Visualizzazione post con etichetta fuoco. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta fuoco. Mostra tutti i post

domenica 17 aprile 2016

L'ESPLOSIVA SANTABARBARA

.


I depositi di armi vengono denominati comunemente “santabarbara”, in onore della Santa che rappresenta la capacità di affrontare il pericolo con fede, coraggio e serenità anche quando non c’è alcuna via di scampo. E’ la protettrice di coloro che si trovano “in pericolo di morte improvvisa dovuta al fuoco“.

Santa Barbara è la protettrice dei fedeli dai pericoli del fuoco, dai fulmini e dalle morte violente. Martire di Nicodemia, fu uccisa da suo padre, ucciso a sua volta subito dopo da un fulmine.

Sulle navi da guerra si dà comunemente questo nome al deposito delle munizioni. È un'antica denominazione tradizionale, scelta dalla gente di mare con l'intenzione di porre i depositi delle munizioni, che costituiscono indubbiamente un notevole pericolo, sotto la protezione della santa patrona dei cannonieri. I depositi delle munizioni sono generalmente situati nelle parti meno vulnerabili della nave. Quelli destinati alle artiglierie di grosso calibro sono sulla stessa verticale delle torri e comunicano con queste per mezzo di elevatori che scorrono entro speciali tubi corazzati; quelli per le artiglierie di medio e piccolo calibro sono generalmente collegati tra loro da gallerie longitudinali, nelle quali pescano gli elevatori, e sono suddivisi da paratie fornite di porte stagne.
Tutti i depositi sono divisi in varie camere, di forme e capacità diverse, dal ponte di protezione in giù. In generale i proiettili sono sistemati nel locale più basso: quelli di grosso calibro in pozzi di lamiera a pareti smontabili, incuneati in modo da assicurarli contro i movimenti della nave e da permettere al tempo stesso la loro facile sospensione mediante braghe mosse da carrelli idraulici o elettrici. Il trasporto dei proiettili dal calibro di 152 mm. in giù vien fatto a braccia.



Le cariche si conservano in appositi scaffali; gli elementi nei cartocceri: i bossoli e le cassette delle cartucce sono sistemati con opportuni chiavistelli mobili in scaffalature ad alveare e il loro trasporto si fa a mano. Per muovere cartocceri pieni di elementi si adoperano paranchi e carrelli che corrono su ferroguide fissate ai bagli del locale. Sopra ogni scaffale è disposto, ben visibile, un cartellino con tutte le indicazioni relative all'esplosivo in esso conservato.

Per tenere il deposito a un basso grado di temperatura si ricorre all'isolamento e alla refrigerazione dei locali. L'aria dei depositi viene cambiata con un iniettore e un estrattore: si ottiene così il raffreddamento del deposito e l'estrazione dell'aria viziata per le emanazioni di vapori nitrosi. Durante il ricambio d'aria i cartocceri si tengono aperti: è preferibile aerare i depositi durante le ore fresche e in giornate di bel tempo. La temperatura dei depositi viene mantenuta dagli 8° ai 30° C.; l'illuminazione elettrica si ottiene mediante fanali speciali ed è regolata con particolari norme per evitare corti circuiti. Ogni locale è messo in diretta comunicazione col mare: è fornito di valvole speciali per l'allagamento dei depositi in caso d'incendio. Ogni locale è pure fornito di almeno un apparecchio avvisatore d'incendio.

Il primo direttore del tiro, i suoi sottordini e il capo carico cannoniere con gli addetti ai depositi curano la scrupolosa osservanza delle norme per la conservazione e sicurezza del munizionamento della santabarbara e per le prescritte verifiche.



Genericamente si può dire che la polveriera è una particolare struttura adibita a deposito di munizioni, esplosivi, micce detonanti e artifizi vari, costruito e dislocato con particolari criteri al fine di evitare o quantomeno ridurre i pericoli di eventuali scoppi.

La polveriera può essere civile, contenendo anche giochi pirotecnici quali ad esempio i fuochi d'artificio, ma il termine è spesso utilizzato per indicare la struttura militare.

Essa infatti era il luogo dove venivano costituite le armi dell'esercito. Spesso queste strutture sono scavate all'interno delle montagne o al riparo di bunker. Ogni singola struttura doveva prevedere un ambiente asciutto e sempre ben aerato, oltre ad un tetto ben protetto dai fulmini. In una polveriera, il servizio antincendio era sempre tenuto come un servizio di primaria importanza.

L'invenzione della polvere da sparo e il conseguente utilizzo delle armi da fuoco nella guerra sul mare, fece sì che le navi, specialmente quelle da guerra, dovessero dotarsi di un locale adibito allo stoccaggio delle munizioni. L'abitudine di appendere all'interno di questi magazzini un'immagine di santa Barbara, che la tradizione indica come santa protettrice dei fedeli dal pericolo del fuoco, dei fulmini e, più in generale, delle morti violente, fece sì che il nome della santa divenisse anche il nome dato ai depositi.

Ancora oggi i depositi di armi sono comunemente chiamati Santa Barbara, come per scongiurare, per intercessione divina, il pericolo di esplosioni.



FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



domenica 1 novembre 2015

LE PIRAMIDI

.


La Piramide fa parte di quel gruppo di figure geometriche il cui nome le è stato attribuito dai greci. Nell’antico Egitto era chiamata MR (pronunciato MER). I due segni consonantici sono ricchi di significato. Il prefisso M significa il luogo, ed R designa l’atto di salire: quindi luogo dell’ascensione. Alle sue origini la Piramide simboleggiava una scala, mezzo di tramite per la salita verso il cielo. In seguito sarà usata come tomba e il vocabolo MER finirà per designare qualsiasi tipo di sepoltura, un luogo che per gli Egizi era comunque sempre sede di gestazione e poi di resurrezione.

