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lunedì 27 giugno 2016

CAMMINARE SULL'ACQUA

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Nell'antica mitologia egizia, il dio Horus camminò sull'acqua, mentre in quella greca Orione, cacciatore di giganti e figlio di Poseidone, compì la stessa impresa. Le tradizioni indù, buddiste e greche hanno storie in cui dei personaggi camminano sull'acqua.

La camminata sull'acqua è un miracolo di Gesù riportato in tre vangeli, nel Vangelo secondo Marco (6,45-52), nel Vangelo secondo Matteo (14,22-33) e nel Vangelo secondo Giovanni (6,15-21), in cui Gesù si fa precedere dai suoi discepoli in barca verso Betsaida, ma quando questi sono a metà strada in mezzo al lago, i Vangeli affermano che Gesù abbia camminato su di esso e li abbia raggiunti. Secondo la versione riportata in Matteo, anche Simon Pietro avrebbe camminato sull'acqua, seguendo l'esempio di Gesù.

Nel secondo volume del suo studio Un ebreo marginale, sottotitolato Mentore, messaggi e miracoli, John Meier studia ciascun racconto miracoloso dei vangeli per determinare se nascondano un nucleo storico; riguardo alla camminata sull'acqua, Meier afferma che si tratta di una narrazione puramente teologica, senza fondamento storico. La tradizione orale, secondo Meier, è intrecciata con riferimenti al Vecchio Testamento (la risposta di Gesù «Io sono» è in accordo alla visione di Gesù come Yahweh della Chiese delle origini) e percezioni post-resurrezione. Il particolare, la parte narrativa della storia sembra ricadere nel genere apocalittico, intendendo con questo termine un genere caratterizzato da un accentuato simbolismo e da contrasti luce-ombra. Inizialmente Gesù raccoglie gli apostoli su di una barca e li manda via da soli, per recarsi da solo sulla montagna a pregare, ma promettendo loro di incontrarli dall'altra parte del "mare"; gli apostoli hanno difficoltà a raggiungere l'altra sponda, ma Gesù appare e tutto finisce bene. Secondo Meier questa è una metafora della Chiesa subito dopo la Pasqua: Gesù lascia i suoi discepoli con l'ascensione ma promettendo loro di tornare, ma ogni tanto fa loro visita durante il viaggio per sostenerli (attraverso l'eucarestia). Come tutta la letteratura apocalittica, la sua funzione è quella di confortare una comunità in difficoltà.

Nel Vangelo secondo Luca, il terzo dei vangeli sinottici oltre a Marco e Matteo, manca un racconto simile alla camminata sull'acqua: questa è stata talvolta chiamata la "grande omissione" di Luca; per tale assenza, questo passaggio è stato utilizzato per determinare se sia corretto ipotizzare la composizione di Matteo a partire da Marco (priorità marciana) o quella di Marco a partire da Matteo (ipotesi Griesbach).

All'interno del Vangelo secondo Giovanni, il brano della camminata sull'acqua (6,15-21) si trova subito dopo del miracolo della moltiplicazione dei pani per cinquemila uomini (6,1-14) e prima del dialogo tra Gesù e la folla (6,26-34) e del discorso sul pane della vita (6,35-59). Questi tre brani sono tra loro in stretta relazione, sia narrativa che teologica: vi si ritrovano i temi di Gesù che dà da mangiare, del pane che dà vita eterna e di Gesù al tempo stesso dono di Dio e datore di quel dono. Il brano della camminata sull'acqua ha invece scarsi legami con questi temi ed è stato proposto che la sua introduzione sia stata dovuta alla sua presenza consolidata nella tradizione orale, per cui l'autore del quarto vangelo è stato "costretto" ad inserirlo. Altri studiosi continuano ad evidenziare l'interruzione del flusso narrativo costituito dall'inserimento di questo brano, ma ritengono che questo sia funzionale allo scopo del redattore del quarto vangelo, quello di mostrare una teofania (Gesù appare ai discepoli, dal cui punto di vista l'episodio è raccontato), come chiarito dall'uso dell'«??? ??µ?», che andrebbe tradotto «Io sono», e del «non temete», anch'esso attribuito frequentemente a Yahweh.



Nell'aprile del 2006, lo scienziato Doron Nof formulò una teoria controversa la quale affermava che Gesù in realtà avesse camminato su del ghiaccio sottile piuttosto che su dell'acqua, perché, a suo dire, la temperatura nel mar di Galilea in quel periodo storico avrebbe talvolta potuto consentire la formazione di ghiaccio. Scientificamente, la proposta era controversa perché assumeva che la Bibbia fosse una parte di prova abbastanza attendibile sulla registrazione di tale evento. Sul piano religioso questa affermazione era controversa perché sosteneva che l'evento biblico non fosse altro che un'illusione. Altri hanno fatto notare che nella Bibbia non veniva mai detto quanto fosse profonda l'acqua, sebbene era riportato che fosse abbastanza profonda perché le barche si immergessero e rimanessero a galla, mentre Gesù camminava sull'acqua verso le barche stesse.

L'effetto di camminare sull'acqua può essere ricreato facendo camminare la persona su un oggetto che è appena sommerso sotto la superficie dell'acqua. Un esempio di questo tipo è stato visto a Melbourne, Australia, con la partecipazione di Ron Barassi nel 2006 al Queen Baton Relay, in cui lui ha attraversato il fiume Yarra su un pontile che era piazzato appena sotto la superficie dell'acqua.

Sognare di camminare sopra l’acqua è sempre un segno di trionfo, superamento degli ostacoli e vittoria.

La passerella è diventata giallo oro, galleggia seguendo il movimento dolce delle onde e passeggiandoci sopra con Christo, l’artista che l’ha creata, ammirando il paesaggio, le linee che traccia e ascoltando le sue semplici e dirette indicazioni, si viene contagiati dalla sua invidiabile energia, si misurano la bellezza, l’imponenza e l’importanza del progetto. “Camminate, ascoltate le sensazioni che avvertite, non sentite quanto è sexy abbandonarsi al ritmo dei movimenti che vengono dall’acqua. Questo è un lavoro fisico, non virtuale queste passerelle non sono slide, proiezioni, sono cose reali, a me interessa la vita”, ripete l’artista più e più volte. Quindi, tutto è pronto, lo possiamo testimoniare, e sta per prendere il via l’evento artistico più importante dell’anno, che sarà guardato dal mondo intero: finalmente si può camminare in massa sulle acque del lago d’Iseo.

«The Floating Piers», una passerella galleggiante lunga 3 chilometri, che unisce i paesi di Sulzano e Monte Isola, nonché la piccola Isola di San Paolo.

Già l’impatto visivo è straordinario dopo la stesura del telo giallo “dalia”, che ricorda i riflessi dorati del lago, ultima delle innumerevoli operazioni che hanno portato alla costruzione dell’opera.

Signore e ragazze devono rinunciare ai tacchi, giustamente vietati, mentre i giovani sportivi non dovranno presentarsi con pattini, bici o skateboard. Nessun divieto invece per famiglie con bimbi in passeggino, cani tenuti al guinzaglio o persone su sedie a rotelle.
La notte un sistema di luci illumina tutto il tratto della camminata e oltre 60 bagnini controllano le sponde.

Così, l’artista bulgaro Vladimirov Yavachev Christo, americano naturalizzato, ce l’ha fatta a realizzare questo " miracolo italiano", come lo ha definito Germano Celant direttore del progetto, e in soli 23 mesi. In realtà ci pensava da molto tempo: “Era un sogno che inseguivo da 40 anni. Nel 1970 volevamo far camminare la gente sull’acqua e qui c’è Monte Isola il posto più alto d’Europa sull'acqua, 470 metri. Ci sono 2000 persone che non hanno un ponte per raggiungere l’isola”, ha specificato l’artista in conferenza stampa.  Il delta del Rio de la Plata, in Argentina era stato uno dei luoghi scelti per il progetto, ideato con la moglie Jeanne-Claude, scomparsa nel 2009, ma ebbe problemi con le autorità. Vent’anni dopo ci provò nella Baia di Tokyo, ma anche lì incontrò difficoltà. Compiuti 80 anni, nel 2014, pensò: “O la faccio adesso o diventerà troppo complicato per la mia età”. Così, con il nipote e il fotografo Wolfgang Volz che da sempre lo accompagna, iniziarono a visitare i laghi italiani. Il Lago Maggiore, di Como, il Garda e arrivati a quello d’Iseo (il Sebino) si fermarono e parlarono subito con i sindaci. “E poi dicono che l’Italia è il Paese della burocrazia - ha sostenuto Christo - non ho mai avuto tanta collaborazione: in poche settimane ho ottenuto le autorizzazioni che altrove avevo aspettato per anni”.

