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mercoledì 23 marzo 2016

LA CHIESA DEL SS. CROCIFISSO DI COMO

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Il Santuario cittadino dedicato al SS. Crocifisso la cui cura è affidata ai Chierici Regolari Somaschi (Padri Somaschi) è anche chiesa parrocchiale della SS. Annunciata.

Il terreno su cui sorge ora il Santuario era una volta malsano e paludoso, a ridosso del fossato che cingeva la città murata di Como. Sorgevano qui miseri tuguri e casupole che godevano di dubbia fama. Nel 1236 il canonico Erasmo Campacci pensa di bonificare in tutti i sensi questa zona e vi costruisce una chiesetta in onore della SS. Annunciata.

Nella sera del Giovedì santo del 1529 ebbe luogo il miracolo del Crocifisso, avvenuto nel corso della tradizionale processione dei confratelli di S. Pietro Celestino, che diede notorietà alla chiesa e spinse a lavori di rinnovamento. Nel 1565 l'edificio fu ampliato sotto la direzione di Francesco Aliverti detto Lombardo e fu riconsacrato nel 1574 dal vescovo Volpi. All'epoca la chiesa era composta da un'unica navata soffittata con la cappella maggiore ad est, affiancata dal campanile, e due altari laterali dedicati alla Vergine Annunciata e al Crocifisso miracoloso. Negli anni successivi furono realizzati diversi interventi di manutenzione e decorazione. Nel 1576 furono dipinte le ante dell'ancona del Crocifisso, eseguite dal pittore Francesco Guaita, e nel 1579 il quadro dell'Annunciata, opera firmata da Giovan Pietro Gnocchi. Nel corso del XVII secolo la chiesa fu radicalmente trasformata. Nel 1602 fu costruita la cappella della Vergine, eseguita da Battista Dotti di Piazza S. Stefano. Tra il 1625 ed il 1630 furono realizzati il nuovo presbiterio e il nuovo coro invertendo l'orientamento della chiesa. A partire dal 1634 iniziò la costruzione della cappella del Crocifisso in cui fra il 1638 ed il 1640 furono aggiunti gli stucchi eseguiti da Francesco Sala. Nel 1648 la decorazione plastica fu completata da Francesco Rusca e furono aggiunti anche gli affreschi e le tele eseguite da Giovan Paolo Recchi. Fra il 1645 ed il 1646 Francesco Gaffuri realizzò l'ancona in legno. Nel 1654 il convento fu soppresso e la chiesa fu eretta in parrocchia mantenendo la sua funzione di santuario. Nuovi lavori furono eseguiti negli anni successivi. Nel 1670 la navata fu decorata dal pittore Francesco Torchio, in seguito furono aggiunti gli stucchi opera di Giulio Spinedi e Giovanni Battista Barberini. Fra il 1694 ed il 1710 fu realizzato il campanile, su disegno di Francesco Brachetto, e tra il 1716 e il 1731 fu eretta una nuova facciata a due ordini, su progetto di Carlo Francesco Silva. Nel 1726 la cappella della Vergine fu rinnovata con affreschi di Carlo Innocenzo Carloni, affiancato da Carlo Giuseppe de Vincenti e Giovanni Domenico Dobler, e stucchi di Diego Carloni. Nel 1745 si rese necessario un nuovo ampliamento e si chiesero progetti di ricostruzione prima ad architetti locali e poi a Luigi Vanvitelli e Carlo Giuseppe Merlo. I progetti, troppo onerosi, furono accantonati e si diede avvio ad un restauro della chiesa e dei suoi apparati decorativi con l'intervento dello stuccatore Gaspare Mola, dei pittori Pietro Rasina, Giovanni Domenico Dobler, Giovanni Battista Calvi e Alessandro Valdani. Fra il 1761 ed il 1785 fu ampliata la parte absidale su disegno di Antonio Nolfi, fra il 1780 ed il 1785 furono aggiunte le statue in stucco ad opera di Stefano Salterio, autore anche dei bassorilievi nei pennacchi. Il rinnovamento del complesso proseguì nel secolo successivo: nel 1824 fu Luigi Canonica che riprogettò la facciata poi smontata e integralmente rifatta nel 1863-64 dall'architetto ticinese Luigi Fontana. Furono aggiunti due portici laterali, uno a sud su progetto del Canonica, e uno a nord, su progetto del Fontana. Fra il 1845 ed il 1853 furono completate le pareti laterali su disegno di Luigi Tatti. Nel 1853 Gaetano Barabini affrescò le cupoline della navata, nel 1857 Onorato Andina realizzò gli affreschi del battistero, nel 1929 Gersam Turri decorò la cupola e le absidi del transetto, infine nel 1933 furono posizionate in facciata due statue bronzee di Giuseppe Siccardi.

La grande devozione al Crocifisso di Como diffusa non solo nel comasco, ma anche in tutta la Lombardia, in altre regioni d'Italia e all'estero, in particolare nel Canton Ticino, si deve al miracolo avvenuto nel 1529.
La sera del giovedì santo che quell'anno ricorreva il 25 marzo, solennità dell'Annunciazione a Maria, i Confratelli dell'Annunciata si recavano processionalmente, come tutti gli anni, guidati dal Crocifisso a visitare le 'sette chiese' dove era riposto il SS. Sacramento. Giunti al ponte di san Bartolomeo e diretti alle chiese di santa Chiara e di san Rocco, trovarono la strada sbarrata da due grosse catene sovrapposte, fatte apporre dal governatore spagnolo, le cui estremità attaccate ad anelloni di ferro, erano impiombate nei muri laterali.
Le catene avevano lo scopo di impedire l'entrata in città alle scorribande della cavalleria francese stanziata nel milanese.  Il capitano delle guardie negò ai confratelli il passaggio; non rimaneva altro da fare che passare sotto le catene. All'inchinarsi della croce, la catena superiore si strappò trascinando dietro di sé la pesante pietra  alla quale era infissa. I testimoni, nel processo canonico di riconoscimento del miracolo, dissero: '...cento paia di buoi non avrebbero tratto fuori detto anello...' e ancora '...le pietre ove era infisso l'anello erano murate con calce stabile e ferma...'.
Con tale prodigio veniva premiata la fede dei Confratelli dell'Annunciata e da quel momento numerosi fedeli si rivolgono al Crocifisso per invocare la sua protezione e rendergli grazie. Sul luogo del miracolo venne eretta una piccola cappella demolita nel XVIII secolo.


La virtù prodigiosa del Crocifisso è attestata dai quadri exvoto conservati nella Galleria del santuario e dai pellegrinaggi votivi, generalmente per tradizioni secolari, di gruppi di fedeli o singole persone che si susseguono nel corso dell'anno.

Nei momenti difficili i comaschi si sono rifugiati sotto le braccia aperte del loro Crocifisso per ottenere protezione. In particolare si ricorda quella sperimentata durante le due guerre mondiali 1915-18 e 1940-45. Come segno di perenne riconoscenza arde la fiamma di una lampada che scende verso il presbiterio dalla volta di cupola e quella di un cero votivo collocato presso l'altare.

