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sabato 15 luglio 2017

NOSTRA SIGNORA DI GUADALUPE



L’immagine mariana della Madonna di Guadalupe rappresenta un eccezionale testimonianza catechetica, che permette anche agli indigeni più umili di comprendere l’essenza del mistero cristiano dell’incarnazione. La Madonna infatti vi appare con la pelle leggermente scura e sembianze meticce: indossa una tunica color rosa che porta disegnati dei motivi floreali simili l’un l’altro tranne uno, posto al centro del ventre. Quel simbolico fiore diverso dagli altri è un’immagine che richiama, nella tradizione indigena, la divinità. Inoltre indossa una cinta tipicamente utilizzata dalle donne in gravidanza. Gli indigeni che la guardano capiscono immediatamente che si tratta di una donna che sta portando in grembo Dio.

Secondo il racconto tradizionale, espresso in náhuatl nel testo conosciuto come Nican Mopohua, Juan Diego avrebbe visto per la prima volta la Madonna la mattina del 9 dicembre 1531, sulla collina del Tepeyac vicino a Città del Messico. Ella gli avrebbe chiesto di far erigere un tempio in suo onore ai piedi del colle: Juan Diego corse a riferire il fatto al vescovo Juan de Zumarrága, ma questi non gli credette. La sera, ripassando sul colle, Juan Diego avrebbe visto per la seconda volta Maria, che gli avrebbe ordinato di tornare dal vescovo l'indomani. Il vescovo lo ascoltò di nuovo e gli chiese un segno che provasse la veridicità del suo racconto.

Juan Diego tornò quindi sul Tepeyac dove avrebbe visto per la terza volta Maria, la quale gli avrebbe promesso un segno per l'indomani. Il giorno dopo, però, Juan Diego non poté recarsi sul luogo delle apparizioni in quanto dovette assistere un suo zio, gravemente malato. La mattina dopo, 12 dicembre, lo zio appariva moribondo e Juan Diego uscì in cerca di un sacerdote che lo confessasse. Ma Maria gli sarebbe apparsa ugualmente, per la quarta e ultima volta, lungo la strada: gli avrebbe detto che suo zio era già guarito e lo avrebbe invitato a salire di nuovo sul colle a cogliere dei fiori. Qui Juan Diego trovò il segno promesso: dei bellissimi fiori di Castiglia, sbocciati fuori stagione in una desolata pietraia. Egli ne raccolse un mazzo nel proprio mantello e andò a portarli al vescovo.

Di fronte al vescovo e ad altre sette persone presenti, Juan Diego aprì il mantello per mostrare i fiori: ed ecco, all'istante sulla tilma si sarebbe impressa e resa manifesta alla vista di tutti l'immagine della S. Vergine Maria. Di fronte a tale presunto prodigio, il vescovo cadde in ginocchio, e con lui tutti i presenti. La mattina dopo Juan Diego accompagnò il presule al Tepeyac, per indicargli il luogo in cui la Madonna avrebbe chiesto Le fosse innalzato un tempio e l'immagine venne subito collocata nella cattedrale.

A causa della sua origine miracolosa, l'immagine della Madonna di Guadalupe è oggetto di devozione paragonabile a quella rivolta alla Sindone. La sua fama si sparse rapidamente anche al di fuori del Messico: nel 1571 l'ammiraglio genovese Gianandrea Doria ne possedeva una copia, dono del re Filippo II di Spagna, che portò con sé sulla propria nave nella battaglia di Lepanto. Negli anni venti del XX secolo i Cristeros, cattolici messicani che si erano ribellati al governo anticlericale, portavano in battaglia l'immagine della Virgen morenita sulle proprie bandiere.



Il mantello è del tipo chiamato tilma: si tratta di due teli di ayate (fibra d'agave) cuciti insieme. L'immagine di Maria è di grandezza lievemente inferiore al naturale, alta 143 cm. Le sue fattezze sono quelle di una giovane meticcia: la carnagione è scura. Maria è circondata dai raggi del sole e ha la luna sotto i piedi; porta sull'addome un nastro di colore viola annodato sul davanti che, tra gli aztechi, indicava lo stato di gravidanza; sotto la luna vi è un angelo dalle ali colorate di bianco, rosso e verde (i colori dell'attuale bandiera messicana), che sorregge la Vergine.

La figura ha caratteristiche particolari che la ricollegano alle divinità della religione azteca. Il mantello verde e blu che indossa la Madonna era anche un simbolo della divinità chiamata Ometeotl. La Luna è un simbolo ricorrente nelle raffigurazioni mariane e pagane, quasi sempre associato alle divinità femminili. Elemento non trascurabile è il luogo dell'apparizione, ovvero la collina di Tepeyac, sulla quale sorgeva un tempio dedicato ad una dea locale, la cui pianta sacra era proprio l'agave associata all'apparizione mariana.

Alcuni autori, che hanno eseguito degli studi scientifici sul mantello, sostengono che effettivamente l'immagine non sarebbe dipinta, ma acheropita (non realizzata da mano umana); essa presenterebbe inoltre caratteristiche particolari difficili da spiegare naturalmente. Altri autori sostengono il contrario.

Il telo (in fibra di agave) è di immagine grossolana: gli spazi vuoti presenti tra l'ordito e la trama sono così numerosi che ci si può guardare attraverso.
Nonostante in Messico il clima (caratterizzato da un'atmosfera ricca di salnitro) causi il rapido deterioramento dei tessuti (specialmente di quelli in fibra vegetale), la tilma invece si è conservata pressoché intatta per circa cinquecento anni.
L'immagine non ha alcun tipo di fondo, tanto che si può guardare da parte a parte del telo (questo è un elemento a sostegno dell'ipotesi che si tratti di un'immagine acheropita). Già nel 1666 la tilma fu esaminata da un gruppo di pittori e di medici per osservarne la composizione: essi asserirono che era impossibile che l'immagine, così nitida, fosse stata dipinta sulla tela senza alcuna preparazione di fondo, e inoltre che nei 135 anni trascorsi dall'apparizione, nell'ambiente caldo e umido in cui era conservata, essa avrebbe dovuto distruggersi. Nel 1788, per provare sperimentalmente questo fatto, venne eseguita una copia sullo stesso tipo di tessuto: esposta sull'altare del santuario, già dopo soli otto anni era rovinata. Al contrario l'immagine originale, a distanza di quasi 500 anni, è ancora sostanzialmente intatta.
La tecnica usata per realizzare l'immagine è un mistero: alcune parti sono affrescate, altre sembrano a guazzo altre ancora (certe zone del cielo) sembrano fatte a olio (elemento a sostegno dell'ipotesi che si tratti di un'immagine acheropita).
Gli Aztechi dipingevano i volti in modo elementare usando la prospettiva frontale o quella di profilo. La figura presente sulla tilma è, invece, rappresentata con la prospettiva di un volto leggermente piegato in avanti e visto di tre quarti. La realizzazione dell'immagine (se fosse stata realizzata da mano umana) richiede capacità superiori a quelle esistenti all'epoca in Messico; parimenti, nessun artista occidentale era attivo nella regione in quegli anni (elemento a sostegno dell'ipotesi dell'origine acheropita dell'immagine).
I caratteri somatici della donna raffigurata sono quelli tipici di una persona di sangue misto, meticcia. L'immagine risale a pochi anni dopo la conquista del Messico, quando il tipo meticcio era assolutamente minoritario. La Madonna del Guadalupe prefigura un tipo di popolazione che diverrà maggioritario sono dopo alcune generazioni. Rimane un mistero come il presunto autore abbia raffigurato in forma così perfetta un soggetto allora così poco diffuso (elemento a sostegno dell'ipotesi dell'origine acheropita dell'immagine).
La disposizione delle stelle sul manto azzurro che copre la Vergine non sembra casuale ma rispecchierebbe l'area del cielo che era possibile vedere da Città del Messico durante il solstizio d'inverno. Se ne accorsero per primi gli astronomi messicani dell'epoca.
Particolarità singolari presenti e riscontrate sugli occhi dell'immagine sono assolutamente inspiegabili se si ritiene che l'immagine sia stata realizzata da mano umana.

