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martedì 15 marzo 2016

I PIEDI

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Fin dal passato i piedi esprimono potere e sensualità e il loro ruolo è ampiamente riconosciuto se si fa riferimento alla mitologia, alla religione e alla cultura in genere. 
In antichità la lavanda dei piedi era un atto di sottomissione compiuto dagli schiavi nei confronti dei loro padroni, una forma di umiliazione che confermava la supremazia dei potenti sui loro servi. Nella Bibbia diventa segno di umiltà nell'episodio che vede protagonista Maria Maddalena che massaggia con olio di nardo i piedi del Cristo asciugandoli con i suoi capelli.

La Moda non trascura il fascino delle estremità e riporta l’attenzione sugli anellini indossati ai piedi. Nell'India del Sud sono una vera e propria tradizione e molte ragazze vestono particolari gioielli collegati da catenine alle loro collane. Le donne che indossano anelli sul secondo dito di entrambi i piedi comunicano di essere sposate, le prostitute invece li portano alle ultime dita.
Oggi, però, solo alcune famiglie restano legate agli antichi costumi e in Occidente decorare i piedi con preziose gioie è un trend ormai affermato.

Il fascino dei piedi si esprime totalmente in ambito sessuale; oggetto del desiderio in molte pratiche, le estremità possono essere baciate, massaggiate, accarezzate e annusate per stimolarne i diversi punti erogeni, situati soprattutto sotto il tallone e in corrispondenza dell'alluce.

La passione per i piedi può estremizzarsi in una particolare forma di feticismo, il “retifismo";  la parola deriva da uno scrittore francese della seconda metà del ‘700 dalla vita sregolata, Restif de la Bretonne. Nella  sua opera “Le pied de Fanchette” sono narrate le vicende di una donna che riesce ad affermarsi socialmente servendosi del fascino dei suoi piedi.

I chiromanti hanno sempre affermato la possibilità individuare la personalità umana nel palmo delle mani, ed invece c’è chi si batte per diffondere che attraverso i piedi si può leggere molto di più.

Un olandese, autore e produttore di trasmissioni televisive e radiofoniche, Imre Somogyi, ha pubblicato “Leggere le dita dei piedi”, in cui esaminandone forma e posizione, propone un metodo per decifrare le personalità e addirittura cogliere dettagli relativi al passato della persona che si sta analizzando.

Un alluce abbastanza grande denoterebbe necessità di comunicare e abilità verbale. Arrotondato, molta diplomazia. Sarebbero da evitare le persone con le dita incurvate poiché avrebbero capacità di manipolare situazioni e persone. 

I piedi sono contemplati anche dalla riflessologia, che, nelle sue procedure di manipolazione di punti energetici, non trascura le tante corrispondenze rintracciabili tra le varie zone dei piedi e i principali organi del corpo umano.

Scoperte curiose hanno determinato che moltiplicando la falange dell’alluce per sette volte e mezzo si ottiene la misura del piede.
Non solo: al piede destro corrisponde la parte razionale, al sinistro quella emotiva. Chi ha il secondo dito più lungo dell’alluce del piede sinistro in genere vive in maniera iperattiva e potrebbe avere problemi cardiaci, gradirebbe i sapori amari e potrebbe soffrire di disturbi allo stomaco.

Nelle mitologie il piede ha un simbolismo soprattutto fallico, da cui nasce il feticismo della calzatura (femminile ): trovare scarpe adatte, far piedino, prender piede. Nell’antichità in Cina il sole, il più importante simbolo yang, era spesso rappresentato da un piede. Il Rigveda chiama il sole “il Solipede” e in una preghiera armena si chiede che il sole voglia posare il suo piede sul volto di colui che prega. Il piede (maschile) che calca la terra (femminile) è un simbolo frequente nella mitologia e, per la sua immagine sessuale, evoca le fecondità; genera la benefica pioggia e perfino gli esseri umani.I piedi evocano anche la stabilità,perchè noi poggiamo su di loro: nell’Apocalisse il Figlio dell’Uomo ha “piedi di bronzo”.I piedi ci permettono di spostarci: nell’alta antichità il sole era spesso rappresentato con le ali ai piedi al termine di ogni raggio, per evocare l’idea del suo procedere. Anche Mercurio, messaggero celeste degli dei, era rappresentato con le ali ai piedi. In contatto diretto con il suolo, il piede ci ricorda la dura realtà delle leggi della vita, contrapposta alle illusioni ideologiche soggettive: non avere i piedi per terra (volare). Situato agli antipodi della testa, regno dell’Io e della razionalità, il piede è il punto in cui vengono feriti (a volte fino a morire) eroi e dei, quando meno se lo aspettano: il vecchio Ra viene ferito al piede dal verme velenoso di Iside, Orione da uno scorpione, Achille da una freccia, Filottete da un serpente. Il piede può suscitare un gesto di umiltà nei confronti di un superiore: in India il visitatore toglie la polvere dai piedi del rishi.

Allusioni ai piedi, nei sogni, possono riferirsi alla stabilità delle basi della vita esteriore o interiore, al moto in avanti o all’indietro nell’evoluzione, a seconda che ci sia progresso, regresso o stagnazione. Possono anche far riferimento alla regione più lontana dalla testa, sede del razionalismo cieco, da cui vengono gli attacchi più imprevedibili a un intelletto che si limita al solo campo della coscienza. A piedi nudi il significato negativo: esprime dei sentimenti di insicurezza; ci si sente disarmati, vulnerabili, non protetti da un solido paio di scarpe, per affrontare le pietre, le spine, il freddo.A volte si tratta di umiliazione, di avvilimento: una persona scalcagnata.A volte l’ umiliazione è ricercata: umiliare il corpo per fortificare lo spirito (Carmelitani scalzi ).Significato positivo: il piede esprime il rapporto diretto con la terra, con i fluidi tellurici, la realtà della vita e le sue leggi; così per non dimenticare la condizione umana, i movimenti dello Yoga devono essere sempre eseguiti a piedi nudi, mentre un proverbio cinese ci ammonisce: non si può camminare guardando le stelle quando si ha un sasso nella scarpa. Il riferimento può essere anche alla modestia, alla sottomissione: Mosè parla a Jahweh solo a piedi nudi (Esodo 3:15), i musulmani si tolgono le scarpe per entrare nella moschea così gli indù in un tempio o davanti al rishi, o i praticanti zen nel dojo. Jung annota che certi passi di danza dei primitivi, che battono i piedi sul posto, “sembrano una sorta di ripetizione dello scalpitìo infantile. Questo è in relazione con la madre e con sentimenti di piaceree rappresenta anche un moto esercitato già nella vita intrauterina”. Il piede è simbolo di forza, ma anche di debolezza: il tallone di Achille. A volte è anche simbolo del mondo vegetale: la pianta del piede.



Secondo una ricerca inglese se volete sapere cosa pensa di voi l’interlocutore che vi sta di fronte, dovete osservare come muove gli arti inferiori, specie se è donna. 

“Se li muove, allargandoli oppure avvicinandoli a chi le sta davanti, vuol dire che è attratta dalla persona in questione. Viceversa se li tiene incrociati o, stando seduta, li raccoglie sotto il corpo, significa che non è interessata. Ma il segnale peggiore è se li tiene assolutamente immobili: un sintomo che sta mentendo o che è preoccupata.” 

Il "linguaggio dei piedi" è il tema delle ricerche condotte da uno psicologo della Manchester University, la cui ipotesi è che i piedi rivelino il nostro stato d’animo molto di più dell’espressione del volto o dei gesti delle mani. Insomma, amici uomini, è lì che dovreste guardare, per capire se piacete alle donne. 

Le regole che valgono per le donne, non valgono per gli uomini. Secondo il professor Geoffrey Beatty, autore della ricerca, gli uomini muovono i piedi in maniera indipendente da quel che provano dal punto di vista sentimentale. Tranne in due situazioni: se tengono i piedi fermi, sono stati infedeli; se invece li muovono in continuazione, sono nervosi. 

Afferma Beatty, preside della facoltà di psicologia della Manchester University e consulente del reality show “Big Brother”, il “Grande Fratello” britannico: “Mentre la gente può sapere che messaggio danno le proprie espressioni facciali o i gesti delle mani, pochi si rendono conto di muovere o meno i piedi e dei messaggi che inviano con essi. Il linguaggio segreto dei piedi può rivelare molto sulla nostra personalità, su cosa pensiamo dell’individuo che abbiamo di fronte e perfino sul nostro stato emotivo e psicologico”, continua lo studioso. “La gente può mascherare un sorriso o celare quello che sta facendo con gli occhi, ma i piedi sono un po’ più facili da analizzare perché quasi nessuno è consapevole di come li muove. Sono movimenti istintivi e dunque più sinceri, un affascinante canale di comunicazione non verbale”. 

