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sabato 18 luglio 2015

IL SANTUARIO DELLA MADONNA DEL CASTELLO DI ALMENNO SAN SALVATORE



Il Santuario della Madonna del Castello è, in realtà, un complesso monumentale, costituito da tre chiese di diverse epoche: sono stati edificati in successione, rispetto al sagrato attuale, il santuario di Santa Maria di Castello del XVI secolo, la chiesa della Pieve di San Salvatore della fine del IX secolo e, sotto questa, una cripta del VII-VIII secolo.
Il territorio su cui sorge questo complesso, è stato occupato dai Romani e dai Longobardi per la sua posizione strategica a picco sul fiume Brembo.
Inoltre, nell’area a destra della chiesa, sono stati ritrovati i resti di una villa romana di età augustea (1-14 d.C.) ed un altare dedicato al dio Silvano, attualmente conservato nel museo archeologico di Bergamo.
L’importanza geografica del luogo e i ritrovamenti archeologici fanno pensare che Almenno fosse una corte posseduta personalmente dall’imperatore romano.
Successivamente alla caduta dell’impero, i re barbari che conquistarono il territorio, continuarono ad avere stretti rapporti con Almenno; in particolare usarono la villa romana come loro sacro palazzo.
Questo edificio, oltre a servire saltuariamente come residenza del sovrano , era il luogo di controllo civile, militare ed economico di tutto il territorio circostante. In questo palazzo, di cui ora rimangono solo numerosi resti di pavimenti e tegoloni, soggiornò il re Astolfo, di cui abbiamo testimonianza in un documento del 775 d.C.
Attigua al sacro palazzo vi era sicuramente la cappella palatina, un luogo di culto dedicato al Santo Salvatore.
Percorrendo la strada ghiaiosa alla destra della chiesa e sporgendosi cautamente dal muretto, è  possibile individuare sulla parete in basso a sinistra un accesso alla cappella, oggi  murato.
La cappella palatina sorgeva sull’area dove si trova la cripta, e alcuni studiosi concordano nel sostenere che parte dei muri perimetrali della cripta coincidono con quelli originali della cappella palatina.

Dalla chiesa plebana, o Pieve di San Salvatore, attraverso una porta situata alla destra del tempietto posto in corrispondenza dell’altare del Santuario; da qui, attraverso due scalette che si trovano nelle navate laterali, è possibile raggiungere il piano di calpestio dell’antica cappella palatina. Agli inizi del X secolo, dopo le dominazioni longobarda e franca, la corte di Almenno passa sotto il dominio dei Conti di Lecco, che decidono di fortificare tutta l’area attorno al loro palazzo, cingendola di mura. La fortificazione interessa anche la cappella che si trovava sul perimetro delle mura, causandone la trasformazione: la cappella diventa cripta e sopra di essa viene realizzata una nuova chiesa che visiteremo poi più in dettaglio.
La cripta  è lontana dalle tipologie di una struttura longobarda: si tratta di un edificio a pianta rettangolare, diviso a metà da una fila di 4 colonne che sostengono la copertura a volte irregolari a crociera. Si può notare che tre dei quattro capitelli sono elementi di recupero di epoca romana.
In origine questa zona era illuminata da tre strette finestrelle, quella centrale murata dietro l’affresco della Crocifissione, mentre i due “oculi” che si notano sulla parete est, sono stati realizzati nel 1702. Il pavimento è dei primi decenni del 1600, così come la decorazione barocca della cripta e l'altare con tela di Andrea Zambelli (1614), che era dedicato alla Visitazione.

L’affresco reca la scritta latina: "Mariae Virginis et Sanctae Crucis Continet …" perché in questo luogo si conservava una colomba metallica contenente le reliquie della Vergine e della croce.
Rispetto all’altare, sulla parete di destra sono ancora visibili alcuni affreschi rappresentanti San Bartolomeo, Santo Stefano e l’Annunciazione del XIV secolo.