La base della Piramide è un Quadrato, che esprime il perfezionamento. Il 4 raddoppiato diventa 8, il numero di Thoth, della Conoscenza. Due quadrati formano un rettangolo, o quadrolungo, simbolo dello spazio organizzato, creato e sacralizzato. La simbologia del Quadrato è ricca, ed esprime il principio della progressione. È la figura geometrica della perfezione. Esso corrisponde alla terra, alla stabilità, alla sostanza, all’immutabilità. Il Mistero Divino si esprime attraverso 3 + 1 = 4 (3 è Dio, 4 il Mondo). I quattro Triangoli che partono dal quadrato di base della Piramide terminano con Uno, il piramidion (la sommità), ovvero il divino. Dio è Uno nella sostanza e tre nel mondo. Il simbolo quinario è basato sull’associazione del Quadrato e del suo Centro (4 + 1). Il centro è piramidion. In Egitto il Triangolo simboleggia la stella Sirio e la luce zodiacale. Inoltre esprime le radiazioni solari raffigurate da un fascio triangolare di raggi provenienti dal Sole. La Piramide concentra quindi il calore e la luce divina, canalizzandoli verso i corpi posti in essa (la mummia o l’iniziato), così che essi rinascano al momento della fusione di Osiride (il 4) con Ra (il 3).

Il termine piramide deriva dalla lingua greca pyramische significa letteralmente "della forma del fuoco" (da pyr-, "fuoco"). Alcuni storici ritengono che il termine greco a sua volta provenga dal termine egizio per-em-us che nel Papiro di Rhind è usato per rappresentare l'altezza della piramide (alla lettera "ciò che va su"); i greci, applicando la figura retorica della sineddoche (la parte per il tutto e viceversa), lo avrebbero poi usato per indicare l'intera opera monumentaria.



La piramide è stata utilizzata come tipologia in architettura soprattutto nei tempi antichi, in particolare in Egitto e da alcune civiltà precolombiane nell'America centrale. Nella cucina greca antica una torta di grano dalla forma piramidale era chiamata allo stesso modo.
 
La piramide, simbolo del Fuoco, è il luogo sacro per eccellenza dove si manifesta la divinità in forma di energia.
La Tradizione Ermetica ha conoscenza di questo significato, perciò da sempre il triangolo rappresenta la Trinità, ossia Dio Trino ed Uno. E l'occhio collocato nel suo centro simboleggia la forza di Dio in atto. Così ogni piramide ha quattro triangoli che identificano la forza della Creazione negli elementi: fuoco, acqua, aria e terra, appoggiati su una base quadrata che non è altro che il quaternario, ossia la manifestazione di Dio in questo piano. Allora se osserviamo una piramide e immaginiamo di vedere un occhio o un sole inserito nel centro, avremo una specie di accumulatore di energia cosmica che irradia ai quattro punti cardinali equilibrio, armonia e stabilità. Questa era una delle funzioni della grande piramide, una specie di faro cosmico che con la sua energia benediceva continuamente questo nostro pianeta, trasmutando le basse energie in "oro puro", migliorando la qualità della vita. In tutti i templi massonici l'occhio inserito nel Delta Sacro rappresenta il Grande Architetto dell'Universo ed è collocato ad Oriente.
I cavalieri Templari, che sicuramente erano a conoscenza di questo arcano, adottarono come loro simbolo egregorico la croce patente, che non è altro che una piramide aperta avente due funzioni: una di spandere energia e la seconda di far convergere l'energia al punto centrale, dove i quattro elementi si uniscono creando la Luce, che non è altro che la sublimazione degli elementi, o energia cristica che "toglie i peccati del mondo per la salvezza dell'Umanità", usando il linguaggio cristiano.
Perché questa grande piramide è così potente? Perché nelle sue "Viscere" racchiude una grande torre di granito chiamata Zed o Died, che non è altro che il fallo o colonna vertebrale di Osiride, che emana dal basso verso l'alto un grande e potente flusso energetico che arriva fino alle dimore degli dei stellari. Perciò la piramide è il simbolo più sacro che antiche culture ci hanno lasciato ed è il miglior dono per tutte le civiltà passate, presenti e future. Il secondo scopo della grande piramide è prettamente iniziatico ed era usato nella fase finale del percorso del neofita. Infatti questi, dopo aver superato le prove o viaggi negli elementi, bendato ed al buio, era guidato nell'ultimo viaggio dentro la piramide da un sacerdote, detto il Terribile, con la maschera del dio Anubis. La prima "stazione" era nella Camera Caotica dove l'iniziando entrava in diretto contatto con gli Amenti, sale che si trovano nel cuore della terra dove brucia il Fuoco del Tutto, Spirito di Vita, dove siedono coloro che guidano le forze vitali pesando e osservando il progresso dell'Umanità. Lì il neofita era autorizzato a proseguire per passare alla Camera della Regina o di Iside, dove l'energia femminile della Grande Madre attivava la parte corrispondente nel corpo fisico del candidato, ossia le sue acque sede delle emozioni e dei sentimenti. Una volta conclusa questa attivazione mancava l'ultima nella Camera del Re o sarcofago simbolico di Osiride. In quest'ultima fase il candidato, impressionato e tremante per le grandi emozioni subite, al buio era trascinato quasi curvo, piegato, genuflesso in quest'ultimo viaggio: era la giusta maniera di varcare quella soglia sacra, che mai nessun profano aveva penetrato, con umiltà e rispetto. Allora la guida, il terribile Anubis, come il Mercurio Psicopompo, o il nostro Caronte dantesco, porgeva loro la Coppa delle libagioni e faceva bere loro una bevanda particolare che successivamente procurava al neofita uno stato di sopore catalettico, così veniva adagiato dentro il sarcofago o culla; e dopo qualche istante il Terribile iniziava una cantilena del Libro dei Morti, procurando al candidato una uscita in astrale dal suo corpo, e questo, incanalato nei flussi energetici della Piramide, veniva "sparato" verso la costellazione di Orione, o quella di Sirio, le Dimore degli Dei, così questi in persona istruivano con il lume della propria saggezza divina il neofita. Alla fine lo stesso dio dava la consacrazione finale, e al rientro nel suo corpo, risvegliandosi, l'uomo non era più quello di prima, era un Figlio della Luce.




venerdì 30 ottobre 2015

LA FORZA DEL FUOCO

.

