Visualizzazione post con etichetta leggende. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta leggende. Mostra tutti i post

domenica 11 settembre 2016

ORSA MINORE

.

La costellazione dell'Orsa Minore è la più conosciuta nel nostro emisfero perché in questa è presente la "Stella Polare" che è oggi localizzata quasi esattamente sul polo nord, per questo è una stella molto utile alla navigazione. L'Orsa Minore differisce dalla Maggiore per dimensioni e per luminosità degli astri che la compongono, infatti la prima è più piccola, è costituita da stelle meno lucenti, ad eccezione della Stella Polare. Viene chiamata in diversi modi : Il Piccolo Carro, Il Piccolo Mestolo, mentre gli arabi vi identificano la bara di un eroe con una fila di persone piangenti. Si attribuisce la sua scoperta al greco Talete nel 600 a.C. circa.

L'Orsa Minore è anche visibile tutto l'anno grazie alla sua posizione sul Polo Nord, ma il suo momento di maggior splendore sono le ore 22.00 del giorno 13 giugno.

Polaris (la Stella Polare) è la stella più luminosa e più nota della costellazione; si tratta di una stella gialla di magnitudine 1,97. La Polare può essere trovata seguendo una linea che parte dalle due stelle posteriori dell'Orsa Maggiore e prolungandola di circa cinque volte la distanza fra loro. La stella è inoltre una variabile Cefeide, con oscillazioni minime; dista 431 anni luce.
ß Ursae Minoris (Kochab) è una stella di colore arancione, di magnitudine 2,07, che si trova in una posizione della costellazione opposta alla Stella Polare. La sua distanza è stimata sui 126 anni luce.
Pherkad è una stella bianca di magnitudine 3,00, variabile Delta Scuti distante 480 anni luce.
La costellazione contiene alcune stelle doppie:
Polaris è una brillante stella giallastra, che mostra una stellina biancastra a forti ingrandimenti, di nona magnitudine.
HD 139777 è formata da una stella di sesta e da una di ottava magnitudine, separate da circa 18" e dunque risolvibile anche con strumenti non molto potenti; entrambe le stelle sono giallastre.
Interessante la coppia formata dalle stelle Pherkad e 11 Ursae Minoris (nota anche come Pherkad Minor), di facile risoluzione anche con un binocolo o persino ad occhio nudo; le due componenti, una di terza e l'altra di quinta grandezza, mostrano colori contrastanti, essendo biancastra la prima e arancione la seconda.

Le stelle variabili della costellazione sono relativamente poche e molte sono pure poco luminose.

Fra le variabili irregolari spicca Pherkad, una probabile variabile Delta Scuti; molte sono invece le variabili Mireidi, fra le quali spiccano U Ursae Minoris e S Ursae Minoris, entrambe di settima magnitudine al massimo dello splendore e di tredicesima nella fase di minimo.



Non ci sono oggetti appartenenti alla Via Lattea, poiché il piano galattico passa distante dalla costellazione. Si possono dunque osservare solo galassie esterne, ma non ve n'è nessuna alla portata di piccoli strumenti. L'unico oggetto interessante è la Galassia Nana dell'Orsa Minore, una galassia nana ellittica che orbita come satellite attorno alla nostra Via Lattea.

Nell'Orsa Minore è presente la stella HD 150706, attorno alla quale orbita un gigante gassoso dalla massa minima pari a quella di Giove; la sua orbita è situata a circa 1 UA.

L'Orsa Minore non contiene oggetti come nebulose o galassie, ma le sue stelle forniscono un'indicazione per valutare la trasparenza del cielo: la stella Polare è facilmente riconoscibile in qualsiasi notte serena, ma le altre richiedono cieli più luminosi per essere viste. Solo nei cieli più puliti riusciamo a vedere l'intero Piccolo Carro.

Si pensa che questa costellazione sia stata definita per la prima volta nel 600 a.C., dall'astronomo greco Talete, ed è stata sempre usata come guida dai marinai. In tempi antichi, l'Orsa Minore era chiamata l'ala del Dragone, un nome ormai dimenticato. Per alcune culture l'Orsa Minore era il Buco in cui l'asse della terra era infilato.

Una prima interpretazione ci è stata tramandata dal greco Arato, che narrava che l'Orsa Minore ed Adrastea, l'Orsa Maggiore, furono le tutrici a cui Rea affidò il figlio Zeus. Questo, cresciuto e spodestato il padre, trasformò le nutrici in orse come segno di ringraziamento e le lanciò nel cielo. La lunghezza della coda è dovuta allo strattone che essa prese quando il dio le lanciò nel cielo.

Il secondo mito è quello secondo il quale Zeus innamoratosi di Callisto, una ninfa dei boschi, ebbe un figlio di nome Adrasto. Quando la notizia giunse alle orecchie di Era, la fece adirare molto. E così ella decise di vendicarsi della rivale trasformandola in un'orsa, l'Orsa Maggiore, e a questa si aggiunse Adrastro, che un giorno durante una battuta di caccia vide la madre, ma ignorando il suo nuovo aspetto, per difendersi, fece per scoccare una freccia. Zeus lo vide e lo trasformò spinto da un senso di pietà in un orso e decise di porli in cielo.


FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



domenica 17 luglio 2016

IL 23

.


Il numero 23 in alcune tradizioni popolari è sinonimo di fortuna.

Secondo molti studiosi della Bibbia, Gesù Cristo nacque il 23 luglio e ricevette 23 frustate prima di vedere Satana tra la folla. I Templari ebbero 23 Gran Maestri. Sia il calendario sumero che quello egizio cominciavano dal 23 luglio. Il sangue impiega 23 secondi a circolare nel corpo umano. Il genoma umano contiene 23 paia omologhe di cromosomi. Il bioritmo del ciclo fisico dura 23 giorni. Il 23 era il numero preferito da Hitler. L'asse terrestre è spostato di 23,5 gradi (da notare che 5=2+3). William Shakespeare nacque il 23 aprile 1564 e morì il 23 aprile 1616. River Phoenix era nato il 23 agosto 1970 ed è morto a 23 anni. Giulio Cesare è stato ucciso con 23 coltellate. Pancho Villa è stato ucciso il 23 luglio 1923. Kurt Cobain era nato nel 1967 (1+9+6+7=23) ed è morto nel 1994 (1+9+9+4=23). La W - 23ma lettera dell'alfabeto - sulla tastiere con l'alfabeto latino (qwerty) è immediatamente sotto e a metà tra il 2 e il 3. La città di Tokyo, capitale del Giappone, è divisa in 23 quartieri speciali. 23 è il numero atomico del vanadio. Secondo la leggenda, Adamo ed Eva ebbero 23 figlie. È interessante notare che l'Apocalisse di Giovanni sia formata da 22 capitoli. Qualcuno pensa che manchi il capitolo 23, che - sempre secondo alcuni - dovrebbe dire chiaramente come finirà il Giorno del Giudizio e chi, fra Dio e Satana, vincerà e avrà il controllo della Terra. Nel codice dei telegrafisti 23 significa "a capo." È uno dei numeri della sequenza numerica dell'Equazione di Valenzetti (4 8 15 16 23 42), che gioca un ruolo molto importante nel serial televisivo Lost. Se in una stanza ci sono 23 o più persone, la probabilità che almeno due di esse siano nate lo stesso giorno è maggiore del 50%. È un numero fondamentale per alcuni movimenti esoterici. Il numero 23 è anche rappresentato nella frase "ti amo": ti=2 lettere amo=3 lettere. Sommando le cifre di 11/09/2001 (Twin Towers) risulta 23 (11+9+2+1=23) Sommando le cifre di 15/04/1912 (Titanic) risulta sempre 23 (1+5+4+1+9+1+2=23). La Bomba venne lanciata su Hiroshima alle 8:15 (8+15=23). Giovanni Falcone magistrato antimafia fu assassinato nell'anno 1992, il 23/5 (23/2+3). Miguel de Cervantes Saavedra e William Shakespeare sono considerati i più grandi esponenti della letteratura spagnola e inglese. Entrambi sono morti il 23 aprile 1616. I maya predissero che il mondo sarebbe finito nel 2012 (20+1+2=23). Il terremoto che ha colpito l'Irpinia nel 1980 è avvenuto il giorno 23 novembre. La parola inglese end è collegata al numero 23 (sommando i corrispettivi nell'alfabeto inglese si ottiene E=5, N=14, D=4; 5+14+4=23). Da notare che la parola italiana corrispondente fine, con le corrispondenze nell'alfabeto italiano (che manca di cinque lettere in confronto a quello inglese), è F=6, I=9, N=12, E=5, da cui 6+9+12+5=32; 32 è 23 al contrario. L'alfabeto latino ha 23 lettere.


Del 23 si è occupato ampiamente anche Aleister Crowley, l'occultista considerato il fondatore del moderno satanismo, adorato da Aldous Huxley o da  Timothy Leary, dai Beatles, Mick Jagger, Robert Plant, David Bowie, Ozzy Osbourne.

La Trilogia Illuminatus fu scritta tra il 1969 e il 1971 da Robert Anton Wilson e Robert Shea come una postmoderna, satirica avventura di fantascienza ispirata alle teorie complottistiche, vere e immaginarie, mediante cui gli autori rileggono la teoria degli Illuminati e del Discordianesimo ricavandone di fatto un sistema di idee che alimenta il pensiero antagonista che si oppone al mondo globalizzato delle multinazionali, in nome del situazionismo e della provocazione culturale.

Stando alle fonti il Discordianesimo è stato fondato da Kerry Thornley e Greg Hill, detto Malaclypse il Giovane o Mal-2, come una religione travestita da scherzo travestito da religione. Il documento fondamentale è il Principia Discordia di Hill. In una chiave ironica si denuncia l'illusorietà del pensiero occidentale che offre in realtà solo una delle possibili chiavi di lettura del mondo. Solo chi è illuminato non si stupisce del fatto che altri sistemi di pensiero portino a una diversa lettura del mondo che, al contrario di molte religioni che si basano sul concetto d'armonia, è fondato sul principio del caos apparente. La divinità del Discordianesimo è Eris, la dea della discordia della mitologia greca, il cui numero sacro è il 23. Il discordianesimo attinge alla numerologia. Certo il testo che lo ha fatto conoscere è la Trilogia Illuminatus.

Quanto invece agli Illuminati bisogna risalire al XV secolo, quando il termine ha cominciato a indicare una persona in comunicazione con una superiore fonte di conoscenza. La parola dovrebbe provenire dalla cultura gnostica italiana ma si è diffusa in Spagna dove l'Inquisizione mandava al rogo gli Illuminati, provocandone la migrazione in Francia. Gli Illuminati appartengono al mondo dei Rosacroce. Secondo la leggenda l'ordine dei Rosacroce fu fondato nel 1407, al suo ritorno in Germania, da un tedesco di nome Christian Rosenkreuz (1378 - 1484) che soggiornò a Damasco e in Terra Santa, dove avrebbe studiato l'occultismo.

