venerdì 30 ottobre 2015

LA FORZA DEL FUOCO

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Il culto del fuoco deriva dalla natura spirituale della luce. Risale alla preistoria e il suo simbolismo è polivalente. In tutto il mondo si adora il fuoco come viva immagine del Sole, Agni, Vita.
I romani adoravano il fuoco come una divinità familiare: una Vestale presso un altare sopra il quale ardeva il fuoco, oppure una donna che teneva un vaso pieno di fuoco. Numa Pompilio istituì il culto del fuoco affidato alle Vestali, affinché alimentando il fuoco nel tempio circolare, ne beneficiasse il mondo intero.

Nelle favole dei poeti iniziati ha ricevuto i nomi simboli di ASCIA, di SPADA, di LANCIA, di FRECCIA e G.N. Ragon sottolinea gli esempi: l'ascia con la quale Vulcano colpì la fronte di Giove per farne uscire Pallade; la spada che Vulcano donò a Peleo, padre di Achille; la clava che lo stesso Vulcano donò ad Ercole. L'arco che questo eroe ricevette da Apollo.

Esso è il fuoco che Prometeo rubò in Cielo, quello che Vulcano adoperava per fabbricare i fulmini di Giove e le armi degli dei, la cintura di Venere, il trono d'oro del Sovrano dei Cieli, ecc.ecc.
Esso fu infine simbolizzato a Roma con il fuoco di Vesta, così scrupolosamente custodito che le giovani Vestali, venivano punite con la morte qualora lo avessero lasciato spegnere.
I Filosofi Siriani e Caldei erano soprannominati i filosofi del fuoco. Essi avevano per questo elemento un rispetto che sembrava essere una specie di culto, del quale del resto si trovano tracce in tutta la mitologia e poesia dell'Asia e dell'Europa.

Questo fuoco ermetico e filosofale considerato come l'artefice meraviglioso della metamorfosi più singolare del mondo fisico,questo taumaturgo potente, solo agente capace di compiere la trasmutazione dei metalli, non è altro che l'energia che penetra tutto, che anima tutti i corpi fisici, e che quei filosofi consideravano come il più straordinario dei poteri occulti della natura. Essi dicevano che questo fuoco, generatore del fuoco Ordinario che produce la luce e la fiamma, è una essenza (fluido) Universale, visibile e sensibile - UNIVERSALE poiché l'energia è l'anima del mondo che essa vivifica; Visibile nel suo terzo sviluppo, il calore.



I simboli del Fuoco consentono di comprendere il potere e la passione degli Dei, all'interno del fuoco divampa la coscienza collettiva attraverso le onde di pensiero che riportano alla mente concetti come ispirazione e vitalità. Qualche attributo connesso all'elemento fuoco: Energia, Potenza, Passione, Azione, Sessualità, Creatività, Autorizzazione, Consumo, Il senza paura.

Questi sono solamente alcuni attributi legati al fuoco collegati alla parte archetipa del simbolo, dall'antichità ad oggi non esistono nuovi simboli che scaldino il nostro cuore come quelli dell'elemento fuoco, che ci facciano pensare più velocemente e chiaramente o che riescano a sollevare maggiormente il nostro spirito, per questo non c'è da meravigliarsi se i simboli del fuoco si trovano in tutte le culture del mondo e di ogni epoca.

Dal punto di vista degli alchimisti, il fuoco è un catalizzatore sia all'inizio degli esperimenti che al loro completamento, questo elemento indica la mobilità,il movimento in avanti e verso l'alto esattamente come la fiamma, il passaggio tra le fiamme che fanno assurgere ad aspirazioni di carattere solare e luminoso. Per il fuoco il cambiamento deriva dalla completa combustione della base combustibile (siano esse sia le limitazioni mentali, che quelle spirituali che fisiche o i pensieri di bassa lega o similari, eccetera), la trasformazione e l'arrivo all'illuminazione sono attributi normalmente contenuti ne fuoco, la distruzione di tutte le limitazioni di qualsiasi carattere, basti vedere il significato simbolico della Fenice. Il simbolo alchemico del fuoco indica la stagione dell'estate, l'arcangelo Michele, alla direzione sud.

Gli antichi Celti erano ben consapevoli del significato metaforico del fuoco e le sue proprietà di trasformazione spirituale, esempi di questa conoscenza si trovano in statue celtiche e d'arte riportanti tre fiamme o raggi trovati sui volti di divinità o di clan e delle donne celtiche. Queste fiamme vennero rese con linee aspiranti e verso l'esterno a fronte del soggetto con la base delle tre linee riunite presso la sommità del naso. Questo motivo è il simbolo di Arwen, un concetto celtico di illuminazione, ispirazione e l'unificazione totale delle polarità, il tutto legato alla dea.



L'I-Ching, o Libro dei Mutamenti è un corpo di conoscenze di carattere filosofico la cui nascita deriva da otto simboli chiamati trigrammi perché formati da tre linee continue o interrotte poi fatti interagire gli uni agli altri. A sua volta, ogni trigramma risuona con energie corrispondenti, in questo caso, il simbolo cinese per fuoco corrisponde con l'elemento fuoco. Questo trigramma indica anche la direzione sud (utile nelle pratiche di Feng Shui). Il simbolo parla di chiarezza, indipendenza, salute e visione , l'animale cinese che corrisponde a questo simbolo il fuoco è il fagiano.

Nel Futhark nordico, un sistema basato sull'uso di 24 simboli derivati da antiche tribù tedesche, scandinave e anglosassone, si tabilisce una meravigliosa comunicazione tra ciò che è materiale e ciò che non è fisico. La runa Ken rappresenta la fiamma o il fuoco, è un simbolo positivo poiché porta luce ma, se necessario anche distruzione costruttiva, passione, calore, direzione chiara, forza sessuale.

Il simbolo Maya del fuoco è composto da vari simboli: K'ak rappresenta la fiamma stessa, la mano di fuoco, il governatore del fuoco. Questo glifo rappresenta anche l'idea del bruciare l'incenso, atto sacro in tutte le culture attorno al quale si concentrano i riti sacri; esso rappresenta artisticamente lo yajaw k'ak o servitore dle fuoco, che esprime il punto di ascensione nella magia e del fatto che il fuoco sia un unificatore poiché ha caratteristiche inerenti la consapevolezza cosmica.

Dagli Uto-Aztechi ci arriva un simbolo del fuoco e simbolo del sole che rappresenta i sette raggi dello sviluppo spirituale, ogni raggio rappresenta una scintilla di luce che accende l'intera anima dell'uomo. Il sole a sette raggi è un simbolo del linguaggio simbolico dei Cherokee, come ogni raggio simboleggia i sette riti che girano attorno al fuoco sacro durante l'intero anno.

Il simbolo shinto Tomoe giappone non è strettamente un simbolo del fuoco ma l'ho incluso qui per le sue tematiche sull'equilibrio, simbolo molto simile alla Triquetta celtica: la parola Tomoe significa "svolta" o " cerchio", il simbolo è chiamato anche "ruota di fuoco". Il simbolo shintoista/buddhista ricorda il simbolo del Tao con lo Yin e lo Yang, contenendo molti significati profondi a livello energetico; talvolta esso viene rappresentato con tre fiamme (il cielo, la terra e l'uomo) che rappresentano le tre basi della filosofia shintoista.



Una pratica dei lama tibetani è quella di recitare sei sillabe durante le loro meditazioni con la consapevolezza che l'energia concentrata di ogni sillaba corrisponda ad una forza cosmica particolare. I simboli indicati qui sopra sono le sillabe, "tsa ra", che significano "la spada di fuoco." Nel linguaggio divinatorio, questo simbolo indica il potere e l'influenza inerente alla forza del fuoco. Il destinatario di questo oracolo dovrebbe comprendere i poteri distruttivi del fuoco e in questa comprensione brandire il fuoco cosmico come strumento per dichiarare amore, intervenendo rettamente e muovendosi attraverso i blocchi della vita.

Il simbolo del Fuoco ricorda la fiamma protesa in alto che termina a punta; allude quindi ad un moto ascendente, di crescita o dilatazione, ad un'azione centrifuga, invadente e conquistatrice.
Il Fuoco di per sé ha d'altronde le tendenze impetuose dell'energia maschia, incita alla collera e sarebbe portatore di distruzione, se non fosse moderato dagli altri Elementi combinati.
Alla forza ascensionale del Fuoco si oppone infatti in primo luogo l'Acqua, che scorrendo verso il basso va a riempire ogni spazio vuoto o cavo. Rinsalda quel che il Fuoco dilata. La sua azione è dunque centripeta o costruttiva; invece di elevarsi verticalmente come il Fuoco, si espande in orizzontale. Tende cosi al riposo, alla calma, il che consente di accostare la sua passività alla dolcezza femminile.
L'unione del Fuoco, triangolo con la punta in su, e dell'Acqua, triangolo con la punta in giù, forma il simbolo dell'anima umana, ambivalenza ed equilibrio; simboleggia l'ermafrodita per i Greci. Allacciando i due triangoli formiamo una Stella con sei raggi. Essa sarà il Simbolo dell'Evoluzione e dell'Involuzione, dell'eterna stretta della Forza con la materia il cui prodotto è il Ritmo.
La Materia seduce la Forza e l'involve, la Forza ispira la materia e l'evolve, e noi siamo i figli di questi perpetui amori.



Parecchi secoli fa, Ippocrate, padre indiscusso dell’arte medica, fondava la sua dottrina utilizzando la ripartizione dell’Uomo in quattro tipologie di base, a seconda della loro morfologia, con tratti psicologici e patologici ben precisi.
I quattro temperamenti sono i seguenti: bilioso (associato all’elemento Fuoco), sanguigno (Aria), linfatico (Acqua) e nervoso (Terra).
Il Fuoco, è l’elemento di trasformazione in quanto il calore che sprigiona dilata, modificando le forme ed è soprattutto ambivalente: elemento di salvezza che purifica, rigenera ed anima il cosiddetto "fuoco interiore" ma, se fuori controllo, è totalmente distruttore e divorante, come le passioni o la violenza. La sua collocazione di partenza, nella suddivisione quaternaria dello Zodiaco (che inizia appunto dall’Ariete, segno di Fuoco), simboleggia la nascita, la creazione che dà origine ad un nuovo impulso di vita.
Il temperamento bilioso che corrisponde appunto all’elemento Fuoco, è indicativo di una persona attiva, dinamica, dalle mille passioni, autoritaria, che prende l’iniziativa e tiene moltissimo alla sua indipendenza. Se l’individualismo è troppo spiccato, si può arrivare a vero e proprio dispotismo mentre le qualità di coraggio e di creazione, se prive di controllo, possono degenerare in violenza e distruzione.




giovedì 29 ottobre 2015

La Simbologia Del CUORE

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Il cuore è stato a lungo utilizzato come un simbolo riferito alla spiritualità, emotività, moralità, insita nell'essere umano. Un tempo si riteneva il cuore sede della mente umana e le rappresentazioni stilizzate di cuori sono molto diffusi in simboli che rappresentano l'amore.

Nel folklore europeo il cuore viene tradizionalmente disegnato in una forma stilizzata, in genere di colore rosso, che indica sia sangue sia, in molte culture, la passione. La forma è solo vagamente simile al cuore umano, tanto che alcune persone sostengono che in realtà rappresenti il cuore di una mucca, mentre secondo altri è la rappresentazione di un monte di Venere di una vulva (come nel simbolo tantrico del "Yoni"). Altre fonti hanno suggerito che il simbolo si riferisca a dei seni femminili, o delle natiche di una donna piegata in avanti.

Alcuni storici ritengono che questo simbolo derivi dalla forma del geroglifico egizio utilizzato per indicare il concetto del cuore: a sua volta, questo carattere potrebbe derivare dal seme di silfio, una pianta con virtù anticoncezionali estinta. Questa relazione potrebbe essere giustificata dal significato sessuale del simbolo egizio, combinato con l'ampio uso del silfio nell'antico Egitto per il controllo delle nascite. 

Sui reperti antichi la figura esisteva da molto tempo, ma con un altro significato. Era la rappresentazione delle foglie di una pianta. In Grecia, in genere, indicava la vite. Nel mondo etrusco simboleggiava le foglie di edera, veniva inciso sul legno e sul bronzo e dato in regalo agli sposi durante i matrimoni, come augurio di fertilità, di fedeltà e rinascita. I buddisti ci vedono, dal II secolo in poi, il segno dell’illuminazione.



La svolta avviene proprio in quel periodo, ma in ambiente romano. È il medico Galeno che, sulla base delle sue osservazioni anatomiche, scrive circa 22 volumi di medicina, destinati a diventare un caposaldo per la disciplina nei secoli a venire. È qui che parla del cuore come di una specie di foglia di edera rovesciata, a forma di cono. Non si capisce come mai, ma la sua migliore descrizione è questa. E non lo sa, ma è destinata a influenzare il futuro.

Il simbolo del cuore come lo conosciamo noi oggi compare nel 1200, in un manoscritto del Roman de la Poire (Il romanzo della Pera), in cui due amanti sbucciano insieme una pera con i loro denti. 

Segue la Cappella degli Scrivegni, di Padova, dove Giotto raffigura, tra le varie cose, un ritratto allegorico della Carità che porge il suo cuore a Cristo. E anche qui ha la forma, fin troppo riconoscibile, del cuore moderno. Eppure, come dimostrano i disegni di Leonardo da Vinci, nel XV secolo, il cuore era ben conosciuto dal punto di vista anatomico.

Il colpo finale, però, arriva nel 16esimo secolo, con le carte da gioco francesi. Qui ogni seme ha la sua rappresentazione. Le picche, i fiori, i quadri. E i cuori, che hanno, da quel momento, quella forma definitiva.




mercoledì 28 ottobre 2015

VIVERE IN UNA BOLLA

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La vita da cittadini in perenne connessione avrà pure i suoi lati positivi, ma ogni tanto fa venir voglia di mollare tutto e diventare come dei Robinson Crusoe: irraggiungibili.

Ma il desiderio di trasformarsi in fantasmi, oggi, non è facilmente perseguibile. Come allontanarsi da  una società che pare inghiottire persino i sentimenti, ci costringe a rimare linkati, e a comunicare anche quando non abbiamo niente da dire? Non è proprio facile diventare invisibili di questi tempi. Ma anche nell’era di Internet si può tentare di scollegarsi, diventare “liquidi” per dirla alla Bauman,  e tagliare almeno le relazioni più invasive.

Un celebre magazine economico americano ha indicato ben otto posti, in cui si potrebbe passare il resto della propria vita senza l’assillo di dover rispondere a richieste di amicizia, spesso concesse solo per non prendersi l’etichetta di cafoni. Otto località sparse per il Pianeta, dove: il cellulare “non prende”, non esistono internet point e si può vivere come il celebre personaggio di Daniel Defoe.

Il primo posto isolato è Tristan da Cunha, un arcipelago nell'Oceano Atlantico. Territorio britannico, è lontano  circa 2000 chilometri da Sant'Elena, l’ isola dove morì esule Napoleone Bonaparte. Abitato da 300 abitanti, questo territorio, è visto come uno degli angoli più sperduti della Terra. Può essere raggiunto in sei giorni solo in nave, partendo da Città del Capo e percorrendo oltre 3.000 km di mare. Il posto conserva uno stretto legame con la Liguria: due marinai di Camogli, Andrea Repetto, e Gaetano Lavarello, nel 1892, naufragarono sull'isola con il brigantino «Italia» e decisero di rimanervi per sempre. Oggi alcuni abitanti mantengono gli stessi cognomi, mentre l'ospedale presente nell'arcipelago si chiama «Camogli Hospital».