Pieve di San Salvatore: quella di Almenno è una delle più antiche e meglio conservate chiese della Diocesi di Bergamo. La pieve era una chiesa a cui venivano affidati i compiti pastorali propri della parrocchia, quali l’amministrazione dei sacramenti e la riscossione delle decime; si estendeva su un territorio molto vasto, che comprendeva le Valli Imagna, Brembilla e Brembana fino a S. Pellegrino Terme compreso.
Inoltre, a riprova della grande importanza religiosa di questa chiesa, si sa che già dal X secolo, attigua alla pieve di San Salvatore, sorgeva la canonica di Almenno.
L’edificio della Pieve possedeva una struttura molto diversa da quella attuale. Le uniche parti in muratura dovevano essere l’accesso al presbiterio e la facciata; non esistevano gli archi laterali, ma semplicemente dei pilastri alti 7 metri, che ora si possono notare inglobati nella struttura del pilastro. Sopra di essi erano appoggiate le travi che percorrevano orizzontalmente la chiesa fino ad inserirsi rispettivamente nella facciata e nell’alzato del presbiterio. Sulle medesime travi si poggiava il tetto a capanna; il tutto secondo uno stile definito “Preromanico”. In facciata tre archi enormi, in corrispondenza delle tre navate, davano l’accesso alla chiesa (potete ancora notarli grazie alle incisioni sulla controfacciata), mentre all’esterno sono stati trovati dei resti di un portico, detto anche nartece, che oltre a proteggere l’edificio dalle intemperie era il luogo dove sostavano i peccatori pubblici, nonché i cristiani non battezzati o catecumeni. L’importanza del sacramento del Battesimo è testimoniata anche dal ritrovamento dei resti di una vasca battesimale nella navata destra, sotto l’attuale pavimentazione.
Alla fine del 1100, in pieno periodo Romanico, per dare maggiore stabilità all’edificio, i pilastri vennero incorporati in altri più massicci e collegati fra di loro con arcate longitudinali a tutto sesto. Contemporaneamente fu sopraelevata la navata centrale e venne realizzata la copertura con volte a crociera del presbiterio; inoltre la chiesa venne abbellita con decorazioni ad affresco.
I dipinti più antichi ( inizio X secolo) si trovano sul frontale del presbiterio e raffigurano delle croci policrome (altre croci sono visibili anche sulle pareti delle navate laterali)
Le pitture di maggiore importanza riguardano l’area del presbiterio:
- al centro è possibile ammirare una rappresentazione del Cristo Pantocratore, ovvero sovrano, con attorno i simboli degli evangelisti Matteo e Giovanni del XII secolo; nel lunettone di sinistra é rappresentata una Madonna con gli Apostoli (XII secolo), mentre nelle nicchie laterali sono raffigurati affreschi della fine del Trecento: a destra l'Annunciazione, un apostolo e San Giovanni Battista, a sinistra il Pantocratore e Sant’ Antonio Abate.
- sui pilastri di sinistra troviamo invece tre affreschi: un santo domenicano, una Madonna con Gesù bambino e San Bartolomeo (del XV secolo) e Santa Caterina d'Alessandria (del XIV secolo); sui pilastri di destra due Madonne risalenti al XVI secolo.
Nel 1150 circa fu collocato nella navata sinistra un meraviglioso ambone o pulpito, realizzato in pietra arenaria, unico nel suo genere per l’area bergamasca: sul fronte sono scolpiti i simboli dei 4 evangelisti e su di un lato scene di caccia. Secondo la tradizione, vi avrebbero predicato San Bernardino da Siena e San Carlo Borromeo.
Nella prima metà del ‘300 a causa dell’affievolimento dell'interesse del vescovo e della nascita di nuove parrocchie che reclamavano la loro autonomia, la plebania si disgregò e la canonica decadde.
Nel 1443, in seguito alla distruzione del borgo di Lemine Inferiore per le lotte tra Guelfi e Ghibellini, l'antica chiesa plebana venne abbandonata. La popolazione di Lemine Superiore provvide a dotarsi di una nuova chiesa dedicata a S. Salvatore, costruita nella parte alta del paese; ad essa furono trasferiti tutti gli onori e gli oneri dell'antica pieve.
L’abbandono del borgo aumenta l’incuria della chiesa; pertanto, agli inizi del 1500, viene addossato alla facciata principale un contrafforte in corrispondenza di una profonda crepa che ne minacciava l’integrità.
La cronaca dell’epoca racconta che il contrafforte fu trovato spostato di un metro e mezzo per lasciare intravedere un affresco della Madonna col Bambino che era rimasto coperto: era il 26 aprile 1506.
L'evento miracoloso viene citato anche negli Atti della Visita Apostolica di San Carlo Borromeo, avvenuta nel 1575. Il racconto della sua visita è la testimonianza più antica dell'avvenimento, sulla cui autenticità non vi è il più piccolo dubbio.
Questo prodigio, che suscitò grande devozione negli abitanti di Almenno, attirò abbondanti elemosine che consentirono, nell’arco di alcuni decenni, la realizzazione di una nuova chiesa,  consacrata nel 1590.