Nel 1791 si rovescia accidentalmente acido muriatico sul lato superiore destro della tela. In un lasso di 30 giorni, senza nessun trattamento, si sarebbe ricostituito miracolosamente il tessuto danneggiato.
Nel 1936 il chimico Richard Kuhn esaminò due fibre di colore diverso prelevate dal mantello: analizzate, non mostrarono la presenza di alcun pigmento.
Nel 1979 Philip Serna Callahan scattò una serie di fotografie all'infrarosso. L'esame di queste foto rivelò che, mentre alcune parti dell'immagine erano dipinte (potrebbero essere state aggiunte in un secondo momento), la figura di Maria era impressa direttamente sulle fibre del tessuto; solo le dita delle mani apparivano ritoccate per ridurne la lunghezza.
Nel 1951 il fotografo José Carlos Salinas Chávez dichiarò che in entrambe le pupille di Maria, fortemente ingrandite, si vedeva riflessa la testa di Juan Diego. Nel 1977 l'ingegnere peruviano José Aste Tonsmann analizzò al computer le fotografie ingrandite 2500 volte e affermò che si vedono ben cinque figure: Juan Diego nell'atto di aprire il proprio mantello, il vescovo Juan de Zumárraga, due altri uomini (uno dei quali sarebbe quello originariamente identificato come Juan Diego) e una donna. Al centro delle pupille si vedrebbe inoltre un'altra scena, più piccola, anche questa con diversi personaggi. Nella puntata di Voyager del 12 ottobre 2009, viene detto che i personaggi fino a quel momento trovati sono 13.

Elaborazioni fotografiche ottenute con tecnica di ripresa ai raggi infrarossi evidenziano alcuni ritocchi successivi e rendono lecita l'ipotesi che l'autore abbia realizzato il contorno della figura a mo' di schizzo, per poi colorarla.
Nel 1556, nel corso di un esame del mantello, fu affermato che l'effigie fosse stata dipinta dal “pittore indiano Marcos” (che alcuni studi riconducono a Marcos Cipac d'Aquino, un artista azteco dell'epoca) l'anno prima.
Nel 1982 José Sol Rosales esaminò il tessuto al microscopio e affermò che la colorazione dell'immagine è dovuta ad alcuni pigmenti già disponibili e utilizzati nel XVI secolo.
Le caratteristiche dell'immagine rispecchiano gli schemi dell'arte figurativa spagnola del XVI secolo, avente come oggetto le rappresentazioni mariane; la tradizione su Juan Diego invece, secondo alcuni studi, risalirebbe al secolo successivo.
L'esistenza stessa di Juan Diego è stata decisamente messa in dubbio, anche da importanti esponenti cattolici, nel periodo del processo di canonizzazione di Juan Diego, come ad esempio da Guillermo Schulemburg Prado, membro della Pontificia Accademia Mariana e primo amministratore (per trent'anni) della basilica di Guadalupe; dall'ex nunzio apostolico messicano, Girolamo Prigione; dall'arcivescovo polacco Edward Nowak, segretario della Congregazione per le Cause dei Santi ("sull'esistenza di questo Santo si sono sempre avuti forti dubbi. Non abbiamo documenti probatori ma solo indizi. Nessuna prova presa singolarmente dimostra che Juan Diego sia esistito", in un'intervista al quotidiano Il Tempo).
L'immagine che si vede nelle pupille ha una risoluzione troppo bassa per poter affermare con certezza che vi si vedano i personaggi che alcuni affermano di riconoscere. Gli scettici liquidano questa affermazione come un caso di pareidolia, la tipica tendenza umana a ricondurre a forme note degli oggetti o dei profili dalla forma casuale.

Alfonso Marcué, fotografo ufficiale dell'antica Basilica di Guadalupe di Città del Messico, ha scoperto nel 1929 quella che sembrava l'immagine di un uomo barbuto riflessa nell'occhio destro della Madonna. Nel 1951 il disegnatore José Carlos Salinas Chávez ha scoperto la stessa immagine mentre osservava con una lente d'ingrandimento una fotografia della Madonna di Guadalupe. L'ha vista riflessa anche nell'occhio sinistro, nello stesso posto in cui si sarebbe proiettato un occhio vivo.

Nel 1956 il medico messicano Javier Torroella Bueno ha redatto il primo rapporto medico sugli occhi della cosiddetta Virgen Morena. Il risultato: come in qualsiasi occhio vivo si compivano le leggi Purkinje-Samson, ovvero c'è un triplice riflesso degli oggetti localizzati davanti agli occhi della Madonna e le immagini si distorcono per la forma curva delle sue cornee.

Nello stesso anno, l'oftalmologo Rafael Torija Lavoignet ha esaminato gli occhi della Santa Immagine e ha confermato l'esistenza nei due occhi della Vergine della figura descritta dal disegnatore Salinas Chávez.

Dal 1979, il dottore in sistemi computazionali e laureato in Ingegneria Civile José Aste Tönsmann ha scoperto il mistero racchiuso dagli occhi della Guadalupana. Mediante il processo di digitalizzazione di immagini per computer, ha descritto il riflesso di 13 personaggi negli occhi della Virgen Morena, in base alle leggi di Purkinje-Samson.

Il piccolissimo diametro delle cornee (di 7 e 8 millimetri) fa escludere la possibilità di disegnare le figure negli occhi, se si tiene conto del materiale grezzo sul quale è immortalata l'immagine.

Il risultato di 20 anni di attento studio degli occhi della Madonna di Guadalupe è stata la scoperta di 13 figure minuscole, afferma il dottor José Aste Tönsmann.
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mercoledì 8 febbraio 2017

LE MADONNE CHE PIANGONO

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Lungo i secoli del Cristianesimo, Maria è apparsa varie volte, di tanto in tanto, quasi ad accompagnare l’umanità, che gli fu affidata da Gesù sulla Croce, nel cammino faticoso della vita di ognuno e delle Nazioni.

Non tutte le immagini che piangono sono il risultato di truffe e di abili contraffazioni, ci sono numerosi casi che non rivelano alcun intervento umano e sembrano sfuggire ad ogni spiegazione scientifica. Alcuni di questi casi sono stati studiati a fondo da scienziati e da commissioni teologico-scientifiche senza che fosse possibile trovare una causa naturale che potesse spiegarli. Alcuni di essi, dopo lunghi anni di indagine, sono stati anche riconosciuti dalla Chiesa.

