lunedì 27 giugno 2016

CAMMINARE SULL'ACQUA

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Nell'antica mitologia egizia, il dio Horus camminò sull'acqua, mentre in quella greca Orione, cacciatore di giganti e figlio di Poseidone, compì la stessa impresa. Le tradizioni indù, buddiste e greche hanno storie in cui dei personaggi camminano sull'acqua.

La camminata sull'acqua è un miracolo di Gesù riportato in tre vangeli, nel Vangelo secondo Marco (6,45-52), nel Vangelo secondo Matteo (14,22-33) e nel Vangelo secondo Giovanni (6,15-21), in cui Gesù si fa precedere dai suoi discepoli in barca verso Betsaida, ma quando questi sono a metà strada in mezzo al lago, i Vangeli affermano che Gesù abbia camminato su di esso e li abbia raggiunti. Secondo la versione riportata in Matteo, anche Simon Pietro avrebbe camminato sull'acqua, seguendo l'esempio di Gesù.

Nel secondo volume del suo studio Un ebreo marginale, sottotitolato Mentore, messaggi e miracoli, John Meier studia ciascun racconto miracoloso dei vangeli per determinare se nascondano un nucleo storico; riguardo alla camminata sull'acqua, Meier afferma che si tratta di una narrazione puramente teologica, senza fondamento storico. La tradizione orale, secondo Meier, è intrecciata con riferimenti al Vecchio Testamento (la risposta di Gesù «Io sono» è in accordo alla visione di Gesù come Yahweh della Chiese delle origini) e percezioni post-resurrezione. Il particolare, la parte narrativa della storia sembra ricadere nel genere apocalittico, intendendo con questo termine un genere caratterizzato da un accentuato simbolismo e da contrasti luce-ombra. Inizialmente Gesù raccoglie gli apostoli su di una barca e li manda via da soli, per recarsi da solo sulla montagna a pregare, ma promettendo loro di incontrarli dall'altra parte del "mare"; gli apostoli hanno difficoltà a raggiungere l'altra sponda, ma Gesù appare e tutto finisce bene. Secondo Meier questa è una metafora della Chiesa subito dopo la Pasqua: Gesù lascia i suoi discepoli con l'ascensione ma promettendo loro di tornare, ma ogni tanto fa loro visita durante il viaggio per sostenerli (attraverso l'eucarestia). Come tutta la letteratura apocalittica, la sua funzione è quella di confortare una comunità in difficoltà.

Nel Vangelo secondo Luca, il terzo dei vangeli sinottici oltre a Marco e Matteo, manca un racconto simile alla camminata sull'acqua: questa è stata talvolta chiamata la "grande omissione" di Luca; per tale assenza, questo passaggio è stato utilizzato per determinare se sia corretto ipotizzare la composizione di Matteo a partire da Marco (priorità marciana) o quella di Marco a partire da Matteo (ipotesi Griesbach).

All'interno del Vangelo secondo Giovanni, il brano della camminata sull'acqua (6,15-21) si trova subito dopo del miracolo della moltiplicazione dei pani per cinquemila uomini (6,1-14) e prima del dialogo tra Gesù e la folla (6,26-34) e del discorso sul pane della vita (6,35-59). Questi tre brani sono tra loro in stretta relazione, sia narrativa che teologica: vi si ritrovano i temi di Gesù che dà da mangiare, del pane che dà vita eterna e di Gesù al tempo stesso dono di Dio e datore di quel dono. Il brano della camminata sull'acqua ha invece scarsi legami con questi temi ed è stato proposto che la sua introduzione sia stata dovuta alla sua presenza consolidata nella tradizione orale, per cui l'autore del quarto vangelo è stato "costretto" ad inserirlo. Altri studiosi continuano ad evidenziare l'interruzione del flusso narrativo costituito dall'inserimento di questo brano, ma ritengono che questo sia funzionale allo scopo del redattore del quarto vangelo, quello di mostrare una teofania (Gesù appare ai discepoli, dal cui punto di vista l'episodio è raccontato), come chiarito dall'uso dell'«??? ??µ?», che andrebbe tradotto «Io sono», e del «non temete», anch'esso attribuito frequentemente a Yahweh.



Nell'aprile del 2006, lo scienziato Doron Nof formulò una teoria controversa la quale affermava che Gesù in realtà avesse camminato su del ghiaccio sottile piuttosto che su dell'acqua, perché, a suo dire, la temperatura nel mar di Galilea in quel periodo storico avrebbe talvolta potuto consentire la formazione di ghiaccio. Scientificamente, la proposta era controversa perché assumeva che la Bibbia fosse una parte di prova abbastanza attendibile sulla registrazione di tale evento. Sul piano religioso questa affermazione era controversa perché sosteneva che l'evento biblico non fosse altro che un'illusione. Altri hanno fatto notare che nella Bibbia non veniva mai detto quanto fosse profonda l'acqua, sebbene era riportato che fosse abbastanza profonda perché le barche si immergessero e rimanessero a galla, mentre Gesù camminava sull'acqua verso le barche stesse.

L'effetto di camminare sull'acqua può essere ricreato facendo camminare la persona su un oggetto che è appena sommerso sotto la superficie dell'acqua. Un esempio di questo tipo è stato visto a Melbourne, Australia, con la partecipazione di Ron Barassi nel 2006 al Queen Baton Relay, in cui lui ha attraversato il fiume Yarra su un pontile che era piazzato appena sotto la superficie dell'acqua.

Sognare di camminare sopra l’acqua è sempre un segno di trionfo, superamento degli ostacoli e vittoria.

La passerella è diventata giallo oro, galleggia seguendo il movimento dolce delle onde e passeggiandoci sopra con Christo, l’artista che l’ha creata, ammirando il paesaggio, le linee che traccia e ascoltando le sue semplici e dirette indicazioni, si viene contagiati dalla sua invidiabile energia, si misurano la bellezza, l’imponenza e l’importanza del progetto. “Camminate, ascoltate le sensazioni che avvertite, non sentite quanto è sexy abbandonarsi al ritmo dei movimenti che vengono dall’acqua. Questo è un lavoro fisico, non virtuale queste passerelle non sono slide, proiezioni, sono cose reali, a me interessa la vita”, ripete l’artista più e più volte. Quindi, tutto è pronto, lo possiamo testimoniare, e sta per prendere il via l’evento artistico più importante dell’anno, che sarà guardato dal mondo intero: finalmente si può camminare in massa sulle acque del lago d’Iseo.

«The Floating Piers», una passerella galleggiante lunga 3 chilometri, che unisce i paesi di Sulzano e Monte Isola, nonché la piccola Isola di San Paolo.

Già l’impatto visivo è straordinario dopo la stesura del telo giallo “dalia”, che ricorda i riflessi dorati del lago, ultima delle innumerevoli operazioni che hanno portato alla costruzione dell’opera.

Signore e ragazze devono rinunciare ai tacchi, giustamente vietati, mentre i giovani sportivi non dovranno presentarsi con pattini, bici o skateboard. Nessun divieto invece per famiglie con bimbi in passeggino, cani tenuti al guinzaglio o persone su sedie a rotelle.
La notte un sistema di luci illumina tutto il tratto della camminata e oltre 60 bagnini controllano le sponde.

Così, l’artista bulgaro Vladimirov Yavachev Christo, americano naturalizzato, ce l’ha fatta a realizzare questo " miracolo italiano", come lo ha definito Germano Celant direttore del progetto, e in soli 23 mesi. In realtà ci pensava da molto tempo: “Era un sogno che inseguivo da 40 anni. Nel 1970 volevamo far camminare la gente sull’acqua e qui c’è Monte Isola il posto più alto d’Europa sull'acqua, 470 metri. Ci sono 2000 persone che non hanno un ponte per raggiungere l’isola”, ha specificato l’artista in conferenza stampa.  Il delta del Rio de la Plata, in Argentina era stato uno dei luoghi scelti per il progetto, ideato con la moglie Jeanne-Claude, scomparsa nel 2009, ma ebbe problemi con le autorità. Vent’anni dopo ci provò nella Baia di Tokyo, ma anche lì incontrò difficoltà. Compiuti 80 anni, nel 2014, pensò: “O la faccio adesso o diventerà troppo complicato per la mia età”. Così, con il nipote e il fotografo Wolfgang Volz che da sempre lo accompagna, iniziarono a visitare i laghi italiani. Il Lago Maggiore, di Como, il Garda e arrivati a quello d’Iseo (il Sebino) si fermarono e parlarono subito con i sindaci. “E poi dicono che l’Italia è il Paese della burocrazia - ha sostenuto Christo - non ho mai avuto tanta collaborazione: in poche settimane ho ottenuto le autorizzazioni che altrove avevo aspettato per anni”.

Ma se l’opera è stata realizzata è anche grazie all’impegno economico dello stesso Christo, che ha pagato di persona 10 milioni di dollari e ha dato lavoro ad almeno 750 persone, dagli operai che hanno realizzato i galleggianti a quelli che li hanno montati e alla sicurezza. Christo ha poi pensato anche all’aspetto ambientale, infatti i materiali per costruire l’opera, che è fatta di 200mila cubi di polietilene espanso, fissati al fondo da 140 ancore di 5 tonnellate ciascuna, una volta smontati, saranno riutilizzati.




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VESTIRSI AL ROVESCIO



Capita a tutti di non far caso a dove stanno le etichette e poi ci si trova in mezzo alla gente con tanto di cuciture e di risvolti a vista, con l’imbarazzo ingenuo di sentirsi come nudi, o comunque con la sensazione di non essere a posto.

Di solito si crede un abito indossato al rovescio indica l’arrivo di buone notizie o di un ospite gradito. I vestiti che vengono portati al rovescio si caratterizzano per essere secondo la tradizione un rimedio contro le streghe.

È come se si verificasse un’interruzione della continuità che provoca uno sconvolgimento delle forze negative che domina il mondo. I vestiti indossati al contrario indicano una sorta di capovolgimento della realtà che opera un atto di trasformazione in positivo contro eventuali minacce che sfuggono alla realtà sensibile.

È questo in sostanza un vero e proprio principio magico che indica come l’uomo cerca di utilizzare la realtà in base alle sue esigenze, trasformando i piccoli inconvenienti quotidiani in rimedi contro i pericoli che provengono da una dimensione che non conosce, in cui crede e che gli fa paura.

Indossare vestiti al contrario ha un legame psichico con la attesa di qualcosa o di qualcuno, con la soluzione di un problema vediamo insieme il perché di questa credenza: accade, è umano, che quando si hanno dei pensieri forti o altrimenti detti pensieri fissi, si presti meno attenzione alle azioni quotidiane.



Pensare fortemente a qualcuno che si vuole vedere o avere in mente un problema grave da risolvere tiene occupata la memoria breve, quella che serve per le piccole azioni quotidiane, oltre che per dialogare con serenità e per avere una giornata normale. Motivo per cui, se ci sono preoccupazioni è facile che succedano degli imprevisti anche sciocchi, come quello di mettersi i vestiti al contrario.
L’essere umano è portato a sperare che i problemi si risolvano a proprio vantaggio, per cui da questo fatto si crea un legame importante con il quesito che si ha in mente, da cui la convinzione che, se succede qualcosa di nuovo nel quotidiano, è segno che le cose si stanno evolvendo a dovere.

L'abbigliamento è uno dei campi in cui le superstizioni abbondano. Indossare una maglia o un maglione alla rovescia si ritiene porti fortuna, mentre se nell'indossare una camicia o una giacca si stacca un bottone è un brutto segno e, prima di uscire di casa, è indispensabile riattaccarlo onde evitare guai e allontanare seduta stante la sfortuna.
Se invece ci si ritrova un buco nella calza questo non va aggiustato, bensì lasciato così com'è per tutto il giorno, in quanto in questo modo la fortuna sarà dalla vostra parte.
Indossare le calze al rovescio è un sicuro antidoto contro i malocchi e la jella. Portare un capo nuovo a Natale e un capo intimo rosso il primo giorno dell'anno sono considerati sicuri metodi per ottenere successi e ricchezza.
Se invece si incontra una persona e si apprende che sta indossando per la prima volta un capo d'abbigliamento, questa va pizzicata perché è portatrice di fortuna.
Sempre a proposito di biancheria intima, una ragazza che riceve un capo da donna sposata è destinata a sposarsi entro l'anno.



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domenica 26 giugno 2016

LA CINTURA DI CASTITA'



La cintura di castità è un mezzo di contenzione fisica, mediante il quale è possibile impedire a un soggetto, consenziente o meno, di avere rapporti sessuali mediante la penetrazione. La cintura di castità può essere applicata sia a uomini che donne, ma nella tradizione il suo uso è legato strettamente al sesso femminile.

Nell'aneddotica tradizionale si fa risalire l'uso della cintura di castità al tempo delle crociate, collegandola alla necessità, per i cavalieri che partivano per il Santo Sepolcro, di assicurarsi della fedeltà delle proprie consorti, evitando i rischi connessi a un così prolungato distacco.

In realtà, una ricostruzione storica più attenta porta a concludere che i primi usi della cintura di castità risalgano, in Italia, al XIV o XV secolo, in particolare negli ambienti dell'alta nobiltà.