Il santuario della Madonna del Castello si trova nella omonima località del comune di Almenno San Salvatore.

Si tratta di un edificio ecclesiale cinquecentesco molto particolare in quanto costituisce un insieme con la pieve di Lemine a cui è addossato e che ha inglobato.

Dopo la distruzione di Lemine Inferiore la pieve cadde in uno stato di abbandono materiale e religioso assoluto, destinata probabilmente a scomparire se non fosse intervenuto alla fine del XIV secolo un intervento straordinario.

Un assestamento dell'edificio aveva fatto spostare un muro di rinforzo che copriva l'affresco di una Madonna col Bambino di cui si era persa la memoria.

La riapparizione dell'affresco fu ritenuto un evento miracoloso, un segno divino diretto alla riappacificazione della comunità, che gli attribuì effetti miracolosi.

La profonda fede della gente, provata da faide fratricide, produsse una notevole messe di offerte e donazioni non solo da parte dei fedeli locali ma anche di quelli delle zone limitrofe.

Si determinò così la volontà di costruire una nuova chiesa per onorare il miracolo della riapparizione della Madonna col Bambino, non più del suo affresco, nello stesso posto in cui l'evento si era verificato, addossandola cioè alla vecchia pieve che veniva a fare parte del nuovo edificio e recuperava così l'importanza religiosa perduta.

La costruzione della nuova chiesa, piuttosto lenta, probabilmente a causa di difficoltà di ordine finanziario, fu consacrata il 4 giugno 1590 e dedicata alla Madonna del Castello,

La sua struttura architettonica ha caratteristiche cinquecentesche, con un elegante portale in marmo bianco che si inserisce bene nella facciata esterna dalle linee rigorose e austere, ingentilite tuttavia da due snelle monofore e da un rosone.
Le monofore e il rosone, racchiusi da sottili cornici di marmo bianco, alleggeriscono il rigore della facciata in cui sono inseriti.
L'interno si sviluppa su pianta rettangolare in un'unica navata a quattro campate unite da ampi archi a sesto acuto di tipo gotico.

La parete di fondo è costituita da quella che era la facciata della pieve e che ora la separa da essa pur mettendovela in comunicazione tramite un'apertura alla destra dell'altare. Il risultato è un edificio unico, ma composito per diversità di stili e origini, di grande effetto artistico e scenografico, sicuramente raro in area lombarda.

Al centro della parete campeggia l'altare particolarmente bello e originale per la sua composizione architettonica. L'altare, infatti, è racchiuso dentro un piccolo tempio ottagonale in marmo bianco che ne fa quasi un'altra chiesa incastonata in una parete multicolore per le pitture che la ornano. La copertura di questa graziosa struttura è costituita da un tamburo, anch'esso ottagonale, che termina con una lanterna su cui svetta il Creatore in postura benedicente.

Le facce del tamburo sono ornate da coppie di Sibille che tengono un cartiglio.
Queste immagini di grande bellezza e di ottima fattura sono state attribuite al Previtali, altri vi vedono la mano del Cariani.

L'interno del tamburo è interamente dipinto con scene della vita della Vergine, di incerta attribuzione, databili attorno all'inizio del '500.

Sulla parete immediatamente sopra l'altare, all'interno del tempietto, si trova l'affresco, ritenuto miracoloso, della Madonna con il Bambino in braccio; la Madonna è coronata da due angeli mentre il Bambino benedicente tiene un vangelo. L'affresco, nel quale sono ancora perfettamente leggibili le dediche SCA MARIA e IHS, restituisce una scena di particolare dolcezza e leggiadria.

