Visualizzazione post con etichetta re. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta re. Mostra tutti i post

martedì 15 marzo 2016

LA RESIDENZA di MONACO DI BAVIERA

.


La Residenza di Monaco di Baviera, situata nel centro cittadino di Monaco di Baviera, è stata per secoli il luogo di residenza e la sede del governo dei duchi, poi dei principi elettori e infine dei re di Baviera.

Nel luogo ove si trova l'odierna Residenza sorgeva già nel 1385 la Neuveste (letteralmente, "fortezza nuova"), che serviva da rifugio per il duca e la sua corte in caso di pericolo, dopo che le rivolte cittadine contro i duchi Giovanni II, Stefano III e Federico avevano dimostrato che il vecchio palazzo era diventato troppo insicuro.

La Neuveste era una fortezza gotica circondata da un fossato pieno d'acqua, raggiungibile soltanto attraverso un ponte fortificato. Significativamente la torre più possente non si trovava sul lato esterno, ma rafforzava il lato verso la città. Come sede ducale, tuttavia, la Neuveste sostituì il vecchio palazzo soltanto nella prima metà del Cinquecento, con il duca Guglielmo IV. Nel corso dei secoli l'edificio fu modificato e ampliato e gradualmente perse il suo carattere di fortificazione, che era diventato obsoleto a causa dell'avvento di cannoni sempre più potenti, capaci di sfondare le mura. Le fondamenta dell'antica fortezza sono visibili ancora oggi sotto l'Apothekenhof ("cortile della farmacia") della Residenza: la loro posizione è segnalata dalle pietre rosse del lastricato.

Il duca Guglielmo IV fece rimpiazzare la Neuveste con il cosiddetto Rundstubenbau e fece realizzare il primo Hofgarten ("giardino della corte"). Nel padiglione del giardino venne collocata una serie di dipinti di soggetto storico, fra i quali la Battaglia di Alessandro e Dario a Isso di Albrecht Altdorfer.

Il duca Alberto V di Baviera fece allestire una Kunstkammer ("gabinetto artistico") nel Marstallgebäude ("scuderia"), dalla quale trassero origine parecchie collezioni oggi presenti a Monaco. Poiché là non c'era spazio a sufficienza per l'enorme raccolta di sculture, fra il 1568 e il 1571 Simon Zwitzel e Jacopo Strada realizzarono l'Antiquarium. Il nuovo edificio dovette essere eretto al di fuori della struttura originaria, visto che nella Neuveste non c'era più spazio. L'Antiquarium, che occupa l'intero piano terra dell'edificio, è la più grande sala in stile rinascimentale a nord delle Alpi. Al piano superiore del nuovo edificio venne ospitata la biblioteca di corte, che costituì il nucleo della successiva Bayerische Staatsbibliothek.

Nel 1580/1581 duca Guglielmo V fece fabbricare il Witwenstock ("piano della vedova") per sua madre la duchessa Anna e fra il 1581 e il 1586 venne realizzato il manieristico Grottenhof ("cortile delle grotte"), il cui architetto fu Federico Sustris. Il cortile prese il nome dalla facciata occidentale dell'Antiquarium, decorata con fontane e conchiglie. Verso il 1590 fu costruito lo Schwarzer Saal ("salone nero"), adiacente al lato sud-orientale dell'Antiquarium. Nel 1590, sotto la guida di Sustris, si iniziarono i lavori per la costruzione dell'Erbprinzentrakt ("ala del principe ereditario"), a nord del Witwenstock.

Per volere del duca Massimiliano I, divenuto principe elettore nel 1628, venne edificata sul lato occidentale la Maximilianische Residenz, che da lui prende il nome. Massimiliano fece ristrutturare e collegare gli edifici esistenti. Il Brunnenhof ("cortile della fontana") venne chiuso, mentre prima era un'area aperta, utilizzata come campo di addestramento: nel mezzo del cortile fu eretto nel 1610 il grande Wittelsbacherbrunnen ("fontana dei Wittelsbach"). Le figure che lì sono collocate, opera di Hubert Gerhard, sono rappresentazioni allegoriche dei quattro fiumi bavaresi (Danubio, Lech, Inn e Isar) ed erano state concepite per un altro progetto, così come la statua di Ottone I di Baviera. All'interno, fra il 1601 e il 1603, vennero realizzati la Hofkapelle ("cappella di corte") e gli appartamenti privati dei duchi. La Reiche Kapelle ("cappella ricca"), lastricata di marmo e sontuosamente decorata con la tecnica della scagliola, serviva come oratorio privato dei duchi. Inoltre, dal 1612 Massimiliano fece demolire ampie parti dell'ala meridionale e di quella occidentale della Neuveste.

Fra il 1611 e il 1619 fu realizzato, nella parte settentrionale, il Kaiserhof ("cortile imperiale"), con le Trierzimmer ("camere di Treviri") e Steinzimmer ("camere di pietra"), il Kaisersaal ("salone imperiale") e la Kaisertreppe ("scala imperiale"), che aveva la funzione di magnifico quartiere per gli ospiti e che testimonia le grandi ambizioni politiche di Massimiliano. Gli ambienti, realizzati sotto la guida di Hans Krumpper e Heinrich Schön e decorati fra l'altro da Peter Candid, non soltanto illustrano la visione del mondo di Massimiliano I, ma sono anche, con le loro porte splendidamente incorniciate, i loro soffitti affrescati e i loro arazzi, un eccellente esempio dell'architettura di inizio Seicento. Gli ampliamenti voluti da Massimiliano furono sufficienti per i suoi successori, che fino al XIX secolo si accontentarono di effettuare solo piccole modifiche interne.

Fra il 1666 e il 1669 la principessa Enrichetta Adelaide di Savoia, dal 1650 moglie del principe elettore Ferdinando Maria, fece ampliare le piccole stanze di sua suocera, situate fra la Residenzgasse e il Grottenhof, trasformandole in un sontuoso appartamento. Esso consisteva del Saal der Garde ("sala della guardia"), due anticamere, una sala delle udienze (il Goldener Saal), un grande gabinetto, la camera da letto con un'alcova, una piccola cappella e un altro gabinetto più piccolo. Questo appartamento fu completato con una galleria fra la Residenzgasse e il giardino meridionale e con una biblioteca. Per il suo progetto edilizio Enrichetta Adelaide si ispirò sia ai modelli della sua patria torinese, sia alle nuove mode parigine. L'appartamento era decorato con innumerevoli dipinti, i cui soggetti erano diversi per ciascun ambiente. Nel 1674 un incendio distrusse le prime tre stanze. Dopo la visita di papa Pio VI nel 1782 l'appartamento venne chiamato "camera papale". Nel 1944 quasi tutte queste stanze vennero distrutte: oggi solo l'Herzkabinett dà una qualche idea dell'ambizione e della cultura dimostrate da questo appartamento di una principessa bavarese.

