuttavia, Richard Wagner non visitò mai il castello di Neuschwanstein. Ludovico II inviava le seguenti righe di ammirazione, nel maggio del 1868, all'adorato Richard Wagner:

« È mia intenzione far ricostruire l'antica rovina del castello di Hohenschwangau, nei pressi della gola prodi Pöllat, nello stile autentico delle antiche fortezze dei cavalieri tedeschi e devo confessarVi di rallegrarmi molto all'idea di potervi soggiornare un giorno (fra tre anni); vi dovranno essere sistemate numerose camere per gli ospiti, confortevoli e accoglienti, dalle quali si potrà godere una stupenda vista sull'augusto monte del Säuling, sulle montagne del Tirolo e sulla vasta pianura; Voi Lo conoscete bene, l'adorato ospite che vorrei ospitarvi; il luogo è uno dei più belli che si possano trovare, sacro e inavvicinabile, un tempio degno di Voi, divino amico, che faceste fiorire l'unica salvezza e la vera benedizione del mondo. Vi ritroverete anche reminiscenze dal 'Tannhäuser' (Sala dei cantori con vista sulla fortezza sullo sfondo), dal 'Lohengrin' (Cortile del castello, corridoio aperto, sentiero per la cappella); in ogni senso questo castello sarà più bello e confortevole di quello più in basso di Hohenschwangau, che annualmente viene dissacrato dalla prosa di mia madre; gli Dei dissacrati si vendicheranno e si tratterranno con Noi, lassù sulle ripide cime, allietati dall'aura del Paradiso. »
(Ludovico II di Baviera).

Vengono qui menzionati quasi tutti gli aspetti del Neuschwanstein di Ludovico II. Ciò a cui non si fa alcun riferimento è invece la ragione politica: nel 1866 la Baviera, alleata con l'Austria, aveva perso la guerra contro la Prussia, in fase espansiva. La Baviera fu costretta ad accettare un'"alleanza difensiva e offensiva" che in caso di guerra toglieva al re la facoltà di disporre del suo esercito. Con ciò, a partire dal 1866, Ludovico II non era più un sovrano nel pieno esercizio delle sue funzioni. Questa limitazione rappresentò la peggior disgrazia della sua vita. Nel 1867 iniziò a progettare, con i suoi castelli, un regno tutto suo nel quale agire e potersi sentire come un vero re.

Re Ludovico II era un re bavarese amante della bella vita, disinteressato alla politica, spendaccione e sognatore. Impegnò tutto il suo patrimonio nella costruzione del castello, sovraintendendo ai lavori direttamente dal castello in cui ha trascorso l'infanzia, il vicino castello di Hohenschwangau. Nonostante ciò egli abitò per poco tempo e molto di rado in questa residenza. Diverse parti del castello mostrano elementi architettonici volutamente incompiuti oppure installazioni del gusto baroccheggiante. Venne dichiarato pazzo dal Consiglio di Stato (senza nemmeno una visita medica), fu imprigionato e da lì a breve affogò, a soli 41 anni, in circostanze mai del tutto chiarite.

Ludovico, sospettando il complotto a suo danno, ordinò al custode del castello di interdire le visite dei curiosi dopo la sua morte. Il castello di Neuschwanstein doveva essere infatti una residenza riservata al re e ad una ristrettissima cerchia di persone. Poche settimane dopo la morte del sovrano, il castello aprì le sue porte ai visitatori. È tuttora uno dei luoghi più visitati della Germania, in ogni stagione dell'anno.

Vicino a Neuschwanstein si trova la gola di Pöllat, sormontata da un ponte (Marienbrücke) alto 90 metri dal quale si può godere di una splendida vista sul castello e sulle montagne bavaresi.

I lavori per il cantiere iniziarono nell'estate del 1868; vennero tolti fino a otto metri di roccia affiorante per fare spazio alle fondamenta. Nel giugno del 1869 era pronta la nuova strada di accesso. Proseguendo la tradizione di Ludovico I, nella prima pietra, il 5 settembre 1869, vennero inseriti il progetto dei lavori, alcuni ritratti del committente e delle monete del suo regno. Durante la costruzione si fece ricorso ai più moderni materiali e mezzi della tecnica. Le fondamenta sono in cemento, l'opera muraria è costituita da laterizi e venne solo rivestita in pietra calcarea chiara.

Dapprima venne costruito il tratto del Portale, di cui si festeggiò la copertura del tetto l'11 giugno 1872 e che fu completato alla fine del 1873; il piano superiore dello stesso edificio servì per anni a Ludovico II come appartamento. Dal settembre del 1872 era in costruzione il "Palas"; la grande sala del trono, voluta successivamente da Ludovico II, richiese tecniche moderne per ragioni di statica e venne eseguita come costruzione in acciaio, poi rivestita. La copertura del tetto venne festeggiata il 29 gennaio 1880. Gli impianti tecnici e la decorazione artistica erano conclusi solo a metà del 1884, se si escludono alcuni dettagli. Ludovico II vide, fino all'ultimo, il suo nuovo castello solo come cantiere; la camminata e la torre quadrata vennero portate a termine solo nel 1892 in maniera semplificata.

Tutte le sale sono decorate con motivi wagneriani ad eccezione della sala del trono. Pur essendo priva del trono (Ludovico II di Baviera morì prima che il trono venisse completato), la sala possiede un'atmosfera sacrale a somiglianza di una cappella palatina. I motivi decorativi sono ispirati dall'arte bizantina.

Una delle stanze del castello riproduce, in maniera molto realistica, una grotta con tanto di stalattiti e stalagmiti e, durante il regno di Ludovico II di Baviera, una cascata.