Il 21 marzo del 1953, Angelo e Antonina Iannuso celebravano le loro nozze a Siracusa, una città italiana della Sicilia. Ricevettero come regalo una scultura in gesso a forma di busto piano che rappresenta il "Cuore Immacolato di Maria".

Antonina successivamente rimase incinta, condizione a cui si accompagnarono alcune malattie che i suoi medici diagnosticarono come toxemia associata ad una sintomatologia di convulsioni e cecità temporanea.

Il 29 agosto dello stesso anno, giorno di sabato, ebbe un attacco di convulsioni che la lasciò cieca fino alle 8.20 di mattina. La signora riferì quanto segue: "Aprii gli occhi e fissai lo sguardo sulla Vergine che stava sopra il mio capezzale. Con mia grande sorpresa vidi che stava versando lacrime. Chiamai mia cognata Grazia e mia zia Antonina Sgarlata che vennero da me e allora mostrai loro le lacrime. All'inizio pensarono che avessi le allucinazioni per via della mia malattia, ma quando si avvicinarono alla placca poterono distinguere le lacrime che le scendevano dagli occhi, videro anche come le lacrime cadevano sulla spalliera del letto. Con timore presero l'immagine e la portarono fuori dalla casa per mostrarla ai vicini che confermarono a loro volta il fenomeno...".

Numerose persone assistettero all'accaduto: Mario Messina, molto considerato nel quartiere, accertò che non c'era alcun meccanismo interno che potesse spiegare il fenomeno, un altro asciugò le lacrime ma immediatamente ne uscirono delle altre.

Domenica 30 agosto, alle 2.00 del mattino cominciò l'effusione di lacrime. Tre sacerdoti che assistettero all'evento informarono la Cancelleria del Vescovo, il quale inviò immediatamente degli esperti per prelevare campioni del liquido e condurre su di essi degli studi chimici. Alcuni membri della commissione esaminarono la composizione dell'effigie non trovandovi né porosità né irregolarità nella superficie. Analizzarono la parte posteriore confermando che era asciutta, tuttavia davanti era inumidita dalle presunte lacrime. Alla fine raccolsero 20 gocce. Dopo l'esame l'immagine "pianse" per altri 51 minuti circa. Alle ore 11.40 della mattina del 1° settembre la lacrimazione ebbe termine e il fenomeno non tornò mai più a ripetersi.

Le conclusioni della Commissione furono le seguenti: "... il liquido esaminato mostra di essere formato da una soluzione di cloruro di sodio in cui si rilevano tracce di proteine e nuclei che provengono dai centri escretori di tipo quaternario, è identico a quello che è stato trovato in secrezioni umane simili usate come modelli comparativi durante l'analisi". "L'aspetto, l'alcalinità e la composizione inducono a considerare che il liquido esaminato è analogo alle lacrime umane".

Il rapporto venne trasmesso il 9 settembre del 1953, firmato dai dottori Michele Cassola, Francesco Cotzie, Leopoldo Rosa e Mario Marietta. Dopo aver ricevuto questo documento l'Arcivescovo di Palermo, il cardinale Ernesto Ruffini, annunciava nel dicembre del 1953 per trasmissione radiofonica: "...Dopo aver analizzato con attenzione le numerose informazioni, aver ottenuto risultati positivi nelle diligenti analisi chimiche a cui sono state sottoposte le lacrime, noi Vescovi di Sicilia; esprimiamo unanimemente il giudizio che non può essere messa in dubbio la realtà dei fatti".

L'anno seguente, il 17 ottobre del 1954, Sua Santità Pio XII proclamava in un'altra trasmissione radiofonica: "...prendemmo conoscenza della unanime dichiarazione dell'Episcopato della Sicilia sulla realtà di quell'evento... Comprenderanno gli uomini l'arcano linguaggio di quelle lacrime?".

Successivamente venne formata un'altra commissione medica che si incaricò di esaminare 290 casi di guarigioni da mettere in relazione con questo speciale evento.

La storia di Akita deve essere tenuta in grande considerazione da coloro che hanno la responsabilità dell'orientamento delle persone in questo delicato ambito di eventi straordinari, poiché per molti le ultime apparizioni riconosciute e autorizzate sono quelle di Fatima. Ne ignorano molte altre come quelle di Beauraing e di Banneux (1932-33) nel Belgio, quelle di Betania in Venezuela, riconosciute dall'Arcivescovo Mons. Pío Bello Ricardo nel 1987.

A 42 anni Agnese Katsuko Sasagawa entra nel convento delle "Serve della Sacra Eucarestia". Come attestano i registri del 12 maggio 1973, la suora era completamente sorda ed irrimediabilmente incurabile.

Gli eventi acquistano rilievo quando il 12 giugno dello stesso anno Suor Sasagawa nota una luce brillante provenire dal tabernacolo a cui segue una specie di fumo, successivamente le figure si fanno più definite e la religiosa dice di vedere degli angeli che circondano il Tabernacolo in atteggiamento di adorazione davanti alla Santa Ostia. Casualmente, in quei giorni il Vescovo Ito si trovava in quel luogo per fare una settimana di ritiro spirituale e poté essere testimone di molti degli eventi, assieme al direttore spirituale del convento R. P. Teiji Yasuda.

Nella notte del 28 giugno 1973 appare nella palma della mano sinistra di Agnese una ferita a forma di croce di tre centimetri per due che le causa un intenso dolore; il 5 luglio si apre causandole maggiore dolore e versando sangue.

La mattina del 6 luglio entra per pregare nella Cappella davanti a una statua realizzata in legno dallo scultore buddista M. Saburo Wakasa. "Quando mi avvicinai alla statua - riferisce Agnese -, sentii che la statua dava l'impressione di essere viva... era immersa nella luce e una voce risuonò nelle mie orecchie sorde". Secondo lei la Vergine le parlò esprimendo una promessa: "la tua sordità sarà guarita...".

Il giorno seguente, quando le consorelle entrarono nella Cappella per pregare davanti alla Vergine, scoprirono con stupore che dalla mano destra della statua fuoriusciva del sangue. Osservarono con maggiore attenzione constatando che c'era una ferita a forma di croce identica a quella che aveva Suor Agnese. La ferita sanguinò tutti i venerdì del mese di luglio del 1973, così come avvenne con la ferita della religiosa.

La notte del 29 settembre tutta la comunità notò che dalla statua emanava una grande luce che immediatamente si trasformava in qualcosa che sembrava umidità. Il liquido venne asciugato con del cotone che venne poi inviato ai laboratori dell'Università di Akita, i quali accertarono che la composizione corrispondeva a "secrezioni umane".

Nel 1982 visitò la sua opera lo scultore buddista che l'aveva realizzata; rimase stupito quando rivide l'immagine e constatò che nessuna parte era cambiata tranne il viso che appariva assolutamente diverso. Il 4 gennaio 1975 il Vescovo Ito e molte persone che si trovavano in quel luogo per fare un ritiro spirituale, osservarono quel giorno la statua versare lacrime per tre volte. Durante i 10 anni di studio successivi non fu possibile attribuire questi fenomeni ad altre cause se non quella soprannaturale.