Gli ampliamenti voluti da Massimiliano II Emanuele (gli ambienti di rappresentanza denominati Alexanderzimmer  e Sommerzimmer) furono trasformati già prima della sua morte. Quello che ne restava, eccetto un locale oggi inaccessibile, andò distrutto nell'incendio del 1729.

Il suo successore, il principe elettore e futuro imperatore Carlo Alberto fece erigere al loro posto le Reiche Zimmer ("camere ricche"), con la Grüne Galerie ("galleria verde"), lo Spiegelkabinett ("gabinetto degli specchi") e la Paradeschlafzimmer ("camera da letto di parata"). Le loro ricchissime decorazioni sono dominate dagli ornamenti dorati sulle pareti bianche e dal velluto ricamato genovese color porpora. Solo nella Grüne Galerie, come già rivela il suo nome, fu impiegato un damasco di seta verde. La successione degli ambienti rispecchia quella delle "camere papali".

Al piano terra, fra il 1726 e il 1730, fu realizzata la Ahnengalerie ("galleria degli antenati"), con i suoi magnifici stucchi opera di Johann Baptist Zimmermann. Essa ospita più di cento ritratti di membri del casato dei Wittelsbach, fino a quello di Ludovico III, ultimo re di Baviera, destituito nel 1918. Questo ambiente doveva rafforzare le pretese di Carlo Alberto alla corona imperiale, giacché egli intendeva affermare di ereditare tale corona da Carlo Magno, da Ludovico IV e dal leggendario Teodone I, i cui ritratti vennero collocati in posizione centrale. Accanto alla Ahnengalerie, Carlo Alberto fece realizzare un altro sfarzoso gabinetto, destinato alla conservazione del tesoro, per il quale fino ad allora non c'era stata nessuna stanza speciale. Oggi, da quando fu costruita la Alte Schatzkammer ("antica camera del tesoro") per volere del principe reggente Luitpold nel 1897, questo gabinetto ospita la collezione delle porcellane.

Insomma, tutti gli ampliamenti voluti da Carlo Alberto e progettati dai suoi architetti di corte, Joseph Effner und François de Cuvilliés, miravano esclusivamente alla celebrazione del suo casato e all'ottenimento della corona imperiale, cosa che in effetti avvenne nel 1742, quando Carlo Alberto divenne imperatore del Sacro Romano Impero. Fra gli artisti coinvolti nei lavori, oltre al sopra citato Johann Baptist Zimmermann, ci furono anche Joachim Dietrich e Wenzeslaus Miroffsky. La facciata a due piani della Grüne Galerie, con le sei finestre ad arco a tutto sesto, sono un capolavoro di Cuvilliés.



Il figlio di Carlo Alberto, il principe elettore Massimiliano III abbandonò le pretese alla corona imperiale, come appare nelle Kurfürstenzimmer ("stanze del principe elettore") realizzate da François de Cuvilliés e Johann Baptist Gunetzrhainer. Questi ambienti furono costruiti in stile tardo-rococò sopra l'Antiquarium, dove fino ad allora si trovava la biblioteca di corte. Particolarmente significativa fu la costruzione dell'Altes Residenztheater ("vecchio teatro della Residenza", chiamato anche "Teatro Cuvilliés") un teatro all'italiana in stile rococò, riservato esclusivamente all'uso della corte. La costruzione di un teatro si era resa necessaria dopo che l'incendio del 5 marzo 1750 aveva distrutto il vecchio Georgssaal, che fino ad allora era servito come teatro. Il teatro Cuvilliés fu costruito come edificio praticamente a sé stante, collegato alla Residenza solo da un foyer, al fine di minimizzare la propagazione di eventuali incendi. Inoltre, le mura furono realizzate di particolare spessore e fu previsto un meccanismo capace di pompare acqua sulla travatura del tetto in caso di emergenza. Notevole era anche una struttura di leve, che permetteva di sollevare il pavimento del teatro, in modo tale da poter utilizzare lo spazio anche come salone per le feste.

Con l'elevazione della Baviera a regno nel 1806 e con i grandi cambiamenti della struttura urbana di Monaco, intrapresi al principio del XIX secolo, furono messe in luce parti della Residenza che fino ad allora non erano state visibili. Queste parti, il cui stato non era degno di una residenza principesca, indussero gli architetti di corte, come François de Cuvilliés già al tempo di Massimiliano III, a progettare grandiosi piani di ristrutturazione, che tuttavia, poiché le casse dello Stato erano vuote, non vennero eseguiti. Anche Massimiliano I Giuseppe, primo re di Baviera, si accontentò di ricavare degli appartamenti al posto del Kaisersaal ("salone imperiale") e di riammodernare l'Herkulessaal ("sala di Ercole", l'odierno Max-Joseph-Saal); inoltre, egli fece allestire la Staatsratszimmer ("stanza del consiglio di Stato") fra l'Hartschiersaal ("sala dell'Hartschier" e le Steinzimmer ("camere di pietra"). Al posto del convento dei francescani abbattuto nel 1802, inoltre, fra il 1811 e il 1818 egli fece erigere il Nationaltheater e fece aprire la spianata che sarebbe diventata l'attuale Max-Joseph-Platz, il tutto su progetto dell'architetto Karl von Fischer.

Il complesso di edifici della Residenza raggiunse l'odierna estensione fra il 1825 e il 1842 con i lavori voluti dal re Ludovico I, che fece realizzare dall'architetto Leo von Klenze: il Königsbau in stile classicista, secondo i modelli fiorentini di Palazzo Pitti e Palazzo Rucellai; il Festsaalbau, pure secondo i modelli rinascimentali italiani; la chiesa di corte, secondo lo stile romanico e bizantino, decorata con splendidi affreschi ad imitazione della cappella palatina di Palermo (dei quali oggi sono sopravvissuti solo pochi resti).

Già all'inizio del XIX le Charlottenzimmer ("camere di Charlotte") erano state decorate in stile impero. Ora, con i lavori di ampliamento, vennero realizzate parecchie ulteriori serie di ambienti, fra cui, nel Königsbau, i Wohnräume Ludwigs I ("appartamenti di Ludovico I") e i Nibelungensäle ("sale dei Nibelunghi") al piano terra, decorati da Julius Schnorr von Carolsfeld. Al secondo piano si trovavano i cosiddetti Festgemächer ("appartamenti delle feste"), che erano concepiti per ospitare piccole feste di corte. La sequenza degli ambienti si articolava in salone, salone di ricevimento, sala da ballo, sala dei fiori e stanze private per il re. Oggi questi ambienti sono conservati in una forma assai semplificata e ospitano l'Accademia delle belle arti. L'abitazione reale, che ancor oggi si conserva, era soprattutto di rappresentanza e già all'epoca era possibile visitarla previo appuntamento. I veri e propri appartamenti privati della coppia reale si trovavano sul lato posteriore del Königsbau e sono andati distrutti durante la seconda guerra mondiale. Leo von Klenze era responsabile non solo dell'architettura, ma anche dei pavimenti, della decorazione delle pareti e di tutto il mobilio. I Nibelungensäle erano concepiti come spazio aperto al pubblico e vi si può accedere da un apposito ingresso che dà sulla Residenzstraße.