Il primo documento in cui compare la cintura di castità, è datato 1405 ed è conservato nella biblioteca di Gottinga (la cintura è qui nominata come "congegno fiorentino"). Tale manoscritto nel suo interno contiene disegni di macchine da guerra e altre invenzioni immaginarie.

Si dice che indossarono la cintura di castità, fra le altre, Caterina de' Medici, Anna d'Austria, la moglie di Francesco II di Carrara (il quale fu addirittura accusato di esserne l'inventore, in uno scritto del 1750 di Freydier de Nimes). Recentemente, tuttavia, l'esistenza e l'utilizzo della cintura di castità nel medioevo è stata contestata.

Ormai da tempo è opinione comune fra gli storici che l'uso medievale della cintura di castità sia un falso storico.

L’idea di astinenza sessuale è certamente antichissima e lo stesso termine latino cingulum castitatis (traducibile appunto come cintura di castità) compare, a partire dal VI secolo, in alcuni testi di Papa Gregorio Magno, Alcuino di York, San Bernardo di Chiaravalle, fino a Giovanni Boccaccio. Ma in tutti questi casi è inteso come un simbolo di purezza teologica, non certo come un oggetto di dissuasione erotica.

Il concetto di patto di castità tra due innamorati comparve invece più avanti, in alcuni poemi del XII secolo, come il Lai di Guigemar di Maria di Francia: alla partenza del cavaliere Guigemar la sua donna chiede all’amante di annodarle la camicia intorno alla vita, come patto di fedeltà fino al ritorno. Ma si tratta di un patto simbolico e, soprattutto, voluto dalla donna.

Per trovare la prima citazione visuale di un oggetto che ricordi vagamente una cintura di castità dobbiamo aspettare il 1405 e un manoscritto, il Bellifortis di Konrad Kyeser, dedicato alla tecnologia militare dell’epoca.

Il congegno disegnato, quasi un’armatura, è presentato come uno strumento imposto alle donne fiorentine dai mariti gelosi, ma i commenti di Kyeser sono ironici e probabilmente il disegno è stato realizzato sulla base di sentito dire e non copiando un oggetto autentico. Di certo non risulta nulla del genere nella Firenze del tempo.

Alcune incisioni del XVI secolo, tra cui una attribuita a Sebald Beham, raffigurano invece una donna che indossa una “cintura di castità”, chiusa da un lucchetto, in piedi tra due uomini mentre riceve e consegna denaro: l’interpretazione che ne è stata data è che si tratti di una prostituta in mezzo al cliente e al protettore, quest’ultimo disposto ad aprire il lucchetto solo al pagamento della prestazione. Anche se fosse stata vera e non solo simbolica, dunque, la cintura rappresentava qui solo uno strumento professionale.

Le prime cinture di castità “vere” sono quelle finite nei musei intorno al 1840. Al Museo d’arte medievale di Cluny a Parigi, per esempio, fino a poco tempo fa si poteva ammirare una cintura che si diceva fosse appartenuta alla regina di Francia Caterina de’ Medici (1519-1589). Fu solo nel 1990 che i responsabili del Museo si accorsero che si trattava di un falso risalente al XIX secolo.

Anche un altro esemplare simile, esposto al British Museum di Londra e a lungo indicato come risalente al XVI secolo, è stato di recente datato alla metà dell’800 e tolto dalle esposizioni. Quasi tutti i musei che le conservavano e le attribuivano all’epoca medievale, hanno oggi corretto i loro cataloghi per indicarne la fattura recente o l’origine fraudolenta.



La cintura di castità non è molto diversa dagli altri miti medievali, ma la sua popolarità è probabilmente maggiore. Classen ricorda in particolare il contributo del film di Woody Allen Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso (ma non avete mai osato chiedere) tratto dall’omonimo libro del sessuologo David Reuben.

La cintura di castità viene descritta del libro, e nel film viene mostra all’opera con conseguenze esilaranti. Ma Allen, mettendo in ridicolo i contenuti del libro, si è forse avvicinato all’essenza delle cintura di castità meglio di chiunque altro: l’oggetto infatti è citato in alcuni testi medievali, ma in queste fonti l’intento era invariabilmente comico o allegorico, cioè non si riferivano a qualcosa che esisteva fisicamente.

Esistono poi alcuni disegni di età Medievale, mentre durante il Rinascimento la cintura di castità nelle opere d’arte divenne un ingrediente molto frequente, ma lo storico spiega che oggi il disegno di un disco volante non è certo una prova dell’esistenza degli alieni. Inoltre, anche le rappresentazioni artistiche delle cinture di castità hanno chiaramente un intento satirico, e ci mostrano spesso un secondo uomo con una copia della chiave pronto ad aggirare la gelosia del marito. In effetti, anche nel medioevo peggiore che possiamo inventarci, un dispositivo come una cintura di castità sarebbe stato difficile da impiegare: non solo la mancanza di igiene sarebbe stata insostenibile (e possibilmente letale), ma procurarsi una copia della chiave non sarebbe certo stato molto complicato.

Per quanto riguarda gli oggetti che ancora si vedono in molti musei, sembra certo che nessuno di essi risalga al medioevo, e che siano invece stati fabbricati molto più di recente. A partire dal diciottesimo secolo cominciano infatti a essere regolarmente esposti strumenti di tortura attribuiti all’età Medievale, molti dei quali erano però inventati (come la Vergine di Norimberga) e, appunto, le cinture di castità. Successivamente diversi accademici estranei all’indagine storiografica contribuirono a legittimare il mito.

Sono esistiti svariati tipi di cintura di castità ma l'aspetto prevalente, essenzialmente, si compone di una banda in vita ed una fascia pubica (che copre completamente i genitali, in modo da renderli inaccessibili), bloccate insieme. Il materiale utilizzato nelle cinture classiche è solitamente metallico, con un rivestimento, soprattutto interno, di velluto o pelle; le cinture moderne sono realizzate perlopiù su misura, in acciaio inossidabile rivestito internamente in neoprene o gomma, che assicura una migliore igiene. L'igiene è infatti uno degli aspetti maggiormente problematici per chi adopera la cintura di castità nonostante essa preveda, in ogni caso, la presenza di due piccole aperture, una anteriore e una posteriore, per l'espletazione dei bisogni fisiologici.

Naturalmente, per impedire la rimozione della cintura, essa è predisposta per l'applicazione di uno o più lucchetti.

Tradizionalmente l'uso della cintura di castità è correlato all'esigenza maschile di assicurarsi la fedeltà della propria donna, in particolare laddove questa fedeltà sia messa a repentaglio dalla particolare avvenenza o disponibilità sessuale della donna. A questo uso tradizionale si correla invece l'esigenza di garantire la sicurezza delle donne, in particolare nobili o comunque aristocratiche, dalla possibilità di essere esposte a stupri o violenze che avrebbero potuto portare, come conseguenza, una filiazione illegittima. Questa esigenza, sia pure in un'epoca diversa, quella moderna, segnata dalla liberazione sessuale e dalla facilità di accesso alla contraccezione, è stata fra i motivi di una ripresa di interesse per l'uso della cintura di castità, la quale riveste, per alcune donne, il ruolo di difesa estrema dal pericolo di aggressioni e stupri, molto sentito dal sesso femminile in particolare nelle metropoli occidentali più esposte alla violenza e alla microcriminalità. Non è noto tuttavia il numero di donne che effettivamente utilizza la cintura di castità con questo scopo (si può immaginarlo, tuttavia, molto ridotto, anche a causa dell'alto costo commerciale della cintura stessa).

Altre motivazioni per l'uso della cintura di castità si riscontrano, in particolare negli ambienti più puritani, fra coloro che ritengono importante il mantenimento della verginità fino al momento del matrimonio. In questo caso la cintura di castità assume il ruolo (auto) dissuasivo, rispetto alla tentazione di un eventuale rapporto pre-matrimoniale: quasi una prova d'amore, fra due fidanzati impegnati nel rinviare il loro primo incontro sessuale.

La motivazione però più diffusa (ed estesa, peraltro, anche ai maschi), probabilmente, per l'uso della cintura, riguarda la comunità BDSM, nella quale l'uso di questo strumento fa parte di quel tipo di dominazione-sottomissione che prevede, da parte dello slave (lo schiavo), la disponibilità a lasciare al partner dominante le decisioni riguardo alla propria sessualità. In questo caso, è il partner dominante, di solito, a detenere la chiave e quindi a regolare l'uso e la rimozione della cintura, con l'obiettivo, oltre che di indurre l'impossibilità di avere rapporti sessuali, anche di ottenere una maggiore umiliazione e repressione sessuale del soggetto sottomesso, impedendone anche la masturbazione e, nel caso dei maschi, rendendone dolorosa la stessa erezione. In questo tipo di relazioni il cosiddetto "dono della chiave", che lo slave fa nei confronti del dominante, assume un valore molto significativo, come testimonianza effettiva dell'importanza della relazione e della fiducia che il sottomesso ha, nei confronti di chi assume il controllo sulla sua sessualità. Va infine detto che in alcuni casi questo tipo di disciplina sessuale è applicato a se stesso, direttamente, senza intervento di estranei, da soggetti praticanti il masochismo sessuale.
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venerdì 24 giugno 2016

GLI INCANTATORI DI SERPENTI

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Gli incantatori di serpenti indiani con i loro turbanti di stoffa e il piffero che fa danzare un king cobra sono parte dell'immagine fiabesca di questo grande paese.

Eppure pochi sanno che quest'icona è in via di estinzione forzata, poiché non è più permesso possedere privatamente serpenti o animali considerati esotici. Da molti anni una legge vieta l'utilizzo di animali a fini di profitto, specialmente se per questo subiscono dei maltrattamenti. Ma il governo indiano ha cominciato solo ora ad applicarla sistematicamente e a perseguire gli incantatori, accusandoli di provocare ai rettili malattie e menomazioni e quindi di violare proprio il reato previsto dalla legge di protezione ambientale del 1972.

Il Pungi (in lingua hindi) o Been, o Tiktiri (in sanscrito) è uno strumento musicale a fiato diffuso nella musica popolare indiana. In particolare viene utilizzato dagli incantatori di serpenti ed è legato al culto di Shiva.

Si tratta di un clarinetto doppio ad ance interne semplici, costituito da due canne inserite in una zucca a bottiglia (Lagenaria siceraria): una canna, dotata di 7 fori, crea la melodia, mentre la seconda, dotata di 2 fori, funge da bordone.

E' un duro colpo al futuro dell'arte dell'incantamento trasmessa per millenni di padre in figlio o di maestro in discepolo, sebbene la tecnica non sia altro che la conoscenza di una particolare reazione del serpente al movimento di un oggetto (viene usato il flauto, ma potrebbe essere un'asticella) di fronte alle sue membrane laterali che percepiscono solo il movimento, essendo il king cobra perfettamente sordo. Per evitare pericoli anche al pubblico - spiegano gli animalisti - i suonatori di flauto lacerano però le membrane del veleno, e incollano dell'isolante sul dente acuminato.

Ma il razionalismo scientifico degli amanti degli animali, che cercano con queste informazioni di smitizzare l'alone romantico del pifferaio magico, non ha molta presa in un paese dove immagini di incantatori sono state trovate in antichissimi templi hindu e sono diventate nei millenni inscindibili dal culto del serpente simbolo di potere, virilità, protettore di luoghi sacri e della dimora del dio Vishnu, l'elargitore di vita, accompagnatori del dio Shiva, il distruttore del superfluo.

"Il problema - incalzano i promotori della contestata campagna antipifferai - è che le offerte di burro e latte presentate nei templi per tradizione ai poveri serpenti trasportati lì dagli incantatori, provocano agli animali malattie alle vie respiratorie, e secondo uno studio del Fondo Mondiale settantamila esemplari muoiono ogni anno per allergie al latte, polmonite, infezioni alle vie respiratorie e stitichezza".

La controproposta degli esperti naturalisti è quella di dare lavoro agli incantatori per le loro conoscenze pratiche dei serpenti e degli antidoti al loro morso a fini scientifici e sanitari, oppure utilizzarli come musicisti in band di flauti. Ma solo una parte degli interessati sarebbe disposta a cambiare lavoro. "Noi siamo inscindibili dai nostri serpenti - ha detto un manifestante - è sempre stato così dalla notte dei tempi e non lo cambierà un governo destinato a passare."



La posizione dell'incantatore di serpenti è una delle migliori affinché l'uomo ritrovi tutta la sua forza. Grazie a questa posizione l'amante riprende il controllo ed offre alla sua donna tante possibilità.

Può succedere che l'uomo si senta un po' stanco o comunque non al massimo delle sue potenzialità sessuali. La donna può allora provare tutte le strategie possibili affinché il suo uomo ritrovi l'erezione. Intrugli, cibo afrodisiaco, profumi ammaliatori, niente da fare, non bastano. È a questo punto che le cose prendono una piega molto più piccante.

Dopo avere coccolato, accarezzato, viziato ed eccitato il suo amante, la donna si stende teneramente sul letto. Aspetta che l'uomo la sollevi per la vita per riporla sulle sue gambe, approfittando così di una perfetta vista della sua compagna.