Secondo una leggenda meno conosciuta e circolante in ambiente massonico, l'ordine venne invece creato nell'anno 46 DC, quando il saggio gnostico alessandrino Ormus e sei suoi discepoli si convertirono al Cristianesimo ad opera di San Marco, fondendo la dottrina cristiana con i misteri egiziani: Christian Rosenkreuz sarebbe stato iniziato a quest'ordine, divenendone il gran maestro, invece di averlo fondato.

Tra gli adepti dei Rosacroce Leonardo da Vinci, Nostradamus, Bacon, Shakespeare, Mozart, Beethoven, Victor Hugo, Isaac Newton. Senza approfondire troppo, tra le pratiche dei Rosacroce c'è l'alchimia e l'alchimia va d'accordo con la numerologia e l'enigmistica. Dunque il 23. La setta degli Illuminati fu fondata nel XVIII secolo in Baviera e i suoi principi - dietro i quali ci sono quelli del misticismo e dello occultismo - hanno finito per ispirare la Rivoluzione Francese.

Nel XX secolo l'idea di una cospirazione degli Illuminati ha alimentato la paranoia da complotto sulla quale è cresciuta anche la paura del comunismo e che ha finito per ispirare Robert Anton Wilson. Tra i prodotti più cari alla Rete del Discordianesimo c'è la parola fnord che sostanzialmente è l'indicazione tipografica di informazione deviante.

Tra gli hacker pare sia usata a indicare frasi casuali o surreali, o che abbiano un sottotesto coercitivo e fuori contesto. Vedere i fnords vuol dire non subire il potere ipnotico delle parole (il Discordianesimo denuncia l'uso subliminale delle parole da parte del potere). La frase 'ho visto i fnords' è comparsa su un celebre graffito che - tra gli anni '80 e i '90 - ha decorato un ponte della ferrovia vicino Coventry, in Gran Bretagna, citato da Jonathan Coe nel suo romanzo L'Amore non Guasta. Guardate un pò fino a dove si arriva seguendo le tracce dell'enigma del numero 23. Che si dice prenda tutto il suo potere evocativo dal fatto di essere formato da 2 e 3. E che sia inevitabilmente legato al 13.

È il secondo numero di Smarandache-Wellin, la concatenazione in base 10 dei primi tre numeri primi, ed è anche il secondo primo di Smarandache-Wellin.
È un numero n con più soluzioni all'equazione x - f(x) = n che qualsiasi numero più basso, tranne 1. È quindi un numero altamente cototiente.
Il numero di cifre in 23! è proprio 23; gli altri numeri con questa proprietà sono 22 e 24.
È uno dei due soli numeri che richiedono ben 9 cubi positivi per essere rappresentati; infatti è {\displaystyle 23=2^{3}+2^{3}+7\cdot 1^{3}} {\displaystyle 23=2^{3}+2^{3}+7\cdot 1^{3}}; l'altro numero che gode di questa proprietà è 239. Nel caso si ammettano anche i cubi negativi allora ne bastano 5: {\displaystyle 23=3^{3}+4(-1)^{3}} {\displaystyle 23=3^{3}+4(-1)^{3}}.
È il più piccolo numero di bacchette necessarie per irrigidire un cubo.
È un numero felice.
È la somma di tre numeri primi consecutivi, 23 = 5 + 7 + 11.
È parte della terna pitagorica (23, 264, 265).
È un numero palindromo nel sistema di numerazione posizionale a base 3 (212).
È il numero atomico del vanadio (V).
23 Thalia è il nome di un asteroide battezzato così in onore della musa Talia.
Il 23 nella smorfia napoletana è: ò scem (lo scemo).
Nel linguaggio dei sordi 23 vuol dire "stupido".
La IANA raccomanda l'utilizzo di questo numero di porta nel protocollo Telnet.
Michael Jordan, giocatore di basket, indossava la maglia numero 23.
Il Manchester City ha ritirato la maglia numero 23, in onore del calciatore camerunese Marc-Vivien Foé.
Il film Number 23 con Jim Carrey tratta di vicende legate al numero 23. Il film è uscito negli USA il 23 febbraio 2007, in Italia è uscito il 23 aprile 2007.
Il mostro chiamato The Creeper, protagonista dei film Jeepers Creepers e Jeepers Creepers 2, si risveglia dal suo sonno per nutrirsi ogni 23 primavere per 23 giorni.
È uno dei numeri che fa parte della sequenza numerica dell'immaginaria equazione di Valenzetti, che gioca un ruolo molto importante nel serial televisivo Lost.
Ventitre, film del 2004 di Duccio Forzano.
Molte band utilizzano questo numero nel loro nome, ad esempio gli statunitensi Assemblage 23 o gli inglesi 23 Skidoo.
Il sassofono ha 23 chiavi.
.23 - album del 2009 di Alex Britti.
Il 23 è il numero utilizzato su tutti i gadget, flyer e dischi del sound system tekno Spiral Tribe.
23 è un brano musicale dei Blonde

Kurt Cobain leader dei Nirvana è nato nel 1967 (1+9+6+7=23) ed è morto nel 1994 (1+9+9+4=23). La W che è la 23° lettera dell’alfabeto, sulla tastiere qwerty è sotto il 2 e il 3. La città di Tokyo, capitale del Giappone devastato dalle bombe atomiche, è divisa in 23 quartieri.



FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



domenica 20 marzo 2016

OGAM

.


Il termine ogam deriva dal nome del dio Ogma, che secondo la tradizione ne fu il creatore. Gli studiosi pensano che tale tipo scrittura si sia evoluta a partire da qualche sistema di conto basato sulle tacche.

L'unico originale alfabeto celtico fu il cosiddetto ogam, di cui restano circa cinquecento iscrizioni epigrafiche trovate in Irlanda, Scozia, Galles e Inghilterra, datate tra il IV e il VII secolo. Si tratta per lo più di stele funerarie, riportanti nomi e luoghi. Le iscrizioni sono in forme arcaiche di gaelico e pittico e presentano grossi problemi di interpretazione.

Le iscrizioni sopravvissute sono eseguite sugli spigoli di grosse pietre conficcate verticalmente nel terreno. È presumibile che si incidessero iscrizioni anche su aste di legno, ma nessuna di esse ci è pervenuta. Solo eccezionalmente troviamo iscrizioni in ogam nei manoscritti medievali, e l'esempio più notevole sono le Glosse del Prisciano di San Gallo (IX sec.).

Le lettere ogamiche erano composte unicamente di linee parallele che si diramavano da una linea principale, dunque perfettamente idonee ad essere scolpite su pietra o su legno.  Venivano tracciate lungo lo spigolo di una roccia, dal basso verso l'alto. Le lettere assumevano valori diversi a seconda si trovassero sul lato destro o sinistro dello spigolo.

L'alfabeto ogamico era composto di 20 lettere, divise in quattro gruppi di cinque. Ogni gruppo consisteva in una serie crescente di tacche parallele, da una a cinque.

Le prime tre serie consistevano di consonanti. La quarta di vocali. Dunque 15 consonanti e 5 vocali in tutto.

La prima serie di cinque tacche veniva praticata sul lato sinistro dello spigolo. La seconda sul lato destro. La terza su entrambi i lati, con tacche oblique. Anche la quarta veniva praticata su entrambi i lati, con tacche perpendicolari allo spigolo.

Questo sistema di scrittura verticale, procedente dal basso verso l'alto, richiamava la forma di un albero, un tronco da cui si diramavano i rami. Se poi contiamo che le singole lettere sembra prendessero appunto il nome da vari alberi e arbusti di cui erano le iniziali, è perfettamente giustificata la dicitura neoirlandese di ogham craobh .

Molto spesso questo metodo di scrittura viene definito anche “alfabeto Celtico degli alberi”, in quanto metà delle lettere che lo compongono sono correlate all'antico nome Gaelico di alcuni alberi sacri ai Celti (betulla, salice, quercia, nocciolo, melo, ginestrone, pioppo, erica ecc.).
Una leggenda vuole che questo alfabeto sia stato elaborato da Ogma, l'antico dio celtico dell'oratoria e dello stile letterario, ma le sue effettive origini sono comunque poco chiare: alcuni autorevoli studiosi hanno evidenziato una probabile base runica, mentre alcune teorie lo fanno ritenere in qualche modo correlato agli Etruschi. Secondo alcuni archeologi si tratterebbe semplicemente di un'elaborazione dell'alfabeto Latino, un'ipotesi suffragata dalla presenza delle lettere “h” e “z”, assenti nel Gaelico antico.
Un manoscritto del 14° secolo, il “Book of Ballymote”, conservato alla Royal Irish Academy di Dublino, ha fornito agli archeologi importanti indizi per decifrare la scrittura Ogham: molte delle pietre su cui sono incisi questi caratteri, per esempio, riportano il nome di una persona, il suo patronimico ed il nome della tribù di appartenenza; si pensa quindi che lo scopo delle pietre Ogham fosse delimitare i confini territoriali o marcare i luoghi di sepoltura; sebbene queste steli siano presenti un po' ovunque in Irlanda, si trovano più frequentemente nelle aree a sud-ovest, nelle contee di Cork, del Kerry e del Dingle.

Questo alfabeto al giorno d'oggi non è più in uso, ma il suo fascino magico, che evoca i Celti, le loro leggende e la loro religione ha ispirato numerosi artisti locali che spesso ne riproducono gli antichi simboli su gioielli ed oggetti decorativi.



Questo alfabeto era utilizzato solo per scopi magici e dottrinali. Per gli affari veniva infatti utilizzato il greco, mentre tutti gli elementi di cultura sociale erano tramandati oralmente.

Oltre al naturale decomporsi del legno anche l'ignoranza degli uomini concorse a cancellare ulteriormente le testimonianze relative a questo alfabeto, infatti dopo l'avvento del cristianesimo sulle isole, "i bastoni ogamici", che contenevano formule propiziatorie, furono considerati come prodotto del demonio e bruciati a migliaia, fino alla loro completa scomparsa...