Il palazzo venne eretto con mattoni da costruzione convenzionali e direttamente realizzato sulla roccia viva dello sperone montuoso su cui insiste ancora oggi. La pietra bianca di cui venne rivestito esternamente proveniva da una cava vicina. I blocchi di arenaria del portale e delle finestre a bovindo provenivano da Schlaitdorf, nel Württemberg. Il marmo proveniva da Untersberg presso Salisburgo e venne usato per le finestre, gli archi, le colonne ed i capitelli.

Il trasporto dei materiali da costruzione venne facilitato da un sistema di trasporto con carrucole per portare il materiale sino al sito della costruzione. Un ulteriore argano era utilizzato direttamente sul luogo di costruzione.

Per circa due decenni il sito della costruzione fu il principale centro d'impiego della regione. Nel 1880, circa 200 muratori erano occupati sul sito, senza contare i rifornimenti e le persone ordinariamente impiegate al castello. Talvolta si lavorava anche di notte alla luce di lampade ad olio per accelerare i lavori. Del 1879/1880 è una stima delle statistiche dei materiali da costruzione: 465 tonnellate di marmo di Salisburgo, 1550 tonnellate di arenaria, 400.000 mattoni e 2050 metri cubi di legname per i ponteggi.

Nel 1870, venne fondata addirittura una società di assicurazione apposita per i lavoratori. Gli eredi dei morti durante la costruzione per incidenti vari (30 sono i casi menzionati nelle statistiche) ricevevano una piccola pensione per ripagarsi della perdita subita.

Nel 1884, il re fu in grado di spostarsi nel nuovo palazzo, e nel 1885 invitò sua madre Maria a Neuschwanstein in occasione del suo 60º compleanno. La regina madre risiedeva al castello di Hohenschwangau, ma si disse che ella non fu contenta di queste nuove spese pazze del figlio e soprattutto del suo rapporto con Wagner. Dal 1886 il palazzo poteva definirsi in gran parte terminato.



Malgrado la sua grandezza, Neuschwanstein non aveva spazi dedicati alla corte reale, ma conteneva solo gli appartamenti privati del re e per i suoi servitori. Ad ogni modo tutte le stanze "di corte" avevano più intenti decorativi che residenziali: Ludovico II intese il palazzo come un proprio rifugio più che come un luogo di rappresentanza. Ludovico II visse in totale solo 172 giorni della sua vita al castello, pochissimo se paragonato a molte altre sue residenze.

L'insieme di stanze del castello consiste nella Sala del Trono, nella Camera da letto di Ludovico II, nella Sala dei Cantori e nella Grotta. Ovunque, il disegno del castello tributa onore alla leggenda tedesca di Lohengrin, il "cavaliere del cigno". Hohenschwangau, dove Ludovico aveva trascorso gran parte della sua giovinezza, presentava già delle decorazioni di queste saghe, temi ripresi poi nelle opere di Richard Wagner. Altre stanze accolgono altre scene tratte da altre opere scritte da Wagner, di modo da far divenire l'intera struttura un teatro permanente dedicato alla musica ed alle arti. Molte delle stanze interne rimasero senza decorazione ed alla morte di Ludovico solo 14 erano le stanze completamente terminate.

Il castello di Neuschwanstein è composto da una serie di strutture individuali erette per una superficie di 150 metri di lunghezza su un picco roccioso. La struttura allungata della costruzione, con le sue numerose torri, pinnacoli ornamentali, balconate e sculture è una vera e propria prosecuzione delle montagne circostanti nella forma. Seguendo lo stile neogotico, molte finestre sono bifore o trifore che permettono un'ottima visuale sul paesaggio circostante. A differenza di molti altri castelli che hanno assunto forme differenti a seconda delle varie campagne di costruzione intraprese in tempi diversi, Neuschwanstein venne pianificato intenzionalmente come asimmetrico ed eretto a passi consecutivi. Il castello tra l'altro manca di appropriate fortificazioni, suggerendo che le uniche torri presenti hanno funzione puramente decorativa.

Il complesso del palazzo è fronteggiato da un ingresso con due torri gemelle ai fianchi, nettamente in contrasto col resto della struttura per i caratteristici mattoni rossi rispetto alla corte in pietra. La cornice dei tetti è circondata da pinnacoli. Il piano superiore del cancello d'ingresso accoglie un balconcino sporgente che accolse la prima residenza di Ludovico II a Neuschwanstein, dalla quale egli occasionalmente poteva osservare il progredire dei lavori. Il pian terreno della struttura dispone di stalle per i cavalli.

Il passaggio attraverso l'ingresso è coronato dallo stemma reale bavarese e conduce direttamente nel cortile d'onore. Questo cortile è disposto su due livelli, il più basso definito ad est dall'ingresso ed a nord dalla cosiddetta Torre rettangolare. La parte a sud del cortile è aperta per permettere di godere della vista del panorama circostante. Nella parte superiore del cortile, alla quale si giunge ancora oggi attraverso una scala, si trova una prolungamento di forma absidale proprio di fronte all'ingresso che era stato progettato per accogliere una cappella; questa chiesa a tre navate, mai costruita, doveva essere lunga 90 metri ed oggi sul terreno del cortile ne è stata riprodotta la planimetria in pietra a grandezza naturale con mattonelle di colore bianco vivo.