Aprendo le gambe, questa si offre al suo amante in una posizione molto erotica. Può mettere un guanciale per avere più comodità e vedere meglio l'uomo che le sta di fronte. Ora, sembra già aver ritrovato la forza. Prendendo la sua amante per la vita, il bacino o i glutei, la penetra delicatamente ma profondamente. Dirige l'atto quando la donna si lascia andare e si dona completamente al suo controllo, dato che lei ha poca libertà di movimento. Come un serpente addomesticato, si abbandona al controllo dell'incantatore.

Questa posizione sensuale può variare all'infinito. Gli amanti possono tenersi le mani per un'unione più romantica ma anche più sportiva. L'uomo può anche impossessarsi dei polsi della partner per accelerare la penetrazione, o prenderle le caviglie, o ancora delicatamente prendere le mani per fissarle sulla propria nuca. Insomma, le possibilità sono quasi infinite.

In tali condizioni, e con i preliminari che condurranno necessariamente al piacere supremo, la posizione dell'incantatore di serpenti è una delle migliori affinché l'uomo ritrovi il suo potere.




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IL MAIALE E RELIGIONI

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"Il Signore disse a Mosè e ad Aronne: Riferite agli Israeliti. Questi sono gli animali che potrete mangiare fra tutte le bestie che sono sulla terra. Potrete mangiare d'ogni quadrupede che ha l'unghia bipartita, divisa da una fessura, e che rumina. Ma fra i ruminanti e gli animali che hanno l'unghia divisa, non mangerete i seguenti: il cammello, perché rumina, ma non ha l'unghia divisa, lo considererete immondo; l'ìrace, perché rumina, ma non ha l'unghia divisa, lo considererete immondo; la lepre, perché rumina, ma non ha l'unghia divisa, la considererete immonda; il porco, perché ha l'unghia bipartita da una fessura, ma non rumina, lo considererete immondo. Non mangerete la loro carne e non toccherete i loro cadaveri; li considererete immondi. Questi sono gli animali che potrete mangiare fra tutti quelli acquatici. Potrete mangiare quanti hanno pinne e squame, sia nei mari, sia nei fiumi. Ma di tutti gli animali, che si muovono o vivono nelle acque, nei mari e nei fiumi, quanti non hanno né pinne né squame, li terrete in abominio. Essi saranno per voi in abominio; non mangerete la loro carne e terrete in abominio i loro cadaveri. Tutto ciò che non ha né pinne né squame nelle acque sarà per voi in abominio. Fra i volatili terrete in abominio questi, che non dovrete mangiare, perché ripugnanti: l'aquila, l'ossìfraga e l'aquila di mare, il nibbio e ogni specie di falco, ogni specie di corvo, lo struzzo, la civetta, il gabbiano e ogni specie di sparviere, il gufo, l'alcione, l'ibis, il cigno, il pellicano, la fòlaga, la cicogna, ogni specie di airone, l'ùpupa e il pipistrello. Sarà per voi in abominio anche ogni insetto alato, che cammina su quattro piedi. Però fra tutti gli insetti alati che camminano su quattro piedi, potrete mangiare quelli che hanno due zampe sopra i piedi, per saltare sulla terra. Perciò potrete mangiare i seguenti: ogni specie di cavalletta, ogni specie di locusta, ogni specie di acrìdi e ogni specie di grillo. Ogni altro insetto alato che ha quattro piedi lo terrete in abominio! Per i seguenti animali diventerete immondi: chiunque toccherà il loro cadavere sarà immondo fino alla sera e chiunque trasporterà i loro cadaveri si dovrà lavare le vesti e sarà immondo fino alla sera. Riterrete immondo ogni animale che ha l'unghia, ma non divisa da fessura, e non rumina: chiunque li toccherà sarà immondo. Considererete immondi tutti i quadrupedi che camminano sulla pianta dei piedi; chiunque ne toccherà il cadavere sarà immondo fino alla sera. E chiunque trasporterà i loro cadaveri si dovrà lavare le vesti e sarà immondo fino alla sera. Tali animali riterrete immondi. Fra gli animali che strisciano per terra riterrete immondi: la talpa, il topo e ogni specie di sauri, il toporagno, la lucertola, il geco, il ramarro, il camaleonte. Questi animali, fra quanti strisciano, saranno immondi per voi; chiunque li toccherà morti, sarà immondo fino alla sera. Ogni oggetto sul quale cadrà morto qualcuno di essi, sarà immondo: si tratti di utensili di legno o di veste o pelle o sacco o qualunque altro oggetto di cui si faccia uso; si immergerà nell'acqua e sarà immondo fino alla sera; poi sarà mondo. Se ne cade qualcuno in un vaso di terra, quanto vi si troverà dentro sarà immondo e spezzerete il vaso. Ogni cibo che serve di nutrimento, sul quale cada quell'acqua, sarà immondo; ogni bevanda di cui si fa uso, qualunque sia il vaso che la contiene, sarà immonda. Ogni oggetto sul quale cadrà qualche parte del loro cadavere, sarà immondo; il forno o il fornello sarà spezzato: sono immondi e li dovete ritenere tali. Però, una fonte o una cisterna, cioè una raccolta di acqua, sarà monda; ma chi toccherà i loro cadaveri sarà immondo. Se qualcosa dei loro cadaveri cade su qualche seme che deve essere seminato, questo sarà mondo; ma se è stata versata acqua sul seme e vi cade qualche cosa dei loro cadaveri, lo riterrai immondo. Se muore un animale, di cui vi potete cibare, colui che ne toccherà il cadavere sarà immondo fino alla sera. Colui che mangerà di quel cadavere si laverà le vesti e sarà immondo fino alla sera; anche colui che trasporterà quel cadavere si laverà le vesti e sarà immondo fino alla sera. Ogni essere che striscia sulla terra è un abominio; non se ne mangerà. Di tutti gli animali che strisciano sulla terra non ne mangerete alcuno che cammini sul ventre o cammini con quattro piedi o con molti piedi, poiché sono un abominio. Non rendete le vostre persone abominevoli con alcuno di questi animali che strisciano; non vi rendete immondi per causa loro, in modo da rimaner così contaminati. Poiché io sono il Signore, il Dio vostro. Santificatevi dunque e siate santi, perché io sono santo; non contaminate le vostre persone con alcuno di questi animali che strisciano per terra. Poiché io sono il Signore, che vi ho fatti uscire dal paese d'Egitto, per essere il vostro Dio; siate dunque santi, perché io ssono santo. Questa è la legge che riguarda i quadrupedi, gli uccelli, ogni essere vivente che si muove nelle acque e ogni essere che striscia per terra, perché sappiate distinguere ciò che è immondo da ciò che è mondo, l'animale che si può mangiare da quello che non si deve mangiare."

I seguaci di molte religioni pongono un tabù sul consumo o sulla manipolazione delle carni di determinati animali, tali animali sono denominati animali impuri. In alcune religioni, le persone che uccidono tali animali si devono purificare per eliminarne gli influssi negativi.

Secondo la religione ebraica, gli animali possono essere classificati come puri o impuri (dal punto di vista alimentare), in base a precise regole. Quasi nessuno degli animali puri (o impuri) è citato espressamente, ma ci si rifà appunto a regole generali. Ad esempio, il più noto animale impuro è il maiale, ma lo è anche il cavallo. Il primo perché non è un ruminante mentre il secondo per la mancanza di zoccolo spaccato.

Infatti i fessipedi, cioè animali con unghia fessa, comprendono i ruminanti e il maiale e sono tra l'altro i soli sensibili all'afta epizootica; il cavallo, il mulo e l'asino sono solipedi ed hanno un'unghia sola.

Anche nell'Islam certi animali possono ingenerare impurità rituale (hadath) in chi ne dovesse mangiare le carni.
Sono pertanto considerate vietate e impure le carni di animali quali il maiale, il cinghiale, l'asino, il cavallo e il mulo. È riprovato (ma non vietato) mangiare le carni dei carnivori, dell'elefante e dell'orso, anche se esistono divergenze circa le carni degli animali "in grado di sbranare" e che abbiano aggredito l'uomo, il consumo delle cui carni - secondo la scuola medinese che poi si cristallizzò nel Malikismo - sarebbe allora del tutto proibito.



Non esiste - islamicamente - nessuna avversione per i cani: qualsiasi atto di maltrattamento verso un cane o qualsiasi altra creatura vivente è assolutamente proibito, ed è considerato un peccato; se anche si tratta di necessità, come il difendersi da un animale pericoloso, bisogna evitare il più possibile di farlo soffrire. Una narrazione profetica ci informa che a una persona venne garantito il Paradiso solo per aver dato da bere - riempendo una sua scarpa con dell'acqua - a un cane che stava morendo di fame. E, al contrario, una donna fu condannata all'inferno per aver murato vivo un gatto finché non morì di fame e sete.

Alcune narrazioni profetiche che si trovano nelle raccolte tradizionali, che danno l'impressione di essere "contro" i cani, sono in realtà dirette a stabilire un rapporto più equilibrato con quegli animali: ai tempi dell'Arabia preislamica, le persone erano solite vivere a stretto contatto con i loro cani, al punto da arrivare a dormire con loro, mangiare negli stessi piatti, ecc. Per questo inizialmente il profeta Maometto diede delle indicazioni volte a por fine a questa eccessiva dimestichezza, ad esempio ingiungendo di lavare un certo numero di volte le stoviglie o i vestiti che fossero stati toccati da un cane. I sapienti delle quattro scuole giuridiche hanno opinioni diverse sull'impurità del cane: per alcuni è impura solo la saliva, per altri non è impuro né nel corpo né nella saliva, ma bisogna pulirsi perché il Messaggero di Allah così ha decretato.

Tuttavia, come si legge su un sito di regole islamico moderato, in un discreto italiano, a dimostrazione di una permanente ostilità antropologica di una parte del mondo islamico: "Il cane è uno degli animali più impuri. L'impurità del cane può essere pulita soltanto lavando il contenitore (leccato dal cane) per sette volte, una delle quali con la terra. Persino il porco, che Allah ha dichiarato illecito e impuro nel Sublime Corano, non è giunto allo stesso livello (di impurità del cane). Perciò, i cani sono impuri e sporchi. Nonostante ciò, vediamo molte persone Musulmane inventare inutili scuse per giustificare il fatto di seguire i modi di vita dei miscredenti, ai quali piacciono le cose haram (impure, illecite), e che prendono dei cani come se fossero giocattoli, senza alcuna necessità. Essi prendono dei cani e li lavano, nonostante essi non possano mai risultare “puliti”, anche se si usasse, per lavarli, tutta l'acqua del mare, poiché la loro impurità è un'impurità fisiologica. Inoltre, i proprietari dei cani spendono molto denaro per mantenerli, e questo è denaro sprecato. Il Profeta ha proibito di sprecare i soldi."

Discorso analogo per il maiale: il fatto che sia proibito cibarsene non significa affatto che sia un animale "maledetto", o che possa venire maltrattato: la crudeltà, l'oppressione e la negazione dei diritti di ogni creatura è un peccato ed è proibita.

Un altro esempio di quelli che si permettono di esprimere opinioni senza la minima consapevolezza riguardo il detto di Allah l'Altissimo: Di': "In quello che mi è stato rivelato non trovo altri interdetti a proposito del cibo, se non l'animale morto, il sangue effuso e la carne di porco – che è immonda.", (surat Al-An'âm (Il Bestiame), vers. n. 145). Dicono che tale interdizione, secondo loro, riguardava il porco di quei tempi, che era abituato a nutrirsi da rifiuti ed escrementi, e ciò non è applicabile al porco dei nostri tempi che viene allevato sotto controllo sanitario!

Queste persone deviate desiderano un Corano temporale secondo determinati periodi compiacenti a loro, ma la volontà di Colui che è Benedetto e Glorioso, che l'ha fatto scendere è quella di renderlo Libro di Tutti i Tempi.

I musulmani non mangiano carne di maiale in quanto il Corano indica che è un animale “impuro” ma questa classificazione é oggetto di discussione. La questione del tabù alimentare non verte solo sotto l’aspetto religioso ma in realtà fa appello anche al senso comune.

Parliamo di senso comune in quanto, ad esempio nel caso della carne di maiale, il divieto è connesso al rapido deperimento dovuto al gran caldo del territorio nell’epoca in cui non esistevano i frigoriferi e questa potrebbe dunque essere la causa di questo “consiglio” religioso…

Un’altra interpretazione del divieto collega la cottura del maiale, che richiede molto tempo a causa del suo alto contenuto di batteri patogeni, al fatto che nei paesi musulmani, il combustibile per cucinare non era di facile reperimento.

Il divieto, inoltre, potrebbe anche essere attribuibile al fatto che il maiale non può essere macellato perché non ha collo, e a quanto pare i musulmani affermano che se il maiale fosse stato destinato agli uomini come alimento, il Creatore lo avrebbe dotato di collo in modo da poter essere soppresso come tutti gli altri animali.

Infine, secondo i musulmani, il maiale é un animale impuro perché di natura è pigro, sporco ed é esageratamente propenso al sesso, la sua indole è avida e ingorda, non ama la luce del sole e non possiede lo spirito e la volontà di lottare.







sabato 18 giugno 2016

IL SESSISMO

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Le idee sessiste si manifestano in una sorta di essenzialismo secondo cui gli individui possono essere compresi e giudicati semplicisticamente in base ad alcune caratteristiche fisiche o del gruppo di appartenenza, in questo caso il gruppo maschi o femmine.

