martedì 30 giugno 2015

IL FERRO DI CAVALLO



L'invenzione del ferro di cavallo viene fatta risalire al Medio Evo, e attribuita ai popoli nord-europei. Prima di allora, non vi sarebbero tracce della ferratura né nell'iconografia, né nei documenti scritti. In particolare, le fonti classiche riguardanti l'equitazione non solo non fanno menzione dell'esistenza di "ferri", ma non citano neanche, come problema, alcune malattie molto comuni nel cavallo ferrato. Il consiglio di Senofonte di predisporre un'area di acciottolato nel paddock dei cavalli, in modo da rinforzare i loro zoccoli, è perfettamente in linea con le più attuali indicazioni sulla gestione del cavallo scalzo, ma non ha alcun significato se applicata al cavallo ferrato.

Alcuni ritengono che la ferratura si sia diffusa come rimedio alle gravi patologie dello zoccolo, causate dal confinamento e dall'immobilità dei cavalli da guerra nelle stalle dei castelli medioevali. Inoltre, l'uso del cavallo ferrato aumentava notevolmente la sua forza d'impatto sulla fanteria nemica. In seguito, a causa della continua cementificazione dei terreni urbani la ferratura si è diffusa anche al di fuori dell'uso bellico, fino a diventare, da alcuni secoli, pressoché generalizzata.

Tuttavia, alcuni isolati rinvenimenti di epoca romana, pongono seri dubbi su quale sia stata l'epoca della prima ideazione dei ferri da cavallo: ne è esempio il ritrovamento all'interno dei resti di una villa romana vicino a Neupotz, in Germania, datati all'anno 294.

Un ferro di cavallo è un oggetto, generalmente a forma di U, fatto di ferro, gomma, plastica, cuoio o un laminato di queste sostanze, inchiodato o incollato allo zoccolo di un cavallo o di alcuni altri animali domestici, come i muli. Usati come talismano, si dice che i ferri di cavallo portino fortuna. Sono anche usati per un gioco popolare nei paesi anglofoni, chiamato horseshoes ("ferri di cavallo").

Sono disponibili in una larga varietà di materiali e di forme, sviluppate per i diversi tipi di cavallo e per i lavoro che devono svolgere. Materiali comuni sono il ferro, l'alluminio, e la plastica, e alcuni ferri specializzati sono fatti di magnesio, titanio o rame. I primi ferri di cavallo erano sempre dotati di ramponi, parti sporgenti in basso all'estremità posteriore, per fornire una maggiore presa sul terreno; i ramponi sono utilizzati in alcune in attività sportive equestri.

I ferri di cavallo venivano forgiati direttamente dal maniscalco, la cui attività sfumava, e in genere si sovrapponeva, con quella del fabbro. attualmente, il maniscalco molto raramente prepara personalmente il ferro, disponibile in commercio in un'ampia gamma di tipi e di misure; tuttavia il maniscalco usa anche la forgia per le piccole modifiche necessarie al migliore adattamento del ferro allo zoccolo.

In natura il cavallo compensa con la crescita continua della parete esterna dello zoccolo il naturale consumo dell’unghia (semplicemente camminando); questo ciclo di rinnovo dura circa 9 mesi. Per i cavalli domestici l'attività deambulatoria è molto maggiore poiché vengono utilizzati per attività sportive e/o lavorative ed è ulteriormente aggravata dal tipo di terreno (selciato, asfalto, sentieri ghiaiosi...). Per ovviare a ciò si mette un ferro sotto lo zoccolo in modo da prevenirne il consumo. Questo però impone che a cadenza regolare (40 giorni circa) lo zoccolo venga pareggiato, cioè accorciato manualmente da un maniscalco. Se ciò non avvenisse il cavallo si troverebbe con gli zoccoli troppo lunghi che causerebbero problemi alla deambulazione stessa. Ferrare un cavallo è un’operazione seria e delicata che se svolta da mani inesperte potrebbe causare danni irreversibili.

Il Movimento per il cavallo scalzo (noto anche come Barefoot movement) sostiene che la ferratura non sia indispensabile e sottolinea i vantaggi dell'uso del cavallo scalzo.



I ferri di cavallo sono considerati i più universali fra i portafortuna.
Il ferro di cavallo fu considerato portafortuna, in origine, per la sua somiglianza alla mezzaluna, il simbolo di Iside. La credenza nella virtù di questo oggetto è molto diffusa in tutto il mondo, e in ogni luogo se ne spiegano diversamente le ragioni.
I cinesi vedono nel ferro di cavallo la somiglianza al corpo curvato di Nagendra, il serpente sacro, mentre per i turchi ricorda la mezzaluna.
Da un'origine militare (nell'esercito romano le truppe marciavano a piedi e solo gli ufficiali andavano a cavallo) la perdita di un ferro da zoccolo causava una sosta, e quindi riposo, per le truppe. Rubare o trovare ferri di cavallo era così diventato un gioco tra i soldati e chi ne trovava di più era il vincitore, e quindi il più fortunato.
In Irlanda una leggenda narra che uno degli dei pagani, durante una cavalcata, perdette un ferro di cavallo che cadde sulle Isole Smeraldine, inondate dal mare, per cui le acque si arrestarono e le isole non furono sommerse.
In Inghilterra l'origine di questa tradizione consiste nella leggenda di Saint Dunstan, un fabbro che diventò arcivescovo di Canterbury nell'anno 959. Inchiodò un ferro di cavallo allo zoccolo del diavolo mentre gli era stato chiesto di ferrare il suo cavallo. Il diavolo fu liberato solo dopo che ebbe promesso di non entrare mai più in un luogo protetto da un ferro di cavallo sulla porta.
La tradizione che il ferro di cavallo sia un portafortuna trae anche origine dai tempi in cui gli uomini erano divisi in nobili cavalieri e poveri contadini in cui le classi sociali erano ben precise.
Succedeva che i poveri contadini stavano nelle loro misere dimore e vedevano sfrecciare i cavalieri avvolti nei loro splendidi mantelli, equipaggiati di speroni e corazza. Il contadino li ammirava da lontano, ma se il cavallo del cavaliere perdeva un ferro allora il cavaliere era costretto a fermarsi e il contadino poteva dargli una mano e rimediare così qualche moneta in cambio dell’aiuto prestato. Da qui il fatto che il ferro di cavallo diventa un portafortuna solo se trovato per strada e poi appeso sulla porta di casa.

A questo portafortuna furono attribuite ogni tipo di buone proprietà, anche perchè il ferro è un metallo che vince il malocchio.
I romani inchiodavano ferri di cavallo alle pareti per difesa contro la peste, e stavano attenti che le estremità del ferro fossero rivolte versol'alto.
Allo stesso modo vengono attaccati i ferri di cavallo in tutto il mondo, con la spiegazione che, se il ferro fosse voltato in un altro modo, la fortuna potrebbe scappare fuori.

Un'altra interpretazione vuole che la cattiva sorte venga tenuta prigioniera dentro il cerchio e, poichè lo spirito malvagio non sa trovare l'apertura in alto, deve correre qua e là dentro il ferro.
Tuttavia, le tradizioni differiscono sia su questo punto, che sul fatto se debbano essere nuovi o usati, trovati o acquistati, e se possano essere toccati.
In alcune tradizioni, qualsiasi effetto benefico o dannoso può interessare solo il proprietario del ferro di cavallo, e non la persona che se lo appende sulla porta. Quindi, se un ferro viene rubato, o semplicemente trovato, sarà il proprietario, non la persona che l'ha trovato o rubato, a ricevere la buona o la cattiva sorte. Altre tradizioni richiedono che il ferro debba essere stato trovato per caso per essere efficace.
Secondo altre fonti l'origine del ferro di cavallo come porta fortuna e scaccia malocchio è data dalla sua forma a rappresentare un apparato genitale femminile; era credenza comune che il malocchio e il maligno potessero facilmente essere distratti da una tentazione sessuale e così facendo non si interessassero più di entrare nella casa davanti alla quale fosse esposto o ai possessori di tale oggetto. Nel medioevo spesso sulle facciate delle chiese e sui loro portoni si trovavano bassorilievi raffiguranti genitali femminili molto espliciti proprio con lo scopo di catturare l'attenzione di demoni e non far entrare spiriti maligni; la maggior parte di queste incisioni troppo esplicite furono rimosse nel tempo.