Per arrivare a queste conclusioni, il professore britannico ha studiato la letteratura scientifica esistente sull’argomento in numerosi paesi e ha compiuto altre ricerche, commissionate da un’azienda di calzature britannica. “Se per esempio si incontra qualcuno per la prima volta e questa persona scoppia a ridere, non è necessariamente una reazione positiva. La gente può ridere di chi le sta davanti per mascherare nervosismo o per nascondere contrarietà. Ma i dati che ho riscontrato dimostrano che, se una donna muove i piedi mentre ride, è uno dei segnali più chiari e potenti che il suo interlocutore le piace. Al contrario, se incrocia i piedi o accavalla le gambe, non è un buon sintomo”.


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sabato 10 ottobre 2015

MORFEO



Morfeo è una figura della mitologia greca, figlio di Ipno e di Notte.

Esiodo indica che i sogni erano figli della Notte. L'idea di una divinità specifica dei sogni chiamata Morfeo è più tarda e viene generalmente attribuita ad Ovidio, che nelle sue Metamorfosi diede un nome ai tre figli di Ipno, il sonno: Morfeo, Phobetor (Fobetore) e Phantasos (Fantaso). Nell'Iliade e nell'Odissea, infatti, troviamo invece un'altra divinità, Oniro, che riassume in sé le caratteristiche di tutte le altre. Morfeo, nelle sue apparizioni notturne, prendeva le forme delle persone o delle cose sognate. Egli quando inviava sogni popolati da forme umane portava sempre con sé un mazzo di papaveri con cui, sfiorando le palpebre dei dormienti, donava loro realistiche illusioni. Gli altri due figli di Ipno popolavano i sogni con animali (Fobetore) e paesaggi, case, oggetti inanimati (Fantaso). Spesso Morfeo era rappresentato nell'atto di abbracciare il padre Ipno.

Dio del Sonno, Signore del Sogno, che ha potere di vita e di morte nell’ambito dell’Anima. Figlio del Sonno (Hypnos) e della Notte, Morfeo possiede grandi e possenti ali che lo conducono rapidamente da una parte all’altra della terra.
A Morfeo non si sfugge. Omero, nell’Iliade, racconta che “uomini e Dèi parimenti piegano il capo al sonno sottomessi”.

Nella Cosmogonia di Esiodo prima di tutto esistevano le Tenebre, da cui emerse il Caos. Dalla loro unione nacquero la Notte, il Giorno, Erebo e l’Etere, in seguito Erebo si accoppiò con la Notte e generarono due gemelli, Thanatos, Dio della Morte, e Hypnos, Dio del Sonno. Dall’unione, o piuttosto, dall’incesto di Hypnos con la Notte nacquero due figli: Morfeo ed Icelo, o Ikelo.
Hypnos aveva il potere di addormentare tanto gli uomini quanto gli Dèi. Era considerato benevolo ed era attorniato dai Sogni. Nel canto XIV dell’Iliade, Era gli chiese di addormentare Zeus, affinché Poseidone potesse aiutare i Greci, nonostante l’imperativo divieto del Re dell’Olimpo. Hypnos ammise di poter addormentare tutti gli Dèi, tuttavia le ricordò anche che aveva già, precedentemente, addormentato Zeus in modo che Era potesse vendicarsi e far morire Eracle, ma al suo risveglio il Signore degli Dèi, infuriato, lo aveva fatto precipitare in mare, e che fu salvo grazie all’intervento di sua madre. Era allora gli promise di dargli la mano di Pasitea, ed Hypnos si lasciò convincere: si trasformò in un uccello e, ancora una volta, addormentò Zeus.
Hypnos dormiva in una grotta sulle rive del fiume Oblìo, il suo compito era quello di sopire le sofferenze del genere umano. Per far ciò, inviava i suoi figli e collaboratori (Spiriti dell’immaginazione) ad addormentare e a far sognare gli uomini.
I Romani avevano il culto del Dio Ipno (Hypnos) sotto il nome di Somnus. Questo viene spesso raffigurato come un giovane nudo con le ali sul capo, che viveva in una grotta nel paese dei Cimmeri.
Secondo Esiodo, Morfeo abitava nell’Estremo Occidente in una casa dalle due porte: una di corno, trasparente, dalla quale uscivano i sogni veritieri, e l’altra d’avorio, per i sogni vani. Secondo Omero invece abitava a Lemnos e i Lemnieni, che apprezzavano molto il vino, accoglievano il Dio con piacere.



Il suo nome deriva dalla parola greca morphe che significa “forma”, alla quale gli antichi lo collegavano: infatti nelle sue apparizioni notturne, era solito assumere la forma degli esseri umani per mostrarsi agli uomini addormentati durante i loro sogni, prendeva le forme delle persone o delle cose sognate. Però, siccome genealogicamente derivava dalla Notte, sembra una migliore interpretazione quella che lo collega ad Hypnos (“buio”). Figlio e Ministro del Sonno (Ipno), si mostrava mandato dal padre ai dormienti sotto l’aspetto di qualche persona nota per fare rivelazioni, o per suggerire consigli, o per dare notizie.
Morfeo era raffigurato con una corona di papaveri ed una cornucopia, provvisto di ali con le quali giungeva senza essere avvertito, grandi ali che battevano senza far rumore. Spesso era rappresentato nell’atto di abbracciare il padre, Sonno, circondati dagli Spiriti dell’immaginazione, uno stuolo di volteggianti “folletti” che rappresentano le illusioni.
Egli, quando inviava i sogni, portava sempre con sé un mazzo di papaveri con cui, sfiorando le palpebre dei dormienti, donava loro realistiche illusioni. Il suo messaggero era il veloce ed alato Hermes, un tramite tra il suo Signore e i viandanti, Hermes, uno dei pochi Dèi che ogni tanto sconfina nel Corpus.
In realtà, Esiodo indica che i Sogni erano figli di Notte. L’idea di una divinità specifica dei Sogni chiamata Morfeo è più tarda, e viene generalmente attribuita ad Ovidio, che nelle sue “Metamorfosi” diede un nome ai tre figli di Ipno: Morfeo, Phobetor (Fobetore) e Phantasos (Fantaso). Morfeo inviava i Sogni popolati da forme umane. Gli altri due, rispettivamente, quelli con animali e quelli con gli oggetti inanimati.
Nell’Iliade e nell’Odissea, troviamo invece un’altra divinità, Oniro, che riassume in sé le caratteristiche di tutte le altre. Per altri Fobetore, lo “spaventoso”, è la personificazione degli incubi, poiché compare nei Sogni sotto forma di esseri aberranti, come bestie o mostri. Fantaso invece ha un ruolo marginale, responsabile della presenza di tutti gli oggetti inanimati che appaiono nei Sogni, tuttavia questo dono fa di lui la divinità più presente nell’attività onirica di ogni mortale. Il termine “fantasia” deriva proprio da questo Dio, che permetteva agli uomini di far apparire nei Sogni ogni sorta di forma o oggetto.
“CADERE TRA LE BRACCIA DI MORFEO”. Il detto viene usato in riferimento a chi, vinto dalla stanchezza, si addormenta profondamente, rapito dalle sue braccia, e dai suoi sogni…

La ricerca di un rimedio ai sintomi più atroci del dolore ha accompagnato la storia di molte civiltà. Una delle piante più utilizzate per questo scopo è stata il papavero, da cui si estrae l’oppio. Sebbene alcune popolazioni lo usassero come droga, poiché fumato o ingerito ha un effetto allucinogeno, già i medici arabi lo utilizzavano per curare coliche e dissenteria. Il chimico Friedrich Sertürner, nato oggi in Germania scopre nel 1804 la morfina, un derivato dell’oppio tuttora usato nell’industria farmaceutica. Chiamata così in onore di Morfeo, il dio greco del sonno, la morfina è il primo potente farmaco antidolorifico e narcotico. Crea però una pericolosa dipendenza fisica.

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giovedì 1 ottobre 2015

La NOTTE porta CONSIGLIO

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Come dice il proverbio, spesso si ha la sensazione che la notte porti consiglio e che dopo qualche buona ora di sonno, e di sogni, le idee siano più chiare e diventi facile cercare di risolvere problemi in sospeso. Una serie di studi conferma che le cose stanno davvero così. Perché mentre si sogna si pensa. È stato dimostrato che l'attività mentale non si arresta durante il sonno e continua anche quando si sogna.

«Si pensa per tutta la notte, sia durante la fase Rem (caratterizzata da movimenti oculari rapidi), sia durante quella non Rem, quando i sogni sono meno frequenti», spiega un neurologo. «Queste due fasi si alternano, con una prevalenza del sonno non Rem nella prima parte della notte e di quello Rem nella seconda. Se una persona, come accade di frequente, prima di addormentarsi fa un po' il bilancio della giornata, magari arrovellandosi, non sarà difficile che si risvegli al mattino con la sensazione di avere la via d'uscita a portata di mano».