Il culto del fuoco deriva dalla natura spirituale della luce. Risale alla preistoria e il suo simbolismo è polivalente. In tutto il mondo si adora il fuoco come viva immagine del Sole, Agni, Vita.
I romani adoravano il fuoco come una divinità familiare: una Vestale presso un altare sopra il quale ardeva il fuoco, oppure una donna che teneva un vaso pieno di fuoco. Numa Pompilio istituì il culto del fuoco affidato alle Vestali, affinché alimentando il fuoco nel tempio circolare, ne beneficiasse il mondo intero.

Nelle favole dei poeti iniziati ha ricevuto i nomi simboli di ASCIA, di SPADA, di LANCIA, di FRECCIA e G.N. Ragon sottolinea gli esempi: l'ascia con la quale Vulcano colpì la fronte di Giove per farne uscire Pallade; la spada che Vulcano donò a Peleo, padre di Achille; la clava che lo stesso Vulcano donò ad Ercole. L'arco che questo eroe ricevette da Apollo.

Esso è il fuoco che Prometeo rubò in Cielo, quello che Vulcano adoperava per fabbricare i fulmini di Giove e le armi degli dei, la cintura di Venere, il trono d'oro del Sovrano dei Cieli, ecc.ecc.
Esso fu infine simbolizzato a Roma con il fuoco di Vesta, così scrupolosamente custodito che le giovani Vestali, venivano punite con la morte qualora lo avessero lasciato spegnere.
I Filosofi Siriani e Caldei erano soprannominati i filosofi del fuoco. Essi avevano per questo elemento un rispetto che sembrava essere una specie di culto, del quale del resto si trovano tracce in tutta la mitologia e poesia dell'Asia e dell'Europa.

Questo fuoco ermetico e filosofale considerato come l'artefice meraviglioso della metamorfosi più singolare del mondo fisico,questo taumaturgo potente, solo agente capace di compiere la trasmutazione dei metalli, non è altro che l'energia che penetra tutto, che anima tutti i corpi fisici, e che quei filosofi consideravano come il più straordinario dei poteri occulti della natura. Essi dicevano che questo fuoco, generatore del fuoco Ordinario che produce la luce e la fiamma, è una essenza (fluido) Universale, visibile e sensibile - UNIVERSALE poiché l'energia è l'anima del mondo che essa vivifica; Visibile nel suo terzo sviluppo, il calore.



I simboli del Fuoco consentono di comprendere il potere e la passione degli Dei, all'interno del fuoco divampa la coscienza collettiva attraverso le onde di pensiero che riportano alla mente concetti come ispirazione e vitalità. Qualche attributo connesso all'elemento fuoco: Energia, Potenza, Passione, Azione, Sessualità, Creatività, Autorizzazione, Consumo, Il senza paura.

Questi sono solamente alcuni attributi legati al fuoco collegati alla parte archetipa del simbolo, dall'antichità ad oggi non esistono nuovi simboli che scaldino il nostro cuore come quelli dell'elemento fuoco, che ci facciano pensare più velocemente e chiaramente o che riescano a sollevare maggiormente il nostro spirito, per questo non c'è da meravigliarsi se i simboli del fuoco si trovano in tutte le culture del mondo e di ogni epoca.

Dal punto di vista degli alchimisti, il fuoco è un catalizzatore sia all'inizio degli esperimenti che al loro completamento, questo elemento indica la mobilità,il movimento in avanti e verso l'alto esattamente come la fiamma, il passaggio tra le fiamme che fanno assurgere ad aspirazioni di carattere solare e luminoso. Per il fuoco il cambiamento deriva dalla completa combustione della base combustibile (siano esse sia le limitazioni mentali, che quelle spirituali che fisiche o i pensieri di bassa lega o similari, eccetera), la trasformazione e l'arrivo all'illuminazione sono attributi normalmente contenuti ne fuoco, la distruzione di tutte le limitazioni di qualsiasi carattere, basti vedere il significato simbolico della Fenice. Il simbolo alchemico del fuoco indica la stagione dell'estate, l'arcangelo Michele, alla direzione sud.

Gli antichi Celti erano ben consapevoli del significato metaforico del fuoco e le sue proprietà di trasformazione spirituale, esempi di questa conoscenza si trovano in statue celtiche e d'arte riportanti tre fiamme o raggi trovati sui volti di divinità o di clan e delle donne celtiche. Queste fiamme vennero rese con linee aspiranti e verso l'esterno a fronte del soggetto con la base delle tre linee riunite presso la sommità del naso. Questo motivo è il simbolo di Arwen, un concetto celtico di illuminazione, ispirazione e l'unificazione totale delle polarità, il tutto legato alla dea.



L'I-Ching, o Libro dei Mutamenti è un corpo di conoscenze di carattere filosofico la cui nascita deriva da otto simboli chiamati trigrammi perché formati da tre linee continue o interrotte poi fatti interagire gli uni agli altri. A sua volta, ogni trigramma risuona con energie corrispondenti, in questo caso, il simbolo cinese per fuoco corrisponde con l'elemento fuoco. Questo trigramma indica anche la direzione sud (utile nelle pratiche di Feng Shui). Il simbolo parla di chiarezza, indipendenza, salute e visione , l'animale cinese che corrisponde a questo simbolo il fuoco è il fagiano.

Nel Futhark nordico, un sistema basato sull'uso di 24 simboli derivati da antiche tribù tedesche, scandinave e anglosassone, si tabilisce una meravigliosa comunicazione tra ciò che è materiale e ciò che non è fisico. La runa Ken rappresenta la fiamma o il fuoco, è un simbolo positivo poiché porta luce ma, se necessario anche distruzione costruttiva, passione, calore, direzione chiara, forza sessuale.

Il simbolo Maya del fuoco è composto da vari simboli: K'ak rappresenta la fiamma stessa, la mano di fuoco, il governatore del fuoco. Questo glifo rappresenta anche l'idea del bruciare l'incenso, atto sacro in tutte le culture attorno al quale si concentrano i riti sacri; esso rappresenta artisticamente lo yajaw k'ak o servitore dle fuoco, che esprime il punto di ascensione nella magia e del fatto che il fuoco sia un unificatore poiché ha caratteristiche inerenti la consapevolezza cosmica.