La città di Como uscita incolume dalle devastazioni della seconda guerra mondiale, in segno di ringraziamento per lo scampato pericolo dalle devastazioni della guerra realizzò una corona regale che fu posta sul capo del Crocifisso il 17 giugno 1945 dal Card. Ildefonso Schuster. La corona reca incisa la scritta: 'Cives comenses gratias referunt tibi protegenti  -  i cittadini comaschi da te protetti ti rendono grazie'. Ogni anno i fedeli, le autorità e il Vescovo rinnovano il loro ringraziamento al Crocifisso con la celebrazione della 'Giornata della Riconoscenza' che attualmente coincide con la solennità di Cristo Re.

Ogni anno in occasione della Settimana Santa, l'immagine miracolosa viene esposta al devoto bacio dei fedeli: il Crocifisso è innalzato su un piccolo Calvario; la gente sempre numerosa, sale lentamente le rampe del palco e con devozione si accosta per il bacio di ringraziamento e supplica. Il venerdì santo il SS. Crocifisso viene portato in processione per le vie della città, sulla quale il Vescovo pronuncia la benedizione.

La chiesa, ubicata nei pressi delle mura cittadine, è il frutto di diversi interventi realizzati dal XVI al XIX secolo che hanno lasciato numerose opere d'arte. La facciata, rivolta ad est, ha un aspetto imponente e comprende due pareti inclinate in cui sono inserite le porte laterali. Sui fianchi due ali porticate con paramento in finto bugnato contribuiscono all'effetto monumentale del complesso. Il registro inferiore del prospetto è caratterizzato da colonne e paraste giganti di ordine corinzio che inquadrano il portale centrale con timpano sommitale e due statue bronzee con le figure di S. Paolo e S. Pietro, opera di Giuseppe Siccardi. Nel registro superiore un'ampia finestra semicircolare e sul coronamento un gruppo scultoreo dell'Annunciazione, opera di Giuseppe Bayer. Sul fianco sinistro dell'abside si eleva la mole del campanile con elegante cella campanaria, scandita da paraste e colonne che reggono quattro timpani curvi, e tiburio sommitale ottagonale. L'interno è a navata unica, scandita da colonne e paraste corinzie, con due cappelle laterali e due cappelline. La decorazione neobarocca delle pareti della navata è opera del pittore Mario Albertella, le decorazioni delle cupoline che raffigurano l'Assunta e la Gloria di S. Pietro, furono eseguite dal pittore genovese Gaetano Barabini. In controfacciata un gruppo ligneo policromo con la Gloria di S. Pietro Celestino. A destra la cappellina del battistero decorata da affreschi di Onorato Andina. Segue la cappella dell'Immacolata decorata da un ciclo di affreschi settecenteschi realizzati da Carlo Innocenzo Carloni con la collaborazione dei quadraturisti Carlo Giuseppe De Vincenti e Giovanni Domenico Dobler. Nella cupola il Trionfo dell'Immacolata, nel tamburo e nei pennacchi figure di angeli e le Virtù teologali, nelle lunette Profeti. Alle pareti due tele dello stesso Carloni che rappresentano la Presentazione della Vergine al Tempio e la Natività della Vergine. Sull'altare in una nicchia una statua in marmo di S. Margherita di Pietro Lironi, trasformata in statua dell'Immacolata. Sul lato sinistro della navata la cappella di S. Gerolamo Miani, affrescata con la Gloria del Santo da Mario Albertella. Segue la cappella del Crocifisso, oggi del Sacro Cuore, che conserva un rilevante ciclo decorativo seicentesco. Sull'altare un'ancona marmorea realizzata da Marcantonio e Francesco Fossati su disegno di Carlo Buzzi e in una nicchia al centro la statua novecentesca del Sacro Cuore di Gesù, realizzata dallo scultore Cappuccini. Nella cimasa una tela con l'Ecce Homo di Giovanni Paolo Recchi. Sulle pareti tele della bottega dei Recchi con le Storie della Passione e nella cupola eleganti stucchi di Francesco Sala con otto figure di Angeli che reggono gli strumenti della Passione. Nell'incrocio fra transetto e navata quattro grandi statue in stucco lucido di Stefano Salterio che raffigurano Giosuè, Salomone, Davide e Mosè. Nei pennacchi bassorilievi con le figure degli Evangelisti, dello stesso Salterio, e nella volta la decorazione pittorica del Trionfo di Cristo Re opera di Gersam Turri, autore anche delle decorazioni nelle absidi del transetto. Sulle pareti terminali del transetto due altari dedicati all'Annunciata, con un quadro seicentesco, e a S. Giuseppe, con un gruppo ligneo policromo novecentesco opera di Alessandro Cappellini. Nel presbiterio l'altare maggiore con un elegante tempietto su colonne corinzie in cui si conserva la statua lignea del Crocifisso, forse di origine francese. Ai lati due statue bronzee dorate di Giuseppe Siccardi che rappresentano l'Addolorata e San Giovanni Evangelista. Completano la decorazione le pitture neobarocche sulle pareti, che inquadrano i due organi monumentali, e sulla volta del presbiterio, opera di Mario Albertella. A nord del presbiterio la cappella della Croce che conserva una tela settecentesca di Giuseppe Nuvolone che raffigura il Martirio di S. Lorenzo.


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                            http://asiamicky.blogspot.it/2015/02/como-la-citta-di-volta.html



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domenica 9 agosto 2015

IL DIO TERMINE



Dio romano dei confini, proteggeva le pietre e gli altri segni che separavano le proprietà agresti, nonché i limiti dello Stato. La sua introduzione nella religione romana è attribuita al sabino Tito Tazio, come la maggior parte delle divinità agresti. Secondo la leggenda, un tempio dedicato a Termine era stato abolito in occasione dell'erezione del santuario di Giove Capitolino, ma il culto era rimasto come secondario anche nelle nuova costruzione.

Si raccontava che durante la costruzione del tempio le numerose divinità delle cappelle che si trovavano sul luogo scelto, accettarono di ritirarsi, per lasciare il posto al signore degli Dei. Solamente il dio Termine si rifiutò di partire, e si dovette includere la sua cappella all'interno del tempio. Dato però che la sua effigie doveva ergersi sotto il cielo, fu praticata una apertura sul tetto del tempio a suo uso esclusivo in modo che il dio potesse estendere il suo potere all'Universo. Poiché il dio Termine era stato persino in grado di opporsi all'autorità di Giove, alcuni auguri predissero che i confini dello stato romano non sarebbero mai receduti. Tuttavia, anche se il dio Termine era riuscito a resistere all'autorità di Giove, dovette cedere all'autorità di Adriano; infatti questo imperatore romano, per motivi di prudenza, decise di rinunciare alle conquiste in Oriente di Traiano, facendo così recedere i confini dell'impero. Questa, secondo Sant'Agostino (De civitate Dei 4,29), era una prova della fallacia delle profezie pagane.