Una teoria, non accettata da tutti gli studiosi, ipotizza che i sogni fatti durante il sonno non Rem siano più simili al pensiero e meno immaginifici rispetto a quelli che si fanno nella fase Rem, che sarebbero più vividi e più collegati all'attività allucinatoria e visiva.
In ogni caso, durante il sonno l'attività mentale continua sotto una forma diversa rispetto alla veglia: già durante l'addormentamento i pensieri si slegano e si perde la razionalità caratteristica del pensiero da svegli. «In pratica, nel nostro cervello si disattivano alcune aree cerebrali e se ne attivano altre, che permettono la continuazione di un'attività mentale articolata», chiarisce il medico.
Com'è stato dimostrato? «Svegliando un gruppo di volontari (monitorati durante il sonno) e domandando loro se stavano sognando e a cosa stavano pensando», dice il neurologo. «Le persone hanno riferito immediatamente le esperienze che stavano vivendo, metodo più sicuro di quello che prevede un interrogatorio al risveglio, perché spesso si ricordano solo impressioni frammentarie».

Ma ci si può in qualche modo allenare a ricordare i sogni, così che davvero ci possano portare consiglio? «È possibile, soprattutto per i sogni dell'alba, quelli più vicini al momento del risveglio, in particolare se hanno un forte impatto emotivo», dice il neurologo. «Bisogna abituarsi a non poltrire nel letto, ma a spalancare subito gli occhi e a sfruttare quei pochi secondi dopo il risveglio, in cui restano le tracce dei sogni, per annotarle su un quaderno da tenere sul proprio comodino. Tutto questo va fatto con costanza, ogni giorno, per diverse settimane. Così i pensieri notturni, più intuitivi e meno razionali e controllati, potranno davvero illuminarci».




Uno studio del 2006, inoltre, ha rilevato un meccanismo analogo nel caso di ricordi emozionali. In pratica, un gruppo di persone memorizzava un testo a contenuto emotivo e uno a contenuto neutro e poi riposava per tre ore, mentre un altro gruppo faceva lo stesso, ma senza riposare. A distanza di quattro anni, chi aveva dormito ricordava meglio degli altri il testo a contenuto emotivo, mentre non si osservava alcuna differenza nel caso del testo neutro.

"Gli autori hanno ipotizzato che il Rem, la fase del sonno in cui si sogna, possa favorire a livello cerebrale un ambiente fisiologico ideale per il miglioramento delle connessioni neurali alla base della memoria emozionale", prosegue il ricercatore dell'Ifc-Cnr. "L'elettroencefalografia Eeg permette di studiare tali connessioni rilevando le oscillazioni del potenziale di membrana dei neuroni corticali, che caratterizzano l'attività elettrica del cervello. In un nostro studio, pubblicato su 'PLoS One' nel 2009, l'Eeg durante il sonno 'a onde lente' ha evidenziato una particolare rappresentazione grafica dell'attività neuronale, definita Sso (Sleep Slow Oscillation). Tale andamento è strettamente legato alla plasticità delle sinapsi, le strutture che consentono la comunicazione tra i neuroni, a sua volta connessa all'apprendimento implicito e alla memoria dichiarativa".

La Sso sembra inoltre rivestire un ruolo centrale nell'omeostasi sinaptica, un processo che controlla e bilancia l'attività delle sinapsi, che tenderebbe a favorire il consolidamento della memoria. "Capire come possa avvenire questo meccanismo permetterà di creare nuove strategie terapeutiche", conclude Gemignani. "Tali metodi potranno servire a impedire selettivamente il rafforzamento di quei ricordi che possono implicare patologie come la depressione e il disturbo post-traumatico da stress".



Dall’ America la proposta di usare i sogni come guida per la vita reale < La notte porta consiglio Freud storcerebbe il naso, ma possiamo tentare un’ interpretazione.Una psicologa americana, con il suo "metodo minimalista", ci invita a metterci alla prova. Primo passo: mettere da parte tutto quello che sappiamo, tutto quello che hanno detto Freud, Jung e gli altri capiscuola della psicanalisi. Ridare al mondo onirico una sua "verginità". E di qui ripartire. Come? Tenendo presente due principi fondamentali: si tende a sognare le cose che ci occupano il cuore e la mente durante la giornata; il sogno si esprime per metafore. Traducendole, si potra' stabilire un "ponte" tra l' immagine onirica e la realta' . In Europa, patria della psicanalisi, questo modo semplicistico di affrontare il complesso ed enigmatico mondo dei sogni appare decisamente provocatorio. La psicologa non parla di simbolismo onirico, di inconscio, tralascia espressioni basilari per la psicanalisi come Persona, Ombra, Animus, Anima. Cose, per i nostri psicanalisti, da far gridare all' eresia. Pero' De Marchi sottolinea come in Europa si senta il bisogno di alleggerirsi dalla concezione freudiana, che ha dato al sogno una configurazione piuttosto tenebrosa e angosciosa. Milton Kramer, direttore del Centro per i disturbi del sonno del Bethesda Hospital, ritiene che i sogni possano essere tradotti, come si fa con una lingua straniera, considerandone la struttura e i sentimenti provati dal sognatore. Per la Delaney grazie ai sogni si puo' addirittura accrescere capacita' di giudizio e creativita' . Per forzare il sogno ad aiutarci puo' essere utile fare cosi' :  alla sera dobbiamo formulare con una frase precisa il problema che ci sta a cuore e chiedere al sogno di aiutarci  la risposta puo' non arrivare, bisognera' allora riproporre la domanda per piu' giorni  se ancora il sistema non funzionera' vuol dire che il problema non e' "maturo"; bisogna ritentare. E se non otterremo alcun risultato, avremo comunque guardato piu' da vicino il nostro mondo interiore.



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martedì 11 agosto 2015

IL VINO



 Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: «Prendete e mangiate; questo è il mio corpo».  Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti,  perché questo è il mio sangue dell'alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati.

Nella cultura occidentale la presenza dell’uomo è sempre stata accompagnata da quella della vite.

Mosè si dimostrò un esperto viticoltore portando al mondo i tralci della vite da trapiantare e non i vinaccioli da seminare; da qui il vino diventa il filo conduttore della geologia della Bibbia. Lo si ritrova nei Vangeli, ma il suo culmine lo si ha nell’episodio dell’ultima cena dove Gesù offre il vino ai discepoli pronunciando le memorabili parole “bevete, questo è il mio sangue “, da qui il vino diventa simbolo di sacrificio e di momenti sacrificali.

Si può anche trovare corrispondenza tra il sangue dell’agnello e il pane non lievitato, simboli della Pasqua ebraica, e il vino assimilato al sangue e il pane tipici della Pasqua cristiana. Pane e vino diventano inseparabili tra loro: pane e vino esistono perché esiste l’uomo e diventano alimentazione terrestre ma anche dell’anima essendo alimenti divini.

Si può anche dire che il pane ci nutre mentre il vino ci dà la vita.

Il vino, preferibilmente rosso, assume particolare rilevanza per la celebrazione del sabato ebraico (o shabbat) pari almeno alla funzione che questo giorno sacro assume come divisione sacrale del tempo cosmico.

La simbologia del rito sacro di santificazione del Sabato con la beracah (benedizione) sul vino  affonda  in ogni caso nell'insegnamento tradizionale per eccellenza quale è quello tramandatoci dalla Bibbia.

Il "Kiddush" è il nome con il quale si indica appunto la benedizione e la speciale preghiera con cui la sera del venerdì ci si prepara al successivo giorno di  riposo da dedicare esclusivamente alle cose spirituali: esso  è stato codificato dai Maestri della Legge in ogni più minuto particolare. Il vino per tale speciale cerimonia e di cui si deve riempire sino all'orlo un bicchiere, di solito  un apposito elegante calice istoriato con caratteri ebraici, dovrebbe essere  rosso e di alta qualità. In casi eccezionali è permesso succo d'uva rosso non ancora fermentato. Quest'ultimo particolare induce a pensare che in epoca biblica l'uva più diffusa fosse quella nera; il sinonimo "sangue d'uva" usato fa infatti pensare  che la scelta dell’uva nera  sia legata alla simbologia del colore del mosto che se ne ricava.

La stessa simbologia del sangue  che occupa un posto rilevante nel cristianesimo  è un  segno inequivocabile della radice ebraica dei significati esoterici o cabalistici del vino.

I saggi maestri del giudaismo legarono dunque la benedizione del sabato al bicchiere di vino rosso, sabato ebraico che rappresenta l'architettura portante  e differenziatrice del monoteismo etico ebraico.

Il collegamento tra cibo, bere e sessualità quale elemento essenziale e dinamico  per la riproduzione della vita stessa è ancestrale. Come altre attività umane  che danno un senso alla vita, il bere una bibita alcolica (birra o vino) è anch'esso un atto con cui l'uomo cerca di entrare in contatto con la Divinità.