Dagli Uto-Aztechi ci arriva un simbolo del fuoco e simbolo del sole che rappresenta i sette raggi dello sviluppo spirituale, ogni raggio rappresenta una scintilla di luce che accende l'intera anima dell'uomo. Il sole a sette raggi è un simbolo del linguaggio simbolico dei Cherokee, come ogni raggio simboleggia i sette riti che girano attorno al fuoco sacro durante l'intero anno.

Il simbolo shinto Tomoe giappone non è strettamente un simbolo del fuoco ma l'ho incluso qui per le sue tematiche sull'equilibrio, simbolo molto simile alla Triquetta celtica: la parola Tomoe significa "svolta" o " cerchio", il simbolo è chiamato anche "ruota di fuoco". Il simbolo shintoista/buddhista ricorda il simbolo del Tao con lo Yin e lo Yang, contenendo molti significati profondi a livello energetico; talvolta esso viene rappresentato con tre fiamme (il cielo, la terra e l'uomo) che rappresentano le tre basi della filosofia shintoista.



Una pratica dei lama tibetani è quella di recitare sei sillabe durante le loro meditazioni con la consapevolezza che l'energia concentrata di ogni sillaba corrisponda ad una forza cosmica particolare. I simboli indicati qui sopra sono le sillabe, "tsa ra", che significano "la spada di fuoco." Nel linguaggio divinatorio, questo simbolo indica il potere e l'influenza inerente alla forza del fuoco. Il destinatario di questo oracolo dovrebbe comprendere i poteri distruttivi del fuoco e in questa comprensione brandire il fuoco cosmico come strumento per dichiarare amore, intervenendo rettamente e muovendosi attraverso i blocchi della vita.

Il simbolo del Fuoco ricorda la fiamma protesa in alto che termina a punta; allude quindi ad un moto ascendente, di crescita o dilatazione, ad un'azione centrifuga, invadente e conquistatrice.
Il Fuoco di per sé ha d'altronde le tendenze impetuose dell'energia maschia, incita alla collera e sarebbe portatore di distruzione, se non fosse moderato dagli altri Elementi combinati.
Alla forza ascensionale del Fuoco si oppone infatti in primo luogo l'Acqua, che scorrendo verso il basso va a riempire ogni spazio vuoto o cavo. Rinsalda quel che il Fuoco dilata. La sua azione è dunque centripeta o costruttiva; invece di elevarsi verticalmente come il Fuoco, si espande in orizzontale. Tende cosi al riposo, alla calma, il che consente di accostare la sua passività alla dolcezza femminile.
L'unione del Fuoco, triangolo con la punta in su, e dell'Acqua, triangolo con la punta in giù, forma il simbolo dell'anima umana, ambivalenza ed equilibrio; simboleggia l'ermafrodita per i Greci. Allacciando i due triangoli formiamo una Stella con sei raggi. Essa sarà il Simbolo dell'Evoluzione e dell'Involuzione, dell'eterna stretta della Forza con la materia il cui prodotto è il Ritmo.
La Materia seduce la Forza e l'involve, la Forza ispira la materia e l'evolve, e noi siamo i figli di questi perpetui amori.



Parecchi secoli fa, Ippocrate, padre indiscusso dell’arte medica, fondava la sua dottrina utilizzando la ripartizione dell’Uomo in quattro tipologie di base, a seconda della loro morfologia, con tratti psicologici e patologici ben precisi.
I quattro temperamenti sono i seguenti: bilioso (associato all’elemento Fuoco), sanguigno (Aria), linfatico (Acqua) e nervoso (Terra).
Il Fuoco, è l’elemento di trasformazione in quanto il calore che sprigiona dilata, modificando le forme ed è soprattutto ambivalente: elemento di salvezza che purifica, rigenera ed anima il cosiddetto "fuoco interiore" ma, se fuori controllo, è totalmente distruttore e divorante, come le passioni o la violenza. La sua collocazione di partenza, nella suddivisione quaternaria dello Zodiaco (che inizia appunto dall’Ariete, segno di Fuoco), simboleggia la nascita, la creazione che dà origine ad un nuovo impulso di vita.
Il temperamento bilioso che corrisponde appunto all’elemento Fuoco, è indicativo di una persona attiva, dinamica, dalle mille passioni, autoritaria, che prende l’iniziativa e tiene moltissimo alla sua indipendenza. Se l’individualismo è troppo spiccato, si può arrivare a vero e proprio dispotismo mentre le qualità di coraggio e di creazione, se prive di controllo, possono degenerare in violenza e distruzione.




lunedì 10 agosto 2015

LA STORIA DEGLI ALPINI



Secondo una leggenda alpina tutti quelli che muoiono con il cappello alpino in testa salgono nel  “Paradiso di Cantore” vicino all’eroico generale, comandante l’Armata delle  “Penne Mozze”. .
Nelle tradizioni degli Alpini non esistono comportamenti o sentimenti sleali: il nemico si combatte ma non si disprezza.

Le Truppe Alpine hanno avuto origine nel 1872, quando il giovane Regno d’Italia dovette affrontare il problema della difesa dei nuovi confini terrestri, che dopo l’infelice guerra del 1866 contro l’Austria, coincidevano quasi interamente con l’arco alpino.
 
La mobilitazione dell’Esercito e la difesa del territorio nazionale erano state, fino allora, previste nella pianura padana in corrispondenza del vecchio Quadrilatero perché le Alpi, nella concezione strategica del tempo, non erano ritenute idonee a operazioni di guerra. La prima linea difensiva vera e propria era, a quel tempo, imperniata sulle posizioni di Stradella – Piacenza – Cremona in corrispondenza del fiume Po.

L’idea di affidare la difesa avanzata della frontiera alpina ai valligiani del posto anziché ricorrere a truppe di pianura, che oggi appare semplice e logica, a quei tempi era assolutamente originale, quasi rivoluzionaria.
Gli esperti militari del tempo erano convinti che una reale difesa sulle Alpi non fosse possibile e che un eventuale invasore dovesse essere fermato e ricacciato solo nella pianura padana.
L’ideatore del Corpo degli Alpini fu l’allora capitano di Stato Maggiore Giuseppe Domenico Perrucchetti, nato a Cassano d’Adda, in provincia di Milano il 13 luglio 1839 (a vent’ anni fuggì dalla Lombardia, allora sotto la dominazione austriaca, per arruolarsi volontario nell’esercito Piemontese).