Plutarco ci tramanda che Termine era l’unica divinità romana che rifiutava i sacrifici cruenti e accettava in dono solo foglie e petali di fiori per ornare i suoi simulacri.

Il 23 febbraio, ultimo mese dell'anno nell'antico calendario, si celebravano le Terminalia, festa dei termini, cioè delle pietre terminali, su cui si ponevano una corona e una focaccia offerta al dio.

Il re Numa Pompilio, scrive Dionigi di Alicarnasso, ordinò a tutti i cittadini di delimitare i confini dei propri campi ponendovi delle pietre e consacrandole a Zeus Horios (Giove Terminus), e stabilì che "se qualcuno avesse tolto o spostato i confini (horoi) fosse sacro (nell'accezione di Homo sacer) al dio. Che la violazione di confini fosse sanzionata dalla dichiarazione di sacertà è confermato anche da una legge riportata da Festo: "Colui che, arando, abbia sconfinato nel terreno altrui sia sacro, insieme ai buoi che conducevano l'aratro ("eum, qui terminum exarasset, et ipsum et boves sacros esse").



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martedì 21 luglio 2015

IL SANTUARIO DELLA CORNABUSA

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  "E’ il Santuario più bello che esista, perchè non l’ha fatto la mano dell’uomo, ma Dio stesso”.  

Papa Giovanni XXIII

Secondo la leggenda, tra il 1350 e il 1440, la Valle era scossa dalla guerra tra Guelfi e Ghibellini. Per trovare scampo dalle violenze e dai saccheggi, gli abitanti del piccolo villaggio di Cepino di Sant’Omobono Imagna si ripararono in una ‘corna busa’ che nel dialetto bergamasco significa ‘roccia buca’, che doveva presentarsi come una grande cavità naturale costituita da due enormi pareti tagliate nello sperone montagnoso, delimitanti un ‘soffitto’ che non è altro che un massiccio banco calcareo sovrastante.
Sicuramente era buio e molto umido, dato che ‘piove’ abbondantemente all’interno anche oggi (specie dopo giorni di precipitazioni). Ciascun rifugiato si era portato qualche minimo oggetto più caro o indispensabile, e chissà come mai una delle anziane del paese portò con sè l’effigie di Maria Vergine Addolorata, sottoforma di una statuetta lignea.
Questo gruppo di persone non venne scoperto dai guerriglieri, non essendoci sentieri nè vie di accesso. Quando la situazione tornò tranquilla, poterono tornare alle proprie abitazioni ma come ringraziamento alla invocata Madre Vergine Addolorata, il simulacro ligneo venne lasciato in loco e ivi rimase fino a che si verificarono nuovi sviluppi.


Si narra che un anziano contadino della zona, trovandosi un giorno nei dintorni della grotta, entrò in perlustrazione e trovò la statuetta. Questo fatto lo sorprese molto e fu probabilmente come un ‘presagio’ . La lasciò lì ma continuò con regolarità ad accedere alla grotta in solitudine per un buon periodo di tempo, sentendosi diviso tra il desiderio di farne partecipi i compaesani o tacere e tenere la scoperta solo per sè, in attesa del fatidico “segno divino”, che arrivò qualche anno dopo.
La protagonista fu una giovinetta sordomuta, una contadina, che pascolava le pecore nei dintorni della grotta. Fu attratta dal mistero e dalla curiosità di entrare e trovò la statuetta. La ragazza corse subito a casa dichiarando quanto aveva trovato e tutti si accorsero che aveva riacquistato la voce, e anche l’udito! Secondo una versione della medesima narrazione, sarebbe stata la Madonna ad aver donato i sensi mancanti alla giovane, per consentirle di esprimere la volontà che venisse eretto un santuario nella caverna. In breve la notizia della giovane risanata e della statuetta ‘miracolosa’ si diffuse a macchia d’olio in tutti i paesi limitrofi.
La prodigiosa effigie, divenne in breve tempo oggetto di discussione tra le popolazioni su chi dovesse tenerle. Infatti ben presto venne trafugata dalla grotta per portarla prima nella chiesa di Bedulita, da cui proveniva la giovane, e poi a Cepino.
Avvenne un prodigio ancora più eclatante, di notte infatti la statuetta tornava al suo posto e la si trovava l’indomani ancora nella sua spelonca! Tutti i fedeli, sbigottiti, pensarono di dover eseguire il trasporto con solenni cerimonie; dunque scomodarono pure il vescovo che, avrebbe autorizzato una traslazione in pompa magna, con tanto di processione, ministri di culto, devoti e tutto quanto è consono ad un importante rito.
Ma quando furono sul fianco del monte innanzi che incominci la discesa, la statuetta della Vergine Addolorata voltò la testa in direzione del suo ‘rifugio’, con tale espressione di dolore, tutti capirono che era là che voleva ritornare e non andare altrove.
Ebbe così inizio il culto della Madonna della Grotta, solo in seguito cambiato con quello di Madonna della Cornabusa; un culto costellato di grazie ricevute e di prodigi.
Il 4 febbraio 1510 il vescovo di Bergamo concesse la licenza di celebrare la S. Messa nella grotta; da qui l’esigenza di attrezzare quanto meno sufficientemente la strada per accedere al sacro luogo.




Ricavato da una grotta naturale, aperta in una montagna  a strapiombo sulla Valle, questo santuario fu costruito nel corso dei secoli a partire dal ’500.

La statuetta che viene venerata nel santuario della Cornabusa di Sant’Omobono Imagna (fraz.Cepino) ha un’altezza di ottanta centimetri ed è stata scolpita in un legno di squisita fattura che le analisi scientifiche hanno datato alla prima parte del XV secolo, di provenienza toscana. Non si conosce il percorso che abbia potuto fare da quella regione fino a questo sperduto paesino, nè come sia finita nelle mani della anziana signora che si rifugiò- secondo la leggenda- nella spelonca durante la guerra tra Guelfi e Ghibellini.

La strada per raggiungerlo è in salita ma senza particolari difficoltà in auto; lungo il percorso si incontrano otto cappelle dedicate ai Misteri Mariani e alla storia della giovinetta sordo-muta. Bisogna lasciare obbligatoriamente la macchina un bel po’ prima della meta e proseguire a piedi. Giunti sul piazzale della grotta, a 700 m s.l.m., si nota una cappella chiusa da inferriata che custodisce un simulacro della Madonna della Cornabusa, ricoperta da un manto dal quale fuoriesce soltanto la testa nera di un Bambino.

La vera icona venerata attualmente si trova però all’interno della grotta, che si apre alla gente con semplicità, e offre uno spazio abbastanza vasto, in cui c’è un altare, le sedie per i fedeli, un altro paio di altari costruiti posteriormente, molti ex voto appesi alle pareti, e naturalmente il tabernacolo che custodisce la santa iconografia della Madre Addolorata con il Cristo in grembo, stranamente molto piccolo rispetto a lei.