I tatuaggi con ferro di cavallo hanno a che fare con la protezione perché i ferri di cavallo furono i primi ogetti a proteggere gli zoccoli del cavallo. Nel corso del tempo e attraverso la contemplazione da parte di popoli antichi (in gran parte di origine europea), il ferro di cavallo divenne sinonimo di fortuna e protezione per l'uomo anche per il fatto che venivano forgiati dal maniscalco che aveva già collegamenti verso gli Dei del fuoco che, come si sa bene, hanno il potere di proteggere dalle avversità donando salute e forza, sia in battaglia che nella vita.

Un tatuaggio con un ferro di cavallo rivolto verso l'alto sarà il simbolo di buona fortuna e protezione. Storie antiche indicano che tutta la fortuna viene ingabbiata all'interno della curva del ferro di cavallo mentre se le due estremità puntano verso il basso tutta la fortuna uscirà e porterà sfortuna. Se viene tatuato il ferro di cavallo porterà fortuna comunque nel caso abbia le due estremità rivolte in basso perché rappresenterà anche la falce di luna crescente, infatti sia i celti che altre culture europee associavano i cavalli e i ferri di cavallo al simbolismo lunare.

È interessante notare che il ferro di cavallo è una rappresentazione simbolica di Yoni, che in sanscrito significa "fonte di vita". Yoni non è un termine usato nei Veda per descrivere l'origine della vita, ma descrive anche il viaggio dell'anima umana attraverso la vita. Su un livello più pratico, i tatuaggi a ferro di cavallo trasmettono un senso di vittoria o di successo, in special modo se si riferiscono ai tatuaggi di corse di cavalli, scommesse e di giochi d'azzardo.

Per avere interazione o incontrare o per vedere un ferro di cavallo, quando stai sognando si erge a simbolo e segno per fortuna e successo nelle vostre ambizioni e aspirazioni. Può anche indicare un matrimonio o un rapporto speciale in un prossimo futuro. Se il ferro di cavallo è rivolto verso il basso, quindi ha il significato opposto ed è considerato sfortunato. Tutta l’energia che si sta mettendo in un compito, progetto, piano o programma potrebbe non essere utile.



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lunedì 29 giugno 2015

666

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Il numero della bestia, corrispondente al numero 666 (ma è attestato anche come 616 e in un codice compare come 665), appare in un solo passo del Nuovo Testamento, nella Apocalisse di Giovanni, riferito a una bestia che sale dal mare e devasta la terra:

« Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d'uomo. E tal cifra è seicentosessantasei. »   (Apocalisse 13,16-18)
In altri due passi dell'Antico Testamento:

« Il re Salomone diede alla regina di Saba quanto essa desiderava e aveva domandato, oltre quanto le aveva dato con mano regale. Quindi essa tornò nel suo paese con i suoi servi. La quantità d'oro che affluiva nelle casse di Salomone ogni anno era di seicentosessantasei talenti, senza contare quanto ne proveniva dai trafficanti e dai commercianti, da tutti i re dell'Arabia e dai governatori del paese. Il re Salomone fece duecento scudi grandi d'oro battuto, per ciascuno dei quali adoperò seicento sicli d'oro, e trecento scudi piccoli d'oro battuto, per ciascuno dei quali adoperò tre mine d'oro, e il re li collocò nel palazzo della Foresta del Libano. »   (1 Re 10,13:16)
« Ora il peso dell’oro che giungeva ogni anno a Salomone, era di seicentosessantasei talenti, oltre quello che percepiva dai trafficanti e dai negozianti che gliene portavano, da tutti i re d’Arabia e dai governatori del paese che recavano a Salomone dell’oro e dell’argento. E il re Salomone fece fare duecento scudi grandi d’oro battuto, per ognuno dei quali impiegò seicento sicli d’oro battuto, trecento altri scudi d’oro battuto, per ognuno dei quali impiegò trecento sicli d’oro; e il re li mise nella casa della "Foresta del Libano" »   (2 Cronache 9,13:14)
Il numero è indirettamente ripreso nei versi successivi, che parlano del trono con sei gradini e dodici leoni ai due lati, quindi sei per parte.

Sono state proposte numerose altre interpretazioni simboliche, molte delle quali non riferite al contesto storico del Libro dell'Apocalisse. In particolare, in epoca contemporanea il numero è diventato simbolo del Diavolo.

L'apocalisse del Nuovo Testamento, attribuibile alla scuola evangelica giovannea (associata a Giovanni) fu ipoteticamente scritta in esilio, presso l'isola greca di Patmos, intorno al 95-100 d.C. durante una delle persecuzioni dei cristiani, probabilmente quella di Domiziano o, meno probabilmente, quella precedente di Nerone. Secondo molti studiosi infatti, la persona rappresentata dal citato "numero della bestia" altri non è che il multi-gramma di cabala ebraica attribuibile all'imperatore Nerone, autore della persecuzione nella quale morirono sia Pietro che Paolo.

Giovanni dice che qui sta la sapienza: chi ha intelligenza può calcolare (il significato) del numero della bestia, che è 666. E nessuno vuole ammettere di non avere sapienza o intelligenza! Ma la realtà è che, benché molti abbiano tentato di dare una spiegazione del 3 volte 6, nessuna spiegazione è risultata convincente a tutti. Già Ireneo nel 180 d.C. (in Adversus haereses 5.30.3), cioè meno di un secolo dopo la scrittura di Apocalisse, non ne sapeva il significato, e diede la prima spiegazione che esiste ancora.

” Qui sta la sapienza. Chi ha intendimento conti il numero della bestia, poiché è numero d’uomo; e il suo numero è 3 volte 6 “.

L’espressione del versetto 18: “Qui sta la sapienza” vuoi dire semplicemente: ecco qui la spiegazione per l’uomo savio e assennato. Troviamo la stessa cosa nel cap. 17:9 dove l’apostolo svela il segreto della “donna” e della “bestia”; anche lì sta scritto: “Qui sta la mente che ha sapienza. Le sette teste sono sette monti”.

Il fedele e accorto servitore di Dio, trovando nel nome di quel dominatore il numero 6-6-6, riconoscerà in lui “la bestia” che ha da venire.

È noto che nelle lingue antiche, certe lettere significano un numero ben determinato (come è noto, per esempio, la lettera X in latino indica il numero dieci, la lettera C il numero 100, ecc.). Se la somma dei numeri di ogni lettera del nome del futuro dominatore da 666, il fedele servitore riconoscerà immancabilmente che il portatore di quel nome è “la bestia che deve salir dall’abisso”.
Il suo regno, il quarto e l’ultimo impero mondiale, sarà rovesciato da Cristo, la “Pietra” che deve “staccarsi dal monte, senz’opera di mano” per far posto al Regno “del Signor nostro e del suo Cristo”: il Millennio (Dan. 2:31-45; Apoc. 11:15).

Invano la curiosità dell’uomo di oggi cerca di trovare il personaggio preannunciato con l’aiuto del numero 3 volte 6, e di poter indicare con sicurezza chi personificherà “la bestia che deve salir dall’abisso” (le varie interpretazioni circa il significato del numero 666 dimostrano come sia impossibile determinare in anticipo il nome della “bestia”). Ciò nondimeno il numero 666 è molto interessante.



Il numero 6 esprime lavoro e fatica poiché corrisponde al numero dei giorni feriali, i giorni di lavoro. Se a questi giorni manca il settimo, il giorno del riposo del Signore, essi sono l’espressione dell’imperfezione. Il numero 6 è quindi il numero dell’insufficienza dell’uomo, anche se si trova all’apice della sua carriera. Il gigante Goliath, il nemico di Davide (l’unto di Dio in Israele) era alto 6 cubiti e un palmo! Iddio però diede il gigante nelle mani del suo Unto. Quando il numero 6 è ripetuto, troviamo che all’insufficienza dell’uomo vengono ad aggiungersi la sua cattiveria e la sua arroganza. L’immagine d’oro che Nebucadnetsar, il capo del primo impero mondiale, fece erigere nella provincia di Babilonia per essere adorato, misurava sessanta cubiti di altezza e sei cubiti di larghezza (Dan. 3:1).

Il “numero della bestia” è dunque un 6 triplo. Esso ci parla dell’uomo peccatore al colmo della sua sapienza, all’apice umanamente raggiungibile, ma che non giunge però fino alla gloria di Dio. Il 6 è vicino al 7, il numero della perfezione divina, ma non lo raggiungerà mai.

Bisogna ancora aggiungere che, come il numero 666 esprime un triplice 6, questo dominatore della fine si approprierà ogni onore e gloria e arriverà, nella sua rivolta contro a Dio, a dire ch’egli è dio. Iddio invece lo chiama: “bestia”, perché appunto non ha ne timore di Dio ne dipendenza da Dio, ne comunione con Dio; tre cose che formano l’ornamento e l’elevatezza dell’uomo.