Contrariamente a quanto si crede, l'alfabeto Ogamico non è tipico delle isole celtiche, ma fu diffuso un po' in tutta l'area mediorientale e le origini di questo sistema di notazione sono antichissime, alcuni ritrovamenti archeologici in Dacia permettono di ipotizzare già l'adozione di questo sistema di scrittura addirittura intorno al 5000 a.C.Esso fu importato in Irlanda e modificato in tempi relativamente moderni.
Vi sono studiosi che ritengono infatti che l'apparizione della lingua Ogamica in questo paese sia successiva all'arrivo dei primi missionari cristiani e che questo alfabeto fosse stato introdotto proprio per evitare che i rituali o le formule magiche che la classe religiosa celta si scambiava potessero cadere in mani sbagliate, ovvero in quelle della chiesa.
Chi propende per una origine più antica non è comunque riuscito ad arretrare questa apparizione ad una data precedente il I sec d.C. Si tenga presente che prima dell'avvento del cristianesimo nelle aree celtiche, tutta la tradizione e i concetti religiosi erano tramandati per via orale, tant'è che l'epigrafia celtica continentale finora classificata (non più di 16 brani) NON annovera nessuna iscrizione in carattere Ogamico.

L'alfabeto Ogamico ha una struttura grammaticale diversa da quella delle lingue brittanniche (celtiche continentali) e goedeliche (insulari) tant'è che non una sola iscrizione è stata ancora tradotta per intero.
Nonostante nell'immaginario popolare l'alfabeto ogamico abbia preso posto accanto alle Rune come strumento divinatorio ed evocativo, senza che vi siano reali ragioni per questa collocazione, resta indubbia la sua missione in quanto alfabeto sacro e se vi sono pareri contrastanti sul reale utilizzo dell'alfabeto ogamico per la trascrizione di rituali o formule è fortemente probabile che avesse una funzione almeno mnemonica che riguardasse la sequenza di alcune celebrazioni magiche.
Esiste inoltre un rapporto certo tra caratteri Ogam ed il nome o le proprietà supposte di certi alberi.
Diverse lettere dell'Ogam irlandese erano anche l'iniziale del nome di certi alberi e probabilmente questa caratteristica permetteva, tramite la sostituzione o la permutazione di alcune lettere, di rendere il messaggio ancora più difficile da tradurre nel caso fosse caduto in mani sbagliate.

Da un'attenta analisi dei testi gnomici degli antichi gallesi, il poeta e scrittore Robert Graves ha ricostruito, a partire dall'alfabeto ogamico, una sorta di antico calendario arboreo utilizzato dagli antichi irlandesi. Tale calendario sarebbe stato formato da tredici mesi lunari (le consonanti) più cinque giorni intercalari (le vocali).
Questo è lo schema del calendario arboreo. Ad ogni "mese" è collegata la lettera e l'albero corrispondente. Ogni albero è dato nel suo nome gaelico e in italiano; il nome scientifico corrispondente è, in alcuni casi, ipotetico.


FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



mercoledì 17 febbraio 2016

SIMBOLOGIA DEL GATTO

.


“Gli animali furono
imperfetti, lunghi
di coda, plumbei
di testa.
Piano piano si misero
in ordine,
divennero paesaggio,
acquistarono nèi, grazia. volo.
Il gatto,
soltanto il gatto
apparve completo
e orgoglioso:
nacque completamente rifinito,
cammina solo e sa quello che vuole.

L’uomo vuol essere pesce e uccello,
il serpente vorrebbe avere le ali,
il cane è un leone spaesato,
l’ingegnere vuol essere poeta,
la mosca studia per rondine,
il poeta cerca di imitare la mosca,
ma il gatto
vuole essere solo gatto
ed ogni gatto è gatto
dai baffi alla coda,
dal fiuto al topo vivo,
dalla notte fino ai suoi occhi d’oro.

Non c’è unità
come la sua,
non hanno
la luna o il fiore
una tale coesione:
è una sola cosa
come il sole o il topazio,
e l’elastica linea del suo corpo,
salda e sottile, è come
la linea della prua di una nave.
I suoi occhi gialli
hanno lasciato una sola
fessura
per gettarvi le monete della notte.

Oh piccolo
imperatore senz’orbe,
conquistatore senza patria,
minima tigre da salotto, nuziale
sultano del cielo
delle tegole erotiche,
il vento dell’amore
all’aria aperta
reclami
quando passi
e posi
quattro piedi delicati
sul suolo,
fiutando,
diffidando
di ogni cosa terrestre,
perché tutto
è immondo
per l’immacolato piede del gatto.

Oh fiera indipendente
della casa, arrogante
vestigio della notte,
neghittoso, ginnastico
ed estraneo,
profondissimo gatto,
poliziotto segreto
delle stanze,
insegna
di un
irreperibile velluto,
probabilmente non c’è
enigma
nel tuo contegno,
forse sei mistero,
tutti sanno di te ed appartieni
all’abitante meno misterioso,
forse tutti si credono
padroni,
proprietari, parenti
di gatti, compagni,
colleghi,
discepoli o amici
del proprio gatto.

Io no.
Io non sono d’accordo.
Io non conosco il gatto.
So tutto, la vita e il suo arcipelago,
il mare e la città incalcolabile,
la botanica,
il gineceo coi suoi peccati,
il per e il meno della matematica,
gl’imbuti vulcanici del mondo,
il guscio irreale del coccodrillo,
la bontà ignorata del pompiere,
l’atavismo azzurro del sacerdote,
ma non riesco a decifrare il gatto.
Sul suo distacco la ragione slitta,
numeri d’oro stanno nei suoi occhi.”

Pablo Neruda.





Le diverse mitologie riconoscono ed attribuiscono al simbolismo felino una grande importanza: gli antichi egizi associavano il gatto alla luna e ne dedicavano la figura  alla dea -gatta Bast o Bastet, che veniva raffigurata come una donna dalla testa di gatto o dalle complete fattezze di gatto, associandolo simbolicamente alla notte, alla fertilità e alla gioia.  Nel “libro dei morti” si dice che i gatti fossero alleati del sole ed in grado di distruggere i suoi nemici. Poiché erano adorati come animali sacri alla dea Bast, i gatti erano ritratti in numerose statue e la loro morte – cui faceva seguito la mummificazione e la sepoltura in bare di bronzo – veniva celebrata con grande dolore e partecipazione emotiva: quando un gatto moriva di morte naturale infatti, gli abitanti della casa si radevano le sopracciglia ed usavano mandare lamenti per ore intere. Chiudevano gli occhi della bestiola amata, gli sistemavano i baffi conto le labbra ed infine lo avvolgevano in bende. Quando aveva luogo un incendio, era usanza trarre in salvo i gatti prima delle persone. Se ci si imbatteva per via in un gatto morto di morte violenta, occorreva scansarne il corpo  e gridare il proprio dolore per dimostrare di non esserne i responsabili poiché causare volutamente la morte di un gatto, era una pena punibile con la morte.

A Menfi era costume considerare bella una donna che avesse, come il gatto, il viso di forma triangolare.

Nella mitologia scandinava, la dea Freya – dea dell’amore e della passione violenta – si spostava su di un carro trainato da venti gatti e di notte appariva accompagnata da vergini  che cavalcavano gatti.

Il gatto rappresenta il Femminino, il lunare, la sensualità ctonia. Delicato e suscettibile, indipendente ma pronto a cercare carezze quando ne ha desiderio, il gatto è legato alla fertilità e al mistero, alla notte ed alla sua oscura potenza creativa ed evocativa. Animale notturno per eccellenza,  il gatto “sa vedere” nel buio e questa capacità lo rende da sempre, nell’immaginario collettivo, compagno fedele di chiaroveggenti  e medium.

L’abilità di vedere nel buio è altresì interpretabile metaforicamente come la capacità di guardare attraverso le tenebre del subconscio, attraversandone le oscurità e i misteri: il gatto si trova quindi a suo agio nella luce della coscienza così come nelle oscure profondità dell’inconscio. Animale duplice, ambiguo per eccellenza, richiama alla mente l’unione mai perfetta della natura istintiva alle richieste dell’Io.


Rappresenta la capacità di restare fedeli alla propria natura pur adattandosi alle richieste esterne. Il gatto non ammette padroni né imposizioni, così come l’inconscio e le sue profonde istanze non ammettono regole di sorta.


La sua natura polare di simbolo (sensualità – distacco) tuttavia, ci riporta anche al distacco e all’indifferenza, alla diffidenza ed al tradimento, al freddo calcolo di convenienza all’aggressività repressa. Per usare una frase di M.L. von Franz egli  “in sintesi, è esattamente l’opposto rispetto al timore esistenziale” (Il Femminile nella Fiaba, Boringhieri, 1983).