In origine la caverna era larga venti metri e aveva un’altezza di dodici metri a sinistra e di nove a destra , una lunghezza di una settantina metri che verso il centro gradatamente si abbassava..
Nel 1938 si era costruita una prima muraglia di protezione al piazzale antistante la grotta ma, senza motivo apparente, crollò al di sotto, fortunatamente senza provocare vittime; la popolazione ci riprovò con successo nel 1940 (poichè il santuario è nato e progredito per volontà espressa del suo popolo di fedeli).
Da questo piazzale si gode un panorama suggestivo e di ampio respiro su tutta la zona circostante, che evoca riflessioni e sensazioni coinvolgenti.

La festa solenne nel Santuario si tiene la seconda domenica di settembre. Il Santuario è aperto dal lunedì dopo Pasqua al mattino della solennità di Ognissanti (1 novembre).


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/santomobono-terme_21.html






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sabato 18 luglio 2015

IL SANTUARIO DELLA MADONNA DEL CASTELLO DI ALMENNO SAN SALVATORE



Il Santuario della Madonna del Castello è, in realtà, un complesso monumentale, costituito da tre chiese di diverse epoche: sono stati edificati in successione, rispetto al sagrato attuale, il santuario di Santa Maria di Castello del XVI secolo, la chiesa della Pieve di San Salvatore della fine del IX secolo e, sotto questa, una cripta del VII-VIII secolo.
Il territorio su cui sorge questo complesso, è stato occupato dai Romani e dai Longobardi per la sua posizione strategica a picco sul fiume Brembo.
Inoltre, nell’area a destra della chiesa, sono stati ritrovati i resti di una villa romana di età augustea (1-14 d.C.) ed un altare dedicato al dio Silvano, attualmente conservato nel museo archeologico di Bergamo.
L’importanza geografica del luogo e i ritrovamenti archeologici fanno pensare che Almenno fosse una corte posseduta personalmente dall’imperatore romano.
Successivamente alla caduta dell’impero, i re barbari che conquistarono il territorio, continuarono ad avere stretti rapporti con Almenno; in particolare usarono la villa romana come loro sacro palazzo.
Questo edificio, oltre a servire saltuariamente come residenza del sovrano , era il luogo di controllo civile, militare ed economico di tutto il territorio circostante. In questo palazzo, di cui ora rimangono solo numerosi resti di pavimenti e tegoloni, soggiornò il re Astolfo, di cui abbiamo testimonianza in un documento del 775 d.C.
Attigua al sacro palazzo vi era sicuramente la cappella palatina, un luogo di culto dedicato al Santo Salvatore.
Percorrendo la strada ghiaiosa alla destra della chiesa e sporgendosi cautamente dal muretto, è  possibile individuare sulla parete in basso a sinistra un accesso alla cappella, oggi  murato.
La cappella palatina sorgeva sull’area dove si trova la cripta, e alcuni studiosi concordano nel sostenere che parte dei muri perimetrali della cripta coincidono con quelli originali della cappella palatina.

Dalla chiesa plebana, o Pieve di San Salvatore, attraverso una porta situata alla destra del tempietto posto in corrispondenza dell’altare del Santuario; da qui, attraverso due scalette che si trovano nelle navate laterali, è possibile raggiungere il piano di calpestio dell’antica cappella palatina. Agli inizi del X secolo, dopo le dominazioni longobarda e franca, la corte di Almenno passa sotto il dominio dei Conti di Lecco, che decidono di fortificare tutta l’area attorno al loro palazzo, cingendola di mura. La fortificazione interessa anche la cappella che si trovava sul perimetro delle mura, causandone la trasformazione: la cappella diventa cripta e sopra di essa viene realizzata una nuova chiesa che visiteremo poi più in dettaglio.
La cripta  è lontana dalle tipologie di una struttura longobarda: si tratta di un edificio a pianta rettangolare, diviso a metà da una fila di 4 colonne che sostengono la copertura a volte irregolari a crociera. Si può notare che tre dei quattro capitelli sono elementi di recupero di epoca romana.
In origine questa zona era illuminata da tre strette finestrelle, quella centrale murata dietro l’affresco della Crocifissione, mentre i due “oculi” che si notano sulla parete est, sono stati realizzati nel 1702. Il pavimento è dei primi decenni del 1600, così come la decorazione barocca della cripta e l'altare con tela di Andrea Zambelli (1614), che era dedicato alla Visitazione.

L’affresco reca la scritta latina: "Mariae Virginis et Sanctae Crucis Continet …" perché in questo luogo si conservava una colomba metallica contenente le reliquie della Vergine e della croce.
Rispetto all’altare, sulla parete di destra sono ancora visibili alcuni affreschi rappresentanti San Bartolomeo, Santo Stefano e l’Annunciazione del XIV secolo.