L'Arcivescovo Ito incaricò il professor Sagisaka, M.D., specialista in medicina forense e non credente, di fare l'esame scientifico dei tre fluidi, senza averlo informato da dove provenissero. I risultati dei test indicarono che: "la materia presente nella garza è sangue umano. Il sudore e le lacrime assorbite dai due pezzi di cotone sono di origine umana". Successivamente si scoprì che il sangue apparteneva al gruppo B, il sudore e le lacrime al gruppo AB.

Un sacerdote gesuita, non giapponese, dell'Università di Sofia a Tokyo, al corrente del fatto che anche Agnese aveva sangue del tipo B, sostenne che Suor Sasagawa esercitasse il potere occulto della "pratica ectoplasmatica", con la quale era in grado di "trasferire" il proprio sangue sulla statua così come il sudore e le lacrime. Quando al religioso venne chiesto come fosse possibile che potesse fare lo stesso stando a 250 chilometri dal quel luogo, rispose che "c'era un'altra persona vicino alla Vergine" con le stesse facoltà ectoplasmatiche.

Karou Sagisaka, M.D., del Dipartimento di Medicina forense della Scuola di Medicina dell'Università di Akita, fece un altro esame dei fluidi, i cui risultati vennero consegnati alle autorità ecclesiastiche il 30 novembre 1981 e nei quali si rivela: "L'oggetto esaminato ha in aderenza liquidi umani che corrispondono a sangue di tipo 0". Ma un'altra analisi precedente aveva dato come risultato un tipo B e le sudorazioni e le lacrime corrispondevano al gruppo AB, per cui i campioni appartenevano a tre gruppi diversi.

Spiega Joan Carroll (1993), che è un dato di fatto medico che il sangue, le lacrime e le sudorazioni di un individuo appartengano allo stesso tipo di sangue. Un fluido non può differire nel tipo da altri fluidi dello stesso corpo. Se Suor Agnese apparteneva al gruppo B, non poteva "trasferire" sangue o fluidi che appartengono ai gruppi AB o 0. La teoria del sacerdote venne quindi confutata dagli esperti in ematologia. In virtù di questi risultati, quando si studiano eventi simili "il tipo" di sangue non è un criterio fondamentale di analisi, poiché tanto Gesù quanto Maria potrebbero avere "il sangue di tutti i loro figli". Pertanto risulta priva di senso l'insistenza nel voler conoscere il "gruppo sanguigno" di ogni statua che sanguina. Gli scienziati concordano nell'affermare che l'analisi preponderante è quella genetica, perché è in grado di stabilire senza limiti l'origine umana o meno di un campione.

La statua ebbe 101 lacrimazioni che si succedettero a periodi irregolari dal 4 gennaio 1975 al 15 settembre 1981. I testimoni sono migliaia, fra loro molti non cattolici come il sindaco della città di Akita.

Terminate le analisi, il Vescovo Ito, ordinario della diocesi di Niigata, scrisse il 22 aprile 1984 una Lettera Pastorale annunciando le seguenti disposizioni: "Autorizzo in tutta la diocesi di mia competenza la venerazione della Santa Madre di Akita".

Il caso di Teresa Musco, morta in Italia nel 1976, certifica la lacrimazione di 24 immagini nel suo domicilio. Nel 1982, nella casa di Mirna Nazour a Damasco (Siria), un piccolo quadro della Vergine comincia ad avere effusioni di olio, l'analisi mostra che è olio di oliva; casi simili si registrano in Ecuador a partire dal 1988. A Naju (Corea), nell'abitazione di Julia Kim, l'immagine dello Madonna essuda lacrime di sangue umano dal 1985.



Nel 1995 le informazioni in merito si moltiplicano, fra gennaio e marzo piangono e sanguinano circa 30 immagini nel mondo, una delle ultime in Argentina.

A partire dal 2 febbraio 1995 a Civitavecchia un'immagine della Vergine di Medjugorje sanguina 15 volte, le analisi condotte da un'équipe di ricercatori dell'Ospedale Gemelli di Roma, confermano che il campione è umano dopo avere identificato la catena genetica corrispondente.

Il 9 marzo 1995, un caso agita la mente e il cuore di tutti i boliviani: per la prima volta nella storia della Chiesa ufficiale, un busto di Cristo piange a Cochabamba (Bolivia).

Il 9 marzo del 1995 la Sig.ra. Silvia Arévalo, una hostess della compagnia aerea "Lloyd Aéreo Boliviano", acquistò un'immagine del Cristo a forma di busto, con l'intento di metterla in una cappella privata all'interno della sua casa di Cochabamba, in Bolivia.

Poche ore dopo aver collocato l'immagine nella cappella, si produsse la prima lacrimazione, che causò gran sorpresa sulla Sig.ra. Silvia, su sua madre, la Sig.ra Emma Urquidi, ed altri parenti che erano presenti. Alcuni giorni dopo, il 2 aprile, l'immagine cominciò a sanguinare.

Da allora le lacrimazioni e le essudazioni di sangue si sono ripetute in maniera intermittente, e non hanno mancato di risvegliare non soltanto curiosità, ma anche un'enorme religiosità popolare. Questo evento suscitò col tempo una grande eco e sono ormai sempre più numerosi i devoti che si recano a venerare l'immagine.

In riguardo a questo argomento, esiste una leggenda su papa Sisto V che venuto a conoscenza di un Crocifisso che sanguinava, si recò sul posto e con un ascia spaccò il Crocifisso recitando la frase: “Come Cristo ti adoro, come legno ti spacco.” Infatti nel legno del Crocifisso emersero spugne bagnate di sangue.

Nei pressi di Podenzana si gridò al miracolo allorché, in località Gaggio, un eretico con l’accetta in mano ad ogni colpo per abbattere una pianta di castagno pronunciava una bestemmia. Udì una voce "Perché mi fai male?" e subito dopo dalla pianta uscì l’immagine della Madonna piangente. Alla conversione dell’uomo seguì la costruzione di una Chiesa nel cui altar maggiore fu appunto murato il castagno. Un vescovo incredulo, siamo quasi ai giorni nostri, volle verificare a metà del secolo scorso, la veridicità della storia. Dall’altare dove fu aperta una breccia apparve il tronco dell’albero, il 5 agosto di ogni anno i pellegrini salgono alla Madonna del Gaggio implorando grazie e benedizioni. E dopo aver soddisfatto lo spirito pensano al corpo gustando gli squisiti panigacci, specialità del paese.

Nel Medioevo, mentre si sviluppa il culto dell’Addolorata, incontriamo la prima lacrimazione mariana. Nel 1489 a Pennabilli nelle Marche "un’immagine della Vergine Maria, dipinta a olio sul muro, iniziò improvvisamente a lacrimare. L’avvenimento provocò grande scalpore". Seguono quelle di Assisi (1494), Treviglio (1522) e Dongo (1553), dove le immagini di Maria lacrimano e danno origine a Santuari.

Non occorrerà attendere molto per trovare le prime Lacrimazioni di sangue: quella di un’immagine a Ponte Nossa (Bergamo) nel 1511; quella di una statuetta della Madonna  troneggiante su una grande falce lunare che nel 1583 a Copacabana (Bolivia) cambia i tratti del volto e versa lacrime di sangue, e quella avvenuta nel 1598 a Mesagne (Brindisi), dove un’immagine di Maria fu vista da numerose persone lacrimare sangue.