Un altro territorio davvero remoto, ma suggestivo, è quello dell’arcipelago di Socotra, nell'Oceano Indiano. Composto da quattro piccole isole, che si trovano a circa 300 km dalla costa somala, Socotra è dal 2008 patrimonio dell'Umanità. Per circa quattro mesi le isole sono irraggiungibili a causa delle tempeste monsoniche. Inoltre la mancanza di approdi sicuri rende questo territorio poco accogliente anche negli altri mesi. Tuttavia l'arcipelago, che conta circa 45.000 abitanti e che può essere raggiunto in aereo, con due voli a settimana dallo Yemen o in nave, è unico dal punto di vista naturalistico. Sembra che  il 37% delle 825 specie di piante presenti sulle isole siano uniche al mondo. Rari sono anche i tanti rettili e uccelli che popolano l'arcipelago.

Altro luogo isolato è rappresentato dal Darien Gap, l'immensa giungla che divide la Colombia da Panama. Qui mancano strade asfaltate e il territorio è controllato dai guerriglieri colombiani. Di tanto in tanto avventurieri organizzano spedizioni per esplorare questi luoghi poco conosciuti. E i rischi sono tanti. Qui è difficile troverà altri turisti, e si potrebbe essere rapiti dai narcotrafficanti colombiani.

Se amate il freddo e i luoghi sconfinati, potrete scegliere la laguna di San Rafael nella Patagonia cilena. Si tratta di un parco naturale, raggiungibile da Porto Montt solo in nave. E’ noto per la pesca, la ricca vegetazione e le bellissime catene montuose. Dichiarato nel 1979 Riserva della Biosfera dall’Unesco, la Laguna di San Rafael è caratterizzata da continue piogge e da enormi lastre di ghiaccio che si staccano dalla terraferma e galleggiano nel mare.

Un altro luogo da considerare, consigliato dalla rivista, è l'entroterra della Mongolia. Raggiungere Ulaanbaatar, la capitale di questo Stato senza sbocco sul mare e dalle temperature estreme, non è complicato. Occorre prendere un aereo da Mosca o Pechino. Qui si potranno ammirare i passatempi popolari, che sono l'equitazione e la falconeria, e godere dell’ ospitalità mongola. Poi il viaggio riprenderà verso il deserto del Gobi e verso la taiga, una fitta foresta sempreverde.

Ancora, il parco nazionale di Auyuittuq, in Canada. Inaccessibile quando a giugno il ghiaccio si sta rompendo e a ottobre quando invece si sta congelando, in estate è raggiungibile in barca, mentre in inverno solo in motoslitta. Tra gli aspetti negativi ci sono: la presenza in primavera di orsi polari, la quasi totale oscurità anche nelle ore giornaliere e il rischio di ipotermia in inverno.

C’è poi la penisola della Kamchatka, nell'estremo oriente siberiano. Abitata da 450 mila persone e grande oltre 470 mila km quadrati, questo territorio è pieno di vulcani, geyser e foreste. Famoso per lo sci e  la pesca della trota, è pericoloso per la presenza di tanti predatori, tra cui orsi bruni, linci e lupi e per i suoi ventinove vulcani ancora attivi. Per finire, lo stato della Papua Nuova Guinea. Si può raggiungere in aereo dall'Australia. Ha spiagge e panorami magici. È uno dei pochi luoghi del mondo, dove la copertura dei telefoni cellulari è ancora scarsa. Inoltre da anni è teatro di guerre tribali.

Solo un appunto a Defoe. Se il pirata Selkirk fosse oggi abbandonato su un'isola dell'arcipelago di Juan Fernández non avrebbe problemi a tornare in patria. Ogni giorno ci sono tratte aeree che collegano queste isole con Santiago, la capitale del Cile, e ogni giorno sbarcano sull'isola di Robinson Crusoe centinaia di turisti.



Ci sono persone che sono obbligate a vivere dentro una bolla è il caso di circa 1600 persone e sono i componenti della tribù Watoto wa mateso (Figli del dolore), che da 80 anni è confinata a vivere a 2.400 metri di altitudine, sulle montagne dell’Udzungwa, nella Tanzania centro-meridionale. Affetti da una forma di epilessia rarissima, vengono considerati posseduti dal demonio e per questo sono stati isolati e cacciati dalla regione dell’Iringa, dalla tribù dei Wahehe. Negli anni si sono spinti sempre più all’interno della foresta, vivendo in una dimensione temporale che si poggia esclusivamente sul presente, tagliando fuori ogni concezione del futuro, “in una lotta ancestrale per la vita”.

L’intensità della pioggia, come lancette di un orologio segna le stagioni, quindi il lavoro dei campi e la kifafa, la malattia, definisce il tempo della vita. Ogni gesto è sacro e per questo interpretato dal baba mkubwa, il capo villaggio, e dai guaritori-stregoni. L’origine della malattia è ancora incerta. Una delle cause generanti viene fatta risalire a un parassita del maiale che, creando una grave infezione celebrale, genera attacchi di epilessia che a loro volta, non essendo ben curati, provocano cadute con relative conseguenze, come ustioni e malformazioni gravissime. Si presumono anche cause genetiche dovute alla consanguineità e al forte abuso di alcol.





martedì 27 ottobre 2015

JE SUIS L'ORIGINE DU MONDE

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Figlio di ricchi contadini, Gustave Courbet nacque il 10 giugno 1819 a Ornans, una cittadina nella regione del Giura, nella Francia orientale. Ebbe i primi insegnamenti artistici nel Petit Séminaire di Ornana dove suo maestro di disegno fu Père Baud, un seguace del pittore neoclassico Antoine Jean Gros.

Nel 1937 Courbet partì per la vicina città universitaria di Besançon: i genitori desideravano che Gustave studiasse legge, ma egli si iscrisse subito all’Accademia, frequentando il corso di M. Flajoulot, un altro esponente del Classicismo.

Due anni dopo Courbet lasciò Besançon per Parigi che intorno alla metà del XIX secolo era diventata, oltre che la capitale europea dell’arte, il luogo di raccolta degli attivisti politici di tutte le tendenze.

Il suo soggiorno parigino ebbe un avvio tranquillo: Courbet frequentava l’atelier di M. Steuben, copiava i dipinti esposti al Louvre e consumava le sue energie nella ricerca del successo al Salon.

I primi tentativi di farsi accettare non furono molto fortunati. Tra il 1841 e il 1847 solo tre dei venticinque lavori da lui presentati passarono il vaglio della commissione esaminatrice.

Durante i primi dieci anni trascorsi nella capitale, non vendette quasi nulla, tanto da dover dipendere pressoché totalmente dalla famiglia. Nello stesso periodo Courbet conobbe Virginie Binet, della quale si sa ben poco, tranne che divenne la sua compagna e gli diede un figlio nel 1847. Nello stesso anno, finalmente, uno dei dipinti esposti al Salon attirò l’attenzione di un mercante olandese che invitò Courbet in Olanda e gli commissionò un ritratto.

Nel frattempo, a Parigi, Courbet cominciò a frequentare il poeta Charles Baudelaire, Pierre-Joseph Proudhon, Jules Champfleury e Max Buchon, cugino e amico d’infanzia di Courbet.

Il gruppo si riuniva alla Brasserie Andler nella quale venne coniato il termine Realismo per indicare non solo una poetica artistica e letteraria animata dall’intento di descrivere la vita quale effettivamente è, ma anche una filosofia legata alle istanze sociali del momento.

Nel febbraio del 1848 quella società fu scossa violentemente dallo scoppio dei tumulti per la strade di Parigi. Il re, Luigi Filippo, abdicò e un governo repubblicano provvisorio prese il potere.

Courbet si schierò con l’insurrezione popolare, anche se prese poca parte alla lotta.

Nella difficile atmosfera politica del momento, il Salon rimase aperto, ma questa volta senza una commissione di ammissione e Courbet ebbe finalmente la soddisfazione di vedere dieci sue opere esposte.

Il nome di Courbet era ormai affermato e nel 1849 il suo grande dipinto "Dopo pranzo a Ornans" vinse una medaglia d’oro e venne acquistato dal governo. Quel premio ebbe una particolare importanza perché esonerò Courbet dalla procedura di ammissione ai successivi Salon. Gustave Coubet godette per poco di questo privilegio, perché stava per esplodere la protesta contro il Movimento Realista.

Nel 1855 Courbet allestì una mostra personale proprio nei pressi di quella pubblica intitolata "Il padiglione del Realismo" che conteneva una grande scelta dei suoi lavori a partire dal 1840.

Questa personale sottolineava il distacco del pittore dalle influenze precedenti, sia nella vita artistica che personale: Virginie Binet lo aveva abbandonato, portando con sé il loro figlio.

Dopo il 1855 Courbet viaggiò moltissimo: a Francoforte fu trattato come una celebrità; a Etretat dipinse con il giovane Monet; tenne mostre in Germania, Belgio, Olanda e Inghilterra; fu insignito di varie decorazioni, le più importanti delle quali furono una medaglia d’oro da Leopoldo II del Belgio e la Croce al merito dell’Ordine di san Michele da Luigi II di Baviera, entrambe conferitegli nel 1869.



Ma parlando di Courbet non si può tralasciare di citarne l'opera comunque diventata la più famosa: L'origine del mondo (del 1866). Si tratta di un dipinto che raffigura i genitali femminili con uno stile pittorico alquanto realista. Durante la sua intera carriera Courbet fece quattro ritratti di Joanna.

Probabilmente lei fu anche la modella che ispirò il quadro L'origine du monde e che potrebbe spiegare la separazione tra Joanna e James McNeill.

L'unico dubbio riguardo questa ipotesi scaturisce dalla differenza del colore tra i capelli di Joanna nel quadro La belle irlandai se che sono di un colore arancione acceso, con i peli pubici raffigurati nell'Origine du monde.

Sembrerebbe comunque che gli esperti del Musée d'Orsay rifiutino tale ipotesi, ritenendola non veritiera.

Nel 1870, alla vigilia della guerra franco-prussiana, gli fu offerta la Legion d’Onore: Courbet la rifiutò altezzosamente, in quanto la considerava un segno dell’interferenza dello Stato nell’Arte; questo gesto fece sì che, quando il governo cadde, Courbet fosse eletto presidente della Federazione degli Artisti Repubblicani.

Accettato come consigliere dell’Assemblea Nazionale, in seguito fu membro della Comune, responsabile della distruzione della Colonna di Place Vendôme, un monumento eretto durante l’Impero napoleonico a glorificazione delle vittorie di Bonaparte, così, quando la Comune cadde, fu arrestato e condannato a sei mesi di reclusione e ad un’ammenda di 500 franchi.
Nel maggio del 1873 il nuovo governo gli ingiunse di pagare la ricostruzione della Colonna Vendôme: il costo era proibitivo e Courbet fu costretto a fuggire dalla Francia, rifugiandosi in Svizzera, a La Tour-de-Peilz, rimanendo in contatto con i dissidenti francesi e continuando a dipingere.

Ammalatosi di idropisia, morì il 31 dicembre del 1877 e fu sepolto nel cimitero locale da dove, solo nel 1919, le sue ceneri furono traslate a Ornans.

Capostipite indiscusso del realismo pittorico francese, Jean-Désiré-Gustave Courbet, si formò da autodidatta, iniziando la propria attività nel solco della tradizione romantica e dedicandosi soprattutto alla copia dal vero e al rifacimento di alcuni dipinti del Louvre.

Ben presto arrivò a rifiutare radicalmente ogni tipo di influenza e di compromissione con tutte le forme d’arte ufficiali e, nonostante sia stato sempre contrario all’insegnamento dell’arte, nel 1861 aprì una propria, singolarissima scuola, in evidente polemica con l’Accademia e le altre scuole d’arte ufficiali.

Courbet era infatti del parere che l’arte non potesse essere appresa meccanicamente, ma che fosse l’individuale risultato dell’ispirazione dell’artista. Per questo motivo, egli non impartiva mai lezioni teoriche, ma consentiva che gli alunni gli stessero accanto mentre dipingeva, al fine di apprendere i segreti del mestiere.



Courbet fu un artista senza mezze misure: la sua sete di realismo aveva radici culturali lontane e la tecnica adottata fu straordinariamente innovativa e personale.
Nella scelta dei temi l’artista abbandona di colpo qualsiasi riferimento storicistico concentrandosi sui piccoli fenomeni del quotidiano, registrati con l’impersonale distacco di un osservatore oggettivo, ribadendo che il proprio scopo è quello di fare dell’arte viva, esaltando la realtà. Alcune opere in cui emerge questa visione della pittura sono “Lo spaccapietre“, “Atelier del Pittore“, “Fanciulle sulla riva della Senna“.

Il realismo di Courbet non deve indurre a credere che l’artista costruisse i suoi dipinti in modo casuale, al contrario egli dimostra una grande attenzione ai problemi compositivi anche quando la composizione sembra non esistere. Il pittore è attento alla resa realistica fino dalle prime fasi preparatorie, e il disegno assume fin dall’inizio un valore documentativo, per rispecchiare la realtà.

L’equilibrio compositivo e la giustapposizione dei colori vengono studiati con molta attenzione, al fine di riportare la natura ad un massimo di potenza e intensità.

La resa dei particolari rimanda all’immediatezza di Delacroix, preludendo dall’altro alla resa sintetica di Manet.

Courbet apre di fatto la strada alla fervida stagione del Realismo francese, sulla quale si innesterà poi anche tutta la straordinaria esperienza Impressionista.

Durante il periodo nel quale è stato dipinto il quadro "L'ORIGINE DU MONDE" la modella preferita di Courbet era una giovane donna di nome Joanna Hiffernan, altrimenti conosciuta come Jo. Il suo amante a quei tempi era un pittore statunitense ammiratore di Courbet, James Whistler.

Nel suo romanzo J’étais l’origine du monde, pubblicato nel 2000, la scrittrice francese Christine Orban si schiera a sostegno di questa tesi, immaginando che l'io narrante del romanzo, Joanna Hiffernan, fosse l'amante di Courbet e abbia fatto da modella per il celebre dipinto. Bernard Teyssèdre in Le roman de l’origine del 1996, il cui protagonista è il dipinto stesso, aveva già suggerito il fatto che la Hiffernan fosse stata la modella.

Il dipinto fu commissionato da Khalil-Bey, diplomatico turco e ambasciatore dell'impero ottomano ad Atene. Sainte-Beuve presentò il pittore francese a Khalil-Bey, che commissionò al pittore il dipinto per la sua personale galleria di dipinti erotici. Galleria che includeva prestigiosi quadri come Le Bain Turc di Ingres, oppure un altro dipinto di Courbet, Il Sonno, per il quale si suppone che la Hiffernan fosse una delle due modelle.