Ma se l’opera è stata realizzata è anche grazie all’impegno economico dello stesso Christo, che ha pagato di persona 10 milioni di dollari e ha dato lavoro ad almeno 750 persone, dagli operai che hanno realizzato i galleggianti a quelli che li hanno montati e alla sicurezza. Christo ha poi pensato anche all’aspetto ambientale, infatti i materiali per costruire l’opera, che è fatta di 200mila cubi di polietilene espanso, fissati al fondo da 140 ancore di 5 tonnellate ciascuna, una volta smontati, saranno riutilizzati.




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lunedì 7 dicembre 2015

LA STELLA DI BETLEMME

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« Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: "Dov'è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella (tòn astéra en têi anatolêi) e siamo venuti per adorarlo".
All'udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia.
Gli risposero: "A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele".
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: "Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo".
Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella (o astér), che avevano visto nel suo sorgere (en têi anatolêi), li precedeva (proêghen autoús), finché (eôs) giunse e si fermò sopra (estáthe epáno) il luogo dove si trovava il bambino.
Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra.
Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese.
Erode, accortosi che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù, corrispondenti al tempo su cui era stato informato dai Magi. »   (Matteo 2,1-12.16)
Come si può constatare, il racconto biblico non corrisponde esattamente alla comune tradizione popolare cristiana e contiene, invece, utili dettagli che occorre sottolineare:

Il testo non specifica quanto tempo dopo la nascita di Gesù fossero arrivati a Betlemme i Magi, né che Gesù e i suoi si trovassero ancora nel ricovero di fortuna (la "stalla") dove aveva avuto luogo il parto. Dal vangelo secondo Luca sappiamo che Giuseppe, Maria e Gesù rimasero a Betlemme almeno 40 giorni, cioè sino alla Presentazione al Tempio. La visita dei Magi e l'immediatamente successiva fuga in Egitto dovrebbero aver avuto luogo dopo questo evento, in contrasto con la tradizione liturgica, che lascia solo dodici giorni fra Natale ed Epifania. Questa posizione è sostenuta da alcuni autori che hanno proposto l'armonizzazione degli eventi raccontati dai Vangeli;
Non si dice né che i Magi fossero re, né quale fosse il loro numero e il loro nome;
Il termine "magi" indica l'appartenenza a una casta sacerdotale di astrologi zoroastriani, il cui centro più importante era Babilonia. Le parole en têi anatolêi (= "al suo sorgere") possono anche essere tradotte "in Oriente", rafforzando l'indicazione della provenienza dei Magi (a oriente di Gerusalemme c'era Babilonia e più in là la Persia);
Alternativamente la traduzione di en têi anatolêi come "in oriente" potrebbe indicare che la stella splendeva a est. Dato che più tardi, a Gerusalemme, la stella risulta splendere a sud, questa traduzione favorirebbe l'interpretazione della stella come una cometa;
Matteo, però, usa il termine "astér", più adatto per una stella che per una cometa;
Il testo non dice affatto che i Magi siano arrivati a Gerusalemme seguendo la stella, ma soltanto che la vista della stella li indusse a cercare notizie alla corte di Erode sulla nascita di un re dei Giudei;
Solo grazie ai Magi Erode fu informato della nascita di Gesù. Ciò potrebbe indicare che l'interpretazione dello (o degli) eventuali eventi astrologici non era ovvia per gli astrologi ellenistici, mentre era più chiara per quelli caldei.
I Magi "provarono una grandissima gioia" perché la posizione della stella corrispondeva proprio alla direzione di Betlemme, non perché fosse ricomparsa dopo un temporaneo occultamento. Il testo non afferma, ma non esclude, che la stella sia rimasta ininterrottamente visibile per tutto il viaggio (come necessario se fosse stata una cometa o una nova);
La stella splendeva a sud di Gerusalemme (questa, infatti, è la direzione di Betlemme);
Non si afferma neppure che la stella si sia fermata sopra la capanna (come nei presepi), ma solo che si trovava sopra la località di Betlemme;
L'indicazione che la stella stava sopra il luogo dove si trovava Gesù può avere molti significati. In testi coevi l'indicazione estáthe epáno è utilizzata per comete la cui coda è diretta verso l'alto. Secondo Mario Codebò, infine, il testo greco è ambiguo e potrebbe essere tradotto in modo completamente diverso da quello solito (inaugurato nella traduzione latina di San Gerolamo). Ad esempio il vangelo di Matteo potrebbe semplicemente dire che l'aurora sorse proprio quando i Magi arrivarono a Betlemme (la stella, quindi, non si fermò ma scomparve per la troppa luce);
L'uccisione di tutti i bambini di età inferiore ai due anni indica che l'evento o la sequenza di eventi significativi era iniziata ben due anni prima.



Evento celeste enigmatico che ha fatto speculare per più di duemila anni, la Stella di Betlemme è stata araldo della nascita del Messia. Per secoli santi, studiosi e astronomi si sono interrogati su questo corpo celeste. Era una cometa? Una supernova? Una congiunzione di pianeti, forse in una costellazione? Una luna o un pianeta nano catturato brevemente dalla gravità terrestre? Un pianeta o una stella fluttuante? Era un corpo celeste che sfidava le leggi note della fisica e della natura, come l'eclissi del primo Venerdì Santo? O aveva un'origine divina come la gloria shekinah che ha portato i figli di Israele fuori dall'Egitto all'epoca di Mosè?

Questa stella era stata preannunciata nell'Antico Testamento: “Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele, spezza le tempie di Moab e il cranio dei figli di Set, Edom diverrà sua conquista e diverrà sua conquista Seir, suo nemico, mentre Israele compirà prodezze. Uno di Giacobbe dominerà i suoi nemici e farà perire gli scampati da Ar” (Numeri 24:15-19).

La Cometa di Halley passa vicino alla Terra ogni 76 anni; è apparsa nei cieli notturni nell'anno 12 o 11 a.C.. Visto che si pensa che Gesù di Nazareth sia nato tra il 7 e il 4 a.C., queste apparizioni precedono di troppi anni quella data, e quindi la Cometa di Halley non poteva essere la stella. La maggior parte degli studiosi e degli storici ritiene che Erode il Grande sia morto nel marzo del 4 a.C., il che di per sé elimina la Cometa di Halley come possibilità.

Gli astronomi cinesi e coreani hanno registrato una cometa rispettivamente nel 5 e nel 4 a.C., nella costellazione del Capricorno. Sono state osservate per 70 giorni e si è notato che “non si muoveva” (i cinesi la chiamavano “sui-hsing”, o stella con una coda piangente. Per i coreani era una “po-hsing”, o stella a cespuglio).

Nel suo dipinto dell'Adorazione dei Magi, Giotto ritrae una cometa come Stella di Betlemme; Giotto aveva visto la Cometa di Halley nel 1301. Anche se il Padre della Chiesa Origene (che cadde nell'eresia) affermò “Riteniamo che la stella che venne vista in Oriente fosse una nuova stella, diversa da qualsiasi altro corpo planetario ben noto, sia quelli nel firmamento in alto che quelli nell'orbe più in basso, ma che partecipava della natura di quei corpi celesti che appaiono a volte, come le comete…”

Nel mondo antico, ad ogni modo, le comete venivano viste come oscuri presagi. Nel 66 d.C., la Cometa di Halley venne registrata da Flavio Giuseppe come qualcosa che “incombeva su Gerusalemme come una spada insanguinata”; quell'anno iniziò la prima guerra ebraico-romana. È improbabile, quindi, che una cometa potesse essere vista dagli antichi come portatrice di buone notizie – la nascita del Messia. Sicuramente i Magi non si sarebbero rallegrati vedendo una cometa.

La Stella era una congiunzione planetaria, forse in una costellazione significativa per gli antichi? Il famoso astronomo Giovanni Keplero propose questa teoria nel 1614, quando determinò che nel 7 a.C. si erano verificate tre congiunzioni dei pianeti Giove e Saturno.

Keplero, tuttavia, pensava erroneamente che una congiunzione planetaria potesse creare una supernova. In quell'anno, Saturno e Giove erano abbastanza lontani, per cui non sarebbe stato possibile notare una congiunzione di questo tipo.

Oggi sappiamo che nel 6 a.C. c'è stata una congiunzione di Marte, Giove e Saturno, e che nel 3 a.C. Giove e Venere si sono avvicinati nella costellazione del Leone. Giove si è avvicinato anche alla stella Regolo alla fine del 3 e nel 2 a.C.. Anche se c'era una serie di congiunzioni planetarie e stellari nella cornice di tempo accettata come quella della nascita di Gesù, questa teoria deve essere respinta malgrado il significato che aveva per gli astronomi e gli astrologi dei tempi antichi.

In primo luogo, le congiunzioni non erano e non sono così rare. In secondo luogo, la Bibbia usa specificatamente il singolare, parlando di “stella”, e non il plurale. In terzo luogo, sia la Bibbia che la Chiesa condannano l'astrologia e l'idea che le stelle guidino il nostro destino. Deve esserci stato qualcosa di straordinario e insolito in questa stella perché San Matteo la menzionasse nel suo Vangelo.