I segni della presenza di Maria nella vita delle Comunità assumono un triplice significato: partecipano alla sofferenza del popolo (condivisione), lo preservano e immunizzano da un pericolo imminente (preservazione) e infine lo proteggono dagli attacchi avversari (protezione).

La figura di Maria assume il ruolo di difesa contro l’avanzare dell’eresia o del paganesimo dei tempi moderni. Non per nulla, in Francia e altrove, Santuari e immagini di Maria sono bersaglio da parte di Calvinisti e poi dei rivoluzionari. Ella diviene il simbolo della Controriforma.

Si possono distinguere con Chiron apparizioni preventive, che intendono prevenire l’affermarsi del Protestantesimo in una data regione (per esempio, le apparizioni di Maria a Locarno nel 1504, a Utelle nel 1510, a Cotignac nel 1519, nei Pirenei tra 1510 e 1520, a Savona nel 1536, ecc.), e Apparizioni di riconquista, che mirano a ripristinare la religione cattolica e la devozione mariana, come quelle avvenute all’inizio del Seicento a Siluva in Lituania e a Szydlow in territorio polacco: in ambedue la Vergine appare piangente, deplorando il progresso del Calvinismo in quelle regioni che ritorneranno poi al Cattolicesimo.

Con l’Illuminismo e la Rivoluzione Francese la società si stacca dal Cristianesimo e perfino lo combatte e deride. Il culto, compreso quello mariano, perde ogni rilevanza e Voltaire non manca di lanciare il suo sarcasmo su Notre Dame de Liesse e sulla sultana convertita Ismeria. Non si tratta solo di parole, perché la furia iconoclasta dei rivoluzionari distrugge i Santuari mariani di Médous e di Boulogne, ne chiude altri, come quelli di Bétharram e di Liesse, ne brucia la statua o addirittura la ghigliottina, come avviene a Notre Dame des Ardilliers.

Come in tutti i periodi di turbolenze, fioriscono i prodigi: apparizioni, "Madonne occhiomoventi", statue piangenti… Tra queste va segnalata la Lacrimazione abbondante di una statua della Vergine nel Dicembre 1790 in un Convento di ‘Recollette’ a Parigi. Il suo significato è posto in relazione con la soppressione dei Voti religiosi da parte dell’Assemblea Costituente, che ha comportato l’uscita nel mondo di parecchi membri di Congregazioni e Ordini. Anche ad Avignone nel 1791 una statua piange quattro mesi dopo l’annessione della città papale alla Francia; segue una sollevazione di popolo e una repressione. Un’altra statua lacrima nel 1792 presso Blois; l’anno seguente il Santuario viene saccheggiato e la statua mutilata.

Nel contesto della folgorante "Campagna d’Italia" di Napoleone Bonaparte che avanzava minaccioso nei territori della Chiesa con i suoi Francesi "divenuti barbari tanto nel costume, quanto nella religione", avviene quella che Renzo De Felice chiama un’"ondata di miracoli" che, soprattutto nel corso dell’estate 1797, invade il territorio dello Stato Pontificio, sicché a Roma l’Autorità ecclesiastica riconosce che dal 1796-97 ben 26 immagini della Vergine, di cui 11 "Madonnelle", hanno mosso gli occhi. I gesti dell’immagine mariana sono visti come "un segno positivo, rassicurante, e così infatti lo interpretarono i testimoni presenti". Lo storico Gabriele De Rosa riferisce di una statua di Maria piangente a Roma nel 1798 davanti a 50.000 persone.

Nel 1813 a Lipsia (Germania) si registra l’Apparizione di Maria piangente a un soldato polacco, Tommaso Klossowski, gravemente ferito nella battaglia contro Napoleone. La Madonna tiene stretta al petto, in segno di protezione, l’aquila polacca e gli predice la guarigione e il ritorno in patria.

Poi, il 19 Settembre 1846, appare sulla montagna di La Salette a Massimino e Melania, rispettivamente di 11 e 15 anni: con la testa fra le mani piange silenziosamente e le sue lacrime raggiungono il suolo, mentre dice: "Da quanto tempo soffro per voi! Se voglio che mio Figlio non vi abbandoni, devo incaricarmi di pregarlo incessantemente per voi, e voi non ci fate caso. Per quanto pregherete e farete, non potete mai compensare la pena che io mi sono presa per voi".

Nel corso dell’Ottocento si alternano Lacrimazioni di statue e Apparizioni della Madonna in lacrime. Anzi, queste sono incorniciate da due statue piangenti, una nel 1830 a Parigi e una nel 1892 a Campocavallo. Maria appare piangente, oltre che nel 1813 a Lipsia e nel 1846 a La Salette, nel 1848 a Obermauerbach (Germania), nel 1853 a Cerreto (Firenze), nel 1872 a L’Hôpital dove le lacrime sono di sangue e nel 1888 a Vallensanges (Francia).

Il Novecento è il secolo delle dittature comunista, fascista e nazista, con le persecuzioni e orrori di cui sono state responsabili, ognuna secondo la propria misura. In mezzo si colloca il Concilio Vaticano II che segna l’apertura definitiva della Chiesa in rapporto all’ecumenismo e al mondo contemporaneo. Proprio in questo secolo si registra una proliferazione di Apparizioni e Lacrimazioni da non temere il paragone con le altre precedenti epoche storiche. Bouflet e Boutry riferiscono 400 segni straordinari, veri o presunti, quattro volte più di tutti gli eventi analoghi anteriori al Novecento. Essi, pur muovendosi su un piano spirituale, rivestono talvolta in modo esplicito un carattere protestatario in rapporto alla Russia comunista, come emerge dal Messaggio di Fatima.

Dopo Siracusa sono segnalate almeno altre 69 Lacrimazioni, di cui 16 di sangue, 49 di liquido lacrimale e 4 di ambedue. Si registra quindi un’escalation che tocca il suo apice quantitativo negli anni ’80 e qualitativo nel 1995 con la sanguinazione di Civitavecchia, ripetuta 14 volte e molto pubblicizzata dalla stampa.

A far 'lacrimare' la Madonna nella chiesa di Santa Lucia di Forli', sarebbe stato - secondo le indagini - il custode della stessa chiesa. L'uomo, un napoletano di 63 anni, e' indagato dalla procura di Forli' con le ipotesi di reato di abuso della credulita' popolare e deturpamento di cose altrui. Il custode, riporta il Resto del Carlino, nega tutto. Secondo gli inquirenti complice sarebbe stato un commerciante e il movente quello di incrementare il business per l'afflusso di fedeli e curiosi.