Studioso di storia, conosceva molto bene il nostro confine per avere, negli anni precedenti, effettuato numerose ricognizioni sui passi dello Spluga, dello Stelvio, sulle Alpi Carniche e Retiche, il Perrucchetti conosceva le gesta delle milizie montanare che, fin dai tempi dell’Imperatore Augusto (I,II, e III Legio Alpina Julia), si erano formate sulle Alpi e le avevano difese dalle invasioni barbariche.
Conosceva il perfetto organismo delle milizie paesane create da Emanuele Filiberto, l’organizzazione ed i compiti dei “Landesschützen” tirolesi, truppe scelte preposte alla difesa dei confini montani del Tirolo, quelle dei “Cacciatori delle Alpi” delle campagne del nostro Risorgimento e le famose imprese dei Volontari Cadorini di Pier Fortunato Calvi che, nel 1848 per difendere la loro terra dall’invasione austriaca, si trasformarono in audaci e tenaci combattenti.

Prendendo lo spunto da quegli studi ed esperienze, nel 1871 il geniale Ufficiale, appassionato di montagna  studioso di operazioni militari in zone alpine, redasse una originale memoria nella quale sosteneva e dimostrava il concetto che la difesa di primo tempo (copertura) del confine alpino dovesse essere affidata a presidi di soldati nati in montagna, pratici dei luoghi sin dalla prima giovinezza e sicuramente ben motivati nel caso avessero dovuto effettivamente difendere i propri cari e i propri beni.

Un altro elemento fondamentale su cui il Perrucchetti fondava il suo studio erano i vantaggi, ai fini della celerità e della semplicità di mobilitazione, che il reclutamento regionale presentava, nonché i legami personali tra gli appartenenti ai reparti e le comunità da difendere.

Lo studio del Perrucchetti pubblicato, nel maggio 1872, sulla Rivista Militare Italiana, fu apprezzato e subito condiviso dal generale Cesare Ricotti Magnani, Ministro della Guerra nel governo di Quintino Sella,  che capì l’importanza della difesa dei valichi alpini e la necessità di disporre, nell’ambito della fanteria,  di una nuova specialità, particolarmente addestrata per la guerra in montagna.

Il gen. Ricotti Magnani, fondatore a Torino nel 1864 del CAI con Quintino Sella, fu l’uomo che in pochi anni, trasformò radicalmente l’organismo militare italiano attuando una profonda ristrutturazione dell’Esercito. Per avere una Nazione a livello europeo egli introdusse, con opportuni correttivi, il sistema prussiano con la ferma breve (tale veniva considerata allora quella di tre anni) e il reclutamento nazionale e non regionale come attuato in Prussia. Per gli alpini era previsto il reclutamento regionale.

Il ministro, per evitare l’ostacolo della Camera dei Deputati, che non vedeva di buon occhio nuovi oneri finanziari,  ricorse ad un espediente: inserì negli allegati del Regio Decreto n°1056 del 15 ottobre 1872 che prevedeva un aumento dei Distretti Militari, la costituzione di 15 nuove compagnie distrettuali permanenti, con il nome di “Compagnie Alpine” (per un totale di 2000 uomini), da dislocare in alcune valli della frontiera occidentale e orientale.

A ciascuna delle neo nate compagnie venne assegnato un mulo con una carretta per il trasporto dei viveri e dei materiali.
Come arma individuale agli alpini venne dato in dotazione il fucile Wetterli modello 1870 (dal nome dell’inventore, un meccanico svizzero).
Così nacquero gli “Alpini”, mascherati da generici distrettuali, fra le pieghe di un Decreto Reale firmato a Napoli da Vittorio Emanuele II, ma con già sulle spalle  un fardello di compiti e responsabilità pesanti quanto il loro zaino di allora e di sempre.
La divisa era quella della fanteria sino al marzo del 1873.
Il privilegio di costituire i primi reparti alpini toccò alla classe del 1852, ovviamente denominata “classe di ferro”.
A queste truppe speciali, nel 1874, fu posto sul capo un cappello di feltro nero a bombetta, con una stella di metallo a cinque punte e coccarda tricolore, ornato con una penna nera sul lato sinistro, il quale divenne subito l’emblema araldico dei soldati della montagna.
Nel giro di qualche anno le 15 compagnie diventarono 36, su organico di guerra, ed i battaglioni dieci,  che presero il nome di valli, monti e città, per un totale di 9.090 alpini.



Nel 1882, a dieci anni dalla nascita del Corpo, per esigenze operative si ebbe un più consistente ampliamento del Corpo, con la costituzione dei primi sei reggimenti alpini.
Il cappello alpino subì altre modifiche: il fregio a stella fu sostituito con un fregio di metallo bianco raffigurante un’aquila ad ali spiegate sormontata da una corona reale: appoggiata su una cornetta sovrapposta a due fucili incrociati e contornata da una scure e una piccozza, con rami di quercia e di alloro, essa rappresentava il simbolo di potenza e audacia del Corpo degli Alpini;  sul tondino del fregio venne applicato il numero del reggimento e sul cappello della truppa le nappine mutavano di colore a seconda dei battaglioni e cioè bianco (1° battaglione), rosso (2° battaglione), verde (3° battaglione), turchino (4° battaglione). Per identificare gli ufficiali superiori si stabilì di guarnire il cappello con una penna bianca.

Nel 1883 alle truppe di montagna vennero date le “Fiamme Verdi” a due punte e si incominciò a distinguere fra la fanteria alpina e l’artiglieria da montagna. Anche il cappotto con lunghe falde, molto ingombrante, venne sostituito con una mantellina alla bersagliera di colore turchino scuro mentre le scarpe basse furono sostituite da stivaletti alti con legacci simili a quelli usati dai montanari.
I reparti alpini, in considerazione del valore strategico dell’arco alpino, furono potenziati mediante una serie di provvedimenti di carattere ordinativo.
Nati per combattere sui ghiacciai e sulle alte vette delle Alpi, gli alpini per uno dei tanti e curiosi scherzi della storia, ebbero il “battesimo del fuoco” sulle roventi ambe africane, nelle campagne di Eritrea del 1887 e del 1896, ove mostrarono il loro valore e le loro qualità di fieri soldati nella sfortunata battaglia  di Adua del 1° marzo 1896, sull’Amba Rajo, e dove il 1° Battaglione Alpini d’Africa, comandato dal tenente colonnello Davide Menini, si immolò sul posto assieme a molti artiglieri. Dei suoi 954 alpini ne sopravvissero solo 92.