La possibilità che la Stella di Betlemme fosse una supernova o un'ipernova è affascinante. Una supernova è un'esplosione di una stella gigante massiccia che può brillare con lo splendore di oltre dieci miliardi di soli; un'ipernova è ancor più brillante. La supernova avvistata nel 1054 – ironicamente lo stesso anno in cui la Chiesa cattolica e quella ortodossa si sono separate – e ora chiamata “Nebulosa Granchio” era abbastanza brillante da poter essere vista di giorno. Le supernove che si possono vedere ad occhio nudo sono piuttosto rare, e questo supporta la teoria per la quale la Stella fosse questo fenomeno, naturale anche se raro.

Il problema è che a parte la possibile comparsa di una supernova nell'anno 5 a.C. (anche se la maggior parte degli osservatori ha stabilito che era una cometa), la prima osservazione nota e registrata di una supernova risale al 185 d.C. da parte degli astronomi cinesi; oggi è conosciuta dagli astronomi come il guscio gassoso RCW 86. Una supernova lascia anche una nubulosa visibile agli astronomi su certe zone del cielo, e non se ne trova nessuna che potesse trovarsi nella regione di Betlemme. Quasi 200 anni in ritardo, senza aurora evidente – questi fattori escludono che questa supernova fosse la Stella di Betlemme.



Probabilmente la spiegazione più convincente da un punto di vista scientifico è la teoria di un pianeta o stella errante. Noti anche come pianeti vaganti, pianeti nomadi, pianeti orfani o pianeti interstellari, sono sfere extraterrestri che non sono mai state catturate dalla gravità di una stella o che sono state vittime di un'espulsione cosmica dai sistemi solari in cui si sono formate. Continuano a vagare nella galassia senza meta. Finora gli astronomi hanno scoperto una manciata di questi pianeti e ce ne sono molti altri. Il più vicino alla Terra è WISE 0855–0714, a circa sette anni luce di distanza. Si pensa che le stelle vaganti o intergalattiche siano il risultato di collisioni di galassie che proiettano stelle nella vastità dello spazio; sono state osservate nella costellazione della Vergine. L'unico problema riguardo a questa teoria è che un pianeta o una stella vagante non potrebbe arrivare sufficientemente vicino alla Terra senza “sconvolgere” l'atmosfera, i i venti e gli oceani – tutti eventi geofisici importanti di cui non vi è traccia nel passato, anche se, se fossero sufficientemente brillanti, potrebbero essere visti da una ragguardevole distanza.

Altri elementi interessanti da notare: le tre stelle che compongono la cintura della costellazione di Orione (Alnitak, Alnilam e Mintaka – arabe in origine) sono spesso chiamate “I tre re” o “I Magi” in onore degli uomini che venivano da lontano. In una chiara notte nell'emisfero settentrionale, questa costellazione può essere vista nel cielo meridionale invernale. Se seguite la linea della cintura di Orione verso sud, vedrete la luminosissima stella blu Sirio (anche nota come Stella del Cane), la più brillante stella del cielo notturno. È come se i Magi stessero seguendo la “Stella di Betlemme” per sempre.

Nella settimana di Natale, l'Ammasso Alveare (in latino il Presepe, alveare, Mangiatoia) nella costellazione del Cancro può essere osservato nel cielo orientale, mentre la costellazione del Cigno (la Croce del Nord) può essere vista in occidente. È l'unico periodo dell'anno in cui la Mangiatoia e la Croce possono essere viste in cielo nello stesso momento.

La dicitura comunemente più diffusa per indicare la stella di Betlemme è la contraddittoria stella cometa, che accorpa due corpi celesti completamente dissimili tra loro: la stella è di grandi dimensioni, si trova a enormi distanze dal sistema solare e nel firmamento appare fissa e puntuale; la cometa è di piccole dimensioni, si trova all'interno del sistema solare e nel firmamento appare mobile e con una forma e dimensione non puntuale.

La storicità del racconto è discussa. Storici non-cristiani e alcuni biblisti cristiani lo vedono come un dettaglio di un racconto midrashico di carattere haggadico. Altri biblisti cristiani ne ammettono la veridicità storica. Altri identificano la stella con una triplice congiunzione di Giove, Saturno e Marte verificatasi nel 7 a.C. nella costellazione dei Pesci.

Già nell'antichità le opinioni dei cristiani erano discordi, anche perché le opinioni dei filosofi sulla natura dei corpi celesti erano confuse. Secondo il filosofo ebreo Filone di Alessandria e prima di lui Platone e gli Stoici, le stelle "sono creature viventi, ma di un genere interamente spirituale". Perfino Aristotele espresse giudizi contraddittori sull'argomento. L'identificazione delle stelle con gli angeli traspare in molti testi biblici o della letteratura giudaica. Perciò diversi padri della chiesa, fra cui Giovanni Crisostomo, non videro alcuna contraddizione nel fatto che una stella, cioè un angelo, scendesse in terra a guidare i Magi sino alla stalla di Gesù, secondo la narrazione popolare e in analogia alla guida data a Israele durante l'Esodo (14,19; 23,20; 32,34; 33,2.

Una linea di pensiero completamente diversa compare in Origene di Alessandria, che sostenne che dovesse trattarsi di un evento naturale e non miracoloso. San Gerolamo, poi, combatté l'idea che le stelle potessero essere angeli e finalmente nel 553 il Concilio di Costantinopoli II escluse tassativamente che i pianeti o le stelle potessero avere un'anima.

La maggior parte degli esegeti antichi, quindi, interpretarono la stella come un fenomeno celeste inanimato, naturale o portentoso, ma senza identificarlo con una cometa. Nell'iconografia cristiana antica, infatti, la stella non è mai rappresentata con la coda. L'esempio più antico è un affresco delle Catacombe di Priscilla (III-IV secolo).

La comune rappresentazione a forma di cometa e la dicitura "stella cometa" risalgono al fatto che Giotto, impressionato dal passaggio della Cometa di Halley nel 1301, la disegnò appunto come una cometa dalla lunga coda nella Cappella degli Scrovegni a Padova. A partire dal XV secolo il particolare ha avuto una straordinaria fortuna artistica, in particolare nelle rappresentazioni della Natività e del presepe.

La coda risponde al desiderio di rappresentare un oggetto celeste che indichi una direzione, in accordo con la lettura popolare del testo evangelico.

La presenza di una stella alla nascita di Gesù è un simbolo messianico. Il riferimento biblico è la profezia di Balaam su una stella, che sarebbe spuntata da Giacobbe Nm 24,17. Benché la stella sia stata spesso identificata col Re Davide, già prima della nascita di Cristo alcuni ebrei l'avevano identificata col Messia. Nel secondo secolo Origene ed Ireneo di Lione richiamarono questa profezia proprio in relazione alla Stella di Betlemme. L'identificazione messianica è ancora più chiara nella versione dei LXX (quella normalmente utilizzata dagli evangelisti), in cui lo "scettro", che sorge in Israele, è tradotto in greco con "uomo".

In accordo con la profezia di Balaam, il tema della "luce" compare in molte altre profezie tradizionalmente applicate al Messia, fra cui quella a cui questo passo è maggiormente collegata Is 60,1-6.

Il carattere "nazionalistico" della profezia di Baalam potrebbe essere il motivo per cui la stella non compare nel vangelo di Luca, diretto ai "gentili" e agli ebrei ellenizzati.

Alcuni biblisti moderni seguono tuttora le tesi di Giovanni Crisostomo sopra delineate, integrandole con il metodo storico-critico di lettura dei testi biblici: la stella di Betlemme, quindi, potrebbe essere una invenzione narrativa appartenente al genere letterario ebraico del midrash. Il narratore avrebbe semplicemente voluto affermare in modo indiretto che Gesù era il Messia annunciato dall'Antico Testamento e avrebbe utilizzato a questo scopo gli stessi elementi simbolici usati dai profeti, senza probabilmente avere né la consapevolezza, né l'intenzione di introdurre elementi soprannaturali, che secoli dopo  molti lettori avrebbero considerato inverosimili.

Gli indizi astronomici utilizzati per spiegare la narrazione del vangelo di Matteo sono di due tipi: eventi astronomici eccezionali di grande effetto visibile come il passaggio di una cometa o il formarsi di una supernova oppure congiunzioni planetarie di speciale significato astrologico.

Queste ultime spiegherebbero meglio come i Magi abbiano potuto capire di doversi recare proprio a Gerusalemme, dato che l'orientamento di ogni stella o evento astronomico rispetto ai punti cardinali cambia continuamente per effetto della rotazione terrestre; solo la stella polare resta fissa. Un evento astronomico naturale, quindi, non potrebbe indicare la direzione da Babilonia a Gerusalemme e infatti solo per il brevissimo tratto fra Gerusalemme e Betlemme (8 km) Matteo dice che la stella "precedeva" i Magi, indicando che essa si trovava in direzione sud nell'ora di approssimata durata dell'ultimo tratto di viaggio.