Il grazioso e devoto Santuario della Madonna della Caravina si trova sulla strada che collega Lugano e Porlezza, sulle rive del Ceresio.
Nel punto dove, fra il verde chiaro degli ulivi e quello più cupo dei cipressi, biancheggia il Santuario e dove il monte sembra protendersi sul lago quasi a contemplarne la severa bellezza, esisteva fin dagli inizi del 1500 una rozza cappelletta campestre che aveva dipinta sullo sfondo la Madonna Addolorata con Gesù morto sulle ginocchia. Nel 1530, un fuoriuscito valsoldese, sfuggito alla giustizia, aveva potuto salvarsi varcando il confine italo-svizzero. Arrivato alla cappelletta della Caravina, le autorità sanitarie della Valsolda lo sottoposero per misura precauzionale ad una rigorosa quarantena. Purtroppo il poveretto era infetto da peste bubbonica. Consunto dall’inedia e rifuggito da tutti, l’infelice passava le lunghe ore della giornata all’interno della cappelletta a domandare conforto a Colei che i Padri della Chiesa chiamano "Pubblico Ospedale dei poveri peccatori". Un giorno vide in sogno la Madonna della Caravina, prendere vita, avvicinarsi a lui e fargli quello che il Buon Samaritano fece al viandante di Gerico. Svegliatosi, s’accorse d’essere guarito. Il sogno era diventato realtà. Pochi anni dopo accadrà il miracolo che darà origine al Santuario odierno.

L’undici Maggio 1562, lunedì dopo l’Ascensione e primo giorno delle Rogazioni secondo il rito ambrosiano, verso mezzogiorno, terminata a Cima la processione di penitenza, i fedeli facevano  ritorno alla spicciolata alle loro case. Due donne, Pedrina di Cortivo e Beltramina Mazzucchi, alla Caravina, vollero entrare nella cappelletta per salutare la Madonna. Con loro grande meraviglia, arrivate La videro piangente da entrambi gli occhi.

In breve, si sparse la notizia: "La Madonna della Caravina piange!".

Altri miracoli confermarono, il giorno stesso, il pianto miracoloso della Vergine: una donna di Oria, malata ad una gamba da parecchi anni, guarì improvvisamente. Tre giorni dopo, due sacerdoti ammalati, guarirono celebrando la S. Messa. Un povero sordo, oltre ad ottenere la guarigione, vide un turbinio di piccole stesse attorno all’immagine miracolosa della Madonna. Questi ed altri miracoli arrivarono all’orecchio dell’Arcivescovo di Milano, che era allora S.Carlo Borromeo. Egli ordinò l’indagine canonica per stabilire l’autenticità dei miracoli. Il risultato fu che l’Autorità Ecclesiastica dichiarò miracoloso il quadro della Caravina ed ordinò la costruzione del Santuario.

A ritroso nel tempo, a 155 anni fa, ai primi di agosto del 1834.

Tra le borgate sparse di Valmala si diffonde una strana notizia:

- Lassù al Chiotto è apparsa una Signora piangente!

- 'Na frema ch'a paura, ch'a pioura sempe...

La notizia portata a valle da alcuni pastorelli fa tosto il giro del paese, suscitando commenti diversi, per lo più sfavorevoli.

Ai primi di agosto le quattro Marie col piccolo Chiffredo ed alcuni altri sono giunti al Chiotto. Sono circa le dieci del mattino. Deposto sul lastrone il loro zainetto, già stanno per mettersi a giocare, quando una Bella Signora, sui vent'anni, colle mani tese verso di loro e le braccia aperte in atteggiamento benevolo, materno.
Indossa un lungo vestito rosso cupo che le scende fino ai piedi ed un altrettanto lungo velo azzurro, unito sul davanti da un bottoncino dorato brillantissimo. Stringe i fianchi una lucente cintura dorata. In capo porta una corona abbagliante di luce.
Il suo aspetto è triste. I suoi occhi sono pieni di lacrime.

A Jaffna, la zona del nord Sri Lanka al centro della guerra civile tra ribelli ed esercito nazionale, una statua della Madonna di Lourdes ha versato lacrime di sangue. La statua, che si trovava in una casa nei pressi della strada che conduce all’ospedale di Jaffna, è stata subito trasferita nella chiesa più vicina, quella di San Giovanni Battista.

Dagli anni del dopoguerra in poi si è assistito ad una proliferazione eccezionale di fenomeni mistici quali apparizioni, visioni, messaggi celesti, praticamente in tutti i paesi del mondo.
Il noto mariologo francese René Laurentin ne ha studiati circa 1800 ed ha pubblicato parecchi libri sull'argomento, reperibili con facilità presso le librerie cattoliche. Gli autori che hanno scritto su tali eventi sono invero molti ma basterà citare la fama internazionale di Laurentin, i suoi precedenti studi su Lourdes, le solide argomentazioni.
 
La Chiesa, giustamente sempre cauta su questi fenomeni, ha súbito assunto un atteggiamento di distacco e ha invitato a non creare una sorta di psicosi del miracolo.
Non v'è dubbio che fenomeni del genere possano benissimo ascriversi all'intervento dall'alto, ma è altrettanto indubbio che piú spesso si tratta semplicemente dell'azione del pathos popolare, che finisce col creare apparenze anche eclatanti, all'occhio umano.
Un sottile filo sembra collegare i vari fattori che intervengono nella manifestazione di accadimenti del genere: ed allora il problema si complica non poco. C'è da chiedersi quanto influisca su tutto questo la oggettiva condizione interiore dell'uomo moderno, la sua condotta esistenziale, la sua capacità cognitiva, il suo bisogno di soprannaturale, la sua disperazione spirituale: siano esse vissute in modo conscio o, come è ormai norma oggigiorno, in modo inconscio.



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sabato 1 agosto 2015

LA MADONNA DI TRAPANI

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La Madonna era venerata in una chiesa di Siria, proprietà del cavaliere Templare pisano, certo Guerreggio. Detta immagine, per tradizione, si riteneva trasportata in questo paese dall’isola di Cipro, ove fu fatta nell’anno 733. Alterne vicende politiche e cruenti battaglie ridussero nelle mani di Saladino, gran Sultano di Babilonia, tutta la Terra Santa. I cavalieri Templari, pertanto, dopo la sconfitta di San Giovanni D’Acri, decisero di tornarsene in patria. Guerreggio pensò bene d’imbarcare anche la "sua" Madonna per toglierla dalle mani degli infedeli; e con quel dolce carico fecero rotta verso Pisa, loro città di origine. Dopo un viaggio più o meno sereno, giunti al largo di Lampedusa, li colse una furiosa tempesta tanto che a stento poterono raggiungere quell’isola. Tornata la bonaccia, ripresero il largo, ma una seconda tempesta, molto più furiosa, nei pressi delle isole Egadi, li costrinse a svuotare le stive della nave. La leggenda a questo punto, narra che, alleggeritasi la nave del prezioso carico, la tempesta si placò improvvisamente, e la cassa, dalla quale per divino miracolo si spargeva tutt’intorno un mistico alone di luce, galleggiò sulle onde e si mosse rapidamente verso Trapani, come guidata da una precisa volontà di giungere a quel porto. La Sacra Immagine venne raccolta dai marinai trapanesi e portata a riva. Giunse intanto la nave che si fermò nel porto il tempo necessario a riparare le gravi avarie subìte durante il procelloso viaggio. Nel frattempo il Simulacro della Vergine aveva compiuto una serie di miracolose guarigioni: ciechi avevano riavuto la vista, paralitici avevano ripreso a camminare, storpi si erano improvvisamente raddrizzati. E quando il Cavalier Guerreggio si presentò per riprendere il simulacro, si trovò di fronte un assembramento di trapanesi che minacciarono di distruggere la nave se si fosse azzardato a portare con se la Statua della Madonna. Di fronte a tanta resistenza, neppure il Console di Pisa, vivente a Trapani, riuscì a far valere il suo diritto: i trapanesi dissero che la Vergine aveva scelto Trapani come sua dimora e che a Trapani sarebbe rimasta. Si convinsero allora che nella linea provvidenziale delle cose era previsto che dovevano lasciare a Trapani il dolce carico della Statua. Perciò la consegnarono al console pisano con la promessa però di imbarcarla in seguito per Pisa alla prima opportunità. La Madonna intanto fu riposta nella chiesa di S. Maria del Parto, dove i Carmelitani di recente e per un decennio avevano trovato accoglienza, prima di trasferirsi all’Annunziata, fuori le mura.