La speranza di una vita oltre la morte  nella cultura ebraica si esprime  spesso con la simbologia del "banchetto"  che, ovviamente, include la presenza di bevande.

"Preparerete (dice) il Signore... su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti  di cibi succulenti, di vini raffinati... (Isaia  25,6).

Metafora esistenziale e  religiosa, la coltura della vite  era diffusissima in tutta l'area siro-palestinese culla  del nostro monoteismo etico. Questa notizia è confermata da Sinueh, quell'ufficiale egiziano  esiliatosi in Asia, quando  afferma che "in Palestina il vino è più diffuso dell'acqua"! Probabilmente  Sinueh  intendeva dire che l'acqua era tanto scarsa  che il vino era più abbondante ma indirettamente conferma che la coltura della vite era molto diffusa.

Con queste lunghissime radici la cultura del vino non poteva perdere  di importanza  con il passare dei secoli ed infatti anche  nella nostra epoca  il succo d'uva fermentato continua  a rappresentare qualcosa di speciale non paragonabile a nessun'altra bevanda. Brindare  in qualche circostanza  importante e meno importante della vita, con coca cola, aranciata o acqua è un vero tabù, qualcosa che porta male, che non conferisce alcuna sacralità o solennità all'avvenimento.

Il vino e solo il vino è dunque la  bevanda  sacra e piacevole nello stesso tempo.

Il mondo, che per facilità di comprensione è indicato come occidentale e che si regola sulle concezioni etico-religiose della Bibbia, colloca  gli inizi della vinificazione in epoca primordiale all'alba della diffusione dell'uomo sulla terra dopo il diluvio.

Il mito dice che sarebbe stato Noè  il primo uomo  a piantare la vite: <Bevve  del vino, si ubriacò e si scoprì dentro la tenda.(Gen. 9,20)

L'archeologia  anche in questo caso ha confermato il racconto biblico e recenti scavi hanno dimostrato che la vinificazione era diffusa nella regione di Hebron .

Gli esploratori inviati da Mosè nella terra di Canaan giunsero proprio nella valle di Eshcol e riportarono indietro, come prova della fertilità del suolo, un immenso grappolo d'uva, notissimo  nell'iconografia ebraica: due uomini che portano appeso ad una stanga un immenso grappolo: una descrizione iperbolica ma che rende perfettamente la realtà  dei luoghi.

Vari termini designano il vino nella Bibbia ebraica.

Il termine più diffuso “ YAYIN”( ןיי ) ricorre ben 141 volte nella Torà ed è un vocabolo probabilmente non semitico ma forse di origine caucasica: ha il significato letterale di "effervescente”.

Un'altra parola con cui nella Bibbia  si indica questa bevanda è  ASIS dalla radice  ebraica  "asas" che letteralmente ha il significato  di "pressare " o "schiacciare". L'uso di questo termine è specifico ed indica il succo dell'uva  schiacciata o pressata e, probabilmente, anche fermentata.

Tuttavia  non si è  certi che con asis venga indicato il succo fermentato in quanto nei testi aramaici della Bibbia il succo  d'uva fermentato  ha un suo vocabolo  ben preciso che è " chemer "dalla radice  "chamar " che indica appunto la fermentazione (Deut. 32,14).
Nelle cerimonie  più importanti come matrimoni, maggiore età  religiosa (Bar mitzvah) etc. il vino veniva  mescolato con l'acqua e con aggiunta di miele e altri aromi. Ciò conferiva maggiore solennità agli avvenimenti ma c'è  il sospetto maligno che l'aggiunta di acqua servisse ad aumentare la quantità di vino per soddisfare, a poco prezzo, tutti gli invitati. Comunque anche in quei tempi l’annacquamento del vino era considerato negativamente se non proprio una truffa.

In epoca romana, invece, divenne uso comune aggiungere acqua  e miele al vino  ma l'usanza era giustificata dal fatto che il vino  era molto fortemente  tannico e quindi poco bevibile senza diluizione ed aromatizzazione. Ciò non toglie che la pratica divenne di moda, mentre invece si trattava di aumentare i guadagni del commercio del vino.

Il vino viene anche chiamato nella tradizione giudaica  sangue di uva; "<Egli lega alla vite il suo puledro ed alla vite pregiata il figlio della sua asina; lava il vestito nel vino ed i panni nel sangue d'uva.(Genesi 49,11)

Tale  metafora viene usata anche in  Deut. 32,14 e Siracide 39,26. Sembra superfluo sottolineare che in questi passi della Bibbia  ci si dovesse riferire all'uva nera anche perché sembra  che in periodo biblico l'uva bianca fosse sconosciuta.

Probabilmente l'uva bianca da vino  è frutto di innesti  successivi  mentre la vite  coltivata  nella Palestina  del tempo biblico doveva essere un vitigno piuttosto forte, resistente alla siccità e molto simile alla vite selvatica. Però il termine più generico usato nella Torà per indicare qualunque bevanda fermentata, (quindi anche birra, sia quella derivata dalla fermentazione  dell'orzo che quella dei datteri, del melograno, della palma delle  mele etc.) è shekar.



A partire dalla traduzione  della Bibbia in greco (quella dei settanta) viene usato il termine greco "oinos" per indicare tutti i tipi di vino  e "gleuokos " per indicare il mosto da fermentare o in fermentazione ed il vino dolce, novello.

La vendemmia aveva luogo nella Palestina  come in Sicilia, a metà agosto-settembre, a seconda se ci si trovava  nelle zone collinari dell'alta Galilea oppure lungo le coste  mediterranee; ma il vino non era esclusivamente legato alla religione era  anche allora un elemento indispensabile per un buon pasto ed un dono ideale.

Accompagnato da altre offerte,  era uno degli elementi del rito sacrificale al Tempio."Uno degli agnelli offrirai al mattino ed un secondo al pomeriggio. Inoltre  un decimo di efà, 1 di fior di farina intrisa in olio vergine con un quarto di vino per questo primo agnello.2(Esodo: 29,40).

Il vino nelle offerte sacrificali  lo troviamo ancora in Lev.23,13, Num;15,7.10- Samuele 1,24.

Il vino come ricostituente appare nella Bibbia ebraica in 2 Sam.16 mentre  nel Nuovo testamento  viene citato come medicamento (prima lettera di Paolo a Timoteo, cap.5,23.)

Naturalmente un libro come la Bibbia se da un lato apprezza molto il vino e lo fa assurgere  a simbolo della creazione  non poteva sottovalutare  gli effetti negativi e le insidie di un uso smodato di tale bevanda. Una vita benedetta da Dio e cioè colma di tutti i doni del Creatore comprende quindi abbondanza di vino di olio, di grano, tutti prodotti cui viene riconosciuta una funzione assolutamente vitale voluta  dal Signore  nel suo piano per gli uomini.

Salomone, nella sua saggezza, menziona  il vino tra i doni della creazione (Proverbi 104,15 ) "vino che rallegra il cuore degli uomini, seguito dall'olio  che fa risplendere il volto" (olio cosmetico, protettivo della pelle, ma di uso festivo).

L'abbondanza di vino è una benedizione e per contrasto, il venir meno della benedizione può comportare penuria di olio, vino e pane.

Nei proverbi offrire cibo e bevande è espressione di comunione  tra chi ha bisogno di aiuto e chi glielo presta. Così vi è anche un risvolto pratico: il nemico soccorso, cesserà di essere nemico.

Il vino assume  sempre più importanza nei culti sacrificali  e segna  una via di mezzo tra l'offerta  cruenta dell'animale alla Divinità e l'offerta  delle preghiere.

Anche le preghiere  vengono però  offerte a Dio solennizzandole con  il bere  rituale di vino. Se a questa simbologia si aggiunge quella erotica ci si renderà conto come il vino è presente in tutti gli aspetti della vita.

La creazione, come prodotto dell'opera di Dio nel giudaismo, va accettata senza escludere niente di quello che la natura  può darci e questo è un segno di rispetto e gratitudine per il Creatore: ecco perché nell'ebraismo non è accettata la fuga dal mondo, l'estraniarsi ascetico da esso.

Il godere di tutta la creazione divina è segno di riconoscenza.

Ecco dunque affiorare un altro concetto etico: il mangiare non è la misura di tutte le cose, vivere in pienezza la vita, il dono massimo di Dio, significa accettare di controllare e contenere il proprio desiderio in base alla legge, al comandamento, espressione  questa della libertà dell'uomo e  misura per la ricompensa divina.

La libertà di scegliere, di decidere  l'osservanza o meno dei comandamenti  è ciò che distingue  l'essere umano dagli animali.

Mentre quindi da un lato il comandamento di Dio non censura  il desiderio  di mangiare e bere e di godere di tutti i beni della creazione, dall'altro ci ricorda che  solo Dio provvede il mondo di questi beni e che il nostro agire va regolato  dalla Sua legge.