Pieve di San Salvatore: quella di Almenno è una delle più antiche e meglio conservate chiese della Diocesi di Bergamo. La pieve era una chiesa a cui venivano affidati i compiti pastorali propri della parrocchia, quali l’amministrazione dei sacramenti e la riscossione delle decime; si estendeva su un territorio molto vasto, che comprendeva le Valli Imagna, Brembilla e Brembana fino a S. Pellegrino Terme compreso.
Inoltre, a riprova della grande importanza religiosa di questa chiesa, si sa che già dal X secolo, attigua alla pieve di San Salvatore, sorgeva la canonica di Almenno.
L’edificio della Pieve possedeva una struttura molto diversa da quella attuale. Le uniche parti in muratura dovevano essere l’accesso al presbiterio e la facciata; non esistevano gli archi laterali, ma semplicemente dei pilastri alti 7 metri, che ora si possono notare inglobati nella struttura del pilastro. Sopra di essi erano appoggiate le travi che percorrevano orizzontalmente la chiesa fino ad inserirsi rispettivamente nella facciata e nell’alzato del presbiterio. Sulle medesime travi si poggiava il tetto a capanna; il tutto secondo uno stile definito “Preromanico”. In facciata tre archi enormi, in corrispondenza delle tre navate, davano l’accesso alla chiesa (potete ancora notarli grazie alle incisioni sulla controfacciata), mentre all’esterno sono stati trovati dei resti di un portico, detto anche nartece, che oltre a proteggere l’edificio dalle intemperie era il luogo dove sostavano i peccatori pubblici, nonché i cristiani non battezzati o catecumeni. L’importanza del sacramento del Battesimo è testimoniata anche dal ritrovamento dei resti di una vasca battesimale nella navata destra, sotto l’attuale pavimentazione.
Alla fine del 1100, in pieno periodo Romanico, per dare maggiore stabilità all’edificio, i pilastri vennero incorporati in altri più massicci e collegati fra di loro con arcate longitudinali a tutto sesto. Contemporaneamente fu sopraelevata la navata centrale e venne realizzata la copertura con volte a crociera del presbiterio; inoltre la chiesa venne abbellita con decorazioni ad affresco.
I dipinti più antichi ( inizio X secolo) si trovano sul frontale del presbiterio e raffigurano delle croci policrome (altre croci sono visibili anche sulle pareti delle navate laterali)
Le pitture di maggiore importanza riguardano l’area del presbiterio:
- al centro è possibile ammirare una rappresentazione del Cristo Pantocratore, ovvero sovrano, con attorno i simboli degli evangelisti Matteo e Giovanni del XII secolo; nel lunettone di sinistra é rappresentata una Madonna con gli Apostoli (XII secolo), mentre nelle nicchie laterali sono raffigurati affreschi della fine del Trecento: a destra l'Annunciazione, un apostolo e San Giovanni Battista, a sinistra il Pantocratore e Sant’ Antonio Abate.
- sui pilastri di sinistra troviamo invece tre affreschi: un santo domenicano, una Madonna con Gesù bambino e San Bartolomeo (del XV secolo) e Santa Caterina d'Alessandria (del XIV secolo); sui pilastri di destra due Madonne risalenti al XVI secolo.
Nel 1150 circa fu collocato nella navata sinistra un meraviglioso ambone o pulpito, realizzato in pietra arenaria, unico nel suo genere per l’area bergamasca: sul fronte sono scolpiti i simboli dei 4 evangelisti e su di un lato scene di caccia. Secondo la tradizione, vi avrebbero predicato San Bernardino da Siena e San Carlo Borromeo.
Nella prima metà del ‘300 a causa dell’affievolimento dell'interesse del vescovo e della nascita di nuove parrocchie che reclamavano la loro autonomia, la plebania si disgregò e la canonica decadde.
Nel 1443, in seguito alla distruzione del borgo di Lemine Inferiore per le lotte tra Guelfi e Ghibellini, l'antica chiesa plebana venne abbandonata. La popolazione di Lemine Superiore provvide a dotarsi di una nuova chiesa dedicata a S. Salvatore, costruita nella parte alta del paese; ad essa furono trasferiti tutti gli onori e gli oneri dell'antica pieve.
L’abbandono del borgo aumenta l’incuria della chiesa; pertanto, agli inizi del 1500, viene addossato alla facciata principale un contrafforte in corrispondenza di una profonda crepa che ne minacciava l’integrità.
La cronaca dell’epoca racconta che il contrafforte fu trovato spostato di un metro e mezzo per lasciare intravedere un affresco della Madonna col Bambino che era rimasto coperto: era il 26 aprile 1506.
L'evento miracoloso viene citato anche negli Atti della Visita Apostolica di San Carlo Borromeo, avvenuta nel 1575. Il racconto della sua visita è la testimonianza più antica dell'avvenimento, sulla cui autenticità non vi è il più piccolo dubbio.
Questo prodigio, che suscitò grande devozione negli abitanti di Almenno, attirò abbondanti elemosine che consentirono, nell’arco di alcuni decenni, la realizzazione di una nuova chiesa,  consacrata nel 1590.




Il santuario della Madonna del Castello si trova nella omonima località del comune di Almenno San Salvatore.

Si tratta di un edificio ecclesiale cinquecentesco molto particolare in quanto costituisce un insieme con la pieve di Lemine a cui è addossato e che ha inglobato.

Dopo la distruzione di Lemine Inferiore la pieve cadde in uno stato di abbandono materiale e religioso assoluto, destinata probabilmente a scomparire se non fosse intervenuto alla fine del XIV secolo un intervento straordinario.

Un assestamento dell'edificio aveva fatto spostare un muro di rinforzo che copriva l'affresco di una Madonna col Bambino di cui si era persa la memoria.

La riapparizione dell'affresco fu ritenuto un evento miracoloso, un segno divino diretto alla riappacificazione della comunità, che gli attribuì effetti miracolosi.

La profonda fede della gente, provata da faide fratricide, produsse una notevole messe di offerte e donazioni non solo da parte dei fedeli locali ma anche di quelli delle zone limitrofe.

Si determinò così la volontà di costruire una nuova chiesa per onorare il miracolo della riapparizione della Madonna col Bambino, non più del suo affresco, nello stesso posto in cui l'evento si era verificato, addossandola cioè alla vecchia pieve che veniva a fare parte del nuovo edificio e recuperava così l'importanza religiosa perduta.

La costruzione della nuova chiesa, piuttosto lenta, probabilmente a causa di difficoltà di ordine finanziario, fu consacrata il 4 giugno 1590 e dedicata alla Madonna del Castello,

La sua struttura architettonica ha caratteristiche cinquecentesche, con un elegante portale in marmo bianco che si inserisce bene nella facciata esterna dalle linee rigorose e austere, ingentilite tuttavia da due snelle monofore e da un rosone.
Le monofore e il rosone, racchiusi da sottili cornici di marmo bianco, alleggeriscono il rigore della facciata in cui sono inseriti.
L'interno si sviluppa su pianta rettangolare in un'unica navata a quattro campate unite da ampi archi a sesto acuto di tipo gotico.

La parete di fondo è costituita da quella che era la facciata della pieve e che ora la separa da essa pur mettendovela in comunicazione tramite un'apertura alla destra dell'altare. Il risultato è un edificio unico, ma composito per diversità di stili e origini, di grande effetto artistico e scenografico, sicuramente raro in area lombarda.

Al centro della parete campeggia l'altare particolarmente bello e originale per la sua composizione architettonica. L'altare, infatti, è racchiuso dentro un piccolo tempio ottagonale in marmo bianco che ne fa quasi un'altra chiesa incastonata in una parete multicolore per le pitture che la ornano. La copertura di questa graziosa struttura è costituita da un tamburo, anch'esso ottagonale, che termina con una lanterna su cui svetta il Creatore in postura benedicente.

Le facce del tamburo sono ornate da coppie di Sibille che tengono un cartiglio.
Queste immagini di grande bellezza e di ottima fattura sono state attribuite al Previtali, altri vi vedono la mano del Cariani.

L'interno del tamburo è interamente dipinto con scene della vita della Vergine, di incerta attribuzione, databili attorno all'inizio del '500.

Sulla parete immediatamente sopra l'altare, all'interno del tempietto, si trova l'affresco, ritenuto miracoloso, della Madonna con il Bambino in braccio; la Madonna è coronata da due angeli mentre il Bambino benedicente tiene un vangelo. L'affresco, nel quale sono ancora perfettamente leggibili le dediche SCA MARIA e IHS, restituisce una scena di particolare dolcezza e leggiadria.

Di difficile datazione, anche perché ha subito alcuni ritocchi, l'affresco è stato attribuito a un periodo antecedente al 1100.

Il tempietto, in posizione rialzata, è separato dal pavimento da tre gradini, mentre il suo tamburo poggia tramite delle colonne su una bassa balaustra che quasi isola la struttura dal resto dell'ambiente.

La parete di fondo è ornata, alla destra del tempietto, da raffigurazioni della vita di Gesù, che facendo da quinta pittorica al tempietto stesso lo esalta maggiormente creando un effetto scenografico di grande fascino.