In quella tragica giornata, oltre al comandante di battaglione, caddero alla testa dei reparti il capitano Pietro Cella, del 6° Reggimento Alpini, prima medaglia d’oro al valore militare degli alpini e quattro valorosi ufficiali di artiglieria da montagna anch’essi decorati con la medaglia d’oro al valore militare i quali caddero eroicamente assieme ai loro artiglieri sparando sino all’ultimo colpo.

Molteplici furono le innovazioni e i mutamenti adottati all’equipaggiamento e alle armi  agli inizi del ventesimo secolo.
Da non dimenticare il novembre del 1902, data importante per la Specialità; dopo un periodo di intense prove effettuate presso il 3° Reggimento Alpini, venne dato in dotazione ai reparti il nuovo e veloce mezzo di locomozione su neve: gli sci, che permisero di risolvere il problema del movimento dei reparti sui terreni innevati.

Vale la pena di ricordare gli esperimenti effettuati dal Battaglione Alpini Morbegno del 5° Reggimento Alpini, nel luglio del 1905, per l’adozione di una uniforme di colore grigio per mimetizzare maggiormente i combattenti che portavano uniformi luccicanti e multicolori.
La nuova uniforme fu esperimentata a Bergamo, sede del Battaglione Alpini  Morbegno, da un plotone  della 45a compagnia, denominato il “Plotone grigio”, al comando del tenente Tullio Marchetti, trentino, che da tenente colonnello sarà poi il capo ufficio informazioni della Prima Armata e, dopo il felice esito delle prove effettuate con il resto del battaglione, nel 1908 la nuova uniforme fu adottata da tutto l’Esercito Italiano.
Con l’adozione della nuova uniforme la vecchia “bombetta” nera veniva sostituita con un cappello di feltro colore grigio verde che a tutt’oggi è ancora in dotazione alle Truppe Alpine.

Nell’ottobre 1911 gli alpini parteciparono alla guerra Italo - Turca con dieci battaglioni e 13 batterie di artiglieria da montagna. Al comando dell’8° Reggimento Alpini Speciale (perché costituito con i Battaglioni Alpini Tolmezzo, Gemona, Feltre e Vestone) c’era l’indimenticabile Colonnello Antonio Cantore, che cadrà da eroe sulle Tofane nel luglio del 1915, colpito in fronte da una pallottola.

Pochi anni dopo l’Italia entra in guerra contro l’Austria – Ungheria.
Alla Prima Guerra Mondiale gli Alpini, i “figli dei monti” come li chiamava Cesare Battisti, parteciparono con 88 battaglioni e 66 gruppi di artiglieria da montagna per un totale di 240.000 alpini mobilitati.

Quarantuno mesi di lotta durissima e sanguinosa costituirono per gli Alpini un’epopea di episodi collettivi ed individuali  di altissimo valore e di indomita resistenza, di battaglie di uomini contro uomini, di uomini contro le forze della natura, di azioni cruente e ardimentose sulle alte vette dalle enormi pareti verticali, di miracoli di adattamento alle condizioni più avverse e nelle zone alpinisticamente impossibili.
Alla metà di giugno del 1915 gli Alpini effettuarono la prima leggendaria impresa, la conquista del Monte Nero, davanti alla quale anche i nostri  avversari così si espressero: “Giù il cappello davanti gli alpini ! questo è stato un colpo da maestro”.

Dal Monte Adamello al Monte Nero, dalle Tofane al Carso, dalla Marmolada al Monte Ortigara, dallo Stelvio al Monte Grappa, dal Monte Pasubio al Passo della Sentinella, aggrappati alla roccia con le mani e con le unghie per lottare contro uno dei più potenti eserciti del mondo, costruirono con mezzi rudimentali strade e sentieri fino sulle cengie più ardite, combatterono memorabili battaglie di mine e contromine, portarono a termine brillanti  colpi di mano espugnando posizioni ritenute imprendibili e aggiunsero alle fantastiche leggende delle Dolomiti storie di giganti della lotta in montagna.

Il contributo  dato dagli Alpini nella Grande Guerra è ampiamente evidenziato dalle seguenti cifre: ufficiali, sottufficiali e alpini morti 24.876, feriti 76.670, dispersi 18.305.
Un famoso scrittore inglese, Rudyard Kipling, che perse l’unico figlio sul fronte francese, a Ypres, venuto in visita alla fronte italiana nel corso della Prima Guerra Mondiale, espresse questo giudizio sugli alpini: “Alpini, forse la più fiera, la più tenace fra le Specialità impegnate su ogni fronte di guerra. Combattono con pena e fatica fra le grandi Dolomiti, fra rocce e boschi, di giorno un mondo splendente di sole e di neve, la notte un gelo di stelle. Nelle loro solitarie posizioni, all’avanguardia di disperate battaglie contro un nemico che sta sopra di loro, più ricco di artiglieria, le loro imprese sono frutto soltanto di coraggio e di gesti individuali. Grandi bevitori, svelti di lingua e di mano, orgogliosi di sé e del loro Corpo, vivono rozzamente e muoiono eroicamente”.

E dopo la Prima Guerra Mondiale gli alpini, nel gennaio del 1936, inquadrati nella Divisione Pusteria, vengono inviati in Etiopia a combattere sugli assolati e aspri rilievi etiopici contro le truppe di Hailé Selassié. Sono circa 14.000 uomini inquadrati nella Divisione Pusteria. Validissimo il contributo degli alpini che parteciparono alle operazioni più importanti: dalla conquista dell’Amba Aradam, all’occupazione dell’Amba Alagi e alla battaglia di Mai Ceu il 31 marzo 1936.