L'ipotesi di un evento eccezionale è in accordo con la descrizione fornita dal Protovangelo di Giacomo, uno scritto apocrifo del secondo secolo, secondo cui la Stella era “tanto brillante da far scomparire le altre stelle”. La fonte, tuttavia, non è sufficientemente attendibile da considerare vincolante questo dettaglio. Un evento eccezionale, inoltre, sarebbe stato notato da tutti ed Erode non avrebbe avuto bisogno di chiedere ai Magi la data precisa di inizio dell'evento. L'evento eccezionale, se davvero ebbe luogo, deve essere stato preceduto da altri eventi astronomici, il cui significato era comprensibile solo da astrologi.

L'ipotesi che la stella di Betlemme fosse una cometa, o qualcosa di simile, risale a Origene, che non si basa su tradizioni precedenti, ma suppone che si sia trattato di una nuova "stella", cioè di un evento eccezionale, probabilmente allo scopo di non deviare dal rifiuto della pratica astrologica, consueto fra i cristiani. Origene cita il perduto trattato "Sulle comete", scritto dal precettore di Nerone, Cheremone, secondo il quale era prassi accettata che l'apparizione di comete o nuovi astri segnalasse la nascita di importanti personaggi ed era quindi plausibile che i Magi si fossero messi in viaggio al suo apparire.

Alcuni studi, invece, hanno trovato traccia di esplosione di supernove:

Nel 1977 un gruppo di ricercatori inglesi (Clark, Parkinson e Stephenson) hanno rilevato che gli annali astronomici cinesi registrano nel marzo del 5 a.C. l'apparizione di un oggetto brillante, probabilmente una nova, che rimase visibile per circa 70 giorni tra le costellazioni dell'Aquila e del Capricorno. Si tratta quasi certamente di un oggetto rilevato anche dagli astronomi coreani, anche se le loro registrazioni contengono imprecisioni, dovute verosimilmente ad errori di trascrizione. Se i Magi si misero in viaggio dalla Mesopotamia al suo apparire, poterono raggiungere la Giudea in aprile/maggio: in quel periodo, all'alba era visibile da Gerusalemme in direzione sud, cioè verso Betlemme, in perfetta corrispondenza con il racconto evangelico.
Una recente ipotesi suggerisce che la stella di Betlemme fosse una supernova o una ipernova, le cui tracce sono state scoperte nei pressi della galassia di Andromeda. La datazione di questo evento non è attualmente possibile, ma potrebbe diventarlo col progresso della tecnologia. Frank Tipler, però, osserva che una supernova in Andromeda spiegherebbe in modo letterale un aspetto misterioso del vangelo di Matteo: il fermarsi della stella proprio sopra Betlemme. Il "fermarsi" indicherebbe il raggiungimento dello zenit, istante in cui la stella cessa di fornire una indicazione direzionale.

A titolo illustrativo, riassumiamo alcune possibilità:

David Hughes e più recentemente Simo Parpola collocano tutti gli eventi nell'autunno del 7 a.C.; la nascita di Gesù sarebbe avvenuta in corrispondenza alla congiunzione equinoziale (6 ottobre), mentre l'arrivo dei Magi sarebbe da collocarsi in corrispondenza all'ultima congiunzione nei primi giorni di dicembre. Il pregio di questa proposta è che essi avrebbero osservato a Gerusalemme proprio un nuovo verificarsi dell'evento che avevano osservato in patria in accordo con Mt 2,10. Dato che la prima congiunzione si era verificata solo sei mesi prima, resta incerto il motivo per cui Erode avrebbe fatto uccidere tutti i bambini di Betlemme con meno di due anni;
Michael Molnar enfatizza solo gli eventi del 6 a.C. e il ruolo di Giove, collocando la visita dei Magi nel dicembre di quell'anno;
Per diversi autori, fra cui più recentemente Colin Humphreys, gli eventi del 7 e del 6 a.C. avrebbero avuto solo un ruolo di "allerta astrologica", mentre la nascita di Cristo avrebbe avuto luogo solo in coincidenza con (o poco dopo) la cometa/supernova del marzo 5 a.C. Dato che la "cometa" fu osservata dagli astronomi cinesi per 70 giorni, i Magi ebbero tutto il tempo per osservare la sua prima comparsa, decidere di mettersi in viaggio ed arrivare a Gerusalemme entro i due mesi successivi. Questa soluzione spiega il comportamento di Erode, al prezzo di introdurre due eventi, mentre il vangelo parlerebbe solo del secondo.
Proviamo, infine, a collocare la Natività il 25 dicembre del 6 a. C., una data il cui anno raccoglie grande consenso fra gli storici e il cui giorno accontenta anche i credenti tradizionalisti. Alcuni dei dati astronomici sopra discussi si collocano nella narrazione biblica come segue:
settembre-ottobre 7 a.C.: Annuncio dell'angelo a San Zaccaria e concepimento del Battista; avvio della catena di eventi che conduce alla nascita di Gesù (circa 180 giorni prima del concepimento di Gesù secondo Luca);
congiunzione di Giove e Saturno nella costellazione dei Pesci (la congiunzione astrologicamente più importante perché anche il sole era allineato con la terra e i pianeti, pur trovandosi nella costellazione della Vergine).
marzo-aprile del 6 a.C.: Annunciazione a Maria e concepimento di Gesù (circa 266 prima del Natale);
Nel febbraio Marte raggiunge Giove e Saturno nella Costellazione dei Pesci, congiunzioni di Marte con Saturno e di Giove con la Luna e successivo occultamento di Giove da parte della Luna nella costellazione dell'Ariete (17 aprile).
2 febbraio del 5 a.C.: Presentazione al Tempio, durante la quale Simeone il Vecchio pronuncia il Nunc dimittis (40 dopo Natale per obbedire la legge mosaica), seguita in data imprecisata dalla visita dei Magi;
L'esplosione di una supernova (o la comparsa di una cometa) in marzo annuncia ai Magi la realizzazione della profezia significata dalla misteriosa triplice congiunzione di due anni prima, spingendoli a partire per Gerusalemme; la profezia di Michea e la luce della stella li guidano a Betlemme. Erode uccide tutti i nati dall'avvio della triplice congiunzione (maggio 7 a.C.).
Altre sette congiunzioni, molto significative dal punto di vista astrologico, ebbero luogo negli anni 3-2 a.C (cioè nei due anni antecedenti la presunta data di nascita di Gesù secondo la tradizione cristiana connessa con la storia). Tre di esse implicarono sempre Giove, con la stella Regolo della costellazione del Leone, anch'essa un simbolo regale. Altre, verificatesi sempre nei pressi di Regolo, implicarono Venere e altri pianeti, fra cui Marte e Mercurio.

Particolarmente interessante è la congiunzione di Giove con Venere verificatasi il 17 giugno del 2 a.C. Essa si verifico nella costellazione del Leone (simbolo della tribù di Giuda seconda la Genesi Gen 49,9) e precisamente nei pressi di Regulus (nome che significa "piccolo re"). Se essa viene interpretata come un'indicazione celeste del concepimento di Gesù, la sua nascita cadrebbe circa alla Pasqua del successivo anno 1 a.C. (6 aprile). Una nascita in occasione di questa festa, quando tutti i giudei dovevano recarsi a Gerusalemme, spiegherebbe come mai non si trovò posto per Giuseppe e Maria a Betlemme (Luca 2,7) e si accorderebbe con il pernottamento all'addiaccio dei pastori meglio di una nascita in dicembre.

Tra le varie rappresentazione del periodo natalizio, una delle più curiose è la Stella di Miranda a Terni che risulta essere la rappresentazione della stella cometa più grande al mondo con i suoi 105 metri di diametro esterno della stella, 305 metri di lunghezza della coda per una superficie complessiva di 30000 metri quadri.



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martedì 11 agosto 2015

IL VINO



 Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: «Prendete e mangiate; questo è il mio corpo».  Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti,  perché questo è il mio sangue dell'alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati.

Nella cultura occidentale la presenza dell’uomo è sempre stata accompagnata da quella della vite.

Mosè si dimostrò un esperto viticoltore portando al mondo i tralci della vite da trapiantare e non i vinaccioli da seminare; da qui il vino diventa il filo conduttore della geologia della Bibbia. Lo si ritrova nei Vangeli, ma il suo culmine lo si ha nell’episodio dell’ultima cena dove Gesù offre il vino ai discepoli pronunciando le memorabili parole “bevete, questo è il mio sangue “, da qui il vino diventa simbolo di sacrificio e di momenti sacrificali.

Si può anche trovare corrispondenza tra il sangue dell’agnello e il pane non lievitato, simboli della Pasqua ebraica, e il vino assimilato al sangue e il pane tipici della Pasqua cristiana. Pane e vino diventano inseparabili tra loro: pane e vino esistono perché esiste l’uomo e diventano alimentazione terrestre ma anche dell’anima essendo alimenti divini.

Si può anche dire che il pane ci nutre mentre il vino ci dà la vita.

Il vino, preferibilmente rosso, assume particolare rilevanza per la celebrazione del sabato ebraico (o shabbat) pari almeno alla funzione che questo giorno sacro assume come divisione sacrale del tempo cosmico.