Sulle pareti laterali interne ci sono, a destra, una tela che raffigura San Giovanni Battista, attribuito al Cavagna da alcuni e a discepoli del Moroni da altri, e sulla parete di sinistra un ottimo dipinto del Cavagna che raffigura San Carlo Borromeo con a fianco San Rocco e San Pantaleone.

Recenti ispezioni artistiche hanno rilevato la presenza di un affresco sotto quello della Madonna col Bambino, di datazione ben più antica. Si è posto così il problema della possibilità di riportarlo alla luce senza danneggiare quello della Madonna, sia per non rovinare un'opera d'arte di grande pregio sia per non offendere la devozione dei fedeli tuttora molto viva.

L'affresco della Madonna raffigura una scena che richiama nella sua ieraticità le posture fisse bizantine ma reinterpretate dalla sensibilità locale che ne addolcisce il linguaggio. La Madonna regge con la destra il Bambino e con la sinistra indirizza a lui e al messaggio che tiene in mano, il rotolo del Vangelo.

Fanno da cornice due affreschi cinquecenteschi raffiguranti, quello di destra, un incontro con il San Giovannino e, quello di sinistra, un'adorazione dei re Magi; pure cinquecenteschi sono gli angeli che celebrano la Madonna nell'affresco principale.

La fusione di stili ed epoche artistiche diverse esalta la composizione che risulta di grande impatto visivo ed emotivo: un miracolo artistico.



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venerdì 29 maggio 2015

IL SANTUARIO DELLA MADONNA DELLE LACRIME A TREVIGLIO


Il santuario della Madonna delle lacrime è il santuario di Treviglio dedicato alla Madonna delle Lacrime che il 28 febbraio 1522 salvò, con le sue prodigiose lacrime, la città da sicura distruzione da parte delle truppe francesi, guidate dal generale Odet de Foix, offese dagli insulti di alcuni sprovveduti cittadini sicuri dell'appoggio imperiale.

Il santuario, unico nella città, ricorda a tutti i prodigiosi eventi capitati nella chiesetta del convento delle agostiniane e la deposizione dell'elmo e della spada da parte del generale, particolarmente devoto al culto mariano, subito imitato da parte dei suoi soldati. Il santuario è stato ampliato progressivamente e arricchito di stili diversi che proseguono dal 1600 fino ai giorni nostri.

Dopo l'autenticazione del miracolo, iniziata nel 1583 su pressione di Carlo Borromeo, che chiede una delegazione alla Santa Sede ed invia l'anno successivo il suo vicario Lodovico Audoeno, il 6 maggio 1591 vengono eletti quattro soprintendenti, uno per ogni porta, per erigere il santuario: Federico Rozzone, Giovanni Zuccone, Andrea Canzola e Giacomo Fachetto. Il 20 aprile 1593 due di questi vengono sostituiti da Luca Ferrando e Lodovico Lodi in quanto deceduti.

Nella prima metà del 1500 la Lombardia fa le spese delle lotte tra Francesco I, re di Francia, e Carlo V, imperatore di Germania, che vuole impadronirsi dei possedimenti francesi in Lombardia. Luogotenente del re di Francia, a Milano, è il maresciallo Lautrec, definito dagli scrittori del tempo “più duro del diamante, più crudo della tigre, più saldo dello scoglio”. I Francesi sono costretti a ritirarsi a Como, e di là, per Lecco e Bergamo, a Cremona. Treviglio ritorna sotto il ducato degli Sforza. Alcuni abitanti di Treviglio, aizzati da un certo Giovanni Landriano, della fazione favorevole agli imperiali, insidiano a più riprese le truppe francesi in ritirata, per cui il generale Lautrec ordina la distruzione della città, anche come avvertimento per gli altri paesi.
Il 27 febbraio 1522 giunge a Treviglio la notizia che Lautrec muove da Cremona con l’intenzione di saccheggiare e distruggere la città. Sono inutili tutti i tentativi di mediazione da parte dei Consoli e del Clero. La popolazione, perduta ogni speranza umana, pone tutta la sua fiducia in Dio e nella Vergine Maria: le chiese si affollano, si veglia tutta la notte in preghiera. All’alba del 28 febbraio la città si desta gravata da un silenzio funereo, rotto solo da singhiozzi di disperazione. Improvvisamente una voce si diffonde per ogni contrada, accolta da grande emozione: “Miracolo! Miracolo! L’immagine della Vergine in S. Agostino piange e suda!”.
Che cosa è successo? Verso le ore 8 di quel venerdì 28 febbraio 1522, l’Immagine della Madonna dipinta sul muro della chiesa di S. Agostino, annessa al monastero delle Agostiniane, incomincia a spargere abbondantissime lacrime dagli occhi e sudore da tutto il corpo. Alcune donne, più vicine all’Immagine, sentendo delle gocce cadere, pensano che piova; ma dalla finestra il cielo appare sereno e lo stillicidio è abbondante. Inoltre il muro accanto all’immagine è perfettamente asciutto.
Tra la meraviglia e la commozione generale, si constata che gli occhi della Madonna versano lacrime e che tutto il corpo è cosparso di abbondante sudore. Si grida al miracolo, si accorre da ogni parte. I soldati francesi constatano il fatto e, profondamente impressionati, ne informano Lautrec che, a cavallo, giunge subito presso la chiesa di S. Agostino, vi entra e constata che l’Immagine della Madonna è velata di lacrime e di sudore, mentre rimane perfettamente asciutta quella del Bambino, come pure il muro circostante. In preda a grande commozione, piega il ginocchio davanti alla Vergine, tenta egli stesso di asciugare con pannolini quel pianto, ma le lacrime ricompaiono, ed il prodigio continua per sei ore consecutive.
Tutta la città esulta di gioia, ed il generale Lautrec, impressionatissimo, assicura gli abitanti di Treviglio del suo perdono. Le campane della città suonano a festa, tutti esultano. Il generale e gran parte degli ufficiali, in ginocchio, depongono ai piedi della Madonna le armi, le corazze ed i superbi cimieri.
La città riconoscente ha innalzato alla Vergine un magnifico Santuario, vero monumento di fede e di arte, frutto dell’amore degli abitanti di Treviglio a Maria. E la protezione della Madonna su Treviglio si è manifestata nel corso della storia in tante altre occasioni. Il 14 giugno 1617, alla presenza del card. Federico Borromeo, la miracolosa Immagine della Madonna delle Lacrime viene trasferita dalla chiesa di S. Agostino nel nuovo Santuario.
La data del 28 febbraio non è dimenticata, ed ancora oggi è vissuta con grande fede e devozione. Quella mattina, le campane tacciono, come il Venerdì Santo; le gente si raccoglie silenziosa nel Santuario a pregare davanti all’Immagine della Madonna, coperta da un velo. Quando dalla torre scoccano le ore otto, si sciolgono tutte le campane della città in un festoso e lungo concerto, cala la tela che copre il volto di Maria e la gioia di tutti esplode nel canto di ringraziamento.