Negli anni fra il 1832 e il 1842 fu infine costruito il Festsaalbau, nel luogo dove già Cuvilliés aveva progettato un nuovo edificio per eliminare i resti della Neuveste che dopo l'incendio del 1750 erano stati a mala pena rimessi a posto. Nel Festsaalbau fu realizzata una magniloquente sequenza di ambienti, che comprendeva il Thronsaal ("sala del trono") nel mezzo, i Kaisersäle ("sale imperiali"), il Ballsaal ("sala da ballo") e il Schlachtensaal ("sala della battaglia") nel padiglione nord-orientale. Questi ambienti erano pensati esclusivamente per le cerimonie di Stato e le feste di corte ed erano raggiungibili salendo uno scalone d'onore che oggi non esiste più. Il punto culminante di questa sequenza di ambienti era naturalmente la sala del trono, nella quale venivano celebrate le cerimonie più importanti, come l'ascesa al trono, e che era incorniciata da dodici statue colossali di bronzo provenienti dalla fonderia di Ferdinand von Miller, che rappresentavano i principali sovrani bavaresi. Al piano terra del Festsaalbau si trovava una serie di sale decorate con scene ispirate all'Odissea (come pendant alle sale dei Nibelunghi), che servivano come stanze per gli ospiti. Inoltre, al Festsaalbau era adiacente l'Apothekenstock ("piano della farmacia"), nel quale c'erano la farmacia di corte, nonché abitazioni e uffici dei dipendenti della corte.

Massimiliano II fece ristrutturare soltanto l'appartamento reale secondo le sue esigenze e, quale collegamento della Residenza con il Nationaltheater, fece costruire un giardino d'inverno su disegni di Franz Jakob Kreuter. La costruzione fu tuttavia realizzata da August von Voit, che per il re aveva già costruito il Glaspalast. Inoltre, Massimiliano II fece restaurare il teatro Cuvilliés, che dal 1825 veniva utilizzato quasi esclusivamente come deposito per gli scenari del Nationaltheater.

Ludovico II fece apportare alla Residenza parecchie modifiche che oggi non sono più conservate. Innanzi tutto fece trasformare i suoi alloggi nella soffitta del padiglione nord-occidentale del Festsaalbau in stile Luigi XIV. Inoltre, nelle Hofgartenzimmer ("camere del giardino di corte") furono allestiti dei locali per la sua fidanzata, la duchessa Sofia Carlotta, che però non andò mai ad abitarvi, in quanto il fidanzamento venne ben presto sciolto. Sempre durante il regno di Ludovico II furono completate i Nibelungensäle ("sale dei Nibelunghi"). Egli continuò altresì la tradizione di suo nonno Ludovico I, facendo dipingere un ciclo di dipinti per decorare il percorso che conduceva ai suoi appartamenti. Questi dipinti rappresentavano scene dal ciclo wagneriano de L'anello del Nibelungo. Inoltre, Ludovico II fece elettrificare la scena del teatro Cuvilliés.

Verso il 1870 Ludovico II diede incarico al direttore dei giardini di corte Carl Effner e al pittore Christian Jank di realizzare un giardino d'inverno di 70 x 17 metri sopra l'ala nord-occidentale del Festsaalbau. Una grande volta in vetro e ferro, alta 9 metri, racchiudeva il giardino, che aveva flora e fauna esotiche, un lago artificiale, un chiosco moresco, una capanna di pescatori e grandi dipinti panoramici intercambiabili di Julius Lange.

Dopo la morte di Ludovico II la costosa costruzione fu demolita per ordine del principe reggente Luitpold nel 1897, giacché essa risultava troppo pesante per l'edificio e l'acqua del lago artificiale gocciolava nei sottostanti appartamenti della servitù. Soltanto l'avancorpo nel Kaiserhof, che era stato costruito come sostegno, rimase al suo posto fino al 1950. Il principe reggente Luitpold fece ristrutturare per sé le Steinzimmer, poiché non volle abitare negli appartamenti del re. Risale a questo periodo anche la costruzione, su progetto di Julius Hofmann, di una nuova camera del tesoro, che già allora fu chiusa con una porta blindata.

Ludovico III di Baviera abitò nella Residenza per un breve periodo prima della rivoluzione del 1918. In particolare, egli occupò inizialmente le Steinzimmer, poi si trasferì nel Königsbau. Durante la prima guerra mondiale la regina Maria Teresa utilizzò i Nibelungensäle per ospitare donne di ogni ceto sociale che lavoravano per confezionare vestiti per i soldati al fronte.

Durante la seconda guerra mondiale, in particolare nel 1944, la Residenza venne gravemente danneggiata (di circa 23.500 metri quadrati di tetto rimasero intatti solamente 50 metri quadrati) e nei decenni successivi fu in gran parte ricostruita. Fortunatamente l'intero mobilio e la maggior parte delle decorazioni di pareti e soffitti erano stati sgomberati già prima che iniziassero i bombardamenti: se così non fosse stato, una ricostruzione nelle forme attuali sarebbe stata impensabile. La relativamente veloce fase della ricostruzione è stata resa possibile da uomini come Tino Walz e Rudolf Esterer, i quali, con il sostegno dell'associazione Freunde der Residenz ("Amici della Residenza"), provvidero rapidamente a mettere in sicurezza gli edifici rimasti con l'erezione di tettoie provvisorie e diedero impulso al sollecito inizio dei lavori di ricostruzione.

Inoltre ci furono grandi raccolte di fondi. Fra gli altri, diede il suo contributo anche la Bayerische Rundfunk, che contribuì alla ricostruzione con un milione di marchi, con la condizione che si potesse costruire nella Residenza una sala da concerto che sostituisse il teatro dell'Odeon, pure distrutto dalla guerra. Allo scopo venne utilizzata la grande sala del trono, che era stata irreparabilmente distrutta. Perduti definitivamente furono anche gli affreschi della chiesa di corte, la decorazione delle "camere papali", gli appartamenti di Ludovico II, nonché le altre sale del Festsaalbau, compreso il monumentale scalone d'onore.

Ancor oggi si lavora alla Residenza. Di recente, nel 2008, sono stati completati lavori di restauro al teatro Cuvilliés, che era stato ricostruito subito dopo la guerra.

Già al tempo di Ludovico I, i cittadini interessati potevano visitare previo appuntamento gli ambienti del Königsbau (quando la coppia reale non era presente nella Residenza). Con ciò il re voleva di proposito mettere davanti agli occhi dei suoi sudditi la sua concezione circa la residenza regia. Sotto il principe reggente Luitpold era possibile visitare tutte le parti inutilizzate della Residenza, compresa l'antica camera del tesoro, e nel 1897 venne pubblicata la prima guida alla Residenza di Monaco.