La simbologia del rito sacro di santificazione del Sabato con la beracah (benedizione) sul vino  affonda  in ogni caso nell'insegnamento tradizionale per eccellenza quale è quello tramandatoci dalla Bibbia.

Il "Kiddush" è il nome con il quale si indica appunto la benedizione e la speciale preghiera con cui la sera del venerdì ci si prepara al successivo giorno di  riposo da dedicare esclusivamente alle cose spirituali: esso  è stato codificato dai Maestri della Legge in ogni più minuto particolare. Il vino per tale speciale cerimonia e di cui si deve riempire sino all'orlo un bicchiere, di solito  un apposito elegante calice istoriato con caratteri ebraici, dovrebbe essere  rosso e di alta qualità. In casi eccezionali è permesso succo d'uva rosso non ancora fermentato. Quest'ultimo particolare induce a pensare che in epoca biblica l'uva più diffusa fosse quella nera; il sinonimo "sangue d'uva" usato fa infatti pensare  che la scelta dell’uva nera  sia legata alla simbologia del colore del mosto che se ne ricava.

La stessa simbologia del sangue  che occupa un posto rilevante nel cristianesimo  è un  segno inequivocabile della radice ebraica dei significati esoterici o cabalistici del vino.

I saggi maestri del giudaismo legarono dunque la benedizione del sabato al bicchiere di vino rosso, sabato ebraico che rappresenta l'architettura portante  e differenziatrice del monoteismo etico ebraico.

Il collegamento tra cibo, bere e sessualità quale elemento essenziale e dinamico  per la riproduzione della vita stessa è ancestrale. Come altre attività umane  che danno un senso alla vita, il bere una bibita alcolica (birra o vino) è anch'esso un atto con cui l'uomo cerca di entrare in contatto con la Divinità.

La speranza di una vita oltre la morte  nella cultura ebraica si esprime  spesso con la simbologia del "banchetto"  che, ovviamente, include la presenza di bevande.

"Preparerete (dice) il Signore... su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti  di cibi succulenti, di vini raffinati... (Isaia  25,6).

Metafora esistenziale e  religiosa, la coltura della vite  era diffusissima in tutta l'area siro-palestinese culla  del nostro monoteismo etico. Questa notizia è confermata da Sinueh, quell'ufficiale egiziano  esiliatosi in Asia, quando  afferma che "in Palestina il vino è più diffuso dell'acqua"! Probabilmente  Sinueh  intendeva dire che l'acqua era tanto scarsa  che il vino era più abbondante ma indirettamente conferma che la coltura della vite era molto diffusa.

Con queste lunghissime radici la cultura del vino non poteva perdere  di importanza  con il passare dei secoli ed infatti anche  nella nostra epoca  il succo d'uva fermentato continua  a rappresentare qualcosa di speciale non paragonabile a nessun'altra bevanda. Brindare  in qualche circostanza  importante e meno importante della vita, con coca cola, aranciata o acqua è un vero tabù, qualcosa che porta male, che non conferisce alcuna sacralità o solennità all'avvenimento.

Il vino e solo il vino è dunque la  bevanda  sacra e piacevole nello stesso tempo.

Il mondo, che per facilità di comprensione è indicato come occidentale e che si regola sulle concezioni etico-religiose della Bibbia, colloca  gli inizi della vinificazione in epoca primordiale all'alba della diffusione dell'uomo sulla terra dopo il diluvio.

Il mito dice che sarebbe stato Noè  il primo uomo  a piantare la vite: <Bevve  del vino, si ubriacò e si scoprì dentro la tenda.(Gen. 9,20)

L'archeologia  anche in questo caso ha confermato il racconto biblico e recenti scavi hanno dimostrato che la vinificazione era diffusa nella regione di Hebron .

Gli esploratori inviati da Mosè nella terra di Canaan giunsero proprio nella valle di Eshcol e riportarono indietro, come prova della fertilità del suolo, un immenso grappolo d'uva, notissimo  nell'iconografia ebraica: due uomini che portano appeso ad una stanga un immenso grappolo: una descrizione iperbolica ma che rende perfettamente la realtà  dei luoghi.

Vari termini designano il vino nella Bibbia ebraica.

Il termine più diffuso “ YAYIN”( ןיי ) ricorre ben 141 volte nella Torà ed è un vocabolo probabilmente non semitico ma forse di origine caucasica: ha il significato letterale di "effervescente”.

Un'altra parola con cui nella Bibbia  si indica questa bevanda è  ASIS dalla radice  ebraica  "asas" che letteralmente ha il significato  di "pressare " o "schiacciare". L'uso di questo termine è specifico ed indica il succo dell'uva  schiacciata o pressata e, probabilmente, anche fermentata.

Tuttavia  non si è  certi che con asis venga indicato il succo fermentato in quanto nei testi aramaici della Bibbia il succo  d'uva fermentato  ha un suo vocabolo  ben preciso che è " chemer "dalla radice  "chamar " che indica appunto la fermentazione (Deut. 32,14).
Nelle cerimonie  più importanti come matrimoni, maggiore età  religiosa (Bar mitzvah) etc. il vino veniva  mescolato con l'acqua e con aggiunta di miele e altri aromi. Ciò conferiva maggiore solennità agli avvenimenti ma c'è  il sospetto maligno che l'aggiunta di acqua servisse ad aumentare la quantità di vino per soddisfare, a poco prezzo, tutti gli invitati. Comunque anche in quei tempi l’annacquamento del vino era considerato negativamente se non proprio una truffa.

In epoca romana, invece, divenne uso comune aggiungere acqua  e miele al vino  ma l'usanza era giustificata dal fatto che il vino  era molto fortemente  tannico e quindi poco bevibile senza diluizione ed aromatizzazione. Ciò non toglie che la pratica divenne di moda, mentre invece si trattava di aumentare i guadagni del commercio del vino.

Il vino viene anche chiamato nella tradizione giudaica  sangue di uva; "<Egli lega alla vite il suo puledro ed alla vite pregiata il figlio della sua asina; lava il vestito nel vino ed i panni nel sangue d'uva.(Genesi 49,11)

Tale  metafora viene usata anche in  Deut. 32,14 e Siracide 39,26. Sembra superfluo sottolineare che in questi passi della Bibbia  ci si dovesse riferire all'uva nera anche perché sembra  che in periodo biblico l'uva bianca fosse sconosciuta.

Probabilmente l'uva bianca da vino  è frutto di innesti  successivi  mentre la vite  coltivata  nella Palestina  del tempo biblico doveva essere un vitigno piuttosto forte, resistente alla siccità e molto simile alla vite selvatica. Però il termine più generico usato nella Torà per indicare qualunque bevanda fermentata, (quindi anche birra, sia quella derivata dalla fermentazione  dell'orzo che quella dei datteri, del melograno, della palma delle  mele etc.) è shekar.



A partire dalla traduzione  della Bibbia in greco (quella dei settanta) viene usato il termine greco "oinos" per indicare tutti i tipi di vino  e "gleuokos " per indicare il mosto da fermentare o in fermentazione ed il vino dolce, novello.

La vendemmia aveva luogo nella Palestina  come in Sicilia, a metà agosto-settembre, a seconda se ci si trovava  nelle zone collinari dell'alta Galilea oppure lungo le coste  mediterranee; ma il vino non era esclusivamente legato alla religione era  anche allora un elemento indispensabile per un buon pasto ed un dono ideale.

Accompagnato da altre offerte,  era uno degli elementi del rito sacrificale al Tempio."Uno degli agnelli offrirai al mattino ed un secondo al pomeriggio. Inoltre  un decimo di efà, 1 di fior di farina intrisa in olio vergine con un quarto di vino per questo primo agnello.2(Esodo: 29,40).

Il vino nelle offerte sacrificali  lo troviamo ancora in Lev.23,13, Num;15,7.10- Samuele 1,24.

Il vino come ricostituente appare nella Bibbia ebraica in 2 Sam.16 mentre  nel Nuovo testamento  viene citato come medicamento (prima lettera di Paolo a Timoteo, cap.5,23.)

Naturalmente un libro come la Bibbia se da un lato apprezza molto il vino e lo fa assurgere  a simbolo della creazione  non poteva sottovalutare  gli effetti negativi e le insidie di un uso smodato di tale bevanda. Una vita benedetta da Dio e cioè colma di tutti i doni del Creatore comprende quindi abbondanza di vino di olio, di grano, tutti prodotti cui viene riconosciuta una funzione assolutamente vitale voluta  dal Signore  nel suo piano per gli uomini.

Salomone, nella sua saggezza, menziona  il vino tra i doni della creazione (Proverbi 104,15 ) "vino che rallegra il cuore degli uomini, seguito dall'olio  che fa risplendere il volto" (olio cosmetico, protettivo della pelle, ma di uso festivo).

L'abbondanza di vino è una benedizione e per contrasto, il venir meno della benedizione può comportare penuria di olio, vino e pane.