Senza dubbio alcuno, la prima e la seconda bestia, cioè il capo del quarto impero e l’anticristo, sono la più alta e la più potente manifestazione dell’umanità senza Dio. Per questo il suo numero è tre volte 6.

Gesù Cristo, il Figliuolo di Dio, s’è fatto uomo: l’uomo completamente dipendente da Dio, il Figliuol dell’uomo. Colui che ha pienamente onorato Dio in questo mondo malvagio.
Per mezzo della Sua morte e della Sua risurrezione è diventato il nostro Salvatore, Capo di una nuova creazione; e Iddio l’ha posto al disopra di ogni principato e potestà e l’ha innalzato alla Sua destra e porrà ogni cosa sotto di Lui. Non è certamente per caso che il numero del Suo nome glorioso, nome a cui ogni ginocchio si piegherà, sia 888; in contrasto con quello della “bestia” che è 666. Il numero 8 designa il principio di un nuovo ordine di cose. Così per esempio l’ottavo giorno dell’antico patto (confr. Lev. 9:1; 12:3; 14:10; 23:11; 36:39), poiché la settimana ha solo 7 giorni, si è trovato ad essere il primo giorno del nuovo patto, il giorno della risurrezione in gloria del Signore, della vittoria su Satana, sul peccato, sulla morte e sul mondo.

Come in greco antico, così anche in alfabeto ebraico i numeri venivano scritti usando le lettere, secondo, appunto la cabala ebraica. Se quindi si utilizzano le consonanti ebraiche del nome QeSaR NeRON (קסר נרון) si ha:

Q (qof) = 100
S (sameckh) = 60
R (resh) = 200
N (nun) = 50
R (resh) = 200
O (waw) = 6
N (nun) = 50
che sommate, danno appunto 666. Una sola nota merita la vocale O che è in realtà legata alla consonante W che è una mater lectionis, cioè una consonante che serviva a evitare equivoci nella lettura. Dato, però, che l'Apocalisse sembra essere stata scritta al tempo di Domiziano (95 d.C. circa), un'altra corrente di pensiero punta ad interpretare il numero 666 come un riferimento allo stesso Domiziano. Si osservi, tuttavia, che la gematria, cioè l'utilizzo della corrispondenza fra numeri e lettere dell'alfabeto ebraico, greco o latino può produrre molti risultati diversi e costituisce più un gioco intellettuale utilizzato spesso a scopo polemico (nei secoli ognuno ha cercato di trovarvi il nome del proprio avversario), che uno strumento d'indagine.

L'ipotesi della gematria ebraica ad opera degli esegeti dette luogo a una ricca serie di dibattiti in merito all'interpretazione simbolica ed esoterica del numero. Oggi, alimentate anche da una buona e proliferata corrente di pensiero New Age, numerose e varie interpretazioni del numero non ci mancano. Ad esempio, quella per cui la gematria ebraica (così come greci e latini) comprendeva già il conteggio matematico posizionale delle decine e delle centinaia, ma il sistema di pura sommatoria algebrica - da noi oggi ereditato - fu solo quello arabo, introdotto per noi dai persiani soltanto dopo il 750 d.C.; tale puntualizzazione dà corpo all'ipotesi che il "6-6-6", nella cabala ebraica, sia solo e semplicemente la sequenza delle lettere waw-waw-waw e quindi, nel nostro mondo, corrispondente al "www" di internet. Pochi anni dopo gli scritti di Patmos, il vescovo teologo e padre della chiesa S. Ireneo di Lione, studioso di gematria ebraica, battezzò il 666 come il "numero della Bestia" e cioè il numero dell' "anti-Cristo", simbolo del male e del disordine, attraverso tre ipotesi teologiche:
nella Bibbia il numero sette è sempre indicato come il numero della perfezione e della natura divina; il numero sei è quindi il numero dell'imperfezione e della natura umana, incline al peccato, alla passioni disordinate e alla disobbedienza alle leggi di Dio.
in base all'alfabeto greco dal 666 si possono ottenere altri nomi: Euanthas, Lateinos e Teitan.
se il 6-6-6, come dice l'Apocalisse, è un numero ed un nome di uomo, sappiamo che, secondo le culture dell'epoca, esso indicherebbe sia l'uomo che la sua precisa missione. Il numero di uomo potrebbe essere quindi il simbolo di un dualismo 3-3-3 x 2 legato all' oscillazione tra bene e male, e alla precisa missione simbolica di una specie di "anti-Trinità" (ripresa altresì nella Apocalisse al capitolo 16). In pratica, Bestia-antiCristo-falso profeta, contrapposti a Padre-Figlio-Spirito Santo, sulla corrente della allora contemporanea prima dottrina teologica sulla Trinità cristiana (ad opera di Teofilo di Antiochia e di Tertulliano, II secolo d.C.)
Da allora, l'interpretazione del 666 fu attribuito, in generale, al simbolo del male.
Secondo altre interpretazioni di stampo filo-ebraico e tradizione semitica, il numero corrisponderebbe al nome Sorat - un demone di tipo solare - contrapposto allo spirito solare di "Cristo" e quindi Anti-Cristo. 

La numerologia cristiana, derivata da quella pitagorica, vede il 3 come numero perfetto, legato al concetto della Trinità. Tre volte tre fa 9, quindi il nove era la quintessenza di questa perfezione, a maggior ragione se ripetuto tre volte, 999. Il nove rovesciato è il 6, numero dell'anti-dio, quindi di Satana, e il sei ripetuto tre volte ne è l'emblema. Tuttavia questa interpretazione presuppone l'adozione dei numeri arabi in occidente, che avvenne solo nel X secolo ed è quindi impensabile per l'Apocalisse.

Sono state fatte varie ipotesi nel corso dei secoli, visto che il passo biblico contiene una sfida velata (chi ha intendimento conti il numero della bestia).

Il grande scrittore russo Tolstoj indica nel suo capolavoro Guerra e pace un metodo per identificare la bestia con Napoleone.

Ellen Gould White, tra i fondatori del movimento indicava nel Papa la bestia, usando i numeri romani nella formula "Vicarius filii Dei" (V + I + C + I + V + I + L + I + I + D + I = 666), dato che nel latino classico non c'era distinzione tra "U" e "V".

Poiché in greco antico, cioè nella lingua con cui ha scritto Giovanni, prima dell'introduzione dei numeri arabi, venivano usate le lettere dell'alfabeto, il numero 666 (hexakosioi hexekonta hex) apparirebbe come χξϝʹ chi xi digamma oppure χξϛʹ chi xi stigma (in caratteri latini Ch X V oppure Ch X ST), che potrebbero corrispondere alle iniziali di un personaggio noto. Considerando poi che la prima e terza lettera sono tradizionamente abbreviazione di Christos mentre la lettera di mezzo somiglia ad un serpente, altri hanno scorto nella forma greca del numero 666 una raffigurazione dell'assalto del dragone a Cristo.

Secondo una leggenda metropolitana, nei codici a barre che si trovano sui prodotti sarebbe nascosto il numero della Bestia. E da questo alcuni vedrebbero il compiersi della profezia dell'Apocalisse di San Giovanni (13:16-18) secondo cui Nessuno poteva comprare o vendere se non portava il marchio, cioè il nome della bestia o il numero che corrisponde al suo nome.

Il numero "666" si anniderebbe, secondo i sostenitori di tale teoria, nelle coppie di righe sottili all'estrema destra, all'estrema sinistra e al centro di ogni codice esistente. Difatti, la cifra 6 è indicata in questo sistema di codifica da due righe sottili che sono per l'appunto simili alle righe estreme e centrali; tuttavia, queste ultime non rappresenterebbero alcuna cifra all'interno del codice stesso, in quanto sono semplicemente linee di riferimento utilizzate dai dispositivi di lettura per capire dove inizia e dove finisce lo stesso.

Nei manoscritti che riportano il testo dell'Apocalisse si possono trovare due varianti per il numero della Bestia, il 616 (con attestazioni significative) e il 665.

Nel Papiro 115 (uno dei papiri di Ossirinco) e nel codice C (Codex Ephraemi Rescriptus) compare il numero 616 al posto del 666. Poiché l'Apocalisse è scritta in greco e considerando anche il fatto che Giovanni scrive rivolgendosi ai suoi connazionali dell'Asia Minore, risulta maggiormente plausibile che la gematria per calcolare il numero della bestia sia basata su lettere greche e non ebraiche (come nel caso del QSR NRON = Nerone Cesare).

