domenica 29 novembre 2015

LE CALENDE GRECHE



La frase "ad Kalendas Graecas soluturos" ("intenzionati a pagare alle calende greche") è attribuita, da Svetonio, all'imperatore Augusto, che ne avrebbe fatto uso di frequente per indicare persone che non intendevano pagare un debito.

«  nelle conversazioni quotidiane utilizzava spesso locuzioni curiose come ad esempio quando, per indicare quei debitori che non avrebbero mai pagato, disse che avrebbero pagato il conto alle Calende greche »
(Svetonio, Augustus, 87.)
Il significato di "mai" deriva dal fatto che le "Kalendae" esistevano solo nel calendario romano (il 1º giorno di ogni mese) e non in quello greco: protrarre un pagamento fino alle "calende greche" voleva dire riportarlo ad una scadenza inesistente.




Il dì delle calende era in modo particolare dedicato a Giunone, come le idi erano sacre a Giove. Così alle calende di febbraio si celebrava la feria di Giunone Sospita, il cui culto era originario da Lanuvio; quelle di marzo erano consacrate a Giunone Lucina, il cui tempio si ergeva sull'Esquilino. Nello stesso giorno cadevano le feste dette Matronalia, in onore di Bruto, uccisore e vendicatore di Lucrezia. Alle calende di giugno si solennizzava la dedicazione del tempio di Giunone Moneta, sull'arce capitolina, e in quelle di settembre si celebrava sull'Aventino la festa di Giunone Regina.

L'espressione è attribuita all'imperatore romano Augusto, il quale, secondo Svetonio, la utilizzava quando voleva fare riferimento a un pagamento che non sarebbe mai stato fatto. Le calende, nel calendario romano, infatti, corrispondevano al primo giorno di ogni mese, periodo durante il quale venivano normalmente regolati i debiti e i prestiti; nel calendario greco, però, le calende non esistevano. Con questa espressione, quindi, Augusto si riferiva a un momento che non sarebbe mai arrivato.
La stessa espressione è rimasta in tutte le lingue europee come riferimento a un fatto molto improbabile o rimandato a un futuro remoto, in tedesco esiste anche “Zu dem juden Weihnachten”, cioè “Al Natale Ebreo”, che ha lo stesso identico significato. Sembrerebbe che Elisabetta I, nel 1577, abbia risposto alla richiesta di Filippo II di Spagna di non appoggiare i ribelli olandesi, di riparare i conventi distrutti da Enrico VIII e di riconoscere l'autorità papale, “I vostri ordini, caro re, verranno eseguiti alle calende greche…”

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martedì 24 novembre 2015

LE CICOGNE E I BAMBINI

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La cicogna bianca (Ciconia ciconia) è considerata simbolo di fortuna e prosperità già dall’antichità.

Il mito della cicogna che tiene con il becco un fagotto con dentro un bambino nasce presso le popolazioni centro-europee ma si basa su un piccolo equivoco. Infatti, una volta, quando nasceva un bambino, in casa si accendeva il camino per più ore durante la giornata per scaldare l'ambiente. Se questo accadeva in primavera, le cicogne, al ritorno dall'Africa, cercando il luogo più adatto per nidificare, optavano per il comignolo più caldo e quindi per quello della casa del neonato.
Inoltre l'arrivo di questo uccello era considerato di buon auspicio per i contadini che facevano i primi raccolti in primavera e predisponevano apposite piattaforme sulle case per invitarle a fare il nido…


Un’altra storia che viene raccontata ai bambini quando chiedono come sono nati, è quella dei cavoli, e più precisamente che i bambini nascono sotto ai cavoli. Per molti secoli, nelle regioni dell’Europa centrale il cavolo era l’unico alimento che durante l’inverno garantiva nutrienti come vitamine e minerali, e che da sempre fosse simbolo di fecondità e di vita, perché veniva raccolto dopo nove mesi dalla semina, ovvero da marzo a settembre, proprio come il tempo di gestazione dei bambini.

La piantagione e la raccolta dei cavoli erano affidati alle donne che venivano chiamate levatrici, proprio come quelle che aiutavano la futura mamma durante il parto, perché le contadine avevano il compito di recidere il “cordone ombelicale” che legava il cavolo alla terra; da qui la leggenda che i bambini si trovano sotto ai cavoli.




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domenica 22 novembre 2015

LA PENA DI MORTE

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La pena di morte non è prevista in tutti gli stati del mondo, infatti ci sono paesi dove è prevista per reati considerati gravi dall'ordinamento giuridico, come omicidio e alto tradimento; altri, invece, dove ritengono possibile la pena capitale anche per l'esecuzione di altri crimini violenti, come la rapina o lo stupro, o legati al traffico di droga; in alcuni paesi è prevista perfino per reati di opinione come l'apostasia e per orientamenti e comportamenti sessuali come l'omosessualità o l'incesto.
La pena di morte era presente in tutti gli ordinamenti antichi. Il diritto romano prevedeva la pena di morte ma concedeva una speciale garanzia per i cittadini romani: una condanna a morte emanata in base all'imperium del magistrato non poteva essere eseguita senza concedere al condannato la facoltà di fare appello ai comizi centuriati per il tramite dell'istituto della provocatio ad populum.

Nel corso della storia limitarono la pena di morte alcuni imperatori cinesi, l'imperatore romano Tito (che non emise condanne a morte durante il suo principato) e, in Russia, una breve abolizione (o meglio una forte limitazione) avvenne nel 1753 per opera della zarina Elisabetta I. Se si considera l'abolizione "di fatto", lo stato abolizionista più antico è la Repubblica di San Marino, tuttora esistente: l'ultima esecuzione ufficiale risale al 1468, mentre l'abolizione definitiva fu sancita per legge nel 1865.

Il primo stato al mondo ad abolire legalmente la pena di morte fu il Granducato di Toscana il 30 novembre 1786 con l'emanazione del nuovo codice penale toscano (Riforma criminale toscana o Leopoldina, preparata dal giurista Pompeo Neri alcuni anni prima) firmato dal granduca Pietro Leopoldo (divenuto poi Leopoldo II del Sacro Romano Impero), influenzato dalle idee di pensatori come Cesare Beccaria; tale giornata è festa regionale in Toscana. Tuttavia Leopoldo nel 1790 reinserì la pena di morte per i cosiddetti crimini eccezionali. Seguirono il Granducato la Repubblica Romana di ispirazione mazziniana (che tuttavia ebbe breve esistenza) nel 1849, il ricordato San Marino (1865) e altri. L'Italia l'abolì, tranne che per crimini di guerra e regicidio, nel 1889, per poi reinserirla con il Codice Rocco del 1930, e abolirla definitivamente nel 1948. Il Regno Unito l'abolì negli anni sessanta, mentre la Francia nel 1981.

Un altro importante capitolo della storia della pena di morte viene scritto il 18 dicembre 2007, quando, dopo una campagna ventennale portata avanti dall'associazione Nessuno Tocchi Caino e dal Partito Radicale Transnazionale, da Amnesty International e dalla Comunità di Sant'Egidio, l'Onu approva una storica risoluzione su iniziativa italiana per la moratoria universale della pena di morte, ossia per una sospensione internazionale delle pene capitali.

Nella Bibbia sono elencate situazioni in cui nelle leggi, che Dio dà a Mosè per esporle al popolo ebraico, si stabilisce la pena capitale come punizione per determinate colpe: ad esempio, nell'Antico Testamento è scritto:

« Colui che colpisce un uomo causandone la morte, sarà messo a morte »  
Nell'Antico Testamento (Genesi, 4,23-24), esistono passi in cui Dio condanna la vendetta umana, minacciando punizioni peggiori («sette volte» e «settanta volte sette») per chi avesse ucciso Caino e Lamech.

Diversi passi, in prevalenza dell'Antico Testamento, affermano la legittimità della pena di morte quando è violata la legge di Mosè. A questi si aggiungono gli episodi di guerra e della storia del popolo eletto, dove i nemici periscono per volontà divina. Riguardo alla violazione della legge ebraica, nella Lettera agli Ebrei 10,28: «Quando qualcuno ha violato la legge di Mosè, viene messo a morte senza pietà sulla parola di due o tre testimoni». In Levitico 24,16 viene messo a morte «Chi bestemmia il nome del Signore», in Levitico 20,10 chi commette adulterio, in 27,29 «Nessuna persona votata allo sterminio potrà essere riscattata; dovrà essere messa a morte», e in Levitico 24,17 «Chi percuote a morte un uomo». In Esodo 21,17 viene messo a morte chi maledice il padre o la madre.



Il passo è ripreso nel Nuovo Testamento, da Vangelo di Marco 7,10: «Mosè infatti disse: Onora tuo padre e tua madre, e chi maledice il padre e la madre sia messo a morte». In Numeri 35,30, si afferma che non si può accettare un prezzo di riscatto da un omicida: «Se uno uccide un altro, l'omicida sarà messo a morte in seguito a deposizione di testimoni, ma un unico testimone non basterà per condannare a morte una persona. Non accetterete prezzo di riscatto per la vita di un omicida, reo di morte, perché dovrà essere messo a morte».

La morte del colpevole avveniva per lapidazione. Questa forma di esecuzione coinvolge tutta la comunità locale adulta, che collettivamente è chiamata ad applicare la legge, e risparmia l'individuazione di un singolo come boia.

Nel Nuovo Testamento Gesù richiama più volte al perdono e condanna l'episodio della lapidazione della donna adultera:

« Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei. »   (Giovanni 8,7)
La maggioranza dei filosofi antichi giustifica la pena di morte, anche se spesso contestando l'uso spregiudicato che se ne faceva nel mondo greco-romano e orientale. Tra gli stoici, sostenitori del diritto naturale, si levarono alcune voci contro le condanne troppo facili e numerose; tra essi, Seneca, pur essendo favorevole alla pena capitale per gravi delitti, invita l'imperatore Nerone alla clemenza, comminando la massima pena solo in casi estremi, e seguendo la ragione e non l'impulso del momento e citando esempi di generosità. Seneca ricorda poi alcune motivazioni dettate dalla ragione, che anticipano di sedici secoli quelle di Cesare Beccaria:

« Ma i costumi dei cittadini si correggono maggiormente con la moderazione nelle punizioni: il gran numero di delinquenti, infatti, crea l’abitudine di delinquere, e il marchio della pena risulta meno grave quando è attenuato dalla moltitudine delle condanne, e il rigore, quando è troppo frequente, perde la sua principale virtù curativa, che è quella di ispirare rispetto. »
(De clementia, III, 20, 2)
« Nello Stato in cui gli uomini vengono puniti raramente, si instaura una sorta di cospirazione a favore della moralità, della quale ci si prende cura come per un bene pubblico. I cittadini si considerino privi di colpe e lo saranno; e si adireranno maggiormente con quelli che si allontaneranno dalla rettitudine comune, se vedranno che sono pochi. È pericoloso, credimi, mostrare ai cittadini quanto più numerosi siano i cattivi. »
(De clementia, III 21, 2)

Ad Agostino di Ippona (354- 430) si deve la prima condanna esplicita e argomentata della pena di morte nella storia del pensiero cristiano. Nella lettera 153 del proprio epistolario, Agostino risponde a Macedonio, un luogotenente imperiale che lamentava la continua intercessione dei vescovi africani per impedire le esecuzioni capitali. Agostino risponde che risparmiare i colpevoli non è affatto un segno di approvazione verso la colpa. Al contrario, il disprezzo per la colpa non può essere disgiunto dall'amore per la creatura umana che l'ha commessa.

« Quanto più ci dispiace il peccato, tanto più desideriamo che il peccatore non muoia senza essersi emendato. È facile ed è anche inclinazione naturale odiare i malvagi perché sono tali, ma è raro e consono al sentimento religioso amarli perché sono persone umane, in modo da biasimare la colpa e nello stesso tempo riconoscere la bontà della natura; allora l'odio per la colpa sarà più ragionevole poiché è proprio essa a macchiare la natura che si ama »
(Agostino, Lettera 153)
Agostino chiama in causa diversi passi evangelici che invitano al perdono. È legittimo supporre che la sua condanna della pena di morte sia una conseguenza in campo giuridico della dottrina della grazia indebita e predestinata: se la salvezza dipende solo dall'intervento imprevedibile della grazia divina, irriconoscibile agli uomini, è ipocrita da parte degli uomini infliggere condanne definitive.