Questo concetto radicato nella tradizione religiosa ebraica è la conseguenza del fatto che  il commercio del vino è stato esercitato  spesso  in monopolio dai mercanti ebrei  di ogni latitudine.

La fermentazione è un segno di rovina e morte. Il vino usato alla Pasqua era chiaramente un simbolo del sangue di Cristo, sparso per stabilire il nuovo patto. Egli berrà dello stesso tipo di succo d’uva con i Suoi eletti nel Regno dei Cieli, dove la decomposizione e la fermentazione non ci saranno più.

Il simbolismo del vino nei sogni non può prescindere l’associazione con il sangue ed il sacrificio, per il colore e per la trasformazione rituale in “sangue di Cristo” dell’Eucarestia.

Ma vino è soprattutto, e fin dall’antichità, segno di gioia, di verità (per la capacità di sciogliere la lingua: “in vino veritas” ) di iniziazione e rito (per l’ebbrezza che procura) e in generale di tutti i doni che il divino mette a disposizione dell’uomo.

Il vino è quindi bevanda degli Dei, fluido “divino”, che subisce un’alchemica trasformazione da semplice prodotto vegetativo frutto della terra, in liquido complesso e raffinato; mentre, lo “spirito” alcolico che contiene, lo rende aereo ed opposto agli umori terricoli da cui proviene la sua matrice.

Il vino diventa simbolo della tensione umana verso la trascendenza, simbolo di spiritualità, ed appare nei sogni a rappresentare la forza ed il miracolo della vita che si eleva dalla semplice materia, e che ubbidisce alla forza dell’immaginazione e dello spirito.

Ma il vino è pur sempre bevanda associata all’allegria ed al benessere del corpo, così come all’ebbrezza ed alla perdita di controllo. Si consuma con piacere in compagnia, abbassa le inibizioni, procura una sensazione di benessere ed ha quindi, da questo punto di vista, un potere simbolico di coesione e di ampliamento dei propri limiti, che si riflettono nei sogni.

Il vino fa “vedere doppio”, altera la visione, questo può essere considerato negativamente, come incapacità di vedere le cose obiettivamente, ma può avere anche un aspetto positivo di revisione dei propri punti di vista: vedere oltre, vedere con occhi diversi. Ecco che il vino nei sogni può assumere anche una funzione rivelatrice di ciò che le convenzioni e l’abitudine celano.

Va comunque sempre considerato ogni aspetto che riguardi la situazione reale del sognatore. Se questi è un alcolista, il vino del suoi sogni potrà comparire come rappresentazione di un bisogno fisico, di un desiderio, o anche di un senso di colpa.

Se il vino che compare nei sogni è annacquato, e non ha il sapore che ci si aspetta, può puntare l’indice su aspetti della vita del sognatore che non lo soddisfano più, che non lo “nutrono” secondo i suoi bisogni, o che non corrispondono più alle sue aspettative.

Infine vedersi in sogno ubriachi e contenti può alludere al bisogno di lasciare andare il controllo e di godere delle situazioni che la vita porta, abbandonandosi ad esse.



Il gesto del brindisi è ormai radicato nella cultura occidentale, ma le usanze che non appartengono alla nostra tradizione sono diverse. Il rituale gestuale e verbale del brindisi può essere più o meno elaborato o formale (alzare il bicchiere verso qualcuno o qualcosa e poi bere), è comunque un messaggio benevolo nei confronti della persona o della cosa presa in considerazione. La storia tuttavia ci racconta che non è sempre stato così: secondo alcuni studi, l'usanza del brindisi si è evoluta spinta dalla preoccupazione per possibili avvelenamenti; una pratica molto diffusa soprattutto nell'antichità (Roma e Grecia ne sono un esempio) e nel Medioevo. Si dice infatti, che l'usanza di scambiare il proprio bicchiere con quello altrui costituiva un segno di reciproca fiducia, così che prima di bere s'iniziava a sbattere il bicchiere verso quello dell'altro, scambiandone anche parte del contenuto. Secondo altri, la genesi del brindisi è da associarsi al XVII secolo ed esattamente alla consuetudine di aggiungere delle spezie alle bevande da parte di alcune dame dell'epoca. Da allora, gli uomini avrebbero usato il brindisi per catturare l'attenzione degli altri uomini e per ingraziarsi la stessa signora. Altri ancora ritengono che il brindisi sia un'usanza ancora più antica e che derivi dalle libagioni celebrate in onore di Dionisio, dio del vino. Il brindisi nell'antica Grecia avveniva in genere durante il simposio, e cioè alla fine del pasto. Aveva una connotazione rituale; era il momento della convivialità e incominciava con i sacrifici in onore degli dei: uno degli ospiti versava il vino a terra, mentre gli altri convitati pronunciavano una preghiera. Da più di cinquemila anni si brinda così. Chi conosce il vino, sentenzia Francois Rabelais,  celebre umanista e scrittore francese del XVI° secolo,  conosce la parola trink. Di fatto sono poche, pochissime, le varianti del rito. La letteratura, la musica, l'arte non ne danno quasi testimonianza. Per conoscerne alcune si deve ricorrere alle tradizioni popolari. Nei matrimoni tra ebrei, per esempio, si usa rompere il bicchiere dopo il brindisi a ricordo della distruzione del tempio di Gerusalemme. La stessa azione la si trova tra i popoli di religione ortodossa. Qui però cambia il valore simbolico. Per alcuni la rottura del bicchiere evoca la fine della vita celibe; per altri è l'anticipazione della lacerazione dell'imene della sposa. Il costume russo di lanciare all'indietro il bicchiere è spiegato come il gesto di liberarsi della ragione per cui si è brindato, in modo da lasciare spazio a un altro brindisi, a un'altra gioia. L'uso, abbastanza diffuso tra le popolazioni germaniche, di brindare guardandosi negli occhi, assume il significato di una partecipazione intensa e leale, nell'augurarsi reciproca salute e fortuna. Nella Repubblica Ceca questo brindisi è riservato ai maschi. Tra ragazzi e ragazze si usa invece brindare tenendosi mano nella mano e con la sinistra bere. La valenza simbolica non dovrebbe essere diversa da quella precedente. Un riferimento più marcato all'unione nuziale è il brindisi, diffuso soprattutto nel sud, di bere con le braccia intrecciate tra sposo e sposa.
Nella maggioranza dei casi tuttavia il brindisi si è svilito a rito meccanico. Gesto e parole hanno perso di significato. Le ragioni profonde del brindare non si riconoscono più, e il brindisi è diventato frase fatta, luogo comune, automatismo dell'inizio a bere. Cin cin, alasanté (à la santé), prosit (dal latino prodesse = giovare), lo stesso salute (impiegato tanto nei brindisi quanto dopo uno starnuto) sono usati a memoria, passivamente.
Di Cin Cin si sa che deriva dall'inglese chin chin, a sua volta derivato dal cinese ch'ing ch'ing, il cui significato è prego prego. Furono i marinai inglesi a introdurlo in Europa. Il grande linguista Bruno Migliorini per primo lo interpretò come parola onomatopeica, atta a riprodurre il suono dei due bicchieri che cozzano tra loro. Un'altra parola onomatopeica è usata nel brindisi polacco. Bevendo d'un fiato, gettando la testa indietro, si dice bach! quasi a riprodurre il suono della lingua schiacciata contro il palato.
Studi etnologici sul brindisi non sono stati ancora compiuti. O almeno non risultano nel vasto catalogo della biblioteca La Vigna di Vicenza, seconda al mondo, dopo quella di Berkeley (California), nella raccolta di libri sul vino. Vi è invece una ricca collezione di brindisi popolari, occasionali e di nessun valore letterario, pubblicati durante le Feste dell'Uva, promosse dal regime fascista. Fa eccezione un brindisi in lingua spagnola, tra i più interessanti che si conoscano: "Amor, salud y plata, y el tiempo para gustarlos". La sua bellezza è tutta nella sua saggezza. Potrebbe eleggersi a sintesi dei tanti brindisi colti, fin qui letti. Vi si augura l'amore, la salute e il denaro, ma non si dimentica di augurare il tempo libero, senza il quale né l'amore, né la salute, né il denaro valgono alcunché. Con rare eccezioni pare che tutto l'umano abbia trovato almeno una volta espressione in un brindisi. Sia esso atto letterario quanto nostro di ogni giorno, il brindisi ci lega ad un rituale antichissimo e ancestrale dei popoli, attraverso il quale il dono di bere vino si unisce ai nostri pensieri, alle nostre speranze, al nostro bisogno di "salute", cioè di "salvezza".
Uno studio francese ha dimostrato che sono più di quaranta i santi protettori del vino. Quello del brindisi potrebbe essere identificato in San Vincenzo. Era tradizione comporre dei giochi di parole con il suo nome. Alcuni di questi pare evochino proprio il brindare, come vin-cent, ossia l'augurio di bere per cent'anni, che si legge anche nell'Enrico IV di Shakespeare "io bevo all'amor mio caro, cuor contento cent'anni camperà!", e O vincent O, che si trovava sulle insegne dei cabaret e che si poteva leggere au vin sans eau e quindi interpretare, lunga vita "alla taverna del vino senz'acqua".