Dopo che la situazione finanziaria di Khalil-Bey divenne rovinosa a causa del gioco d'azzardo, il dipinto passò attraverso una serie di collezioni private. Fu inizialmente acquistato durante la svendita della collezione di Khalil-Bey nel 1868, dall'antiquario Antoine de la Narde.
Edmond de Goncourt lo ritrovò fortuitamente in un negozio d'antiquariato, nel 1889, nascosto dietro a una tavola lignea decorata con l'immagine di un castello in un paesaggio innevato. Secondo Robert Fernier, un collezionista ungherese, il barone Ferenc Hatvany, comprò il dipinto nella galleria Bernheim-Jeune gallery nel 1910 e lo portò con sé a Budapest. Verso la fine della Seconda guerra mondiale, il quadro venne preso dalle truppe sovietiche, ma venne riscattato da Hatvany, il quale, quando emigrò, ebbe il permesso di portare con sé soltanto un'opera d'arte: egli scelse proprio l'Origine nel suo viaggio verso Parigi.



Nel 1955, L'origine del mondo venne battuta all'asta per 1.5 milioni di franchi francesi. Il suo nuovo proprietario divenne lo psicanalista Jacques Lacan. Insieme alla moglie, l'attrice Sylvia Bataille, collocò l'opera nella propria casa di campagna a Guitrancourt. Lacan chiese al fratellastro André Masson di costruire una cornice a doppio fondo e pitturare un altro quadro su questa. Masson dipinse una versione surrealista e allusiva de L’Origine du monde. Il pubblico di New York ebbe la possibilità di ammirare L’Origine del mondo nel 1988 durante lo spettacolo Courbet Reconsidered organizzato al Brooklyn Museum; l'opera venne inoltre inclusa nell'esposizione Gustave Courbet curata dal Metropolitan Museum of Art durante il 2008. Dopo la morte di Lacan, avvenuta nel 1981, il Ministro dell'Economia e Finanze francese approvò di conguagliare la tassa di successione della famiglia con il trasferimento dell'opera (dation en lieu secondo la legge francese) al Musée d'Orsay, atto finalizzato nel 1995.

Dal 19 marzo 2011 il dipinto è esposto per la prima volta in Italia presso il MART di Rovereto.

Grazie alla natura verace della sua realistica grafica anatomica, anche se in realtà la modella raffigurata non sta facendo nulla di erotico: dorme o si riposa vestita solo di una sottoveste, evidentemente in un giorno particolarmente afoso, il quadro ha ancora oggi il potere di scioccare. Per esempio, il 23 febbraio 2009, alcune copie di un libro, raffigurante L'Origine in copertina, sono state sequestrate dalla polizia a Braga, in Portogallo, che le contestava come "pubblica pornografia".

Sebbene gli standard morali e i risultanti tabù riguardanti l'esposizione della nudità siano cambiati dai tempi di Courbet, specialmente nella fotografia e nel cinema, il quadro rimane provocatorio. Il suo arrivo al Musée d'Orsay ha causato una forte eccitazione.

L'artista serba Tanja Ostojic ha operato una parodia dell'opera nel suo "EU Panties", poster del 2005.

Secondo i venditori di cartoline, L’Origine du monde è la seconda opera per popolarità dentro al Musée d’Orsay, dopo il Bal au moulin de la Galette di Renoir .

Nel mese di febbraio 2013, il settimanale francese Paris Match ha divulgato la notizia del ritrovamento, da parte di un appassionato d'arte, di un quadro raffigurante il volto di una donna, che sarebbe il viso della modella ritratto dallo stesso Courbet. La tesi è che il quadro originario fu diviso a metà, staccando il capo dal corpo. Paris Match sostiene che due anni di perizie e analisi sul dipinto del viso hanno confermato tale tesi. La modella non sarebbe altri che Johanna Hiffernan. Sembrerebbe però che gli esperti del Musée d'Orsay rifiutino tale ipotesi, ritenendola non veritiera.

Sono passati più di cento anni, e nell’epoca della sovraesposizione di corpi reali nei minimi dettagli, del libero accesso a YouPorn, della “pornografia democratica”, ancora ne stiamo parlando.

In primo luogo, senz’altro perché proprio non è pornografia. È squisitamente arte erotica, sovraccarica di stratificazioni culturali e ormai della lunga storia della sua fruizione: tutti elementi che possono dirci molto anche sull’evoluzione del gusto e della mentalità. È una rara e profonda meditazione sul potere vivificante di Eros, un gesto artistico radicalmente lirico, un’epifania del nesso che lega sessualità, gioia di vivere, vita, riproduzione.

È ancora in grado di scandalizzare, ovvero, nel senso migliore del termine, di emozionare e far interrogare le coscienze. In grado di farsi rimuovere dai profili di Facebook, ad esempio, benchè per guardare il dipinto dal vero, da vicino e liberamente, sia sufficiente pagare il biglietto d’ingresso all’Orsay. Anche se non teniamo più L’origine del mondo nascosta dietro una tenda verde, in un boudoir segreto avvicinabile da pochi privilegiati, come faceva il suo committente Kahlil-Bey, ambasciatore ottomano a Atene e San Pietroburgo, facoltoso collezionista, appassionato estimatore delle grazie femminili, del gioco e del bel mondo. O come ha fatto lo psicanalista Jacques Lacan, che l’ebbe in suo possesso per molti anni, dopo che l’olio passò per le mani del mercante Bernheim-Jeune e del Barone ungherese Ferenc Hatvany, tra gli altri, e prima di fare il suo debutto in pubblico a New York nel 1988, approdando infine nell’alveo delle collezioni dello Stato francese nel 1995.



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IL NUDO DEL LOUVRE



La grande odalisca (La grande odalisque) è un dipinto di Jean-Auguste-Dominique Ingres (88,9 cm×162,56 cm), probabilmente fra i più noti del pittore, realizzato nel 1814. È situato al museo del Louvre dal 1899.

Sebbene sia stata pesantemente criticata per le sue fattezze sproporzionate nel 1819, anno della sua prima esposizione, l'opera ricevette un consenso unanime positivo dopo un arco di tempo di circa dieci anni.

Riferendosi al dipinto il professore d'arte Robert Rosenblum la definì:

« Una pigra creatura dell'harem, i cui piedi non sono mai stati segnati o sporcati dall'uso, l'odalisca è presumibilmente in mostra passiva per il nostro diletto... Giace reclinata nel lusso ovattato, carezzata da rasi, sete, pellicce e piume. »
Louis de Cormenin la descrisse in questo modo:

« ...lei volta verso lo spettatore una testa incurante con la consapevolezza di essere bella. Lei non è nuda per insolenza, ma per tranquillità e serenità... Senza lacrime di rimorso, senza modestia e senso di allarme, lei aspetta... la sua bellezza non la stimola... »
Charles Lenormant dichiarò invece:

« Sorprendentemente bella da un punto di vista puramente materiale, così fiera di sé, e così distaccata sia con il presente che con il futuro »
Come messo in evidenza dalla scrittrice Fatema Mernissi, la donna di Ingres è nuda, sebbene le vere odalische fossero sempre vestite. Ciò è stato interpretato, criticamente, come il risultato di una visione distorta e lasciva che l'Occidente aveva, durante l'Ottocento, nei confronti di culture distanti, quali quella islamica.

Il dipinto raffigura un'odalisca distesa nel letto di un harem mentre si fa vento con una ventaglio di piume. Se si esclude il suo turbante, la donna ritratta è completamente nuda e voltata di schiena; viene ripresa nel momento stesso in cui ruota la testa per osservare lo spettatore. La pelle della figura femminile risalta dal fondo scurissimo della stanza, che si presume essere enorme.

L'opera segue i principi della pittura neoclassica, quali la precisione "classica" della forma, e quelli del manierismo, come dimostrano le dimensioni volutamente sproporzionate del soggetto: le sue anche sono infatti troppo grandi mentre il collo è estremamente lungo. La lunghezza del suo corpo, dovuta all'aggiunta di tre vertebre, rende la figura più voluttuosa e sensuale. Il pittore fu inoltre ispirato agli ideali di perfezione concepiti da Raffaello Sanzio. Nonostante queste premesse, La grande odalisca segnò il primo avvicinamento del pittore al romanticismo, dal quale riprese il gusto per l'esotico.

Il dipinto cita numerose altre opere: la testa dell'odalisca riprende i soggetti femminili tratti dallo Sposalizio della Vergine e dalla Madonna del Belvedere di Raffaello, mentre la posizione della donna cita il tema della Venere distesa, come Venere di Urbino di Tiziano, della quale Ingres citò il materasso semidisfatto, analogamente a come fece, anni dopo, Manet nella sua Olympia. In particolare la posa di spalle ricorda la Venere Rokeby di Velazquez, con la quale ha in comune anche le deformazioni anatomiche. Sempre da un'opera di Raffaello, La Fornarina, Ingres riprese il turbante della donna, mentre la presenza di combinazioni di colori freddi, gli arti estesi della donna e la sua testa piccola omaggiano il Parmigianino.




Il bagno turco (Le Bain Turc) è un dipinto (diametro 108 cm) del pittore Jean-Auguste-Dominique Ingres, probabilmente fra i più noti dell'artista, realizzato nel 1862. Definito uno dei dipinti più "intensamente personali" di Ingres, nonché una "sintesi di tutte le esperienze che (Ingres) aveva iniziato sessant'anni prima", Il bagno turco viene spesso considerato fra le sue opere più mature.

Originalmente di forma rettangolare, il dipinto venne terminato nel 1862 dopo oltre tre anni di lavoro. Il suo primo committente fu il principe Napoleone che lo restituì al pittore poco tempo dopo. Successivamente l'opera venne trasformata in un tondo e vennero aggiunti nuovi particolari, quali la bagnante coricata nella vasca e il tavolo imbandito sullo sfondo. Dopo essere appartenuta all'ambasciatore turco Kahlil Bey, che la acquistò per ventimila franchi, l'opera passò a nuovi acquirenti fino al 1911, anno in cui entrò a far parte della collezione del Louvre.

Il bagno turco raffigura un harem luminoso dove numerose odalische completamente nude si rilassano. Esse, che si presentano monumentali ed emotive, contribuiscono a generare un'atmosfera intima, sensuale, ed evocativa. Oltre a rendere unitario il dipinto ed a valorizzare le rotondità delle donne, la forma circolare del dipinto simula, secondo le intenzioni dell'artista, uno spioncino finalizzato a stimolare il lato voyeurista dello spettatore.

Il dipinto cita diverse opere e studi realizzati da Ingres lungo la sua carriera: la bagnante voltata di schiena in primo piano è pressoché identica alla Bagnante di Valpinçon (1808); la donna con le braccia alzate all'estrema destra è ripresa da uno studio a olio (1815 circa) in cui venne presa a modello la prima moglie del pittore Madeleine; quella con la mano sul volto ha l'aspetto della seconda moglie del pittore (già ritratta in precedenza nel dipinto Delphine Ramel, Madame Ingres del 1859); mentre la donna coricata a destra con le braccia incrociate ha il viso identico a quello di un angelo presente nell'opera Il voto di Luigi XIII (1824). L'opera è inoltre frutto delle impressioni che Ingres ebbe leggendo una lettera di Lady Montagu:

« Erano circa duecento bagnanti... i primi sofà furono coperti di cuscini e di ricchi tappeti e quelle donne vi si sistemarono. Erano tutte... nude. Dopo il pasto si finì col caffè e coi profumi... due schiave mi coprirono d'incenso i capelli, il fazzoletto, i vestiti. »

(Ornans, Francia, 1819 - La Tour-de-Peilz, Svizzera, 1877)

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IL HAJJ

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Hajj è il pellegrinaggio islamico canonico a La Mecca e nelle sue prossimità. Esso costituisce il quinto dei pilastri dell'Islam (arkan al-Islam). Il hajj significava originariamente "dirigersi verso" - obbliga ogni fedele che ne abbia le possibilità fisiche ed economiche a compiere, almeno una volta nella vita, i riti che compongono il hajj.
I riti che compongono il hajj sono:

Espressione della specifica intenzione (niyya) di adempiere al rito che si sta per compiere. Assunzione dell'ihram, "purezza" conseguibile col "Ghusl", un lavacro completo del corpo, tale da far conseguire la indispensabile "Tahara"; ovvero "l'essere immacolato".

Circumambulazione della kàba
I pellegrini compiono quindi sette giri in senso antiorario attorno alla Ka'ba, l'edificio al centro della Grande Moschea dove è conservata la pietra nera. Quindi ogni fedele deve compiere la preghiera di 2 rak'a ("genuflessione"), davanti al sacro edificio come pure davanti al "Maqam Ibrahim", formazione rocciosa usata, secondo le tradizioni, da Abramo per riedificare la Ka'ba dopo il diluvio universale, aiutato in ciò dal figlio Ismaele.

Processione tra Safa e Marwa:
Si tratta di una marcia che viene ripetuta sette volte tra Safa e Marwa, a partire dalla prima collinetta, in ricordo dell'affannosa ricerca della madre Hagarper sé e il figlio Ismaele di acqua , poi miracolosamente scaturita dalla fonte di "Zamzam".

Yawm al-tarwiya, o "giorno dello straripamento". In questo giorno avviene lo spostamento dalla mecca in direzione di Mina, a sud della città santa. La notte viene trascorsa dal pellegrino qui o nella pianura di Arafat. Qui avviene il (wuquf) lo stazionamento sulla collinetta del "jabal al-rahma" ("il Monte della pietà"), luogo per la sosta che si interrompe con la "ifada", ("messa in movimento") verso Muzdalifa dove vengono adempiute le preghiere del tramonto e della sera.

Il giorno del sacrificio in arabo è chiamato "Yawm al-nahr" e si svolge a Mina. In questa occasione una pecora, per ogni pellegrino che ne paga il costo, viene immolata ad Allah.

"Rami al Jimr", ovvero il lancio di sette sassolini raccolti tra Mina e Muzdalifa, contro una delle tre stele (preferita quella intermedia) che rappresentano il "iblis" ("diavolo"). Il rito commemora un episodio in cui Satana fu cacciato a pietrate da Abramo perché lo tentava a non obbedire all'ordine divino di immolare il figlio. Il rito della lapidazione può essere reiterato più volte, fino al lancio massimo di 70 piccole pietre.



"Halkh"; ovvero rasatura (o accorciamento per le donne) della capigliatura e termine dello stato di purezza "tahara". Quindi i pellegrini prendono la via del ritorno alla mecca per un "Tawaf" ("circumambulazione") di saluto alla Kàba ricoperta dalla sua nuova "Kiswa" (vestito) annuale.

"Ayyam Al-Tashriq", significa dall'arabo "i giorni della marcia verso Est" ma sono dedicati alla gioia con scambi di visite e pasti conviviali. In questi giorni, (sono tre) è vietato digiunare.

L'Hajj va obbligatoriamente compiuto nel mese lunare di dhu al hijja, ultimo mese dell'anno islamico. In tutti gli altri mesi il rito è chiamato "omra", pellegrinaggio "minore" non obbligatorio che si differenzia dal Hajj per la sua minor durata e passaggi.

L'islam permette a chi ne sia impedito fisicamente ma ne abbia la possibilità economica di delegare qualcun altro all'assolvimento dell'obbligo religioso.