« Ma pensi tu, forse, o uomo, che condanni chi fa tali azioni e poi le fai tu stesso, di sfuggire alla condanna di Dio? Ti burli forse dell'immensa bontà, pazienza e tolleranza di Lui? Ignori forse che la pazienza di Dio t'invita al pentimento? Tu invece con la tua durezza di cuore impenitente ti ammassi sul capo un cumulo di punizioni per il giorno della collera e del giudizio finale, in cui Dio, rendendo pubblico il Suo verdetto, darà a ciascuno secondo quel che avrà fatto in vita »
(Agostino, Lettera 153)
Tommaso d'Aquino sostenne la liceità della pena di morte sulla base del concetto della conservazione del bene comune. Il teologo sosteneva tuttavia che la pena andasse inflitta solo al colpevole di gravissimi delitti, mentre all'epoca veniva utilizzata con facilità e grande discrezionalità.

« Come è lecito, anzi doveroso, estirpare un membro malato per salvare tutto il corpo, così quando una persona è divenuta un pericolo per la comunità o è causa di corruzione degli altri, essa viene eliminata per garantire la salvezza della comunità »
(Summa theologiae II-II, q. 29, artt. 37-42.)
Lo Stato pontificio ha mantenuto nel suo ordinamento la pena di morte fino al XX secolo, abolendola nel 1969, benché inapplicata dopo il 9 luglio 1870, data dell'ultima esecuzione capitale.



Nel 1764 la pubblicazione del pamphlet (trattato breve, libello) Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria stimolò la riflessione sul sistema penale vigente. Nel trattato (in particolare nel capitolo XXVIII), Beccaria si esprimeva contro la pena di morte, argomentando che con questa pena lo Stato, per punire un delitto, ne commetterebbe uno a sua volta:

« Parmi un assurdo che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettano uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'assassinio, ordinino un pubblico assassinio. »
Tuttavia, la condanna di Beccaria verso la pena di morte, pur nella sua portata storicamente innovativa, non era espressa in termini assoluti: essa è necessaria, ma non giusta, in quanto " infrazione (come scrisse Piero Calamandrei) della legge morale per la quale l'uomo , anche nei confronti dello stato , è sempre non mezzo, ma fine".

« La morte di un cittadino non può credersi necessaria, che per due motivi. Il primo, quando anche privo di libertà egli abbia ancora tali relazioni e tal potenza, che interessi la sicurezza della nazione; quando la sua esistenza possa produrre una rivoluzione pericolosa nella forma di governo stabilita. La morte di un cittadino divien dunque necessaria quando la nazione ricupera o perde la sua libertà, o nel tempo dell'anarchia, quando i disordini stessi tengon luogo di leggi. »

In controtendenza rispetto alle idee moderne fu Friedrich Nietzsche, che contestò il concetto filosofico di libero arbitrio e la funzione rieducativa della pena, considerando la morte del criminale come l'unico atto che restituisce dignità al suo gesto (come il suicidio nella morale greco-romana), assolvendolo dalla colpa e liberandolo dall'umiliazione del pentimento, imposto dalla morale cristiana:

« Per colui che soffre talmente di se stesso, non vi è redenzione, se non la rapida morte »
(Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, "Del pallido delinquente")
Ne la Genealogia della morale (1887), Nietzsche sostenne che il valore della pena non debba essere quello di destare il senso di colpa né di rieducare il criminale, ma soltanto quello di punire in chiave extramorale «un cagionatore di danni, un irresponsabile frammento di fatalità». Separando nettamente il diritto dalla morale, e ribaltando la prospettiva di Cesare Beccaria in chiave diametralmente opposta, Nietzsche considerò positivamente la situazione in cui il criminale si senta moralmente sollevato dal proprio gesto allorché si trovi «nell’impossibilità di avvertire come riprovevole la sua azione, la specie del suo atto in sé: vede infatti esercitata al servizio della giustizia esattamente la stessa specie di atti, e quindi approvata, esercitata con tranquilla coscienza».

Pur non prendendo esplicitamente posizione a favore della pena di morte, il pensiero di Nietzsche risulta fortemente avverso a quegli stessi principi filosofici che, in occidente, portarono alla progressiva abolizione della pena capitale e all'idea dei diritti umani. Il suo pensiero è considerato tuttora di grande attualità da parte di coloro che non riconoscono il fondamento filosofico di tali diritti.

Al momento però di esprimere un giudizio sull'applicazione pratica della pena capitale, egli sembra schierarsi contro:

« Come è che ogni esecuzione ci offende più di un omicidio? È la freddezza dei giudici, sono i meticolosi preparativi, è il sapere che qui un uomo viene usato come mezzo per spaventarne altri. Giacché la colpa non viene punita, se anche ce ne fosse una: questa è negli educatori, nei genitori, nell’ambiente, in noi, non nell'omicida, intendo le circostanze determinanti. »
(Friedrich Nietzsche, La gaia scienza)

Il Catechismo della Chiesa Cattolica (1997) parla della pena di morte all'interno della trattazione sul quinto comandamento, "Non uccidere", e più specificamente nel sottotitolo che tratta della legittima difesa.

In questo contesto dice (n. 2266-2267):

« 2266: Corrisponde ad un'esigenza di tutela del bene comune lo sforzo dello Stato inteso a contenere il diffondersi di comportamenti lesivi dei diritti dell'uomo e delle regole fondamentali della convivenza civile. La legittima autorità pubblica ha il diritto ed il dovere di infliggere pene proporzionate alla gravità del delitto. La pena ha innanzi tutto lo scopo di riparare il disordine introdotto dalla colpa. Quando è volontariamente accettata dal colpevole, essa assume valore di espiazione. La pena poi, oltre che a difendere l'ordine pubblico e a tutelare la sicurezza delle persone, mira ad uno scopo medicinale: nella misura del possibile, essa deve contribuire alla correzione del colpevole. »
« 2267: L'insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell'identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l'unica via praticabile per difendere efficacemente dall'aggressore ingiusto la vita di esseri umani.
Se invece i mezzi incruenti sono sufficienti per difendere dall'aggressore e per proteggere la sicurezza delle persone, l'autorità si limiterà a questi mezzi, poiché essi sono meglio rispondenti alle condizioni concrete del bene comune e sono più conformi alla dignità della persona umana.
Oggi, infatti, a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l'ha commesso, senza togliergli definitivamente la possibilità di redimersi, i casi di assoluta necessità di soppressione del reo "sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti". »
Il catechismo, pubblicato due anni dopo, ha sostanzialmente recepito ciò che Giovanni Paolo II ha precisato nell'enciclica Evangelium vitae, anche grazie a pressioni della società civile e all'interno della stessa Chiesa, ma ancora lasciandone la possibilità in casi eccezionali.
L'enciclica recita:
« il problema della pena di morte ... registra, nella Chiesa come nella società civile, una crescente tendenza che ne chiede un'applicazione assai limitata ed anzi una totale abolizione ... È chiaro che ... la misura e la qualità della pena devono essere attentamente valutate e decise, e non devono giungere alla misura estrema della soppressione del reo se non in casi di assoluta necessità, quando cioè la difesa della società non fosse possibile altrimenti. Oggi, però, a seguito dell'organizzazione sempre più adeguata dell'istituzione penale, questi casi sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti. »
(Giovanni Paolo II, enciclica Evangelium vitae, 56: AAS 87 (1995) 464)
D'altra parte, la teologia più volte ha ribadito l'importanza del diritto alla vita e che la vita è per i cristiani un dono di Dio, che è l'unico ad avere il diritto di donarla e di toglierla, come si legge nel catechismo n° 2280:
« Ciascuno è responsabile della propria vita davanti a Dio che gliel'ha donata. È lui che ne rimane il sovrano Padrone. Noi siamo tenuti a riceverla con riconoscenza e a preservarla per il suo onore e per la salvezza delle nostre anime. Siamo gli amministratori, non i proprietari della vita che Dio ci ha affidato. Non ne disponiamo. »
In base a questo principio, e riprendendo Tommaso d'Aquino, si basa anche la possibilità della legittima difesa (n° 2263):
« La legittima difesa delle persone e delle società non costituisce un'eccezione alla proibizione di uccidere l'innocente, uccisione in cui consiste l'omicidio volontario. «Dalla difesa personale possono seguire due effetti, il primo dei quali è la conservazione della propria vita; mentre l'altro è l'uccisione dell'attentatore... Il primo soltanto è intenzionale, l'altro è involontario.» »
Importanti esponenti della Chiesa cattolica sono attualmente in prima fila per chiedere l'abolizione della pena di morte nel mondo. Lo stesso Giovanni Paolo II ha più volte espresso tale posizione; durante la sua ultima visita negli Stati Uniti, il 27 gennaio 1999 il pontefice ha dichiarato:
« La nuova evangelizzazione richiede ai discepoli di Cristo di essere incondizionatamente a favore della vita. La società moderna è in possesso dei mezzi per proteggersi, senza negare ai criminali la possibilità di redimersi. La pena di morte è crudele e non necessaria e questo vale anche per colui che ha fatto molto del male. »
La pena di morte in Città del Vaticano non era prevista per alcun reato già dal 1967, su iniziativa di papa Paolo VI; tuttavia venne rimossa dalla Legge fondamentale solo il 12 febbraio 2001, su iniziativa di Giovanni Paolo II.



Nel giugno 2004, l'allora cardinale Joseph Ratzinger, futuro papa Benedetto XVI, inviò, in qualità di prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, una lettera al cardinale Theodore Edgar McCarrick - arcivescovo di Washington - e all'arcivescovo Wilton Daniel Gregory - presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti - nella quale affermava che può tuttavia essere consentito fare ricorso alla pena di morte:

« Non tutte le questioni morali hanno lo stesso peso morale dell'aborto e dell'eutanasia. Per esempio, se un cattolico fosse in disaccordo col Santo Padre sull'applicazione della pena capitale o sulla decisione di fare una guerra, egli non sarebbe da considerarsi per questa ragione indegno di presentarsi a ricevere la Santa Comunione. Mentre la Chiesa esorta le autorità civili a perseguire la pace, non la guerra, e ad esercitare discrezione e misericordia nell'applicare una pena a criminali, può tuttavia essere consentito prendere le armi per respingere un aggressore, o fare ricorso alla pena capitale. Ci può essere una legittima diversità di opinione anche tra i cattolici sul fare la guerra e sull'applicare la pena di morte, non però in alcun modo riguardo all'aborto e all'eutanasia. »
(Joseph Ratzinger, nota inviata alla Conferenza episcopale americana, giugno 2004)

L'opinione pubblica di molti Paesi è divisa. In quelli nei quali vige la pena di morte, primo fra tutti gli Stati Uniti, esiste un movimento che ne chiede l'abolizione. Viceversa, in altri nei quali tale pena non è contemplata dai codici, tra cui l'Italia, riaffiorano periodicamente, a seguito soprattutto di crimini particolarmente efferati, richieste per la sua reintroduzione nel diritto penale.

L'opinione pubblica contro la pena capitale si divide inoltre in abolizionisti (come Amnesty International) e sostenitori della moratoria (come l'associazione radicale Nessuno tocchi Caino). C'è chi considera anzitutto la sospensione, in particolare a livello internazionale, un primo e migliore passo, poiché gli stati autoritari possono revocare l'abolizione, che comunque è più difficile da ottenere e non si può imporre o decidere da parte di organismi sovranazionali.

Chi sostiene la necessità di mantenere la pena di morte, o la possibilità di ripristinarla laddove non è vigente, avanza i seguenti argomenti:
è un efficace deterrente, attraverso il suo carattere di esemplarità;
essa costituisce giustizia retributiva verso chi si macchia volontariamente del crimine di omicidio. Secondo la teoria retributiva sulla funzione della pena (in opposizione alla teoria preventiva), essa è un male che interviene come reazione morale e giuridica al male che è stato commesso con il reato, alla cui gravità è proporzionato, in modo da configurarsi come castigo morale e non come vendetta;
nell'equiparazione tra il gesto dell'omicida e la pena inflitta, la condanna a morte rivela una natura meno punitiva rispetto all'ergastolo e più rispettosa della dignità del condannato in relazione al suo gesto, in particolare laddove il condannato non si riconosca pentito e non accetti il principio secondo cui la pena avrebbe funzione rieducativa. Inoltre, chi sostiene che la pena di morte rispetti la dignità umana del condannato, ricorda come agli ergastolani non sia consentito di commettere suicidio e come, nonostante ciò, siano numerosi i casi di suicidio. Si ricorda anche il caso del criminale americano Gary Gilmore, che nel 1977 fece scalpore: Gilmore lottò perché gli fosse applicata la condanna a morte contro le posizioni abolizioniste favorevoli alla grazia, diventando il primo condannato a morte da quando, nel 1976, negli Stati Uniti fu ripristinata la pena capitale.
la pena di morte elimina l'eventualità di recidiva da parte del reo, evitando ulteriori costi per la società;
garantisce la certezza della pena e assicura un risarcimento morale ai parenti delle vittime di omicidio, eliminando così la tentazione di vendette private;
aiuterebbe a risolvere i problemi di affollamento e di non funzionamento del sistema carcerario;
evita allo Stato le spese derivanti dal mantenimento improduttivo e a vita dei criminali condannati all'ergastolo
contrapponendosi all’idea filosofica che esistano principi giuridici e morali universali, lo strumento della pena di morte salvaguardia il diritto particolare di ogni società di dotarsi degli strumenti legislativi che, in un certo momento storico, sono ritenuti necessari alla propria tutela. Chi è favorevole alla pena di morte, o contrario alla sua abolizione, in genere non riconosce principi giuridici universali se non quelli riposti nel diritto naturale, contestando sul piano filosofico il fondamento dei diritti umani.