Quello del Capodanno lo conosciamo, in genere assume sempre una forma di augurio nei confronti dell'altro. Tuttavia, in alcune culture se da una parte è un gesto solenne e sentimentale, in altre può essere anche ironico e perfino osceno o offensivo. In Giappone prima d'iniziare a bere il celebre 'sake' si usa, come in Europa, fare un brindisi dicendo Kampai! Tuttavia, se siete in Giappone evitate di dire 'cin-cin', il cui significato è tutt'altro. Nei paesi di lingua inglese gli ospiti possono far intendere la loro approvazione ad un brindisi dicendo 'udite, udite' ("hear, hear"), seguito da una brevissima dedica. La persona onorata del brindisi però non deve bere, né tanto meno stare in piedi per ringraziare. Infatti, l'usanza è quella di farlo solo dopo la fine del brindisi, ringraziando colui che ha offerto da bere e non necessariamente contraccambiare. In Ungheria, non è visto di buon occhio fare un brindisi con la birra: la superstizione ha origine dai festeggiamenti fatti dagli austriaci durante la rivolta ungherese del XIX secolo, che pare siano stati fatti proprio con la birra.



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venerdì 7 agosto 2015

CORVI E CORNACCHIE



Le cornacchie sono considerate uccelli del male augurio. Ma in alcuni paesi dell’Europa Orientale i contadini credono che se un gruppo di cornacchie fa il nido sul proprio campo, arriveranno la prosperità e la ricchezza.

Il corvo, è il più profetico tra tutti gli uccelli, e la sua presenza predice cambiamenti. Se la cornacchia si trova sul lato sinistro della strada, porta sfortuna, perfino morte. Chiamate il suo cuore forte, e il suo spirito guerriero, se venite affrontati. Il corvo si invoca per chiedere il coraggio di entrare nelle tenebre per cercare la saggezza dell’ inconscio primordiale. La differenza tra i poteri dei due uccelli, consiste nel fatto che quelli del corvo erano più forti, intensi, grandi e profondi. Laddove entrambe nidificano, era il corvo a cambiare forma, mentre la cornacchia era relegata al ruolo di maestra delle illusioni.Il corvo è considerato più malvagio, uno che cambia strada.

In Irlanda quello della cornacchia è uno dei nomi della dea della guerra che usa questa forma oltre che quella di latri animali per mostrarsi agli avversari: presso i nativi americani la cornacchia è la custode di grandi misteri, è l'unico animale che ha la possibilità di trsgredire le leggi di questo mondo, in quanto può trasformarsi o essere presente in due luoghi contemporaneamente.

Il simbolismo della cornacchia e quello del corvo sono molto simili nella tradizione celtica. In genere sia la cornacchia che il corvo vengono associati alle dee irlandesi della battaglia Nemain, Bodb-Macha e Morrigan-Modron e alla dea gallese Branwen, mentre il corvo è un uccello tipico degli dèi Bran e Lugh e di Nantosuelta (detta anche «dea della colomba»).
Diverse leggende di molti popoli anche distanti fra loro narrano che in origine il colore delle piume del corvo fosse bianco. Un corvo bianco appare nel mito celtico gallese che parla di Branwen, sorella di Bran, ed esiste un racconto irlandese a questo proposito riferito a Lugh, dio accompagnato da due corvi.



Si narra che il corvo, in origine dal piumaggio bianco, era l'uccello favorito del dio Lugh e che questi gli aveva lasciato il compito di sorvegliare una giovane fanciulla incinta, amante del dio, affinché nessun mortale potesse giacere con lei. Ma durante l'assenza del dio la giovane passò la notte fra le braccia di un pastore e chiese al corvo di passare sotto silenzio il suo tradimento. L'uccello acconsentl e al ritorno di Lugh, interrogato sugli eventi intercorsi durante la sua assenza, il corvo mentì e il dio della divinazione, colui che sapeva tutto, si infuriò e condannò l'uccello ad avere il piumaggio nero come la notte e a ubbidirgli ciecamente.
Il corvo perse così la libertà e il suo piumaggio bianco, e fu sottomesso alla volontà di Lugh. Questa leggenda cela 'insegnamento riguardante la coscienza umana che, separata dal principio spirituale che l'anima, pur essendo la rappresentante della divinità nella personalità, può rendersi la nera consigliera di quest'ultima prestandosi ad appoggiare la menzogna.
Lugh veniva considerato il dio della profezia e il corvo, uccello prediletto del dio e, come abbiamo visto, sottoposto al suo volere, appare quindi come un animale profetico. Presso i Celti le persone preposte alla divinazione traevano auspici riguardanti il futuro osservando la direzione e la modalità di volo dei corvi e fu un volo di corvi sopra una particolare altura a fornire le indicazioni per la fondazione della città di Lione.
L'espressione irlandese «possedere la conoscenza del corvo» si riferisce a colui che detiene la conoscenza suprema. Questa forma di sapere eccelso non deriva semplicemente dalla divinazione ma dalla focalizzazione della coscienza individuale sul piano spirituale, nel piano del Superconscio (il cui Signore e simbolo è il dio Lugh Samildanach), dove ogni cosa è conosciuta. Il corvo, essendo un attributo di Lugh, viene ritenuto un uccello celeste e solare, anche se per il suo piumaggio nero è connesso anche con le regioni profonde e oscure, sia interiori che esteriori. Ricordiamo che spesso Lugh rappresenta la luce segreta del sole, invisibile a occhio nudo, che irradia dal lato nascosto dell' astro simbolo della luce spirituale. Nel 1873 Eugene O'Currey pubblicò un libro, basato su un vecchio opuscolo conservato al Trinity College di Dublino, intitolato On the Manners and Customs oJ the Ancient Irish in cui viene citato un tipo di divinazione fondata sul verso dei corvi. Dice che il gracchiare di un corvo sopra un letto chiuso all'interno della casa annunciava la visita di un ospite importante, laico o ecclesiastico. Per riconoscere la funzione di chi stava per giungere era necessario ascoltare Il verso dell'uccello se assomigliava a bacach! bacach! l'ospite sarebbe stato un laico, se era gradh! gradh! e sul far della sera, sarebbe stato un religioso più precisamente il corvo avrebbe annunciato l'arrivo di un poeta satirico o di un soldato con un grog! grog! o un gradh! gradh! gracchiando alle spalle di chi ascoltava e dalla direzione da cui sarebbero giunte le persone in visita.


Il simbolismo del corvo è quindi ambiguo: da un lato accompagna dei solari, e indice di longevità, portatore di profezie che indicano dove fondare città ed è protettore del popolo, ma dall'altro è associato alle dee della guerra e della morte, un uccello portatore di sventure. Sembra che nelle culture dei cacciatori-raccoglitori il simbolismo del corvo fosse stato positivo e che fosse mutato in negativo quando i popoli divennero, sedentari. Secondo una tradizione del folklore celtico scozzese i corvi avrebbero potuto assumere forme di esseri fatati quando hanno cattive intenzioni nel confronti degli esseri umani, forse una credenza derivata dalla leggenda delle dee Morrigan e Bodb e della loro azione nei confronti dell' eroe irlandese Cù Chulainn.
La prima volta che Cù Chulainn incontra la Morrigan (nella mitologia celtica a volte è la dea Bodb), essa appare come una donna vestita di rosso a cavallo di un destriero rosso che gli offre la propria compagnia sessuale, rifiutata. dall' eroe. La dea allora scompare e Cù Chulainn sente il gracchiare di un corvo provenire da un ramo su cui è appollaiato un uccello nero realizzando che è la dea a celarsi sotto quell' aspetto.
Morrigan inizierà a perseguitarlo senza sosta e al momento della sua morte gli si poserà sulla spalla nelle sembianze di un corvo.
La cornacchia e il corvo assumono in questo caso una valenza negativa, simboleggiando le energie femminili orientate verso la rovina piuttosto che per la creatività, l'uso della sessualità per scopi distruttivi piuttosto che procreativi. Tuttavia questo uccello, così come il corvo, è legato. alla luce, forse quella notturna, che lo rende guida delle anime verso il regno del morti.
Il corvo e la cornacchia, quindi, sono due uccelli associati alla funzione guerriera e con le loro sembianze le dee apparivano sul campo di battaglia per incitare i contendenti allo scontro, eccitare gli animi, accompagnare gli Spiriti del caduti nell' Altromondo. Ricordiamo le tre donne che su una nave portano Artù lontano dal luogo dell'ultimo combattimento verso l'Isola di Avalon.