Venne il giorno propizio di spedire la Statua a Livorno. Dopo lunghe discussioni tra il Console e i cittadini, si pervenne ad un accordo: si pose la statua su un carro, trainato da buoi. Se i buoi avessero scelto la strada dell’abitato, l’immagine di Maria sarebbe rimasta a Trapani; se invece si fossero diretti verso il mare, dove un veliero era pronto per salpare, il prezioso Simulacro sarebbe stato restituito a Pisa. Ma gli animali, alla prima frustata con cui ricevettero il via davanti ad un’immensa moltitudine di popolo, in modo sorprendente e con lena, presero la via della campagna quasi ubbidissero ad una guida invisibile. Il popolo in grande calca esplose in grida di esultanza, sicuro che l’Oggetto della sua devozione voleva rimanere nella loro città. I buoi si diressero verso la Città, la traversarono e s’arrestarono soltanto dinnanzi alla Chiesina dell’Annunziata, e i Carmelitani uscirono processionalmente ad accogliere la Madonna con gioia grandissima. Il cavaliere Guerreggio, informato a suo tempo di quella decisione soprannaturale, stabilì che l’Immagine restasse a Trapani e in quella Chiesa, servita e venerata dai frati del Carmelo.

La statua, in marmo, è un capolavoro di Nino Pisano, il quale costruì altre Madonne, che per i lineamenti sono molto simili alla amatissima Madonna Trapanese; si può citare per esempio la Madonna col bambino sita nella chiesetta della Spina e la Madonna del Latte sita in San Matteo, a Pisa, e la Madonna col bambino sita in Santa Maria Novella a Firenze.
La statua della Madonna, che tuttora è custodita nella Basilica dell'Annunziata, è stata trasportata in processione 23 o 24 volte nel corso dei secoli; il primo trasporto secondo la storia risale al 1476, l 'ultimo nel 1954.
Dopo il '54 non venne più trasportata in processione per salvaguardare la statua stessa, che qualche anno fa è stata restaurata.
La Basilica è sempre piena di devoti, specialmente nel periodo che va dal primo al 16 agosto, per la quindicina.

I festeggiamenti in onore alla Madonna di Trapani, iniziano il 1° di agosto con la tradizionale quindicina.
La quindicina (o VIAGGIO) consiste che per quindici giorni ogni devoto fa visita alla Madonna da casa propria fino al Santuario a piedi, alcuni anche scalzi; durante il tragitto si devono recitare delle preghiere: c'è la coroncina alla Madonna da cantare assieme alle litanie carmelitane.
La festa vera e propria inizia il 13 agosto con lo 'SBARCO' della statua della Madonna di Trapani (da quando non esce in processione l'originale, usciva la copia in legno che si conservava in Cattedrale portata rigorosamente a spalla) ma da quest'anno è andata in processione una nuova copia della statua della Madonna, identica all'originale, trasportata da una coppia di buoi (come avveniva con l'originale). La statua dopo un breve giro entra in Cattedrale.





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mercoledì 27 maggio 2015

IL SANTUARIO DI SANTA MARIA DELLA CROCE A CREMA



Il santuario di Santa Maria della Croce è una basilica minore cattolica, posta a un chilometro dal centro storico della città di Crema, lungo la strada per Bergamo.

A progettare il santuario venne chiamato l'architetto lodigiano Giovanni Battagio, allievo del Bramante, comunque formatosi nella modernissima scuola milanese.

Attorno al 1500 il Battagio ruppe i rapporti con i fabbriceri e la prosecuzione della fabbrica venne affidata a Giovanni Montanaro.

Nel 1514 Crema era sotto assedio delle truppe sforzesche: la difesa della città fu affidata a Renzo da Ceri, il quale fece spianare tutto ciò che stava attorno alla città eccetto il santuario in avanzato stato costruttivo trasformando la chiesa in fortino. Renzo da Ceri vinse grazie ad una sortita in quel di Ombriano, ma l'assedio durato quattro mesi non fu favorevole al santuario che ne uscì gravemente danneggiato.

Le vicende belliche e un'epidemia di peste rallentarono la prosecuzione dei lavori: le prime decorazioni interne vennero avviate verso il 1541.

Nel 1585 il santuario fu affidato alla parrocchia di Pianengo.

Nell'anno 1593 il podestà veneto Nicola Vendramin fece costruire una nuova strada di collegamento tra Porta Serio e il santuario: fu a lungo nota come strada Vendramina e venne ulteriormente allargata e quindi alberata nel 1810.

Il 14 novembre 1664 il doge di Venezia Domenico Contarini autorizzava l'istituzione di una fiera da tenersi ogni anno il 25 marzo giorno dell'Annunciazione: la prima edizione si tenne nel 1666 e viene allestita tuttora.

Nel 1694 il santuario fu affidato all'ordine dei Carmelitani Scalzi i quali pochi anni dopo (1706) iniziarono la costruzione dell'imponente convento. Nel 1710 aggiunsero anche il campanile. I Carmelitani tuttavia non vi rimasero a lungo: nel 1810 dovettero abbandonare Crema a seguito delle soppressioni napoleoniche.

Partiti i frati nacque il problema dell'affidamento della cura d'anime al quartiere che nel frattempo era sorto attorno al santuario: nell'anno 1828 il vescovo di Crema monsignor Tommaso Ronna decretò l'istituzione della parrocchia di Santa Maria della Croce: il primo sacerdote fu don Agostino Cremonesi il quale prese possesso della parrocchia il 2 maggio 1830.

Il 4 settembre 1837 monsignor Giuseppe Sanguettola incoronò il capo della Vergine durante una cerimonia solenne.

A partire dal 26 aprile 1869 i documenti riportano il movimento degli occhi dell'immagine in terracotta che aveva riversato lacrime poco dopo l'apparizione. Il prodigio fu sottoscritto dai sacerdoti don Silvio della Noce, don Paolo Stramezzi e don Bartolomeo Borsieri che ne furono testimoni.

Alcuni interventi vennero compiuti nel 1904, allorché furono sostituite le coperture in coppi dei corpi laterali con cupolette ricoperte in rame, e nel 1914 quando il pavimento in cotto fu sostituito dall'attuale in mattonelle bicolore.

Con bolla pontificia datata 18 aprile 1958 papa Pio XII concedeva al santuario il titolo e la dignità di basilica minore: si arrivò a tanto grazie alla tenacia del vescovo monsignor Placido Maria Cambiaghi e del prevosto monsignor Francesco Piantelli.