La struttura che unisce oggi i due livelli del cortile è la cosiddetta Torre Rettangolare (45 m.) dalla cui solida piattaforma superiore si può godere del panorama circostante. Dietro di essa e per tutto il lato nord si trova la cosiddetta Casa dei Cavalieri, collegata con la Torre Rettangolare e con l'ingresso da una serie di gallerie continue e da numerose arcate cieche sul cortile d'onore. Dal punto di vista romantico del castello, la Casa dei Cavalieri doveva essere il luogo di residenza deputato per i fedelissimi servitori del sovrano, mentre di fatto essa accoglieva all'interno stanze di servizio ed alcune stanze. La Dimora delle Dame, proprio di fronte alla Casa dei Cavalieri, non venne mai usata per questo scopo ma anch'essa costituisce una serie di locali di servizio sul lato sud del cortile. Entrambe le strutture riprendono le forme del Castello di Antwerp che compare nel primo atto del Lohengrin di Wagner.

Il lato ovest del cortile d'onore è delimitato dal castello vero e proprio. Esso è l'unica vera area residenziale del complesso e contiene le sale del re e della servitù. La struttura si presenta come due strutture di forma cuboidale incassate tra loro ad angoli sfalsati (per seguire la forma dello sperone roccioso su cui sorge il castello). Agli angoli di giunzione, per addolcire e distogliere il senso di distacco tra le due strutture, si trovano de alte torri di cui la più alta (quella a nord) si attesta a 65 metri. Terminate da tetti poliformici, entrambe le torri traggono ispirazione dal Castello di Pierrefonds. L'intero complesso è sormontato da miriade di pinnacoli e camini ornamentali, mentre il fronte sul cortile d'onore presenta due splendidi affreschi con la scena di San Giorgio nell'atto di uccidere il drago. La punta del tetto ad occidente (interna) è decorata con un leone in rame, mentre quella ad oriente (esterna) è decorata con la figura di un cavaliere.

Una volta completato, il palazzo presentava 200 stanze interne, incluse aree per gli ospiti e per la servitù, oltre ad aree di servizio e per la logistica. Ad ogni modo, alla morte di Ludovico II, solo 15 stanze erano state completamente terminate. Nel primo piano, il palazzo accomodava le stanze amministrative e della servitù. Le stanze ufficiali del sovrano occupavano tre piani di cui il quarto era quasi completamente assorbito dalla Sala dei Cantori.

Malgrado l'aspetto neogotico, il palazzo venne riempito di tutti i comfort e le innovazioni tecniche conosciute alla fine del XIX secolo. Tra le curiosità più rilevanti vi era un sistema elaboratissimo di campanelli per la servitù e numerose linee telefoniche. Le cucine si servivano di camini Rumford che erano in grado di autoregolarsi sul calore e la cui aria calda era utilizzata per il riscaldamento centralizzato del castello. Le toilettes disponevano di acqua corrente con scarico automatico.

La stanza più grande del palazzo è certamente la Sala dei Cantori, seguita per estensione dalla Sala del Trono. La Sala dei Cantori (27 x 10 m) è collocata ad est, al quarto piano, proprio sopra gli appartamenti reali. Essa venne concepita come l'unione di due stanze presenti nel castello di Wartburg: la Sala dei Cantori e la Sala da Ballo. Questo fu il progetto favorito del re per questo palazzo. La stanza, di forma rettangolare, è decorata con scene tratte dalle storie di Lohengrin e Parsifal. Il lato più lungo è terminato da una galleria coronata da una tribuna, sempre sul modello di quella di Wartburg. Il lato ovest è terminato da un palco con una serie di arcate conosciuto come Sängerlaube. La Sala dei Cantori non venne concepita per accogliere le feste di corte ma piuttosto come la Sala del Trono, essa appariva più come un monumento calpestabile all'amore ed alla cultura cavalleresca tipici del medioevo. La prima performance in questa sala ebbe luogo nel 1933 in occasione del 50º anniversario della morte di Wagner.

La Sala del Trono (20 x 12 m) è situata nell'ala ovest del castello. Con la sua altezza di 13 metri essa occupa sia il terzo che una parte del quarto piano. Julius Hofmann la modellò sulla base della Allerheiligen-Hofkirche della Residenza di Monaco. Su tre lati è circondata da arcate colorate che culminano in un abside ove si trovava il trono regale, quasi a riprendere le forme di una chiesa. L'abside stesso, infatti, era circondato dalle figure di Gesù e dei Dodici apostoli, oltre che dalle rappresentazioni di sei re canonizzati (San Luigi IX di Francia, Santo Stefano d'Ungheria, Sant'Edoardo il Confessore d'Inghilterra, San Venceslao di Boemia, Sant'Olav di Norvegia e l'imperatore Sant'Enrico II il Santo), proprio perché per Ludovico II la regalità era sacra ed egli era intenzionato a far apparire questo luogo come un posto sacro. Gli affreschi vennero realizzati da Wilhelm Hauschild. Il mosaico del pavimento fu completato dopo la morte del re e nella sala si trovano candelieri in ottone e cristalli di Boemia a riprendere forme bizantine così da conferire ulteriore parvenza sacrale alla stanza.

Oltre alle grandi sale cerimoniali, vi erano molte sale più piccole create espressamente ad uso di Ludovico II. Gli appartamenti reali sono posti al terzo piano del palazzo e sono composti da otto stanze, arredate spesso con mobili alla moda e comodi dal momento che Ludovico II riteneva che la vita del monarca tra pubblica e privata potesse essere largamente separata. Anche gli affreschi interni, le tappezzerie, il mobilio ed altri oggetti in genere rimandano ai temi favoriti del re: la leggenda del graal, le opere di Wolfram von Eschenbach, e quelle di Richard Wagner.