Dopo la rivoluzione del 1918 venne compiuto il passo definitivo verso l'uso museale. All'epoca si potevano visitare ben 157 locali. L'attuale museo della Residenza conta 130 locali visitabili. Oltre all'Antiquarium, all'antica cappella di corte e alle innumerevoli sale di rappresentanza (le cosiddette "stanze imperiali", le "camere ricche" e gli appartamenti di Ludovico I), sono di particolare interesse la collezione di porcellane, che non solo raccoglie pezzi da tutta Europa ma ha anche una significativa sezione di oggetti provenienti dall'Estremo Oriente, e il gabinetto delle miniature, con una collezione di 129 miniature. Inoltre, ci sono la stanza delle reliquie e la stanza degli argenti.

Con 130 stanze aperte al pubblico, lo splendido Cuvilliés-Theater, la Schatzkammer (camera del tesoro) e gli eleganti Hofgarten (giardini reali), la Residenz di Monaco si presenta come uno dei palazzi reali più grandi d'Europa, abitato dai Wittelsbach fino al 1918, anno della caduta della monarchia.

Il palazzo ha tre facciate: la più antica è quella sulla Residenzstraße (iniziata nel 1599) con due grandi portali d'ingresso incorniciati dalla statua della Madonna, patrona della Baviera ("Patrona Boiariae"), e da quattro leoni in bronzo. La tradizione racconta che porti fortuna toccarli... in passato i soldati prima di partire per una battaglia erano soliti toccare questi leoni con la speranza di poter ritornare sani e salvi dalle loro famiglie. La facciata principale sulla Max-Joseph-Platz, una riproduzione di Palazzo Pitti di Firenze, e quella che si affaccia sui giardini sono state invece realizzate nella prima metà dell'Ottocento da Leo von Klenze.

Nella Max-Joseph-Platz sono da vedere la statua di Re Massimiliano I, il neoclassico Nationaltheater (Teatro dell'Opera), il palazzo Törring, la cui facciata è ispirata al fiorentino Ospedale degli Innocenti, e la Maximilianstraße, la via più elegante di Monaco. Sullo sfondo si erge l'imponente Maximilianeum, il Parlamento della Baviera.

All'interno colpiscono il visitatore per bellezza, sfarzo e raffinatezza l'Ahnengalerie, la galleria degli antenati con ritratti dei più importanti membri della famiglia Wittelsbach fino all'ultimo re di Baviera Ludwig III (1845-1921); il Grottenhof, il più bello dei cortili del palazzo, con la fontana del Perseo e la riproduzione di un ninfeo interamente ricoperto di conchiglie; le Reiche Zimmer, i saloni di parata in stile rococò - da non perdere la Grüne Galerie e il Miniaturenkabinett - realizzati dal celeberrimo François de Cuvillies che nel palazzo ha creato altre bellezze come il Teatro di corte; la Sala del Trono in stile neoclassico e l'Antiquarium, la più grande sala rinascimentale a nord delle Alpi. Commissionata dal duca Albrecht V a Friedrich Sustris alla fine del 1500, è abbellita da una serie di busti di imperatori romani e da grandi affreschi.

Da segnalare ancora le due cappelle interne: la Hofkapelle al pianterreno e la privatissima Reiche Kapelle al primo piano; la Gelbe Treppe, scalone in stile neoclassico ornato da una elegante statua di Venere del Canova; una pregevole collezione di porcellane, in particolare della manifattura reale di Nymphenburg, e ceramiche cinesi e le Päpstliche Zimmer che ospitarono Papa Pio VI nel 1782. Nella Residenz venne anche ospitato Napoleone I: fu lui che nel 1806 elevò la Baviera al rango di regno.

Terminata la visita dei saloni reali, passiamo alla Schatzkammer che custodisce i tesori di corte; in primo luogo la corona, con lo scettro ed il globo, realizzata per la prima incoronazione di un re bavarese (Massimiliano I nel 1806), alcuni oggetti che testimoniano la profonda fede cattolica che caratterizza la Baviera come il libro di preghiere dell'imperatore Carlo II il Calvo e il reliquiario della Croce di Enrico II il Santo e infine il pezzo più bello e prezioso: la cinquecentesca statua di San Giorgio, ricoperta da 2.291 diamanti, 406 rubini e 209 perle.
 
Si prosegue nell'Altes Residenztheater, poi ribattezzato Cuvilliés-Theater (per accedervi bisogna passare dal portale fiancheggiato dai leoni sulla Residenzstraße); il piccolo teatro di corte, costruito tra il 1751 e il 1755 dal Cuvilliés, è un gioiello del rococò europeo e ospitò durante il Carnevale del 1781 la prima dell'opera di Mozart "Idomeneo", composta per il principe elettore Karl Theodor.

Il giardino reale, l'Hofgarten, il cui accesso principale è dalla Odeonsplatz attraverso l'Hofgartentor (1816). Da notare i portici con affreschi dedicati alle gesta degli antichi Wittelsbach, al centro il tempietto dedicato a Diana che è un abituale luogo di ritrovo dei musicisti, le quattro fontane gemelle e al fondo la Cancelleria bavarese - il Palazzo del governo regionale - realizzata in un sapiente mix antico-moderno nell'ex Museo delle armi.

LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2016/03/monaco-di-baviera.html




FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



venerdì 24 luglio 2015

LE LEGGENDE DELLA PRESOLANA

.


Il ramo occidentale della Vai Seriana è dominato dall'immensa chiara mole della calcarea Presolana, la "montagna" per antonomasia dei bergamaschi. Ai suoi piedi, da millenni, industriose popolazioni hanno tratto sostentamento e vita dai suoi pascoli, dai suoi boschi, dalle sue acque e dalla sua bellezza.
Una grande "madre" di pietra che affascina e intimorisce, e attorno alla quale non potevano non nascere cento e cento leggende, a cominciare proprio da quella che cerca di spiegarne il misterioso nome. Si racconta infatti che sulle pendici dei monte vivessero, nei primi secoli dopo Cristo, diverse feroci tribù barbare spesso in lotta tra loro. Una di queste aveva come capo il potente re Lana, che seppe condurre la sua gente al predominio sulle altre dopo aver conquistato le parti più alte della valle e costruito una solida roccaforte proprio ai piedi delle scoscese creste sommitali del monte, nel luogo indicato ancor oggi come "Grotta dei Pagani". Ma la roccaforte non seppe reggere l'assalto di un esercito invasore e, nel 464, il re Lana venne sconfitto. E da quella "presa di Lana" sarebbe nato, appunto, il nome della montagna: Presolana. Legata invece alla intensa attività pastorale, che dei resto continua in parte ancora ai nostri giorni con l'utilizzo delle numerose malghe che sorgono sui fertili pascoli di tutto il versante, meridionale dei monte, è la leggenda della Cavra besula, presente con alcune varianti anche in altre località montane bergamasche e bresciane.
I pastori raccontavano spesso di notti di luna piena passate nel terrore per il furibondo e inspiegabile latrare dei cani, accompagnato da sinistri rintocchi di campanaccio. Nessuno mai aveva avuto il coraggio di abbandonare le sicure pareti della malga per scoprire la causa di tale trambusto. Ma un mandriano coraggioso decise di svelare il mistero e in una notte di luna piena, non appena udito il campanaccio, si avventurò fuori dalla baita. Un'enorme capra dagli occhi fiammeggianti gli si parò improvvisamente davanti, spaventandolo in tal modo che il poveretto iniziò una irrefrenabile fuga e nessuno lo vide mai più, né sui pascoli, né in paese. E la Cavra besula continuò quasi sino ai nostri giorni ad incutere un timoroso rispetto ai valligiani.