Alcuni studiosi hanno proposto la teoria secondo cui il numero della bestia, il 616, corrisponderebbe al "Paraclito", ovvero avvocato difensore, consolatore, Spirito di Verità. Nel Nuovo Testamento il paraclito corrisponde allo Spirito Santo. Il termine 'paraclito' in greco risulta παράκλητος: sommando i valori alle lettere, si ottiene appunto il numero 616. In greco il numero 616 si scriveva XIC (chi + iota + stigma).



Per afferrare il significato del numero 666 dobbiamo analizzarne per prima cosa la somma, ovvero 6+6+6 = 18; il 18  corrisponde allo Sperma, il liquido seminale nell’uomo, quindi allude all’energia sessuale. 

Il 18 è la Forza Sessuale che se lasciata incontrollata e usata solo per soddisfare gli istinti più meschini, assume il controllo su di noi come il peggior vizio, riportandoci ad uno Stato di Coscienza di Bestialità, ovvio… ma se imparassimo a controllarla attraverso l’uso della Volontà essa da vizio si trasmuterebbe nella Virtù del numero 9, perché se si sommano le cifre del numero 18, cioé 1+8, la risultante è proprio 9....
   
Nei Tarocchi, la lama n° 9 degli Arcani Maggiori è l’Eremita. Osservando l’immagine dell’Eremita, notiamo subito che egli con un atto di Volontà comanda al serpente di salire sul proprio bastone: la colonna vertebrale. Di quale serpente potrà mai trattarsi se non della portentosa Forza della Kundalini, dormiente alla base della Spina Dorsale e che se risvegliata sale fino al Chakra della Corona portando l’uomo all’Illuminazione? Ecco il significato della Lanterna accesa che l’Eremita volge verso l’alto. L’uomo ottiene così l’Illuminazione, che è la realizzazione della Coscienza Cristica, divenendo l’Uomo-Dio, il Krystos del Padre.

Chi ha demonizzato il sesso, trasmutando questo numero Sacro in un numero sinonimo del Male, è proprio chi non desidera che l’uomo evolva, l’Anti-Krystos. In questo modo agendo sulle sue paure si impedisce che questi utilizzi l’Energia più potente per la sua Ascensione.

Il 666 quindi è il numero dell’Energia Sessuale che se utilizzata con disciplina ci porta a realizzare la Grande Opera tanto ricercata dagli Alchimisti, ma che, lasciata sbrigliata, ci trascina nei più bassi Stati di Coscienza. Nella lingua Inglese è interessante notare giustappunto che il numero 6 (Six), richiama la parola, sempre in Inglese, “Sex” ed il cui significato è “Sesso” e la Lama n° 6 degli Arcani Maggiori è “L’Innamorato”.

L’Innamorato ci rimanda al concetto di dominio della Forza dell’Eros, infatti Egli è nel mezzo di due donne, una che gli si avvinghia addosso che è alla sua sinistra e una più sobria e contenuta che è alla sua destra. 

Sono l’Amante l’una e la Moglie l’altra, che lontano da ogni giudizio morale umano ci rimandano all’uso che facciamo del Sesso: quando per soddisfare il nostro piacere (Amante) o quando per generare (Moglie), in questo caso l’Innamorato partorisce Se stesso.

Senza dimenticare poi i Quadrati Magici Planetari che vengono tramandati dalla Tradizione. Il quadrato 6 X 6 è quello che corrisponde al Sole. 6 X 6 infatti ci da il numero 36, che sono le 36 caselle che compongono il Quadrato e sommando i numeri che esso contiene da 1 a 36 il numero che viene fuori è proprio 666. Il 666 rappresenta il potere solare, l’energia mascolina o “Logos Solare”.

Il 666 è ripreso anche nel Libro delle Cronache, nell’Antico Testamento, in quanto è il numero dei talenti d’oro pagati in tributo a Salomone, che potremo definire un monarca “solare”.
Il numero 666 è solo uno tra i tanti numeri e simboli che è stato calunniato, per non parlare dei simboli della Tradizione usati in maniera profana a scopo propagandistico dai partiti politici.

La posizione del 666, conosciuta anche come 999 al contrario è una posizione sessuale praticata in molte parti del mondo che prevede la partecipazioni di tre persone.
Il suo utilizzo sin dall’antichità ha creato molte leggende sull’invenzione di questa posizione, una delle più diffuse narra che fosse quello che lo chiamavano trinità a praticarla in solitudine mentre Bud Spencer si masturbava analmente osservando di nascosto.
Solitamente le tre persone (una nel caso di quello li che lo chiamavano trinità) messe in equilibrio sul loro cranio e inseriscono il loro organo genitale un po’ dove capita, anche perché sono troppo impegnati a non cadere per poter pensare a qualcosa di più concreto.

A mio parere in tutte le cose di questo mondo hanno sempre la doppia interpretazione positiva e negativa perchè il male non esiste senza il bene e viceversa.








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IL DIALETTO VARESOTTO



Il dialetto varesotto (o Bosino) è un dialetto appartenente al ramo occidentale della lingua lombarda parlato nella Provincia di Varese

Esso è considerato affine al dialetto milanese, con il quale, pur non confinando direttamente, ha alcune comunanze. Il dialetto attuale risente, secondo le zone, di influssi del comasco (zona di Tradate) e del bustocco (zone di Busto Arsizio e Legnano). Il dialetto varesotto presenta forti comunanze anche con il dialetto verbanese, parlato lungo la sponda occidentale del Lago Maggiore, rappresentando un continuum dialettale con esso. La base linguistica del dialetto varesotto è nel complesso comune ma con innesti ed influenze, più o meno forti, secondo le zone. Molto simile il Ticinese, lingua madre del Canton Ticino della Svizzera italiana

Nel periodo romano, il latino è stato deformato dal sostrato celtico, in quanto gli abitanti della zona erano insubri lambrani romanizzati. Nel medioevo ha ricevuto influsso dalle lingue circostanti (superstrato: longobardo, lingue germaniche, celtiche). Poi le dominazioni spagnola, francese e austriaca hanno lasciato notevoli tracce nella lingua. Il francese ha contaminato specialmente il milanese, per la maggiore apertura cittadina, il quale ha a sua volta influenzato i dialetti circostanti. A partire dalla fine dell'Ottocento, tutte le lingue d'Italia hanno ricevuto un piccolo influsso da parte della lingua italiana, a causa della crescente diglossia (compresenza di italiano e lingua locale), causando, nelle generazioni più giovani, delle perdite del lessico originario.

Dal punto di vista fonetico il Varesotto è leggermente più duro del milanese e gli articoli e i toponimi si diversificano in base alla zona.

Le vocali nel dialetto sono:

ü ö = Vocali miste come nel francese sur e bleu o in varesotto dür e cör
â ê î = Vocali allungate, come nel francese frère o in varesotto frâ
L'uso dell'accento circonflesso è frequente nei participi passati (es. fâ - fatto, dî - detto). Ci sono casi particolari come le parole con la vocale mista allungata, per esempio düü dove la vocale dovrebbe essere solo una, ed oltre alla dieresi dovrebbe avere anche l'accento circonflesso.

Le consonanti nel dialetto sono:

c = Usata come finale di parola è palatale come in lacc (latte), se seguita da una h è gutturale come in lach (lago) o sacch (sacco).
s = Sonora come in casa si distingue da quella aspra, come in sole attraverso il raddoppio; cascina in dialetto diventerà perciò cassina, anche se la s durante la pronuncia sembra più semplice che raddoppiata.

L'accento acuto o grave serve per indicare la vocale chiusa o aperta, per esempio pan póss (pane raffermo) oppure salàm (salame).

Vadavialcuu: forma contratta della frase "Và a da' via il cü" e variante spinta dell'altrettanto famoso "Và a da' via i ciapp" significa letteralmente ..  .
Una variante molto usata nelle zone di Varese e del Canton Ticino è più lunga e cita più o meno così:
"Và a da' via i ciapp cunt vert l'umbrela", che tradotto significa vai a vendere le chiappe con l'ombrello aperto.

Mena no 'l türun! = Non continuare a ripetere la stessa cosa, hai rotto le scatole!

Vä a fä l’oli sinonimo di Föra di Ball, significa "vai a fare l'olio", renditi utile e lasciami in pace.

Sem mia giò a a petenà i bambül = non siamo mica qui a pettinar le bambole! ovvero "non ho tempo di fare le tue cose, sono abbastanza occupato, non sto mica pettinando le bambole"

Te sett na föla debaréla=  sei poco affidabile
 
Và a scuà ul mar "vai a scopare il mare"= vai via.