Il Salotto è adornato con scene della leggenda di Lohengrin. Di fianco si trova stanza che ospita una piccola grotta artificiale che costituisce un passaggio verso lo studio privato del re. Questa stanza, inusuale ed originale, era dotata anche di una piccola cascata artificiale, connessa ad una piccola serra. Riprendendo la grotta di Hörselberg, essa è collegata al Tannhäuser di Wagner, le cui scene vengono poi riprese anche nella decorazione dello studio adiacente. Nel parco del Palazzo di Linderhof il re aveva già installato una grotta simile ma di dimensioni maggiori. Di fronte allo studio si trova la Sala da Pranzo, adorna di temi dell'amor cortese. La sala da pranzo era collegata alle cucine (che si trovavano tre piani più in basso) attraverso un ascensore di servizio per portare le vivande ancora calde in tavola.

La Camera da letto del Re adiacente alla Sala da Pranzo e la Cappella del palazzo sono le uniche stanze progettate interamente in stile neogotico. La Stanza da Letto del re è dominata da un grande letto adorno di un complesso baldacchino ad intaglio che richiese la perizia di oltre quattordici ebanisti al lavoro per realizzare i numerosi pinnacoli che lo abbelliscono. Fu in questa stanza che Ludovico II venne bloccato e deposto nella notte tra l'11 ed il 12 giugno 1886. L'adiacente cappella, consacrata a San Luigi, riprende il nome del fondatore del castello.

Le stanze della servitù alla base del palazzo sono più spoglie e rifornite di mobilio massiccio in quercia, oltre a dei letti. Delle finestre con vetri opachi separano queste stanze dal corridoio che conduce poi agli scaloni interni, di modo che il re potesse entrare ed uscire dal castello senza essere visto. Alla servitù era vietato accedere allo scalone d'onore che conduceva agli appartamenti superiori, mentre per essa erano previste scale secondarie.


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martedì 15 marzo 2016

LA RESIDENZA di MONACO DI BAVIERA

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La Residenza di Monaco di Baviera, situata nel centro cittadino di Monaco di Baviera, è stata per secoli il luogo di residenza e la sede del governo dei duchi, poi dei principi elettori e infine dei re di Baviera.

Nel luogo ove si trova l'odierna Residenza sorgeva già nel 1385 la Neuveste (letteralmente, "fortezza nuova"), che serviva da rifugio per il duca e la sua corte in caso di pericolo, dopo che le rivolte cittadine contro i duchi Giovanni II, Stefano III e Federico avevano dimostrato che il vecchio palazzo era diventato troppo insicuro.

La Neuveste era una fortezza gotica circondata da un fossato pieno d'acqua, raggiungibile soltanto attraverso un ponte fortificato. Significativamente la torre più possente non si trovava sul lato esterno, ma rafforzava il lato verso la città. Come sede ducale, tuttavia, la Neuveste sostituì il vecchio palazzo soltanto nella prima metà del Cinquecento, con il duca Guglielmo IV. Nel corso dei secoli l'edificio fu modificato e ampliato e gradualmente perse il suo carattere di fortificazione, che era diventato obsoleto a causa dell'avvento di cannoni sempre più potenti, capaci di sfondare le mura. Le fondamenta dell'antica fortezza sono visibili ancora oggi sotto l'Apothekenhof ("cortile della farmacia") della Residenza: la loro posizione è segnalata dalle pietre rosse del lastricato.

Il duca Guglielmo IV fece rimpiazzare la Neuveste con il cosiddetto Rundstubenbau e fece realizzare il primo Hofgarten ("giardino della corte"). Nel padiglione del giardino venne collocata una serie di dipinti di soggetto storico, fra i quali la Battaglia di Alessandro e Dario a Isso di Albrecht Altdorfer.

Il duca Alberto V di Baviera fece allestire una Kunstkammer ("gabinetto artistico") nel Marstallgebäude ("scuderia"), dalla quale trassero origine parecchie collezioni oggi presenti a Monaco. Poiché là non c'era spazio a sufficienza per l'enorme raccolta di sculture, fra il 1568 e il 1571 Simon Zwitzel e Jacopo Strada realizzarono l'Antiquarium. Il nuovo edificio dovette essere eretto al di fuori della struttura originaria, visto che nella Neuveste non c'era più spazio. L'Antiquarium, che occupa l'intero piano terra dell'edificio, è la più grande sala in stile rinascimentale a nord delle Alpi. Al piano superiore del nuovo edificio venne ospitata la biblioteca di corte, che costituì il nucleo della successiva Bayerische Staatsbibliothek.

Nel 1580/1581 duca Guglielmo V fece fabbricare il Witwenstock ("piano della vedova") per sua madre la duchessa Anna e fra il 1581 e il 1586 venne realizzato il manieristico Grottenhof ("cortile delle grotte"), il cui architetto fu Federico Sustris. Il cortile prese il nome dalla facciata occidentale dell'Antiquarium, decorata con fontane e conchiglie. Verso il 1590 fu costruito lo Schwarzer Saal ("salone nero"), adiacente al lato sud-orientale dell'Antiquarium. Nel 1590, sotto la guida di Sustris, si iniziarono i lavori per la costruzione dell'Erbprinzentrakt ("ala del principe ereditario"), a nord del Witwenstock.