Un atteggiamento sessista si potrebbe manifestare in alcune convinzioni, ad esempio:
la presunta superiorità o il presunto maggior valore di un genere rispetto all'altro,
la presunta superiorità o il presunto maggior valore di un sesso rispetto all'altro,
l'odio per le donne (misoginia),
l'odio per gli uomini (misandria),
l'attitudine ad inquadrare uomini e donne in base agli stereotipi di genere e ai relativi pregiudizi,
assegnare arbitrariamente qualità (positive o negative) in base al sesso.
Anche le persone che in vari luoghi e periodi storici non rientravano "fenotipicamente" in un genere definito (intersessuali, ermafroditi o pseudoermafroditi) o che si rifiutavano di aderire al ruolo loro assegnato in base al sesso (transessuali sia uomini che donne, crossdresser e in alcuni casi gay e lesbiche) sono state e sono ancora oggi oggetto di discriminazioni che si possono leggere come discriminazioni sessiste, in quanto derivanti dalla necessità implicita, nella semplificazione sessista, di dividere nelle due categorie suddette: maschi e femmine.
In tutte le società conosciute, maschile e femminile sono definiti prima di tutto come generi sociali ben distinti. Il genere biologico (maschio o femmina) a volte da solo non basta per definire l'appartenenza ad un genere.

La discriminazione fondata sul sesso è illegale in moltissimi paesi, tuttavia molti hanno leggi che danno diritti o privilegi maggiori ad un genere piuttosto che ad un altro.

Il sessismo contro le donne nella sua forma estrema è conosciuto come misoginia, che significa "odio verso le femmine". Tuttavia il termine sessismo viene coniato dalle femministe statunitensi verso la fine degli anni Sessanta in opposizione al termine misoginia. Laddove infatti il termine misoginia rinvia a motivazioni psicologiche, il termine sessismo (coniato sulla falsariga di razzismo), vuole sottolineare il carattere sociale e politico di questo sistema: degli argomenti di tipo biologico (il sesso per le donne, il colore della pelle per i "non-bianchi"), sono stati storicamente usati per giustificare sistemi di discriminazione, subordinazione e devalorizzazione.

Come hanno sottolineato Liliane Kandel e Marie-Josèphe Dhavernas, coniando questo nuovo termine le militanti femministe intendevano ricusare nella discussione sulla dominazione di sesso (come in precedenza su quella di "razza"), ogni ricorso ad argomenti di tipo essenzialista o naturalista. Se dunque, nell'uso corrente, il termine "sessismo" usualmente indica il "sessismo verso le donne", è perché il termine stesso nasce nell'ambito delle lotte delle donne. Forme di sessismo contro le donne possono ravvisarsi nella violenza di genere, nella discriminazione riguardo agli studi e al lavoro, nella differenza di retribuzione e nella segregazione in ambito lavorativo, nell'attribuzione del lavoro casalingo alle donne, nel diritto di voto nella questione delle mutilazioni genitali femminili, nella delega della genitorialità, nel linguaggio e nell'educazione.
Una forma di sessismo meno evidente, ma molto pervasivo, è anche l'elogio della donna (il romantico "eterno femminino") incensata nel suo ruolo di madre, di sposa, di musa ispiratrice o di angelica presenza.

Per segregazione in ambito lavorativo si intende il fatto che le donne tendono ad occupare posizioni retributive inferiori (ad esempio, lavori part time): uno studio dell'Università Bocconi mostra ad esempio che le donne, pur percependo solo il 2% in meno rispetto ai colleghi uomini a parità di posizione lavorativa, ricoprono solo il 13% delle posizioni dirigenziali.

All'interno degli studi femministi si è sviluppato negli ultimi anni un fondamentale filone di studi che indaga l'articolazione tra sessismo e razzismo. Infatti sessismo e razzismo, pur essendo due specifici sistemi di differenziazione e dominazione, condividono la naturalizzazione di rapporti socialmente costruiti.

Una questione molto dibattuta è quella delle quote rosa, ovvero quote minime di presenza femminile all'interno degli organi politici istituzionali elettivi e no. La richiesta delle quote rosa nasce dalla bassa percentuale di donne nel mondo della politica. Vari paesi del mondo dove questa situazione di disparità è più accentuata (come l'India) stanno ricorrendo a strumenti legislativi per fissare le quote minime di presenza femminile nei rispettivi parlamenti. Anche in Italia si è sviluppato il dibattito politico attorno al tema delle quote rosa, ma il disegno di legge presentato nel 2005 (dopo la bocciatura di un emendamento della legge elettorale) non è stato mai definitivamente approvato. Tuttavia, con legge del 12 luglio 2011 n. 120 (Modifiche al testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, concernenti la parità di accesso agli organi di amministrazione e di controllo delle società quotate in mercati regolamentati) è stata introdotta nel nostro ordinamento una importante disciplina per le "quote rosa" negli organi di amministrazione e controllo delle società quotate. Successivamente con il D.P.R del 30 novembre 2012, n. 251 recante "Regolamento concernente la parità di accesso agli organi di amministrazione e di controllo nelle società, costituite in Italia, controllate da pubbliche amministrazioni, ai sensi dell'articolo 2359, commi primo e secondo, del codice civile, non quotate in mercati regolamentati, in attuazione dell'articolo 3, comma 2, della legge 12 luglio 2011, n. 120" analoghe disposizioni sono state previste anche per le società controllate dalla Pubblica Amministrazione.



In un articolo del 1996 Peter Glick della Lawrence University e Susan Fiske della University of Massachusetts at Amherst, hanno proposto una teoria del sessismo nei confronti delle donne caratterizzandolo come “ambivalente”.
La prima domanda che i due autori si pongono è se il sessismo sia una forma di pregiudizio. Il pregiudizio è un atteggiamento sfavorevole verso persone e gruppi, altamente stereotipato, rigido, che si manifesta col rifuggire dai contatti sociali con tali gruppi. Gli autori sottolineano che quello verso le donne è un pregiudizio particolare in quanto uomini e donne instaurano strette e continue relazioni sociali; inoltre esso è marcato da una profonda ambivalenza, non da un’antipatia uniforme. Per di più chi è sessista non è preoccupato di manifestarlo contrariamente a quello che avviene con altri tipi di pregiudizio.
Gli autori, dunque, prendono in considerazione due componenti del sessismo che esprimono due atteggiamenti contrastanti nei confronti delle donne: il sessismo ostile e il sessismo benevolo.
Il sessismo ostile, la forma prevalente di sessismo, corrisponde alla definizione classica di pregiudizio; si evidenzia con un’antipatia dichiarata verso le donne, una loro svalutazione fatta esclusivamente in base al genere sessuale e una loro conseguente discriminazione in tutti gli ambiti della vita sociale.
Il sessismo benevolo consiste invece in una visione stereotipata della donna, che suscita sentimenti positivi, comportamenti prosociali e la ricerca di intimità. Ciononostante gli autori non ritengono positiva questa forma di sessismo in quanto è legata allo stereotipo tradizionale, alla dominanza maschile nella vita sociale ed è quindi discriminante. Non a caso il sessismo benevolo fornisce una giustificazione al relegamento della donna in ruoli domestici, infatti sia il sessismo ostile che quello benevolo servirebbero a legittimare il potere degli uomini.
Secondo i due autori  il sessismo ostile e il sessismo benevolo si suddividono in tre componenti: paternalismo, differenziazione di genere, eterosessualità.
Per paternalismo si intende la modalità di relazionarsi agli altri nella maniera in cui un padre si relaziona con i suoi figli. Ciò mette in evidenza l’ambivalenza del sessismo in quanto implica sia caratteristiche di dominanza (paternalismo dominante) sia affetto e protezione (paternalismo protettivo).Il paternalismo dominante giustifica la patriarchia perché considera la donna non completamente adulta, legittimando così la necessità di una figura maschile sovraordinata. D’altro canto il paternalismo dominante coesiste col paternalismo protettivo; quest’ultimo infatti  sottolinea la dipendenza diadica dell’uomo verso la donna come moglie, madre e oggetto romantico (ai fini della riproduzione). Ecco perché la donna deve essere amata e protetta (la sua debolezza richiede la protezione maschile).
La differenziazione di genere è la prima e la più netta categorizzazione sociale che gli individui effettuano; essa implica una componente competitiva e una complementare. La differenziazione di genere competitiva giustifica anch’essa il potere maschile nella società, infatti solo agli uomini vengono attribuiti tratti che sono necessari per dirigere le istituzioni sociali. La differenziazione di genere complementare ascrive alle donne tratti positivi che sono complementari a quelli degli uomini (es. caratteristiche stereotipicamente non attribuite agli uomini, come la sensibilità, la dolcezza, ecc…). Questo si riflette nella divisione tradizionale dei ruoli che relegano la donna ai lavori domestici. Per  il sessista benevolo le donne completano gli uomini.
L’eterosessualità è senza dubbio la componente più importante dell’ambivalenza degli uomini verso le donne. Le relazioni sentimentali sono ritenute da entrambi i sessi il principale fattore che contribuisce alla felicità nella vita; inoltre queste relazioni sono le più intime e le più profonde tra quelle che gli uomini instaurano. La motivazione che spinge gli uomini ad avere rapporti sessuali con le donne è proprio legata alla necessità di instaurare queste relazioni psicologicamente intime (intimità eterosessuale). Ciononostante queste stesse relazioni costituiscono la più grande minaccia di violenza verso le donne. Infatti l’ostilità verso di esse è caratterizzata dalla credenza che utilizzino il loro fascino sessuale per manipolare l’uomo e dominarlo. Quindi per alcuni uomini l’attrazione sessuale verso le donne può essere inscindibile dal desiderio di dominarle (ostilità eterosessuale).
Glick e Fiske suggeriscono che il sessismo ostile e benevolo traggono le loro radici dalle condizioni biologiche e sociali che caratterizzano i gruppi umani. Sebbene gli antropologi non sono del tutto d'accordo sul fatto che il predominio maschile caratterizzi tutte le culture umane, concordano nel ritenere che il patriarcato (gli uomini posseggono il controllo strutturale delle istituzioni economiche, giuridiche e politiche) prevale nelle diverse culture.
Gli atteggiamenti verso le donne che gli autori indicano come sessismo ostile e sessismo benevolo hanno origini antiche, infatti si ritrovano chiaramente nell’Odissea scritta da Omero ben tremila anni fa. Penelope rappresenta l’ideale greco dell’essere donna: bella, intelligente, ben educata, il pilastro della casa, fedele e subordinata al marito. La maga Circe e le Sirene cercano invece di adescare Ulisse con le loro arti seducenti. Nonostante sia passato molto tempo dall’età Omerica, queste immagini corrispondono perfettamente alla visione odierna ambivalente della donna: da una parte la moglie fedele e dall’altra la seduttrice che domina l’uomo.



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mercoledì 15 giugno 2016

ABBANDONO DEGLI ANIMALI



L'abbandono degli animali è l'intenzionale allontanamento di un animale domestico o d'affezione del quale si sia responsabili. L'animale viene in genere liberato in luoghi dai quali si prevede non possa riavvicinarsi all'abitazione in cui era tenuto.

L'abbandono, quando non fonte di incidenti stradali, può portare al randagismo ed alla conversione dell'animale alla vita selvatica. La pratica è ritenuta riprovevole e pericolosa da quote rilevanti di popolazione, in particolare da associazioni e movimenti animalisti, e negli ultimi anni si sono allestite strutture pubbliche (in genere locali) con compiti di sensibilizzazione e prevenzione del fenomeno, le proporzioni del quale sono stimate di stringente rilievo.

L'abbandono non riguarda solo i cani ed i gatti, ma di recente ha colpito sensibilmente anche specie cosiddette esotiche (specie alloctone naturalizzate), la cui detenzione era stata sottoposta a regolamentazione severa comprendente il divieto di detenzione di talune specie e l'obbligo di denuncia di altre invece consentite. Anche al di là dei picchi di abbandono registrati subito dopo la regolamentazione, però, le specie esotiche sono anch'esse interessate dal fenomeno. Molti rettili sono abbandonati in giardini e parchi pubblici, o nei corsi d'acqua, e ciò può causare conseguenze negative alla fauna selvatica locale.

In Italia l'abbandono è vietato i sensi dell'art. 727 del codice penale, che al primo comma recita: "Chiunque abbandona animali domestici o che abbiano acquisito abitudini della cattività è punito con l'arresto fino ad un anno o con l'ammenda da 1.000 a 10.000 euro.". La ratio legis per questa norma è stata rinvenuta da parte della dottrina nella tutela del sentimento umano, che è offeso dal maltrattamento o abbandono degli animali, e dal Consiglio di Stato nella diretta tutela, «adeguata all'evoluzione dei costumi e delle istanze sociali», degli animali «da forme di maltrattamento, abbandono ed uccisioni gratuite in quanto esseri viventi capaci di reagire agli stimoli del dolore». La Dichiarazione universale dei diritti dell'animale sancisce all'art. 6 che «L'abbandono di un animale è un atto crudele e degradante».