Nei proverbi offrire cibo e bevande è espressione di comunione  tra chi ha bisogno di aiuto e chi glielo presta. Così vi è anche un risvolto pratico: il nemico soccorso, cesserà di essere nemico.

Il vino assume  sempre più importanza nei culti sacrificali  e segna  una via di mezzo tra l'offerta  cruenta dell'animale alla Divinità e l'offerta  delle preghiere.

Anche le preghiere  vengono però  offerte a Dio solennizzandole con  il bere  rituale di vino. Se a questa simbologia si aggiunge quella erotica ci si renderà conto come il vino è presente in tutti gli aspetti della vita.

La creazione, come prodotto dell'opera di Dio nel giudaismo, va accettata senza escludere niente di quello che la natura  può darci e questo è un segno di rispetto e gratitudine per il Creatore: ecco perché nell'ebraismo non è accettata la fuga dal mondo, l'estraniarsi ascetico da esso.

Il godere di tutta la creazione divina è segno di riconoscenza.

Ecco dunque affiorare un altro concetto etico: il mangiare non è la misura di tutte le cose, vivere in pienezza la vita, il dono massimo di Dio, significa accettare di controllare e contenere il proprio desiderio in base alla legge, al comandamento, espressione  questa della libertà dell'uomo e  misura per la ricompensa divina.

La libertà di scegliere, di decidere  l'osservanza o meno dei comandamenti  è ciò che distingue  l'essere umano dagli animali.

Mentre quindi da un lato il comandamento di Dio non censura  il desiderio  di mangiare e bere e di godere di tutti i beni della creazione, dall'altro ci ricorda che  solo Dio provvede il mondo di questi beni e che il nostro agire va regolato  dalla Sua legge.

Questo concetto radicato nella tradizione religiosa ebraica è la conseguenza del fatto che  il commercio del vino è stato esercitato  spesso  in monopolio dai mercanti ebrei  di ogni latitudine.

La fermentazione è un segno di rovina e morte. Il vino usato alla Pasqua era chiaramente un simbolo del sangue di Cristo, sparso per stabilire il nuovo patto. Egli berrà dello stesso tipo di succo d’uva con i Suoi eletti nel Regno dei Cieli, dove la decomposizione e la fermentazione non ci saranno più.

Il simbolismo del vino nei sogni non può prescindere l’associazione con il sangue ed il sacrificio, per il colore e per la trasformazione rituale in “sangue di Cristo” dell’Eucarestia.

Ma vino è soprattutto, e fin dall’antichità, segno di gioia, di verità (per la capacità di sciogliere la lingua: “in vino veritas” ) di iniziazione e rito (per l’ebbrezza che procura) e in generale di tutti i doni che il divino mette a disposizione dell’uomo.

Il vino è quindi bevanda degli Dei, fluido “divino”, che subisce un’alchemica trasformazione da semplice prodotto vegetativo frutto della terra, in liquido complesso e raffinato; mentre, lo “spirito” alcolico che contiene, lo rende aereo ed opposto agli umori terricoli da cui proviene la sua matrice.

Il vino diventa simbolo della tensione umana verso la trascendenza, simbolo di spiritualità, ed appare nei sogni a rappresentare la forza ed il miracolo della vita che si eleva dalla semplice materia, e che ubbidisce alla forza dell’immaginazione e dello spirito.

Ma il vino è pur sempre bevanda associata all’allegria ed al benessere del corpo, così come all’ebbrezza ed alla perdita di controllo. Si consuma con piacere in compagnia, abbassa le inibizioni, procura una sensazione di benessere ed ha quindi, da questo punto di vista, un potere simbolico di coesione e di ampliamento dei propri limiti, che si riflettono nei sogni.

Il vino fa “vedere doppio”, altera la visione, questo può essere considerato negativamente, come incapacità di vedere le cose obiettivamente, ma può avere anche un aspetto positivo di revisione dei propri punti di vista: vedere oltre, vedere con occhi diversi. Ecco che il vino nei sogni può assumere anche una funzione rivelatrice di ciò che le convenzioni e l’abitudine celano.

Va comunque sempre considerato ogni aspetto che riguardi la situazione reale del sognatore. Se questi è un alcolista, il vino del suoi sogni potrà comparire come rappresentazione di un bisogno fisico, di un desiderio, o anche di un senso di colpa.

Se il vino che compare nei sogni è annacquato, e non ha il sapore che ci si aspetta, può puntare l’indice su aspetti della vita del sognatore che non lo soddisfano più, che non lo “nutrono” secondo i suoi bisogni, o che non corrispondono più alle sue aspettative.

Infine vedersi in sogno ubriachi e contenti può alludere al bisogno di lasciare andare il controllo e di godere delle situazioni che la vita porta, abbandonandosi ad esse.



Il gesto del brindisi è ormai radicato nella cultura occidentale, ma le usanze che non appartengono alla nostra tradizione sono diverse. Il rituale gestuale e verbale del brindisi può essere più o meno elaborato o formale (alzare il bicchiere verso qualcuno o qualcosa e poi bere), è comunque un messaggio benevolo nei confronti della persona o della cosa presa in considerazione. La storia tuttavia ci racconta che non è sempre stato così: secondo alcuni studi, l'usanza del brindisi si è evoluta spinta dalla preoccupazione per possibili avvelenamenti; una pratica molto diffusa soprattutto nell'antichità (Roma e Grecia ne sono un esempio) e nel Medioevo. Si dice infatti, che l'usanza di scambiare il proprio bicchiere con quello altrui costituiva un segno di reciproca fiducia, così che prima di bere s'iniziava a sbattere il bicchiere verso quello dell'altro, scambiandone anche parte del contenuto. Secondo altri, la genesi del brindisi è da associarsi al XVII secolo ed esattamente alla consuetudine di aggiungere delle spezie alle bevande da parte di alcune dame dell'epoca. Da allora, gli uomini avrebbero usato il brindisi per catturare l'attenzione degli altri uomini e per ingraziarsi la stessa signora. Altri ancora ritengono che il brindisi sia un'usanza ancora più antica e che derivi dalle libagioni celebrate in onore di Dionisio, dio del vino. Il brindisi nell'antica Grecia avveniva in genere durante il simposio, e cioè alla fine del pasto. Aveva una connotazione rituale; era il momento della convivialità e incominciava con i sacrifici in onore degli dei: uno degli ospiti versava il vino a terra, mentre gli altri convitati pronunciavano una preghiera. Da più di cinquemila anni si brinda così. Chi conosce il vino, sentenzia Francois Rabelais,  celebre umanista e scrittore francese del XVI° secolo,  conosce la parola trink. Di fatto sono poche, pochissime, le varianti del rito. La letteratura, la musica, l'arte non ne danno quasi testimonianza. Per conoscerne alcune si deve ricorrere alle tradizioni popolari. Nei matrimoni tra ebrei, per esempio, si usa rompere il bicchiere dopo il brindisi a ricordo della distruzione del tempio di Gerusalemme. La stessa azione la si trova tra i popoli di religione ortodossa. Qui però cambia il valore simbolico. Per alcuni la rottura del bicchiere evoca la fine della vita celibe; per altri è l'anticipazione della lacerazione dell'imene della sposa. Il costume russo di lanciare all'indietro il bicchiere è spiegato come il gesto di liberarsi della ragione per cui si è brindato, in modo da lasciare spazio a un altro brindisi, a un'altra gioia. L'uso, abbastanza diffuso tra le popolazioni germaniche, di brindare guardandosi negli occhi, assume il significato di una partecipazione intensa e leale, nell'augurarsi reciproca salute e fortuna. Nella Repubblica Ceca questo brindisi è riservato ai maschi. Tra ragazzi e ragazze si usa invece brindare tenendosi mano nella mano e con la sinistra bere. La valenza simbolica non dovrebbe essere diversa da quella precedente. Un riferimento più marcato all'unione nuziale è il brindisi, diffuso soprattutto nel sud, di bere con le braccia intrecciate tra sposo e sposa.
Nella maggioranza dei casi tuttavia il brindisi si è svilito a rito meccanico. Gesto e parole hanno perso di significato. Le ragioni profonde del brindare non si riconoscono più, e il brindisi è diventato frase fatta, luogo comune, automatismo dell'inizio a bere. Cin cin, alasanté (à la santé), prosit (dal latino prodesse = giovare), lo stesso salute (impiegato tanto nei brindisi quanto dopo uno starnuto) sono usati a memoria, passivamente.
Di Cin Cin si sa che deriva dall'inglese chin chin, a sua volta derivato dal cinese ch'ing ch'ing, il cui significato è prego prego. Furono i marinai inglesi a introdurlo in Europa. Il grande linguista Bruno Migliorini per primo lo interpretò come parola onomatopeica, atta a riprodurre il suono dei due bicchieri che cozzano tra loro. Un'altra parola onomatopeica è usata nel brindisi polacco. Bevendo d'un fiato, gettando la testa indietro, si dice bach! quasi a riprodurre il suono della lingua schiacciata contro il palato.
Studi etnologici sul brindisi non sono stati ancora compiuti. O almeno non risultano nel vasto catalogo della biblioteca La Vigna di Vicenza, seconda al mondo, dopo quella di Berkeley (California), nella raccolta di libri sul vino. Vi è invece una ricca collezione di brindisi popolari, occasionali e di nessun valore letterario, pubblicati durante le Feste dell'Uva, promosse dal regime fascista. Fa eccezione un brindisi in lingua spagnola, tra i più interessanti che si conoscano: "Amor, salud y plata, y el tiempo para gustarlos". La sua bellezza è tutta nella sua saggezza. Potrebbe eleggersi a sintesi dei tanti brindisi colti, fin qui letti. Vi si augura l'amore, la salute e il denaro, ma non si dimentica di augurare il tempo libero, senza il quale né l'amore, né la salute, né il denaro valgono alcunché. Con rare eccezioni pare che tutto l'umano abbia trovato almeno una volta espressione in un brindisi. Sia esso atto letterario quanto nostro di ogni giorno, il brindisi ci lega ad un rituale antichissimo e ancestrale dei popoli, attraverso il quale il dono di bere vino si unisce ai nostri pensieri, alle nostre speranze, al nostro bisogno di "salute", cioè di "salvezza".
Uno studio francese ha dimostrato che sono più di quaranta i santi protettori del vino. Quello del brindisi potrebbe essere identificato in San Vincenzo. Era tradizione comporre dei giochi di parole con il suo nome. Alcuni di questi pare evochino proprio il brindare, come vin-cent, ossia l'augurio di bere per cent'anni, che si legge anche nell'Enrico IV di Shakespeare "io bevo all'amor mio caro, cuor contento cent'anni camperà!", e O vincent O, che si trovava sulle insegne dei cabaret e che si poteva leggere au vin sans eau e quindi interpretare, lunga vita "alla taverna del vino senz'acqua".