Numerose sono le versioni che vorrebbero fornire il nome di questa montagna, e molte hanno uno sfondo leggendario. La più suggestiva deriverebbe dall’espressione latina “Presa-Alana”, con riferimento ad una battaglia che vide la sconfitta del popolo degli Alani ad opera dei Romani (o in un’altra versione per mano di Carlo Magno) proprio in quella zona. Si dice che fu un’immensa carneficina, tanto che alla valle in cui accaddero questi scontri, prima chiamata Valle Decia, venne cambiato nome in Calve (attualmente Valle di Scalve) a causa “della calvarie d’ossa spolpate avanzate al grande macello”.
Sempre secondo la leggenda si dice che, nelle notti di tempesta, gli spiriti degli Alani vaghino ancora tra le rocce di questa montagna. Altre leggende vedono coinvolti folletti, spiriti e splendide fanciulle, ma la versione più credibile resta quella più recente, secondo la quale il nome Presolana deriverebbe dal dialetto praizzöla (in italiano “praticciolo”) per via dei piccoli prati presenti sulle proprie pendici.



Correva l'anno 1871, e lo stupendo splendore della conca della Presolana era già nota anche all'estero.
Infatti, durante il dominio austriaco risalente agli anni precedenti l'unità d'Italia, parecchie compagnie militare dell'impero asburgico avevano avuto modo di contemplare le bellezze di tali luoghi.
Alcuni di loro si erano anche trasferiti nelle valli circostanti, tant'è che i loro discendenti vivono tutt'ora nella cittadina di Clusone.
Alcuni dei militi rimasti in Italia provenivano dagli oriundi Polacchi, e anche loro magnificavano le bellezze di tale terra ai parenti polacchi, durante la corrispondenza che inviavano loro periodicamente.
Uno di questi, un certo Massimiliano Prihoda, polacco e musicista di professione, si trovava in Italia per tenere un concerto alla Scala e non volle perdere l'opportunità di andare a trovare i parenti trapiantatisi a Dorga, una località della conca della Presolana.
Affascinato dalla bellezza dei posti, e dalla maestosità dei panorami delle montagne, passava ore e ore nello scrivere spartiti, immerso nella quiete dei posti.
Il luogo prediletto era la sommità di un dirupo dal quale poteva rimirare le montagne circostanti che percorrono la Valle di Scalve e la Valle Canonica.
Affascinato ed innamorato dai posti, decise di tornarvi definitivamente con la giovane moglie, Anna Stareat. Ritornato in Polonia vendette la casa, sistemò i suoi affari, e tornò in Italia con la moglie.
Tutti i giorni la giovane coppia percorreva il sentiero che conduceva al dirupo per contemplare il paesaggio e la moglie, affermata pittrice, trovava degna ispirazione per i suoi quadri, mentre il marito scriveva spartiti musicali.
La giovane coppia fu presa a benvolere dagli abitanti del luogo. Sempre insieme, con il sorriso sulle labbra, sempre con la mano nella mano, e con una parola affabile per tutte le persone che incontravano. Alla fine, Massimiliano e Anna, divennero per gli abitanti del posto, semplicemente " gli sposi ". Ma un giorno capitò la tragedia.
Secondo le varie testimonianze raccolte presso gli abitanti, verso la fine del mese di settembre, dell'anno 1871, e dopo un tremendo acquazzone, gli sposi si recarono presso il dirupo per rimirare il panorama abbellito da un tenue arcobaleno.
Anna dipinse il ritratto del marito con sullo sfondo la montagna del Pizzo Camino, e Massimiliano scrisse una composizione dedicata alla moglie.
Per qualche inspiegabile motivo, mentre la luna stava sorgendo, i giovani sposi raggiunsero l'orlo dello strapiombo e si gettarono di sotto abbracciati.
Furono trovati il giorno dopo alla base del dirupo. ancora abbracciati, dalla guardia boschiva Bortolo Dovina.
Il fatto rimane tuttora avvolto nel mistero nonostante le diverse indagini effettuate a suo tempo.

Il quadro dipinto da Anna, e lo spartito di Massimiliano scritto per la moglie, furono consegnati ai loro parenti e oggi sono gelosamente custoditi da una famiglia di nobili di origini polacche.
A ricordo della tragedia, e in memoria dei due sposi, da allora il precipizio è chiamato " il Salto degli Sposi " e per anni la triste storia non fece altro che alimentare le pagine dei quotidiani locali.




Secondo una antica leggenda, un giorno il Diavolo decise di sfidare Dio invitandolo sulla cima del Monte Clemo, da dove la vista poteva spaziare sulla Valle Camonica e lungo tutta la catena dell'Adamello, sulla Valle Borlezza fino al massiccio della Presolana, sulla Valle Cavallina fino a tutto il bacino del Lago di Endine e sul Lago d'Iseo e Monte Isola, fino quasi alle colline della Franciacorta. 
La posta in gioco era il dominio sulle anime che popolavano le quattro vallate sottostanti. La sfida consisteva nel lanciare il più lontano possibile uno di quei massi rossastri, arrotondati e grossi, che si trovano sparsi sui pascoli del Monte Clemo. 
Satana, lo sfidante, lanciò per primo  la sua pietra che cadde non molto lontano, su un colle della località Pratilunghi, dinanzi alla Valle del Freddo, rompendosi in quattro. 
Fu allora il turno di Dio. Egli lanciò il suo enorme masso che giunse addirittura al di là della valle, sui prati di Possimo.
Il Demonio vedendosi sconfitto, per la collera, battè con tale forza il tallone sulla roccia che la montagna con un rombo assordante si frantumò, inghiottendolo fin nelle viscere dell'inferno. E dalle profondità nelle quali era sprofondato, il Diavolo iniziò ad alitare un vento gelido, una sorta di respiro malefico, che ancor oggi si può sentire.








FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



martedì 2 giugno 2015

RE GNOCCO

.


A Castel Goffredo, in provincia di Mantova, si svolge questo Carnevale dal nome bizzarro, festeggiato a partire da metà del Settecento, ma ufficialmente testimoniato solo a partire dal 1872. La manifestazione vede la partecipazione di un personaggio eletto sovrano nei giorni precedenti la manifestazione, re Gnocco appunto, dalla corporatura robusta, vestito di tutto punto e con un lungo mantello purpureo, attorniato dalla sua corte reale. Il re regge uno scettro a forma di forchetta che infilza un enorme gnocco, simbolo della festa.