Inoltre, secondo il Ministero della Salute italiano, «chi abbandona un cane, dunque, non solo commette un illecito penale (Legge 20 luglio 2004, n. 189), ma potrebbe rendersi responsabile di omicidio colposo», quando gli animali abbandonati provocassero incidenti stradali mortali. Lo stesso dicastero, a proposito delle ragioni dell'abbandono, esorta ad una più accorta gestione della fertilità dei propri animali d'affezione, cioè ad «operare un'attenta gestione della vita riproduttiva del proprio animale, per non incrementare il numero degli abbandoni determinati da cucciolate indesiderate e di difficile collocazione».

Contro l'abbandono degli animali sono periodicamente realizzate campagne informative e di sensibilizzazione pubbliche o di associazioni e movimenti.



In alcuni casi può senz'altro trattarsi di persone ammalate o molto anziane che in qualche modo sono costrette a rivolgersi all’ENPA (Ente Protezione Animali) per dare i loro cani o gatti o canarini in affidamento. In questi casi è l’impotenza del padrone che induce ad abbandonare gli animali, confidando nella disponibilità della gente ad accogliere cani e gatto, a patto che appaiano gradevoli.

Meno fortunati sono gli animali molto grandi e "poco gradevoli" che magari appaiono malati o che invece sono soltanto sporchi.

Avvilente e disumano, oltre che incivile, è il caso in cui l’abbandono non nasce da una necessità, ma solo dalla scomodità di prendersi cura dell'animale o di scegliere vacanze adeguate che annoverino il cane come parte della famiglia.

Così ad un certo punto il padrone smette di essere amorevole per trasformarsi in un individuo meschino che improvvisamente fa scendere dall’auto il proprio cane, magari in un posto di campagna, e scappa velocemente senza guardarsi indietro.

Secondo Roberto Pani, docente di Psicologia Clinica all'Università di Bologna non è il senso di colpa il punto centrale della questione. "Penso che alcune di queste persone abbiano un’immagine di se stessi che riecheggia in loro un senso di indegnità. Evidentemente, qualche ragione antica ha creato in loro un senso di vuoto, di squallore, di inconsistenza ecc. Forse non sono stati visti e considerati adeguatamente, non hanno sentito lo spessore della propria identità, si sono sempre percepiti anonimi. Pertanto la colpa che deriva dall’abbandonare un animale domestico al quale sono affezionati è superata dal bisogno inconscio di negare gli affetti, i sentimenti e le emozioni, perché è questo che si sono raccontati per tanto tempo".

Gli affetti, per queste persone, sono segno di debolezza e di dipendenza. Siccome gli animali domestici evocano fortemente affetti ed emozioni (che hanno in particolare l'accezione della tenerezza), abbandonandoli, oltre che per le ragioni contingenti di scomodità nel tenerli, fanno trionfare in se stessi l’indifferenza e la superiorità nell’apparente dominio delle emozioni e degli affetti.

"E' come se dicessero inconsciamente - prosegue Pani - non sono debole o dipendente, ma sono capace di abbandonare il mio cane e quindi di esorcizzare l’angoscia del contare poco; se sono stato poco visibile o poco considerato a suo tempo, se mi sento una persona da poco...ecco ora che dimostro a me stesso che posso farcela lo stesso...il cane è sempre un cane, se non sopravvive pazienza”.

Fino a 60 anni fa, in Italia la gente di campagna sopprimeva animali domestici quando si riproducevano in eccesso. Questa è la cultura storica dalla quale proveniamo, anche se oggi fortunatamente sappiamo ascoltare un po’ meglio i nostri sentimenti per gli animali. L'evoluzione fortunatamente è anche questo.

In molti apprezzano la compagnia di un animale domestico e non prendono in considerazione nemmeno per un istante la possibilità di abbandonare il proprio cane o gatto, spesso considerato un membro della famiglia. Tuttavia, la convivenza tra persone e animali non sempre ha successo e in alcuni casi la relazione si rompe: solo in Spagna nel 2010 sono stati raccolti per strada circa 109.000 cani e 36.000 gatti. Se per un proprietario può risultare difficile prendere la decisione di abbandonare un animale, per l'animale l'abbandono è l'inizio di un percorso molto difficile, che vede un lieto fine sotto forma di adozione solo per il 45% dei cani e il 38% dei gatti. Il resto degli animali dovrà continuare a vivere in strutture di ricovero, dove l'ambiente sconosciuto, il cambiamento repentino delle abitudini e l'isolamento dal proprio gruppo sociale possono provocare un forte stress.

Secondo uno studio condotto nel 2010, le principali motivazioni alla base dell'abbandono di cani e gatti sono state le cucciolate indesiderate, i cambi di domicilio, i fattori economici, la perdita di interesse per l'animale e il comportamento problematico dell'animale, mentre tra le motivazioni meno frequenti si riscontrano la fine della stagione della caccia, le allergie di qualche membro della famiglia, la nascita di un figlio, il ricovero in ospedale o il decesso del proprietario, le vacanze o la paura di contrarre la toxoplasmosi durante la gravidanza.

Queste motivazioni tendono a cambiare nel tempo e, rispetto agli studi precedenti, i dati del 2010 indicano un aumento dei fattori economici e una riduzione delle motivazioni associate alla perdita di interesse, alla fine della stagione della caccia e alla paura della toxoplasmosi. L'abbandono, tuttavia, continua a essere un indice di incompatibilità tra alcuni proprietari e alcuni animali domestici, di un disconoscimento delle implicazioni pratiche del vivere con un animale e, in alcuni casi, di aspettative sbagliate circa il comportamento normale di un cane o di un gatto.

Nonostante si sia ancora lontani dal debellare il problema, le campagne di sensibilizzazione contro l'abbandono degli animali cominciano a sortire il proprio effetto. Sempre più persone provano a scegliere l'animale che meglio “si adatta” al proprio stile di vita e prima dell'adozione consultano un professionista del settore per conoscere le aspettative realistiche riguardo alle attenzioni di cui avrà bisogno l'animale in termini di tempo e denaro.

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martedì 14 giugno 2016

HOOLIGAN

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Hooligan è un termine inglese che indica una persona dal comportamento violento, indisciplinato e ribelle, utilizzato per indicare i tifosi più turbolenti e violenti delle squadre di calcio del Regno Unito.

A partire dagli anni sessanta, molte subculture giovanili quali skinhead, herbert, mod o rude boy sono appartenuti alla schiera degli hooligan.

Secondo alcuni è probabile che la parola "hooligan" sia derivata dal cognome di un malvivente d'origine irlandese, Patrick Hooligan, che viveva nella capitale britannica. Altri sostengono che derivi da "Hooley's gang", una banda di giovani delinquenti provenienti dal quartiere londinese di Islington. C'è anche chi sostiene che sia correlato a "hooley", voce dell'inglese d'Irlanda che indica una festa sregolata. Ma la connessione con l'elemento etimologico irlandese si rafforza considerando l'opinione forse più probabile, secondo la quale la parola "hooligan" deriverebbe da "Houlihan", nome di una famiglia irlandese dalla pessima reputazione.

Il termine hooligan è frequentemente associato al calcio ed è passato a definire quei tifosi violenti protagonisti di tafferugli al seguito di una squadra. Il fenomeno degli hooligan è diffuso particolarmente in Inghilterra, Scozia, Francia, Italia, Serbia, Polonia, Turchia, Argentina, Grecia, Paesi Bassi e Svezia, differendo dal modello dei turbolenti tifosi ultras dell'Europa meridionale.

Le bande giovanili di inizio secolo portano alle partite i comportamenti ed i linguaggi usati nelle strade, si appropriano quindi del football, che diventa sport per la working class, la classe operaia. Sono i ragazzi dell’età vittoriana, i victorian boys, che fieri di essere temuti dalle classi più agiate, monopolizzano l’ambiente circostante il gioco del calcio dando luogo ai primi disordini con tentativi di invasioni di campo, insulti a giocatori ed arbitri. Giornali dell’epoca di Londra e di Glasgow documentano svariati disordini.
Tra i victorian boys nasce quindi, nel gergo giovanile, l’holding the end (tenere la curva). Per la strada le bande attuano rappresaglie a chiunque attraversi la strada che loro giudicano di loro proprietà, l’holding the street. Il passaggio alla partita di football è automatico e nessuno quindi deve attraversare lo spazio attorno al campo di gioco.
Lo scenario degli “ hooligans” di inizio novecento cambia radicalmente con l’inizio della prima guerra mondiale. I campionati di calcio vengono sospesi e quando si torna a giocare il pubblico che segue il football non è più esclusivamente proveniente dalla working class. Anche le classi più abbienti ed altologate si avvicinano alle partite, come una sorta di svago per dimenticare gli orrori del conflitto.
E’ in questi anni che anche le donne si avvicinano per la prima volta al fenomeno calcio ed è sempre negli anni post prima guerra mondiale che nasce il mito dello spettatore inglese educato e sportivo, proprio in virtù dell’incorporazione delle classi agiate negli stadi.

Questo mito del tifoso per bene, resisterà fino alla metà degli anni cinquanta, supportato anche da una lodevole campagna giornalistica. Mentre l’Inghilterra assiste impotente allo sgretolarsi dell’impero coloniale tornano alla ribalta i ragazzi della working class, che accentuando lo stile dei victorian boys, creano una rough working class (rude classe operaia) dando luogo al fenomeno giovanile dei teddy boys. Sono ragazzi che vogliono recuperare i valori di inizio secolo quali il maschilismo, il sessismo ed appunto la rudezza. Intorno agli stadi tornano violenza e disordini, specie nei derby tesissimi (anche per ragioni religiose) tra celtic e rangers a Glasgow e tra Liverpool ed everton a Liverpool. La stampa punta il dito contro i teddy boys, sono loro i colpevoli della nuova ondata di violenza collegata al calcio e in quegli anni si hanno i primi disordini nei convogli ferroviari che riportano le tifoserie o presunte tali a casa dopo le trasferte.
Ma l’Inghilterra agli inizi degli anni sessanta è l’ombelico del mondo: moda, musica, tecnologia, tutto quello che nasce in Inghilterra diviene tendenza ed è su questa scia, amplificata dalla nascita di gruppi musicali quali i Beatles, i Rolling Stones e gli Who, che nascono altri due movimenti giovanili: i mods ed i rockers. I primi sono appartenenti alla classe operaia ed hanno un look effeminato, vestono elegante, fanno uso di droghe come lsd e si muovono con gli scooters. I secondi portano i capelli lunghi, vestono più rozzo, appartengono alla stessa estrazione sociale e odiano i mods. Quest’odio darà vita a violenti scontri tra i due gruppi nelle spiagge di Brighton e nel sud dell’isola. Il loro approccio al mondo del calcio è in realtà superficiale ma la loro nascita e la loro naturale evoluzione darà vita al movimento skinheads, che si approprierà delle football ends (le curve degli stadi inglesi)  alla fine dei “ favolosi” anni sessanta.
La stampa ingigantisce il fenomeno, temendo che possa avere il suo culmine durante i mondiali del 1966 organizzati proprio dall’Inghilterra. Tutto invece fila liscio, senza incidenti di rilievo, ed arriva anche  la ciliegina sulla torta nella finale di wembley, dove i padroni di casa superano la Germania Ovest in una partita tra le più emozionanti e discusse della storia del calcio.

Blood, sweat and beer (anima, sudore e birra), è questo lo slogan ossessivo degli hooligans che passano il loro tempo tra scontri allo stadio, bevute colossali di birra nei pub e raid violenti ai danni di negozi di proprietà di pakistani in nome del maschilismo estremo e della xenofobia.
Il dato sconcertante è la facilità con cui queste bande di skinheads generano scontri all’interno e all’esterno dello stadio, generando il panico tra il pubblico pacifico. Motivo di tale facilità è la completa impreparazione delle forze dell’ordine alla nuova ondata di violenza. Moltissime sono le partite interrotte per le invasioni di campo, facilitate dalla totale assenza di barriere a bordo campo. In funzione di ciò uno dei primi provvedimenti adottati dalle autorità sono le recinzioni poste nelle ends nel tentativo di arginare il fenomeno del pitch invasion (invasione di campo). Nascono le rivalità fra gruppi, specie nei derby londinesi fra West Ham, Milwall, Tottenham, Arsenal e Chelsea. Gruppi londinesi che però fanno squadra quando dal nord scendono le bande organizzate da Manchester o da Liverpool. E si creano i cosiddetti gemellaggi, gruppi che aiutano altri gruppi nel tentativo di contenerne e superare un altro, spesso per vendicare sconfitte subite negli scontri precedenti. La leggenda metropolitana (non attendibile) vuole che il movimento violento hooligan sia nato nel north bank dell’Arsenal. Cosi recita la leggenda narrata da un tifoso dell’Arsenal: “
La televisione, che trasmette dal 1970, tramite la trasmissione match of the day, diverse partite della first Division e di fa Cup, rende il fenomeno più visibile all’intera nazione, che alla vista di invasioni di campo, scontri ed interruzioni di match, chiede a gran voce misure drastiche ed efficaci ad arginare la violenza. Negli stadi si cominciano a vedere imponenti schieramenti di polizia, spesso a cavallo e nel 1977 verranno introdotte per la prima volta negli stadi le telecamere a circuito chiuso, cosa che divenne poi obbligatoria nei successivi anni ottanta sotto il governo di Margaret Thatcher.