La presenza sui campi di battaglia della dea Morrigan sotto forma di corvo veniva Invocata tramite il gracchiare dei carnyx che imitavano il verso dell'uccello. Per quanto riguarda le altre due dee della triade si fa derivare il nome della dea Macha dalla parola «cornacchia», adeguandosi all'interpretazione del Book of Lecan, e lo stesso significato si attribuisce al nome (o forse esso era un semplice soprannome) della dea Bodb, la cui corrispondente gallica è Cathubodhua, la «cornacchia del combattimento».
Nella tradizione cristiana vi sono alcuni santi rappresentati in compagnia di corvi o cornacchie: san Benedetto, san Bonifacio, sant'Osvaldo, san Meinardo e san Vincenzo.


Le cornacchie nei sogni preannunciano come il corvo cose sgradevoli e funeste e la cultura popolare li vede forieri di disgrazie e di morte.

Questa visione essenzialmente negativa si giustifica pensando al significato che nella nostra cultura ha il colore nero (colore che assumono le piume di questi uccelli) e che è associato all’oscurità, al mistero della notte e delle cose nascoste, al mondo sotterraneo ed infernale, al male, e questa negatività è amplificata dal verso gracchiante e sgraziato che questi animali emettono, dall’aspetto imponente e altero, dall’abitudine di nutrirsi anche di cadaveri.

E’ necessario ricordare però che in altre culture o nell’ antichità corvo e cornacchia avevano ben altro peso simbolico, legati come erano alla chiaroveggenza e alle capacità medianiche. Per gli indiani d’America la cornacchia era messaggero e presagio di cambiamento, elemento di equilibrio fra passato presente e futuro e di fusione fra il mondo interno e quello esterno. La cornacchia rappresentava il potere dell‘occhio che vede al di là dell’apparenza, ed appariva nei sogni ad annunciare il pericolo e guidare il sognatore nelle difficoltà.

La riconosciuta intelligenza della cornacchia la rende inoltre simbolo di perspicacia e di astuzia, facendo emergere anche un aspetto positivo nell’analisi onirica. Questo ci porta a considerane sempre l’ ambivalenza: da un lato rappresenta le forze oscure e rinnegate dell‘inconscio che emergono con manifestazioni sgradevoli, dall’altra indica un messaggio importante ed inconscio che vuole essere compreso.

Un’interpretazione che si accosti ad un livello più oggettivo vede nei corvi o nelle cornacchie che compaiono nei sogni gli aspetti più sgradevoli ed oscuri che circondano il sognatore, persone che gli vogliono male o che tramano contro di lui, pensieri funesti e pesanti di solitudine e di morte, idee o progetti “sfortunati”.

Uccidere le cornacchie da questo punto di vista può collegarsi al liberarsi di tutto ciò che ostacola il sognatore con il proprio peso e la propria negatività, mentre vedere cornacchie schiamazzare pone domande sulla dispersione delle proprie idee e sul proprio pessimismo o sulla necessità di prestare maggiore attenzione a quanto accade intorno per sapersene difendere.


LEGGI ANCHE : http://pulitiss.blogspot.it/2015/02/la-cornacchia.html

                           http://pulitiss.blogspot.it/2015/02/il-corvo.html


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martedì 28 luglio 2015

IL MITO DEL SERPENTE



Il serpente è un animale che, per le sue caratteristiche, ha colpito e stimolato l'immaginario umano, entrando nel folklore e nella mitologia di vari popoli. Tra le numerose attestazioni, spicca in particolare il racconto biblico di Adamo ed Eva dove il serpente è la rappresentazione del demonio tentatore.

Il serpente è uno dei più vecchi e più diffusi simboli mitologici, essendo presente nella maggior parte delle culture con significati simili. Le caratteristiche del serpente che hanno stimolato nell'uomo la sua associazione a temi sovrannaturali sono numerose. Ad esempio il suo veleno è associato, come le piante e i funghi, al potere di guarire, avvelenare, o donare una coscienza espansa (addirittura l'elisir di lunga vita o di immortalità). Il suo cambiare pelle lo rende inoltre un simbolo di rinnovamento e rinascita che può portare all'immortalità.

Talvolta il serpente e il drago hanno simile funzione simbolica, poiché il veleno del serpente ha caratteristiche simili a quelle del fuoco lanciato da un drago. Ad esempio Ladon dell'antica Grecia e Níðhöggr Normanni sono a volte descritti come serpenti e a volte come dragoni. In Cina, il serpente Indiano nāga è spesso confuso con il dragone cinese. Il dio serpente Quetzalcoatl degli Aztechi e Toltechi ha anche ali da dragone, come il suo equivalente nella mitologia Maya ("serpente piumato").

In araldica il "biscione" è stato il simbolo del Ducato di Milano, sia sotto gli Sforza, sia con i Visconti ed oggi è ancora riscontrabile in stemmi di alcuni comuni lombardi e non, legati storicamente alla signoria ambrosiana, come ad esempio Bellinzona, la capitale del Canton Ticino (Svizzera); in epoca contemporanea il "biscione" è divenuto anche il simbolo di alcune società milanesi.

Diffusissima in tutte le aree agricole e montane di Italia centro-settentrionale, Svizzera e Francia è la leggenda metropolitana del lancio di vipere da elicotteri da parte di vari soggetti quali forestale, Verdi o addirittura case farmaceutiche. Il fenomeno è stato giudicato connesso al forte potere simbolico del serpente, visto nell'ambiente quasi completamente antropizzato, uno degli ultimi elementi di natura selvaggia, contrapposta alla cultura dell'habitat umano.

Sin dalle più antiche testimonianze egizie troviamo un serpente che, come un'aureola, si avvolge attorno alla testa del Dio del Sole Aton e rappresenta il disco solare, mentre nel Libro dei Morti egiziano proprio un serpente è il traghettatore delle anime; tale simbolo, originariamente Babilonese, identificava inoltre il Dio Ammon, spirito regnante nell'oltretomba che veniva rappresentato con l'immagine di un serpente avvolto a cerchio e in atto di mordersi la coda.
L'immagine greca dell'Oroborus, perpetua trasformazione della morte in vita, poiché i denti aguzzi iniettano il veleno nel suo stesso corpo, la stessa immagine della serpe eterna si ritrova nei mandala dei nativi americani.
Il serpente che si morde la coda è quindi un simbolo universale che rappresenta l'eternità e l'indistruttibilità della natura, cioè del ciclo della vita che si rinnova, in cui nulla si crea e nulla si distrugge.



Spirito delle acque originarie, il serpente è collegato a moltissimi fiumi, nelle mitologie amerinde il mito del serpente, talvolta piumato, corrisponde alle zone di coltivazione del mais dove è associato all'umidità, alle acque della terra e alle nuvole portatrici di pioggia.
Il suo simbolismo  come ispiratore e veggente si ritrova nel mito di Cassandra che, da bambina, era stata trovata dai genitori con un serpente che le toccava la bocca, lo stesso mito si ritrova nei principali oracoli come quello di Delfo.

In Africa e in India il serpente è signore della fecondità e viene onorato dalle donne che desiderano un figlio, presso i nativi americani simboleggia il ciclo di nascita, vita, morte e rinascita, grazie al processo di muta della pelle, gli vengono attribuiti il potere della creazione, della sessualità, del mutamento dell'anima e dell'immortalità, la reincarnazione e la protezione, tutti significati molto simili e quasi sovrapponibili questi nel mondo celtico dove il serpente era legato all'acqua, alla madre terra e al ciclo dell'anno che si ripete sempre uguale a sè stesso ma sempre diverso.

Ben diverso significato assunse nel mondo ebraico-cristiano, non si limitò ad essere apportatore di vita ma assunse tutte le caratteristiche di essere satanico, istigatore diabolico nel paradiso terrestre, negazione della vita immortale: nel nuovo testamento il demonio è chiamato L'antico serpente.

Sempre portato ad esempio per la sua intelligenza malvagia e per la sua astuzia ingannatrice, questo simbolo antichissimo e i due serpenti hanno da sempre rappresentato la polarità tra il bene e il male tenute in equilibrio dalla bacchetta divina che ne controlla le forze, dove le ali dei simboli esoterici collegati alle serpi indicano il primato della conoscenza che si pone al di sopra della materia.

Sigmund Freud associa, nei suoi studi sull’interpretazione dei sogni, il serpente al fallo, e lo considera l’espressione della forza sessuale e creatrice di mascolinità.
La forma allungata, penetrante e a volte che si erge come un cobra lascerebbe poco spazio ad altre interpretazioni simboliche, ma sarebbe fermarsi all’evidenza, e con i serpenti e la simbologia niente è evidente.