Un grande legame esoterico dal punto di vista della mitologia e della religione ha sempre caratterizzato il rapporto tra uomo e Gatto. In tutti i tempi e in tutti i luoghi, i Gatti hanno sempre rappresentato quel meraviglioso anello di congiunzione tra il mondo umano e qualcosa che va verso la trascendenza dello spirito, qualcosa che per noi è invisibile, ma forse per i nostri compagni felini non è poi così celato ai loro sensi. Basta osservare un Gatto, anche il più piccolo ed appena nato, per assimilare questa verità.
Una lunga tradizione di pensiero assegna al Gatto poteri magici, in quanto la sua sensibilità va oltre quella dei cinque sensi e gli permette di intuire cose che sfuggono alla nostra percezione.
La capacità di avvertire calamità naturali prima dell’uomo (molti hanno dichiarato di essere stati avvertiti dai propri gatti dell’arrivo di un terremoto), o la capacità di accorgersi di “presenze” immateriali, naturali o sovrannaturali che siano, sono solo alcune delle speciali qualità che vengono attribuite ai Gatti. Possiamo crederci o meno, ma è difficile rimanere impassibili di fronte al fascino felino. Fatevi catturare dal loro mistero, non potrete che venirne arricchiti…
Ben più che un luogo comune sono poi le proprietà terapeutiche dei Gatti. Rispetto ad altri animali il Gatto è dotato di una sensibilità particolare, riesce ad entrare in sintonia con l’uomo, comprenderne lo stato d’animo ed agire di conseguenza. Inoltre, accarezzare un gatto, così come un cane, fa sentire meglio, libera delle endorfine che agiscono positivamente sul nostro cervello, soprattutto quando siamo un po’ giù di morale.
La magia del Gatto consiste nella straordinaria e sorprendente capacità di affascinare, di farsi amare, di coinvolgere e di “imporsi” nel mondo degli uomini. Il Gatto è il simbolo vivente della bellezza, dell’invincibilità, della meraviglia, dell’orgoglio, della libertà, dell’autosufficienza, della squisita individualità e del godersi le cose piacevoli. Attraverso i suoi occhi di profondo osservatore e critico imparziale, egli intuisce profondamente ed accetta con indifferenza vizi e virtù del suo amico umano.
Non giudica mai ed è meno che mai un moralista, bensì un complice nella buona e nella cattiva sorte. Non è un compagno passivo, però. L’arrivo di un Gatto nella vita di un uomo ha significato sempre una svolta sia a livello esistenziale, sia creativo.
Perché un Gatto è una presenza magica, sempre, nella nostra vita. Molti si sono chiesti che cosa stiano guardando i Gatti quando si siedono così, fermi, apparentemente persi nei loro “pensieri”, o forse “a sognare ad occhi aperti”. Loro stanno guardando dentro, guardano la trama della vita attraverso loro stessi. Stanno osservando l’affascinante connessione, lo svolgersi di vite dentro alle vite, mondi dentro ai mondi. Stanno ascoltando la dolce canzone della trama della vita, che li rassicura della bellezza senza fine. Quando vedete un Gatto in profonda meditazione, la ragione è sempre la stessa: ha la mente perduta in rapimento e in contemplazione del pensiero.
Il Gatto è alla costante ricerca di dormire sopra i cosiddetti nodi di Hartmann, ossia quelle particolari intersezioni delle linee del campo magnetico terrestre che avviluppano tutto il pianeta ad intervalli regolari.
Se un uomo sostasse a lungo sopra uno di questi nodi, proverebbe una sensazione di spossatezza e via via di malessere: non così il Gatto, che sembra al contrario rilassarsi in questi nodi evitati da tutti gli altri animali. Perché? Questa percezione del magnetismo è nota in tanti animali, come ad esempio tutti i migratori, ma il Gatto fa di più, è come se fosse in connessione con l’Energia Oscura che permea tutto l’Universo. È questo il segreto dei Gatti? È questo il calore curativo che ci trasmette quando stiamo male?
Se pensiamo che questa energia, teorizzata e dimostrata attraverso calcoli matematici ma non ancora “avvistata” per il deficit sensoriale degli esseri umani, è in relazione con i riti magici ancestrali legati al concetto della Dea Madre, si comprende come gli Egizi avessero potuto divinizzare il Gatto come esponente terreno della stessa divinità femminile universale.
Occorre dunque considerare il Gatto come un essere evoluto, intelligente e sensibile, forse anche più dell’Uomo a livello emotivo, e bisogna trattarlo in maniera sempre rispettosa e riverente, comportamento peraltro che si dovrebbe tenere con tutti gli esseri viventi. Ma più di tutto, occorre cogliere ed osservare le sue sfumature, per imparare da lui a percepire i mondi sottili, le dimensioni invisibili che ci circondano.



Chiunque viva con un Gatto non ha alcuna difficoltà a riconoscere le sue facoltà psichiche ed extrasensoriali. I Gatti, spesso, sono portatori di messaggi e presagi; medium e veggenti sono i primi a riconoscere in loro una capacità soprannaturale di percezione ed empatia, tale da indurli ad averli sempre al loro fianco come compagni fidati, ed utilizzarli come mezzi di collegamento tra ciò che è visibile e ciò che non lo è.
In molte culture ai Gatti viene riconosciuta la capacità di vedere e percepire l’invisibile, spiriti e fantasmi inclusi. Gli improvvisi scatti di gioco verso presenze invisibili, che spesso vengono spiegati con la presenza di moscerini od insetti a noi impercettibili, sono invece la manifestazione più emblematica di questo misterioso potere.
Alcune dottrine antroposofiche spiegano inoltre che molti animali e i Gatti in particolare, possiedono la capacità di vedere l’aura che circonda gli esseri umani, il corpo sottile, ovvero i colori che circondano una persona e che sono lo specchio dei suoi stati d’animo, delle sue paure e convinzioni, del suo stato emotivo e fisico. Questo spiega come spesso gli animali siano diffidenti nei confronti di alcune persone, mentre si dimostrano amichevoli e bendisposti nei confronti di altre. La storia è costellata di episodi che confermano il forte valore simbolico ed evocativo del Gatto. Nessun animale ha conosciuto vicende tanto alterne, dalla venerazione come divinità alla persecuzione come incarnazione demoniaca, come questo animale. Il Gatto infatti non suscita sentimenti tiepidi: creatura magica e misteriosa, o lo si ama, o lo si detesta.
Nel mito e nella tradizione il Gatto impera.
Il Gatto, soprattutto quello nero, è l’animale più adatto ad affiancare le Dee lunari della notte. Nero, silenzioso e furtivo si muove nell’oscurità, caccia abilmente, ha occhi che penetrano l’oscurità, brillano e, come la Dee lunari notturne, veglia mentre altri dormono.
Gli antichi Greci infatti, ritenevano il Gatto un animale sacro alla dea Artemide, Dea della Caccia e della Luna. Narra la leggenda che la Dea potesse liberamente trasformarsi in un Gatto.
Anche nell’antica Roma i Gatti erano sacri a Diana (Artemide in Grecia), si credeva che avessero poteri magici, concessi loro dalla Dea. Quando moriva un Gatto nero, veniva cremato e le sue ceneri sparse sui campi per propiziare un buon raccolto ed eliminare le erbe infestanti.
Nella civiltà dell’antico Egitto, gli Egizi raffiguravano la loro Dea con sembianze feline, chiamata Bastet, avente corpo di donna e testa di Gatto, simbolo della vita della fecondità e della maturità. Gli Egizi onoravano ed idolatravano questo animale. Il Gatto era assurto a livello di divinità, venerato per la sua propensione alla caccia dei roditori che infestavano i granai, ed in quanto ottimo animale da compagnia.
Presso gli Egizi infatti, l’uccisione del gatto era punita più severamente di quella di qualsiasi altro animale, sia che avvenisse inavvertitamente o che fosse provocata di proposito. Chi uccideva un Gatto era sempre criminale, e tale crimine si espiava solo col supplizio.
Ma, quando un Gatto moriva naturalmente, dice Erodoto, le persone della casa piangevano il lutto come se fosse scomparso un membro della famiglia. Se moriva il Gatto di casa, tutta la famiglia egizia si rasava le sopracciglia, e il Gatto veniva imbalsamato e degnamente seppellito.
Nell’antico Egitto il Gatto era ritenuto animale sacro e divino, ed è quindi naturale che, alla loro morte, essi venissero imbalsamati e sepolti con ogni onore. Attraverso l’Egitto il Gatto giunse persino nei paesi arabi dove l’animale eletto era il cavallo, tuttavia anche il nostro amico felino venne preso in simpatia e la sua fama ben presto eguagliò quella equina. Pare anche che, mentre il Gatto era sacro al Sole e a Osiride, la Gatta era sacra alla Luna e a Iside.
Il Gatto, la cui pupilla subisce delle variazioni che ricordavano le fasi della luna, veniva paragonato alla Sfinge per la sua natura segreta e misteriosa, e per la sensibilità alle manifestazioni magnetiche ed elettriche. Inoltre la sua abituale posizione raggomitolata e la facoltà di dormire per giornate intere ne facevano, agli occhi degli ierofanti, l’immagine della meditazione, mostrata come esempio ai candidati all’iniziazione rituale.
Nel Libro dei Morti egizio, il Gatto è chiamato Matou allorché combatte contro Apophis, il serpente pitone della paludi, simbolo delle forze malvagie. Si affermava infine che il Gatto possedesse nove anime, e godesse di nove vite successive.I Gatti erano quindi considerati sacri ed attorno a loro o alle loro immagini si svolgevano riti religiosi, danze e riti sessuali. Questo culto, anche se meno sentito, venne mutuato anche dall’Impero Romano e, mentre il Gatto continuava a vivere pacificamente, attorno ad esso si scatenavano gli istinti più brutali dell’essere umano.
Ben presto il periodo di gloria dei Gatti fu destinato a tramontare, e nei loro occhi dove un tempo era stato visto il riflesso dello sguardo degli Dèi, furono temuti come se fossero l’espressione stessa del Demonio.
Con l’avvento del cristianesimo i “gattofili” venivano guardati con sospetto, venne persino stabilita una relazione fra i Gatti e Satana, quindi i Gatti passarono dal rango di divinità a quello di Demoni minori. Da qui a farli passare per gli alleati, complici, confidenti delle Streghe, il passo non era lungo.
In Inghilterra i Gatti ed altri presunti Demoni al servizio delle Streghe vennero spesso esibiti come prove d’accusa nei processi del XVII secolo, con l’effetto di attirare sospetti sulle persone molto attaccate ai loro animali domestici. I Gatti Celtici del mito irlandese diventarono pian piano miniature del demone che avanza, venuti a distruggere il mondo umano e ad oscurare la marea con il sangue del sacrificio: non erano amati perché considerati incarnazione di forze malvagie, i loro occhi mutevoli venivano ritenuti simbolo di falsità, ipocrisia e cattiveria, per cui era abituale che le cerimonie di purificazione si concludessero col sacrificio di un Gatto.
Oltre alle accuse dettate soltanto da gelosie o asti personali, consideriamo anche che una donna sola od uomo, che abbia come unica compagnia un animale, è portato a parlarci e a considerarlo quasi come un membro di una ipotetica famiglia, pertanto, in un periodo in cui gli animali erano considerati o carne da macello oppure esseri fondamentalmente inutili, questo atteggiamento nei confronti di alcuni animali faceva dunque nascere timori e sospetti: nella migliore delle ipotesi, la persona veniva considerata quantomeno “bizzarra”; nella peggiore delle ipotesi, finiva sul rogo poiché ritenuta una Strega. Del resto non si era ancora sviluppata la coscienza del legame profondo che può stabilirsi fra esseri umani ed animali.Durante la caccia alle Streghe, le donne sospettate di praticare la stregoneria venivano torturate e messe al rogo, ma anche i Gatti venivano arsi vivi, ne sono contati otto milioni…