Il primo morto accertato in conseguenza del fenomeno hooligan è datato 1974, quando durante un match in agosto un tifoso del Bolton venne accoltellato mortalmente. Nello stesso anno si verificano anche i primi incidenti di tifosi inglesi all’estero. Durante un match di coppa uefa tra Feynoord e Tottenham i tifosi inglesi mettono a ferro e fuoco la città olandese cogliendo impreparati la popolazione e le forze dell’ordine locali. Altri morti si registrano nel 1976 e nel 1977 e paradossalmente tifare e cantare all’inglese diventa una moda nelle tifoserie di tutta Europa. Le misure restrittive adottate non frenano la violenza, al massimo la spostano in luoghi adiacenti allo stadio, dove le bande si danno appuntamento, o sui treni che portano i tifosi o presunti tali in trasferta. Gli organi di stampa, soprattutto i famosi tabloids, amplificano il triste fenomeno e a questi ragazzi violenti non par vero di leggere le loro gesta sui giornali, trovando una cassa di risonanza enorme. Vengono addirittura stilate classifiche sui gruppi hooligan più temuti e la red army del Manchester united viene identificata come la più terribile in assoluto. Per tutti gli anni settanta verranno considerati dalle forze dell’ordine quelli più a rischio violenza collaborando indirettamente al loro mito.I primi atti di violenza della Red Army vengono ricordati all’inizio degli anni ’70, ma è nel 1974, dopo un’invasione di campo nel derby con il Manchester City, che nonostante la portata non gravissima degli eventi, vengono elevate le barriere di separazione intorno alla Stretford End, operazione che oltre a unire e a donare ai ‘mancunian’ il senso di orgoglio per l’isolamento dai tifosi normali, fa crescere il loro prestigio tra tutte le ends del Paese. Gli yids del tottenham ( di estrazione ebrea ) e i gooners dell’Arsenal tenteranno di salire alla ribalta delle cronache per spodestare dal trono della violenza i ragazzi di Manchester.

Verso la fine degli anni settanta si assisterà ad una inversione di tendenza del fenomeno violenza che innescherà un meccanismo perverso nella classe politica e nei mass media, che si convinceranno che gli hooligans vanno messi sullo stesso piano delle mode giovanili quali i mods e i punk e che come nascono, muoiono. Ciò autorizza a non prendere provvedimenti su misura né a reprimerli con asprezza. Tali considerazioni, molto superficiali, si dimostreranno il classico boomerang per la società inglese che assisterà agli anni più duri e difficili della piaga hooligans. Piaga che è ben presente anche in Galles, quando a seguito di Swansea – Crystal palace un tifoso del Palace muore. Ne seguono altri e la politica e l’opinione pubblica tornano a parlare di fenomeno da arginare con provvedimenti seri. Nel frattempo gli anni 80  assistono al ricambio generazionale e gli skinheads lasciano il posto allo stile casual nel quale la faranno da padrone marchi di abbigliamento come Fila, Ellesse, Tacchini, Adidas Alcune tifoserie, in particolare quelle del Chelsea, del Leeds e del West Ham, allacceranno rapporti con il Fronte Nazionale di estrema destra, che individuava nelle ends un possibile reclutamento politico e un attivo braccio armato. Spesso la politica inglese addosserà la colpa della violenza negli stadi all’estrema destra, continuando a sottovalutare il fenomeno di ribellione e caos generato dalle firms britanniche. Lo stesso Fronte nazionale non metterà mai radici profonde nelle ends, anche perché le stesse firme rifiutavano il sistema gerarchico esistente in politica. Il gruppo era gruppo e agiva in massa, senza un ordine né un vero e proprio capo ed erano gli stessi hooligans a rifiutare imposizioni dall’esterno.
Anche la nazionale inglese non rimane esente dal fenomeno hooligan e sono proprio gli anni ottanta che registrano incidenti di tifosi al seguito della squadra dei tre leoni. I primi disordini si verificarono agli europei del 1980 a Torino, a seguito di Inghilterra – Belgio gruppi di tifosi inglesi ed italiani vennero allo scontro. Ed anche nel 1982, ai mondiali di Spagna, con la guerra delle Falklands appena terminata, tifosi inglesi si scontrano con quelli spagnoli, rei di aver preso posizione a favore degli argentini nel citato conflitto bellico.

La strage dell'Heysel fu una tragedia avvenuta il 29 maggio 1985, poco prima dell'inizio della finale di Coppa dei Campioni di calcio tra Juventus e Liverpool allo stadio Heysel di Bruxelles, in cui morirono 39 persone, di cui 32 italiane, e ne rimasero ferite oltre 600.

La tragedia dell’ Heysel ha però un antefatto vecchio di un anno: la finale della Coppa dei Campioni del 1984 tenutasi allo stadio Olimpico di Roma tra la Roma e lo stesso Liverpool. In occasione di questa gara ci furono numerosissimi incidenti prima e dopo il match che videro bande di ultras romanisti scontrarsi ferocemente con i tifosi inglesi. I tifosi del Liverpool non avevano ben chiara la situazione del tifo italiano, infatti credettero che fosse omogeneo come quello inglese, ovvero incontrati i tifosi della Roma e appurata la loro carica violenta, erano convinti che tutte le tifoserie italiane fossero dello stesso tipo. Pertanto, per ammissione di alcuni degli hooligans arrestati, i tifosi del Liverpool si organizzarono studiando perfettamente le vie della città intorno allo stadio e preparandosi allo scontro che loro stessi credevano sarebbe stato violentissimo, proprio perché memori degli incidenti di un anno prima a Roma. Tale errore di valutazione da parte dei tifosi del Liverpool fu una delle cause della tragedia dell’Heysel. Le altre cause (le principali) furono l’inadeguatezza dell’impianto sportivo e la disorganizzazione delle autorità belghe.

Ma un altro dei motivi che diede origine alla tragedia del 1985 fu la già citata take an end. Molti inglesi non avevano affatto intenzione di caricare gli juventini, ma solo di simulare la carica per spaventare gli avversari, una pratica di uso comune nel campionato inglese ma sconosciuta in Italia. I tifosi juventini, di cui nel famoso settore z molte famiglie, impauriti, nella totale assenza delle forze dell’ordine belghe, completamente colte di sorpresa dall’azione degli inglesi, si ammassarono contro il muro opposto alla curva dei sostenitori del Liverpool. Alcuni, disperati, si lanciarono dall’alto nel vuoto, altri cercarono di scavalcare ed entrare nel settore adiacente; alcuni di essi finirono sugli spunzoni delle recinzioni. Il muro su cui erano ammassati i bianconeri crollò per il troppo peso, moltissime persone vennero travolte, schiacciate e calpestate nella corsa verso una via d’uscita. Tutto ciò non per giustificare il comportamento dei supporters inglesi, tutt’altro, ma per far capire come la diffusa pratica della presa della curva, sconosciuta o quasi fuori dall’Inghilterra fino ad allora, ebbe il suo peso specifico nella tragedia. Nei giorni successivi l’Uefa, su proposta dello stesso Governo di Londra, escluse le squadre inglesi (i cui tifosi si erano già in passato macchiati di simili efferatezze) a tempo indeterminato dalle Coppe europee. Il provvedimento di esclusione fu applicato fino al 1990, un anno dopo la strage di Hillsborough, che vide sempre protagonisti (anche se stavolta senza alcuna colpa) i tifosi del Liverpool. Hillsborough segna lo spartiacque della lotta alla violenza negli stadi inglesi anche se in realtà la tragedia di Sheffield del 15 aprile 1989 si verificò per la disorganizzazione e la leggerezza con cui la polizia locale gestì l’afflusso del settore dei tifosi del Liverpool.

Tale termine venne riportato sulle t-shirt di uno dei primi gruppi di tifo organizzato, divenendo poi marchio d'abbigliamento. Il marchio hooley's si diffuse velocemente negli stadi inglesi e caratterizzò insieme a diversi brand quali Three Stroke, Henry Lloyd, Lyle and Scott la seconda ondata casual.

In seguito alla strage dell'Heysel fu elaborata una convenzione internazionale (la Convenzione europea sulla violenza e i disordini degli spettatori durante le manifestazioni sportive, segnatamente nelle partite di calcio) per prevenire e controllare la violenza degli spettatori.

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LA RISURREZIONE



È propriamente il "rialzarsi" dei morti, il loro ritorno in vita, o piuttosto, secondo le concezioni primitive, il ritorno della vita nel cadavere, la sua rianimazione. Esempi di risuscitamenti singoli si hanno in tradizioni religiose o nel folklore di popoli svariatissimi; alla base del concetto di resurrezione sta senza dubbio quel complesso d'idee per cui la morte è concepita quasi come un sonno, e non si dà vita senza materia, senza un corpo; ma l'idea della resurrezione, o della rinascita, può essere suggerita anche dal constatare ciò che si verifica nella vegetazione, o nei corpi celesti, come la Luna e il Sole, che anch'essi "muoiono" e "rinascono". Ma conviene distinguere tra le resurrezioni miracolose (avvenute per lo più in seguito al contatto o alla parola di un essere soprannaturale) di individui singoli alla vita ordinaria, e la resurrezione generale di cui parlano alcune dottrine escatologiche. Così pure, conviene distinguere tra la resurrezione dei morti in senso stretto e l'immortalità: il parlare, come fa qualche autore, di "resurrezione dello spirito" genera piuttosto confusione. Non è, pertanto, una vera resurrezione la vita umbratile dei defunti nelle tombe, anche se in certo modo ridestati dall'offerta di sacrifici, quale si trova nella religione dell'Egitto antichissimo, ove poi il defunto venne identificato con Osiride, divinità che muore e rinasce; così come muoiono e rinascono le divinità dei culti agrari, talvolta sviluppatisi in misteri, nei quali anche l'iniziato partecipa alla sorte del dio e si assicura pertanto l'immortalità beata. Tuttavia anche nelle dottrine misteriche manca la partecipazione del corpo all'immortalità, e tanto più l'universale risveglio dei morti tutti insieme. Sicché la credenza nella resurrezione vera e propria ci appare limitata a un gruppo relativamente esiguo di popoli e di religioni.

Per la religione degli antichi Egizi, la vita dopo la morte era la sola duratura e la morte costituiva un passaggio a tale vita. Il corpo veniva imbalsamato per preservarlo dalla corruzione e rimaneva nella tomba. Infatti solo se il corpo era intatto, il “Ka”, la forza vitale dell'uomo ed il “Ba”, l'anima, potevano andare nel Paese dei Morti. Questo Regno è simile al nostro ed è diviso in dodici regioni governate da altrettanti Dei. Al suo arrivo l'anima, condotta da Anubi o da Horus, è giudicata in presenza di Osiride: dopo la cerimonia di pesatura del cuore del defunto, detta psicostasia, viene deciso se l'anima debba essere divorata da Ammit o entrare nel Paese dei Morti. Per rendere confortevole la vita in questo Regno, i defunti dovevano portarsi appresso servitori e cibo. Ciò era possibile lasciando simbolicamente nella tomba sia statuette di servitori che esercitavano i vari mestieri sia vivande di vario tipo.

La possibilità di questo tipo di sopravvivenza era aperta a tutti ma solo chi possedeva abbastanza danaro per permettersi una tomba ed una imbalsamazione vi aveva realmente accesso, per gli altri c'era l'annullamento.

Lo zoroastrismo prevede la risurrezione corporea dei morti per un Giudizio Finale di Dio su Bene (Ahura Mazda) e Male (Angra Mainyu): il dualismo etico tra Bene e Male, che è alla base di questa religione, si riflette anche sui concetti di Paradiso, Inferno e Giudizio universale.

Dopo la morte, l'anima della persona passa un ponte ("Chinvato Peretu") sul quale le sue buone azioni sono pesate con quelle cattive. Per gli uomini che sono stati giusti durante la vita il ponte appare largo mentre per gli altri sottile come la lama di un coltello. Il risultato decreta la destinazione dell'anima nel Paradiso (“Garotman”) o nell'Inferno (“Il luogo peggiore”).

Dopo 3000 anni dalla morte di Zarathustra apparirà il Salvatore (“Saoschjant”) che distruggerà il Male in modo da far iniziare un Nuovo Mondo imperituro purificato in un bagno di metallo fuso. I morti risorgeranno per vivere in questo Nuovo Mondo ma non è chiaro se anche le anime dei peccatori saranno riscattate.

Si conoscono diversi miti della classicità che parlano di personaggi risorti da morte: in alcuni casi vi è anche acquisizione dell'immortalità.

Semele, la figlia di Cadmo, era stata visitata da Zeus, che la rese madre di Dioniso. La gelosissima Era provocò con un inganno la morte della giovane donna. Una volta cresciuto, Dioniso, che era nato semidio, riuscì a diventare immortale e poté così calarsi nell'Ade, prendendo quindi con sé l'anima della madre; la resuscitò e salì insieme a lei sull'Olimpo. Semele fu poi fatta immortale da Zeus.

Pelope, che era stato fatto a pezzi ancora fanciullo dal padre Tantalo che voleva imbandirne le carni agli dei per verificare la loro onniscienza, resuscitò ad opera di Zeus, che soffiò in lui la vita dopo averne ricomposto le membra, fatta eccezione per una spalla che nel frattempo era stata mangiata da Demetra, ancora scioccata per la sparizione di Persefone: al suo posto vi mise una spalla in avorio.