Diversi movimenti oggi si battono per l'abolizione della pena di morte, in nome dei diritti umani. Il 18 dicembre 2007 l'ONU, con 104 voti favorevoli, 54 contrari e 29 astenuti, ha approvato la Moratoria universale della pena di morte, promossa dall'Italia a partire dal 1994.

Tra le motivazioni contrarie alle pena di morte si cita che essa:
viola il diritto alla vita riconosciuto dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e altri trattati regionali e internazionali (quali la Convenzione europei sui diritti dell'uomo). Anche l'Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2007 e nel 2008 ha adottato una risoluzione non vincolante che chiede, fra l'altro, una moratoria sulle esecuzioni, in vista della completa abolizione della pena di morte.
è una punizione crudele e disumana. La sofferenza fisica causata dall'azione di uccidere un essere umano non può essere quantificata, né può esserlo la sofferenza mentale causata dalla previsione della morte che verrà. Secondo la Dichiarazione universale dei diritti umani: "Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamenti o punizioni crudeli, inumane o degradanti".
non è un deterrente efficace. Omicidi vengono commessi in momenti in cui la valutazione razionale dell'assassino è spesso modificato da forti emozioni, sostanze psicotrope, o instabilità psicologica, pertanto la previsione della pena di morte non ne modificherebbe in maniera rilevante le scelte. Inoltre, una vera deterrenza consiste nell'aumentare le probabilità che chi commette un reato sia arrestato e condannato, altrimenti un calcolo permetterebbe comunque di decidere razionalmente di commettere un reato grave con premeditazione, pensando di non essere preso o valutando maggiormente la ricompensa rispetto alla pena eventuale.
è un omicidio premeditato da parte di uno Stato, che non potrà essere punito come prevede la legge dello Stato stesso. La pena di morte è sintomo di una cultura di violenza, e lo stato che la esegue dimostra la stessa prontezza nell'uso della violenza fisica. Secondo alcuni studi, il tasso di omicidi è maggiore negli stati dove è presente la pena di morte, ed aumenta rapidamente dopo ogni esecuzione. Come sostiene Cesare Beccaria «La pena di morte, rendendo meno sacro e intoccabile il valore della vita, incoraggerebbe, più che inibire, gli istinti omicidi». Già secondo il controverso filosofo francese Marchese De Sade, il diritto dello Stato di uccidere un reo sarebbe ipocrita quando lo Stato stesso punisce con la pena di morte l'omicidio da parte di cittadini. Lo Stato perde quindi la sua autorità morale nel giudicare gli assassini, se egli stesso si comporta ugualmente.
è sinonimo di discriminazione e repressione. La pena di morte è eseguita sproporzionatamente contro le persone e classi più svantaggiate, che non hanno accesso alle risorse necessarie per affrontare in maniera efficace un processo. Inoltre, essa è spesso utilizzata contro minorenni (al tempo dei fatti), persone soggette a disturbi mentali, o oppositori politici nel caso di regimi autoritari.
non dà necessariamente conforto ai familiari della vittima. La messa a morte dell'assassino non ridà vita alla vittima né può cancellare la sofferenza dei suoi familiari. La lunghezza del processo ne prolunga anzi la sofferenza. Al momento dell'esecuzione pochissimi possono ricordarsi del condannato e del crimine commesso, ad eccezione delle persone legate alla vittima. Al più essa è simile ad una "vendetta legalizzata".
può uccidere un innocente in caso di errore giudiziario. Una difesa legale inadeguata, le false testimonianze e le irregolarità commesse da polizia e accusa sono tra i principali fattori che determinano la condanna a morte di un innocente. In numerosi stati, non sono previste procedure di equo processo che dìa garanzie all'imputato. Secondo il filosofo illuminista Voltaire, l'omicidio di un innocente, compiuto per legge, è il crimine "più orribile di tutti".
infligge inutile sofferenza ai familiari e amici dei condannati. Costoro, che non hanno nulla a che fare con il reato per il quale è stato condannato, provano lo stesso atroce senso di perdita avvertito dai familiari, dagli amici e dai conoscenti della vittima di un omicidio.
nega qualsiasi possibilità di riabilitazione del condannato. In ciò, la pena di morte respinge l'umanità della persona che ha commesso un crimine. Bisogna piuttosto dare al reo la possibilità di redimersi e di rendersi utile alla comunità cui ha arrecato danno. Al fine di evitare casi di recidiva, vanno eventualmente riviste le procedure per la libertà condizionata ed avviato un serio monitoraggio psicologico durante la detenzione.
la pena di morte, così come il carcere a vita, nega, secondo alcuni scienziati, i presupposti della biologia e della neurologia: le cellule del corpo umano subiscono un totale ricambio in circa sette anni, quindi, a maggior ragione dopo un lungo periodo di prigione, il condannato non è più "fisicamente" lo stesso individuo entrato in carcere; né il DNA spiega del tutto i comportamenti aggressivi e violenti, che spesso sono frutto del condizionamento e dell'apprendimento
non rispetta i valori di tutta l'umanità. Diverse tradizioni, religioni e culture hanno dato vita agli standard internazionali di diritti umani, oggi riconosciuti da tutti gli stati membri delle Nazioni Unite come standard verso i quali tendere. In ogni zona del mondo e attraversando ogni confine religioso e culturale esistono paesi che hanno abolito la pena di morte per legge o nella pratica. Esistono pene alternative più che pesanti per punire chi ha commesso un grave reato.
è inutilmente costosa. Secondo uno studio dello Urban istitute su 1.227 omicidi commessi nel Maryland dal 1978 al 1999, una condanna alla pena di morte costa allo stato circa tre volte una condanna detentiva, in termini di processi, ricorsi, e sorveglianza in carcere.

Storicamente sono apparsi molti modi per applicare la pena di morte secondo le varie epoche e culture:
Annegamento: è stato usato a volte nell'antico Egitto: il condannato viene chiuso dentro un sacco e buttato nel Nilo.
Bastonatura e fustigazione a morte: sono state usate a volte presso alcuni popoli antichi, ad esempio i Veienti (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, V, 6, 14).
Bollitura: praticata nell'antico oriente e nell'Inghilterra rinascimentale.
Caduta dall'alto: il condannato viene lanciato da una grande altezza, per esempio da una rupe.
Camera a gas: utilizzo di acido cianidrico (HCN) anche noto come Zyklon B nei campi di sterminio nazisti, introdotto poi nel secondo dopoguerra nel diritto penale dello stato della California poi abolito.
Colpo di pistola alla nuca: usato a tutt'oggi in Cina.
Crocifissione: usata nell'antico medio oriente, nella Repubblica e Impero romano, fino al XX secolo ad esempio in Giappone, nel Periodo Meiji.
Damnatio ad bestias: pena di morte riservata nell'antica Roma ai criminali, condannati a essere mangiati vivi dalle bestie feroci nelle arene.
Decapitazione: molto diffusa nel mondo antico e medievale, sostituita alla fine del secolo XVIII dalla ghigliottina in Francia. Usata tutt'oggi in Arabia Saudita con l'utilizzo di una spada.
Fucilazione (in Italia è stata la forma più comune).
Garrota: usata in Spagna dal medioevo fino alla fine della dittatura di Francisco Franco.
Ghigliottina: introdotta in Francia a partire dalla rivoluzione francese e adottata poi in molti Paesi europei, dallo Stato della Chiesa alla Svezia.
Impalamento: molto usato nel Medioriente medievale. Si pensa che il famoso voivoda romeno del secolo XV Vlad Tepes, ispiratore del mito di Dracula, ne avesse appreso il metodo dai Turchi invasori.
Impiccagione: comune nel Medioevo ma ancora oggi utilizzata.
Iniezione letale: usata a tutt'oggi negli Stati Uniti.
Lapidazione: usata ampiamente nell'antichità, è ancora presente in alcuni stati islamici prevalentemente ai danni di donne adultere.
Rogo: consiste nel legare il condannato ad un palo sopra una catasta di legna per poi appiccare il fuoco. Applicato in Europa dal Medioevo e nelle Americhe fino al Secolo XVII. Famose le condanne della Santa Inquisizione ai danni di eretici e streghe.
Schiacciamento: è eseguito in diversi modi; ai tempi di Marco Polo, il popolo mongolo è solito eseguire la condanna a morte delle persone rispettabili coprendole con un telo e schiacciandole con i cavalli.
Schiacciamento da elefante: diffusa nel sud e sudest asiatico, particolarmente in India, durante quasi 4.000 anni.
Sedia elettrica: inventata a fine Ottocento da Harold P. Brown e Arthur Kennelly, brevettata da Alphonse David Rockwel, applicata in molti stati statunitensi fino agli anni settanta, sostituita poi con iniezione letale.
Squartamento: citato nel poema medievale della Chanson de Roland, utilizzato nei paesi arabi nell'età moderna. Vi sono testimonianze filmate di squartamenti di prigionieri durante la guerra Iran-Iraq negli anni Ottanta, utilizzando automezzi invece che cavalli.
Supplizio della ruota: diffuso nel medioevo, consisteva nel legare per i polsi e le caviglie il condannato ad una ruota e con una mazza gli venivano rotte le ossa fino alla morte.
Trafittura con frecce: usata in alcuni casi dagli antichi romani (Martirio di san Sebastiano).

Amnesty International riporta che 58 stati continuano ad applicare la pena di morte nei loro ordinamenti, mentre 139 non la applicano, di diritto o in pratica. Tra questi ultimi, 97 l'hanno abolita per tutti i reati, 8 l'hanno abolita per reati comuni (mantenendone la previsione solo per reati particolari, come quelli commessi in tempo di guerra) e 35, pur mantenendo la norma giuridica, non la applicano da oltre 10 anni (abolizionisti de facto). Il 15 novembre 2007 la Terza commissione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato con 99 voti favorevoli, 52 contrari e 33 astenuti una risoluzione, fortemente sostenuta dall'Italia, che chiede la moratoria universale della pena di morte.

L'Assemblea Generale ha votato la risoluzione il 18 dicembre 2007 con 104 voti a favore, 54 contrari e 29 astenuti. La moratoria è stata approvata con 5 voti in più rispetto alla votazione della Terza commissione il 17 novembre 2007.



La pena di morte in Italia è stata usata in vari modi e in varie epoche dai tempi dell'Antica Roma fino al 1948.

La pena di morte era prevista nell'ordinamento del Regno Lombardo-Veneto (1815-1866). Angelo Messedaglia, il quale insisteva sulla mitezza del sistema penale austriaco rispetto agli altri paesi europei, annotava che solo poche condanne erano effettivamente eseguite negli anni tra il 1856 e il 1864.

Il Granducato di Toscana, in data 30 novembre 1786, sotto il regno di Pietro Leopoldo Asburgo Lorena, fu il primo Paese civile al mondo ad aver abolito la tortura e la pena capitale, benché poi venisse reintrodotta nel 1790. Tale data è festa regionale in Toscana.

La Repubblica Romana bandì la pena capitale nel 1849, preceduta da San Marino nel 1848.

In Sicilia la pena di morte fu ampiamente utilizzata durante le varie dominazioni spesso, sotto il regno di Spagna, le esecuzioni venivano direttamente eseguite, per motivi religiosi, dall'inquisizione. Lo strapotere dei governi causava troppo spesso esecuzioni palesemente ingiuste, tramate da vari funzionari pubblici per scopi personali tanto che, in alcune parti della Sicilia, si iniziò a credere che le anime dei "decollati" (gli uccisi per decapitazione) continuassero a vagare per la terra, spesso aiutando gli innocenti in difficoltà.Già dal XVIII secolo si registra, a Palermo, il culto di queste anime condannate ingiustamente.

L'ultima esecuzione capitale nello Stato Pontificio avvenne nel 1870 a Palestrina, poco prima della "breccia di Porta Pia.

Al momento dell'unificazione italiana nel 1861, le legislazioni di tutti gli stati preunitari (compreso il Regno di Sardegna) prevedevano la pena di morte ad eccezione del Granducato di Toscana. In attesa dell'approvazione di un codice penale unitario, il codice penale del Regno di Sardegna venne esteso a tutta l'Italia con l'eccezione della Toscana.