(tì) Te ghe na facia de cü de can da cacia = Hai una faccia da culo di cane da caccia (dovuto al fatto che i cani da caccia sono spesso privati chirurgicamente della coda per non fare rumore, di conseguenza sono ben visibili i glutei). Spesso prosegue con "l'è pusé bèll ul me cü dà la tó fácia" di facile parafrasi.

Te se' malà in duè te se' petenat = sei malato dove ti pettini, "sei fuori di testa".

Te laset minga in gir ul coò, perche' te ghe le tacàa = non lasci in giro la testa solo perchè ce l'hai attaccata (lasci in giro tutto).

Te se' püsè föra d'un vas da gerani=  Sei più fuori di un vaso di gerani, "sei fuori come un balcone".

Te se' curiuus 'me 'l ma' de ventar=  Sei curioso come il mal di pancia, ovvero una persona curiosa che finisce per infastidire: il mal di pancia inizia piano (curioso) per poi finire in bagno.

Và a ciapà i ratt= Vai a prendere i ratti (vai a quel paese)

Pastrügnùn ovvero colui che fa i "pastrugni", confusionario, non preciso. I pastrugni sono delle opere fatte male, pasticciate.

Balabiott ovvero un Bala Biott, colui che balla in giro nudo. In varesotto "bala in giir" significa "essere in giro a far nulla", per cui balabiott è un termine che indica colui che va in giro nudo. Può avere due significati: il primo, "coloniale", indica un modo per indicare gli africani (o meglio, le tribù tipicamente nude); il secondo, invece, indica un modo di rappresentare una persona un pò poco presente mentalmente. Ul balabiott è infatti lo spostato mentale, colui che va in giro nudo per la strada.
Il significato, in entrambi i casi, si riferiva a "colui che non fa niente".
 
Facia da tola si intende una faccia di tolla ovvero un volto che sembra d'argento ma si rivela essere "falso", di tolla. E' comunque usato anche nella variante scherzosa come per dire "facia da cù" o "facia da palta"

Pulentatt o Pulentuun si intende una persona lenta, polentona. Il termine lento associato alla polenta è difatti relativo al lungo tempo che la preparazione della polenta richiede e dai movimenti lenti e difficoltosi che accompagnano il mescolare.
 
Cuvèrc cà va ben par tütt i pugnat si intende la persona che si adatta a tutti in senso negativo, ovvero senza una vera e propria opinione personale. La traduzione letterale significa infatti "coperchio che va bene per tutte le pentole"

Cüü alegher letteralmente culoallegro, inteso gay in senso scherzoso.

Càsciabàll ovvero colui che dice balle, un bugiardo.

Mangia pan a tradiment = un mangia-pane a tradimento è colui che lavora poco, che "mangia pane senza meritarlo".

Sciabalun indica una persona che non cammina benissimo. Probabilmente derivante da Sciabatt ovvero ciabatte, indica colui che cammina con scarpe larghe, trascinando i piedi. Claudicante.

Ciaparàtt è colui che prende i ratti, cioè una persona che si dedica a cose inutili in quanto stupidotto.

Loegia=  donna di facili costumi.

Caragnuun è colui che "caragna" sempre, ovvero un piagnucolone.

Gabana= voltafaccia, probabilmente derivato da Voltagabbana.

Ciola predecessore del famoso Ciula!

Pelabrocch  significa pulisci-rami, mestiere umile. Indicava che tale persona non poteva fare altro che quel lavoro a causa delle sue scarse capacità

Gratacù sei un "grattaculo", oppure detto "Grasderost" - grass dul rost, "grasso dell'arrosto", ovvero una persona  difficile da digerire, che ha sempre qualcosa da ridire.

Se la me nona la gh'avea i ball la sarìa stà ul me nono
se la mia nonna avesse avuto le palle sarebbe stata mio nonno.

Una pisada senz'ul pèt l'è tème un viulìn senza l'archet
Una pisciata senza un peto è come un violino senza l'archetto.

Chi volta'l cù a Milan le volta al pan
Chi volta le spalle a Milano le volta anche al pane.

Nà lavàda, nà sùgàda, la par n'anca duperàda.
Una lavata, una asciugata e non sembra nemmeno essere stata usata!
Relativo alla filosofia di un tempo dove, in carenza di beni, bastava una lavata per rendere una cosa "nuova" e usarla nuovamente.Può anche essere inteso per quella cosa lì....


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/casalzuigno.html



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domenica 28 giugno 2015

IL SALTRIOSAURO



C'era una volta tanto tanto tempo fa il Saltriosauro che scrutava la preda stando ritto sulle zampe posteriori, a quasi otto metri di altezza; aveva gli occhi feroci dei dinosauri carnivori e corte zampe anteriori con tre potenti artigli; un terribile bestione da una tonnellata e mezza che terrorizzò la Lombardia del Giurassico cacciando i suoi consimili e più miti erbivori. In quel tempo, duecento milioni di anni fa, la Padania era un oceano tropicale - il vasto Tetide - sul quale si affacciavano terre emerse, basse e frastagliate (oggi corrispondenti al Luganese e Varesotto), coperte di araucarie, le nonne delle conifere. Il Saltriosauro è il terzo dinosauro rinvenuto in Italia e primo della sua specie.
Antico ma insieme moderno, se si guarda all'anatomia. Il rettile possiede, oltre alle tre dita invece delle classiche quattro, la cosidetta furcula, l'osso a forma di Y che deriva dalla fusione delle clavicole e che i dinosauri hanno lasciato in eredità agli uccelli loro discendenti, pollo compreso.

Il Saltriosauro è stato avvistato domenica 4 agosto 1996 da Angelo Zanella, un amatore in visita alla cava "Salnova" vicino a Varese, al cui occhio clinico non sfuggono le ossa apparentemente di un grande animale, immerse in una roccia calcarea di origine marina.
Con i suoi otto metri circa di lunghezza, il Saltriosauro è il più grande dinosauro sinora scoperto in Italia nonché uno dei primi predatori di terraferma ad aver raggiunto dimensioni ragguardevoli. Gli altri antichi dinosauri carnivori, come i dilofosauridi del Nord America e della Cina conosciuti attraverso scheletri abbastanza completi, da un confronto osso per osso appaiono decisamente più piccoli. Il Saltriosauro era bipede, con braccia forti e robusti artigli nelle dita della mano; la bocca era munita di denti ricurvi e appuntiti. Dopo la sua morte, la carcassa scomposta è stata trasportata in un fondale marino poco profondo non lontano dalla linea di costa, dove si è fossilizzata, fino a essere ritrovata ai giorni nostri in una cava situata nei pressi del paese di Saltrio (Varese), da cui il nome provvisorio di “Saltriosauro”.
I resti incompleti rappresentano forse il 15% dell’intero scheletro, ciò che rimane dopo che la roccia che li conteneva è stata fatta saltare con la dinamite durante i lavori nella cava.



La carcassa del Saltriosauro fu trasportata in acqua dopo la morte dell'animale e si fossilizzò nelle sabbie di un basso fondale marino, non lontano dalla terraferma. Infatti le rocce calcaree che costituiscono la Formazione di Saltrio sono composte in gran parte da scheletri frantumati di echinodermi (ricci, stelle e gigli di mare) e perciò sono note ai geologi con il nome di encriniti. La fauna fossile contenuta è comunque assai più ricca: sono note oltre cento specie di invertebrati marini (ammoniti, nautili, calamari, gasteropodi, bivalvi, brachiopodi, briozoi). Tutte le ammoniti appartengono a specie tipiche (fossili-guida) del piano Sinemuriano e hanno quindi permesso una datazione sicura al Giurassico inferiore (200 milioni di anni fa).
Le tracce fossili di grandi conifere primitive, chiamate araucarie, confermano che all'inizio del Giurassico, in un'area geografica corrispondente a gran parte del Varesotto e del Luganese, esistevano delle terre emerse che si affacciavano sul mare con litorali bassi e frastagliati. Una lingua di terra la cui estensione è ancora sconosciuta, delimitata ad ovest e ad est da due piccoli golfi del vasto oceano chiamato Tetide (che si apriva a sud-est).
Fino a pochi anni fa, l'immagine più comune di questo antico ambiente, ricavata dai soli studi geologici, era quella di un paesaggio marino nel quale erano immerse piccole isole simili agli odierni atolli tropicali. Ma un dinosauro carnivoro di otto metri non può accontentarsi di un'isoletta: la scoperta del Saltriosauro indica che vi erano aree continentali ben più vaste di quanto si pensasse.
Allo stato attuale delle conoscenza è difficile sapere se le terre emerse nel nord della Lombardia fossero collegate alle piattaforme, ad esse contemporanee, che affiorano nei dintorni di Rovereto, dove in località Lavini di Marco esiste un vasto giacimento di impronte di dinosauri. E' però assai probabile che parenti del Saltriosauro abbiano camminato anche là, e che tra le prede del dinosauro lombardo ci fossero dinosauri vegetariani (sauropodi e ornitopodi) analoghi a quelli che passeggiavano sulla piattaforma trentina.