Obbligatorio anche l'abbigliamento del pellegrino maschio, che deve vestire solo due pezze di stoffa non cucite di color bianco; l'"izar", per cingersi i fianchi e "rida", per coprire il tronco e la spalla sinistra, ma lasciando libero il braccio destro. Le donne sono invece del tutto coperte.

Chi adempie l'Hajj acquista una buona nomea agli occhi dei musulamani. Talora, ha diritto a indossare un copricapo particolare che ricordi l'assolvimento dell'obbligo ed è insignito del titolo onorifico di "Hajji".

Da molti anni le autorità saudite hanno fissato in circa due milioni il numero di pellegrini autorizzati a compiere L'Hajj ogni anno, con l'eccezione del 2012 in cui la cifra ha superato tre milioni di presenze. Dal 2013 è stato stabilito che non si possa richiedere il permesso di compiere il pellegrinaggio per più di una volta in un quinquennio.


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lunedì 26 ottobre 2015

PROFUMO D'AUTUNNO

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Ogni stagione ha il suo profumo.

Ottobre profuma d’autunno…non è come quello di settembre, in cui ogni cosa, i colori, la temperatura, ricordano soltanto la fine dell’estate.

Ottobre profuma d’autunno.

Esci sul terrazzo di prima mattina e senti l’odore dell’umidità e delle foglie secche e ingiallite già precipitate al suolo che ne sono ricoperte. La terra assume quell’odore tipico delle cantine dei vecchi casolari di campagna.

Nell’aria si distingue l’odore acre dei primi camini accesi e della legna bruciata. L’aria si fa pungente….ma non fredda…non abbastanza per ricordarti l’inverno.

Te ne stai lì ad osservare il cielo e non ti viene in mente di cercare il sole…perché il cielo ad ottobre ha un altro colore e non è quello del sole.

Quel profumo ti fa pensare al sottobosco, alle castagne, ai funghi, al silenzio di una passeggiata in un faggeto con le scarpe intrise di fango e il fiato che forma aloni sui vetri quando ti siedi al caldo di una caffetteria.



Ottobre profuma d’autunno, di malinconia, di foschia, di tempo che rallenta.

Nel mese di ottobre gli alberi si vestono di mille colori. L'aria che si respirava ha un sapore umido e fresco. Uliveti stracarichi di olive, castagne ancora dentro il riccio e altre per terra, vigneti abbandonati, su qualche vite dei grappoli d'uva con qualche acino ancora acerbo e qualcun altro marcio. Attaccati a un tronco d'albero ci sono i funghi.

L'odore dell'autunno per me si è materializzato nella coltre di fumo delle prime caldarroste.
Quando sento l'inconfondibile odore, che sa di ricordi dell'infanzia, capisco che l'autunno è arrivato! Compaiono i primi venditori ambulanti che ripongono le castagne su grandi bracieri tubolari, dentro pentole bucherellate, affumicandole con il fumo del carbone e rendendole bianche con il sale.
Quando le scarto dalla buccia riscaldo le mani e ne assaporo la polpa. Allora all'odore dell'autunno associo anche il suo sapore.
Ma l'autunno mi mette tristezza, malinconia. Vorrei essere un orso per andare in letargo e svegliarmi con il sole tiepido della primavera.




domenica 25 ottobre 2015

CIGNO

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Dal latino cygnus, che deriva a sua volta dal greco kyknos. Il tedesco Schwan (antico svan) come l’inglese swan derivano dalla medesima radice *KAN, la quale è all’origine del latino cano (cantare). Il cigno è dunque, etimologicamente, il “cantante”.

Definizione curiosa per una specie che, notoriamente, non produce nessun verso particolarmente gradevole, nonostante le numerose leggende riguardo la sua voce splendida. Si dice che dopo una vita in silenzio, sia in punto di morte che innalzi agli dei il suo canto.
Nel Fedone platonico, Socrate afferma che il canto funebre del cigno esprimesse la gioia di reintegrarsi nel divino, del quale l’uccello era epifania.
Il canto del Cigno diviene sinonimo di ultimo atto glorioso, della fine onorevole della vita, poichè con il raggiungimento dello "stato perfetto" l'uomo è pronto per tornare "alle stelle", al Divino. Per tale motivo alcuni autori, come Socrate, associano il canto funebre del Cigno a qualcosa di positivo, a un'evoluzione spirituale.
È interessante che Omero ne lodi il canto, poiché i cigni erano pressoché sconosciuti nei paesi mediterranei e quelli in grado di cantare comparivano soltanto al Nord.
La vecchiaia legata all'animale, probabilmente, non si riferisce soltanto al candore delle piume in relazione alla capigliatura umana che si sbianca con l'età: il mito lo riconduce alla purezza, alla forza del Bianco e del Bene.
Rappresenta la luce dello spirito, la scintilla divina dell'uomo e la comunicazione fra gli elementi, fra i diversi mondi ed è considerato messaggero degli dèi, benefico e sacro, dotato di poteri di guarigione e magia legati al suo già citato canto.
Il suo volo è paragonato al ritorno dello spirito verso la propria sorgente, la riscoperta di se stessi e rappresenta la parte dell'uomo che tende al bene, al meglio di sé, alla perfezione, alla spiritualità

Fu consacrato in particolare al Sole, alle energie di calore, di luci e maschili, anche se sono molte anche le dee a cui questo animale viene associato, probabilmente in virtù della vicinanza all'elemento acqua e per via del candore, della purezza e della grazia cristallina. E del fascino esercitato dalla bianchezza delle piume e dalla figura elegante.
I suoi poteri di guarigione gli derivano proprio dall’essere legato all’acqua e al sole e fanno di esso l'intermediario per eccellenza. E' legato all’acqua, nella quale nuota; all’aria, dove vola, e alla terra, dove si posa. In quanto uccello acquatico egli vive immerso in questi tre ambienti così differenti tra loro.



Fu l'emblema di Febo Apollo, dal momento che presiedette alla nascita del dio, e a lui, dio della poesia e delle arti, era associato per via del presunto dolcissimo canto in punto di morte.
Durante la notte erano o cigni a trainare il carro di Apollo - di giorno i cavalli - e questo associa il candido uccello al panorama infero, ctonio, come se si muovesse sulla linea tra la vita e la morte.
Questo poichè la Terra con i suoi anfratti e lo stesso Cielo, spesso rimandano all’Aldilà, e l'Acqua, da sempre conduttore, ponte, strada maestra da percorrere e attraversare per giungere all’Oltremondo.
Nel mito raccontato da Ovidio, Cigno era il figlio di Stenelo, re dei Liguri. Quando Fetonte, per avere rubato il carro solare del padre Apollo, fu fulminato da Giove e cadde nell’Eridano (ovvero il fiume Po), Cigno, parente del defunto, ne pianse disperatamente la morte. Il dolore fu tanto forte, quanto le sue alte grida, che trasmutò nell candido uccello che adesso porta il suo nome.
In cigno si trasformò Zeus quando sedusse la bella Leda, generandole - unendosi al seme umano del marito di lei, Tindaro - Castore, Polluce, Elena e Clitemnestra.
Il cigno è l'animale sacro alla bionda Aphrodite per antonomasia. E' su di un cocchio ricavato da una cocnchiglia e trainato da cigni e colombe che la dea si muove sull'acqua e nel cielo.
In epoca romana fu simbolo del Cristo sulla croce.
Nella tradizione hindu, il cigno è sacro alla dea Saraswati, tutelare della guarigione, della saggezza, della purezza e della conoscenza. Il cigno diventa la sua cavalcatura, l'animale santo che la trasporta sul suo dorso. Esso ricorda la Shakti, ovvero l’energia vitale femminile che si risveglia e connette alla Terra. Ed è da un aureo uovo deposto da un cigno che sorse il dio Brhama.
Nell'Antico Egitto, il Cigno era personificazione della Dea del Cielo Nut, madre di Osiride, Iside e Seth: ella partorisce ogni mattina il Disco Solare - simboleggiata dall'altezza delle tre piramidi nella Piana di Giza - costituendo così l'Ordine Cosmico.
Nel regno ultraterreno di Sidhe della mitologia celtica, si sente di fanciulle fatate che si manifestano nel mondo umano sotto le spoglie di cigni bianchissimi, oranti di catenelle d'oro e d'argento, a testimonianza della loro natura divina.
Il dio cavaliere Oengus McOg si innamorò perdutamente di una fanciulla vista solo in sogno: quando la trovò, pur di diventare suo amante, si mutò in cigno. Stessa metamorfosi fu scelta da Midr, principe dei Tuatha Dè Danaan irlandesi, e dalla sua amante Etain, per fuggire nell'Oltremondo.
In meravigliosi cigni vennero tramutati i figli del Re irlandese Llyr dalla crudele matrigna e ridotti per secoli in tale condizione: mantennero però una voce così dolce che fu perfino terapeutica, in grado di affascinare chiunque li ascoltasse.



I cigni sono collegati con gli dei luminosi d'Irlanda, i Tuatha Dé Danann, e sono
il simbolo di saggezza, amore sincero, fedeltà, innocenza, purezza, forza e coraggio. Il cigno dona la capacità di interpretare i sogni e rappresenta l'evoluzione spirituale.

E' legato all'acqua (dove nuota), all'aria (dove vola) ed alla terra (dove si posa), ma rappresenta anche il fuoco, collegato al sole da cui trae il suo potere per interagire con gli altri tre elementi.

Rappresenta la comunicazione fra gli elementi, fra i diversi mondi e
come animale sacro alla Dea è considerato un simbolo del sole e un messaggero
degli dèi, benefico e sacro, possessore di poteri magici legati alla musica e
al canto, uniti ai poteri di guarigione del sole e dell'acqua.

Il cigno rappresenta anche la luce dello spirito, la scintilla divina
nell'uomo. Il suo volo è paragonato al ritorno dello spirito verso la propria
sorgente e rappresenta la parte dell'uomo che tende al bene, al meglio di sé,
alla perfezione, alla spiritualità.
Rappresenta il percorso di riscoperta del proprio sè e della propria bellezza interiore, dal goffo anatroccolo alla splendida maestosità e grazia de cigno bianco adulto.

Nel medioevo era l'emblema della cavalleria mistica e rappresentava il cavaliere che partiva alla Cerca del Graal, la Sacra Coppa..




giovedì 22 ottobre 2015

PEDERASTIA



Col termine pederastia si indica una relazione, spesso anche di tipo erotico, stabilita tra una persona adulta e un adolescente, che avviene al di fuori dell'ambito familiare: il suo significato è pertanto del tutto distinto da quello di pedofilia (ossia il desiderio sessuale nei confronti di un/a bambino/a impubere), la cui pratica è perseguibile penalmente. Secondo la legge l'atto sessuale è illegale quando viene compiuto con una persona sotto l'età del consenso.

Occorre a tal riguardo tener sempre ben chiaro che, secondo le disposizioni di legge attualmente vigenti in Italia, l'intrattenere da parte d'un adulto un qualsiasi tipo di contatto intimo con minori di 14 anni è severamente proibito anche fosse consenziente; l'età minima a 13 anni riguarda invece esclusivamente i rapporti sessuali con persona minore di 18 anni: 14 anni è inoltre anche l'età richiesta per le relazioni omosessuali. L'età può salire anche fino a 18 però quando l'adulto ha una posizione di autorevolezza o potere sul minore (e che abusi di ciò), un insegnante ad esempio.

Nel caso in cui gli atti sessuali avvengano consenzientemente in cambio di denaro o altra utilità economica con un minore di 18 anni si ha il reato di prostituzione minorile (Art. 600-bis, comma 2 c.p.).

Alcuni autori nord-europei attribuivano innate tendenze pederastiche alle popolazioni meridionali del continente (italiani, spagnoli, greci): uno dei suoi maggiori teorizzatori fu Richard Francis Burton. Allo stesso modo Wilhelm Kroll nel 1906 afferma che "le radici della pederastia si trovano prima di tutto in un sentimento sessuale contrario alla norma, che è molto più frequente nelle regioni meridionali piuttosto che in paesi con climi più rigidi".

A partire dalla fine dell'Ottocento si è visto un progressivo aumento d'intolleranza sociale nei riguardi della pederastia: uno dei più grandi scandali a sfondo pederastico scoppiati in questo periodo, dopo il processo per sodomia nei riguardi di Oscar Wilde avvenuto nel 1895 (e considerato caso di pederastia), è stato quello che ha coinvolto l'industriale tedesco dell'acciaio Friedrich Alfred Krupp tanto da spingerlo al suicidio nel 1902. Era stato arrestato dalla polizia italiana mentre si trovava in vacanza a Capri, dove godeva della compagnia di una quarantina di ragazzini dell'isola.

Engels,come detto, stretto collaboratore di Karl Marx denunciava senza alcuna scusante gli antichi per la loro "l'abominevole pratica sodomitica, degradando i loro stessi Dèi e se stessi col mito di Ganimede". Tale conflitto polemico-ideologico coinvolse anche il movimento giovanile "Wandervogel" fondato nel 1896, lo stesso anno in cui la rivista Der Eigene andava in stampa per la prima volta.

Pubblicato da Adolf Brand questo periodico uscì ininterrottamente fino al 1931; si occupava di sostenere il ritorno alla pederastia classica come cura per la fiacchezza morale che sembrava oramai aver travolto l'intera gioventù tedesca. Influenzato da Gustav Wyneken anche l'associazione Wandervogel era di propensione piuttosto aperta nei riguardi delle tendenze omoerotiche, anche se indicativamente consigliava che questo tipo di affetto non dovesse arrivare ad esprimersi in maniera esplicitamente sessuale: l'accusa pubblica riguardava il fatto che il movimento alienasse i giovani uomini dalla compagnia delle donne.

Fino al 1970 le scuole pubbliche britanniche erano veri e propri conventi murati all'interno dei quali venivano educati ragazzi adolescenti, con una forte concentrazione ed interesse rivolta ai classici greci e latini ed hanno continuato ad essere "focolai di pederastia" per tutta la prima metà del XX sec. C. S. Lewis, collega di J. R. R. Tolkien e come lui autore di saghe fantasy, quando parla della sua vita al Malvern college riconosce che "la pederastia era l'unico contrappeso alle imposizioni e obblighi sociali, autentiche oasi di refrigerio in mezzo al deserto di bruciante ambizione competitiva che permea la società contemporanea".

Almeno fino agli inizi del XX sec l'amore per i ragazzi (pederastia) e l'amore per gli uomini (omosessualtà) hanno proceduto spesso di pari passo; fino alla seconda metà del Novecento riviste erotiche a destinazione gay offrivano volentieri immagini di giovani e ragazzi. Uno dei primi precursori riconosciuti delle prime battaglie e rivendicazioni per il riconoscimento dell'omosessualità all'interno della società è stato il pederasta André Gide.

Poco per volta però il movimento di liberazione omosessuale si verrà sempre più a distinguere dalla pederastia; difatti argomento principale per il riconoscimento ad esempio delle unioni gay è il libero arbitrio costitutivo di ognuno dei partner e quindi il diritto alla non ingerenza da parte della società nella sfera privata di due adulti; mentre gli adolescenti vengono raramente considerati come adatti per intrattenere un rapporto egualitario con un adulto.

Con la scomparsa di referenti socioculturali, leggi e costumi codificati che erano in grado di farne una modalità relazionale regolata, la pederastia ha assunto oggi una dimensione per lo più irregolare, potendo così dar luogo anche ad abusi, ad esempio in ambito familiare ed istituzionale come quello scolastico ed educativo in genere, ma anche religioso.