Nel 1889 la pena di morte venne abolita in tutto il Regno d'Italia con l'approvazione, quasi all'unanimità da parte di entrambe le Camere, del nuovo codice penale, durante il ministero di Giuseppe Zanardelli. Tuttavia, la pena di morte era stata di fatto abolita fin dal 1877, anno dell'amnistia generale di Umberto I di Savoia (Decreto di amnistia del 18 gennaio 1878). La pena capitale restò però ancora in vigore nel codice penale militare e in quelli coloniali.

Nel 1926, con l'opposizione di 12 Deputati e di 49 Senatori, venne reintrodotta da Mussolini per punire coloro che avessero attentato alla vita o alla libertà della famiglia reale o del capo del governo e per vari reati contro lo stato. Nel 1928 viene giustiziato attraverso la fucilazione Michele Della Maggiora, un bracciante toscano di orientamento comunista, per aver ucciso due fascisti. Il Codice Rocco, entrato in vigore il 1º luglio 1931, aumentò il numero dei reati contro lo stato punibili con la morte e reintrodusse la pena di morte per alcuni gravi reati comuni.

Nel decennio 1931-1940 (dopo quella data anche i reati comuni più gravi passarono sotto la giurisdizione del Tribunale Speciale) le Corti d'Assise comminarono 118 condanne a morte per reati di particolare gravità, di cui 65 eseguite. Invece il Tribunale Speciale, che operò dal 1927 al 1943 occupandosi di reati di natura politica, ne comminò 65 (di cui 53 eseguite), la maggior parte delle quali per attività spionistiche nel periodo tra il ’40 e il ’42.

Dopo la caduta del fascismo, il d.l.l. 10 agosto 1944, n. 224 abolì la pena di morte per tutti i reati previsti dal codice penale del 1931. Essa fu però mantenuta in vigore in base al d.l.l. 27 luglio 1944 n. 159 per i reati fascisti e di collaborazione con i nazisti ed i fascisti.

Purtroppo vanno registrate anche le condanne a morte eseguite in seguito alle sentenze emesse dalla Corte Assise Straordinaria di Novara in accoglimento delle richieste formulate dal P.M. Oscar Luigi Scalfaro: 15 e 28.06.1945: Enrico Vezzalini, soldato valoroso pluridecorato, Arturo Missiato, Domenico Ricci, Salvatore Santoro, Giovanni Zeno e Raffaele Infante - 16 luglio 1945: Giovanni Pompa.

Il 12.12.1945 venne condannato a morte anche Salvatore Zurlo (da "Il Corriere di Novara" del 19.12.1945: "Il PM Scalfaro parla con vigoria ed efficacia. Dopo la chiarissima requisitoria conclude domandando la pena di morte per lo Zurlo") che, però, ebbe la sentenza annullata nel processo d'appello.

Nell'immediato secondo dopoguerra italiano, la pena di morte rimase in vigore; dopo la fine del conflitto il d.l.l. 10 maggio 1945 n. 234 (poi modificato dal decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 2 agosto 1946, n. 64) ammise nuovamente la pena di morte come misura temporanea ed eccezionale anche per gravi reati come rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione, costituzione o organizzazione di banda armata. Il decreto aveva efficacia fino ad un anno dopo la cessazione dello stato di guerra. A norma del decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 11 aprile 1947, n. 192, tali disposizioni continuavano ad avere efficacia fino al 15 aprile 1948; la costituzione repubblicana, che abrogava la pena di morte per tutti i reati commessi in tempo di pace, però era già entrata in vigore il 1º gennaio 1948.

L'ultima condanna a morte per crimini comuni venne irrogata agli autori della strage di Villarbasse atto commesso a scopo di rapina avvenuta nell'autunno del 1945. L'allora capo dello Stato Enrico De Nicola respinse la grazia e il 4 marzo 1947 alle 7:45, venne eseguita l'ultima fucilazione, per reati comuni, in Italia alle Basse di Stura a Torino. I nomi dei condannati erano: Francesco La Barbera, Giovanni Puleo, Giovanni D'Ignoti.

L'ultima esecuzione invece, fu eseguita il giorno seguente, 5 marzo 1947 circa alle 5 del mattino presso Forte Bastia, alle porte di La Spezia. I condannati erano l'ex agente delle SS italiane Aurelio Gallo, di Udine; l'ex-questore di La Spezia, Emilio Battisti, di Trento, e l'ex maresciallo della Guardia Nazionale Repubblicana Aldo Morelli, tutti già condannati a morte nel maggio 1946, dalla Corte di Assise locale, per collaborazionismo, sevizie e responsabili della deportazione nel campi di sterminio di migliaia di persone. L'esecuzione fu sofferta, poiché il plotone dovette far fuoco una seconda volta in quanto la prima scarica uccise solo il maresciallo Morelli, l'ex questore restò ferito a terra e Gallo illeso. Dopo la prima scarica Gallo disse rivolto al plotone ""Non dovreste più sparare, ma fate come credete".

La Costituzione italiana, approvata dall'Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947 ed entrata in vigore il 1º gennaio 1948, abolì definitivamente la pena di morte per tutti i reati comuni e militari commessi in tempo di pace. La misura venne attuata con i decreti legislativi 22 gennaio 1948, n. 21 (Disposizioni di coordinamento in conseguenza dell'abolizione della pena di morte) e n. 22 (Ammissibilità del ricorso per cassazione proposto dai condannati alla pena di morte).

Secondo la normativa previgente la pena di morte era eseguita tramite fucilazione all'interno di uno stabilimento penitenziario e non era ammesso pubblico. Il Ministro della Giustizia poteva stabilire sia che l'esecuzione fosse pubblica, sia che fosse effettuata in altro luogo. La normativa sui trapianti (legge 1º aprile 1999, n. 91) vieta l'importazione di organi o tessuti da Stati in cui la legislazione consente la vendita e il prelievo forzato da cittadini condannati a morte. La pena di morte rimase nel Codice penale militare di guerra fino alla promulgazione della legge 13 ottobre 1994, n. 589, che l'abolì sostituendola con la massima pena prevista dal codice penale, che è attualmente l'ergastolo.

L'Italia ha poi ratificato il protocollo n. 13 alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, relativo all'abolizione della pena di morte in qualsiasi circostanza, sottoscritto a Vilnius il 3 maggio 2002. La legge costituzionale 2 ottobre 2007, n. 1 ("Modifica all'articolo 27 della Costituzione, concernente l'abolizione della pena di morte"), modificando l'art. 27 della Costituzione della Repubblica Italiana ha eliminato le residue disposizioni in tema (eliminando l'ultimo residuo di previsione da parte di leggi militari di guerra), sancendo per via costituzionale la non applicabilità. La pena di morte, contemplata nell'art. 17 e nell'art. 21 del codice penale italiano è oggi da ritenersi abrogata nelle parti in questione.




La pena di morte negli Stati Uniti d'America è argomento controverso e dibattuto. Gli Stati Uniti d'America sono attualmente uno dei 76 stati del mondo - ma unico paese occidentale - in cui è prevista l'applicazione della pena capitale, mentre in 120 altri stati tale pena è stata abolita.

Gli Stati Uniti d'America appartengono ancora oggi alla categoria dei paesi dove la pena di morte è applicata come metodo di punizione legale dal sistema giuridico. L'impiccagione è stata importata in America dagli inglesi; le colonie nel New England la prevedevano per crimini ritenuti intollerabili come: omicidio, adulterio, sodomia, stregoneria, alto tradimento ecc. Il metodo di esecuzione più utilizzato a quell'epoca era l'impiccagione in piazza, vista allora come un modo per dare l'esempio alla comunità.

Nel corso dell'800 la corrente illuminista, che trovò consensi anche tra gli intellettuali e politici del periodo (Rush, Franklin, Jefferson, Adams), portò avanti la tesi abolizionista e restrittiva del numero dei crimini punibili, che portò gli Stati del Michigan, del Wisconsin e di Rhode Island all'abolizione definitiva. Nel corso del tempo il consenso alla pena di morte diminuì radicalmente e con esso il numero di esecuzioni effettuate. Tutto questo fino agli anni '70 del 1900, durante i quali l'opinione pubblica e la classe politica cambiarono atteggiamento, portando il paese ad essere ancora oggi uno dei massimi sostenitori della pena capitale.

Il Governo Federale prevede l'utilizzo della pena capitale mentre per le forze armate l'ultima esecuzione risale al 1976. I crimini punibili con la pena capitale a livello federale sono attualmente: alto tradimento; omicidio plurimo; omicidio aggravato; spionaggio o favoreggiamento nella circolazione di informazioni che danneggiano il sistema di sicurezza nazionale; omicidio di agenti federali, poliziotti, militari, pompieri, omicidio compiuto in alcuni luoghi definiti sociali, come i parchi nazionali; atti o favoreggiamento di terrorismo ecc. In alcuni particolari stati la pena di morte è applicabile anche per reati come l'omicidio premeditato, il traffico di droga, l'omicidio a seguito di stupro o tortura della vittima, l'omicidio di minorenni ecc.

Gli Stati dell'Unione che attualmente non prevedono la pena di morte nel sistema giuridico sono: Alaska, Hawaii, Illinois, Iowa, Maine, Maryland, Massachusetts, Michigan, Minnesota, Nebraska, New Jersey, Dakota del Nord, Nuovo Messico, Rhode Island, Vermont, Virginia Occidentale, Wisconsin. Gli Stati di New York, New Hampshire e Kansas non applicano la pena capitale dal 1976. Nello Stato di New York, la Corte Suprema statale ha dichiarato la pena di morte incostituzionale, ma il Congresso statale non ha ancora decretato una legge che l'abolisca del tutto, malgrado abbia commutato tutte le condanne a morte in ergastolo senza possibilità di scarcerazione.

La pena di morte non è applicata nel District of Columbia e nel territorio, non incorporato, di Porto Rico.

I metodi di esecuzione sono stati molteplici e sono cambiati nel corso del tempo. La sedia elettrica, l'impiccagione e la camera a gas, a seguito di una lunga fase di contestazioni da parte dell'opinione pubblica, sono state analizzate dalla Corte Suprema degli Stati Uniti che, malgrado non le abbia definite incostituzionali, le ha sospese in quanto potrebbero essere considerate punizioni crudeli e inusuali in alcuni casi. Anche l'iniezione letale è stata portata sul tavolo della Corte Suprema - che l'ha definita, con voto quasi unanime, costituzionale. In alcuni Stati dove la pena di morte è in vigore al condannato viene concesso di scegliere il metodo; in Florida la sedia elettrica è tra le opzioni, in Utah può essere applicata la condanna, su richiesta del condannato, tramite un metodo ormai fuori uso in tutti gli altri stati, la fucilazione.

Lo Stato con il più alto numero di esecuzioni è, attualmente, il Texas.
Non in tutti gli Stati della federazione americana si applica la pena di morte: in alcuni è stata abolita, oppure la sua esecuzione è stata sospesa. La pena di morte è comunque prevista per reati federali e militari, anche per cittadini di Stati dell'Unione in cui la pena di morte non è prevista per reati non federali ma che commettono reati passibili di essa nelle cosiddette "federal lands". L'ultima esecuzione federale è stata quella di Timothy McVeigh (2001), responsabile dell'attentato di Oklahoma City. Lo Stato più attivo è il Texas; l'unica grazia e commutazione di pena dal 1976 è stata nei confronti di Kenneth Foster Jr., condannato per concorso in omicidio e rapina (anche se ci sono state altre commutazioni in Texas, ma ad opera di tribunali, non per opera di governatori o della Commissione per la Grazia e la Libertà Condizionale). I territori non incorporati, come Porto Rico (il quale presto potrebbe diventare il 51º stato dell'Unione, in conseguenza del referendum di annessione del 2012) non accettano la legge federale che contempla la pena di morte.