Ippolito, figlio di Teseo e Ippolita, fu resuscitato dal medico Asclepio con l'aiuto di Artemide. Il giovane era morto nell'incidente occorsogli mentre si trovava alla guida del suo cocchio, andato distrutto dopo che i cavalli avevano preso a trascinarlo essendosi imbizzarriti per aver visto affiorare dal mare un toro mostruoso.

Le Moire avevano annunciato l'imminente morte del re Admeto di Fere, a meno che qualcuno non avesse deciso di immolarsi per lui. Alcesti, moglie di Admeto, accettò: la sua anima era già entrata nell'Ade quando Eracle, che era amico di Admeto, ingaggiò una lotta furiosa con Thanatos che infine fu costretto a riportare in vita la donna.

Reso, il giovane re trace alleato di Priamo nella guerra di Troia, era stato ucciso nel sonno da Diomede, entrato furtivamente di notte nella sua tenda; la Musa Euterpe, che era sua madre, pregò Ade e Persefone di resuscitarlo: essi acconsentirono e gli dettero anche l'immortalità, ma lo obbligarono al soggiorno perpetuo in un luogo sotterraneo misterioso.

Un altro personaggio fatto resuscitare dagli dei inferi fu Protesilao, la prima vittima achea a Troia, ma solo per poche ore.

Er è una figura inventata da Platone per l'elaborazione di uno dei suoi miti, chiamati pertanto platonici: protagonista è un soldato della Panfilia caduto in battaglia, di nome appunto Er, che viene resuscitato mentre il suo corpo sta per essere bruciato sulla pira. Per volere divino Er è entrato nell'Ade pur non essendo stato ancora sepolto ed è stato poi riportato in vita potendo anche conservare la memoria per non aver bevuto l'acqua del fiume Lete, a cui si dissetano invece tutte quelle anime che optano per la reincarnazione, poiché esse devono cancellare ogni ricordo della vita precedente prima di prendere possesso di un nuovo corpo.

A seguito della conquista di Alessandro Magno la cultura e la filosofia greche si espansero in Oriente e più tardi vennero anche raccolte dagli strati colti romani.

Le espressioni greche per risorgere o risvegliarsi vennero usate per indicare un prolungarsi dopo la morte di una vita dell'anima condannata però a vagare in un mondo di ombre. Non c'era ricompensa per il bene o il male fatto ma solo una terribile pena per la perdita della vita. Questo mondo aveva come re/dio Ade e questo era anche il nome del luogo. I nomi romani erano Plutone per il dio e Inferi o Averno per il posto.

Le Religioni misteriche celebravano il ritmo ciclico vita-morte-rinascita delle forze della Natura. Attraverso vari stadi di iniziazione gli adepti pervengono alla visione beatifica della divinità. Tuttavia queste religioni non sottintendevano una vera e propria liberazione dalla morte ma piuttosto il continuo rinascere di una nuova vita dopo la morte.

Anche la tradizione dei Cinici (derivante da Diogene di Sinope) che lega elementi di filosofia Socratica (Stoicismo) a elementi della mitologia greca (in particolare il semidio Eracle), è legata a culti misterici che celebrano la morte e la risurrezione.

Nell'ebraismo il Tanakh si divide in tre parti, Torah o Pentateuco, Neviìm o Profeti e Ketuvim o Agiografi.

La credenza in una risurrezione di uno o tutti i morti compare molto raramente nel Tanakh e comunque in libri tardivi. Nei tempi più antichi (Torah) valeva la convinzione che gli uomini (Ebrei) che avessero seguito i Dieci comandamenti fossero ricompensati con una lunga vita terrena e con la possibilità di giungere nell'aldilà dopo la morte.

Nel Tanakh ci sono alcuni episodi in cui profeti come Elia ed Eliseo operano risurrezioni singole che sono simili a quelle che poi nel Nuovo Testamento compirà Gesù.

Nel libro del profeta Ezechiele, risalente all'Esilio babilonese (586-539 a.C.), si parla della sua visione delle ossa dei morti e del potere di Dio di farli risorgere e di vuotare i sepolcri.

Non è assurdo ipotizzare che gli Israeliti durante il periodo Babilonese, durato il tempo di una generazione, vennero a contatto con le religioni orientali delle popolazioni presso cui dimoravano (Impero babilonese) ed in particolare con lo Zoroastrismo.

Concetti analoghi sono espressi nella cosiddetta Apocalisse di Isaia 26,19 datata a dopo l'esilio: i morti risorgeranno e i loro corpi saranno svegliati.

In questi esempi la concezione della Risurrezione è relativa ad una azione divina sul suo Popolo Eletto: il superamento della morte è una parte della salvezza promessa da Dio al suo popolo.

Anche nel libro di Giobbe, risalente forse all'inizio del V secolo a.C., si esprime la sua fede nella risurrezione.

Alla fine del I secolo a.C., intorno al 20 a.C., venne avanzata l'idea della morte e resurrezione dopo tre giorni di un messia, Efraim discendente di Giuseppe, per intervento dell'angelo Gabriele. Quest'idea venne successivamente accolta dal Talmud e sviluppata in un midrash del II secolo d.C., in cui si espresse il concetto che un messia discendente di Giuseppe avrebbe preceduto il messia discendente di Davide.

Nella concezione giudaica l'anima dopo la morte entra nello Sheol, un mondo di nulla e di vuoto fino a che non è da questo risvegliato. Il concetto di Sheol va anch'esso modificandosi col tempo. Nel I secolo erano in contrasto le posizioni dei Farisei che seguivano anche una tradizione orale e quelle dei Sadducei che erano sostenitori di una rigida adesione alla Torah, in cui il concetto di risurrezione è assente. Per i Farisei invece erano presenti concetti di angeli, demoni e risurrezione; lo Sheol non è più un luogo di vuoto ma un luogo di attesa della risurrezione. Dopo la morte i giusti vengono portati dagli angeli nel "seno di Abramo", mentre gli empi soffrono il fuoco della Geenna. Questi concetti appaiono chiaramente nella Parabola di Lazzaro e il ricco Epulone. I Farisei credevano nella resurrezione in senso fisico: i corpi sepolti nella terra sarebbero ritornati in vita ad opera di Dio. Al momento della resurrezione i corpi avrebbero avuto la condizione che avevano al momento della morte, poi Dio li avrebbe trasformati risanando le loro infermità. Inizialmente credevano che la resurrezione avrebbe riguardato solo il popolo ebraico, poi arrivarono alla conclusione che sarebbero risolti anche i gentili e anche i giusti tra i gentili sarebbero stati ricompensati da Dio.



Maimonide, Yehudah haLevì e Saadya Gaon confermano che la prova logica di fede consiste nella stessa teoria dell'opera della creazione ed in quella del miracolo: come Dio ha potuto creare ex nihilo, permettendo l'esistenza di qualcosa che ancora non era presente, così avviene per il miracolo, attraverso un intervento appunto prodigioso.

Dai tempi di Omero il termine greco thànatos aveva il significato di passaggio alla condizione di morte. Altri vocaboli indicavano il sonno (hypnos, kathéudo, koimàomai); ciò che era inanimato e senza vita (nekròs), il compimento naturale dell'esistenza (teleutào) e l'interruzione violenta (apoktéino). Nel Nuovo Testamento quest'ultimo termine è usato da Erode nei confronti di San Giovanni Battista (Matteo 14,5), riguardo agli operai della vigna (Matteo 23,37), nelle profezie della Passione (Marco 8,31; 9,31; 10,34), mentre San Paolo ricorda che mediante la morte di Cristo viene uccisa l'inimicizia (Efesini 2,16). Il padre del giovane prodigo invece definisce nekròs il figlio perduto (Luca 15,24:32).

Per i Greci la morte significava semplicemente che non c'era più la vita. Solo gli dei possedevano l'immortalità e le pallide ombre degli uomini dimoravano nel regno di Ade. Per difendersi dall'idea della morte nel mondo antico si seppellivano i corpi presso le strade, oppure si pensava che l'uomo continuasse a vivere nei figli, si esaltava la fine eroica, e si scrivevano lapidi funebri per celebrare la fama del defunto tra i vivi.

Anche nell'Antico Testamento la morte era la fine di tutto e l'uomo ritornava polvere (Genesi 3,19). La morte prematura poteva essere vista come punizione del Signore per la colpa dell'uomo; oppure Dio poteva punire una persona per salvare una comunità o la stessa comunità uccidere alcuni componenti per scongiurare il severo giudizio di Dio sul popolo.

La speranza del superamento della morte o risurrezione è formulata per la prima volta nella Bibbia in Isaia (Isaia 26,19) e in Daniele (Daniele 12,2). Secondo i profeti, per chi vive nel presente e per le generazioni passate, la morte può essere superata grazie a un atto divino della nuova creazione. Il Regno di Dio giungerà alla fine dei tempi, quando il peccato sarà vinto e la morte privata del suo dominio.

In polemica con i Sadducei, Gesù ribadisce il concetto di resurrezione, di cui vi sono nei Vangeli diversi richiami (Vangelo di Marco, 12,18:27; Vangelo di Matteo, 22,23:33; Vangelo di Luca, 20,27:40; Vangelo di Giovanni, 5,25:29).

Nei Vangeli l'espressione in greco che indica la risurrezione dai morti è anàstasis nekrôn, con un significato assai più forte di quello della lingua italiana. In greco è il rialzarsi da coloro che sono morti; ed è un'immagine assai vivida, poiché i morti sono i cadaveri, dai quali esce il nuovo corpo dato dall'anima. Tale vivacità di espressione si trova nell'evangelista Marco 9,9:10: dopo la trasfigurazione Gesù ammonisce Pietro, Giacomo e Giovanni - che non comprendono - affinché non parlino dell'accaduto fino a quando il figlio dell'uomo non fosse risorto da quelli che sono morti.

La fede nella resurrezione è ribadita anche negli Atti degli Apostoli (Atti 4,2 e 17,32) e nelle Lettere di Paolo. Per San Paolo, la morte è il prezzo del peccato (Romani 6,23) e Satana ha il potere sulla morte (Ebrei 2,14) anche se è solo Dio che salva, condanna, dà vita ai morti e chiama all'esistenza anche ciò che non esiste. Gesù resuscita per la nostra giustificazione (Romani 4,25) e morire con Cristo è morire al mondo, e alle potenze del mondo che rendono schiavi (Colossesi 2,20). Il Salvatore ha fatto diventare l'uomo nuova creatura e gli ha donato nuova vita.

Per il Cristianesimo nella sua più alta espressione, la morte di Gesù non è stata quella di un grande uomo o di un martire, di un sobillatore o di un innocente buono, ma l'evento della salvezza unico e fondamentale. Il concetto di morte è motivo pertanto di costante riflessione: Non avere paura, abbi solo fede – scrive l'evangelista Marco (Marco 5,36).

Nei primi tempi del Cristianesimo fu ripresa e rafforzata la tradizione farisaica sulla risurrezione, dandogli un nuovo contenuto (basti pensare all'importanza del tema delle Risurrezione di Gesù come fondamento della fede e del "primo annuncio cristiano", o kerigma) anche se il problema dello Sheol e cioè del destino delle anime dei giusti dopo la morte corporale, non fu inizialmente molto sviluppato. Probabilmente ciò avvenne anche in conseguenza della fede nella seconda venuta di Cristo, o Parusia, che si riteneva dovesse essere imminente.

Sono indicazioni di questa tradizione il racconto della risurrezione di Lazzaro di Betania (Giovanni 11,1-46), risvegliato dal sonno della morte così come le altre risurrezioni operate da Gesù nonché vari passi dei Vangeli ad esempio Matteo 13,49-50.

Anche Paolo oltre che a professare la fede nella risurrezione terrena di Gesù annuncia la sua fede in una futura risurrezione dei morti. (Atti 24,15).

Tuttavia, già nei tempi apostolici (le lettere di Paolo ai Tessalonicesi ne sono un esempio), mentre si prendeva coscienza che la Parusia sarebbe avvenuta in tempi non immediati, si rendeva necessario chiarire il destino dopo la morte dei Battezzati, dei Martiri, così come dei santi e della Vergine Maria, il cui culto si diffuse enormemente già nei primi secoli. Dal Nuovo Testamento e dalla Tradizione cristiana si comprese perciò che le anime di coloro che avessero meritato la Salvezza salissero in Paradiso (corrispondente al "seno di Abramo" del Vangelo e della tradizione ebraica), eventualmente dopo un periodo di purificazione successivo alla morte, ed a tale proposito venivano offerte le preghiere di intercessione per i defunti. Cristo, al suo ritorno alla fine dei tempi, avrebbe poi pronunciato il Giudizio universale, seguito poi dalla risurrezione della "carne" (cioè dei corpi, trasfigurati a somiglianza di quello di Gesù dopo la risurrezione) o dei morti, come si dice, rispettivamente, nel simbolo degli apostoli ed i quello niceno-costantinopolitano, sia dei giusti che degli ingiusti, i primi per la vita eterna nel Regno di Dio sulla terra, gli altri per una risurrezione di condanna.

Lo Gnosticismo è una dottrina religiosa che fiorì nel II secolo e che trova nel diacono Valentino uno dei suoi maggiori esponenti.