Per volere del duca Massimiliano I, divenuto principe elettore nel 1628, venne edificata sul lato occidentale la Maximilianische Residenz, che da lui prende il nome. Massimiliano fece ristrutturare e collegare gli edifici esistenti. Il Brunnenhof ("cortile della fontana") venne chiuso, mentre prima era un'area aperta, utilizzata come campo di addestramento: nel mezzo del cortile fu eretto nel 1610 il grande Wittelsbacherbrunnen ("fontana dei Wittelsbach"). Le figure che lì sono collocate, opera di Hubert Gerhard, sono rappresentazioni allegoriche dei quattro fiumi bavaresi (Danubio, Lech, Inn e Isar) ed erano state concepite per un altro progetto, così come la statua di Ottone I di Baviera. All'interno, fra il 1601 e il 1603, vennero realizzati la Hofkapelle ("cappella di corte") e gli appartamenti privati dei duchi. La Reiche Kapelle ("cappella ricca"), lastricata di marmo e sontuosamente decorata con la tecnica della scagliola, serviva come oratorio privato dei duchi. Inoltre, dal 1612 Massimiliano fece demolire ampie parti dell'ala meridionale e di quella occidentale della Neuveste.

Fra il 1611 e il 1619 fu realizzato, nella parte settentrionale, il Kaiserhof ("cortile imperiale"), con le Trierzimmer ("camere di Treviri") e Steinzimmer ("camere di pietra"), il Kaisersaal ("salone imperiale") e la Kaisertreppe ("scala imperiale"), che aveva la funzione di magnifico quartiere per gli ospiti e che testimonia le grandi ambizioni politiche di Massimiliano. Gli ambienti, realizzati sotto la guida di Hans Krumpper e Heinrich Schön e decorati fra l'altro da Peter Candid, non soltanto illustrano la visione del mondo di Massimiliano I, ma sono anche, con le loro porte splendidamente incorniciate, i loro soffitti affrescati e i loro arazzi, un eccellente esempio dell'architettura di inizio Seicento. Gli ampliamenti voluti da Massimiliano furono sufficienti per i suoi successori, che fino al XIX secolo si accontentarono di effettuare solo piccole modifiche interne.

Fra il 1666 e il 1669 la principessa Enrichetta Adelaide di Savoia, dal 1650 moglie del principe elettore Ferdinando Maria, fece ampliare le piccole stanze di sua suocera, situate fra la Residenzgasse e il Grottenhof, trasformandole in un sontuoso appartamento. Esso consisteva del Saal der Garde ("sala della guardia"), due anticamere, una sala delle udienze (il Goldener Saal), un grande gabinetto, la camera da letto con un'alcova, una piccola cappella e un altro gabinetto più piccolo. Questo appartamento fu completato con una galleria fra la Residenzgasse e il giardino meridionale e con una biblioteca. Per il suo progetto edilizio Enrichetta Adelaide si ispirò sia ai modelli della sua patria torinese, sia alle nuove mode parigine. L'appartamento era decorato con innumerevoli dipinti, i cui soggetti erano diversi per ciascun ambiente. Nel 1674 un incendio distrusse le prime tre stanze. Dopo la visita di papa Pio VI nel 1782 l'appartamento venne chiamato "camera papale". Nel 1944 quasi tutte queste stanze vennero distrutte: oggi solo l'Herzkabinett dà una qualche idea dell'ambizione e della cultura dimostrate da questo appartamento di una principessa bavarese.

Gli ampliamenti voluti da Massimiliano II Emanuele (gli ambienti di rappresentanza denominati Alexanderzimmer  e Sommerzimmer) furono trasformati già prima della sua morte. Quello che ne restava, eccetto un locale oggi inaccessibile, andò distrutto nell'incendio del 1729.

Il suo successore, il principe elettore e futuro imperatore Carlo Alberto fece erigere al loro posto le Reiche Zimmer ("camere ricche"), con la Grüne Galerie ("galleria verde"), lo Spiegelkabinett ("gabinetto degli specchi") e la Paradeschlafzimmer ("camera da letto di parata"). Le loro ricchissime decorazioni sono dominate dagli ornamenti dorati sulle pareti bianche e dal velluto ricamato genovese color porpora. Solo nella Grüne Galerie, come già rivela il suo nome, fu impiegato un damasco di seta verde. La successione degli ambienti rispecchia quella delle "camere papali".

Al piano terra, fra il 1726 e il 1730, fu realizzata la Ahnengalerie ("galleria degli antenati"), con i suoi magnifici stucchi opera di Johann Baptist Zimmermann. Essa ospita più di cento ritratti di membri del casato dei Wittelsbach, fino a quello di Ludovico III, ultimo re di Baviera, destituito nel 1918. Questo ambiente doveva rafforzare le pretese di Carlo Alberto alla corona imperiale, giacché egli intendeva affermare di ereditare tale corona da Carlo Magno, da Ludovico IV e dal leggendario Teodone I, i cui ritratti vennero collocati in posizione centrale. Accanto alla Ahnengalerie, Carlo Alberto fece realizzare un altro sfarzoso gabinetto, destinato alla conservazione del tesoro, per il quale fino ad allora non c'era stata nessuna stanza speciale. Oggi, da quando fu costruita la Alte Schatzkammer ("antica camera del tesoro") per volere del principe reggente Luitpold nel 1897, questo gabinetto ospita la collezione delle porcellane.

Insomma, tutti gli ampliamenti voluti da Carlo Alberto e progettati dai suoi architetti di corte, Joseph Effner und François de Cuvilliés, miravano esclusivamente alla celebrazione del suo casato e all'ottenimento della corona imperiale, cosa che in effetti avvenne nel 1742, quando Carlo Alberto divenne imperatore del Sacro Romano Impero. Fra gli artisti coinvolti nei lavori, oltre al sopra citato Johann Baptist Zimmermann, ci furono anche Joachim Dietrich e Wenzeslaus Miroffsky. La facciata a due piani della Grüne Galerie, con le sei finestre ad arco a tutto sesto, sono un capolavoro di Cuvilliés.