Nel Nuovo Messico tuttavia, l'abolizione riguarda i reati commessi dopo luglio 2009. Nell'Illinois è stata abolita nel 2011, dopo una moratoria che durava dal 2000 per volontà di George Ryan, il quale accortosi dei molti errori giudiziari legati a essa, decise anche, come ultimo atto da governatore a gennaio 2003, di convertire tutte le condanne a morte in ergastoli e concedere 4 grazie. L'anno dopo è stata la volta del Connecticut (ma in questo caso non c'è retroattività); il 6 novembre 2012 la California ha votato sulla possibile abolizione della pena di morte, mantenendola con il 52% dei consensi. La stessa California mantiene e commina la pena di morte dalla reintroduzione (1992), ma, pur non essendo in moratoria volontaria, l'ha applicata appena 13 volte e l'ultima sentenza è stata eseguita nel 2006 (in seguito alla penultima, la controversa esecuzione del "criminale redento" Stanley Williams, che ha suscitato accese proteste). Dal 2013 molti tribunali hanno sospeso l'applicazione in California e altri stati per problemi con il nuovo protocollo di farmaci per l'iniezione letale, dopo il fallimento del referendum del 2012. Nel 2014 un giudice federale ha dichiarato incostituzionale, causa la lunga attesa nel braccio della morte dovuta al rispetto delle garanzie costituzionali stesse (innescando un cortocircuito giuridico), la pena di morte nello Stato della California, iniziando una moratoria a tempo indeterminato. Nel New Hampshire, nello Stato di New York (dove è stata dichiarata incostituzionale e non è più applicabile) e nel Kansas, da tempo non si eseguono condanne e quest'ultimo Stato, assieme al Kentucky, sta pensando di abolirla. Il Kentucky ha deciso una moratoria dal 1999, ma nel 2008 ha eseguito una condanna a morte richiesta dallo stesso detenuto, che intendeva morire, nonostante i legali lo ritenessero un suicidio assistito illegale. L'Oregon attua un'esplicita moratoria dal 1997. Nel 1964 fu l'unico Stato ad abolire la pena capitale per referendum, reintroducendola successivamente sempre con tale strumento; un condannato ha richiesto di essere giustiziato, ma il governatore John Kitzhaber nel 2013 ha rinviato nuovamente l'esecuzione, affermando di volere una moratoria completa durante il suo mandato (fino al 2015), essendo contrario. Nel New Hampshire l'abolizione per legge è stata rimandata dopo essere fallita per un solo voto al Senato dello Stato il 18 aprile 2014. Il Nebraska ha invece cambiato metodo, adottando l'iniezione letale, dichiarando incostituzionale la sedia elettrica. Nel 2015 è stata votata una legge che l'ha abolita del tutto, superando con un doppio voto a maggioranza ampia il veto del governatore. La Corte Suprema è stata più volte chiamata a pronunciarsi sulle modalità di esecuzione e sulla costituzionalità federale e nei singoli stati della pena capitale (la Costituzione proibisce pene crudeli e disumane, ma la pena di morte, con le modalità attuali, in precedenti pronunce, non fu considerata tale). La Corte suprema dell'Arkansas, il 22 giugno 2012, ha bloccato temporaneamente le esecuzioni, poiché ha giudicato incostituzionale la legge che affida ai penitenziari stessi la gestione delle procedure e la selezione dei farmaci usati. Il Maryland ha abolito definitivamente la pena di morte il 15 marzo del 2013. Gli stati dove non si applica la pena di morte, al 2015 sono 19 abolizionisti (più il DC e Porto Rico) e 8 ufficialmente in moratoria. 23 sono quelli che ne fanno uso, più o meno regolare.




A causa di problemi giuridici, da più parti si è invocata una moratoria. Sulla scia della Pennsylvania e della California, molti dei 25 Stati mantenitori ed esecutori, come l'Ohio e il Tennessee, hanno decretato una sospensione cautelare provvisoria nel 2015, in attesa di risolvere i problemi con le modalità di esecuzione e la mancanza dei farmaci letali, oltre che alcuni problemi di costituzionalità. Alcuni hanno invece proposto di cercare metodi alternativi agli attuali (Utah, Oklahoma, Virginia, Wyoming), mentre altri pensano di adeguarsi anch'essi alla sospensione temporanea (Texas, Georgia), che seguirebbe quella del 1972-1976 e del 2007-2008. Nel 2015 l'Ohio ha prolungato la sospensione fino al 2017, in attesa di nuove pronunce sulla costituzionalità dell'uso dei vari metodi.

La pratica della pena di morte negli Stati Uniti d’America esiste fin dalla nascita dello Stato. Dagli inizi del Novecento ad oggi la sua massima applicazione e il massimo livello di consenso da parte dell'opinione pubblica e della classe politica sono avvenuti a partire dagli anni settanta in poi, periodo nel quale la criminalità e il tasso di omicidi sono aumentati drammaticamente. La presenza costante nelle grandi città di criminalità, disordini (in parte provocati dalla lotta per i diritti civili) e omicidi era dovuta al processo di deindustrializzazione che portò la disoccupazione a livelli altissimi, in particolar modo nelle classi sociali meno abbienti. La mancanza del lavoro e la discriminazione nel settore privato favorirono inoltre la caduta nella criminalità di molti afroamericani o immigrati. Per i lavoratori bianchi, il problema non era solo la loro sicurezza all'interno della città, ma anche il fatto che la proprietà della loro casa si stava svalutando sempre di più. Questi fattori portarono ad un irrigidimento del modo di pensare collettivo, che favorì il già presente populismo, indebolendo (in alcuni stati vanificando) il lavoro fatto dal movimento per i diritti civili, che registrava comunque numerosi consensi. La pena di morte, come anche l'incarcerazione di massa erano viste come una necessità per risolvere i problemi nel modo più veloce e sbrigativo possibile.

Il dato di fatto, incontestabile, che tra il 1964 e il 1974, anni nei quali la pena di morte era poco applicata o venne sospesa per tutti i crimini dalla Corte Suprema (caso Furman v. Georgia, 1972), il tasso di omicidi e quello di violenza raddoppiarono, portò molti cittadini a credere alle teorie, sebbene mai dimostrate, della deterrenza. Buona parte della classe politica, aiutata dai mass media, colse l'occasione di attaccare il sistema giuridico americano, accusandolo di inefficienza nel ruolo di protettore della sicurezza pubblica. Sostenuto dai politici favorevoli alla pena di morte, in quegli anni nacque anche il movimento per i diritti dei parenti delle vittime degli omicidi che acquistò grandi consensi da parte dell'opinione pubblica.

Questa situazione sociale portò la Corte Suprema, nel 1976, a definire la pena di morte costituzionale e al suo ripristino. I fattori che, a partire dalla fine degli anni sessanta, hanno incentivato la presenza e l'utilizzo della pena capitale negli Stati Uniti sono stati gli assassini politici e i conseguenti disordini, e il fenomeno del tipo di residenza autonoma e monofamiliare nelle periferie, staccata dal pericoloso centro urbano. Nel 1963 il Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy venne assassinato a Dallas; nel 1968 il leader dei diritti civili dei neri Martin Luther King e il senatore, candidato alla presidenza per i democratici, Robert Kennedy furono uccisi in luoghi pubblici o semipubblici. Questi delitti, uniti ai tanti disordini nelle grandi città (Los Angeles, Detroit, Washington, Newark, dal 1965 in poi) diffusero la paura della violenza tra la popolazione americana e una nuova, conseguente, sensibilità nei confronti di chi infrange la legge. I delitti politici misero in luce la vulnerabilità di tutti (compresi i potenti, che godono di maggiore protezione) di fronte alla violenza, il cui tasso era cresciuto drammaticamente in quegli anni. Le forze dell'ordine vennero giudicate inefficienti nella tutela della protezione dei cittadini; in molti casi la loro capacità organizzativa per contenere l'ondata di rivolta e di illegalità si rivelò limitata: nell'arco di tempo che va dalla metà degli anni sessanta alla metà degli anni settanta un numero alto di persone rimase uccisa negli scontri con la polizia o in sparatorie o pestaggi dei rivoltosi contro altri cittadini.

Questo clima sociale portò gran parte dell'opinione pubblica a spostare sulla questione della sicurezza: la presenza della pena capitale avrebbe potuto, se non risolvere del tutto il problema, fare in modo che la frequenza degli omicidi diminuisse. Questa mentalità favorì, anche da parte degli incerti, il sostegno alla pena di morte, che considerarono necessaria per restituire alla nazione quel senso di sicurezza che mai, dopo la Seconda guerra mondiale, era stata in così grave modo minacciato. Un'altra argomentazione che contribuì a rafforzare il sostegno da parte della maggioranza dei cittadini per la pena di morte è stato il boom dell'edilizia residenziale nelle periferie, sul quale molti stati (in particolar modo: California, Texas, Arizona, Florida) hanno fondato la loro economia e il loro sviluppo.

La fluidità del mercato immobiliare è influenzata molto infatti dal livello di sicurezza del quartiere dove è situata la casa; per questo motivo le famiglie americane hanno sentito il bisogno di una legge che prevedesse la pena capitale: con la promessa di deterrenza e di neutralizzazione dei criminali peggiori, questa legge avrebbe assicurato la protezione, oltre che di loro stessi e dei loro cari, anche della loro ricchezza basata sulla proprietà di una, o più (nel caso delle famiglie più agiate) abitazioni nelle periferie. La sicurezza della vita nelle periferie infatti era sempre più minacciata dall'elevato numero di delitti attuati da sconosciuti che assalivano le vittime in casa loro (un esempio noto a tutti è il caso di Charles Manson e dei suoi seguaci). Il maggiore isolamento dell'abitazione costituiva, infatti, un vantaggio per i potenziali aggressori. Infatti, per arrivare sul posto le forze dell'ordine avrebbero impiegato molto tempo e i proprietari della casa si sarebbero trovati da soli di fronte agli aggressori. Creare una sorta di comunità nel proprio quartiere era sempre più difficile da quando le famiglie americane furono costrette a vivere con un doppio reddito: con l'entrata delle donne nel modo del lavoro la possibilità di fare conoscenza e di socializzare con i vicini, cosa che non rappresentava alcun problema se le donne fossero state casalinghe, venne meno.

La classe politica, inoltre, dichiarò necessario l'aumento dei casi punibili con la pena capitale. Il lungo dibattito, e il periodo di incertezza dovuto alle polemiche sull'arbitrarietà delle giurie, sembrò risolversi alla fine degli anni 80 con il caso McCleskey v. Georgia, nel quale la Corte Suprema giudicò che l'ipotesi che le condanne a morte in Georgia avvenissero per motivi di razzismo nei confronti dei neri era infondata. Il consenso dell'opinione pubblica, come il numero delle esecuzioni crebbe dal 1984 al 2004, che è il periodo storico nel quale la pena di morte ha raggiunto il massimo livello di applicazione. Dal 1994 al 1999 si è registrato il maggior numero di esecuzioni effettive. Verso la fine degli anni 80 la pena di morte non era più un oggetto di discussione tra i politici che puntavano alla presidenza. Era necessario infatti, per i candidati, al fine di accaparrarsi la maggioranza dei voti, definirsi favorevoli alla pena capitale. Tre esempi: Michael Dukakis, candidato per i democratici alla presidenza nel 1988, venne sorpassato dal candidato repubblicano George H.W. Bush, che poi vinse le elezioni, malgrado i sondaggi iniziali lo dessero per favorito, quando si definì contrario alla pena di morte; Bill Clinton, candidato nel 1992 per i democratici, invertì i sondaggi e divenne presidente anche grazie al voto dei tanti indipendenti e indecisi sostenitori della pena capitale, della quale si era dichiarato favorevole; lo stesso Clinton, dopo la sconfitta nel midterm e la mancata approvazione della proposta di assistenza sanitaria, riuscì a farsi rieleggere scrivendo e approvando una legge federale che aumentava il numero di reati punibili con la pena di morte.

A partire dall'anno 2004 il sostegno dell'opinione pubblica alla pena di morte è diminuito in maniera netta (dall'80% al 60%); è diminuito conseguentemente anche il numero di esecuzioni e di condanne, e il numero di reati punibili con la pena capitale è stato limitato dal Congresso ai crimini più gravi. Molti stati hanno scelto di abolirla o di attuare una moratoria. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha ristretto il campo dei reati punibili con la pena capitale, sottraendo i minorenni e i ritardati mentali alla forca. Questo grande cambiamento è stato dato dalle polemiche e dagli scandali seguiti all'utilizzo dei test del DNA, che hanno provato l'esistenza di un numero enorme di innocenti condannati a morte (e in molti casi la condanna è stata eseguita). Inoltre il presunto legame tra il tasso di criminalità e la pena capitale, che giustificherebbe la tesi della deterrenza utilizzata dai sostenitori per creare consensi, si è rivelato non effettivo. Da aggiungere a questo, il problema dei costi, elevatissimi, per la messa in atto dell'esecuzione, La crisi economica post 2008 ha accentuato sempre più questi costi, anche a causa di ciò negli ultimi anni molti politici appartenenti a gruppi in maggioranza sostenitori si sono dichiarati contrari.