Di difficile datazione, anche perché ha subito alcuni ritocchi, l'affresco è stato attribuito a un periodo antecedente al 1100.

Il tempietto, in posizione rialzata, è separato dal pavimento da tre gradini, mentre il suo tamburo poggia tramite delle colonne su una bassa balaustra che quasi isola la struttura dal resto dell'ambiente.

La parete di fondo è ornata, alla destra del tempietto, da raffigurazioni della vita di Gesù, che facendo da quinta pittorica al tempietto stesso lo esalta maggiormente creando un effetto scenografico di grande fascino.

Sulle pareti laterali interne ci sono, a destra, una tela che raffigura San Giovanni Battista, attribuito al Cavagna da alcuni e a discepoli del Moroni da altri, e sulla parete di sinistra un ottimo dipinto del Cavagna che raffigura San Carlo Borromeo con a fianco San Rocco e San Pantaleone.

Recenti ispezioni artistiche hanno rilevato la presenza di un affresco sotto quello della Madonna col Bambino, di datazione ben più antica. Si è posto così il problema della possibilità di riportarlo alla luce senza danneggiare quello della Madonna, sia per non rovinare un'opera d'arte di grande pregio sia per non offendere la devozione dei fedeli tuttora molto viva.

L'affresco della Madonna raffigura una scena che richiama nella sua ieraticità le posture fisse bizantine ma reinterpretate dalla sensibilità locale che ne addolcisce il linguaggio. La Madonna regge con la destra il Bambino e con la sinistra indirizza a lui e al messaggio che tiene in mano, il rotolo del Vangelo.

Fanno da cornice due affreschi cinquecenteschi raffiguranti, quello di destra, un incontro con il San Giovannino e, quello di sinistra, un'adorazione dei re Magi; pure cinquecenteschi sono gli angeli che celebrano la Madonna nell'affresco principale.

La fusione di stili ed epoche artistiche diverse esalta la composizione che risulta di grande impatto visivo ed emotivo: un miracolo artistico.



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IL DIO SILVANO

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Divinità romana che presiedeva alle selve, affine a Fauno. In seguito Silvano, pur non avendo, a differenza di Fauno, culto ufficiale né festa né sacerdozio, fu considerato il dio dei boschi e della campagna, protettore delle greggi e delle proprietà, ed ebbe culto domestico. Il dio appare in statue, rilievi, mosaici, pitture, sempre barbato, con chioma folta coronata di pino; veste una tunica corta e una pelle caprina. Tiene un falcetto nella destra e un ramo di pino nella sinistra; accanto ha il cane.

Deriva dal dio etrusco Selvans, divinità protettrice della Natura e delle attività agresti. Come le divinità antiche della natura selvaggia era considerato temibile e pericoloso per i neonati e le partorienti. Temuto e venerato dai contadini, era uso placare il dio prima di dissodare un terreno, con una triplice cerimonia che ne invocava la protezione sui pascoli, sulle dimore e sui terreni stessi.




Per proteggere i neonati dalle aggressioni notturne del dio gli antichi romani invocavano tre dei protettori: Pilunno, Intercidona e Deverra.

In origine, era un epiteto del dio Fauno o di Marte e solo successivamente assunse il grado di divinità autonoma. Veniva spesso identificato con Pan o con Sileno, spesso si trova unito al nome di Marte. Il suo culto era vietato alle donne.

Secondo la leggenda, dopo la cacciata da Roma di Tarquinio il Superbo, ammonì l'esercito etrusco, desideroso di riportarlo sul trono, di non attaccare i Romani, mettendolo in fuga.



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LA CHIESA DI SAN GIORGIO A ALEMANNO SAN SALVATORE



San Giorgio è una chiesa di raffinata grazia. La facciata è coperta nella parte bassa da conci di arenaria, mentre nella parte alta da blocchi di pietra bianca. La zona retrostante mostra una maggiore rifinitura. L’abside è diviso in cinque sezioni delimitate da colonnette posate su lesene unite da archi.
L’interno è a tre navate e sulle pareti sono conservati affreschi di una certa rilevanza. Gli autori sono sconosciuti, ma evidente è il progresso della loro maestria. Partiti da uno stile più semplice riescono a ottenere un’arte più completa con stralci di ottima pittura murale.