La costruzione dell'attuale santuario risale al 1594, su progetto dell'architetto romano Tolomeo Rinaldi. Nel 1835 venne costruito il nuovo campanile e nel 1854 si ebbe il primo progetto di ampliamento a opera del trevigliese Renzanigo. Nel 1897 venne affidato all'architetto Cesare Nava l'incarico di un nuovo progetto di ampliamento e nel febbraio del 1899 il Cardinal Andrea Ferrari pose la prima pietra della nuova chiesa, che consacrerà nel 1902. La facciata ha le caratteristiche della costruzione settecentesca, con il campaniletto dell'800 ed è sovrastata dell'elegante cupola ottagonale del tiburio. L'interno ha una pianta a croce latina. La navata centrale è l'unico spazio appartenente all'edificio orginario e corre verso l'altare, chiusa in alto da una volta a botte. Nelle due pareti laterali si aprono due cappelle affrescate. Gli affreschi della navata centrale e delle cappelle sono di Gianluca e Carlo Molinari (1720) e Bernardino Galliari.
Sull'altare maggiore è posta la Madonna col Bambino del miracolo, qui trasportata nel 1619. Un'arcone ricco di decorazioni introduce alla cupola ottagonale sotto cui si dipartono i due transetti terminanti in due cappelle minori. Gli affreschi dell'interno della cupola, eseguiti dai pittori Gaetano Cresseri e Giovanni Bevilacqua tra il 1920 e il 1940 e danneggiati dall'umidità, sono stati restaurati nel 1996; raffigurano scene della vita di Cristo e di Maria e i maggiori templi mariani d'Europa, affiancati da figure di Santi e angeli. Le volte sono affrescate dai Molinari, pittori trevigliesi, tra il 1717 e il 1721.

Nel luglio del 1900 il cardinale Ferrari, in visita a Groppello d'Adda, si reca a Treviglio dove elargisce benedizioni dai ponteggi del santuario.

Nel 1912 i lavori di costruzione sono pressoché terminati ma, a causa dello scoppio della prima guerra mondiale, bisognerà aspettare luglio del 1921 per vedere completati gli affreschi.

Il 14 gennaio 1912 il cardinale Andrea Carlo Ferrari ordina vescovo nel santuario Pompeo Ghezzi, già canonico curato della stessa chiesa, nominato vescovo di Sansepolcro da papa Pio X.

Il 27 febbraio 1971 il cardinale Giovanni Colombo ordina presbitero nel santuario Giuseppe Merisi, originario di Treviglio, alla vigilia della festa patronale.

Nel 1981 la sala ex voto dalla parte del leggio del Vangelo viene adibita a cappella dell'adorazione su progetto del pittore Paolo Furia che ne esegue anche la variopinta vetrata.

All'interno del santuario sono tuttora gelosamente custoditi la spada e l'elmo del generale Odet de Foix, visconte di Lautrec che vengono esposti durante la settimana del Miracolo, a fine febbraio e inizio marzo. Il santuario ospita affreschi e tele del Molinari, dei fratelli Galliari, del Cresseri, dei Montalti e di Bernardino Butinone.

Recentemente la sommità della facciata ha richiesto degli interventi di restauro dopo che alcuni pezzi di sculture sono precipitati al suolo; la stessa cosa è successa per una piccola porzione della volta interna sopra all'altare, per fortuna senza colpire nessuno. Per tali motivi sono state effettuate alcune perizie.



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mercoledì 27 maggio 2015

IL SANTUARIO DI SANTA MARIA DELLA CROCE A CREMA



Il santuario di Santa Maria della Croce è una basilica minore cattolica, posta a un chilometro dal centro storico della città di Crema, lungo la strada per Bergamo.

A progettare il santuario venne chiamato l'architetto lodigiano Giovanni Battagio, allievo del Bramante, comunque formatosi nella modernissima scuola milanese.

Attorno al 1500 il Battagio ruppe i rapporti con i fabbriceri e la prosecuzione della fabbrica venne affidata a Giovanni Montanaro.

Nel 1514 Crema era sotto assedio delle truppe sforzesche: la difesa della città fu affidata a Renzo da Ceri, il quale fece spianare tutto ciò che stava attorno alla città eccetto il santuario in avanzato stato costruttivo trasformando la chiesa in fortino. Renzo da Ceri vinse grazie ad una sortita in quel di Ombriano, ma l'assedio durato quattro mesi non fu favorevole al santuario che ne uscì gravemente danneggiato.

Le vicende belliche e un'epidemia di peste rallentarono la prosecuzione dei lavori: le prime decorazioni interne vennero avviate verso il 1541.

Nel 1585 il santuario fu affidato alla parrocchia di Pianengo.

Nell'anno 1593 il podestà veneto Nicola Vendramin fece costruire una nuova strada di collegamento tra Porta Serio e il santuario: fu a lungo nota come strada Vendramina e venne ulteriormente allargata e quindi alberata nel 1810.

Il 14 novembre 1664 il doge di Venezia Domenico Contarini autorizzava l'istituzione di una fiera da tenersi ogni anno il 25 marzo giorno dell'Annunciazione: la prima edizione si tenne nel 1666 e viene allestita tuttora.

Nel 1694 il santuario fu affidato all'ordine dei Carmelitani Scalzi i quali pochi anni dopo (1706) iniziarono la costruzione dell'imponente convento. Nel 1710 aggiunsero anche il campanile. I Carmelitani tuttavia non vi rimasero a lungo: nel 1810 dovettero abbandonare Crema a seguito delle soppressioni napoleoniche.

Partiti i frati nacque il problema dell'affidamento della cura d'anime al quartiere che nel frattempo era sorto attorno al santuario: nell'anno 1828 il vescovo di Crema monsignor Tommaso Ronna decretò l'istituzione della parrocchia di Santa Maria della Croce: il primo sacerdote fu don Agostino Cremonesi il quale prese possesso della parrocchia il 2 maggio 1830.

Il 4 settembre 1837 monsignor Giuseppe Sanguettola incoronò il capo della Vergine durante una cerimonia solenne.

A partire dal 26 aprile 1869 i documenti riportano il movimento degli occhi dell'immagine in terracotta che aveva riversato lacrime poco dopo l'apparizione. Il prodigio fu sottoscritto dai sacerdoti don Silvio della Noce, don Paolo Stramezzi e don Bartolomeo Borsieri che ne furono testimoni.

Alcuni interventi vennero compiuti nel 1904, allorché furono sostituite le coperture in coppi dei corpi laterali con cupolette ricoperte in rame, e nel 1914 quando il pavimento in cotto fu sostituito dall'attuale in mattonelle bicolore.

Con bolla pontificia datata 18 aprile 1958 papa Pio XII concedeva al santuario il titolo e la dignità di basilica minore: si arrivò a tanto grazie alla tenacia del vescovo monsignor Placido Maria Cambiaghi e del prevosto monsignor Francesco Piantelli.

Nel 1990, in occasione del cinquecentesimo anniversario dall'apparizione, l'edificio fu dotato di nuovi portali in bronzo opera dello scultore Mario Toffetti.