In contemporanea con l'annuncio della scoperta, il Museo di Storia Maturale di Milano ha allestito una piccola esposizione che permette al pubblico di vedere il Saltriosauro da vicino. La mostra si articola in cinque vetrine situate nella sala V (piano terra). Oltre a una mappa che illustra come era la Lombardia 200 milioni di anni fa, tramite fotografie e ricostruzioni è possibile rivivere la scoperta e conoscere le tecniche utilizzate per estrarre le ossa del dinosauro. Al centro di queste vetrine campeggia un grande pannello su cui, in grandezza naturale, è riprodotta la sagoma della parte anteriore del corpo del Saltriosauro e su cui sono ricomposte le ossa conservate (quelle esposte sono copie perfette delle ossa originali). Chiude la mostra un pannello esplicativo sull'evoluzione dei dinosauri carnivori, aggiornato secondo le più recenti teorie.
Una copia del Saltriosauro è esposta anche al Museo dei Fossili di Besano (Varese).



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sabato 27 giugno 2015

IL CASTELLO DI CUASSO AL MONTE



Il castello di Cuasso, noto anche come Castelasc, è un importante edificio difensivo di fondazione altomediovale dell'Insubria. Esso occupa l'intero crinale di un colle il cui nome è divenuto eponimo dell'intero comune di Cuasso al Monte, all'interno del quale sorge la struttura. Ne rimangono oramai solo imponenti ruderi.

Il mastio, in posizione di controllo della gola proveniente dalla valle, risulta visibile, per chi proviene da sud, anche da una decina di chilometri, pur essendo localizzato in una posizione defilata: questo ne attesta l'importanza strategica. Il castello era in origine composto da quattro piani distinti con un tetto merlato, alla guelfa, mentre sulla parete ovest si appoggiava una piccola torre al cui interno correvano le scale per raggiungere tutti i piani. Il mastio si presentava come la prora di una nave e probabilmente sulla scomparsa parete sud non vi erano accessi, ma solo finestre. Da quel punto poteva facilmente controllare la sottostante strada con un indubbio vantaggio strategico dovuto alla maggiore altezza.

Alle spalle del mastio in direzione nord il castello si apriva a ventaglio, con un angolo di circa 15°, con un cortile pianeggiante nel cui interno in successione si ergeva ad ovest la chiesa di San Dionigi, santo di origine franca attuale patrono di Parigi, e a est forse la chiesa di Sant'Ambrogio, i cui ruderi non permettono una chiara identificazione. La chiesa di San Dionigi aveva due accessi, uno, quello ovest principale, che si apriva all'esterno del castello ed un altro sulla parete sud che dava nel cortile. Questo fa supporre che la tale chiesa fosse la parrocchiale di un villaggio di legno, oramai scomparso, che sorgeva intorno e ai piedi della collina. La parte ovest era anche quella meglio difendibile. Sulla parete sud-est poco più a nord della presunta chiesa di Sant'Ambrogio, si apriva invece la porta carraia principale il cui ingresso era probabilmente accompagnato da una rampa di legno fissa o mobile, in considerazione del dislivello di parecchi metri che la separava dalla antica strada. Proseguendo verso nord si trovano ruderi di edifici non meglio identificati, forse magazzini o botteghe. La parte orientale si eleva quindi fino all'altezza di 455 metri. Il culmine del poggio è interamente occupato dalla poderosa rocca di nord-est. Essa è la parte più antica del castello, sicuramente di epoca romana faceva parte del sistema delle torri di segnalazione di cui era disseminato l'Impero. I Longobardi non fecero che ampliarla in seguito. Dalla parte più alta del poggio è possibile osservare tutta la porzione meridionale del lago di Lugano, operazione non fattibile dal mastio.

L'accesso alla rocca di nord est rimane difficoltoso per il dislivello e per la presenza di una fitta vegetazione che ne ostacola il cammino. La rocca, godendo di una virtuale imprendibilità e di un'ottima panoramica, fungeva da privilegiato punto di osservazione, tanto da essere ancora utilizzata anche nel corso della prima guerra mondiale, inserita nel contesto della Frontiera Nord, il sistema difensivo italiano verso la Svizzera impropriamente noto come "linea Cadorna", i cui manufatti sono diffusi in abbondanza sul territorio di Cuasso e della val Ceresio. La parte occidentale invece rimane al livello del mastio, con un ulteriore cortile protetto da mura da quale si accede poi a settentrione a Porta Nord, sicuramente munita di ponte levatoio. Tra il cortile nordoccidentale e la rocca di nord-est si sviluppavano una serie di terrazzamenti, in parte ancora presenti, sui cui pavimenti sorgevano probabilmente costruzione di legno ed anche di pietra.

Per la frammentarietà di fonti scritte la sua storia è ancora avvolta in gran parte dal mistero. Si ipotizza sia stato cruciale nello scontro tra guelfi e ghibellini nel XIII secolo quando fu probabilmente possedimendo della famiglia dei da Besozzo come caposaldo orientale dei loro possedimenti al confine con quelli dei Torriani. Al termine di tali conflitti, in cui trionfarono i Visconti, con la costituzione di un unico stato che poi sarebbe diventato il ducato di Milano, il castello perse progressivamente di importanza tanto da finire nella lista di un'ordinanza di Francesco Sforza in cui si ordinava di abbattere un determinato numero di fortificazione. In quel tempo tuttavia già versava in stato di abbandono tanto che tale ordinanza non fu portata a termine per mancanza di una funzione esercitata. Di certo dai pochi scavi e studi condotti in loco hanno appurato che si trattava di un castello posto sull'antica via che portava da Milano ai valichi alpini del San Bernardino e del San Gottardo. La sua edificazione al vertice di una gola in forte pendenza lo rendeva di fatto inespugnabile e chiave dell'intera viabilità dell'epoca romana e medievale. La sua prossimità al fiume Cavallizza, nelle cui vicinanze si trovavano miniere di argento, di piombo e, in misura molto minore, d'oro fanno supporre anche una sua importanza economico nel controllo delle risorse telluriche.

L'attuale castello risulta costruito in più tappe. La torre più antica di epoca gallo-romana venne ampliata in epoca longobarda secondo un'insolita pianta, i cui unici raffronti si possono trovare nel castello di Warkworth in Northumberland (Regno Unito) e nell'oramai scomparso castello di Trecate. Si sa per certo che l'attuale castello inglese sorge su un preesistente insediamento sassone ricalcandone la forma. Per tale motivo, è stata ipotizzata una edificazione da parte di maestranze sassoni. Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum narra di circa 20.000 sassoni discesi insieme ad Alboino nella primavera del 568. I Sassoni vantavano una comune ascendenza con i Longobardi, avendo risieduto entrambi nel I secolo nella zona estrema settentrionale della Germania romanizzata, lungo il corso del fiume Elba. Nel 734 una parte di ventimila arimanni, a causa di disaccordi con il potere centrale longobardo, si allontanarono dall'Italia. Il castello fu sicuramente un presidio militare della via che conduceva da Como al Gottardo in quanto, prima della costruzione del ponte di Melide la strada principale passava attraverso di esso. Fu parte poi del Contado del Seprio per essere poi abbandonato definitivamente verso il XIII secolo. Fu in seguito sede della parrocchiale di Cuasso fino a metà del XVI secolo per essere poi ridotto a cimitero nei secoli successivi. Ebbe nuovamente funzione di punto di osservazione e di stalla all'epoca della costruzione della Frontiera Nord.

Lo stesso toponimo Cuasso non deriverebbe da un generico Locus cuvaxi (luogo del covo) che non ha particolare senso in quanto la parola "covo" in latino viene resa semplicemente con covum. Esso molto più probabilmente potrebbe derivare da una crasi tra la parola latina covum (covo) e quella germanica, ma latinizzata, Sachsum-i (spada-Sassone), secondo una forma tarda di declinazione latina, ove al classico Saxo-onis è subentrata la forma radicale germanica Sachs-i; tale lemma è comunque attestato nell'alto tedesco antico. Secondo molti studi la lingua longobarda apparteneva non alla branca orientale delle lingue germaniche ma a quella occidentale, come il sassone. La disseminazione di componenti del proprio popolo sul territorio conquistato era una consuetudine tipicamente longobarda. Tale dispersione veniva attuata secondo i gruppi familiari, le fare. Venivano fondati nuovi villaggi o piazzeforti che ancor oggi sopravvivono nella toponomastica italiana come Fara Filiorum Petri, Vidigulfo (Vicus Lodulfi), Mendrisio (Locus Mandrici). Questo metodo però favorì anche la dissoluzione dell'elemento longobardo nel precedente substrato gallo-romano.