La censura a lungo applicata a tutto l'amore omosessuale, la stessa storia caotica e confusa della parola pederastia, la dimensione sempre più clandestina assunta dalle relazioni sentimentali e sessuali tra adulti e adolescenti ne fanno un argomento ancora molto poco conosciuto e mal definito, anche se non ha mai cessato di esistere.

Lo status giuridico della pederastia nella maggior parte delle nazioni del mondo è determinato dal fatto o meno che il ragazzo abbia raggiunto l'età del consenso in quel paese, ossia la libera autonomia nella scelta del partner sessuale. Attualmente in Italia, l'età minima del consenso è posta a 14 anni, a 13 solo nel caso i partner non abbiano una differenza d'età maggiore di tre anni (quindi, nel caso in cui entrambe siano minorenni e in cui il tredicenne compia quattordici anni prima che il più grande ne compia diciassette).

Secondo le disposizioni di legge vigenti, intrattenere un qualche rapporto di natura intima con un minore di 14 anni da parte di un adulto è sempre e comunque illegale (il fatto rientra pertanto nei casi di "atti sessuali con minorenni" e costituisce reato ai sensi dell'articolo 609-quater c.p.): In Italia, l'età del consenso è genericamente fissata all'età di 14 anni, senza alcun riferimento al genere dei soggetti (ciò contempla, quindi, sia atti di natura eterosessuale, sia omosessuale).

Il consenso è considerato valido a 16 anni quando si tratta del genitore adottivo, o il di lui convivente, il tutore che conviva con il minore, o che gli sia stato affidato per ragioni di cura, educazione, istruzione, vigilanza o custodia: con un'eccezione significativa riguardante la "persona d'autorità", se l'adulto ha cioè un qualche potere sopra il ragazzo (con "abuso di potere relativo alla propria posizione"), ad esempio sia un insegnante od un parente, nel qual caso l'asticella dell'autonomo e libero consenso viene innalzata fino alla maggiore età, 18 anni: il consenso del minore non si considera nel tal caso ancora validamente prestato.

Sono infine considerati aggravanti i rapporti sessuali compiuti con minori di 10 anni, e in questo caso sono sempre perseguibili d'ufficio.

La legge che regola l'età del consenso può variare, anche notevolmente, da paese a paese, dai 12 anni della Bolivia ai 13 del Giappone, ai 14 per quanto riguarda i rapporti omosessuali in Italia, ai 16 negli Stati Uniti e fino alla proibizione categorica d'intrattenere rapporti sessuali di qualsiasi tipo prima del legittimo matrimonio nei paesi islamici più tradizionalisti.

Ad accrescere la confusione contribuisce il fatto che negli Usa, dove l'età del consenso in diversi Stati è assai più alta che in Italia (16 o 18 anni), è invalso l'uso (apologetico) di distinguere le pratiche sessuali illegali con giovani adulti anche se consenzienti. "Pedofilia" indica l'attrazione erotica verso minorenni impuberi mentre "pederastia" indica la pratica erotica con minorenni puberi. Per esempio sarebbe "pederastico" il rapporto con persona di 17 anni in uno Stato in cui l'età del consenso è di 18 anni.

In Italia si aggiunge la possibilità di distinguere il rapporto pederastico vero e proprio dalla sola e semplice attrazione di un adulto verso un ragazzo o ragazza pubere. Per descrivere la sola attrazione di persone adulte verso persone puberi ma ancora non maggiorenni è utilizzato, anche se in disuso, il termine "efebofilia". Al contrario "pederastia" è usato per indicare specificatamente il rapporto sessuale tra i due.

È da far notare che gli Usa inoltre hanno a lungo discriminato fra rapporti sessuali eterosessuali e omosessuali, relegando il fenomeno della pedofilia alla sola sfera omosessuale (e giustificando le leggi antiomosessuali col bisogno di proteggere i minorenni dai "pederasti").

In Italia invece, l'età del consenso (di norma 14 anni, ma può salire a 16 o addirittura a 18, oppure scendere a 13 nei casi sopra indicati) non s'identifica con la maggiore età (18 anni); essa inoltre è identica sia per i maschi sia per le femmine e, soprattutto, sia per i rapporti eterosessuali che per quelli omosessuali

Secondo la chiesa cattolica il vangelo scritto da Marco viene dettato da Pietro, pertanto l'interpretazione ufficiale appare artificiosa e pretestuosa.

Dice Marco: "...tutti fuggirono. Vi fu però un giovinetto che lo seguiva avvolto in un lenzuolo sul corpo nudo. Lo presero. Ma lui lasciato il lenzuolo scappò via nudo".

Appare abbastanza evidente cosa facesse un fanciullo nudo di notte con Gesù nell'orto al momento della cattura.

Questo episodio non viene riportato da nessun altro evangelista a testimonianza come fosse importante per le pulsioni pederastiche di Marco attribuirne degli accenni anche al Gesù di cui stava scrivendo. Probabilmente quell'episodio o è ritenuto irrilevante dagli altri evangelisti (se non pericoloso) o è un'iniziativa personale di Marco il voler sottolineare le predilezioni sessuali pederastiche di Gesù.

Un sacerdote sa perfettamente come l'immagine di Gesù nei vangeli ufficiali sia quella di un pederasta, ma se ne guarda bene da diffonderne il sospetto. Un sacerdote cattolico deve il suo ruolo, il suo stipendio e il suo tenore di vita all'organizzazione cattolica. Questa giustifica il proprio ruolo sociale in quanto emanazione e gestore della parola di Gesù, dio egli stesso. Se l'immagine del Gesù dio si dimostra diversa da quella che la chiesa cattolica intende far credere, la chiesa cattolica perde le ragioni teologiche e morali sulle quali fonda il proprio dominio, anche se le restano sempre le ragioni economiche.

Per questo motivo la chiesa cattolica ha sempre coperto l'attività pederastica dei suoi preti e la violenza sui bambini. Questa è emanazione degli insegnamenti di Gesù di Nazareth tant'è che nessun apostolo era sposato (salvo l'episodio della suocera di Pietro che può far pensare che Pietro fosse, o fosse stato, sposato) e nessun apostolo aveva figli. Dunque, anche se la chiesa cattolica cerca di imporre il celibato, anche a preti con pulsioni sessuali etero dentro la chiesa cattolica la gerarchia è dominata da individui che praticano una sessualità finalizzata al dominio e al possesso che nei confronti dei bambini diventa pedofilia e pederastia. Anche quando non mettono in atto nessuna pulsione, esprimono un profondo odio per la donna salvo che per la figura di madre e serva (loro madre e loro serva).

La chiesa cattolica combatte il desiderio dell'Essere Umano femminile di autodeterminazione per costringerla a diventare madre ad ogni costo costringendola a partorire impedendogli, compreso il ricorso alla violenza, di abortire.

La chiesa cattolica vuole costringere la donna ad annullarsi togliendole i suoi diritti di individuo sociale e violentando la sua intelligenza nel Sistema Sociale. La chiesa cattolica vuole annullare la donna esattamente come Gesù amava i fanciulli che si annullavano sottomettendosi.

Potete negare le interpretazioni partendo dalla disciplina che la legge civile, uscendo dall’orrore cristiano, ha imposto alla chiesa cattolica, ma le interpretazioni si legano a fatti espressi in 1500 anni di storia cattolica rispondendo ai medesimi insegnamenti dottrinali che ancor oggi si impongono sui bambini. La storia e i fatti dimostra come l'interpretazione qui data sia rispondente alla realtà: al concetto dei teologi ripulito dalla propaganda per diffondere agli Esseri Umani sottomessi l'orrore portato da Gesù di Nazareth.

Di tutti quei comportamenti i cattolici sono responsabili. La pratica della pederastia e della pedofilia è un reato di cui si macchiano tutti cattolici in quanto non è la scelta del singolo cattolico delinquente, ma è imposta dalla chiesa cattolica come obbedienza ai suoi testi sacri. In tutti gli atti sessuali censurati come "peccato" o "proibiti" dalla bibbia, non viene censurato il reato (o peccato se preferite) di pederastia e pedofilia dei padri nei confronti dei figli. La bibbia e i vangeli sono i libri sacri dei cristiani che non applicano le regole al loro dio, ma solo alle persone sottomesse. I cristiani sono responsabili di pratica di magia nera, perché la magia nera è arte della sottomissione. I cattolici sono responsabili di delitti contro l'umanità sia quando esprimono quei comportamenti in prima persona sia quando, attraverso il condizionamento educazionale, costringono le persone alla sottomissione o distribuiscono il diritto a sottomettere.

L'intera ideologia dei vangeli è fatta in modo tale da costruire sottomissione. Questa sottomissione è l'arte con cui una setta separa gli Esseri Umani dalla società in cui vive. Quando la setta si impossessa della società deve impedire ogni respiro di libertà. Così sono i non cristiani (i Pagani, qualche ateo, sempre pronto a prostrarsi a richiesta) che ritengono che stuprare un bambino per sottolinearne il possesso sia una cosa abietta. Il pensiero cristiano è organizzato per sottomettere l’uomo alla fede nel dio padrone. E’ organizzato per strappare all’uomo la sua capacità critica. Il pensiero cristiano fa della sottomissione, per cui della violenza sessuale alle donne e dello stupro dei bambini, un mezzo con cui sancire il proprio potere e il proprio dominio sul singolo individuo e sulla società tutta. In tutta la giurisdizione cattolica la donna come oggetto di possesso è uno dei motivi ricorrenti tant'è che la violenza coercitiva cattolica nel tentativo di ricostruire la schiavitù dell'Essere Umano femminile ha combattuto ferocemente il divorzio prima e l'aborto oggi.



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martedì 20 ottobre 2015

LE TORTURE DELLA CHIESA

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La tortura fu introdotta da papa Innocenzo IV nella bolla Ad extirpanda del 1252, durante l'Inquisizione, come strumento da utilizzare durante i processi per estorcere una confessione. La tortura ecclesiastica ordinaria evitava di provocare fuoriuscita di sangue e quindi si svolgeva di regola con la torsione delle membra o lo stiramento del corpo sino ad arrivare allo slogamento delle membra o a strappi nei muscoli degli arti; solo in casi eccezionali il vescovo del luogo o Roma potevano autorizzare torture più invasive o la rottura sistematica delle ossa. La Chiesa applicava poi la pena di morte a chi non avesse pubblicamente ritrattato dopo aver confessato sotto tortura ovvero la pena dell'ergastolo con reclusione nella cella di una propria fortezza o di un convento (a volte con la porta murata, a volte invece la pena era accompagnata da ulteriori privazioni o castighi, di solito restrizioni alimentari), ma qualche volta anche in un'abitazione privata, anche se spesso per persone di riguardo era sufficiente una multa. Le pene più severe (rogo) erano riservate agli eretici che avessero propagandato dottrine non ortodosse, senza pubblicamente pentirsi e ritrattare (nel qual caso potevano incorrere in pene più lievi dall'ergastolo alla multa, lasciando molto arbitrio ai giudicanti, come era d'uso a quei tempi).

Si segnala che la stregoneria era perseguita sia dalle autorità ecclesiastiche (perché ritenuta manifestazione demoniaca) che da quelle civili, tanto che il maggior numero di presunte streghe fu ucciso nella Germania della Riforma dalle autorità civili. La posizione attuale del mondo cattolico e il problema della sua illiceità è espressa nel pensiero di papa Pio XII:

« L'istruttoria giudiziaria deve escludere la tortura fisica e psichica e la narcoanalisi, prima perché esse ledono un diritto naturale, anche se l'accusato è realmente colpevole, e poi perché troppo spesso esse danno dei risultati erronei.»

La Santa Inquisizione era un tribunale ecclesiastico istituito in età medioevale che si propose in forme diverse fino all’età moderna e finalizzato alla prevenzione o repressione di insegnamenti e dottrine contrarie al dogma e alla morale cattolica. Le origini dell’Inquisizione o Sant’ Uffizio vanno ricercate nel dilagare delle eresie popolari che verso la metà del XII secolo si svilupparono dell’Europa occidentale e nella necessità per la chiesa di opporvisi duramente al fine di eliminarle. Càtari, valdesi, ussiti provocarono, a partire dalla Francia e dall’Italia del nord ovest, la reazione violenta di principi e papi che iniziarono le persecuzioni nel 1162. Si distinse in quest’opera repressiva l’ordine dei frati domenicani cui il papa Gregorio IX aveva affidato nel 1235 i Tribunali della Santa Inquisizione. Famosa per efferatezza divenne in seguito l’Inquisizione spagnola che a partire dal 1478 vide il terrificante attivismo del domenicano Tomàs de Torquemada. Nel nome del Signore centinaia di migliaia di innocenti persero la vita dopo aver subito orrende torture per mano delle istituzioni ecclesiastiche e secolari. Il terrore dilagò nel 1500 nelle terre del Nuovo mondo dove i conquistadores spagnoli sterminarono intere civiltà.



Con lo scorticamento la pelle del condannato veniva tolta a strisce con svariati strumenti.

L'allungamento o cremagliera si trattava di un modo semplice per estorcere confessioni. Il condannato veniva posto su una tavola e legato ai polsi e alle caviglie con corde che venivano tirate da parti opposte con argani; in questo modo veniva “tirato” fino alla morte. In alcune varianti, dei rulli venivano passati sopra la tavola (e in modo preciso sul corpo) fino a slogare tutte le articolazioni.

Taglia lingua=la lingua del condannato veniva recisa con strumenti di vario tipo.

Si utilizzavano diverse armi con le quali il carnefice eseguiva la condanna alla mutilazione, riservata solitamente agli indigenti che non avevano i mezzi per pagare forti multe. In alcuni casi il carnefice cavava gli occhi, tagliava orecchie e nasi. Ai ladri colti in flagranza era tagliata la mano sinistra la prima volta e, in caso di recidiva, la mano destra.

La cintura spinata era un collare munito internamente di aculei. Era utilizzato come punizione per coloro che violavano la disciplina ecclesiastica o familiare, agli ubriachi, alle donne litigiose e alle prostitute. Si restava prigionieri del collare e oggetto del pubblico dileggio fino ad un periodo massimo di sei settimane.  Spesso il reo era obbligato a portare sul petto un cartello sul quale era indicato il motivo della condanna.
Veniva anche utilizzato come strumento di esecuzione. L’erosione fino alle ossa della carne del collo, della mascella e delle spalle, la cancrena dilagante, la setticemia febbrile, portavano al collasso letale in breve tempo.
Di solito la sua immagine era infissa ai muri delle chiese, dei cimiteri, alle porte delle prigioni o nelle piazze frequentate dai mercanti.

La cintura di contenzione veniva applicata alla vita delle vittime, i cui polsi si serravano negli appositi anelli ai fianchi. L’imprigionato veniva così sottoposto alle torture oppure abbandonato a morire.

Sulla cintura di castità si favoleggia che servisse per assicurare le fedeltà delle mogli durante le lunghe assenze dei mariti, ed in particolare delle mogli dei cavalieri crociati che stavano per recarsi in terra santa.
In realtà, la cintura era una barriera contro lo stupro, una barriera fragile ma sufficiente in tempi di acquartieramento di soldati in paese, durante i pernottamenti in locande, in viaggio in genere. Si sa da numerose testemonianze che le donne si serravano nelle cinture di iniziativa propria.