Un’antica leggenda ad esempio, dice che le Streghe usassero il cervello dei Gatti per provocare la morte del loro peggior nemico, ma solo se era direttamente minacciata la loro vita: il sacrificio del loro animale preferito era giustificato dalla gravità della situazione. E se il Gatto uccideva la Strega alla quale apparteneva, diventava invece un Demone quasi impossibile da eliminare, per merito delle sue nove vite.
Tuttavia i Gatti non erano gli unici animali che attiravano le attenzioni dell’Inquisizione: furetti, merli, gufi, civette, rospi e rane, venivano ugualmente ritenuti validi alleati delle Streghe.
Particolare attenzione fu data al Gatto nero: portatore di magia, egli era rappresentante delle tenebre, ma grazie alla pelliccia capace di assumere il bagliore luminoso del chiaro di luna, poteva contare su una duplice identità. Inoltre il nero era un sottoprodotto del fuoco, che per gli antichi era una realtà positiva. Tutti questi aspetti erano, e sono ancora oggi, presenti nel Gatto nero e nelle leggende che ne derivano.
Nella mentalità occidentale viene visto in maniera sostanzialmente negativa, in quanto legato al buio delle tenebre, alla morte, al lutto, all’ignoto, ma in altre culture ha valenze positive: è il colore del vuoto primordiale, del principio, dell’assoluto che racchiude le potenzialità che precedono la creazione del mondo, quindi della creatività latente.
Per le popolazioni classiche (egizi, greci e romani) era semplicemente il colore della notte con la Luna e le stelle. Era una delle tonalità preferite da Iside, la Dea della buona sorte dall’anima felina e, di conseguenza, il Gatto nero era il più sacro per suoi devoti.
Il nero era anche il colore del limo portatore di fertilità e rinnovamento, quindi era simbolo di rinascita e rigenerazione. Era collegato alla morte anche per gli Egiziani, ma in senso positivo: infatti era il colore dell’aldilà, dove il defunto subiva le trasformazioni che gli avrebbero conferito la vita eterna. Osiride signore dell’Oltretomba era chiamato anche Il Nero.
Il nero, se indossato, assicura una certa inaccessibilità, una sorta di barriera protettiva. È il colore usato dalle Streghe per la sua capacità di ostacolare, assorbire e neutralizzare energie negative. Occorre fare però una distinzione fra il nero opaco, che è associato spesso a sensazioni negative (ad esempio il colore del lutto è opaco), e il nero lucido. Quest’ultimo ci trasmette sensazioni positive: è brillante, elegante, sensuale.
Il Gatto nero, se in buona salute, ha un pelo lucidissimo che riflette la luce.La prima donna, quando ancora Eva non era “nata”, la pura, la ribelle, Lilith, l’incontrollabile, l’imprevedibile, la vergine selvaggia, sovrana delle ombre, scelse per compagno lo spirito stesso della notte e del mistero: il Gatto. Già ad opinione degli Gnostici, nel XVI secolo, il Gatto era legato a tutti gli aspetti diabolici della femminilità. Il Gatto sta al cane, dicevano, come la donna sta all’uomo. La sua natura, la sua voluttà, la sua dolcezza, la sua astuzia sono simili a quelle della donna. Gatti dalle movenze sinuose, tanto da essere stati identificati con la femminilità, ma non la femmina positiva, madre e moglie, bensì quella seduttrice, misteriosa ed affascinante, affine alla notte e alle trame nascoste.
Ma il suo fascino nasce anche dalla sua somiglianza con i feroci cugini felini (leoni, ghepardi, tigri, leopardi…), dalla fierezza con la quale preserva la sua indipendenza, ed anche perché capace di conquistarsi gesti di affetto e di tenerezza.
Occhi vivaci, un corpo snello, lucido, forte, un animo affettuoso e fiducioso, indipendenza, raffinatezza ed uno spirito saggio e saccente al contempo. Che il Gatto accanto a noi abbia il pelo lungo o corto, che sia soriano o color tartaruga, la nostra reazione è sempre la stessa: ne restiamo affascinati. I Gatti sono curiosi e complessi, affettuosi ma indipendenti, “addomesticati” ma selvatici, riservati e premurosi…
Affascinante ed enigmatico, il Gatto ama il calore e la tranquillità, è un osservatore attento ma discreto, curiosissimo, che adora ficcare il muso nei nostri affari: si siede sul giornale quando lo stiamo leggendo, o su un foglio proprio nel momento in cui siamo intenti ad appuntarvi sopra qualcosa. È fatto così, non lo fa per dispetto, ma per un irrefrenabile desiderio di essere al centro delle nostre attenzioni.
Misteriosi ed eleganti, giocherelloni e teneri, i gatti sono le creature più “ingannatrici” che la nostra specie abbia mai “civilizzato”, ma, nel corso dei tempi, tutte le civiltà hanno faticato a capire i Gatti. Dolci, o riservati? Solitari, o socievoli? Meditativi, o funerei? Fisicamente i Gatti sono cambiati ben poco, è cambiato il nostro modo di vederli. Diversamente (e quanto diversamente…) dal cane, uno dei primi animali domestici, i Gatti si sono avvicinati all’uomo relativamente tardi, tuttavia si sono rifatti dei tempo perduto ed hanno occupato ben presto un posto non solo nelle nostre case, ma anche nei nostri cuori…Si narra il mito del Gatto di Maometto, Muezza, il primo Gatto con nove vite della storia. Questo Gatto privilegiato si addormentò sulla manica del padrone quando lo stesso dové allontanarsi e, non volendo disturbare il Gatto così profondamente addormentato, si tagliò la manica sulla quale esso dormiva.
Al ritorno di Maometto, Muezza s’inchinò in senso di gratitudine nei confronti del Profeta, e Maometto, commosso, gli riservò un posto in Paradiso, poi lo accarezzò tre volte sul dorso, e secondo alcune leggende questo gesto donò al Gatto la meravigliosa capacità di atterrare sano e salvo dall’alto sulle sue quattro zampe, senza farsi male. Il numero tre ha un significato importante poiché tre per tre volte, indica l’infinito, donando così al Gatto una vita infinita.
Bisogna chiedersi, per comprendere fino in fondo il significato della leggenda, che cosa potesse rappresentare il taglio della manica della veste, effettuato dal Profeta come offerta simbolica al Gatto. La manica destinata a Muezza altro non era che un dono destinato ai Gatti di tutto il mondo e di tutti i tempi, ma che cosa vi fosse racchiuso, nessuno lo sa.
Comunque apprezzabile è il fatto che sia stato destinato ai domestici felini quale segno di riconoscenza; analizzata in questo contesto la sacra eredità risulta essere veramente notevole, perché conferisce al Gatto dalle nove vite un’eternità di virtù: le azioni risultano essere sempre più forti delle parole.
Nella leggenda non è però molto chiaro il tipo di razza a cui appartenesse Muezza, pare potesse essere un’Abissino perché Gatto sacro ufficiale dell’antico Egitto.

Il gatto nero che attraversa la strada porta sfortuna, ma c’è dell’altro: guai a lasciar dormire il gatto sul letto accanto a sé, con il suo alito “pestilenziale sarà causa di morte”; il pelo del gatto è non soltanto nocivo, ma perfino velenoso; il gatto ha il dono di vedere gli spiriti; il gatto sparisce misteriosamente anche in una casa, riapparendo sempre altrettanto misteriosamente; il martedì grasso i gatti, essendo intenti a festeggiare con il demonio, non sono visibili in giro; infine, essendo un animale infernale, il gatto soffre particolarmente il freddo, quindi durante l’inverno ricerca il calore della fiamma del focolare, e perfino d’estate si crogiola al calore del sole.
Queste sono soltanto alcune delle leggende luttuose o inquietanti che accompagnano il piccolo felino domestico, ne è passato di tempo da quando era deizzato nell’antico Egitto…

Fin dal primo Sabbah, di cui si ha notizia nel 1090, il Gatto fa la sua comparsa da protagonista, la Strega officiante infatti era travestita da gatto nero e le donne che partecipavano al festino danzavano attorno a Satana, con pelli di gatto o gatti appesi al corpo.
In uno scritto del 1180 si descrive l’attesa per la discesa di un mostruoso gatto nero, personificazione del Demonio da parte degli eretici.
Guillaume d’Auvergne, vescovo di Parigi (1231-1236), affermò senza ombra di dubbio che Satana si mostrasse ai suoi fedeli sotto forma di gatto.
Il papa Gregorio IX, nella bolla Vox in Roma del 13 giugno 1233, fece menzione al gatto nero che cadde dal cielo, indicando in questa visione Lucifero, e che il giorno del giudizio si sarebbero visti i gatti arrampicarsi sui muri dell’inferno.
San Bernardino da Siena, nel 1427, scrisse che le Streghe potevano trasformarsi in gatti tramite uno speciale unguento preparato la notte di San Giovanni, o la notte dell’Ascensione, a base di erbe cotte segrete.
Nel 1579 venne bruciata la strega “Dewell di Windsor”, il cui gatto Gille era stato testimone dei suoi patti col diavolo. Nel 1586 anche la Strega Anna Winzelkipfel venne bruciata viva a Bergheim, in quanto colpevole di essersi introdotta, indossando pelli di gatto nero, nella camera di tale Jacques Potter per lanciargli il malocchio.
A Vesoul, nel 1620, la Strega Jeanne Boille confessò di essere in contatto con un potente demone che le appariva sotto le spoglie di un mostruoso gatto nero; nel 1662, colpevole del medesimo crimine Isabel Gowdie, ad Auldearn, nella contea di Nairn, seguirà la medesima sorte di Jeanne sul rogo.
Il drammaturgo Regnard, a seguito di un viaggio nelle terre lapponi nel 1681, raccontò che in quella terra gli Stregoni vantavano di poter operare sulle persone malvagie una trasformazione: quella in gatti neri, poiché tali animali erano affini al demonio.
Qualcosa di diabolico in questo felino era trovato anche dall’illuminista François Marie Arouet (Voltaire) che, nel suo dizionario filosofico (1764), trattando delle costellazioni celesti fece notare che non vi si vede mai la costellazione di un gatto, ma sempre di altri animali, quasi i primi fossero perfino banditi dalla volta celeste.
Infine, non si può non menzionare un’assurda quanto crudele ricetta per ottenere una pozione per l’invisibilità: procurarsi una pentola nuova, una pietra d’agata, un gatto nero e dell’acqua attinta da una fontana a mezzanotte in punto. Mettere l’acqua nella pentola con l’agata, quindi metterci il gatto nero tenendo il coperchio con la mano sinistra (altrimenti la ricetta pare non si attivi), lasciar bollire per 24 ore, mettere la carne in un piatto nuovo, e gettarsela dietro le spalle. Guardatevi allo specchio e non vi vedrete più.

Il Gatto racchiude in sé il lato istintivo della Natura, è un animale libero e indipendente. Perciò è un essere privilegiato per il suo lato criptico e segreto. Lo compresero gli Egizi che fecero del Gatto una divinità che siede nell’Olimpo degli déi. L’origine del Gatto risale al periodo terziario, circa 50 milioni di anni fa, discendente del Felis sylvestris libica, il Gatto africano. Ed è proprio in Africa nell’antico Egitto che si è istaurato il sottile legame esoterico tra l’uomo e il Gatto. Nell’antico Egitto il Gatto era considerato la manifestazione terrena di Bastet, la dea della salute e divinità protettrice della fertilità, della maternità e delle gioie terrene (danza, musica e sessualità), rappresentata con il corpo di donna e la testa di Gatto. 