Il 20 giugno 1992 la basilica ricevette l'illustre visita di papa Giovanni Paolo II il quale si fermò a pregare nello scurolo prima di proseguire la visita alla città.

Il Santuario di Santa Maria della Croce è un buon esempio di architettura rinascimentale lombarda, progettato da Giovanni Battaglio nel 1490 sul luogo di un’apparizione mariana. Monumento d’arte e centro spirituale fra i più importanti della città. Il progetto fu affidato appunto a Giovanni Battaglio che s’ispirò al Bramante e concepì l’edificio in cotto, a pianta centrale, traforato da tre gallerie sovrapposte, con cappelle ai quattro punti cardinali. La costruzione venne portata a termine nel 1500 da Giovanni Antonio Montanaro, che vi aggiunse l’ultima galleria, in stile gotico.

All’interno, ottagonale con alternanza di altari e cappelle, l’insieme della basilica è mirabilmente affrescato e presenta un intreccio di due stili: il rinascimentale nella parte inferiore, il barocco in quella superiore.

La grandiosa cupola centrale, divisa in otto spicchi, è affrescata dai fratelli Grandi e da Giacomo Parravicino (1702): vi è raffigurato il trionfo della Croce. Sotto si snoda una splendida fascia di profeti e sibille. Affreschi con scene bibliche nelle due cappelle: in quella sud Storie di Davide di Giacomo Parravicino, in quella nord Storie di Mosè dei fratelli Giuseppe e Giacomo Torricelli (1762). Nelle due cupolette, affreschi più tardi: un Riposo della fuga in Egitto di Eugenio Giuseppe Conti (1898) e un’Assunzione di Angelo Bacchetta (1870), ambedue pittori cremaschi. Notevoli gli altari laterali ed il maggiore che presentano tele con firme di rilievo: Assunzione del veneziano Benedetto Diana (1502), Adorazione dei pastori di Antonio Campi (1575), Adorazione dei Magi di Bernardino Campi (1575), Andata al Calvario del cremasco Carlo Urbino (1580 circa), Pietà di Bernardino Campi (1575).

Il venerato gruppo della Vergine e Caterina degli Uberti è nello scurolo, affrescato nella volta (Glorificazione di Caterina) dal Parravicino, nelle lunette (quattro Apostoli), da collaboratori di Diana. Al centro del gruppo dell’apparizione, la quattrocentesca Madonna con Bambino, bassorilievo in cotto donato da un nobile milanese a seguito dei fatti miracolosi del Novelletta. Originariamente dipinto a fogliami con tutti i dodici apostoli, l’ambiente è stato radicalmente modificato nell’Ottocento con la posa delle quinte di fondo e delle statue.

Di fianco al  santuario si stende imponente l’antico Monastero dei Carmelitani, che ne presero la cura nel 1964 lasciandolo nel 1810 per le soppressioni napoleoniche. Assieme al convento i frati costruirono anche il campanile. La basilica è titolare di una fiera - il 25 marzo - istituita nel 1665 e tuttora la principale del Cremasco.

Le origini del culto alla Madonna di Santa Maria della Croce sono note e ben documentate.

Il 13 febbraio 1489 Caterina degli Uberti, esponente di una famiglia benestante di Crema, sposava Bartolomeo Pederbelli detto il Contaglio, pregiudicato bergamasco bandito dalla sua provincia e giunto da tempo a Crema, ovviamente tacendo la sua condizione di fuggiasco.

Nell'anno che seguì i rapporti non furono affatto facili, sono narrati nelle cronache le contrapposizioni tra il Contaglio e i familiari di Caterina per questioni di pagamento della dote.

Secondo i documenti storici, la sera del 2 aprile 1490 il Contaglio convinse (oppure obbligò con la forza) Caterina a seguirlo per tornare dai familiari dell'uomo nel bergamasco. Una volta giunti un miglio fuori da Crema deviò dalla strada per Bergamo (l'odierna via Mulini) giungendo all'interno del bosco detto "del Novelletto". Qui il Contaglio infierì sulla donna colpendola con la spada (che ancora si conserva nel Santuario) in maniera violenta e grave al capo ed alle braccia tanto che le venne amputata la mano destra con una parte del braccio; mentre l'omicida calava fendenti sulla povera donna, la spada si spezzò in due e, non pago di ciò, per essere certo che la moglie fosse uccisa, estrasse il pugnale e le sferrò un colpo alla schiena, ma la lama non penetrò nel corpo, scivolando forse lungo le vesti, ma procurandole comunque un ematoma vicino alla scapola sinistra. Il Contaglio fuggì portando via il fardello e le altre cose insieme con quattro anelli d'oro della stessa Caterina. Quindi di lui non si seppe più nulla.

La donna agonizzante chiese aiuto alla Madonna affinché le venissero impartiti i Sacramenti ed apparve una donna vestita poveramente che avrebbe detto "sono colei che hai chiamato". Le emorragie di colpo si fermarono e Maria trasportò Caterina presso una vicina casa di contadini che le prestarono le prime cure. Poiché era ormai sera e le porte della città erano chiuse, solo alla mattina Caterina poté essere trasportata a Crema.

Qui venne visitata da un medico e interrogata da un "Giudice del Maleficio" (magistrato veneto), quindi il prete Filippo della parrocchia di San Benedetto le diede i sacramenti, solo a questo punto le emorragie ripresero e Caterina spirò.

Sempre secondo i documenti storici, presso il luogo del delitto fu posta una piccola croce in legno. Un mese dopo, il 3 maggio giorno dell'esaltazione della Santa Croce, un ragazzino che, come scrive ancora Tommaso Ronna, nell'opera precedentemente citata " di 11 anni figlio di un Francesco Marazzo", afflitto da gravi problemi ad un piede che non gli permettevano di reggersi in piedi autonomamente, fu condotto al Novelletto. Dopo le preghiere il ragazzo riprese a camminare: fu il primo miracolo che richiamò una folla. Le cronache riportano nello stesso giorno una quarantina di guarigioni miracolose.

Il giorno successivo, 4 maggio, una solenne processione venne allestita verso il Novelletto presso il quale fu costruito un piccolo altare sul quale venne collocato il rilievo della Madonna con il Bambino, dono del milanese Gianfranco Cotta. Il 5 maggio furono in molti a veder riversare lacrime dall'effigie, in quel giorno si registrarono circa ottanta guarigioni inspiegabili. Sempre il 5 maggio il Consiglio della città decretò la costruzione di un edificio nel luogo dell'apparizione. Le cronache riportano altri miracoli il 18 maggio e il 2 giugno.

Il podestà veneto di Crema era quell'anno Nicolò Priuli: scettico sui fatti del Novelletto, stante la carica che ricopriva temeva problemi di ordine pubblico. Il 18 giugno si fece condurre presso l'altare e assistette in prima persona al prodigio del cerchio luminoso: attorno al sole apparve un cerchio iridato che parve cadere verso la terra per tre volte. Di seguito lo stesso podestà fu uno dei principali sostenitori della costruzione del santuario.




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