La pera orale, rettale, vaginale nelle loro varie misure venivano forzati nella bocca, nell’ano o nella vagina della vittima ed indi espansi a forza di vite alla massima apertura dei segmenti. L’interno della cavità colpita veniva irrimediabilmente e quasi sempre dilaniato. Le punte che sporgevano dai tre segmenti servivano per straziare il fondo della gola, del retto o della cervice dell’utero.
La pera orale veniva spesso inflitta ai predicatori eretici; la pera vaginale invece attendeva le donne ree di rapporti con Satana o con uno dei suoi familiari, ed infine quella rettale gli omosessuali passivi.
Questa tortura pertanto rappresentava una sorta di punizione “del contrappasso”.

Per cavare gli occhi veniva utilizzato uno strumento apposito, di forma particolare.

Il condannato veniva posto all’interno di una botte opportunamente modificata per permettere la fuoriuscita della testa e delle braccia. La botte poteva pesare anche 40 kg e il torturato era costretto ad andare in giro con questo peso sulle spalle. Come per gli altri strumenti di tortura atti a mortificare il condannato, con questo metodo lo si esponeva al pubblico ludibrio.

L’aureola del tonto si trattava di una forma di disprezzo pubblico, applicato in particolare a coloro che si erano comportati in modo stupido, assurdo o sciocco al punto di aver causato disagi alla comunità. La punizione consisteva nell’essere incatenati per ore alla gogna, o comunque in un luogo pubblico come una piazza, portando sulla testa una corona ridicola, e a volte si veniva costretti ad indossarla durante la vita di tutti i giorni. Può sembrare sopportabile ma la ferocia della gente nei confronti del condannato portava all’umiliazione pubblica, alle percosse e alla lapidazione.



Le maschere d’infamia infliggevano allo stesso tempo due tipi di supplizio: quello psicologico e quello fisico.
Rendeva ridicoli ed umiliava di fronte al pubblico, ma allo stesso tempo provocava un dolore tremendo poiché stringeva la testa. Questi congegni, che nell’arco 1500 – 1800 esistevano in vaste profusioni di forme fantasiose ed a volte addirittura artistiche, venivano usati per punire le donne ritenute “bisbetiche” e “litigiose” perché stremate dalla schiavitù domestica e dalle perenni gravidanze.
Venivano esposti al pubblico ludibrio anche i non conformisti ed i disobbidienti di piccola tara; ed il potere ecclesiastico retribuiva in tal modo una lunga serie di infrazioni minori.
La stragrande maggioranza delle vittime consisteva in donne, il principio motivante essendo stato da sempre quello di “mulier taceat in ecclesia” , “la donna taccia in chiesa”, “chiesa” significando le gerarchie regnanti sia laiche che religiose, entrambe costituzionalmente ginecofobiche; il vero senso quindi era “la donna taccia nella presenza del maschio”.
Molte maschere erano munite all’interno di congegni che entravano nella bocca della vittima ed alcuni di essi mutilavano la lingua con aguzzi aculei e con lamette taglienti. Le vittime, serrate nelle maschere ed esposte in piazza, venivano anche malmenate dalla folla con percosse dolorose, imbrattamenti con sterco ed orina, e ferimenti anche gravi specie ai seni e al pube.
La cicogna di storpiatura immobilizzava totalmente la vittima ed era costituita da un’asta che bloccava il collo, polsi e caviglie. Pur sembrando, dalle prime apparenze, solo un altro metodo di incatenamento, ossia di costrizione, la “cicogna” induce nella vittima, spesso dopo pochi minuti, forti crampi, prima nei muscoli addominali e rettali, ed in seguito in quelli pettorali, cervicali e degli arti.

La condannata (adultera o prostituta) veniva legata ad un’asse e quindi immersa nel punto del canale in cui confluivano gli scarichi delle fogne; questa tecnica è stata in seguito migliorata mettendo la poveretta in gabbia.

La garrotta serviva allo strangolamento dei condannati e nella sua forma più diffusa un meccanismo tirava indietro l’anello messo al collo della vittima fino a procurarne l’asfissia. Ma molte furono le varianti apportate sia per scopi di torture inquisitorie che di morte. In Ungheria venne usato, sino a qualche anno fa, il “gibetto”, del tutto simile alla garrota spagnola: era composto da un palo al quale il condannato veniva fissato con un cappio cortissimo.

Le tenaglie roventi erano per lo più adoperate per amputare e contemporaneamente cauterizzare le ferite, così da evitare il rapido dissanguamento delle vittima.
Tutto quello che era asportabile veniva rimosso per mezzo di pinze roventi, a cominciare dalla lingua, per continuare con gli occhi e via di seguito senza, naturalmente, tralasciare i genitali.
Spesso le torture rendevano storpi e sciancati per il resto della loro vita coloro che le avevano subite, se era loro concesso di vivere. Più spesso, quelli che alla fine confessavano anche colpe che non avevano commesso, preferendo la condanna al protrarsi dei tormenti, venivano condotti al rogo legati a una scala, che svolgeva le funzioni di barella, perché ridotti a un insieme di membra slogale, spezzate e piegate, e incapaci di articolare un solo movimento.



Lo straziatoio di seni erano degli strumenti appositi formati da quattro punte che penetravano le carni delle povere torturate condannate per eresia, bestemmia, adulterio, “atti libidinosi”, aborto autoprocurato, magia bianca e molto altro.
Spesso “l’operazione” (eseguita con tenaglie arroventate) veniva preceduta dall’ustione dei capezzoli. In diversi luoghi e tempi – in alcune regioni della Francia e della Germania, fino all’inizio dell’ottocento – un “morso” con zanne roventi veniva inflitto ad un seno delle ragazze madri, sovente mentre le loro creature si contorcevano ai loro piedi.

Violoni delle comari soprannominato anche “Violino dell’igniminia” esisteva in diversi modelli: di ferro o di legno, per una o più donne, ma la sua destinazione era sempre la stessa. Più che uno strumento di tortura vero e proprio, rappresentava un istituto della giustizia punitiva medioevale ed era usato pubblicamente nei confronti di quelle signore che avessero dato luogo a scandalo o fossero state troppo bisbetiche o litigiose.

In un primo momento il condannato veniva lacerato per mezzo di una sega al livello dell’addome ma ben presto questa metodologia venne abbandonata per lasciar spazio alla segatura del  condannato appeso a testa in giù, con le gambe divaricate, iniziando a tagliare in due verticalmente, partendo dai genitali fino ad arrivare alla testa. In questo modo si aumentava la quantità di ossigeno apportata al cervello e si diminuiva la possibilità che il condannato svenisse o perdesse conoscenza, in modo tale da prolungarne la folle agonia: i nervi si scorticavano immediatamente, le ossa si fracassavano schiantandosi e le arterie, lacerate, zampillavano sangue. Talvolta la vittima rimaneva cosciente finché la sega arrivava allo sterno stando a testimonianze del primo Ottocento. Inoltre segare un condannato era una tecnica di tortura facile da eseguire e che necessitava di uno strumento reperibile in qualsiasi casa.
Venivano puniti con la sega coloro che si erano macchiati di ribellione, coloro che avevano disubbidito agli ordini militari, coloro che venivano accusati di stregoneria, oltre agli omosessuali a cui venivano devastati i genitali.
La Bibbia ci insegna (II Samuele 12, 31) che Davide, re giudeo e santo cristiano, sterminò le popolazioni della città di Rabba e di tutte le altre città degli Amminiti, assoggettando chicchefosse “alla sega, ai rastrelli di ferro, alle scuri di ferro e alla fornace di mattoni”. Questa specie di beneplacito poco meno che divino ha contribuito molto al diletto che la sega, la mannaia ed il rogo hanno da sempre suscitato in ambienti benpensanti. In Spagna, “la sierra” costituiva un metodo di esecuzione militare fino a tutto il Settecento. In Catalogna durante le campagne peninsulari di Napoleone e di Wellington nel 1808-14, i guerriglieri catalani assoggettarono alla sega decine e forse centinaia di ufficiali francesi, spagnoli ed inglesi. Nella Germania luterana la sega attendeva i capi dei contadini ribelli, ed in Francia anche le streghe accusate di essere state ingravidate da Satana.

Flagelli, fasci di catene, da due fino a otto, inframmezzate da punte o stelle taglienti, che dove colpivano laceravano pelle e carne. Oppure il nerbo di bue, che con pochi colpi era in grado di tagliare la carne di una natica fino all’osso, o ancora il “solletico spagnolo“.
L’ingegno alchemico dei torturatori aveva inoltre partorito la “gatta”, che non era un animale mostruoso, un mostruoso aggeggio, fatto con una cinquantina di corde di canapa bagnate d’acqua, zolfo e sale, che veniva applicato sulla schiena, sull’addome, sui genitali. Il risultato era che la carne dell’interrogato, per effetto del miscuglio con il quale erano imbevute le corde, si riduceva lentamente, scoprendo polmoni, fegato, reni, intestino.

La zampa di gatto o Solletico spagnolo, grande circa quanto le dita di una mano, questi arnesi di ferro simili a zampette di gatto, montati su un manico di legno, riducevano in brandelli la carne in qualsiasi parte: viso, addome, schiena, arti, seni, genitali.

Il fuoco sotto ai piedi era uno dei chiodi fissi dei giudici. Si procedeva in questo modo: dopo aver legato l’interrogato a un’asse, in posizione seduta, gli si ungevano i piedi di lardo, vi si accendeva sotto un fuoco e lo si teneva per la durata della recitazione di un Credo. Spesso, dopo, non si potevano più usare i piedi, come testimoniano gli atti di un processo del 1587 dove una presunta strega ne perde l’uso. Nonostante l’evidenza dei fatti il vicario vescovile di Albenga, suo inquisitore, affermerà: “il fuoco ai piedi fu dato solo a quattro gagliardissimamente indiziate, et a tutte con misura; né è vero che alcuna habbi per questo perso li piedi ma non è anco guarita forse piuttosto per colpa di mala cura che per l’estremità del tormento“.
Comunque sia, a Palermo, nel 1684 e 1716 due condannati all’impiccagione vennero portati sul luogo dell’esecuzione legati a una sedia perché incapaci di reggersi in piedi in seguito al tormento del fuoco. Il boia sarà costretto a strangolarli anziché sospenderli.
Una variante al fuoco a diretto contatto con le carni degli inquisiti erano le uova sode, non da mangiare, ma da applicare, appena tolte dall’acqua bollente, sotto le ascelle o fra le cosce; i tribunali più raffinati e con maggiori mezzi economici sostituivano le uova con sfere di ferri incandescenti, ma i posti di elezione dove metterle restavano gli stessi. Un carnefice grossolano poteva anche adoperare piccole dosi di olio bollente, da versare goccia a goccia sull’imputato, naturalmente nei suoi punti più sensibili.



La lingua di capra era un tormento particolarmente diabolico. L’innocuo animale, tenuto a digiuno per diversi giorni, veniva condotto al cospetto dell’accusato, al quale si erano spalmate di sale le piante dei piedi. La capra, affamata, cominciava a leccare la pelle salata e spesso non si fermava finchè la sua lingua ruvida, dopo aver consumato la pelle e lo strato muscolare, non arrivava all’osso!

Culla di Giuda o la “Veglia”: all’imputato veniva stretta una cintura all’altezza dell’addome, gli si poneva una stecca all’altezza delle caviglie in modo che si potessero muovere le gambe soltanto simultaneamente e tramite un complesso sistema di corde, veniva tenuto sospeso al di sopra di un cuneo appuntito sostenuto da un cavalletto. Allentando la corda principale e tirando in avanti le gambe, la punta veniva posizionata nell’ano, nella vagina, sotto i testicoli o sotto la base della colonna vertebrale. Il carnefice poteva variare la forza del peso gravante dal nulla alla totalità. La vittima poteva essere dondolata o fatta cadere sulla punta ripetutamente.
Questa tortura era tanto più terribile dal momento che implicava una veglia continua. La “veglia” era il risultato di una applicazione malefica dell’ingegneria atta a determinare il complesso sistema di corde e di movimenti. La penetrazione del cuneo era preordinata in modo tale da non provocare la morte, ma svenimenti o dolori indicibili. Un medico e un notaio dovevano assistere all’operazione, il primo per far ristabilire la vittima in caso di prossimità alla morte, onde poter far ricominciare la tortura, il secondo per verbalizzare ogni singolo momento degli accadimenti.

Il condannato veniva posto a cavalcioni in una struttura a V, come su un cavallo; venivano poi posti dei pesi ai suoi piedi affinché egli venisse tirato sempre più giù. Questa tortura faceva si che le articolazioni del condannato si slogassero e che tutte le sue membra venissero disarticolate dalle giunture.

L'impalamento consisteva nel conficcare un palo appuntito nell’ano del condannato per poi farlo fuoriuscire dalle spalle, usando una particolare attenzione a non ledere gli organi vitali. In questo modo, l’agonia durava anche giorni, e la sorte delle vittime poteva essere utilizzata come ammonimento per coloro che volevano trasgredire le regole dell’ordine costituito. Spesso, per rendere il tormento più atroce, l’impalato veniva posizionato a testa in giù.

Uno dei tormenti prediletti dagli inquisitori, e al quale raramente gli accusati sfuggivano, era la sospensione alla corda. Consisteva nel ripiegare le braccia del malcapitato dietro la schiena, legargliene una ai polsi e sollevato da terra per mezzo di una carrucola. Già da solo questo era un supplizio. La pena però non si esauriva qui, perché, quando la vittima era stata sollevata ad una certa altezza, si allentava improvvisamente la tensione in modo da lasciarla cadere con uno strappo, ma non fino a farle toccare terra. Il risultato è che  l’omero fuoriesce dalle sue legature con la scapola e con la clavicola, una distorsione questa che crea orrende deformazioni del torace e della schiena, spesso permanenti. Il supplizio era particolarmente gradito agli accusatori perché la corde era si pericolosa, in quanto un inquisito vi poteva morire o uscirne irrimediabilmente disarticolato ma, nelle mani di un abile carnefice, che sapesse dosare gli strappi, il sistema era molto efficace per far confessare anche i più reticenti. E, nel caso di un accusato particolarmente cocciuto, presentava l’innegabile vantaggio di potervi inserire degli optional, come per esempio acqua gelida sulla schiena, sui muscoli e i nervi stirati e contratti. Se nemmeno l’acqua gelata sul suppliziato appeso aveva ragione sulla sua testardaggine nel rifiutarsi a confessare, si provvedeva ad appendergli ai piedi dei pesi, così da rendere più dolorosi gli strappi in caduta e, se ancora persisteva nel suo “errore”, gli si poteva sempre accendere il fuoco sotto le piante dei piedi. Alcune varianti potevano essere le seguenti:
- al condannato, appeso per i piedi, veniva agganciato un pesante masso al collo; la vittima veniva strangolata e tormentata finché la colonna vertebrale non si schiantava.
-  il prigioniero veniva cosparso di miele ed altre sostanze dolci e lasciato in balia di molesti insetti come api, vespe e calabroni.
- il condannato, sospeso per un piede, ha una gamba legata al ginocchio dell’altra mentre l’altra è appesantita da un oggetto metallico.
Vicino a Lindau, in Germania, un malfattore fu appeso al patibolo con delle catene di ferro e con ai piedi due grossi cani che, essendo tenuti senza cibo, se lo divoravano prima che egli stesso morisse di fame.