Infatti dalle immagini dipinte o scolpite nelle raffigurazioni di tombe e templi è possibile vedere come la dea Bastet era considerata: déa del canto e della danza, della prolificità degli uomini e degli animali, protettrice della maturazione delle messi e dei frutti e déa dell'amore. Nella sua mano sinistra, spesso veniva raffigurato un amuleto sacro a forma di occhio di Gatto, l'utchat, che aveva poteri magici. Questo amuleto veniva riprodotto nelle decorazioni delle case, dove proteggeva da furti, malattie e incidenti, nei templi e nei gioielli. Tenuto al collo proteggeva i viaggiatori e regalato agli sposi era auspicio di molti figli. Il Gatto era venerato come un essere sacro, chi uccideva questo animale era punibile con la morte. Quando un Gatto passava a miglior vita veniva imbalsamato e la sua tomba era posta in un necropoli destinata esclusivamente a questo animale. 

Il Gatto conosce istintivamente i segreti del benessere e dell’armonia, infatti i monaci zen ritenevano che era in grado di “mostrare la Via”. Gran parte delle sue eccezionali qualità dipendono dai sensi. Un udito superfino, un olfatto prodigioso, una vista che funziona anche al buio, sono “strumenti” talmente sofisticati da permettere al Gatto di “vedere” una realtà molto più ampia di quella che è alla nostra portata. Per questa ragione in passato il Gatto era considerato un essere soprannaturale e c’era chi lo venerava come un dio, come gli antichi egizi, e chi invece lo riteneva diabolico e infernale come accadeva nel Medioevo. 


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2016/02/la-festa-del-gatto.html




FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



mercoledì 10 febbraio 2016

LAGO DI CAREZZA

.


L’acqua smeralda e l’atmosfera romantica, fanno del lago di Carezza un amata meta per escursionisti. Grazie ai colori riflessi nella luce del sole, il lago viene chiamato anche il “lago dell’arcobaleno”, ovvero in ladino “Lec de Ergobando”. Una leggenda dice, che una meravigliosa sirenetta vivea nelle profondità del lago di Carezza, della quale si innamorò il mago Masarè. E per conquistare il suo amore, la strega Lanwerda consigliò al mago di travestirsi da venditore di gioielli e di creare con questi un arcobaleno dal Catinaccio fino al Latemar. Al mago piacque l’idea e fece sì che l’arcobaleno splendesse nei suoi magnifici colori. Ma dimenticò di travestirsi! La sirenetta lo vide quindi e da quel momento in poi sommerse per sempre nel lago e non si fece più vedere. Il mago fu così infuriato, che buttò tutti i gioielli e pezzi dell’arcobaleno nel lago. E proprio per questo, ancora oggi il lago brilla magicamente in tutti i colori dell’arcobaleno…

Il lago di Carezza è un piccolo lago alpino situato nell'alta Val d'Ega a 1.534 m nel comune di Nova Levante (BZ), a circa 25 km da Bolzano. È incastonato tra fitti boschi di abeti e si trova sotto le pendici del massiccio del Latemar, che si specchia nella sua acqua cristallina.

L'acqua cristallina del Lago di Carezza è nota per la sua limpidezza, che contiene in sè tutti i colori dell'iride.

Il Lago di Carezza è privo di emissari visibili ed è alimentato da sorgenti sotterranee.

Il livello dell'acqua cambia mensilmente: il livello più alto è raggiunto normalmente in primavera. A giugno e luglio, il lago si riempie d'acqua in conseguenza del disgelo: l'acqua di supero scorre nel ruscello che sgorga ad ovest del Lago di Carezza. Nei mesi successivi, il livello dell'acqua cambia in seguito alle cadute di pioggia.

Verso la fine di ottobre, il lago raggiunge il livello dell'acqua più basso. In inverno, il lago gela. Quando il lago raggiunge il livello dell'acqua più alto, ha una larghezza di 287 m ed una larghezza di 137 m. Il punto più profondo corrisponde a circa 21 m. Nello stesso punto, durante il periodo di livello dell'acqua basso, si misurano soltanto 6.30 m.

La temperatura dell'acqua massima (13º) viene registrata nel mese di agosto. Durante il resto dell'anno, le temperature si aggirano intorno ai 7-9ºC.



Nelle sue acque vive il salmerino alpino. Nei boschi attorno è molto comune il picea abies, abete rosso dalle qualità di abete di risonanza usato nella costruzione di casse armoniche.

Il lago è oggi una delle mete turistiche classiche del Trentino-Alto Adige. Anche nella stagione invernale viene spesso visitato da sommozzatori, che effettuano volentieri le loro riprese subacquee sotto uno spesso strato di ghiaccio e registrano nei documentari i giochi di colori delle acque sotterranee. Il piccolo lago di montagna è celebre soprattutto per le sue placide acque, di colore verde cupo, e per il bel panorama di montagna con il gruppo del Catinaccio e il Latemar sullo sfondo.

È raggiungibile attraverso la strada statale 241 (strada statale della Val d'Ega). La strada, molto trafficata soprattutto d'estate, attraverso il passo di Costalunga, situato nelle immediate vicinanze del lago, porta a Vigo di Fassa, dove si collega con la strada statale 48 delle Dolomiti.

Attorno al lago è percorribile un sentiero attrezzato, ma non è consentito accedere alle sue rive. È particolarmente bello alla sera e al primo mattino, quando il gruppo montuoso del Latemar con il verde della foresta di Carezza si specchia nelle acque cristalline del lago.



FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



lunedì 4 gennaio 2016

LA SCOPA

.



Fin dall'antico Egitto, alla scopa erano attribuiti poteri magici. La fiaba dell'apprendista stregone che anima la scopa liberandosi dai problemi è un tema già presente nelle antiche culture. L'atto di spazzare tutte le stanze di una casa nell'antica Grecia aveva una valenza simbolica e serviva a scacciare le anime dei morti.

Nell'iconografia cristiana vengono raffigurate con la scopa Santa Marta e Santa Petronilla.

Nelle leggende medievali, la scopa era il mezzo che veniva utilizzato dalle streghe per volare. In questo senso, al manico di scopa tra le gambe nude delle streghe veniva dato un significato fallico.

Nelle credenze popolari, alla scopa si attribuisce un potere benefico in quanto capace di "spazzare via i guai". Per questo motivo a capodanno si usa ancor oggi, in alcune regioni, regalare delle piccole scope ornamentali come portafortuna per l'anno che sta per arrivare.

La scopa con cui la Befana vola è un attrezzo prodigioso che ricorda la bacchetta magica, legata all’albero e quindi ad antichi culti naturalistici, simbolo fallico e priapico. Così come nei rituali bacchici/dionisiaci un elemento importante era rappresentato dal tirso, il mitico bastone dei Satiri, avvolto in foglie d’edera e di vite. Nella sua parte più alta, la pigna, altro elemento legato alla fertilità tramite i suoi frutti, i pinoli celati all’interno. Non è senza significato che l’epifania, la festa dell’apparizione del Cristo cada 6 gennaio e coincida con il giorno della nascita di Dioniso, dio del vino e dell’ebbrezza. Ma non perdiamo di vista la scopa, lo strumento stregonesco con cui la Befana vince la maledizione della legge di gravità e vola, riaffermando così anche simbolicamente la sua assoluta libertà. Quale oggetto è più domestico, casalingo, femminile della scopa? Simbolo priapico e guarda un po’ dov’ è collocato: appunto tra le gambe della Befana, una posizione che la ricollega alla garanzia della fertilità, alla generazione, al dono della vita, alla continuità della specie. La Befana, dunque, come lontana, nascosta sacerdotessa di culti naturalistici e pagani connessi alla Grande Madre, figura dai tanti nomi: Ardoia, Berta, Donazza, Gianepa, Maratenga…



L’ importanza della scopa che  assumeva nella pratica dell’ antica stregoneria l’ ha resa un effigie inconfondibile e inseparabile.

La superstizione ci presenta la scopa quale veicolo di trasporto impiegato dalle streghe per spostarsi a velocità altissime nei cieli. Gli uomini invece, usavano di preferenza i forconi dei pagliai. Le origini dell’ associazione scopa-stregoneria sono differenti. Una prima motivazione è da ricercarsi negli antichi riti propiziatori della fertilità in cui venivano cavalcate forche, pali e scope per imitare l’ accoppiamento e il lavoro degli animali nei campi. Secondo alcune superstizioni le streghe hanno timore dei cavalli, quindi cavalcano le scope.

Un’ altro motivo può essere legato al costume, in alcune comunità, di lasciare la scopa fori la porta di casa per indicare l’ assenza della donna. Per evitare di essere scoperte, quindi, le streghe portavano con se le scope. Il potere di librarsi in aria, però, non risiedeva nella scopa stessa, ma in un unguento del volo che le streghe  usavano per ungersi il corpo, sedie, forche, scope o animali. Anche il modo di cavalcare le scope è rappresentato in modi differenti nelle diverse epoche e nei diversi paesi. Le tecniche di volo potevano essere due: la strega sedeva sul manico e l’ estremità della scopa era rivolta alle sue spalle (l’ immagine classica della strega), oppure, l’ estremità con la spazzola era posta di fronte, in modo da sistemarvi una candela o una lampada all’ interno per illuminare la via. La magica cavalcata celeste prendeva luogo da casa; dopo aver unto il corpo e lo strumento con l’ unguento del volo, la strega a cavallo della scopa, saliva in cielo attraverso la canna fumaria. Il giorno più propizio alla cavalcata delle scope era nel grande sabba che si teneva nella notte di Valpurga. In questa magica notte era possibile osservare le streghe a cavallo di scope, bestie e demoni.

La scopa incantata era fatta in maniera molto particolare: si utilizzava un ramo con l’ estremità biforcuta, nella quale venivano legato i fasci d’ erba che costituivano la spazzola. Affine alle scope erano anche lo strumento usato dalle sciamane scandinave che praticavano il Seidhr. La scopa rientrava anche nelle pratiche connesse con la magia tempestaria e per causare impotenza e sterilità.

Nella stregoneria contemporanea, la scopa viene considerata uno strumento di purificazione e viene impiegata dalle anziane della congrega per ripulire l’ are rituale dalle negatività. Queste scope sono generalmente costruite con rami di betulla, quercia o frassino, mentre la spazzola è ricavata da ciuffi di erica, saggina o ginestra. Secondo il folklore britannico, spazzolare con scope così costruite tiene lontani i folletti e gli spiriti maligni, mentre agitata in aria scaccia i nembi temporaleschi.



La scopa è stata senza dubbio il primo strumento utilizzato dall'uomo per la pulizia della casa o in generale per pulire i luoghi dove viveva. Non è difficile intuire che probabilmente la prima scopa altro non era che un ramo con le foglie ancora attaccate ad esso.