Il figlio di Carlo Alberto, il principe elettore Massimiliano III abbandonò le pretese alla corona imperiale, come appare nelle Kurfürstenzimmer ("stanze del principe elettore") realizzate da François de Cuvilliés e Johann Baptist Gunetzrhainer. Questi ambienti furono costruiti in stile tardo-rococò sopra l'Antiquarium, dove fino ad allora si trovava la biblioteca di corte. Particolarmente significativa fu la costruzione dell'Altes Residenztheater ("vecchio teatro della Residenza", chiamato anche "Teatro Cuvilliés") un teatro all'italiana in stile rococò, riservato esclusivamente all'uso della corte. La costruzione di un teatro si era resa necessaria dopo che l'incendio del 5 marzo 1750 aveva distrutto il vecchio Georgssaal, che fino ad allora era servito come teatro. Il teatro Cuvilliés fu costruito come edificio praticamente a sé stante, collegato alla Residenza solo da un foyer, al fine di minimizzare la propagazione di eventuali incendi. Inoltre, le mura furono realizzate di particolare spessore e fu previsto un meccanismo capace di pompare acqua sulla travatura del tetto in caso di emergenza. Notevole era anche una struttura di leve, che permetteva di sollevare il pavimento del teatro, in modo tale da poter utilizzare lo spazio anche come salone per le feste.

Con l'elevazione della Baviera a regno nel 1806 e con i grandi cambiamenti della struttura urbana di Monaco, intrapresi al principio del XIX secolo, furono messe in luce parti della Residenza che fino ad allora non erano state visibili. Queste parti, il cui stato non era degno di una residenza principesca, indussero gli architetti di corte, come François de Cuvilliés già al tempo di Massimiliano III, a progettare grandiosi piani di ristrutturazione, che tuttavia, poiché le casse dello Stato erano vuote, non vennero eseguiti. Anche Massimiliano I Giuseppe, primo re di Baviera, si accontentò di ricavare degli appartamenti al posto del Kaisersaal ("salone imperiale") e di riammodernare l'Herkulessaal ("sala di Ercole", l'odierno Max-Joseph-Saal); inoltre, egli fece allestire la Staatsratszimmer ("stanza del consiglio di Stato") fra l'Hartschiersaal ("sala dell'Hartschier" e le Steinzimmer ("camere di pietra"). Al posto del convento dei francescani abbattuto nel 1802, inoltre, fra il 1811 e il 1818 egli fece erigere il Nationaltheater e fece aprire la spianata che sarebbe diventata l'attuale Max-Joseph-Platz, il tutto su progetto dell'architetto Karl von Fischer.

Il complesso di edifici della Residenza raggiunse l'odierna estensione fra il 1825 e il 1842 con i lavori voluti dal re Ludovico I, che fece realizzare dall'architetto Leo von Klenze: il Königsbau in stile classicista, secondo i modelli fiorentini di Palazzo Pitti e Palazzo Rucellai; il Festsaalbau, pure secondo i modelli rinascimentali italiani; la chiesa di corte, secondo lo stile romanico e bizantino, decorata con splendidi affreschi ad imitazione della cappella palatina di Palermo (dei quali oggi sono sopravvissuti solo pochi resti).

Già all'inizio del XIX le Charlottenzimmer ("camere di Charlotte") erano state decorate in stile impero. Ora, con i lavori di ampliamento, vennero realizzate parecchie ulteriori serie di ambienti, fra cui, nel Königsbau, i Wohnräume Ludwigs I ("appartamenti di Ludovico I") e i Nibelungensäle ("sale dei Nibelunghi") al piano terra, decorati da Julius Schnorr von Carolsfeld. Al secondo piano si trovavano i cosiddetti Festgemächer ("appartamenti delle feste"), che erano concepiti per ospitare piccole feste di corte. La sequenza degli ambienti si articolava in salone, salone di ricevimento, sala da ballo, sala dei fiori e stanze private per il re. Oggi questi ambienti sono conservati in una forma assai semplificata e ospitano l'Accademia delle belle arti. L'abitazione reale, che ancor oggi si conserva, era soprattutto di rappresentanza e già all'epoca era possibile visitarla previo appuntamento. I veri e propri appartamenti privati della coppia reale si trovavano sul lato posteriore del Königsbau e sono andati distrutti durante la seconda guerra mondiale. Leo von Klenze era responsabile non solo dell'architettura, ma anche dei pavimenti, della decorazione delle pareti e di tutto il mobilio. I Nibelungensäle erano concepiti come spazio aperto al pubblico e vi si può accedere da un apposito ingresso che dà sulla Residenzstraße.

Negli anni fra il 1832 e il 1842 fu infine costruito il Festsaalbau, nel luogo dove già Cuvilliés aveva progettato un nuovo edificio per eliminare i resti della Neuveste che dopo l'incendio del 1750 erano stati a mala pena rimessi a posto. Nel Festsaalbau fu realizzata una magniloquente sequenza di ambienti, che comprendeva il Thronsaal ("sala del trono") nel mezzo, i Kaisersäle ("sale imperiali"), il Ballsaal ("sala da ballo") e il Schlachtensaal ("sala della battaglia") nel padiglione nord-orientale. Questi ambienti erano pensati esclusivamente per le cerimonie di Stato e le feste di corte ed erano raggiungibili salendo uno scalone d'onore che oggi non esiste più. Il punto culminante di questa sequenza di ambienti era naturalmente la sala del trono, nella quale venivano celebrate le cerimonie più importanti, come l'ascesa al trono, e che era incorniciata da dodici statue colossali di bronzo provenienti dalla fonderia di Ferdinand von Miller, che rappresentavano i principali sovrani bavaresi. Al piano terra del Festsaalbau si trovava una serie di sale decorate con scene ispirate all'Odissea (come pendant alle sale dei Nibelunghi), che servivano come stanze per gli ospiti. Inoltre, al Festsaalbau era adiacente l'Apothekenstock ("piano della farmacia"), nel quale c'erano la farmacia di corte, nonché abitazioni e uffici dei dipendenti della corte.