Nel 1990, in occasione del cinquecentesimo anniversario dall'apparizione, l'edificio fu dotato di nuovi portali in bronzo opera dello scultore Mario Toffetti.

Il 20 giugno 1992 la basilica ricevette l'illustre visita di papa Giovanni Paolo II il quale si fermò a pregare nello scurolo prima di proseguire la visita alla città.

Il Santuario di Santa Maria della Croce è un buon esempio di architettura rinascimentale lombarda, progettato da Giovanni Battaglio nel 1490 sul luogo di un’apparizione mariana. Monumento d’arte e centro spirituale fra i più importanti della città. Il progetto fu affidato appunto a Giovanni Battaglio che s’ispirò al Bramante e concepì l’edificio in cotto, a pianta centrale, traforato da tre gallerie sovrapposte, con cappelle ai quattro punti cardinali. La costruzione venne portata a termine nel 1500 da Giovanni Antonio Montanaro, che vi aggiunse l’ultima galleria, in stile gotico.

All’interno, ottagonale con alternanza di altari e cappelle, l’insieme della basilica è mirabilmente affrescato e presenta un intreccio di due stili: il rinascimentale nella parte inferiore, il barocco in quella superiore.

La grandiosa cupola centrale, divisa in otto spicchi, è affrescata dai fratelli Grandi e da Giacomo Parravicino (1702): vi è raffigurato il trionfo della Croce. Sotto si snoda una splendida fascia di profeti e sibille. Affreschi con scene bibliche nelle due cappelle: in quella sud Storie di Davide di Giacomo Parravicino, in quella nord Storie di Mosè dei fratelli Giuseppe e Giacomo Torricelli (1762). Nelle due cupolette, affreschi più tardi: un Riposo della fuga in Egitto di Eugenio Giuseppe Conti (1898) e un’Assunzione di Angelo Bacchetta (1870), ambedue pittori cremaschi. Notevoli gli altari laterali ed il maggiore che presentano tele con firme di rilievo: Assunzione del veneziano Benedetto Diana (1502), Adorazione dei pastori di Antonio Campi (1575), Adorazione dei Magi di Bernardino Campi (1575), Andata al Calvario del cremasco Carlo Urbino (1580 circa), Pietà di Bernardino Campi (1575).

Il venerato gruppo della Vergine e Caterina degli Uberti è nello scurolo, affrescato nella volta (Glorificazione di Caterina) dal Parravicino, nelle lunette (quattro Apostoli), da collaboratori di Diana. Al centro del gruppo dell’apparizione, la quattrocentesca Madonna con Bambino, bassorilievo in cotto donato da un nobile milanese a seguito dei fatti miracolosi del Novelletta. Originariamente dipinto a fogliami con tutti i dodici apostoli, l’ambiente è stato radicalmente modificato nell’Ottocento con la posa delle quinte di fondo e delle statue.

Di fianco al  santuario si stende imponente l’antico Monastero dei Carmelitani, che ne presero la cura nel 1964 lasciandolo nel 1810 per le soppressioni napoleoniche. Assieme al convento i frati costruirono anche il campanile. La basilica è titolare di una fiera - il 25 marzo - istituita nel 1665 e tuttora la principale del Cremasco.

Le origini del culto alla Madonna di Santa Maria della Croce sono note e ben documentate.

Il 13 febbraio 1489 Caterina degli Uberti, esponente di una famiglia benestante di Crema, sposava Bartolomeo Pederbelli detto il Contaglio, pregiudicato bergamasco bandito dalla sua provincia e giunto da tempo a Crema, ovviamente tacendo la sua condizione di fuggiasco.

Nell'anno che seguì i rapporti non furono affatto facili, sono narrati nelle cronache le contrapposizioni tra il Contaglio e i familiari di Caterina per questioni di pagamento della dote.

Secondo i documenti storici, la sera del 2 aprile 1490 il Contaglio convinse (oppure obbligò con la forza) Caterina a seguirlo per tornare dai familiari dell'uomo nel bergamasco. Una volta giunti un miglio fuori da Crema deviò dalla strada per Bergamo (l'odierna via Mulini) giungendo all'interno del bosco detto "del Novelletto". Qui il Contaglio infierì sulla donna colpendola con la spada (che ancora si conserva nel Santuario) in maniera violenta e grave al capo ed alle braccia tanto che le venne amputata la mano destra con una parte del braccio; mentre l'omicida calava fendenti sulla povera donna, la spada si spezzò in due e, non pago di ciò, per essere certo che la moglie fosse uccisa, estrasse il pugnale e le sferrò un colpo alla schiena, ma la lama non penetrò nel corpo, scivolando forse lungo le vesti, ma procurandole comunque un ematoma vicino alla scapola sinistra. Il Contaglio fuggì portando via il fardello e le altre cose insieme con quattro anelli d'oro della stessa Caterina. Quindi di lui non si seppe più nulla.

La donna agonizzante chiese aiuto alla Madonna affinché le venissero impartiti i Sacramenti ed apparve una donna vestita poveramente che avrebbe detto "sono colei che hai chiamato". Le emorragie di colpo si fermarono e Maria trasportò Caterina presso una vicina casa di contadini che le prestarono le prime cure. Poiché era ormai sera e le porte della città erano chiuse, solo alla mattina Caterina poté essere trasportata a Crema.

Qui venne visitata da un medico e interrogata da un "Giudice del Maleficio" (magistrato veneto), quindi il prete Filippo della parrocchia di San Benedetto le diede i sacramenti, solo a questo punto le emorragie ripresero e Caterina spirò.

Sempre secondo i documenti storici, presso il luogo del delitto fu posta una piccola croce in legno. Un mese dopo, il 3 maggio giorno dell'esaltazione della Santa Croce, un ragazzino che, come scrive ancora Tommaso Ronna, nell'opera precedentemente citata " di 11 anni figlio di un Francesco Marazzo", afflitto da gravi problemi ad un piede che non gli permettevano di reggersi in piedi autonomamente, fu condotto al Novelletto. Dopo le preghiere il ragazzo riprese a camminare: fu il primo miracolo che richiamò una folla. Le cronache riportano nello stesso giorno una quarantina di guarigioni miracolose.

Il giorno successivo, 4 maggio, una solenne processione venne allestita verso il Novelletto presso il quale fu costruito un piccolo altare sul quale venne collocato il rilievo della Madonna con il Bambino, dono del milanese Gianfranco Cotta. Il 5 maggio furono in molti a veder riversare lacrime dall'effigie, in quel giorno si registrarono circa ottanta guarigioni inspiegabili. Sempre il 5 maggio il Consiglio della città decretò la costruzione di un edificio nel luogo dell'apparizione. Le cronache riportano altri miracoli il 18 maggio e il 2 giugno.

Il podestà veneto di Crema era quell'anno Nicolò Priuli: scettico sui fatti del Novelletto, stante la carica che ricopriva temeva problemi di ordine pubblico. Il 18 giugno si fece condurre presso l'altare e assistette in prima persona al prodigio del cerchio luminoso: attorno al sole apparve un cerchio iridato che parve cadere verso la terra per tre volte. Di seguito lo stesso podestà fu uno dei principali sostenitori della costruzione del santuario.




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