I castelli sono luoghi del mistero. Laddove la storia ha fatto tappa e le passioni sono state consumate in tutto il logo vigore, là si sono verificate immancabilmente vicende che hanno poco di ordinario. Storie di battaglie e potere, di assassinii e tradimenti, di morte e d’amore, alle volte cristallizzatesi nei racconti leggendari della tradizione orale. Nei boschi circostanti, tra i ruderi e la cascata della Cavallizza, si aggirerebbe dai tempi della prima crociata la diafana ombra di Carlo, figlio del Duca di Cuasso, ucciso a tradimento nel sonno per amore della bella Rosamaria.
Le storie di fantasmi sono solo una parte del mistero.
Di antichissima origine, il Castelasc fu una fortificazione di una certa importanza, quasi inespugnabile perché al vertice di una gola in forte pendenza. Inserita nel sistema difensivo di avvistamento e segnalazione del Ceresio, si trovava in una posizione strategica nel percorso che allora univa Ponte Tresa e le valli del Verbano con Como, nonché sull’antica via che portava da Milano ai valichi alpini del San Bernardino e del San Gottardo.
Ora è un imponente, tetro rudere quasi irriconoscibile, arroccato su un piccolo poggio di fronte ad una cava di porfido. Ciò che rimane in piedi è circondato da rovi, robinie e piante rampicanti. Un tempo lo si poteva scorgere da lontano, isolato su quell’altura tra l’erica e i cardi. Ora sembra scomparso dalla collina, nascosto agli occhi dei viandanti dalla vegetazione cresciuta col tempo e quindi cancellato dalla memoria degli uomini. Nell’abbandono è forse più percepibile il passare inesorabile del tempo.
A metà degli anni Settanta il professor Adelio Bianchi condusse una breve campagna di scavi e pubblicò i suoi studi in un volumetto oramai introvabile. Del castello si sapeva ben poco, qualche notiziola riportata dal Sormani e da Cesare Cantù, oramai datate e confinate in un ambito più letterario che propriamente storico, tipico degli interessi romantici dell’Ottocento. Il Bianchi non ebbe unicamente il merito di ricostruirne l’architettura, ma confrontando la pianta con quella di altri fortilizi ipotizzò l’intervento di maestranze e mastri muratori sassoni. Le geometrie del Castelasc di Cuasso sono infatti molto simili al castello di Warkworth di Nothumberland in Inghilterra, ricostruito nel 1440, ma impostato sullo schema originale, appunto di origine sassone.
Da allora é nato un certo interesse intorno al castello e al suo destino. Lo sosteneva negli anni Novanta il sindaco Marino Sturaro introducendo una riedizione dello studio del Bianchi. Lo confermavano cittadini di Cuasso quando si mobilitarono nel 2001 per chiedere al Municipio la pulizia del sito. Tra il 2002 e il 2006 comparvero le ricerche aggiornate di Roberto Corbella e Matteo Colaone, il primo in un volume dedicato ai fortilizi della provincia mentre il secondo sulla rivista edita dall’Associazione Culturale Terra Insubre.
Nel 2004 le associazioni Amici della Terra e Italia Nostra si attivarono per proporre un intervento di messa in sicurezza del sito, ma senza troppo successo. La motivazione era chiara: “Il Castello rappresenta una testimonianza irrinunciabile della storia del territorio varesino. Deve essere fatto ogni sforzo per conservarne l’integrità. È un valore non rinunciabile, è la radice originaria della più antica storia di una parte della nostra terra”.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/cuasso-al-monte.html




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I POMPIERI DI VIGGIU'



Nel 1881 si prospettava l'idea di formare un gruppo volontario per un corpo di pompieri Croce Verde ed assistenza a Viggiù. Sino ad allora, per dare l'allarme allorché una canna fumaria, una cascina o un bosco si fosse incendiato si usavano le campane a martello, e coloro che volevano intervenivano in aiuto.Non appena fu possibile, con la sovvenzione dei privati e degli stessi volontari, si acquistò una pompa manuale. Gli idranti, però, erano in numero esiguo e si doveva utilizzare l'acqua dei pozzi, di cui Viggiù era molto ben fornita.
Il 15 dicembre 1910, l'assemblea del Corpo Volontario deliberò di darsi un regolamento, che fu poi approvato dal consiglio comunale il 2 marzo 1912 e dalla giunta Provinciale Amministrativa di Como il 10 aprile 1912.
Nel Corpo dei Pompieri si verificarono molte controversie dovute al cambio dei presidenti o dei reggenti ma, non si giunse mai al suo scioglimento, anzi, negli anni dal 1928 al 1932 i volontari stessi pagavano una quota per far parte del Corpo Pompieristico e partecipare all'istruzione.
Il Corpo Pompieri e Croce Verde di Viggiù partecipava, tra l'altro, a concorsi, raduni e competizioni con altri corpi pompieristici, medaglie, premi e diplomi restano a testimonianza di queste manifestazioni.
Le prime divise furono acquistate dai pompieri del gruppo di Milano, gli attrezzi furono forniti dall'Amministrazione Comunale di Viggiù; le esercitazioni si svolgevano nel cortile delle scuole di via Roma, dove si trovava l'autorimessa dei pompieri e della Croce Verde.
I volontari erano reperibili al 90% in quanto, la maggior parte di essi, era dedita alla lavorazione di pietre e marmi pressi laboratori del paese. Per avvertirli, in caso d'incendio, oltre ad usare le campane a martello, nel 1928 un uomo venne incaricato di girare il paese in bicicletta suonando una tromba di richiamo.
Nel 1935 si installò un allarme a sirena sul tetto delle scuole comunali.
Nel 1939, secondo una disposizione governativa, i pompieri di Viggiù furono incorporati all'Ottantottesimo Corpo dei Vigili del Fuoco di Varese e si lasciò a Viggiù un distaccamento che non era più di tipo volontario.
Del 1949 è il film diretto da Mario Mattoli che altro non è che il pretesto per una lunga sequenza di numero di teatro di rivista.
Il distaccamento di Viggiù fu sciolto nel 1962 e l'Ottantottesimo Vigili del Fuoco di Varese ne incamerò tutto il materiale e le attrezzature. Durante la Seconda guerra mondiale, si trovava sfollato a Viggiù il maestro Fragna che, avendo sentito parlare dei Pompieri di Viggiù, compose e musicò la famosa canzone.
Per i viggiutesi, che amavano tanto i volontari, e per i volontari stessi fu un grosso dispiacere sentirsi messi alla berlina, tuttavia fu giocoforza arrendersi all'evidenza ed al successo che ottenne la canzone. E, dopo tanti anni, si può affermare che anche questo gioioso motivetto ha contribuito alla divulgazione del nome di Viggiù in tutta Europa.



I pompieri di Viggiù è un film del 1949, diretto da Mario Mattoli.
Il titolo è ripreso da una popolare canzone dell'epoca musicata da Armando Fragna, autore delle musiche del film.
La pellicola registrò il terzo incasso nella stagione cinematografica 1949-1950.
I vigili del fuoco si spostano ben volentieri, col motivo non dichiarato di poter

Totò interpreta nel film un dongiovanni che s'innamora della moglie (Barzizza) di un venditore di stoffe (Castellani). La donna sta telefonando alla sua amica, parlandole del suo ammiratore segreto definendolo "non proprio un Adone" ma provando qualche sentimento d'ammirazione per lui. Totò entra nel negozio sfacciatamente e comincia a corteggiare la moglie, ma ben presto sopraggiunge il marito, disperato perché sta per andare in bancarotta. A Totò non resta che fingersi manichino, mentre l'uomo manda via la moglie. Successivamente il marito si siede ad invocare l'anima del padre, sperando che questi possa dargli un consiglio; ma all'improvviso perde i nervi e comincia ad infierire contro i manichini, fermandosi sempre col manichino prima di Totò. Ad un certo punto Totò batte un colpo inavvertitamente e l'uomo lo prende come un segno del padre e comincia a parlare al manichino. Totò allora si finge l'anima del padre e gli richiede stoffe, giacche ed infine un bacio a sua moglie.
Dopo lo sketch Totò riappare verso la fine del film dove dirige la banda e poi conclude il numero con la "fanfara dei Bersaglieri".