Re Gnocco è un monarca dai pieni poteri ma ridanciano gran mangiatore e bevitore, tutto dedito alla felicità dei propri sudditi. Nel giorno della sua incoronazione egli domina incontrastato e gli stessi pubblici amministratori devono fare atto di devota sottomissione. Dal 1875 al 1905 non si hanno notizie precise anche se nelle "memorie" lasciate da Gian Cesare Pico si parla di una manifestazione molto sentita dalla popolazione e già stabilmente radicata, ma che si celebra senza continuità. Sembra, quest`ultima, una caratteristica del Venerdì Gnoccolaro castellano che lo distingue dagli altri carnevali.

Nel 1914 viene incoronato Re Gnocco XL (Marco Mercanti). il cui numerario è forse più un omaggio alla ricorrenza che la rispondenza ad un reale susseguirsi di incoronazioni.

Si tratta di un'edizione prestigiosa che apre l'era moderna del carnevale castellano. Da allora, infatti, il programma è stato fedelmente rispettato: il Re lancia un proclama con il quale indice la gran festa ed il giorno dell'incoronazione pronuncia il Discorso della Corona. La celebrazione del 1914 e passata alla storia anche per aver visto la nascita dell'inno di Re Gnocco composta dal maestro Edoardo Zappa sull'onda di un valzer e per lo scambio di due feroci fogli satirici che suscitarono aspri risentimenti. La tradizione vuole che l'ultimo venerdì di Carnevale, giorno di gran festa. siano allestite cucine operose e cantine effervescenti. Fino agli anni '5O gli gnocchi venivano impastati in Piazza; ancor oggi comunque essi sono cotti e conditi alla presenza del popolo affamato al quale sono distribuiti gratuitamente annaffiati da vino generoso a seguito dell'ordine del Re Gnocco appena incoronato. Sulla piazza del feudo si celebra il rituale di sempre; quindi il Re, appena incoronato, dà il via ai festeggiamenti, normalmente costituiti dalla sfilata di carri allegorici e maschere.

E’ molto probabile che l’introduzione di questa Festa a Castel Goffredo trovi la sua ispirazione in un fatto veronesi. Quando nel 1531 il medico veronese Tommaso da Vico offrì all’affamato popolo di San Zeno farina, burro e formaggio, dando così inizio alla secolare tradizione del Bacanal, si trovava a Verona anche Cesare Fregoso, capitano della Repubblica di Venezia, con il prestigioso segretario Matteo Bandello. Pochi anni dopo, nel 1536, la famiglia Fregoso si trasferiva a Castel Goffredo presso la Corte del marchese Luigi Gonzaga ed è molto probabile che il novelliere Bandello non abbia mancato di raccontare il singolare aneddoto. A quell’epoca, tuttavia, si sa che il Marchese prediligesse trascorrere il periodo carnevalesco a Mantova.











FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://mundimago.org/



mercoledì 13 maggio 2015

LA CORONA FERREA NEL DUOMO DI MONZA



Verso l'anno 324 Elena, madre dell'imperatore Costantino I, fece scavare l'area del Golgota in cerca degli strumenti della Passione di Gesù.

Fu rinvenuta quella che venne identificata come la "vera Croce", con i chiodi ancora conficcati. Elena lasciò la croce a Gerusalemme, portando invece con sé i chiodi: tornata a Roma, con uno di essi creò un morso di cavallo, e ne fece montare un altro sull'elmo di Costantino, affinché l'imperatore ed il suo cavallo fossero protetti in battaglia.

Due secoli dopo Papa Gregorio I avrebbe donato uno dei chiodi a Teodolinda, regina dei Longobardi, che fece fabbricare la corona ferrea e vi inserì il chiodo, ribattuto a forma di lamina circolare.

La tradizione che legava la corona alla Passione di Cristo e al primo imperatore cristiano ne faceva un oggetto di straordinario valore simbolico, che legava il potere di chi la usava a un'origine divina e ad una continuità con l'impero romano.

La storica Valeriana Maspero ritiene invece che la corona fosse il diadema montato sull'elmo di Costantino, dove il sacro chiodo era già presente. L'elmo e il morso, insieme alle altre insegne imperiali, furono portati a Milano da Teodosio I, che vi risiedeva: Ambrogio li descrive nella sua orazione funebre de obitu Teodosii. Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, l'elmo fu portato a Costantinopoli, ma in seguito fu reclamato dal goto Teodorico il Grande, re d'Italia, il quale aveva a Monza la sua residenza estiva. I bizantini gli inviarono il diadema trattenendo la calotta dell'elmo. Il "Sacro Morso" rimase a Milano: oggi è conservato nel duomo della città.

La Corona è una straordinaria realizzazione di oreficeria bizantina: è composta da sei segmenti aurei, uniti a cerniera e ribattuti sul cerchietto di ferro, ciascuno dei quali è decorato da tre gemme sovrapposte, un rettangolo smaltato con una grossa pietra al centro e rosette d’oro disposte a croce.

La Corona ha, infine, un importantissimo valore storico: divenne il simbolo stesso del Regno d’Italia e fu utilizzata per incoronare Carlo V d’Asburgo, Napoleone e Ferdinando I; ancor prima, nel X secolo, sarebbe stata utilizzata per l’incoronazione di Berengario I.
La Corona Ferrea o Corona di Ferro è un'antica e preziosa corona che venne usata dall'Alto Medioevo fino al XIX secolo per l'incoronazione dei Re d'Italia. Per lungo tempo, gli imperatori del Sacro Romano Impero ricevettero questa incoronazione.

All'interno della corona vi è una lamina circolare di metallo: la tradizione vuole che essa sia stata forgiata con il ferro di uno dei chiodi che servirono alla crocifissione di Gesù. Per questo motivo la corona è venerata anche come reliquia, ed è custodita nel duomo di Monza nella Cappella di Teodolinda.

Due secoli dopo papa Gregorio I avrebbe donato uno dei chiodi a Teodolinda, regina dei Longobardi, che fece erigere il duomo di Monza; ella fece fabbricare la corona e vi inserì il chiodo, ribattuto a forma di lamina circolare. La tradizione che legava la corona alla Passione di Cristo e al primo imperatore cristiano ne facevano un oggetto di straordinario valore simbolico, che legava il potere di chi la usava a un'origine divina e a una continuità con l'impero romano. La Corona Ferrea fu usata dai re Longobardi, e poi da Carlo Magno (che la ricevette nel 775) e dai suoi successori, per l'incoronazione dei re d'Italia.

Indagini storiche più recenti ritengono che la conformazione odierna della corona sia dovuta a interventi databili tra il V e il IX secolo. Essa potrebbe essere stata un'insegna reale ostrogota, passata poi ai Longobardi e quindi ai Carolingi, i quali, dopo averla restaurata, la donarono al Duomo di Monza, chiesa reale fatta erigere da Teodolinda.

Gli imperatori del Sacro Romano Impero venivano incoronati tre volte: una come Re di Germania, una come Re d'Italia, una come Imperatore (quest'ultima corona veniva imposta dal Papa). L'incoronazione con la Corona Ferrea si svolgeva a Milano, nella basilica di Sant'Ambrogio; altre volte tuttavia la cerimonia si svolse a Monza (nel Duomo o nella Chiesa di S.Michele) oppure a Pavia, e saltuariamente in altre città ancora.