Il particolare caso delle elezioni presidenziali nel 1988 con candidati vincitori delle primarie Bush e Dukakis è fondamentale per capire il cambio di atteggiamento della popolazione americana che ha portato a vedere la pena di morte come un pilastro intoccabile della società democratica USA. La grande campagna pubblicitaria contro Dukakis presentava l'esempio del caso di William Horton, un afroamericano omicida che, utilizzando i permessi concessi dallo Stato, aveva commesso sequestri, stupri e diversi omicidi; Dukakis veniva descritto come un miope difensore dei diritti dei criminali peggiori, incapace di comprendere il grande aumento della violenza e di proteggere la popolazione, inadatto quindi al ruolo di presidente. Questi fattori contribuirono a portare Bush alla Casa Bianca.

Nel 2000, nello Stato dell'Illinois, i risultati di una serie di test del DNA rivelarono che in quello Stato era stata commessa una grande quantità di errori giudiziari che avevano portato alla condanna a morte di innocenti. Il Governatore dell'Illinois, il repubblicano George Ryan, da sempre noto sostenitore della pena capitale, influenzato dai risultati dei test, proclamò una moratoria a tempo indeterminato sulle esecuzioni e nominò una commissione alla quale veniva chiesto di riflettere sul tema della pena capitale e di trovare, se esistevano, riforme che potessero renderla più giusta ed equa. I membri della commissione erano tutti esperti giuristi o avvocati e rappresentavano le varie opinioni e tendenze politiche. Tra di loro lo scrittore e avvocato Scott Turow che ha scritto un libro, divenuto bestseller anche in Italia, nel quale esprime le sue considerazioni conclusive a seguito di questa importante esperienza. La commissione, dopo due anni di ricerche e analisi, stabilì che era necessario ridurre il campo di applicazione della pena, limitando il numero dei casi e sottraendo all'esecuzione le persone ritenute malate di mente. Il governatore Ryan, il giorno prima di lasciare l'incarico, nel 2002, commutò 167 condanne a morte in ergastolo e concesse altresì 4 grazie, diventando così un detrattore della forca. La storica decisione di Ryan portò governatori di altri stati, come la Carolina del Nord, a dichiarare una moratoria e, in alcuni casi (New Jersey), alla totale abolizione.

Nell'aprile del 2002 la Commissione governativa dell'Illinois presentò il suo rapporto conclusivo. La grande maggioranza delle proposte della Commissione fu approvata all'unanimità e anche i membri della commissione che si erano rivelati in disaccordo su alcuni punti concordavano sul fatto che in quello Stato, dal 1977 al 2002, erano state applicate troppe esecuzioni (e in particolare erano stati messi a morte troppi innocenti). Tutti i componenti della Commissione concordavano sul fatto che fosse necessaria una grande riforma del sistema giudiziario se si voleva continuare ad utilizzare la pena capitale per alcuni reati e che fossero necessari più finanziamenti pubblici per migliorare la qualità delle indagini e degli addetti all'analisi delle prove. Altre proposte significative: tutti gli interrogatori dei sospettati colpevoli di reati gravi devono essere filmati e le dichiarazioni fatte negli uffici di polizia devono essere registrate, per essere accettabili durante il processo; i criteri per i quali la pena di morte può essere decretata devono essere ridotti, l'imputato può essere condannato a morte solo nei seguenti casi:

duplice, triplice omicidio
omicidio di agente di polizia, pompiere, guardia carceraria, detenuto compagno di cella
presenza di torture sul corpo della vittima
omicidio commesso con la volontà di intralciare la giustizia
In alcuni casi la condanna a morte non deve essere prevista dalla legge: per alcuni tipi di reato; se l'imputato è minorenne al momento del reato o un ritardato mentale; se l'imputato viene condannato a morte sulla base di un solo testimone oculare o di un detenuto che “confessa” in cambio di una riduzione della pena; se la condanna a morte decretata da un procuratore locale non è confermata da una commissione statale. La Commissione propose anche diverse riforme per migliorare la preparazione degli avvocati (in particolare quelli d'ufficio) che sono tenuti ad occuparsi di processi da pena capitale. Un'altra importante richiesta riguarda il riesame fatto a seguito del giudizio della giuria: se il giudice del processo, dopo un'analisi attenta delle prove, non si ritiene d'accordo con il giudizio della giuria favorevole alla condanna a morte, l'imputato deve essere condannato all'ergastolo. La Commissione stabilì infine che se in un particolare distretto di uno Stato un crimine era punibile con la pena capitale allora quel reato doveva essere considerato da pena capitale in tutti i distretti di quello Stato.

Nel 2003 i risultati di una ricerca condotta dall'Università del Maryland fecero scalpore. Questa ricerca si collega in maniera diretta agli studi di Amnesty International che denunciano il criterio con il quale molte giurie emettono la condanna a morte: razzista. Secondo dati raccolti nel 1998, 1794 dei 1838 funzionari giudiziari che sono tenuti a decidere se applicare o meno la pena di morte sono bianchi. Gli afroamericani rappresentano circa il 12% dell'intera popolazione statunitense ma costituiscono il 42% dei detenuti in attesa dell'esecuzione nei bracci della morte; le vittime degli omicidi sono bianche e nere in parti praticamente uguali ma dal 1977 i condannati giustiziati sono, nell'82% dei casi, responsabili dell'uccisione di un bianco. Situazioni dove la discriminazione razziale è predominante durante le decisioni della giuria possono essere riscontrate in molti stati americani. Nel New Jersey una ricerca del 1987 ha dimostrato che, se nel corso di un processo con imputato nero e vittima bianca l'accusa ha chiesto la condanna a morte nel 50% dei casi, durante un processo con imputato e vittima entrambi neri la richiesta è stata solo del 28%. In Texas dal 1982 al 1988 le statistiche dimostrano che le percentuali di condannati a morte erano: 43% neri, 47% bianchi. Il rapporto imputato bianco/vittima nera 8; il rapporto imputato nero/vittima bianca 120. Grazie a questi dati molti politici progressisti ebbero le prove per affermare che la razza dell'imputato e l'area geografica dove veniva commesso il reato incidevano sulle decisioni della giuria.

In Georgia la pena di morte è ancora oggi presente e utilizzata come punizione per i crimini più gravi. In questo Stato, in tutta la sua storia, un omicida bianco, accusato di aver assassinato un nero, non è mai stato giustiziato. Dal 1924 al 1972 i condannati a morte neri giustiziati sono 337 (78 i bianchi), e di questi 63 per reati di stupro, che oggi non sono più punibili con la pena di morte; nel 1996 i detenuti nei bracci della morte della Georgia erano 103, dei quali 44 neri. Lo Stato della Georgia ha una lunga storia di violenza razzista. Prima della guerra civile americana (1861-1865) la legge di questo Stato prevedeva condanne diverse per alcuni tipi di crimini in base alla razza dell'imputato. Lo stupro di una donna bianca da parte di un bianco era punibile con il carcere (dai 2 ai 20 anni), lo stupro di una donna bianca da parte di un nero era sanzionabile con la pena capitale. Lo stupro di una donna nera era punibile con una lieve sanzione o con alcuni giorni di carcere. L'utilizzo della pena capitale in questo Stato è collegabile anche alla pratica del linciaggio. Dal 1880 al 1930 in Georgia sono avvenuti circa 460 linciaggi di persone di colore (circa 3220 in tutti gli Stati del sud).

Dal 1608 al 1960 le esecuzioni negli Stati Uniti d'America sono state circa 30.000; di queste 20.000 a seguito di un processo, le altre 10.000 mediante linciaggio. La pratica del linciaggio si collega alla tradizione, tipica degli Stati Uniti, del farsi giustizia da soli, che oggi si rispecchia nel Victim Rights Movement, che tutela i diritti di coloro che hanno perso un parente o amico per omicidio. Un altro dato relativo ai linciaggi è il fatto che dal 1882 al 1968 il numero di esecuzioni irregolari è stato di 5000. Il fenomeno del linciaggio è avvenuto anche per motivi razzisti, soprattutto negli Stati del sud, dove il numero dei neri giustiziati, spesso mediante impiccagione, era molto alto. Alcuni numeri: in Georgia in neri linciati senza un regolare processo sono stati 490, in Texas 350, in Mississippi 540, in Louisiana 335, in Alabama 300.

Il 1º marzo 2005 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito a maggioranza (5 voti contro 4) l'incostituzionalità della pena di morte nei confronti dei minorenni all'epoca del reato. Tale storica sentenza ha avuto effetto immediato su 70 detenuti, la cui condanna a morte è stata convertita in ergastolo. Nella motivazione della sentenza la pena capitale su minori viene descritta come «una crudeltà sproporzionata nei confronti di persone immature, una crudeltà contraria ai principi della Costituzione».

La Corte Suprema ha stabilito che chi ha un quoziente d'intelligenza inferiore a 70 non può essere giustiziato. Nel 2014 ha stabilito invece che non è il q.i. a far decidere sulla disabilità intellettiva, decidendo sul caso di un condannato a morte con deficit mentale in Florida. Finora lo Stato della Florida aveva rifiutato di rivedere le prove in merito a presunte disabilità intellettuali di un imputato, a meno la persona non avesse un conclamato punteggio del quoziente intellettuale inferiore a 70. La Corte ha invalidato la legge della Florida ed affermato che "la disabilità intellettiva è una condizione, non un numero". Per l'Alto Commissariato per i diritti umani dell'ONU «la sentenza avrà effetto non solo in Florida, che è lo stato con il secondo maggior numero di persone nel braccio della morte dopo la California, ma anche altri Stati che utilizzano ancora la pena di morte negli Stati Uniti».

Presso l'opinione pubblica americana il dibattito sulla pena di morte è tuttora molto acceso. La posizione contraria può contare su movimenti di opinione minoritari che chiedono - negli USA e soprattutto nei paesi europei, la maggior parte dei quali ha già eliminato dal proprio ordinamento giuridico la pena di morte - l'abolizione o almeno la sospensione ("moratoria") della pena capitale.

Nel corso della storia degli Stati Uniti le esecuzioni dei condannati a morte sono state eseguite tramite vari metodi. Dal 1977 al 2003 le esecuzioni sono state:

677 con l'iniezione letale
150 tramite sedia elettrica
11 con l'utilizzo della camera a gas
3 per impiccagione
2 per mezzo della fucilazione
Dal 2004 al 2005 le esecuzioni sono state circa 160. La sedia elettrica fu introdotta nel 1889 come sostituzione della forca, ritenuta ormai un mezzo barbaro. Il condannato veniva legato alla sedia mani e caviglie, gli venivano applicati elettrodi di rame al corpo e una calotta alla nuca con affissa una spugna imbevuta di una soluzione salina per far circolare meglio l'elettricità. Le scariche di elettricità provocavano l'arresto cardiaco e bloccavano la respirazione. La camera a gas fu introdotta verso la fine degli anni trenta del Novecento. Il condannato veniva rinchiuso in una stanza con pareti d'acciaio a tenuta stagna e dopo pochi minuti veniva liberato cianuro nell'aria. La morte avveniva per asfissia. L'iniezione letale venne introdotta nel 1977, a seguito delle molte polemiche dovute alla brutalità delle esecuzioni mediante sedia elettrica e camera a gas. L'iniezione letale consisteva nell'immissione nelle vene del condannato di veleno (cloruro di potassio nella maggior parte dei casi) e di una sostanza chimica che provocava la paralisi dei muscoli (bromuro di curaro). La morte avveniva a causa dell'arresto cardiaco e della paralisi del diaframma, che impediva la ventilazione dei polmoni.

Gli oppositori alla pena di morte contestano spesso quelli che i sostenitori definiscono (o definivano) metodi cosiddetti “umanitari”, che renderebbero l'esecuzione indolore.

La fucilazione e l'impiccagione, malgrado la reintroduzione della pena di morte senza specifico richiamo al metodo di esecuzione nel 1976, sono state ben presto abbandonate, in quanto giudicate crudeli e disumane (in alcuni casi, prima della morte del condannato, passavano alcuni minuti). La camera a gas, malgrado sia stata presentata come un metodo moderno e fatto per evitare al condannato inutili sofferenze, si dimostrò ben presto inefficiente (il caso più noto è quello di Donald Harding, in Arizona, che impiegò undici minuti prima di morire) e suscitò molte polemiche e proteste per il fatto che era stata utilizzata dai nazisti. La sedia elettrica, che fino al 2000 era il mezzo più utilizzato perché considerato il “meno crudele possibile”(dal 1890 al 2000 in 26 stati americani le esecuzioni con la sedia elettrica sono state 4300), si è rilevata un metodo brutale in quanto spesso le prime scosse elettriche non uccidevano il condannato, che era costretto ad aspettare in agonia il responso del dottore, prima di ricevere altre scariche che gli provocavano l'arresto cardiaco.