Durante la Seconda Guerra Mondiale gli Alpini conquistano altre glorie. Sono presenti su cinque fronti di guerra assai diversi per caratteristiche morfologiche e strategiche: sulle Alpi Occidentali (dal 10 al 25 giugno 1940), in Grecia (dal 28 ottobre 1940 al 23 aprile 1942), in Jugoslavia (dal luglio 1941 al settembre 1943), in Russia (dal gennaio 1942 al marzo 1943) e, infine, dal settembre 1943 durante la Guerra di Liberazione d’Italia per riconquistare la libertà e l’indipendenza nazionale.

Una storia, quella degli Alpini, fatta con il sangue lungo un itinerario costellato di croci. In Russia, gli Alpini, in una marcia eroica (oltre 700 Km. a piedi), ecatombe di alpini, sotto il flagello del freddo e contro un nemico molto forte e determinato, affrontarono durissimi sacrifici e sofferenze che la nostra mente oggi non riesce nemmeno a immaginare.
Eroico fu il comportamento degli Alpini, che a Nikolajewka, riuscirono a rompere il cerchio di ferro e di fuoco dei soldati dell’Armata Rossa.

Inferiori di numero, di equipaggiamento e di armamento, gli Alpini, grazie all’ineguagliabile spirito di Corpo, all’attaccamento alla loro terra, ai loro affetti, alla generosità che anima tutti i figli della montagna, seppero soffrire con dignità e onore, compiendo infiniti gesti di umanità e di fratellanza verso tanti fratelli stremati dal gelo, dalle ferite, dalle fatiche, dalla fame e dal nemico implacabile.
Durissimo fu il prezzo pagato dalle Penne Nere per aprire ai superstiti la via della libertà: su 57.000 uomini ben 34.170 non tornarono a casa.

Di essi, Don Carlo Gnocchi – l’indimenticabile cappellano militare degli alpini in Russia - apostolo della fede ed eroico sacerdote delle penne nere e che presto sarà beatificato dal Papa, al termine di quella terribile battaglia, disse: “Tutti hanno compiuto opera veramente sovrumana. Dio fu con loro, ma gli uomini furono degni di Dio”.

L’Associazione Nazionale Alpini, per ricordare il sacrificio di migliaia di Alpini rimasti per sempre in terra di Russia,  animata  da una forte tensione morale e dalla volontà di legare i ricordi del passato a un solidale impegno rivolto alle generazioni di oggi, ha costruito a Rossosch (luogo in cui nel 1942 c’era la sede del Comando del Corpo d’Armata Alpino) un meraviglioso asilo, in segno di solidarietà e di fratellanza fra i popoli.

L’asilo di Rossosch è un monumento vivente alla pace e alla fratellanza fra i popoli. Chi ha sofferto nell’anima e nella carne, come  moltissimi alpini e soldati di ogni arma e servizio la violenza spietata della guerra, conosce l’immenso valore della pace, della solidarietà e della giustizia.

Anche durante questo immane conflitto europeo, iniziato dall’Italia in uno stato di impreparazione militare che determinò una riduzione delle capacità operative delle Grandi Unità, gli alpini si batterono con valore e grande dignità.

Non esiste differenza, sotto l’aspetto della disponibilità al sacrificio e della solidarietà umana, fra gli Alpini in armi e gli Alpini in congedo, fratelli da sempre impegnati in nobile slancio di altruismo ogni qualvolta la posta è il salvataggio di vite umane o l’aiuto tangibile ed immediato a persone che si trovano in stato di sofferenza.
Slancio più volte dimostrato nelle attività di soccorso in occasione dei disastri o calamità naturali che sovente colpiscono il nostro Paese o i territori esteri.

E non a caso la prima decorazione, in assoluto, al Valore ad un reparto alpino venne concessa non per un atto di guerra ma bensì per un atto di solidarietà umana nei confronti della popolazione civile. La meritò il Battaglione Alpini “Val Stura” del 2° Reggimento Alpini che, la notte del 19 agosto 1883, accorse tempestivamente a spegnere un furioso incendio sviluppatosi nell’abitato di Bersezio (Provincia di Cuneo).

Dal primo intervento degli Alpini effettuato nel luglio 1873 dalla 14a Compagnia Alpina di Pieve di Cadore a favore della popolazione di Alpago (Belluno), colpita dal terremoto, le “Penne Nere” hanno sempre operato con grande tempestività, elevata efficienza operativa con magistrale competenza negli interventi, riscuotendo l’apprezzamento e l’ammirazione incondizionata della popolazione e delle autorità civili e religiose.

Questa presenza nei momenti drammatici dell’emergenza, questa vicinanza degli alpini alle popolazioni colpite da eventi calamitosi è un unico filo conduttore che, da quel lontano 1873, ci porta fino ai giorni nostri.
Dal primo soccorso ad oggi migliaia sono stati gli interventi di carattere umanitario a favore dei disastrati e dei più deboli.
Il terremoto in Calabria nel settembre del 1905, il violentissimo terremoto di Messina del 1908, il disastro per il crollo della diga del Gleno nel 1923, la catastrofe del Vajont nell’autunno del 1963 che distrusse interi paesi,  la devastante alluvione del novembre 1966 nell’Italia settentrionale; e ancora il terremoto del Friuli nel 1976 (per l’impegno ed i risultati raggiunti all’Associazione Nazionale Alpini viene conferita la medaglia d’oro al merito civile) e dell’Irpinia nel 1980 e la frana di Stava nel 1985, l’alluvione della Valtellina nell’estate del 1987, il terribile terremoto in Armenia nel 1988, l’alluvione in Piemonte nel novembre 1994,  nel 1997 il terremoto in Umbria e Marche, nell’ottobre del 2000 la devastante alluvione in Piemonte, in Val d’Aosta che sconvolse intere vallate e da ultimo in Molise colpito da un sisma che ha portato morte e distruzioni.
Il massiccio concorso fornito dagli alpini, dal giugno 1961, alle  Forze dell’Ordine per reprimere in Alto Adige gli atti di terrorismo diretti contro la Repubblica Italiana e che provocarono la morte di molti militari e la distruzione di numerose strutture (centrali elettriche, tralicci dell’alta tensione, interruzioni di linee ferroviarie).