Tra un'incoronazione e l'altra, la Corona Ferrea risiedeva nel Duomo di Monza, che per questo motivo era dichiarata "città regia", proprietà diretta dell'imperatore, e godeva di privilegi ed esenzioni fiscali.

La corona attraversò tuttavia alcune vicissitudini: nel 1248, insieme al resto del Tesoro del Duomo, fu data in pegno all'ordine degli Umiliati, a garanzia di un ingente prestito contratto dal capitolo del duomo per pagare una pesante imposta straordinaria di guerra, e fu riscattata solo nel 1319. Successivamente, sempre come parte del Tesoro, fu trafugata dal cardinale Bertrando del Poggetto durante l'occupazione crociata di Monza (1323-24) e inviata a suo zio, papa Giovanni XXII ad Avignone. La corona rimase presso il seggio papale dal 1324 al 1345: durante questo periodo fu persino rubata, ma il ladro fu catturato e la refurtiva recuperata. Al momento della restituzione, venne effettuato un nuovo censimento del tesoro nel quale si constatò il danneggiamento della corona a causa della sottrazione di due delle otto placche che la componevano: la reliquia fu quindi affidata nello stesso anno all'orafo Antellotto Bracciforte, che la rinforzò con una corona interna in argento, la quale in seguito venne identificata con il Sacro Chiodo. Da quel momento non fu possibile per un uomo indossare la Corona d'Italia sul proprio capo, date le dimensioni ridotte: le successive incoronazioni vennero infatti effettuate con l'ausilio di speciali copricapi.

La tradizione della triplice incoronazione si interruppe con Carlo V, che fu incoronato nel 1530 a Bologna: abdicando nel 1556, egli divise l'impero in due, separando così i regni di Italia e Germania. Nel 1576 san Carlo Borromeo istituì il culto del Sacro Chiodo, per celebrare la venerazione della Corona e legarla all'altro Chiodo della Passione nel Duomo di Milano.

Due secoli dopo, però, il Ducato di Milano passò all'Austria e la tradizione riprese: l'imperatore Francesco I ricevette la Corona Ferrea nel 1792.

L'incoronazione più famosa è però quella di Napoleone Bonaparte, che si incoronò re d'Italia nel 1805: nel rito celebrato nel Duomo di Milano, egli si impose da solo la corona sul capo, pronunciando la frase: "Dio me l'ha data e guai a chi me la toglie!". Per devozione alla corona Napoleone istituì poi l'Ordine della Corona del Ferro.

Dopo la parentesi napoleonica, l'incoronazione ritornò prerogativa degli imperatori d'Austria, e Ferdinando I la ricevette nel 1838. Durante le guerre di indipendenza italiane, la corona fu requisita da Monza e portata a Vienna, ma nel 1866, dopo la sconfitta dell'Austria nella terza guerra di indipendenza, fu restituita all'Italia e ritornò a Monza.

I Savoia tuttavia non la utilizzarono mai per le incoronazioni, poiché conservarono la corona del Regno di Sardegna dal quale nasce l'attuale Italia (anche nello stemma regio). Inoltre essa era diventata negli anni precedenti un simbolo della dominazione austriaca, oltre a ciò il Regno d'Italia era in conflitto con il Papato, in seguito alla presa di Roma, e l'utilizzo di una corona che era anche una preziosa reliquia era poco opportuno. In ogni caso la corona faceva parte delle insegne reali, come testimonia l'esposizione di essa ai funerali di Vittorio Emanuele II (1878), il quale aveva anche istituito l'Ordine cavalleresco della Corona d'Italia. Il re Umberto I forse meditava di incoronarsi con la Corona Ferrea quando il clima politico fosse stato più favorevole: nel 1890 egli inserì la Corona Ferrea nello stemma reale, e nel 1896 donò al duomo di Monza, città in cui egli amava risiedere, la teca di vetro blindato in cui essa è tuttora custodita. Il suo assassinio nel 1900 interruppe i suoi progetti, ma di nuovo alle sue esequie venne esposta la Corona e la sua tomba al Pantheon ne reca una copia bronzea.

Il figlio Vittorio Emanuele III non volle alcuna cerimonia di incoronazione.

Con la proclamazione della Repubblica Italiana nel 1946, la Corona Ferrea smise definitivamente di essere un simbolo di potere, per essere solo una reliquia e un prezioso cimelio storico.

L'ultimo viaggio della corona avvenne durante la seconda guerra mondiale: temendo che i tedeschi volessero impadronirsene, nel 1943 il cardinale Ildefonso Schuster la fece trasferire segretamente in Vaticano, dove rimase fino al 1946. Essa ritornò portata da due canonici del duomo di Monza, nascosta in una cappelliera dentro una valigia.

Lo storico monzese Bartolomeo Zucchi, che scriveva intorno al 1600, contò 34 incoronazioni avvenute fino a quel momento. Non tutte queste incoronazioni sono però comprovate da documentazioni storiche.

Tra quelle sicure, oltre a quelle longobarde, si ricordano:

Carlo Magno (800)
Arduino d'Ivrea (1002)
Corrado II (1024)
Corrado III (1128)
Federico Barbarossa (1155)
Enrico VI (1186, in occasione delle nozze con Costanza d'Altavilla)
Enrico VII di Lussemburgo (1311)
Carlo IV (1355, presente Francesco Petrarca)
Carlo V d'Asburgo (1530, a Bologna. Per non far scivolare la corona usò un particolare copricapo a forma di cono)
Napoleone I (1805)
Ferdinando I d'Austria (1838, che usò un'altra corona per contenerla, collegata con catenelle, per non farla scivolare)

Il prezioso cimelio è in lega di argento e oro all'80% circa, ed è composto di sei placche legate fra loro da cerniere verticali; ha il diametro di cm 15 e l'altezza di cm 5,5; il peso è di 535 grammi. È adornata di ventisei rose d'oro a sbalzo, ventidue gemme di vari colori e ventiquattro placchette floreali a smalto cloisonné. Le gemme rosse sono granati, viola sono ametiste, il corindone è blu scuro. Altre decorazioni sono in pasta vitrea. La lamina circolare che tradizionalmente si identifica con il Sacro Chiodo corre lungo la faccia interna delle sei placche. La corona è troppo piccola per cingere la testa di un uomo: si ritiene perciò che in origine fosse composta di otto placche invece che sei. La corona è custodita nella cassaforte protetta da due porte. È nella teca dal 1885 per volontà di Umberto I.

Secondo la ricostruzione di Valeriana Maspero, in origine le placche d'oro avevano soltanto la gemma centrale, come si vede in alcune monete che ritraggono Costantino con il suo elmo in testa. Due corone ritrovate nel XVIII secolo a Kazan', in Russia, sono del tutto simili; probabilmente anche la Corona Ferrea fu opera di orefici orientali.