Massimiliano II fece ristrutturare soltanto l'appartamento reale secondo le sue esigenze e, quale collegamento della Residenza con il Nationaltheater, fece costruire un giardino d'inverno su disegni di Franz Jakob Kreuter. La costruzione fu tuttavia realizzata da August von Voit, che per il re aveva già costruito il Glaspalast. Inoltre, Massimiliano II fece restaurare il teatro Cuvilliés, che dal 1825 veniva utilizzato quasi esclusivamente come deposito per gli scenari del Nationaltheater.

Ludovico II fece apportare alla Residenza parecchie modifiche che oggi non sono più conservate. Innanzi tutto fece trasformare i suoi alloggi nella soffitta del padiglione nord-occidentale del Festsaalbau in stile Luigi XIV. Inoltre, nelle Hofgartenzimmer ("camere del giardino di corte") furono allestiti dei locali per la sua fidanzata, la duchessa Sofia Carlotta, che però non andò mai ad abitarvi, in quanto il fidanzamento venne ben presto sciolto. Sempre durante il regno di Ludovico II furono completate i Nibelungensäle ("sale dei Nibelunghi"). Egli continuò altresì la tradizione di suo nonno Ludovico I, facendo dipingere un ciclo di dipinti per decorare il percorso che conduceva ai suoi appartamenti. Questi dipinti rappresentavano scene dal ciclo wagneriano de L'anello del Nibelungo. Inoltre, Ludovico II fece elettrificare la scena del teatro Cuvilliés.

Verso il 1870 Ludovico II diede incarico al direttore dei giardini di corte Carl Effner e al pittore Christian Jank di realizzare un giardino d'inverno di 70 x 17 metri sopra l'ala nord-occidentale del Festsaalbau. Una grande volta in vetro e ferro, alta 9 metri, racchiudeva il giardino, che aveva flora e fauna esotiche, un lago artificiale, un chiosco moresco, una capanna di pescatori e grandi dipinti panoramici intercambiabili di Julius Lange.

Dopo la morte di Ludovico II la costosa costruzione fu demolita per ordine del principe reggente Luitpold nel 1897, giacché essa risultava troppo pesante per l'edificio e l'acqua del lago artificiale gocciolava nei sottostanti appartamenti della servitù. Soltanto l'avancorpo nel Kaiserhof, che era stato costruito come sostegno, rimase al suo posto fino al 1950. Il principe reggente Luitpold fece ristrutturare per sé le Steinzimmer, poiché non volle abitare negli appartamenti del re. Risale a questo periodo anche la costruzione, su progetto di Julius Hofmann, di una nuova camera del tesoro, che già allora fu chiusa con una porta blindata.

Ludovico III di Baviera abitò nella Residenza per un breve periodo prima della rivoluzione del 1918. In particolare, egli occupò inizialmente le Steinzimmer, poi si trasferì nel Königsbau. Durante la prima guerra mondiale la regina Maria Teresa utilizzò i Nibelungensäle per ospitare donne di ogni ceto sociale che lavoravano per confezionare vestiti per i soldati al fronte.

Durante la seconda guerra mondiale, in particolare nel 1944, la Residenza venne gravemente danneggiata (di circa 23.500 metri quadrati di tetto rimasero intatti solamente 50 metri quadrati) e nei decenni successivi fu in gran parte ricostruita. Fortunatamente l'intero mobilio e la maggior parte delle decorazioni di pareti e soffitti erano stati sgomberati già prima che iniziassero i bombardamenti: se così non fosse stato, una ricostruzione nelle forme attuali sarebbe stata impensabile. La relativamente veloce fase della ricostruzione è stata resa possibile da uomini come Tino Walz e Rudolf Esterer, i quali, con il sostegno dell'associazione Freunde der Residenz ("Amici della Residenza"), provvidero rapidamente a mettere in sicurezza gli edifici rimasti con l'erezione di tettoie provvisorie e diedero impulso al sollecito inizio dei lavori di ricostruzione.

Inoltre ci furono grandi raccolte di fondi. Fra gli altri, diede il suo contributo anche la Bayerische Rundfunk, che contribuì alla ricostruzione con un milione di marchi, con la condizione che si potesse costruire nella Residenza una sala da concerto che sostituisse il teatro dell'Odeon, pure distrutto dalla guerra. Allo scopo venne utilizzata la grande sala del trono, che era stata irreparabilmente distrutta. Perduti definitivamente furono anche gli affreschi della chiesa di corte, la decorazione delle "camere papali", gli appartamenti di Ludovico II, nonché le altre sale del Festsaalbau, compreso il monumentale scalone d'onore.

Ancor oggi si lavora alla Residenza. Di recente, nel 2008, sono stati completati lavori di restauro al teatro Cuvilliés, che era stato ricostruito subito dopo la guerra.