Lo schiacciatesta già conosciuto nel Medioevo ha avuto largo uso anche in tempi più recenti, specialmente nella Germania del Nord. La sua funzione è di estrema semplicità e non ha bisogno di commenti: sulla testa appoggiata alla barra veniva lentamente calata (a mezzo vite) la calotta sino a spezzare le ossa del cranio.

I ferri per marcare erano una serie di strumenti in ferro utilizzati per bruciare la vittima e imprimergli nelle carni determinati simboli.

Gli anelli spaccatesta venivano collocati intorno alla testa, gli aculei, sotto forza della stringitura a vite, intaccavano l’osso cranico, atto questo che, con la forza bilaterale congiunta ad aculei grossi, portava all’incrinamento e al distacco della calotta cranica.

La Gogna era considerato uno strumento obbligatorio nel Medioevo, sorgeva nei luoghi di mercato o all’entrata della città ed era un castigo per lo più riservato ai ladri, gli ubriaconi e le donne litigiose. Il condannato alla gogna era esposto nei luoghi di mercato e sottoposto al pubblico dileggio per ore o per alcuni giorni. Inoltre le vittime potevano venire torturate da chiunque desiderasse fargli del male e umiliarle. Il ceppo, composto da due travi di legno, chiuse a cerniera, prevedeva due o quattro fori, dove venivano assicurate le caviglie dei condannati.
Una donna fu sottoposta a gogna nel 1555 per aver picchiato il figlio e nel 1566 una donna fu posta alla gogna per aver “procurato prostitute ai cittadini”.
Un tipo di gogna di moda nei paesi anglosassoni consisteva nel legare il prigioniero a due legni flessibili, possibilmente degli alberi. Mentre il prigioniero si trovava così bloccato, veniva frustato con uno scudiscio a tre corde, o con un gatto a nove code. In alcuni casi venivano tagliate le corde degli alberi cosicché il condannato dovesse soffrire un dolore estremo mentre si lacerava. Il ceppo, come la gogna, fu utilizzato fino ai primi decenni del XIX secolo.

A differenza delle armi tradizionali che servivano ad offendere, le armi in asta erano riservate solamente per gli individui che erano già prigionieri e disarmati. Il più conosciuto è l’ “acchiapacollo”.



Il rogo era usato ai tempi della caccia agli eretici ed alle streghe, quando esse non venivano condannate all’impiccagione. Il martire veniva appeso molto in alto in modo che al suo orribile spettacolo tutta la popolazione venisse colpita dal terrore, e nel frattempo gli si straziavano i fianchi e le costole con dei pettini e degli uncini sino a renderlo una massa deforme che veniva incenerita.
Alcune vittime patirono terribili sofferenze, come risulta dal resoconto di un rogo scritto da un reverendo nel XVI sec: “Poiché il fuoco” si legge “era stato appicato senz’arte, e poiché il vento era contrario, la strega soffrì una tortura indicibile.”
In seguito divenne normale strangolare il prigioniero prima di affidarlo alle fiamme, ma spesso succedeva che l’operazione non riuscisse “in tempo” e che la vittima subisse ugualmente l’orripilante fuoco sul suo corpo.

La forcella dell’eretico si componeva di due forche, una posta sul torace e l’altra sotto il mento.
Un collare veniva legato intorno al collo del prigioniero e gli si legavano le mani dietro la schiena.
Il condannato risultava così impossibilitato anche del minimo movimento per non pregiudicare i punti vitali, ma infine doveva cedere per stanchezza.

Lo schiaccia pollici veniva utilizzato per spappolare i pollici dell’accusato. I pollici venivano serrati tra due sbarre metalliche dotate di aculei e strette per mezzo di viti.

La sedia inquisitoria detta “ungherese”, rappresenta uno degli innumerevoli strumenti inquisitori utilizzati nei secoli XVI e XVII per ottenere la confessione di donne accusate di stregoneria. Si trattava di una sedia di ferro, irta di punte acuminate sulle quali veniva fatto sedere l’imputato che, è inutile ricordarlo, era completamente nudo e legato in modo da non potersi alzare. Si procedeva poi accendendo il fuoco sotto la sedia che, in breve, cominciava a scottare, spingendo l’imputato a dimenarsi. I contorcimenti del poveretto sopra le punte di ferro gli laceravano la pelle e il fuoco sotto la sedia gli ustionava le ferite. Strumento essenziale nell’operare dell’inquisitore, la sedia era in uso nel centro Europa specialmente a Norimberga dove venne usata fino al 1846 durante regolare istruttorie giudiziarie.

Nella tortura dell’acqua l’accusato veniva disteso supino su un’asse orizzontale e gli si versava sullo stomaco, per mezzo di un imbuto il cui becco era cacciato fino in gola, da 5 a 15 litri d’acqua. Già questo era un tormento sufficiente a generare il panico nell’accusato, perché il terrore di soffocare, causato dall’imbuto e dall’impossibilità di respirare mente l’acqua gli veniva versata in gola, era terribile.
Quando lo stomaco era teso come un otre si inclinava l’asse in modo che l’interrogato venisse a trovarsi con la testa in basso: la pressione dell’acqua contro il diaframma e il cuore provocava dolori lancinanti che, se non erano sufficienti a farlo confessare, venivano aggravati da brutali percosse sul ventre. La tortura dell’acqua fu tanto in voga e per così lungo tempo che, sotto il regno di Luigi XIV, era ancora in auge: così infatti venne interrogata e con successo, la marchesa di Brinvilliers, che confessò di aver avvelenato tre quarti della sua famiglia, anche se inizialmente si era dimostrata tanto brillante e spiritosa da esclamare, alla vista dei secchi d’acqua che dovevano servire alla tortura: “Di certo serve per farmi il bagno! Non posso pensare che la beva tutta”.

Secondo la tradizione, la mordacchia era adoperata per punire le donne litigiose e calunniatrici. Più probabile, invece, la tesi che la briglia fosse utilizzata per le donne accusate di stregoneria.

La vergine di ferro consisteva in una sorta di sarcofago femminile fatto di legno o ferro, scavato dentro e riempito con chiodi appuntiti. La vergine di ferro veniva aperta e il condannato vi veniva inserito. Quest’ultimo, alla chiusura del portello, veniva “abbracciato” dalla vergine e veniva trafitto dai chiodi.
Le fonti storiche riferiscono che questo strumento era utilizzato prevalentemente in Germania. Il prototipo della terribile macchina fu rinvenuto nel castello di Norimberga, edificio dove, in passato, aveva sede il Tribunale Segreto della città. Il condannato era condotto sul luogo del supplizio passando attraverso sette porte. Alla fine di un lungo corridoio si trovava al cospetto della macchina di morte, una sorta di armadio di ferro che riproduceva vagamente le sembianze di una figura femminile, con due ante sul davanti che, aprendosi, mostravano affilatissime punte di ferro. Lo sventurato veniva rinchiuso nella macchina andando incontro a una morte atroce.
I resti della vittima erano gettati, attraverso un canale sotterraneo, nel fiume che scorreva sotto la sede del Tribunale Segreto.
A Monaco, secondo alcune testimonianze, durante il governo del principe Carlo Teodoro, era utilizzato un simile strumento di supplizio, situato nella cosiddetta via della Donzella. La prima testimonianza di un’esecuzione avvenuta con la Vergine risale al 1515 ed è riportata da Gustav Freytag nel suo “Bilder aus der deutschen Vergangenheilt” e racconta la pena inflitta ad un falsario che rimase all’interno del sarcofago (tra spasmi atroci) per ben tre giorni. Chi veniva accusato di eresia o di atti blasfemi contro Dio o i Santi, se si rifiutava ostinatamente di confessare la propria colpa, veniva condotto in una cella, il cui lato estremo ospitava numerose lampade, posizionate intorno al recesso, che gettavano una luce variegata sull’aureola dorata, sulla testa della figura e sul vessillo che questa teneva nella mano destra.
Su un piccolo altare, il prigioniero riceveva i sacramenti; in seguito due ecclesiastici lo esortavano insistentemente a confessare in presenza della Madre di Dio. “Vedi” dicevano “quanto amorosamente la Vergine ti apre le braccia! Sul suo petto si scioglierà il tuo cuore duro; lì confesserai!”. Tutto a un tratto, la figura cominciava a tendergli le braccia: il prigioniero, sopraffatto dallo stupore, veniva all’abbraccio ed ella se lo portava sempre più vicino, arrivando a stringerselo al petto finché i pungiglioni e gli aculei lo trafiggevano.
Tenuto fermo in quella stretta dolorosa, il prigioniero veniva interrogato e se si rifiutava di confessare, le braccia della statua stringevano sempre più il suo corpo, inesorabilmente e lentamente, ammazzandolo.
La parte anteriore di questo marchingegno, consisteva in due porte che si chiudevano. C’erano una gran quantità di pugnali inseriti sia nella parte interna del petto che dentro alla statua in modo da trafiggere con precisione il fegato, i reni e gli occhi.
Chi subiva l’abbraccio della vergine di ferro dopo essere stata stritolato rimaneva attacato alle punte dei chiodi e delle lame quando la Vergine riapriva le braccia.

Durante l'impiccagione in gabbia la vittima, spesso nuda, veniva rinchiusa in una gabbia ed appesa. Moriva di fame e di sete, di gelo e di scottature solari; spesso era stata anche torturata e mutilata. Il cadavere in putrefazione rimaneva appeso fino al distacco delle ossa.

La decapitazione con spada o mannaia è forse il più antico dei supplizi capitali, quello universalmente conosciuto ed usato in ogni parte del mondo. L’esecuzione con questo strumento era riservata solo ai condannati nobili, mentre i plebei venivano giustiziati con procedure che comportavano lunghe agonie. Un boia, generalmente incappucciato, tagliava la testa del condannato con un’accetta. Molto diffusa in Inghilterra nel 1500-1600. Lo shock provocato alla colonna vertebrale poteva comportare l’immediata perdita dei sensi, ma potevano rendersi necessari parecchi colpi per provocare il distacco della testa. L’accetta usata per l’ultima decapitazione, avvenuta nel 1747, può essere vista alla Torre di Londra.

Lo spezzamento con la ruota ferrata, utilizzato soprattutto in Germania ed in Francia, consisteva in due fasi: la prima pubblica, per fornire gli opportuni esempi, in cui alla vittima venivano spezzati degli arti, la seconda in cui, legata la persona alla ruota e issata su un palo, veniva lasciata in balia di volatili e roditori.

L’eviscerazione era un metodo di esecuzione largamente diffuso.
L’addome veniva  inciso e un capo degli intestini agganciato ad un ferro e lentamente avvolto sul tamburo del legno. La vittima rimaneva cosciente per lunghe ore e alcune volte la richiesta di giustizia veniva soddisfatta facendo ingoiare al prigioniero le sue stesse viscere, appena estirpate dal ventre.
Una variante era lo squartamento coi cavalli cui fu sottoposto Robert-François Damiens nel marzo 1757, per avere attentato alla vita di Luigi XV. L’esecuzione più in voga nel medioevo consisteva però nel seguente procedimento: il prigioniero veniva legato con una grossa fune, sia all’altezza delle braccia che delle gambe; le funi erano poi assicurate a una grossa sbarra di legno o di metallo che a sua volta veniva legata a dei cavalli, uno per ogni estremità della vittima. Poi li si costringeva a dare dei piccoli strattoni che l’obbligavano ad implorare pietà. Quando i carnefici si ritenevano infine soddisfatti, frustavano le bestie contemporaneamente, incitandoli in direzioni opposte, in modo da fare a brandelli le membra. Spesso e volentieri il corpo della vittima opponeva resistenza, cosicché i boia lo facevano a pezzi con delle accette, come fa un macellaio con la carne, fino a quando le membra si staccavano dal busto del prigioniero ancora vivo.




Il piffero del baccanaro è uno strumento di ferro (anche di ottone e legno) a forma di tromba, trombone, flauto dolce, oboe, ecc di probabile origine olandese conosciuto già nel seicento come risulta da alcune stampe dell’epoca.
Veniva altresi usato per coloro che disturbavano le funzioni religiose oppure per punire i musicisti “rei” di cattive esecuzioni.
L’anello di ferro veniva serrato dietro il collo della vittima e le sue dita, dopo essere stati inseriti sotto gli archetti dell’apposita morsa in atteggiamento di suonatore, venivano strette a forza di vite secondo il piacere del boia, fino allo stritolamento totale.
Essenzialmente questo supplizio era una specie di berlina, con tutte le solite conseguenze penose e talvolta fatali, inflitta per delitti e peccati relativamente minori: litigiosità, bestemmia del primo grado, turpiloquio, disturbo della pace pubblica, e così via.
In Italia, veniva spesso riservato a chi faceva baldoria e baccano davanti alla chiesa durante le funzioni; il termine “piffero del baccano” si riscontra in alcuni documenti bolognesi del primo Settecento. Nella Repubblica Veneziana, pesanti pifferi ferrosi e qualche grado di schiacciamento delle dita attendevano chi aveva fatto denuncia anonima infondata contro altri al Consiglio dei Dieci, “spinto da malizia, stizza o invidia“.

La ghigliottina era una macchina per decapitazione, così chiamata dal nome del fisico francese Joseph-Ignace de Guillotin, che ne propose l’adozione nel 1789: siccome la decapitazione era considerata il metodo di esecuzione meno doloroso e più umano, Guillotin suggerì la costruzione di una macchina apposita.
Essa consiste di due travi parallele issate verticalmente, incavate al centro e unite in alto da una traversa, e di una lama obliqua, legata con una fune alla traversa. Il condannato pone il collo in una struttura tipo gogna dalla quale passerà la lama obliqua; liberata la fune, la lama svincola lungo le due travi e cade sul collo del prigioniero, tagliandoli di netto la testa, che cade nel cesto posto davanti alla ghigliottina.
Versioni diverse e rudimentali erano usate già nel ‘300 per l’esecuzione di nobili.

L'annegamento o ordalia dell’acqua il condannato veniva buttato in acqua legato, in modo che non riuscisse a nuotare. Questo sistema era usato soprattutto nei luoghi di mare. Veniva utilizzato per verificare la colpevolezza di una presunta strega: se essa annegava, era considerata innocente; se l’acqua la respingeva ed essa galleggiava, era considerata colpevole e veniva messa al rogo.
Un’altra tecnica, la tortura delle barche, può essere così descritta: si prendevano due piccole barche esattamente della stessa misura e della stessa forma. La vittima veniva fatta stendere dentro una delle due, di schiena, lasciando fuori la testa, le mani e i piedi. Poi si capovolgeva la seconda barca sistemandola sulla prima. In questo modo il corpo del condannato veniva rinchiuso nelle due barche, mentre i piedi, le mani e la testa rimanevano fuori. Poi gli si offriva del cibo e nel caso lo rifiutasse, veniva torturato o punzecchiato in altro modo, fin quando accettava l’offerta.
Il passo successivo consisteva nel riempirgli la bocca con una mistura di miele e di latte, e nello splalmargliela sul volto. Poi lo si esponeva ai raggi cocenti del sole, ed in breve tempo mosche ed insetti cominciavano a posarsi sul viso del prigioniero e a pungerlo, fino a portarlo alla pazzia. E nel frattempo, poiché la natura proseguiva il suo corso, all’interno della barca il cumulo degli escrementi emanava un lezzo terribile ed iniziava a marcire. Quando sopraggiungeva la morte e si sollevava la barca superiore, si trovava il cadavere divorato dai parassiti e si vedevano degli sciami di rumorose creature che gli divoravano la carne, e così pareva, crescevano dentro le sue viscere.
Un’altra forma di tortura consisteva nel rinchiudere in un sacco la vittima, assieme a delle bestie come un gatto, un gallo, una scimmia o un serpente ed annegarlo.