La scopa forse più conosciuta è quella di ramaglia di nocciolo, betulla, ginestra, bambù ecc. (la classica scopa delle streghe o la famosa scopa volante di Harry Potter) utilizzata esclusivamente per lo spazzamento di aree esterne. Grande importanza nell'economia ha invece avuto la fabbricazione e la vendita delle scope in saggina utilizzate comunemente per lo spazzamento delle case almeno fino alla seconda guerra mondiale.

Due erano le zone principalmente interessate nella fabbricazione delle scope in saggina:

il Polesine, Padova e provincia
il Canavese, specialmente il piccolo paese di Foglizzo in provincia di Torino, famoso per la sua pregiata e rara saggina rossa.

Se però per la provincia di Padova la scopa di saggina rappresentava una risorsa sfruttata su basi "industriali" per il piccolo paese canavesano la scopa di saggina era un semplice espediente per riempire le giornate. A Foglizzo infatti le scope erano fabbricate nelle stalle durante le giornate invernali quando nelle campagne non si poteva lavorare.

Da questi due centri le scope erano distribuite in tutta Italia spesso dagli stessi artigiani che le costruivano. La scopa di saggina da sempre è fabbricata completamente a mano.

Oggi l'uso della scopa in saggina si è molto ridotto ed ormai la sua fabbricazione in Italia non esiste praticamente più. Le scope in saggina si importano dei paesi dell'Est europeo, dalla ex Jugoslavia o dalla Cina, mentre in Polesine solo pochi e rari artigiani ancora continuano a fabbricare questi strumenti.

Dagli anni cinquanta si è iniziato a fabbricare scope con le fibre sintetiche impropriamente chiamate nylon; la scopa si è così evoluta fino ai giorni nostri assumendo le svariatissime forme che oggi tutti conosciamo.


LEGGI ANCHE : http://carnaval-fantasias.blogspot.it/2015/12/la-befana.html






FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



venerdì 1 gennaio 2016

LA VAL CODERA


La Val Codera è una valle collocata in provincia di Sondrio, nel comune di Novate Mezzola.

La Val Codera confina con la Val Bondasca e la Val Masino. È raggiungibile solo a piedi o in elicottero (non esistono infatti strade per altri mezzi di trasporto). Nella valle è presente il piccolo villaggio di Codera.

La valle è percorsa dal torrente Codera, che sfocia poi nel Lago di Mezzola. Tra i monti che contornano la valle ci sono il Pizzo Badile e il Pizzo Cengalo.

« Su per il lago di Como di ver la Magna è valle di Ciavèna, dove la Mera flumine mette in esso lago; qui si truova montagne sterili et altissime con grandi scogli... qui nasce abeti, larici et pini, daini, stambuche, camozze e terribili orsi, non ci si può montare se non a quattro piedi. »
La terrifica descrizione della zona che Leonardo da Vinci tratteggia nel suo Codice Atlantico trova un popolare quanto coincidente riscontro nella tradizione che vede la Val Codera, per la sua natura così aspra e selvaggia, essere stata creata dal buon Dio per prima, quando, ancora inesperto, non sapeva come sistemare per benino le montagne; oppure per ultima, quando, ormai stanco di tutte le fatiche della creazione, scaraventò a casaccio in questo minuscolo angolo di terra le ultime montagne ed i dirupi più scoscesi che gli erano avanzati. Ma, genesi a parte, da questo angolo aspro e nascosto, proprio per la sua posizione strategica, sono passati i tanti popoli che hanno fatto la storia d’Europa: dai Celti e dai Romani ai vari popoli barbari, dai Francesi agli Svizzeri, dagli Spagnoli agli Austroungarici. I segni del loro passaggio sono visibili ancora oggi, dai massi avello di San Giorgio ai ponti di Codera, alle testimonianze scritte o di tradizione orale ancor ben vive tra chi frequenta il comprensorio.

La Val Codera è un piccolo lembo di Alpi che è sempre stato abitato: nel 1933 risiedevano ancora in tutta la valle circa 500 persone. Nel dopoguerra, però, si ebbe un’accelerazione del fenomeno di spopolamento, comune a tante località alpine, qui accentuato dalla mancanza di un adeguato collegamento con il fondovalle, più volte invano richiesto per evitare l’abbandono totale. Tra le istituzioni tradizionali ancora in uso vanno segnalate le quattro processioni annuali che si svolgono a Codera nei giorni di S. Marco, S. Giovanni Battista, Assunzione di Maria e S. Rocco, quando le sacre effigi vengono trasportate per le vie del paese dai confratelli dalla tunica scarlatta.

La Val Codera ha assunto un'importanza storica significativa durante il periodo del fascismo, quando divenne la meta per i ritrovi delle Aquile randagie, gruppo scout clandestino (le leggi fasciste avevano reso illegale lo scautismo e tutte le associazioni giovanili all'infuori dell'Opera nazionale balilla). La prima Aquila randagia a scoprire la valle, ideale per operare in clandestinità data la sua inaccessibilità, fu Gaetano Fracassi nel 1935.

Da allora la valle è un luogo privilegiato per itinerari di gruppi scout.

Tra le attrazioni turistiche della valle ci sono il Museo Etnografico di Codera e il Museo "I Noss Regoord" di San Giorgio.

Chi traversa i numerosi centri abitati e presta attenzione alla fitta distribuzione di costruzioni che punteggia la vallata, stenta a credere come l’uomo abbia potuto vivere e lavorare in un territorio così aspro ed impervio. Soprattutto ad Avedèe, Cola a Codera, ma anche a Cii e San Giorgio è ancora ben visibile l'accanito lavoro di terrazzamento compiuto per recuperare terreno pianeggiante ove un tempo veniva coltivato un po' di tutto, perché tutto sarebbe stato troppo costoso se procurato da fuori: canapa e lino per i tessuti, orzo, segale, granturco e patate per il vitto, costituivano gli elementi di una economia forzatamente autarchica. Attualmente una parte minima dei campi degli abitati viene coltivata a patate, fagioli ed ortaggi; a San Giorgio, Codera e Cola vigoreggia qualche campo di granoturco, della qualità "quarantìn" che matura entro ottobre.

A Codera una gestione associativa di alcuni coltivi, altrimenti abbandonati, permette di inviare per la distribuzione a Campo e Novate Mezzola un discreto quanto ricercato quantitativo di prodotti non trattati, come patate, di fagioli e di farina di granturco. Lo sfruttamento del legname è ormai pressoché assente, date le difficoltà di trasporto, anche se in passato estese superfici di bosco venivano utilizzate per questa attività, con flottazione al piano attraverso il fiume.

I castagneti costituivano sino a qualche decennio or sono una delle ricchezze della zona: le castagne sono state da sempre uno degli alimenti più utilizzati (ne fanno fede le diverse ricette che le annoverano come gustosi ingredienti). Per non sacrificare le scarse colture (indispensabili al sostentamento dei numerosi abitanti), e soprattutto il foraggio (che consentiva l’allevamento di poche vacche, di numerose capre e pecore), si limitava la coltivazione di altri alberi da frutto a qualche noce e qualche ciliegio.

L'allevamento semibrado delle capre è ancora il più diffuso; si contano in valle più di 300 capi, tenuti in stalla solo al momento della nascita dei capretti (marzo-aprile) che vengono venduti dal periodo pasquale in poi. Il bestiame bovino è ridotto a poche unità monticate durante l’estate all'alpeggio di Brasciàdiga, ove si possono trovare saporiti formaggi d’alpe. Tra i latticini il mascarpìn è sicuramente esclusivo della vallata: formaggio grasso di latte di capra dalla caratteristica forma affusolata, simile ad un dirigibile, che può essere gustato fresco come una ricottina o salato e lievemente affumicato, utilizzato da solo o come condimento di verdure e di primi piatti.

Strettamente correlato alla geologia della valle, un ultimo prodotto ne lega, come una costante sotterranea e profonda anche i più remoti aspetti: la pietra, o, meglio, il granito sanfedelino. Muri, tetti, stipiti, reggigronda, soglie e davanzali, scale e terrazze di edifici sono di granito; di granito le panchine, i tavoli all’aperto e dei crotti, ed il rullo del campo di bocce di Codera, e ancora le vasche, i lavatoi, le mangiatoie per il bestiame. Per secoli l'estrazione, la lavorazione e l'esportazione del granito, sino alle grandi città di pianura sotto forma di pavé e di cordoli da marciapiede, è stata croce e delizia della valle: delizia per la possibilità di integrare con la sua commercializzazione i magri introiti di un’agricoltura e di un allevamento di sussistenza, croce per l'inesorabile silicosi che colpiva gli abilissimi scalpellini (picapreda).

Il rivestimento del palazzo municipale di Novate, completato nel 1991, è l'ultima delle opere pubbliche in cui sia stato utilizzato il sanfedelino: rimangono vecchie cave e numerosi abili artigiani della pietra, che con le raccolte museali di san Giorgio, sono la testimonianza di una presenza che ha reso speciale la Val Codera.

La Val Codera, una delle più suggestive ed amate in provincia di Sondrio, in quanto ancora preservata dall’accesso degli autoveicoli per la mancanza di una strada carrozzabile, è anche una delle più ricche di leggende legate ad ombre, presenze inquietanti e stregonerie. Del resto, la leggenda stessa che narra della sua origine non è luminosa: si dice che a Dio, dopo che ebbe fatto il mondo, avanzassero mucchio di pietre, che, sparse un po' alla rinfusa, crearono la valle, il cui nome, infatti, deriva da "cotaria" e quindi da "cote", cioè masso. Una variante di questa leggenda racconta che la valle fu la prima ad essere creata da Dio, il quale, ancora inesperto, la fece troppo selvaggia ed aspra. Questa la cornice di una serie di leggende accomunate da un alone di cupo mistero. Molti anziani raccontano ancora di aver udito, o aver vissuto di persona, incontri con uomini ed animali misteriosi, rivelatisi poi manifestazioni di anime malvagie o di streghe.
La figura più celebre è quella del Valfubia, su cui si narrano diverse storie. Costui era un uomo malvagio, che rubava anche a persone povere, fra le quali una povera vedova che aveva molti figli da mantenere, per cui, una volta morto, fu condannato a vagare, come un’anima in pena, di notte, assumendo sembianze sempre diverse, ora di uccello rapace, ora di maiale (con un curioso taschino dal quale usciva tabacco!), ora di ombra inafferabile. Dicono che le sue urla lamentevoli fossero davvero impressionanti. Come spesso accade in questi casi, per risarcirsi della sua condizione infelice prendeva di mira quanti si trovassero a transitare da soli su sentieri della valle, o anche uscissero di casa la sera, nella zona compresa fra Codera e Bresciadega. Faceva, quindi, rotolare contro di loro sassi dalle gande, oppure, più spesso, si materializzava improvvisamente, fra le ombre della sera, terrorizzando i malcapitati con un forte soffio. L’unico modo per tenerlo alla larga era munirsi di un rosario: quel segno di devozione e preghiera, infatti, riusciva insopportabile alla sua anima malvagia.
 