Inoltre, a causa di guasti agli impianti elettrici o all'incompetenza degli addetti, sono presenti dei casi nei quali i condannati bruciavano letteralmente sulla sedia elettrica, famoso il caso di Pedro Medina, in Florida. Un altro caso noto è quello di Allen Davis, in Florida, che ha portato la Corte Suprema a discutere sulla costituzionalità della sedia elettrica. L'iniezione letale, considerato tutt'oggi un mezzo “umano e progressista” per mettere fine ad una vita umana, è stata introdotta per ragioni politiche. Dopo il caso Furman vs Georgia era necessario, per i sostenitori della pena capitale, trovare un metodo che rendesse, agli occhi della popolazione sempre più piena di dubbi, l'esecuzione accettabile dal punto di vista della solidarietà nei confronti del condannato.

Ma, malgrado venga descritto come indolore, questo tipo di metodo può produrre atroci sofferenze. Spesso avvenivano errori sulla giusta quantità di sostanza anestetizzante da iniettare prima del veleno o non si teneva conto della capacità di resistenza del corpo del condannato all'anestetico; tutto questo lasciava il condannato paralizzato e cosciente in agonia per vari minuti. Dal punto di vista legale nella maggioranza degli Stati dove oggi viene praticata mancano i protocolli e il personale all'altezza necessari per la messa in atto. Malgrado le numerose ricerche che dimostravano queste tesi la Corte Suprema degli USA, nel 2008, ha dichiarato, sette voti contro due, costituzionale l'iniezione letale. Per concludere viene citato il caso del condannato Thomas Smith, nell'Indiana: Smith dovette, infatti, attendere cosciente per 36 minuti prima che gli venisse iniettato il veleno letale, in quanto gli addetti non riuscivano a trovare la vena giusta.

Alla discussione sui metodi e sulla loro "umanità" va aggiunto che, secondo l'opinione di alcuni studiosi, la vera tortura imposta al condannato è costituita dall'attesa nei bracci della morte, che molto spesso dura anni, in alcuni casi anche 20-30 e dall'idea di impotenza nel trovarsi incatenato di fronte ad un pubblico ostile che sta per ucciderti. Inoltre bisogna tener conto della sofferenza morale costituita dalle varie pratiche pre-esecuzione: il totale isolamento del condannato in una cella, la misurazione della taglia del vestito per la sepoltura, il certificato di morte firmato in anticipo, l'ultimo pasto in totale solitudine, le sospensioni all'ultimo momento, le complicazioni tecniche ecc.

Negli Stati Uniti d'America gli studi scientifici e le ricerche condotte dalle università per capire se l'esistenza e l'applicazione della pena di morte influiscono sull'aumento o la diminuzione della criminalità, sono state centinaia nel corso del tempo, e sono arrivate alla stessa conclusione di una ricerca fatta nel 1988 dalle Nazioni Unite: non esistono prove che confermino che l'essere a conoscenza della pena capitale possa avere un effetto deterrente sui criminali. Anche molte Commissioni governative (Massachusetts, Florida, Pennsylvania) non hanno trovato alcun legame tra la criminalità e le esecuzioni. Alcuni dati statistici (pubblicati nel 2000 dal New York Times): il tasso di omicidi in dieci dei dodici stati dove la pena di morte non era applicata era inferiore alla media nazionale; il tasso di omicidi in metà degli Stati dove era applicata era superiore alla media nazionale; dal 1980 al 2000 negli stati non abolizionisti è presente un aumento di omicidi che va dal 48 al 101 per cento; nello Stato del Massachusetts, abolizionista, il tasso di omicidi è inferiore al quello del confinante Connecticut, sostenitore della pena capitale; nel Virginia Occidentale, abolizionista, i delitti sono inferiori del 30% rispetto al confinante Virginia, sostenitore; il Delaware possiede il più alto tasso di esecuzioni rispetto alla popolazione e uno dei più bassi tassi di omicidi rispetto agli altri stati; il Texas, dal 1976 al 2002, sono state eseguite più di un terzo delle condanne a morte tra tutti gli stati e, malgrado questo, il tasso di omicidi è molto al di sopra della media nazionale. Tutti questi fatti ed esempi, che risultano anche contraddittori, confermano che non esiste nessuna relazione semplice tra l'aumento (o la diminuzione) della criminalità e il numero (o la presenza) delle esecuzioni.

I sostenitori della pena capitale continuano a portare avanti la tesi dell'effetto deterrente sui criminali per giustificare l'esistenza della pena capitale e consolidarne il consenso popolare. L'idea che la presenza della pena di morte possa fare in modo che alcuni possibili criminali si astengano dal commette un delitto (o più di uno) è infondata. Secondo molti opinionisti e studiosi buona parte delle persone che commettono reati gravi lo fanno perché non riescono a controllare i loro impulsi e la loro aggressività in momenti di paura, rabbia o sotto l'effetto di alcol e droghe. In certi momenti le persone non pensano alle conseguenze delle loro azioni e quindi in questi casi è impossibile parlare di deterrenza.

Inoltre è accaduto in più di un caso che criminali commettano reati gravi convinti di farla franca. Negli Stati dove la pena di morte è applicata e ben vista dalla maggioranza della popolazione la criminalità non diminuisce nel corso del tempo. A volte, anzi, aumenta; in altri casi resta più o meno la stessa. Due esempi: in California, dal 1952 al 1967, periodo nel quale le condanne a morte erano eseguite molto di frequente, il numero degli omicidi è aumentato, ogni anno, del 10%, mentre nel periodo tra il 1967 e il 1991, nel quale la pena di morte è stata sospesa, l'aumento dei delitti è stato del 4,8%; nello Stato di New York, tra il 1907 e il 1963, periodo nel quale la pena di morte era applicatissima dai tribunali, nei giorni seguenti un'esecuzione avvenivano in media due omicidi in più ogni mese.

Il dibattito tra gli opinionisti riguardo alla deterrenza è da sempre stato negli USA molto acceso. Tra i sostenitori della tesi si trovano famosi economisti (Isaac Ehrlich), politici (la maggioranza dei governatori degli Stati del sud, molti senatori del Congresso) e Presidenti (Richard Nixon, Ronald Reagan, George H.W.Bush, George W.Bush). La teoria di Ehrlich, che venne utilizzata da Nixon per convincere la Corte Suprema al ripristino della pena capitale dice che: le decisioni di carattere sociale sono dovute a uomini che ragionano in maniera razionale rispondendo a degli imperativi. Dunque punizioni sempre più severe sono utili per prevenire gli omicidi. Tra gli oppositori di questa teoria ci sono avvocati (Scott Turow), criminologhi (il professor Steven Messer) e politici (alcuni governatori degli Stati del nord, ministri come Janet Reno). Tutti questi portano avanti la tesi che non esiste alcuna prova che la presenza o meno di una punizione suprema possa dissuadere i criminali dal commettere reati gravi, e che, anzi, ne esistono molte che sostengono l'esatto contrario.

Quando negli USA scoppiò il caso di O.J.Simpson, l'avvocato che se ne occupò dichiarò apertamente che gli assassini ricchi non finiscono quasi mai nei bracci della morte perché, potendo permettersi avvocati famosi e costosi, sono meglio tutelati legalmente rispetto agli altri. L'avvocato e scrittore Scott Turow afferma, nel suo libro Ultimate Punishment, che i sospettati che non sono in grado di ingaggiare avvocati importanti finiscono nelle mani di quelli d'ufficio, spesso scarsamente motivati o incompetenti e quindi, anche se sono innocenti, non avendo un avvocato che sia in grado di dimostrarlo, vengono condannati a morte da giurie che non vogliono rischiare di rimettere in circolazione un possibile feroce criminale. Secondo accurate ricerche la maggioranza dei condannati a morte negli USA sono persone povere e appartengono a fasce di popolazione considerate dall'opinione pubblica più “sospette” (afroamericani, latinoamericani, immigrati, nativi ecc.).

Inoltre è presente il criterio, denunciato da Helen Prejan, autrice di Dead Man Walking, della selettività prima di emettere la sentenza a morte; in pratica la giuria decide che un detenuto deve morire o no a seconda di chi è la vittima: se questa appartiene ad un ceto non agiato il caso non viene neanche seriamente indagato. Il New York Times ha pubblicato diversi articoli che riguardano i molti problemi degli studi legali che, per mancanza di fondi (procurata spesso da eccessivi tagli governativi), non possono garantire una difesa d'ufficio ai condannati a morte. Sono emersi anche casi di imputati mandati a morte che durante il processo sono stati difesi da avvocati d'ufficio che si sono presentati ubriachi, dopo aver fatto uso di droghe pesanti o che si sono addormentati per tutta la durata dell'udienza. Dal punto di vista costituzionale, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato che gli avvocati d'ufficio non hanno nessuna responsabilità se vengono commessi errori giudiziari, anche nel caso che siano assenteisti o incompetenti.

Molti sostenitori della pena di morte affermano che consegnare al boia un condannato è un metodo efficiente per risparmiare soldi statali. Questo luogo comune, che si è diffuso anche grazie al populismo di gran parte della classe politica degli ultimi 40 anni negli Stati Uniti, non solo non è mai stato provato scientificamente, ma è risultato falso. I professori Cook e Slawson, dell'Università di Duke, hanno dimostrato che il costo per l'esecuzione di un detenuto è di 2.160.000 dollari in più rispetto al costo per il suo mantenimento a vita in un carcere statale. Dato che la maggioranza dei condannati sono persone povere, lo Stato, con i soldi pubblici, deve farsi carico delle spese per pagare: due avvocati per il processo, due per l'appello e i procedimenti che seguono la condanna, uno per l'habeas, diversi procuratori che sostengano l'accusa, agenti di polizia e investigatori incaricati di preparare il materiale che verrà presentato al processo, giudici per le udienze, funzionari per la sorveglianza, esperti di pene sostitutive, psicologi, stenografi, i costi della carcerazione nel braccio della morte (nel quale le celle, per ovvi motivi, sono singole), i verbali ecc. Nel 2003 una Commissione governativa dello Stato dell'Indiana ha riportato la seguente conclusione: la pena di morte costa ai cittadini un terzo in più del prezzo dell'ergastolo.

A partire alla metà degli anni 70 del Novecento si è creata nel popolo americano una nuova visione del concetto di pena. La teoria illuminista che punire serva a cambiare il colpevole e ad educarlo alle regole della società a cui appartiene era entrata in crisi a seguito dei fallimenti di molti casi di riabilitazione. A questa teoria si era sostituita quella della cosiddetta retribuzione, che sosteneva che i parenti delle vittime, e la comunità stessa, dovessero essere “risarcite” della loro perdita. La vendetta non era più vista come un peccato, ma anzi come un diritto accettabile, anche dal punto di vista religioso (“il perdono” del Nuovo testamento veniva sostituito con “il castigo” del Vecchio).

In quel periodo è nato il Victim’s Rights Movement, il movimento che tutela i diritti dei parenti delle vittime degli omicidi. Il movimento chiede al loro Stato un sostegno morale e sociale, una sorta di compensazione e di poter partecipare attivamente al processo del sospetto colpevole della morte del loro caro.

Questo movimento ha ottenuto un importante successo col caso Payne vs Tennessee, nel 1991, che ha portato la Corte Suprema degli Stati Uniti a dichiarare che la presenza dei parenti delle vittime al processo che riguarda il sospetto colpevole dell'omicidio del loro parente è costituzionale, in quanto è necessario per la corte essere a conoscenza del dolore inflitto alla famiglia della vittima per poter decretare una pena equa e proporzionata; inoltre, concedere ai parenti delle vittime di parlare al processo le avrebbe aiutate a chiudere con il passato e a riacquistare una sorta di pacificazione mentale. Il dibattito sulla questione se sia giusto o no ammettere i parenti delle vittime ai processi era iniziato diversi anni prima e aveva portato la Corte Suprema a definire la presenza di queste incostituzionale in due occasioni (Booth v. Maryland, 1987 e Gathers v. South Carolina, 1989). Le motivazioni erano state le seguenti:

la giustizia statale non ha il compito di preoccuparsi del benessere o dello stato d'animo delle vittime
la sentenza della giuria non doveva in nessun modo essere influenzata dalle emozioni delle famiglie del defunto
la giuria poteva essere maggiormente portata verso la condanna se le vittime avessero avuto un'ottima capacità oratoria o fossero state in grande numero
i bisogni emotivi delle vittime possono essere diversi tra loro e questo potrebbe portare a fare in modo che per lo stesso tipo di crimine venissero espresse punizioni diverse
Tra le motivazioni che spingono le vittime ad essere favorevoli alla pena capitale vi è il fatto che spesso la condanna all'ergastolo non si è rivelata tale, e l'assassino dei parenti, rimesso in libertà, ha commesso altri omicidi. Nel corso del tempo le leggi cambiano e quindi troviamo in molti stati casi di condannati all'ergastolo per crimini feroci ai quali è stata ridotta la pena a seguito di una modifica del codice giudiziario. I parenti di quella vittima si sentono dunque “traditi” dalla giustizia del loro Stato e il loro senso di rappacificazione con la comunità va in frantumi: per evitare questo essi sentono il bisogno della condanna a morte, per fare in modo che, con l'esecuzione, finisca il loro dolore in maniera definitiva, e non vi sia possibilità, per il colpevole, di essere rilasciato.