Le lastrine colorate con le altre pietre furono aggiunte presumibilmente da Teodorico, il quale fece rimontare il diadema su un altro elmo, in sostituzione di quello trattenuto dai bizantini. Carlo Magno fece poi sostituire alcune delle lastrine che si erano rovinate. L'esame al Carbonio 14 condotto su due pezzetti di stucco ha infatti datato uno di essi intorno al 500, e l'altro intorno all'800. L'aspetto della corona successivo al restauro di Carlo Magno è testimoniato dai documenti dell'incoronazione di Federico Barbarossa: essa non era più montata su un elmo, ma portava solo un archetto di ferro sulla sommità. Essa aveva ancora la dimensione adatta ad essere portata sulla testa.

Le due placche mancanti furono probabilmente rubate mentre la corona era in pegno agli Umiliati, che la conservavano nel loro convento di Sant'Agata (nell'attuale piazza Carrobiolo a Monza). I documenti successivi al 1300 infatti la descrivono come "piccola". Nel 1345 essa fu affidata per un secondo restauro all'orafo Antellotto Bracciforte, il quale le diede l'aspetto attuale.

L'identificazione della lamina metallica inserita nella corona con il chiodo della Passione di Cristo sembra risalga al XVI secolo. San Carlo Borromeo, che rilanciò la venerazione del Sacro Morso custodito nel duomo di Milano, visitò più volte anche la Corona Ferrea e vi pregò davanti. Nel 1602 Bartolomeo Zucchi affermava con certezza che la corona era il diadema di Costantino e che in essa vi era il sacro chiodo. Un secolo più tardi, però, Ludovico Antonio Muratori esprimeva parere contrario; egli notava tra l'altro che, rispetto alla dimensione di un chiodo romano da crocefissione, la lamina era troppo piccola.

Nel frattempo anche le autorità ecclesiastiche esaminarono il problema: finalmente nel 1717 il Papa decretò che, pur in assenza di certezza sull'effettiva presenza del chiodo nella corona, ne era autorizzata la venerazione come reliquia, in base alla tradizione ormai secolare in tal senso.

Nel 1993, la corona è stata sottoposta ad analisi scientifiche, e il verdetto è stato che la lamina non sarebbe di ferro, bensì d'argento. Secondo alcuni studiosi, essa fu inserita dal Bracciforte nel 1345 per rinsaldare la corona, che era stata danneggiata dal furto di due placche; gli autori cinquecenteschi, perduta memoria di questo intervento, e sapendo dall'orazione di sant'Ambrogio che nella corona era inserito il sacro chiodo, conclusero che doveva trattarsi della lamina.

Altri ritengono invece che la corona sia effettivamente il diadema di Costantino, e che con il sacro chiodo fossero stati forgiati due archetti incrociati che venivano usati per agganciare il diadema all'elmo (e non il cerchio che si trova oggi nella parte interna della corona). Quando i bizantini sganciarono il diadema per darlo a Teodorico, essi trattennero anche gli archetti. L'elmo rimase esposto nella chiesa di Santa Sofia a Costantinopoli, appeso sopra l'altare, fino al saccheggio veneziano del 1204, dopo di che se ne ignora la sorte. In ogni caso la Chiesa continua ad autorizzare la venerazione della reliquia, che sarebbe, secondo l'ipotesi dell'archetto dell'elmo, una reliquia di secondo tipo, cioè che deve la sacralità al contatto con una reliquia di primo tipo (oggetto legato direttamente a una figura venerata).

Di chiodi asseriti della Croce, oltre a quello della corona e quello del Duomo di Milano, ne esistono un terzo, conservato nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, ed un quarto, dalla tradizione più dubbia, nel Duomo di Colle Val d'Elsa in provincia di Siena.


lunedì 4 maggio 2015

IL RE SCARTOZZ




Tanti ma tanti anni fa, il paese di Gavirate, che non era così grande come ora, era conosciuto in tutti i territori che si estendevano da Milano fino al confine, per la numerosa presenza di contadini che, faticosamente, lavoravano la terra. Coltivavano le patate, i pomodori, le zucchine. Qualcuno più fortunato, possedeva delle piante di uva da cui produceva il vino, altri ancora, per guadagnare qualche soldo in più, allevavano i bachi da seta. 
Altri ancora le mucche per il loro prezioso latte e le galline per le uova. Poi, tutti i venerdì mattina, si ritrovavano nelle vie del centro dove portavano i loro prodotti da vendere al mercato. I contadini mettevano le briglie ai loro cavalli, vi attaccavano un carretto di legno con due enormi ruote, lo riempivano con tutto quello che avevano a disposizione e raggiungevano il mercato: altri meno fortunati disponevano le loro merci su delle carriole stracolme. 
Sin dalle prime ore del mattino le vie del paese si animavano. Tutti erano impegnati ad esporre i propri prodotti e le proprie merci. Le nonne giravano tra i banchi per cercare la stoffa migliore per fare i vestitini ai loro nipotini. Le mamme compravano la farina per il pane da cuocere nel forno. I papà guardavano le mucche ed i buoi che erano legati sotto le grandi piante. I più felici di tutti erano i bambini che si rincorrevano tra una bancarella e l’altra e con il loro vociare portavano allegria. 
Ma un mattino il mercato si zittì. In lontananza un battere di zoccoli annunciava l’arrivo di cavalli. Erano bianchi e maestosi e trainavano la carrozza del Re. Lo schioccare della frusta del cocchiere, spezzò il silenzio. Il Re e la Regina, con i loro preziosi vestiti e tra lo stupore della gente, scesero dalla carrozza e si incamminarono lungo le vie del mercato, con al seguito il capo delle guardie e parte della corte. Il Re era molto amato dai suoi sudditi perché non esigeva tanti denari per il pagamento delle tasse. 
Qualche volta raggiungeva il mercato per comprare la seta preziosa, il grano ed il vino prodotto sulle alture del Sasso. Ma mentre camminava tra i carretti ai lati delle vie, una voce stridente proveniente da lontano gridò “ Viva il Re”. Il capo delle guardie si girò di scatto ma non vide nessuno. La corte riprese a camminare ma ad un tratto una flebile voce ancora gridò “Viva il Re”. 
A quel punto fu il Re a girarsi e vide, sotto la grande ruota di un carro, un timoroso bambino con un cartoccio in mano. All'interno c'erano delle uova che il piccolo aveva raccolto al mattino nel pollaio della mamma. “Sono per lei” disse con voce tremante rivolgendosi al Re spaventato da quella figura maestosa. “Grazie” rispose il Re prendendo tra le mani quel cartoccio usato per incartare i prodotti venduti al mercato e con voce possente, girandosi verso i suoi sudditi esclamò “ D’ora in avanti mi chiamerete tutti Re Scartozz, per ricordare il nobile gesto di questo bambino”. 
La gente si mise ad urlare di gioia mentre le mamme battevano le mani e gli uomini lanciavano in aria i loro grandi cappelli. Da allora, quando il Re e la Regina si recavano al mercato, tutti gridavano “Evviva il Re, evviva Re Scartozz”.



Elenco blog Amici