Oggi le truppe alpine, rinnovate nella struttura e nei ruoli da svolgere, sono uno strumento non solo al servizio e per la difesa del nostro paese ma anche “garanti” dell’ordine, della sicurezza e stabilità internazionale.

L’era degli interventi umanitari e di mantenimento della pace (peace-keeping), oltre i confini nazionali si è aperta nei primi anni novanta del secolo passato con l’intervento in Kurdistan, nel maggio 1991, (con l’operazione Airone), a protezione dei Curdi minacciati dal governo di Bagdad, ma ha registrato un rilevante e qualificante impegno in Mozambico nel 1993-94, devastato da 16 anni di guerra civile (con l’operazione Albatros), dove gli alpini hanno svolto brillantemente una difficile missione di pacificazione a rischio della loro vita.

Dopo 57 anni, gli alpini delle Brigate Taurinense e Julia e i paracadutisti della Compagnia alpini paracadutisti Monte Cervino e da un reparto dell’aviazione leggera dell’Esercito, per la quarta volta sono ritornati in Africa, in Mozambico, questa volta non per fare la guerra ma per svolgere una missione di pace per conto dell’ONU e, operando con grande professionalità e dedizione, hanno contribuito a spegnere i focolai di conflittualità interni iniziati nel 1975 ed a creare una situazione di normalità.

Da allora le Penne Nere hanno partecipato a numerose missioni internazionali di pace fra le quali è doveroso ricordare le molteplici operazioni in Albania nel 1991 (operazione “Pellicano”), l’operazione “Alba” nel maggio 1997, l’operazione “Allied Harbour” (“Porto Alleato”) nell’aprile del 1999 e l’Operazione Arcobaleno sempre in Albania per aiutare i profughi kosovari, l’intervento, nel 1995, in Bosnia – Erzegovina, dominata da laceranti contrasti etnici - religiosi che affondano le radici nella storia di quei paesi, nel febbraio 1997 con la missione “Constant Guard” e, successivamente, nel 2000, con la missione “Joint Forge” e sempre nell’anno 1999 con l’operazione  “Joint Guardian” nel Kosovo, sempre in perfetta e fraterna collaborazione con altri reparti delle forze armate italiane e alleate in aiuto dei profughi kosovari, scacciati con violenza dalla loro terra.

Si tratta di un impegno ad alto rischio e sempre oneroso che gli “alpini con le stellette” hanno affrontato con assoluta dignità di comportamenti per assicurare in quelle regioni colpite da anni di contrasti etnici e religiosi la convivenza pacifica, la ricostruzione e la pace.
A partire dal marzo 2002 il Comando Truppe Alpine ha assicurato una consistente partecipazione delle proprie unità in Afghanistan alle Operazioni ISAF (Forza di Sicurezza e Assistenza Internazionale) e “Enduring Freedom”. Dal 2004 al 2006 un reparto del 4° Reggimento Alpini paracadutisti ha partecipato in Iraq all’Operazione “Antica Babilonia” (si trattava di un plotone di alpini del Battaglione paracadutisti Monte Cervino) e dall’inizio del 2007, il generale degli alpini Claudio Graziano, ha il comando dell’operazione “Leonte” in Libano, la forza multinazionale delle Nazioni Unite.

Un altro importante impegno operativo al quale hanno partecipato gli alpini, assieme ad altri reparti dell’Esercito, è all’Operazione “DOMINO” che interessava la vigilanza di punti sensibili sul territorio nazionale nel quadro della lotta contro il terrorismo islamico.

Nel corso di tutte le operazioni, anche le più recenti e rischiose, i soldati italiani dal comandante fino all’ultimo gregario, hanno tenuto un comportamento fermo, corretto, imparziale, rispettoso delle tradizioni dei popoli e favorevole al dialogo piuttosto che allo scontro. E proprio questo tipo di agire è stata la chiave del successo di molte missioni umanitarie.

I militari italiani, e in particolare gli alpini, durante le varie missioni di pace e umanitarie nei teatri operativi hanno dimostrato di essere prima uomini e poi soldati. Essere prima uomini, seppure con un’arma in mano, significa condividere le sofferenze, alleviarle, offrire solidarietà, restituire il rispetto non dimenticando il compito che deve essere comunque portato a termine.

Significativa la partecipazione degli alpini, in concorso con le Forze di Polizia, per la salvaguardia delle libere istituzioni, in Sicilia, Sardegna, Calabria e Campania, contributi molto validi per dare più sicurezza a quelle popolazioni fortemente condizionate dalla malavita organizzata.
Per quanto i compiti istituzionali dell’esercito non sono quelli di contrastare la criminalità, la sua presenza è stata molto sentita e apprezzata dalla popolazione.
Prima di terminare questa mia sintetica esposizione desidero darvi alcuni cenni sulla nuova configurazione delle Truppe Alpine.

Con la sospensione totale della leva a favore di un esercito interamente professionale e volontario, gli alpini, dopo  135 anni di storia gloriosa, corrono il rischio di perdere la loro caratteristica principale – ossia “l’alpinità” – che principalmente nasce dalla coscrizione obbligatoria su base regionale (il che assicura un fortissimo legame interpersonale e una preziosa intesa al volo) e dal retroterra alpinistico maturato nelle consuetudini quotidiane dei singoli componenti.

In quel ambiente spesso viene messo a dura prova la saldezza fisica e morale del montanaro: la neve, l’asprezza delle forme, la distanza dai centri abitati, la scarsità delle risorse, la fatica, moltiplicano le difficoltà promuovendo la maturazione e la crescita fisica e morale del montanaro.

Elementi molto difficili da ottenere da truppe formate su base professionistica se non si insisterà a irrobustire lo spirito alpino.
Con l’abolizione del criterio di reclutamento regionale che, come è noto, fu alla base della costituzione delle Truppe Alpine, si teme che in futuro non sarà più possibile avere reparti con un alto contenuto spirituale, coscientemente motivati e ricchi di quella antica cultura montanara che ha felicemente concorso a dare l’impronta all’uomo “alpino”.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/08/valvestino.html




.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



Elenco blog Amici