Già al tempo di Ludovico I, i cittadini interessati potevano visitare previo appuntamento gli ambienti del Königsbau (quando la coppia reale non era presente nella Residenza). Con ciò il re voleva di proposito mettere davanti agli occhi dei suoi sudditi la sua concezione circa la residenza regia. Sotto il principe reggente Luitpold era possibile visitare tutte le parti inutilizzate della Residenza, compresa l'antica camera del tesoro, e nel 1897 venne pubblicata la prima guida alla Residenza di Monaco.

Dopo la rivoluzione del 1918 venne compiuto il passo definitivo verso l'uso museale. All'epoca si potevano visitare ben 157 locali. L'attuale museo della Residenza conta 130 locali visitabili. Oltre all'Antiquarium, all'antica cappella di corte e alle innumerevoli sale di rappresentanza (le cosiddette "stanze imperiali", le "camere ricche" e gli appartamenti di Ludovico I), sono di particolare interesse la collezione di porcellane, che non solo raccoglie pezzi da tutta Europa ma ha anche una significativa sezione di oggetti provenienti dall'Estremo Oriente, e il gabinetto delle miniature, con una collezione di 129 miniature. Inoltre, ci sono la stanza delle reliquie e la stanza degli argenti.

Con 130 stanze aperte al pubblico, lo splendido Cuvilliés-Theater, la Schatzkammer (camera del tesoro) e gli eleganti Hofgarten (giardini reali), la Residenz di Monaco si presenta come uno dei palazzi reali più grandi d'Europa, abitato dai Wittelsbach fino al 1918, anno della caduta della monarchia.

Il palazzo ha tre facciate: la più antica è quella sulla Residenzstraße (iniziata nel 1599) con due grandi portali d'ingresso incorniciati dalla statua della Madonna, patrona della Baviera ("Patrona Boiariae"), e da quattro leoni in bronzo. La tradizione racconta che porti fortuna toccarli... in passato i soldati prima di partire per una battaglia erano soliti toccare questi leoni con la speranza di poter ritornare sani e salvi dalle loro famiglie. La facciata principale sulla Max-Joseph-Platz, una riproduzione di Palazzo Pitti di Firenze, e quella che si affaccia sui giardini sono state invece realizzate nella prima metà dell'Ottocento da Leo von Klenze.

Nella Max-Joseph-Platz sono da vedere la statua di Re Massimiliano I, il neoclassico Nationaltheater (Teatro dell'Opera), il palazzo Törring, la cui facciata è ispirata al fiorentino Ospedale degli Innocenti, e la Maximilianstraße, la via più elegante di Monaco. Sullo sfondo si erge l'imponente Maximilianeum, il Parlamento della Baviera.

All'interno colpiscono il visitatore per bellezza, sfarzo e raffinatezza l'Ahnengalerie, la galleria degli antenati con ritratti dei più importanti membri della famiglia Wittelsbach fino all'ultimo re di Baviera Ludwig III (1845-1921); il Grottenhof, il più bello dei cortili del palazzo, con la fontana del Perseo e la riproduzione di un ninfeo interamente ricoperto di conchiglie; le Reiche Zimmer, i saloni di parata in stile rococò - da non perdere la Grüne Galerie e il Miniaturenkabinett - realizzati dal celeberrimo François de Cuvillies che nel palazzo ha creato altre bellezze come il Teatro di corte; la Sala del Trono in stile neoclassico e l'Antiquarium, la più grande sala rinascimentale a nord delle Alpi. Commissionata dal duca Albrecht V a Friedrich Sustris alla fine del 1500, è abbellita da una serie di busti di imperatori romani e da grandi affreschi.

Da segnalare ancora le due cappelle interne: la Hofkapelle al pianterreno e la privatissima Reiche Kapelle al primo piano; la Gelbe Treppe, scalone in stile neoclassico ornato da una elegante statua di Venere del Canova; una pregevole collezione di porcellane, in particolare della manifattura reale di Nymphenburg, e ceramiche cinesi e le Päpstliche Zimmer che ospitarono Papa Pio VI nel 1782. Nella Residenz venne anche ospitato Napoleone I: fu lui che nel 1806 elevò la Baviera al rango di regno.

Terminata la visita dei saloni reali, passiamo alla Schatzkammer che custodisce i tesori di corte; in primo luogo la corona, con lo scettro ed il globo, realizzata per la prima incoronazione di un re bavarese (Massimiliano I nel 1806), alcuni oggetti che testimoniano la profonda fede cattolica che caratterizza la Baviera come il libro di preghiere dell'imperatore Carlo II il Calvo e il reliquiario della Croce di Enrico II il Santo e infine il pezzo più bello e prezioso: la cinquecentesca statua di San Giorgio, ricoperta da 2.291 diamanti, 406 rubini e 209 perle.
 
Si prosegue nell'Altes Residenztheater, poi ribattezzato Cuvilliés-Theater (per accedervi bisogna passare dal portale fiancheggiato dai leoni sulla Residenzstraße); il piccolo teatro di corte, costruito tra il 1751 e il 1755 dal Cuvilliés, è un gioiello del rococò europeo e ospitò durante il Carnevale del 1781 la prima dell'opera di Mozart "Idomeneo", composta per il principe elettore Karl Theodor.

Il giardino reale, l'Hofgarten, il cui accesso principale è dalla Odeonsplatz attraverso l'Hofgartentor (1816). Da notare i portici con affreschi dedicati alle gesta degli antichi Wittelsbach, al centro il tempietto dedicato a Diana che è un abituale luogo di ritrovo dei musicisti, le quattro fontane gemelle e al fondo la Cancelleria bavarese - il Palazzo del governo regionale - realizzata in un sapiente mix antico-moderno nell'ex Museo delle armi.

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