Gli gnostici valentiniani cercarono di risolvere l'eterno dilemma che si presenta a chi pensa a un mondo creato: se il mondo è stato creato da un Dio, da dove viene il male? Se Egli non ha creato il male come lo si può considerare unico Creatore delle cose?

Per risolvere questo problema gli gnostici elaborarono una cosmogonia secondo la quale all'inizio di tutte le cose esisteva l'Essere Primo, Bythos, che dopo ere di silenzio e di contemplazione, tramite un processo di emanazione, diede vita al Pleroma (mondo divino), formato da 30 Eoni raggruppati in coppie maschili e femminili. Al vertice di questi Eoni si pone la coppia Abisso e Silenzio (quest'ultimo elemento femminile), coppia da cui nacquero per emanazione tutta una serie di Eoni in una sequenza di potenza sempre inferiore. L'ultima di queste coppie fu quella formata da Sophia e Cristo. L'Eone Demiurgo, spinto a sua insaputa dall'Eone Sophia crea l'aspetto materiale delle cose e anche l'uomo mentre questa, a sua volta, è spinta nella creazione dall'Eone Gesù. Dal Demiurgo nacquero anche il diavolo (detto Kosmokrator) e la sua corte di angeli malvagi.

La Rivelazione di Dio tramite l'Eone Gesù pulisce il cuore corrotto dell'uomo e gli rivela la scintilla divina che è presente in lui e che è "estranea" al mondo materiale. È allora possibile la salvezza che consiste nel ritorno dell'elemento pneumatico dell'uomo al Pleroma ove esso resterà assieme agli angeli che circondano il Salvatore. Questa Salvezza si ottiene con la fede e con le buone azioni.

Mani, che visse nel III secolo, è il fondatore di una religione basata sul sincretismo tra cristianesimo, buddismo, mazdeismo e gnosticismo di stampo valentiniano. La religione creata dal filosofo persiano Mani si configurava come religione di pura ragione in contrasto con la credulità cristiana: spiegava l'origine, la composizione, ed il futuro dell'universo e disprezzava il cristianesimo perché era pieno di dogmi.

Riguardo alla vita dopo la morte, il manicheismo parlava di tre destini differenziati per i Perfetti, gli Uditori, ed i Peccatori (non-Manichei). Le anime dei primi dopo la morte, sarebbero state ricevute da Gesù, e, purificate dal sole, dalla luna, e dalla stelle le loro particelle di luce, liberate, sarebbero salite al Primo Uomo e formate in divinità minori, che avrebbero circondato la sua persona.

Il fato degli Uditori sarebbe stato, in ultima analisi, lo stesso di quello dei Perfetti, ma avrebbero dovuto passare attraverso un lungo purgatorio prima di arrivare alla beatitudine eterna. I peccatori, invece, avrebbero dovuto vagare tra i tormenti e l'angoscia, circondati dai demoni e condannati dagli angeli, fino alla fine del mondo, quando saranno gettati anima e corpo all'inferno.

Il Catarismo degli Albigesi è un movimento religioso sviluppatosi tra il XII ed il XIV secolo soprattutto nel sud della Francia.

Il Dualismo rappresenta l'elemento più importante della Teologia Catara: il mondo materiale è visto come il Male mentre il Bene può essere trovato solo in cielo vicino a Dio. La vita dei Catari è perciò tesa a portare il Bene dell'Uomo (l'anima), concepita come una scintilla divina, fuori dal mondo cattivo, verso il Cielo, realizzandone così la liberazione.

Questo processo di liberazione avveniva per gradi a seconda delle capacità di ogni individuo. I Catari accettavano l'idea della reincarnazione per cui coloro che non riuscivano a realizzare la liberazione durante il presente viaggio mortale sarebbero ritornati un'altra volta per continuare la battaglia verso la Perfezione. La reincarnazione non era quindi né necessaria né desiderabile ma solo legata al fatto che non tutti gli esseri umani sono capaci di rompere le catene della materia in una sola vita. Il destino finale di ogni anima è quindi il ritorno, dopo lungo cammino, al Bene, cioè Dio.

Queste convinzioni spiegano la facilità con cui i Catari, perseguitati dalle Crociate Albigesi, entravano spontaneamente nei roghi preparati e accesi e si lasciavano bruciare cantando.

Nel mondo cristiano le convinzioni sulla morte e sulla risurrezione si mantennero più o meno uguali fino al Trecento quando esse furono scosse dalle affermazioni di papa Giovanni XXII (agosto 1316, dicembre 1334). Questo Papa contraddistinse il suo Pontificato per uno smodato uso del perdono impartito dietro pagamento a peccatori e anime in Purgatorio, per le sanguinose guerre condotte e per una bolla, Cum inter nonnullus, in cui condannava come eretica la povertà dei Francescani.

Contrariamente alla concezione teologica allora comune Giovanni XXII sostenne l'opinione che le anime dei defunti dimoranti "sotto l'altare di Dio" (Apocalisse 6,9) avessero solo la visione della natura umana di Cristo e venissero ammesse alla piena beatitudine unicamente dopo il Giudizio Universale. Egli presentò questa sua concezione soprattutto in tre omelie: il 1º novembre e il 15 dicembre 1331 e il 5 gennaio 1332. Nella terza omelia affermò che sia i demoni che gli uomini riprovati andranno al castigo eterno dell'Inferno solo dopo il Giudizio Universale. Per avvalorare la sua concezione Giovanni XXII redasse nell'anno 1333 anche una dissertazione.

Il re Filippo VI di Francia fece fare un esame dall'Inquisizione. L'esame iniziò il 19 dicembre 1333. Da parte sua anche il Papa convocò una commissione di cardinali e di teologi, che il 3 gen. 1334 in concistoro lo indusse a dichiarare che avrebbe revocato la sua concezione, se essa fosse trovata in contrapposizione alla comune dottrina della chiesa.

Morì il 4 dicembre 1334 ma con una bolla (la Ne super his) datata 3 dicembre 1334 ed emanata dal suo successore papa Benedetto XII ritrattò la sua dottrina. Oggi la Chiesa Cattolica ritiene che Giovanni XXII parlò esprimendo una opinione personale e non ex cathedra.

Il nuovo papa Benedetto XII pubblicò nel 1336 una Costituzione Apostolica la Benedictus Deus in cui fissò i principi di fede ancora oggi validi.

In particolare da allora la Chiesa Cattolica afferma che l'anima "subito dopo la morte" (mox post mortem) passa attraverso un Giudizio Particolare e poi viene retribuita immediatamente salendo subito in Paradiso per godere della visione di Dio o viene ammessa al Purgatorio, per essere purificata e poter accedere alla visione di Dio in un secondo momento o eventualmente scende all'Inferno.

Per quanto riguarda il Giudizio Finale (Giudizio Universale) si cita di seguito il Catechismo della Chiesa Cattolica:

« Davanti a Cristo che è la Verità sarà definitivamente messa a nudo la verità sul rapporto di ogni uomo con Dio. Il Giudizio finale manifesterà, fino alle sue ultime conseguenze, il bene che ognuno avrà compiuto o avrà omesso di compiere durante la sua vita terrena. »
(CCC 1039)

La posizione dei vari movimenti dell'Evangelismo è sostanzialmente allineata alla visione del Cristianesimo del primo secolo. La risurrezione avviene al momento del Giudizio Universale e il periodo tra la morte e la risurrezione è trascorso nello Sheol. Con un paragone alla liberazione degli Israeliti dalla schiavitù in Egitto si parla piuttosto di una risurrezione in questa vita quando si scopre e si aderisce alla fede in Cristo.

I Testimoni di Geova sostengono di praticare il ripristinato cristianesimo del primo secolo. Credono nella resurrezione e in una futura ricompensa per i giusti che distinguono in due categorie:

144.000 prescelti (il piccolo gregge) che regneranno in Cielo assieme a Cristo dopo una risurrezione spirituale senza un corpo carnale, ma con uno spirituale.
tutti gli altri servitori di Dio che vivranno in eterno con un nuovo corpo (nel caso dei risorti), su una terra ritrasformata in Paradiso.
Non credono all'immortalità dell'anima, perché credono l'uomo stesso sia un'anima, né all'esistenza di Inferno e Purgatorio, che di fatti non vengono citati nella Bibbia. Anche gli ingiusti risorgeranno in quello che verrà ripristinato come Paradiso, ma come chiunque saranno soggetti alla seconda morte, che varrebbe a dire l'annullamento, se non verranno seguite le norme di Dio durante il Millennio.

Secondo la fede islamica, l'umanità è destinata alla morte ma, nel momento del Giorno del Giudizio (Yawm al-din), Allah farà suonare dai suoi angeli le Trombe del Giudizio, che provocheranno l'annichilimento di ogni essere. Un secondo suono di Tromba farà risuscitare tutti gli uomini, nessuno escluso, in corpo, anima e spirito, perché siano giudicati e, a seconda dei casi, premiati col Paradiso o condannati all'Inferno. Tuttavia prima della resurrezione corporea esiste un aldilà, questo periodo che va dalla morte alla resurrezione, è detto “Al-Barzakh”. Il Sacro Corano e gli Ahadith ci dicono che prima della resurrezione esiste un periodo di vita che costituisce il tramite tra questo mondo e l'Aldilà. Durante questo periodo i probi si troveranno sul sentiero che conduce al Paradiso, una delle sue porte sarà aperta davanti a loro e, in attesa dell'avvento del Giudizio Universale, godranno dei suoi beni. I malfattori, invece, saranno messi sul sentiero dell'Inferno e una delle sue porte sarà aperta davanti a loro. Rimarranno fino al Giorno del Giudizio nelle torture e nei tormenti, passeranno un triste e spiacevole periodo e dalla paura dell'avvento del Giudizio Universale e dei tormenti dell'Inferno si troveranno in una condizione d'angoscia e di terrore.

Il Giorno del Giudizio è per questo chiamato anche Yawm al-qiyama (Giorno della risurrezione).

In alcune religioni orientali, la risurrezione prende talora la forma della reincarnazione, talché i relativi dogmi identificano in ogni essere vivente (dalla formica all'elefante, tanto per citare esempi confortati da nota letteratura) il portatore dello spirito o dell'anima di un trapassato.

Il concetto di risurrezione è proprio anche di dottrine e culti non tradizionalmente considerati religiosi (ad esempio nello spiritismo, di controversa accostabilità) o non peculiarmente legati ad una religione, ed è nei suoi rudimenti molto antico, quasi primordiale, intimamente connesso alla commemorazione o al vero e proprio culto dei morti (culto degli antenati), che sono in qualche forma presenti in tutte le civilizzazioni arcaiche e che comunque sottendono una credenza di persistenza, o meglio di sopravvivenza degli spiriti.

Il problema della storicità della Risurrezione di Gesù sollevato da alcuni teologi, senza ovviamente entrare in discussioni attinenti al moderno criterio della storia e soffermarci sulle tesi di Bultmann, ha una sua soluzione nella considerazione della autorevolezza e della veridicità dei testimoni cioè dei discepoli, i quali saranno segnati da questo fatto reale che la tradizione pasquale presenta a partire da due dati: quello della tomba vuota e quello degli incontri o apparizioni del Risorto con gli Undici. Fatti questi che ci permettono di concordare con H. Küng quando giustamente afferma che «non fu la fede dei discepoli a resuscitare Gesù per loro ma fu il Resuscitato da Dio a condurli alla fede e alla sua professione… non si può prescindere dalla realtà del Risorto, cioè dalla causa di Gesù che i suoi discepoli avevano data per persa, decide Dio stesso con la Pasqua: la causa di Gesù ha senso e progredisce perché, poiché Gesù stesso, dopo il suo umano fallimento, non è rimasto nella morte ma vive pienamente legittimato da Dio. La Pasqua è quindi un evento non solo per i discepoli e la loro fede: Gesù non vive grazie alla loro fede… La Pasqua è un evento primariamente per Gesù stesso: Gesù rivive grazie a Dio - per la loro fede».
Dunque dagli elementi che ci offre il Nuovo Testamento Cristo è veramente risorto e ha cambiato la vita ai suoi apostoli. La riflessione della comunità post-pasquale ha alla base della sua fede, e non viceversa, il Cristo Risorto che viene annunciato nella predicazione proprio perché è morto e risorto e vive alla destra del Padre. Aderire al Kerigma e porsi alla sua sequela nella Comunità da lui voluta significa usufruire della liberazione dal peccato ed essere giustificati presso il Padre. È dunque conditio sine qua non che Cristo sia veramente Risorto. Ecco perché diversi teologi moderni si sono occupati della storicità della Risurrezione. Lo stesso Catechismo della Chiesa cattolica pur consapevole della distinzione del criterio scientifico di storia circa la Resurrezione di Cristo sottolinea che «è un avvenimento reale che ha avuto manifestazioni storicamente costanti». Continua il Catechismo sottolineando che «la Resurrezione di Gesù è la verità culminante della nostra fede in Cristo, creduta e vissuta come verità centrale dalla prima comunità cristiana, trasmessa come fondamentale dalla Tradizione, stabilita dai documenti del Nuovo Testamento, predicata come parte essenziale del Mistero Pasquale insieme con la croce: Cristo è risuscitato dai morti. Con la sua morte ha vinto la morte, ai morti ha dato la vita».



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