La tradizione tantrica induista va oltre, associa il serpente al potere energico maschile unito a quello femminile. Queste due energie opposte (visti come due serpenti) si concentrano e si uniscono alla base della colonna vertebrale, più precisamente nel punto situato tra l’ano e i genitali. In quel punto dimora la Kundalini, rappresentata con un serpente arrotolato e dormiente, dormiente come lo è la nostra coscienza. In questo caso il serpente è visto come figura fallica ma pure uterina, e viene legato al potere generativo, alla fertilità, all’erotismo trascendente, alla sessualità e all’unione degli opposti.

Adamo, Eva, l’albero e il serpente. Evidentemente l’albero che si erge dal suolo è un simbolo fallico, ma perché metterci un secondo fallo?
In questo caso il serpente non ha la rigidità fallica dell’albero, anzi, è flaccido. Da qui altri psicanalisti e studiosi sono d’accordo di considerare il serpente come simbolo fallico, ma non legato all’uomo e al suo pene, ma bensì alla donna e alla sua clitoride.
La lettura è semplice: la donna (il serpente) si avvinghia all’uomo (l’albero), tentandolo carnalmente, vivendo la sessualità in modo libero e piacevole. Le nuove religioni monoteiste hanno sempre condannato l’atto sessuale che non fosse finalizzato alla procreazione, per cui questa unione puramente piacevole e fisica andava demonizzata, come sono state demonizzate tutte le altre attività sessuali considerate devianti e perverse.
In pratica le nuove religioni hanno usato e distorto antiche rappresentazioni di serpenti intrecciati ad alberi o bastoni (=maschile e femminile che si uniscono), che simboleggiavano l’amore, l’eros e la vita. L’esempio più lampante è il simbolo che rappresenta ancora oggi la medicina (una verga con un serpente attorcigliato), che si è stato tramutato da simbolo di salvezza e continuità in un simbolo di decadenza umana (l’albero della conoscenza e il serpente tentatore) punita da Dio.



Il serpente ingoia le proprie prede intere, e simbolicamente in questo caso il serpente viene penetrato, mutando la sua figura fallica in una figura vaginale.
L’unica certezza è che il serpente è, simbolicamente parlando, inesorabilmente legato all’erotismo e alla sfera sessuale umana.

Il serpente è un animale che compare assai spesso nei sogni. In molte persone suscita paura e ribrezzo, se non una vera e propria fobia, tanto da non poterne sopportare neanche la vista. Al contrario, altre persone amano moltissimo i serpenti e li accudiscono come animali domestici. Di questo occorrerà tener conto quando si interpreta il sogno. I serpenti sono sicuramente animali pericolosi ma, per quanto ci possano inquietare, non si può negare che siano anche creature ammalianti, dotate di fascino quasi ipnotico.

Il serpente è un rettile, un animale a sangue freddo che si muove strisciando sul ventre e che cambia pelle (muta). È presente in molti miti e leggende di ogni parte del mondo legate al concetto di rinascita; spesso, in molte civiltà del passato, è stato oggetto di culto, e custode di oracoli (come, ad esempio, l’oracolo di Delfi). In India esistono tutt’oggi templi a lui dedicati. Nella cultura occidentale, in seguito all’affermarsi della religione cristiana, il serpente ha assunto un significato soprattutto negativo, connesso all’idea di peccato e di inganno; ma il serpente ha una simbologia antica, ricchissima e affascinante, che si intreccia a quella dei draghi e dei mostri marini come il Leviatano.

Nei sogni, il serpente può avere, in genere, questi significati:
Potenza sessuale, fertilità, forza della natura che permette la perpetuazione della specie. Secondo l’interpretazione freudiana, il serpente è una delle tipiche immagini oniriche che rappresentano il pene. Questo significato legato alla sessualità si può riconoscere anche nella narrazione biblica di Adamo ed Eva: il serpente è simbolo del piacere sessuale, della libertà del proprio corpo, e anche della mente (conoscenza).
Istinti, pulsioni vitali primitive proprie di stadi evolutivi passati, molto lontane dalla coscienza.
Saggezza, energia psichica interiore che permette la rinascita, il rinnovamento, la guarigione fisica, ma anche il benessere spirituale e l’illuminazione. Il serpente è un simbolo di medicina e salute comune a molte culture di tutto il mondo: ad esempio, il serpente è presente nel bastone di Asclepio (simbolo della medicina); due serpenti attorcigliati avvolgono il caduceo del dio Mercurio, il messaggero degli dei, mediatore tra l’umano e il divino.
Una persona falsa e ingannatrice.
Sognare tanti serpenti può indicare un periodo di confusione, incertezza, dubbi, paura dei propri impulsi. È un sogno tipico di persone diffidenti, inclini a vedere le altre persone come dei ‘nemici’.

Sognare un serpente minaccioso, che tira fuori la lingua e sibila, indica che c’è un qualche pericolo di cui ancora non ti sei reso conto: potrebbe essere una persona a te vicina che si sta comportando in maniera poco onesta con te. Sii più accorto.

Il morso del serpente può rappresentare l’aggressività di cui ti senti vittima, soprattutto l’aggressione verbale (critiche, ingiurie, rimproveri, ecc.). Può anche rappresentare l’aggressività che tu stesso non riesci ad esprimere, a tirar fuori; dovresti parlare di più, buttar fuori ‘il veleno’. Infine il sogno può anche avere un significato molto positivo di ‘guarigione’ fisica o emozionale: il veleno, in questo caso, è da intendere come ‘siero’ che ti cura.

Sognare serpente che striscia può indicare che stai per cadere vittima di inganni, o che stai per essere preso da sentimenti di angoscia e incertezza; se il serpente si allontana, però, tutta questa negatività si sta allontanando da te. Vedere apparire improvvisamente un serpente che striscia nel sogno può essere una manifestazione di energie psichiche inconsce che fanno irruzione in modo imprevedibile.

I serpenti che stringono la preda nelle loro spire, come i boa o i pitoni, ricorrono nei sogni di chi è represso (anche in senso sessuale); forse hai troppa paura di lasciarti andare, vuoi sempre tenere tutto sotto controllo. Se sogni che un’altra persona viene stretta da un serpente, ciò indica che sei in apprensione per lei.

Il serpente è un simbolo sessuale: rappresenta il pene, oppure, con i suoi movimenti sinuosi, la sensualità femminile. Vederlo in sogno, specialmente nel letto, può dipendere da preoccupazioni legate alla sessualità: paure, sensi di colpa, desideri, e (per l’uomo) bisogno di affermare la propria potenza sessuale.

Sognare serpente morto può indicare la fine di influenze negative ed emozioni angoscianti nella tua vita; però può anche indicare la perdita di istintività.

Il serpente blu rappresenta l’energia spirituale; rosso, la potenza sessuale; verde, la gelosia amorosa; nero, il proprio istinto profondo.

Sognare serpente che cambia pelle è in arrivo un mutamento interiore, nuova spinta vitale.

Sognare un serpente arrotolato su se stesso rappresenta la tua energia psichica pronta a distendersi, a risvegliarsi. L’immagine corrisponde a quella di Kundalini, il serpente attorcigliato che, secondo la filosofia indù, rappresenta l’energia sopita dentro di noi, che può essere oscura e malefica finché non la si padroneggia, ma che può renderci divini se riusciamo a risvegliarla e a domarla.

Sognare serpente con due o tre teste può indicare che stai vivendo una situazione complicata, come se fossi spinto in direzioni diverse e in conflitto tra loro. Devi risolvere questo conflitto interiore.

Secondo il racconto biblico, il serpente in origine aveva le zampe; solo dopo aver tentato Eva, Dio lo punì togliendogli le zampe e costringendolo a strisciare sul ventre, mangiando polvere. Sognare un serpente con le zampe può quindi significare una ‘tentazione‘ di varia natura, o un atto di ‘ribellione‘.

Sognare serpenti che si mordono, che si mangiano tra loro rappresenta la tua grande determinazione e voglia di arrivare a tutti i costi agli obiettivi che ti sei prefissato.

Numeri del lotto:
Serpente 51.




Nel significato dei tatuaggi, il serpente è quanto mai scelto come simbolo di furbizia ed astuzia, ma spesso che sfociano nell’aggressività. Tipicamente maschile, come tatuaggio, le donne lo scelgono molto di rado, poichè la sensualità trasmessa non è percepita come femminile, forse anche a causa della sua comunione con simboli di tipo fallico.


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martedì 2 ottobre 2012

..AMORE..: Sogni proibiti degli italiani


Sogni proibiti degli italiani


sogni proibiti degli italiani

 Uomini: questione di numeri

Il desiderio maschile è molto basic, la trasgressione numero uno per eccellenza è numerica: l'uomo desidererebbe fare sesso con più di una partner, con tutte le varianti del caso (con due donne, due uomini e una donna, in gruppo, ecc). Alla base, una spinta ad affermare la propria potenza amatoria e il potere eccitante della vista: in questo contesto l'uomo è partecipe ma anche spettatore.-

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