Quello del Capodanno lo conosciamo, in genere assume sempre una forma di augurio nei confronti dell'altro. Tuttavia, in alcune culture se da una parte è un gesto solenne e sentimentale, in altre può essere anche ironico e perfino osceno o offensivo. In Giappone prima d'iniziare a bere il celebre 'sake' si usa, come in Europa, fare un brindisi dicendo Kampai! Tuttavia, se siete in Giappone evitate di dire 'cin-cin', il cui significato è tutt'altro. Nei paesi di lingua inglese gli ospiti possono far intendere la loro approvazione ad un brindisi dicendo 'udite, udite' ("hear, hear"), seguito da una brevissima dedica. La persona onorata del brindisi però non deve bere, né tanto meno stare in piedi per ringraziare. Infatti, l'usanza è quella di farlo solo dopo la fine del brindisi, ringraziando colui che ha offerto da bere e non necessariamente contraccambiare. In Ungheria, non è visto di buon occhio fare un brindisi con la birra: la superstizione ha origine dai festeggiamenti fatti dagli austriaci durante la rivolta ungherese del XIX secolo, che pare siano stati fatti proprio con la birra.



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mercoledì 13 maggio 2015

LA CORONA FERREA NEL DUOMO DI MONZA



Verso l'anno 324 Elena, madre dell'imperatore Costantino I, fece scavare l'area del Golgota in cerca degli strumenti della Passione di Gesù.

Fu rinvenuta quella che venne identificata come la "vera Croce", con i chiodi ancora conficcati. Elena lasciò la croce a Gerusalemme, portando invece con sé i chiodi: tornata a Roma, con uno di essi creò un morso di cavallo, e ne fece montare un altro sull'elmo di Costantino, affinché l'imperatore ed il suo cavallo fossero protetti in battaglia.

Due secoli dopo Papa Gregorio I avrebbe donato uno dei chiodi a Teodolinda, regina dei Longobardi, che fece fabbricare la corona ferrea e vi inserì il chiodo, ribattuto a forma di lamina circolare.

La tradizione che legava la corona alla Passione di Cristo e al primo imperatore cristiano ne faceva un oggetto di straordinario valore simbolico, che legava il potere di chi la usava a un'origine divina e ad una continuità con l'impero romano.

La storica Valeriana Maspero ritiene invece che la corona fosse il diadema montato sull'elmo di Costantino, dove il sacro chiodo era già presente. L'elmo e il morso, insieme alle altre insegne imperiali, furono portati a Milano da Teodosio I, che vi risiedeva: Ambrogio li descrive nella sua orazione funebre de obitu Teodosii. Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, l'elmo fu portato a Costantinopoli, ma in seguito fu reclamato dal goto Teodorico il Grande, re d'Italia, il quale aveva a Monza la sua residenza estiva. I bizantini gli inviarono il diadema trattenendo la calotta dell'elmo. Il "Sacro Morso" rimase a Milano: oggi è conservato nel duomo della città.

La Corona è una straordinaria realizzazione di oreficeria bizantina: è composta da sei segmenti aurei, uniti a cerniera e ribattuti sul cerchietto di ferro, ciascuno dei quali è decorato da tre gemme sovrapposte, un rettangolo smaltato con una grossa pietra al centro e rosette d’oro disposte a croce.

La Corona ha, infine, un importantissimo valore storico: divenne il simbolo stesso del Regno d’Italia e fu utilizzata per incoronare Carlo V d’Asburgo, Napoleone e Ferdinando I; ancor prima, nel X secolo, sarebbe stata utilizzata per l’incoronazione di Berengario I.
La Corona Ferrea o Corona di Ferro è un'antica e preziosa corona che venne usata dall'Alto Medioevo fino al XIX secolo per l'incoronazione dei Re d'Italia. Per lungo tempo, gli imperatori del Sacro Romano Impero ricevettero questa incoronazione.

All'interno della corona vi è una lamina circolare di metallo: la tradizione vuole che essa sia stata forgiata con il ferro di uno dei chiodi che servirono alla crocifissione di Gesù. Per questo motivo la corona è venerata anche come reliquia, ed è custodita nel duomo di Monza nella Cappella di Teodolinda.

Due secoli dopo papa Gregorio I avrebbe donato uno dei chiodi a Teodolinda, regina dei Longobardi, che fece erigere il duomo di Monza; ella fece fabbricare la corona e vi inserì il chiodo, ribattuto a forma di lamina circolare. La tradizione che legava la corona alla Passione di Cristo e al primo imperatore cristiano ne facevano un oggetto di straordinario valore simbolico, che legava il potere di chi la usava a un'origine divina e a una continuità con l'impero romano. La Corona Ferrea fu usata dai re Longobardi, e poi da Carlo Magno (che la ricevette nel 775) e dai suoi successori, per l'incoronazione dei re d'Italia.

Indagini storiche più recenti ritengono che la conformazione odierna della corona sia dovuta a interventi databili tra il V e il IX secolo. Essa potrebbe essere stata un'insegna reale ostrogota, passata poi ai Longobardi e quindi ai Carolingi, i quali, dopo averla restaurata, la donarono al Duomo di Monza, chiesa reale fatta erigere da Teodolinda.

Gli imperatori del Sacro Romano Impero venivano incoronati tre volte: una come Re di Germania, una come Re d'Italia, una come Imperatore (quest'ultima corona veniva imposta dal Papa). L'incoronazione con la Corona Ferrea si svolgeva a Milano, nella basilica di Sant'Ambrogio; altre volte tuttavia la cerimonia si svolse a Monza (nel Duomo o nella Chiesa di S.Michele) oppure a Pavia, e saltuariamente in altre città ancora.

Tra un'incoronazione e l'altra, la Corona Ferrea risiedeva nel Duomo di Monza, che per questo motivo era dichiarata "città regia", proprietà diretta dell'imperatore, e godeva di privilegi ed esenzioni fiscali.

La corona attraversò tuttavia alcune vicissitudini: nel 1248, insieme al resto del Tesoro del Duomo, fu data in pegno all'ordine degli Umiliati, a garanzia di un ingente prestito contratto dal capitolo del duomo per pagare una pesante imposta straordinaria di guerra, e fu riscattata solo nel 1319. Successivamente, sempre come parte del Tesoro, fu trafugata dal cardinale Bertrando del Poggetto durante l'occupazione crociata di Monza (1323-24) e inviata a suo zio, papa Giovanni XXII ad Avignone. La corona rimase presso il seggio papale dal 1324 al 1345: durante questo periodo fu persino rubata, ma il ladro fu catturato e la refurtiva recuperata. Al momento della restituzione, venne effettuato un nuovo censimento del tesoro nel quale si constatò il danneggiamento della corona a causa della sottrazione di due delle otto placche che la componevano: la reliquia fu quindi affidata nello stesso anno all'orafo Antellotto Bracciforte, che la rinforzò con una corona interna in argento, la quale in seguito venne identificata con il Sacro Chiodo. Da quel momento non fu possibile per un uomo indossare la Corona d'Italia sul proprio capo, date le dimensioni ridotte: le successive incoronazioni vennero infatti effettuate con l'ausilio di speciali copricapi.