Il Morandini cita Ennio Flaiano che nel 1949 si espresse a proposito di questo film sostenendo che “l'errore dei critici" fu quello di "volerlo considerare un film", mentre (in realtà) "è un documentario che anticipa in Italia le gioie della TV”.

Sotto questo profilo, la pellicola "è un capolavoro involontario di reportage, una preziosa antologia dell'avanspettacolo nell'Italia del dopoguerra".

Per volere del visconte, su parere del barone
han fondato la sezione dei pompieri di Viggiù
pompa qua, pompa là, pompa su e pompa giù
poi a spese del marchese han comprato le divise
con feluche a larghe tese e i pennacchi rossi e blu
pompa qua, pompa là, pompa su e pompa giù
indi a scopo addestrativo il paese hanno incendiato
il reparto si è schierato e ha gridato: "Hip, hip urrà!"

Viva qua, viva là, viva su e viva giù
viva i pompieri di Viggiù
che quando passano i cuori infiammano
viva i pennacchi rossi e blu
viva le pompe dei pompieri di Viggiù.

Affrontarono l'incendio con le pompe verso sera
però l'acqua ahimè non c'era per potere funzionar
pompa qua, pompa là, pompa su e pompa giù
però il capo ebbe un'idea veramente peregrina
caricò con la benzina tutti quanti gli estintor
pompa qua, pompa là, pompa su e pompa giù
ed in meno di un secondo nel villaggio già bruciato
tutto in fumo se n'è andato il plotone dei pompier.

Viva qua, viva là, viva su e viva giù
viva i pompieri di Viggiù
che quando passano i cuori infiammano
viva i pennacchi rossi e blu
viva le pompe dei pompieri di Viggiù.
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venerdì 26 giugno 2015

IL SASSO NERO DI ORINO



A Orino, soprattutto nel corso degli anni '40-'50 del secolo scorso era diffusa la voce secondo la quale sotto la roccia erano stati sepolti uno stregone pagano e il suo orso ammaestrato uccisi entrambi dai soldati di S. Ambrogio all'epoca delle battaglie antiariane, intorno alla fine del IV secolo d.C.
Il cupo masso roccioso anticamente fungeva da altare sacrificale dei Druidi, i preti celti.

Superata la breve deviazione per la Rocca, si prosegue per alcune centinaia di metri lungo un tratturo che ci permette di incontrare e di godere della poderosa e affascinante presenza del Masso Erratico, trasportato in questo luogo dal lento movimento delle diramazioni secondarie del Ticino durante le ere glaciali. Denominato anche “Sasso nero”, a causa del suo colore molto scuro, il masso è composto da carbonato di calcio contenente minuscoli granuli di ferro, che apparendo come piccole schegge dorate, gli conferiscono un’aurea dalle sembianze misteriose, tale da potergli attribuire anche il denominazione di “Sass de Luna” e di “Meteorite”. Il masso presenta dimensioni non trascurabili con un altezza di 4,40 m ed un perimetro di oltre 23 m. La sua parete frontale è stata parzialmente lavorata dai cavatori.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/orino.html


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LA ROCCA DI ORINO



La Rocca di Orino è un'antica fortezza, posta a nord-est dell'omonimo comune, a 540 metri di altitudine. Essa giace su di uno sperone roccioso che garantisce un'ottima visibilità su tutta la Valcuvia.

Di proprietà privata al presente, la Rocca si presenta come un quadrilatero, cinto da un muraglione e difeso da torri, circondato dai boschi. All'interno dell'ampio cortile, sono presenti una cisterna e, all'angolo nord-ovest, la Rocchetta; quest'ultima, completamente in rovina, presenta all'angolo sud-ovest una torre. La merlatura, sostanzialmente d'invenzione, sopra il muro di cinta dell'ingresso principale è frutto dei restauri compiuti all'inizio del secolo, così come buona parte della torre posta all'angolo nord-est e della torretta rompitratta del muraglione di cinta a nord.
La Rocca di Orino è un'antica fortezza posta a nord-est dell'omonimo comune, a quota 537 m.slm., su di uno sperone roccioso che domina gran parte della Valcuvia.
Si suppone che il primitivo nucleo fortificato risalga al III secolo a.C.; purtroppo attualmente di esso non rimane alcuna traccia visibile.
Le prime notizie documentarie sulla Rocca di Orino sono contenute negli atti della Chiesa Plebana di San Lorenzo in Cuvio e risalgono al marzo 1176; in una "Carta finis et dati" troviamo tra i sottoscrittori un "Soldanus de Aree Urini" dove "Aree" sta sicuramente per "arce" nel senso di fortezza.
In una "carta commutacionis" del 1222 troviamo ancora un "Parravixinus de Arona" figlio del fu "Dominus Maranus de Roche de Urino" e in un altro documento dell'anno successivo si nomina un "Emblavadus de Roche de Urino", canonico e confratello della chiesa di S. Lorenzo in Cuvio tra il 1223 e il 1236.
Attualmente l'esame della struttura muraria della Rocca di Orino indica una serie di lavori di ristrutturazione e rifacimento quasi sicuramente eseguiti in epoca Viscontea-Sforzesca.
Nel 1513, in seguito al progressivo disfacimento del ducato di Milano, entro il cui controllo la rocca e la Valcuvia erano comprese, le "nostre terre" vengono occupate dalle truppe svizzere.
La Rocca di Orino, coinvolta in queste vicende, subisce numerose e ripetute occupazioni ed è probabilmente in questo periodo e in seguito a queste vicende che la Rocca viene smantellata.
In un documento risalente al 1640 essa viene indicata come "Roca tutta dirocata" e nel "Catasto Teresiano" del secolo successivo viene denominata "Roca dirupata". Lavori di restauro vennero condotti all'inizio di questo secolo dall'allora proprietario Mario Sangalli.
Attualmente la Rocca di Orino è proprietà privata.

La Rocca di Orino è localmente denominata "Roca di Arian"; la leggenda vuole che gli Ariani, cacciati da Milano dal Vescovo Sant'Ambrogio, in seguito alla condanna della loro dottrina da parte della Chiesa, si fossero rifugiati in cima al colle che attualmente ospita l'abitato di Santa Maria del Monte.
Gli Ariani occuparono la Rocca di Orino e la presidiarono sino alla conquista del "Forte di Varese" avvenuta nel 389 d.C. da parte delle truppe milanesi. La tradizione locale vuole che gli Ariani furono messi in fuga, oltre che dal sopraggiungere dell'esercito ambrosiano, dall'apparizione della figura di San Lorenzo avvolta nelle fiamme. Gli abitanti, riconoscenti, chiamarono il luogo dell'apparizione San Lorenzo.
Attualmente in questa località sorge la piccola chiesa di San Lorenzo con annesso il cimitero del Comune di Orino.
Sicuramente però la leggenda più nota è quella legata alla figura di Ada, la sposa di Marchione, capitano mercenario delle truppe svizzere che nel 1513 occuparono la Valcuvia.
Narra la leggenda che Marchione, stanziato con la sua guarnigione presso la Rocca di Orino, per gelosia, precipitò in un trabocchetto mortale la giovane Ada e fece imprigionare nelle segrete del castello il fratello di Ada, Francesco, suo luogotenente. Successivamente lo stesso Marchione cadde vittima di una ribellione dei suoi stessi mercenari, che, minacciati dall'arrivo dell'esercito spagnolo, volevano fare ritorno alle proprie terre.
Francesco, dopo la ritirata degli svizzeri, venne abbandonato nelle segrete della rocca, condannato a morire di fame.
Si dice che il suo spirito inquieto stia vagabondando da allora, latore di presagi maligni, nei boschi della rocca e; nei racconti della gente.

Tempo dopo, duranti alcuni scavi nel castello furono ritrovati gli scheletri di Ada e Francesco. E da allora nel corso di tre secoli abbondano una serie di testimonianze di più persone secondo le quali la rocca di Orino e il territorio circostante sarebbero infestati dai fantasmi di Francesco e Ada. Francesco a quanto pare si farebbe sentire con gemiti,pianti e rumori di catene nei pressi del portone d'entrata della rocca, lungo le cui mura si intravederebbe anche una luminescenza di forma umana che sarebbe appunto lo spettro di Francesco. Mentre nei pressi di un castagno prima comparirebbe lo spettro di Ada, incappucciato e con una lunga tunica e mantello con un viso simile a quello di uno scheletro. Avrebbe al posto degli occhi orbite vuote e la bocca aperta, come se urlasse pur non uscendo fuori alcun suono.




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