Più inquietante ancora del Valfubia è la figura di un uomo misterioso che terrorizzava, sempre nottetempo, i viandanti sui sentieri nei dintorni di Cola (voce dialettale che significa colle, vetta) e di San Giorgio di Cola. La sua dimora era in una grotta nascosta, da qualche parte nei pressi del sentiero che unisce i due paesi scendendo nel cuore oscuro dell’impressionante vallone di Revelaso (o Revelasco: da "rava", dirupo). Chi lo aveva visto lo descriveva come un individuo vestito in modo bizzarro, ben diverso da quello semplice ed essenziale dei contadini: portava una giacca nera su pantaloni e stivali marroni. Talvolta di lui si udivano solo rumori, il fruscio dei rami degli alberi che scuoteva per far paura alla gente, oppure si intuiva la presenza, dietro qualche anfratto o qualche fronda, quando i lupi, suoi amici, ululavano nelle notti di luna piena, perché, si dice, se ne stava sempre nascosto a spiare le persone che passavano. Ma non si limitava a questo: altre volte scatenava la sua malvagità giungendo ad uccidere i viandanti, tanto che si era creato un terrore tale che la gente, al calar delle prime ombre della sera, non solo non usciva più di casa, ma vi si chiudeva proprio dentro a chiave, sussultando ad ogni rumore nella soffitta o alla porta di casa.
Non si poteva più andare avanti così, ed allora venne decisa una vera e propria battuta di caccia, cui parteciparono tutti gli uomini dei due paesi, ed anche qualche donna coraggiosa. Guidati dal lume della luna e delle lanterne e muniti di robusti bastoni di castagno, costoro setacciarono i boschi della zona. Alla fine la loro tenacia fu premiata, perché apparve, fra gli alberi, l’ombra dell’uomo malvagio, che fu riempito di energiche bastonate e scaraventato nel cuore del vallone, dal quale non riemerse più. Rimasero, di lui, solo i flebili lamenti che, durante i temporali, salivano dalla Caurga. Ma nessuno ebbe più nulla di cui temere, da allora.
Torniamo, ora, verso Codera, e fermiamoci al maggengo di Cii, posto su un bellissimo terrazzo panoramico che guarda al lago di Novate. Qui ci accoglie una delle più classiche storie di stregonerie, quella delle streghe di Cii. Protagonista un giovane di Codera, fidanzato ad una ragazza di Cii. Un giorno, mentre si recava a trovarla, si imbattè in una volpe misteriosa e, seguendola, si accorse che entrava proprio nella casa della fidanzata. Sbirciando, vide che questa e la madre, vestite della festa, ungevano tempie, polsi e caviglie, pronunciando poi la formula “Tre ur andà, tre ur a sta e tre ur a venì” e volando via attraverso la cappa del camino. Preso dalla curiosità, pronunciò anche lui la formula, ma, essendo furbo, apportò qualche modifica e disse “Un ur andà, un ur a sta e un ur a venì”. Si ritrovò, così, in un grande salone, nel quale erano riunite molte persone, anche morte, mentre un misterioso individuo, dalle gambe caprine, scriveva su un librone il nome dei presenti. Lui tracciò sul librone una croce, perché non sapeva scrivere, ed allora accadde qualcosa di ancora più incredibile: forse perché era un segno che con quel posto non si conciliava troppo, forse per qualche altro motivo, il giovane si ritrovò, nudo e con il librone nero in mano, in cima al pizzo d’Arnasca, proprio sul ciglio dell’impressionante parete liscia che precipita nella valle omonima. Siccome conosceva bene quelle montagne, riuscì a scendere a valle, dove incontrò due donne che gli offrirono una camicia ed un paio di calze, purché gli consentisse di cancellare il loro nome dal libro. Allora capì tutto: la sala misteriosa era un ritrovo di streghe e stregoni, presieduto dal diavolo, ed allora corse dal Vescovo di Como per denunciare i malefici della valle. Questi, nella cattedrale, lesse pubblicamente i nomi segnati sul libro. Ogni volta che un nome veniva pronunciato, la persona corrispondente appariva prodigiosamente. Streghe e stregoni vennero così catturati e mandati al rogo.
Questa, però, non è lunica storia di stregoneria ambientata nel piccolo nucleo di Cii; una seconda storia, raccolta dalla Scuola Media di Novate Mezzola, viene così riportata nella citata raccolta "C'era una volta": "A Codera viveva una vedova con sua figlia; allora c'erano molte vedove. Un giovanotto si era innamorato di quella ragazza e voleva sposarla, lo aveva confidato anche al prete, ma egli gli aveva detto che non era la ragazza che faceva per lui. Il giovanotto insisteva dicendo che la ragazza sapeva custodire le capre, raccogliere la legna, lavorare la maglia e che andava sempre in chiesa. Il prete continuava a dirgli di non sposarla. Allora il giovanotto gli chiese come faceva a giustificare quella affermazione e quindi il prete lo aveva invitato a casa di giovedì (il giovedì era il giorno in cui le streghe lavoravano) per dargli delle spiegazioni.
Il prete allora aveva mandato il giovane sulla grande "lobia" di casa sua, gli aveva detto di mettere il piede sopra il suo e di guardare verso Cii. Stavano arrivando la ragazza e sua madre che erano andate a prendere della legna che avevano messo in una fascina infilata sulle corna. Il povero ragazzo stava per svenire e dovette bere dell'acqua. Dovette ricredersi, e il prete gli suggerì di fare finta di niente e di fare fagotto (a quel tempo non esistevano le valigie, neanche di cartone); quindi era sceso a valle per richiedere i documenti ed era partito per l'America senza fare più ritorno."

Altre storie si raccontano sulle stregonerie della Val Codera. Una di queste parla di un gatto nero che tenta di aggredire un giovane che saliva a Codera per trovare la fidanzata: il giovane gli taglia una zampa, che si trasforma prodigiosamente in una mano con una fede al dito. Appena giunto in paese, si reca poi da una donna che cerca di lui: entrato in casa, ode il suo lamento, vede un moncone al posto della mano sinistra e capisce che il gatto era lei, e che si trattava di una strega. Ed allora se ne esce con una frase lapidaria: “Se eravate voi e non siete morta, morirete”.
Assai simile alla precedente questa seconda storia, che ha sempre come protagonista la metamorfosi di una strega in gatto nero:
"Un uomo stava scendendo a Codera dall'alta valle. Arrivato al lavatoio vecchio, dopo "Prà Mulinat", gli si fece incontro un gatto nero che cominciò a giragli tra le gambe. L'uomo tentò di cacciarlo via, ma il gatto non ne voleva sapere. Al colmo della sopportazione, l'uomo prese la roncola che portava appesa alla cintola e gli tagliò una zampa; immediatamente si fermò impietrito: la zampa appena tagliata si era trasformata in una mano di donna con una fede al dito! Arrivato a Codera gli dissero che una donna lo cercava. Andò a trovarla e questa gli disse che doveva punirlo perché le aveva fatto del male. L'uomo allora capì che quella donna non era altro che una strega e riuscì così a smascherarla.
La gente della valle sapeva che spiriti ed esseri malefici potevano scatenare il loro potere dal suono dell’Ave Maria, alle sei di sera, fino ai primi rintocchi del mattino (è un detto diffuso, in provincia di Sondrio, “suna l’Ave Maria, gira la stria”, cioè al suono dell’Ave Maria la strega si mette a girare). Ma il suono di questa campana, la Bàrbula, poteva anche salvare dagli spiriti, quando riecheggiava alle sei di mattina, termine oltre il quale ad essi non era più concesso girare per insidiare i viandanti. Una volta, infatti, salvò una donna costretta a tornare a notte fonda a Codera dopo avere acquistato una medicina a Novate. Incontrò ad Avedèe, località dalla quale si comincia a vedere la valle, quattro uomini con una lanterna, proprio mentre udiva il rintocco dell’Ave Maria mattutina. Erano spiriti, e le dissero che se non fosse suonata la campana, l’avrebbero portata via con sé.
Ma la leggenda più misteriosa, che ha come protagonisti non più streghe, ma stregoni, è ambientata all'alpe d'Arnasca, che si stende, nella valle omonima, ai piedi dello splendido scenario delle pareti, liscie e verticali, della Singe e del pizzo Ligoncio. Ecco, di nuovo, quanto riporta la raccolta citata (un contributo della Scuola Media di Novate):
"C'era la credenza che prima del Concilio di Trento, quando si scendeva dalle Alpi, il territorio veniva occupato da vari stregoni. Quando si tornava su a primavera questi, nel lasciare quello che era il loro territorio, provocavano un terribile temporale o qualcosa peggio.
Capitò che caricarono l'Alpe d'Arnasca e alla sera lasciarono lì un ragazzotto solo. Tutto intorno c'erano solo le mucche. Lassù le baite sono fatte a secco, si può guardare fuori dalle fessure presenti tra le pietre. Il ragazzo, ad un certo punto, sentì un gran rumore intorno, guardò fuori e vide cinque o sei uomini di statura smisurata. Questi piantarono nel terreno due pali, poi ne misero uno per traverso al qual appesero un gran calderone. In quest'ultimo misero a bollire un mucca intera e quando fu cotta ne presero un pezzo ciascuno. Intanto il ragazzo stava a guardare. Quando ebbero finito di mangiare, misero insieme le ossa e si accorsero che mancava la coscia. Allora uno disse: "Vai sù a Negar Fur a prendere un pezzo di sanbuco". Il sambuco, che ha una specie di midollo dentro, poteva servire per sostituire la coscia. Allora uno si diresse verso Negar Fur per prendere un pezzo di sambuco. Con una scure lo tagliarono a forma di gamba, poi lo misero sotto le altre ossa che ricoprirono con la pelle. Ad un loro cenno saltò in piedi la mucca. Si dice che per diversi anni la mucca è andata in Arnasca con la gamba di legno."
Non si può menzionare la valle d'Arnasca senza accennare allo stupendo e misterioso monolite piantato proprio al suo centro, il Sas Carlasc', sotto cui sta appollaiato il bivacco Valli.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/12/la-valchiavenna.html



.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



Elenco blog Amici