La tradizione della triplice incoronazione si interruppe con Carlo V, che fu incoronato nel 1530 a Bologna: abdicando nel 1556, egli divise l'impero in due, separando così i regni di Italia e Germania. Nel 1576 san Carlo Borromeo istituì il culto del Sacro Chiodo, per celebrare la venerazione della Corona e legarla all'altro Chiodo della Passione nel Duomo di Milano.

Due secoli dopo, però, il Ducato di Milano passò all'Austria e la tradizione riprese: l'imperatore Francesco I ricevette la Corona Ferrea nel 1792.

L'incoronazione più famosa è però quella di Napoleone Bonaparte, che si incoronò re d'Italia nel 1805: nel rito celebrato nel Duomo di Milano, egli si impose da solo la corona sul capo, pronunciando la frase: "Dio me l'ha data e guai a chi me la toglie!". Per devozione alla corona Napoleone istituì poi l'Ordine della Corona del Ferro.

Dopo la parentesi napoleonica, l'incoronazione ritornò prerogativa degli imperatori d'Austria, e Ferdinando I la ricevette nel 1838. Durante le guerre di indipendenza italiane, la corona fu requisita da Monza e portata a Vienna, ma nel 1866, dopo la sconfitta dell'Austria nella terza guerra di indipendenza, fu restituita all'Italia e ritornò a Monza.

I Savoia tuttavia non la utilizzarono mai per le incoronazioni, poiché conservarono la corona del Regno di Sardegna dal quale nasce l'attuale Italia (anche nello stemma regio). Inoltre essa era diventata negli anni precedenti un simbolo della dominazione austriaca, oltre a ciò il Regno d'Italia era in conflitto con il Papato, in seguito alla presa di Roma, e l'utilizzo di una corona che era anche una preziosa reliquia era poco opportuno. In ogni caso la corona faceva parte delle insegne reali, come testimonia l'esposizione di essa ai funerali di Vittorio Emanuele II (1878), il quale aveva anche istituito l'Ordine cavalleresco della Corona d'Italia. Il re Umberto I forse meditava di incoronarsi con la Corona Ferrea quando il clima politico fosse stato più favorevole: nel 1890 egli inserì la Corona Ferrea nello stemma reale, e nel 1896 donò al duomo di Monza, città in cui egli amava risiedere, la teca di vetro blindato in cui essa è tuttora custodita. Il suo assassinio nel 1900 interruppe i suoi progetti, ma di nuovo alle sue esequie venne esposta la Corona e la sua tomba al Pantheon ne reca una copia bronzea.

Il figlio Vittorio Emanuele III non volle alcuna cerimonia di incoronazione.

Con la proclamazione della Repubblica Italiana nel 1946, la Corona Ferrea smise definitivamente di essere un simbolo di potere, per essere solo una reliquia e un prezioso cimelio storico.

L'ultimo viaggio della corona avvenne durante la seconda guerra mondiale: temendo che i tedeschi volessero impadronirsene, nel 1943 il cardinale Ildefonso Schuster la fece trasferire segretamente in Vaticano, dove rimase fino al 1946. Essa ritornò portata da due canonici del duomo di Monza, nascosta in una cappelliera dentro una valigia.

Lo storico monzese Bartolomeo Zucchi, che scriveva intorno al 1600, contò 34 incoronazioni avvenute fino a quel momento. Non tutte queste incoronazioni sono però comprovate da documentazioni storiche.

Tra quelle sicure, oltre a quelle longobarde, si ricordano:

Carlo Magno (800)
Arduino d'Ivrea (1002)
Corrado II (1024)
Corrado III (1128)
Federico Barbarossa (1155)
Enrico VI (1186, in occasione delle nozze con Costanza d'Altavilla)
Enrico VII di Lussemburgo (1311)
Carlo IV (1355, presente Francesco Petrarca)
Carlo V d'Asburgo (1530, a Bologna. Per non far scivolare la corona usò un particolare copricapo a forma di cono)
Napoleone I (1805)
Ferdinando I d'Austria (1838, che usò un'altra corona per contenerla, collegata con catenelle, per non farla scivolare)

Il prezioso cimelio è in lega di argento e oro all'80% circa, ed è composto di sei placche legate fra loro da cerniere verticali; ha il diametro di cm 15 e l'altezza di cm 5,5; il peso è di 535 grammi. È adornata di ventisei rose d'oro a sbalzo, ventidue gemme di vari colori e ventiquattro placchette floreali a smalto cloisonné. Le gemme rosse sono granati, viola sono ametiste, il corindone è blu scuro. Altre decorazioni sono in pasta vitrea. La lamina circolare che tradizionalmente si identifica con il Sacro Chiodo corre lungo la faccia interna delle sei placche. La corona è troppo piccola per cingere la testa di un uomo: si ritiene perciò che in origine fosse composta di otto placche invece che sei. La corona è custodita nella cassaforte protetta da due porte. È nella teca dal 1885 per volontà di Umberto I.

Secondo la ricostruzione di Valeriana Maspero, in origine le placche d'oro avevano soltanto la gemma centrale, come si vede in alcune monete che ritraggono Costantino con il suo elmo in testa. Due corone ritrovate nel XVIII secolo a Kazan', in Russia, sono del tutto simili; probabilmente anche la Corona Ferrea fu opera di orefici orientali.

Le lastrine colorate con le altre pietre furono aggiunte presumibilmente da Teodorico, il quale fece rimontare il diadema su un altro elmo, in sostituzione di quello trattenuto dai bizantini. Carlo Magno fece poi sostituire alcune delle lastrine che si erano rovinate. L'esame al Carbonio 14 condotto su due pezzetti di stucco ha infatti datato uno di essi intorno al 500, e l'altro intorno all'800. L'aspetto della corona successivo al restauro di Carlo Magno è testimoniato dai documenti dell'incoronazione di Federico Barbarossa: essa non era più montata su un elmo, ma portava solo un archetto di ferro sulla sommità. Essa aveva ancora la dimensione adatta ad essere portata sulla testa.

Le due placche mancanti furono probabilmente rubate mentre la corona era in pegno agli Umiliati, che la conservavano nel loro convento di Sant'Agata (nell'attuale piazza Carrobiolo a Monza). I documenti successivi al 1300 infatti la descrivono come "piccola". Nel 1345 essa fu affidata per un secondo restauro all'orafo Antellotto Bracciforte, il quale le diede l'aspetto attuale.

L'identificazione della lamina metallica inserita nella corona con il chiodo della Passione di Cristo sembra risalga al XVI secolo. San Carlo Borromeo, che rilanciò la venerazione del Sacro Morso custodito nel duomo di Milano, visitò più volte anche la Corona Ferrea e vi pregò davanti. Nel 1602 Bartolomeo Zucchi affermava con certezza che la corona era il diadema di Costantino e che in essa vi era il sacro chiodo. Un secolo più tardi, però, Ludovico Antonio Muratori esprimeva parere contrario; egli notava tra l'altro che, rispetto alla dimensione di un chiodo romano da crocefissione, la lamina era troppo piccola.

Nel frattempo anche le autorità ecclesiastiche esaminarono il problema: finalmente nel 1717 il Papa decretò che, pur in assenza di certezza sull'effettiva presenza del chiodo nella corona, ne era autorizzata la venerazione come reliquia, in base alla tradizione ormai secolare in tal senso.

Nel 1993, la corona è stata sottoposta ad analisi scientifiche, e il verdetto è stato che la lamina non sarebbe di ferro, bensì d'argento. Secondo alcuni studiosi, essa fu inserita dal Bracciforte nel 1345 per rinsaldare la corona, che era stata danneggiata dal furto di due placche; gli autori cinquecenteschi, perduta memoria di questo intervento, e sapendo dall'orazione di sant'Ambrogio che nella corona era inserito il sacro chiodo, conclusero che doveva trattarsi della lamina.

Altri ritengono invece che la corona sia effettivamente il diadema di Costantino, e che con il sacro chiodo fossero stati forgiati due archetti incrociati che venivano usati per agganciare il diadema all'elmo (e non il cerchio che si trova oggi nella parte interna della corona). Quando i bizantini sganciarono il diadema per darlo a Teodorico, essi trattennero anche gli archetti. L'elmo rimase esposto nella chiesa di Santa Sofia a Costantinopoli, appeso sopra l'altare, fino al saccheggio veneziano del 1204, dopo di che se ne ignora la sorte. In ogni caso la Chiesa continua ad autorizzare la venerazione della reliquia, che sarebbe, secondo l'ipotesi dell'archetto dell'elmo, una reliquia di secondo tipo, cioè che deve la sacralità al contatto con una reliquia di primo tipo (oggetto legato direttamente a una figura venerata).

Di chiodi asseriti della Croce, oltre a quello della corona e quello del Duomo di Milano, ne esistono un terzo, conservato nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, ed un quarto, dalla tradizione più dubbia, nel Duomo di Colle Val d'Elsa in provincia di Siena.


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