La pulizia dell’anima si faceva ingerire al condannato acqua bollente o sapone, per mondare la sua anima corrotta.

La bollitura e la friggitura dei prigionieri rappresentavano due torture dal modus operandi molto semplice: si riscaldava un enorme calderone pieno d’acqua o, preferibilmente, olio fino alla bollitura, dopodiché vi si immergeva la vittima, molto spesso inserendo prima la testa.
Un’altra modalità d’esecuzione era friggere in una vasca o su una griglia il condannato.
Ancora, quando i carnefici desideravano prolungare l’agonia del prigioniero, lo legavano e lo immergevano in una vasca colma d’acqua od olio, cosicché rimanesse fuori la testa, dopodiché si accendeva un fuoco.

Un recipiente di ferro veniva posto sullo stomaco del reo con l’apertura in basso, poi veniva alzato affinché entrassero alcuni topi; quindi veniva riscaldato e i topi, per uscire, non potevano fare altro che rosicchiare lo stomaco del condannato.

Il condannato era gettato giù da una montagna o da un alto muro. Non c’è dubbio che questo tipo di esecuzione fosse comune tra i popoli primitivi ed antichi, che avevano a disposizione precipizi o rocce adatti allo scopo.
Vittime illustri che subirono questo destino furono il matematico Putuanio, l’imperatore Zenone, lo scrittore Esopo.
Non si hanno tracce di una sua inclusione nel codice penale in epoca più tarda, anche se è stato detto che nelle persecuzioni del XVI sec. in Piemonte molte vittime andarono incontro a questa morte.
La tortura che spesso si associava a questo tipo di esecuzione consisteva nelle sofferenze che si dovevano sopportare prima di morire. La vittima giaceva impotente, con gli arti fracassati, fino a quando moriva letteralmente di fame.

La morte da insetti :ci sono molte variazioni di questa pratica. In genere il condannato veniva fissato al suolo, poi cosparso con una sostanza dolce (ad esempio miele), e abbandonato per essere mangiato da insetti.

La condannata (adultera o prostituta) veniva legata ad un’asse e quindi immersa nel punto del canale in cui confluivano gli scarichi delle fogne; questa tecnica è stata in seguito migliorata mettendo la poveretta in gabbia. Pratica molto usata nel Medioevo.

Il pendolo era una tortura dell’inquisizione di Spagna che procurava una lenta e tormentosa agonia. La vittima veniva legata su un tavolo molto accuratamente, in modo che potesse muovere solo gli occhi, mentre incombeva su di lei un pendolo grande e pesante con il lato inferiore curvo e tagliente. Ma poi, nell’oscillare avanti e indietro, gradualmente ma in manniera costante, l’asta del pendolo si allungava e il prigioniero in preda al terrore e costretto contro la sua volontà ad osservare i movimenti della lama che scendeva, sopportava l’orrore di vedere il tagli avvicinarsi sempre di più al volto. Alla fine la lama affilata gli squarciava la pelle, continuando inesorabilmente a tagliare fino ad ucciderlo. Ma nella maggior parte dei casi, prima che la lama facesse uscire del sangue, il prigionero cadeva in balia della pazzia.

La ruota è un supplizio dalle antiche origini, sembra che si rifacesse a dei significati religiosi. Il criminale veniva steso di schiena su una comune ruota di carro e veniva legato stretto ai raggi; successivamente il boia gli fracassava le ossa una a una. Una variante faceva si che il corpo della vittima, legato ad una grande ruota, venisse lanciato per un dirupo irto di rocce appuntite.

Lo sbranamento da animali: il condannato veniva gettato in un’arena insieme a leoni. Questo metodo era usato soprattutto nell’antica Roma. Torturare i condannati con le bestie era un antico supplizio, che nel medioevo andò via via a scomparire, senza mai sparire però del tutto.

Il condannato veniva sotterrato vivo e lasciato a morire. Questo metodo è stato largamente usato in tutti i secoli. In India, ad esempio, sotterravano le donne fino al collo, poi le lasciavano, con solo la testa all’esterno, a cuocere al sole.

Trafissione con frecce: il condannato veniva legato ad un palo o ad un muro e degli incaricati gli tiravano delle frecce. Questa pratica era usata fra Indiani e Vichinghi, che miravano alle parti non vitali del corpo per prolungare l’agonia il più possibile.
Una delle vittime più note della trafissione è San Sebastiano, vissuto nel III sec. d.C., che fu martirizzato con frecce; essendo queste simbolo della peste, il santo fu assunto come protettore contro tale epidemia.

La crocifissione inizialmente praticata su alberi, questa pratica era riservata agli schiavi dell’antica Roma. Tempo di sopravvivenza: incalcolabile
Il condannato viene inchiodato a polsi e caviglie ad una croce e lasciato morire fra atroci sofferenze.



Con la lapidazione venivano tirati sassi contro il condannato finché non moriva; spesso la comunità assisteva e partecipava allo “spettacolo”. È ancora praticata nei paesi islamici. Anche la Bibbia e il Vangelo vi facevano riferimento per quanto riguarda la pena da comminare alle adultere.
Il condannato viene solitamente sepolto nel terreno fino al collo, o bloccato in altri modi. La morte può essere causata da danni al cervello, da asfissia o da una combinazione di ferite. La persona può essere colpita più volte senza perdere conoscenza: di conseguenza la morte può essere molto lenta. Spesso la comunità assiste o partecipa alla lapidazione. E’ comminata prevalentemente nei casi di adulterio.
Il codice penale iraniano descrive minuziosamente le modalità dell’esecuzione (“le pietre non devono essere così grandi da far morire il condannato col lancio di una o due di esse; non così piccole da non poter essere definite come pietre) e, a dimostrazione di una millenaria discriminazione, dispone che le donne siano seppellite fino alle spalle, gli uomini invece fino alla vita.

Durante l'impiccagione il condannato viene fatto penzolare da una corda posta intorno al collo ed è ucciso dalla pressione esercitata dalla corda stessa contro il corpo, spinto verso il basso dalla forza di gravità. Lo stato di incoscienza e la morte sono provocati da lesione alla colonna vertebrale o da asfissia. Talora si rende necessario tirare le gambe del condannato. Sebbene privo di sensi, il corpo può avere degli spasmi ed il cuore può continuare a battere per alcuni minuti.

Con il dissanguamento, il condannato (spesso una presunta strega) veniva dissanguato fino alla morte, in quanto si riteneva che il “Male” risiedesse proprio nel suo sangue. Era una credenza comune che il potere di una strega potesse essere annullato dal dissanguamento o dalla purificazione tramite fuoco del suo sangue. Le streghe condannate erano “segnate sopra il soffio” (sfregiate sopra il naso e la bocca) e lasciate a dissanguare fino alla morte.

Stivaletto spagnolo: le gambe venivano legate insieme e inserite in una sorta di stivale di ferro, che il boia stringeva fino allo spappolamento delle ossa. Lo stivale era considerata dai testimoni dell’epoca la tortura piu’ violenta e crudele al mondo, cosi’ spaventosa che quando qualcuno doveva essere infilato nello stivale, tutti i membri del Consiglio che lo ordinava chiedevano di andarsene. Consisteva in un contenitore di ferro a forma di stivale progettato per racchiudere l’arto nudo, dal piede al ginocchio; tra la gamba e lo strumento venivano inseriti con un martello dei cunei di legno o di metallo. La carne veniva cosi’ lacerata e spesso le ossa si schiantavano, frantumandosi in modo spaventoso e disgustoso, mentre il castigo proseguiva finche’ la vittima confessava. Era inoltre raro che chi sperimentava questa tortura non rimanesse storpio a vita.

Tortura dell’animale: un insetto, per lo più un tafano (a volte anche una o più api) veniva messo nell’ombelico dell’imputato, chiuso da un bicchiere di vetro. Alternativamente, si poteva inserire la testa del malcapitato in un sacco pieno di bestie inferocite (spesso gatti).

Veglia: l’accusato veniva costretto a una veglia continua, che poteva durare anche giorni. Era costretto a restare in piedi, tra due sentinelle che si davano il cambio, e che si adoperavano per non farlo addormentare.

La culla della strega, come dice il nome stesso, questa tortura veniva applicata soprattutto alle donne accusate di essere serve di Satana. Esse venivano poste in un sacco, appese al soffitto o a un albero e fatte dondolare indefinitamente. Sebbene non sembri una vera e propria tortura, questo metodo, in realtà, causava disorientamento totale e spesso allucinazioni.

Le metodologie di messa al palo erano le torture per eccellenza nell’antichità, amata soprattutto dai popoli del Mediterraneo, ma veniano utilizzate spesso e volentieri anche durante il medioevo.
La morte sopraggiungeva lentamente, dopo un’agonia indescrivibile e che si protraeva per giorni. Si poteva aumentare la sofferenza del condannato in svariati modi, a seconda della malvagità del boia: a volte venivano fratturate le gambe con dei forti colpi, oppure si laceravano il volto, o i seni, con strumenti spinosi o uncinati; in altri casi s’infilavano stecche o bastoni nel condotto uretrale od anale della vittima.
I Romani solevano lasciare i corpi a marcire sulla croce finché non rimanessero solo le ossa nude, mentre gli Ebrei li toglievano non appena sopraggiungeva la morte e li seppellivano il giorno stesso. Alcuni tipi di crocifissione e messa al palo: Sospensione per una gamba, Sospensione a due gambe, Crocifissione a testa in su, Crocifissione a testa in giu, Torturato appeso per entrambe le braccia con pesanti oggetti appesi ai piedi,Donne sospese per i capelli, Torturati appesi per un solo braccio, con pesanti pietre appese ai loro piedi.

Il toro di bronzo si trattava di un’altra modalità di tortura per mezzo del fuoco.
Arrostiti vivi nel toro di bronzo: l’ingegno di questa macchina da tortura consisteva nella predisposizione ad arte di alcuni flauti cosicché quando la vittima, inserita nel congegno che si scaldava a dismisura, gridava dal dolore per mezzo di questi condotti sapientemente studiati il toro emetteva un musicale muggito. La leggenda vuole che il suo inventore, il greco Perillo, alla presentazione del diabolico marchingegno al suo sovrano, fu costretto dal sovrano stesso a venir arrostito nel toro, fornendo, citando Ovidio “…la prima prova del suo crudele mestiere“.

In una terribile esecuzione avvenuta in Francia nel 1757, il prigioniero accusato di parricidio subì le seguenti torture: “fu portato su un’impalcatura eretta per l’occasione e gli vennero bruciate con delle tenaglie roventi il petto, le braccia e i polpacci; la mano destra, con la quale commise il delitto di parricidio, gli fu bruciata nello zolfo; dell’olio bollente, del piombo fuso e della resina e della cera mischiata allo zolfo, gli furono versati nelle ferite; dopo tutto ciò il corpo venne lacerato da quattro cavalli e le sue membra e il suo corpo arsi vivi furono sparsi al vento”.

I guanti di ferro venivano legati ai polsi del prigioniero che tramite una vite venivano gradualmente stretti. Il prigioniero poi veniva fatto salire su dei blocchi di legno e incatenato al soffitto tramite questi “guanti”; rilasciato il supporto di legno, tutto il suo peso gravava sui polsi e i guanti penetravano in profondità la carne gonfiando le braccia.

I prigionieri venivano rinchiusi in prigioni umide e maleodoranti. Ma non era tutto. Con l’acqua giungevano orde di ratti affamati; dormire significava concedersi a queste bestie fameliche. E così, in questa cella buia e fetida, il prigioniero combatteva da un lato contro i ratti e dall’altro contro il sonno, fino a che, stanco e finito, non lottava più.

Con la tortura tedesca si legava un grosso gatto selvatico, chiuso in una gabbia, sull’addome nudo del prigioniero; poi la bestia veniva tormentata e punzecchiata finche preso dalla furia e dalla disperazione strappava con le unghie e con i denti la carne della vittima sotto di sé, rosicchiando fino alle budella.

La tortura olandese è una variante della tortura tedesca, ma più disgustosa. La vittima, spogliata, veniva legata a mani e piedi e posta supina su un piano rigido; un vaso di ferro, pieno di ghiri e ratti, veniva capovolto sullo stomaco del prigioniero. Il passo successivo consisteva nell’appiccare un fuoco a questo contenitore metallico, cosicché le bestie, rese frenetiche dal calore e impossibilitate a scappare, dovessero scavarsi dei tunnel attraverso le viscere del condannato.

L'annodamento era una tortura specifica per le donne. Si attorcigliavano strettamente i capelli delle streghe a un bastone. Quando l’inquisitore non riusciva ad ottenere una testimonianza si serviva di questa tortura; robusti uomini ruotavano l’attrezzo in modo veloce provocando un enorme dolore e in alcuni casi arrivando a togliere lo scalpo e lasciando il cranio scoperto. Questa tortura era usata in Germania contro gli zingari (1740-1750) e in Russia con la Rivoluzione Bolscevica nel 1917-1918.

Prima di iniziare l’ordalìa del fuoco tutte le persone coinvolte dovevano prendere parte a un rito religioso. Questo rito durava tre giorni e gli accusati dovevano sopportare benedizioni, esorcismi, preghiere, digiuni e dovevano prendere i sacramenti. Dopodichè si veniva sottoposti all’ordalìa aveva inizio: gli accusati dovevano trasportare un pezzo di ferro bollente per una certa distanza. Il peso di questo pezzo era variabile: si andava da un minimo di circa mezzo chilo per reati minori, fino a un chilo e mezzo.
Un altro tipo di ordalìa del fuoco consisteva nel camminare bendati e nudi sopra i carboni ardenti. Le ferite venivano coperte e dopo tre giorni una giuria controllava se l’accusato era colpevole o innocente. Se le ferite non erano rimarginate l’accusato era colpevole, altrimenti era considerato innocente. Si poteva aver salva la vita però: corrompendo i clerici che dovevano officiare la prova si poteva fare in modo che ferro e carboni avessero una temperatura sufficientemente tollerabile.

Il Forno, questa barbara sentenza era eseguita in Nord Europa e assomiglia ai forni crematori dei nazisti. La differenza era che nei campi di concentramento le vittime erano uccise prima di essere cremate. Nel diciassettesimo secolo più di duemila fra ragazze e donne subirono questa pena nel giro di nove anni. Questo conteggio include anche due bambini.

Le Turcas erano usato per lacerare e strappare le unghie. Dopo lo strappo, degli aghi venivano solitamente inseriti nelle estremità delle falangi.



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