Il fatto che la pena di morte sia vista come un servizio reso al benessere della famiglia ha portato studiosi e intellettuali a chiedersi se il conforto psicologico e il senso di soddisfazione da parte delle vittime nell'assistere ad un'esecuzione non è altro che un desiderio, più o meno confessato, di vendetta.

Riflettendo su questo tema William Ian Miller, autore del bestseller Clint Eastwood and Equity, afferma che se un tempo la vendetta veniva considerata un peccato sia dal punto di vista religioso, che giuridico e morale, oggi le cose sono cambiate: la vendetta è un sentimento umano del quale non si deve provare vergogna. A confermare questa tesi troviamo un noto saggio di Steven Eisenstat,Revenge, Justice and Law. I punti chiave del saggio sono: la vendetta non è immorale se chi la applica ha delle buone ragioni, se è proporzionata al torto subito e se ad essere punito è il vero colpevole; infliggere sofferenze a chi ci ha privato di una persona cara non è immorale, ma umano; la pena deve essere corretta, legalmente accettata dalla comunità. Tra le conseguenze negative della vendetta vi è la possibilità che il parente della vittima, condizionato da uno stato d'animo di rabbia e profondo dolore, possa colpire un innocente, assegnare una punizione iniqua rispetto al torto subito o creare un ciclo di violenze che, una volta scatenato, sarà difficilmente arrestabile.

Franklin Zimring, autore di The Contradiction of American Capital Punishment, sostiene che la pena capitale è vista dai sostenitori non come un mezzo dello Stato per esercitare un potere punitivo nei confronti di chi non rispetta le regole ma come un “risarcimento” che viene fatto dallo Stato stesso alle vittime e all'intera comunità. La vendetta viene considerata quindi non un peccato ma anzi un diritto del quale la giustizia si deve avvalere per poter compensare il crimine commesso. Questa visione si collega direttamente a quella che in America viene chiamata vigilante tradition, ovvero la necessità, di fronte ad un torto subito, a farsi giustizia da soli. Dobbiamo ricordare che negli Stati Uniti, in particolare in quelli del sud, è stato per molto tempo praticato e considerato corretto il linciaggio (secondo le statistiche di Robert Bohm dal 1608 al 1998 i linciaggi negli USA sono stati 10.000).

Nel corso della storia degli Stati Uniti l'atteggiamento della popolazione nei confronti della pena capitale è cambiato molto spesso influenzando le decisioni della Corte Suprema e portandola a modificare le posizioni ideologiche prese. Infatti si sono alternati periodi nei quali si riteneva necessario l'utilizzo di una maggiore durezza e di un inasprimento delle pene, e periodi nei quali si riteneva necessario limitare i casi punibili con la pena capitale.

Negli Stati Uniti d'America una giuria può condannare a morte un imputato se è colpevole di uno o più crimini per i quali è prevista la pena capitale. Questa categoria di criminali commette atti violenti che provocano il disgusto e l'indignazione di tutta la comunità, costringendola ad adottare misure di sicurezza per fare in modo che quel crimine orrendo non si ripeta più. Secondo alcuni studi, la maggioranza di questi individui è composta da persone instabili e incapaci di domare la loro aggressività, che commettono reati per il gusto di farlo e sono in gran parte destinati a rimanere tali. Malgrado questo dato esistono esempi di casi nei quali diversi anni di reclusione hanno cambiato totalmente il carattere dei criminali. Tenendo conto di questo fatto la pena di morte spezzerebbe il meccanismo evolutivo- educativo: uccidendo il responsabile, viene ucciso anche il possibile esempio del cambiamento.

Il fatto che portò l'allora Governatore dell’Illinois George Ryan a definire il sistema giudiziario di quello Stato “pieno di errori” e a proclamare la moratoria fu l'inquietante statistica che dimostrava che quasi metà delle persone condannate a morte nell'Illinois si erano rivelate successivamente non colpevoli o colpevoli di un reato diverso da quello per il quale erano state processate e giudicate. In altri termini lo Stato governato da Ryan aveva giustiziato o stava per giustiziare degli innocenti. Nel 1999 il Chicago Tribune pubblicò diversi articoli riguardanti casi di gravi errori giudiziari in Illinois che avevano portato molte giurie, in buona o cattiva fede, a condannare a morte imputati sulla base di prove rivelatesi false o non attinenti. Il problema della condanna a morte di innocenti riguarda tutti gli Stati dell'Unione favorevoli alla pena capitale.

Molti sostenitori definiscono il prezzo da pagare in caso di errori “accettabile”, altri inorridiscono ma definiscono comunque la pena di morte una necessità statale alla quale non si può rinunciare. L'utilizzo, iniziato a partire dalla metà degli anni novanta del Novecento, del test del DNA ha dimostrato l'esistenza di diciotto casi di innocenti condannati a morte. Il risultato di questi test ha aiutato gli oppositori della pena capitale a mostrare le prove del fallimento di questa pratica. I favorevoli, però, sostengono che il test rappresenta, anzi, un argomento di sostegno alla pena di morte, in quanto dimostra con sicurezza il legame che c'è tra la vittima e l'imputato colpevole.

Gli Stati Uniti hanno un legame strettissimo con la pena capitale fin dalla loro nascita, ma questa pratica ha ricevuto sempre maggiori consensi dall'inizio degli anni ottanta del Novecento fino ad oggi, portando giornalisti e studiosi a chiedersi perché gli USA siano rimasti la sola democrazia occidentale ad adottarla, divergendo dalle tendenze abolizioniste europee (e, in particolar modo, della Gran Bretagna). Il concetto di pena capitale è concepito in maniera diversa negli USA rispetto all'Europa, e in particolar modo all'Italia. Secondo lo scrittore Scott Turow, l'atteggiamento degli Stati Uniti d'America, opposto alla tendenza abolizionista degli Stati Europei, rimanda al forte attaccamento che ha il popolo americano verso le istituzioni e le leggi che esso stesso ha creato, rendendo il proprio paese il simbolo della democrazia nel mondo.

I cittadini statunitensi, quasi tutti figli di immigrati, infatti, non essendo legati, come gli europei, a generazioni e generazioni di antenati con una lunga storia, si sentono uniti dall'insieme di regole che i padri fondatori della Repubblica hanno scritto per tutelare i diritti e le libertà di tutti loro. La legge e le istituzioni sono viste negli States come delle cose che accomunano, uniscono, e rendono la convivenza tra i cittadini più equa e giusta, incrementando le speranze comuni. Da questa concezione deriva il sentimento di necessità di punire coloro che hanno contribuito ad infrangere questa unità e questa fede, danneggiando tutto ciò che si ritiene sia stato fatto per il bene comune.

Janer Q. Whitman, autore di Harsh Justice, sostiene che il diffuso consenso per la pena capitale negli USA sia dovuto al fatto che la mancanza di lunghe tradizioni aristocratiche renda il popolo americano unito non dalla storia ma dal rispetto verso leggi ed istituzioni che esso stesso ha creato. Questo ha portato, e porta anche oggi, gli americani al desiderio di una punizione esemplare per chi viola o non si adegua a tali regole ritenute standard della comunità. Se in Europa il rispetto per il condannato simboleggia una sorta di eliminazione delle disuguaglianze sociali del passato, negli States questo non avviene.

La presenza della pena di morte negli USA è anche spiegata se vengono prese in considerazione le grandi differenze che esistono tra il sistema americano e quelli europei. Se osserviamo la società USA nel suo interno notiamo profonde frammentazioni, divisioni e molti più pericoli rispetto ad altri esempi europei. Un dato statistico di rilievo è il fatto che la percentuale di omicidi negli States è quattro volte più alta rispetto a quella dell'Unione europea. Laddove il tasso di delitti e violenza sono elevati, la paura, l'odio, la sofferenza sono più forti e portano al mantenimento di una punizione considerata sopra tutte le altre: una punizione suprema.

David Garland, autore di Capital Punishment e The Culture of Control, afferma che per capire il largo consenso verso la pena di morte negli USA, è necessario prendere in esame solo la storia più recente del paese, infatti l'incremento della pratica della pena capitale è avvenuto solo negli ultimi trent'anni, precedentemente ci sono stati periodi nei quali questa veniva applicata solo per un numero esiguo di reati o veniva sospesa provvisoriamente. Per quanto riguarda il collegamento tra pena di morte e linciaggio Garland ci aiuta a tenere presente che: a prevalere negli Stati del sud, più che la tendenza a farsi giustizia da soli, è stato il razzismo e l'intolleranza della popolazione bianca; negli ultimi trent'anni tra gli stati che possiedono la pena di morte nel sistema giuridico sono presenti anche stati del nord e dell'ovest; la pratica del linciaggio era (e, in diversi casi, è ancora oggi) diffusa in tutto il mondo, non è quindi una caratteristica della cultura o della tradizione statunitense.

Dal 25 settembre 2007 al 6 maggio 2008 c'è stata una moratoria di fatto delle esecuzioni capitali: in quel periodo, tutte le pene che avrebbero dovuto essere eseguite in seguito sono state bloccate dalla Corte Suprema, dalle corti d'appello federale o dal Presidente degli Stati Uniti.
In seguito ad alcuni problemi con il nuovo cocktail dell'iniezione letale (che ha provocato un'esecuzione con molta sofferenza al condannato il 30 aprile 2014 in Oklahoma) - per effetto del boicottaggio delle case farmaceutiche non è disponibile il cocktail approvato - alcuni stati hanno proposto il ritorno alla sedia elettrica o al plotone d'esecuzione, mentre il Presidente Barack Obama è intervenuto, dicendo che, pur essendo la pena di morte in apparenza appropriata per alcuni gravissimi delitti - occorre una seria riflessione sulla pena capitale e i suoi metodi, aprendo il dibattito su una possibile sospensione o abolizione (Obama ha fatto riferimento anche alla discriminazione razziale e alle numerose condanne di innocenti).

L'ufficio dell'ONU per i diritti ha ripetutamente invitato gli Stati Uniti, in particolare il governo federale, a non tornare a vecchi metodi, considerati contrari ai diritti umani, e a imporre agli stati membri una moratoria della pena di morte tramite iniezione letale, sospendendo quindi l'applicazione della massima sanzione. La Corte Suprema ha sospeso temporanemente molte esecuzioni a partire dal 1º maggio 2014, pur non accogliendo l'invito, dovendo nel frattempo riesaminare la questione di costituzionalità. La Georgia e il Missouri hanno ricominciato per primi le esecuzioni dal 18 giugno 2014. Insieme all'Okhlahoma, hanno approvato infatti una legge che mantiene segreta la provenienza dei farmaci, per evitare contestazioni (legge che molti ritengono anticostituzionale).

Questa vertenza potrà portare, per alcuni, la Corte suprema a dichiarare il cocktail di farmaci oggi disponibile incostituzionale, inducendo quindi alcuni stati, come ad esempio il Tennessee, a tentare il ritorno alla sedia elettrica (usata l'ultima volta nel 2010, in questo Stato), all'impiccagione, alla fucilazione o alla camera a gas (che però hanno anch'essi un grosso rischio di incostituzionalità, specialmente i primi due, mentre gli ultimi due disturbano la sensibilità di molti, ad esempio gli ebrei si oppongono alla camera a gas perché usata dai nazisti) o a proclamare, in futuro, una moratoria di fatto delle esecuzioni.

Nel 2014 il Procuratore generale degli Stati Uniti d'America (cioè il ministro della Giustizia) Eric Holder si è dichiarato contrario alla pena di morte; è la prima volta che questo avviene; Holder ha detto che «è la cosa più seria che faccio come ministro della giustizia: determinare quando chiedere l’applicazione della pena di morte. E come ministro della giustizia l’ho fatto, anche se personalmente sono contro. Come ministro della Giustizia devo far applicare la legge federale». Hoder nel 2015 ha chiesto ufficialmente una moratoria.

La Corte suprema nel gennaio 2015 ha nuovamente cominciato a esaminare la costituzionalità dell'iniezione letale, e la possibilità di usare altri metodi anch'essi sospettati di non costituzionalità, come la sedia elettrica. Nel giugno 2015 ha autorizzato di nuovo l'uso del midazolam in assenza di pentothal.



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