Il territorio su cui è stata costruita la chiesa di san Giorgio faceva parte di un più vasto comprensorio geopolitico, Lemine, già abitato in epoca protostorica e assurto a particolare importanza con l'espansione romana.
L'area di Lemine si allargava tra la sponda occidentale del fiume Brembo e quella orientale dell'Adda, comprendendo a nord la Valle Imagna e incuneandosi a sud verso l'attuale Brembate.

Il territorio si prestava allo sviluppo demografico sia per la presenza di diversi corsi d'acqua, quali il Begonia, il Lesina, il Tornago, il Terzago, il Pussano, il Mutium, il Rium, oltre naturalmente al Brembo, sia per la fertile area pianeggiante che si estendeva verso sud, al centro della quale era l'ager, poi corrotto in Agro. In questa pianura, leggermente sopralzata sul Brembo, si sviluppò la centuriazione, creandosi così i presupposti per la sua trasformazione nel centro politico-amministrativo dell'intero territorio: il vicus, caposaldo del ben più ampio Pagus Lemennis.

La presenza romana su quello che sarebbe stato il pagus lemennis si sovrappose sugli abitanti indigeni, i Galli Cenomani, inglobandoli e assimilandoli gradualmente nel nuovo sistema politico-culturale romano. Numerosi reperti archeologici, quali un'ara votiva alla dio Silvano e i resti di un imponente ponte a otto arcate sul Brembo, entrambi nei pressi della chiesa di san Giorgio, testimoniano l'importanza che i romani attribuirono al sito.

San Giorgio subì, assieme al suo territorio, il disastro delle lotte tra guelfi e ghibellini che vide questi ultimi perdenti ed entrò nell'oblio dopo il 1443, quando la Repubblica di Venezia epurò ed esiliò i ghibellini.

La nascita di nuove parrocchie, lo sviluppo di nuovi agglomerati rionali, la suddivisione di Lemine, ormai Almenno, nei due comuni di Almenno San Salvatore e Almenno San Bartolomeo emarginarono San Giorgio fino all'età contemporanea.

Non c'è una documentazione certa sulla fondazione né sulla datazione della chiesa di San Giorgio: gli studiosi si sono esercitati in una serie di ricerche storico-archeologiche per individuarne la data, il patrocinatore e i motivi che vi presiedettero, senza giungere a una conclusione univoca.

L'unica data certa è il 1171, in cui risulta, da documenti storici, che la chiesa esisteva, mentre si può ragionevolmente escludere una iniziativa popolare nella sua costruzione, poiché il comprensorio era sottoposto secondo un rapporto feudale all'episcopato di Bergamo, istituzione potente sia sotto l'aspetto politico-militare che economico.

Solo il vescovo era in grado di sostenere la costruzione di un edificio ecclesiale in un territorio a lui sottoposto, mentre è plausibile che la sua iniziativa sia stata motivata dalle nuove esigenze devozionali e liturgiche di una popolazione accresciuta.

L'edificio ecclesiale fu costruito in due momenti con materiali e tecniche diverse, migliori e più curati prima, più dozzinali e quasi occasionali dopo. Ciò può essere ascritto alle difficoltà politiche del periodo, che videro il vescovo Gerardo, suo presunto ispiratore, scomunicato nel 1167 per avere appoggiato l'impero e la concomitanza del contrasto tra la Lega Lombarda e Federico Barbarossa. A tutto ciò potrebbero essersi aggiunte difficoltà economiche e di reperimento dei primitivi materiali di costruzione.

San Giorgio visse il suo periodo migliore dalla seconda metà del XIV secolo alla prima metà del XV. Seppure non avesse il rango di parrocchia o di canonica ma di chiesa sussidiaria della Pieve di Lemine ne assunse, a partire dal Trecento, gradualmente le funzioni fino a sostituirsi ad essa.

A favore di San Giorgio giocarono fattori demografici e politici: da una parte l'aumento della popolazione, dall'altra le lotte tra i guelfi di Lemine superiore e i ghibellini di Lemine inferiore, le due entità in cui di fatto si era suddiviso il territorio. Queste lotte, il più delle volte sanguinarie, avevano indebolito la posizione della Pieve, di difficile accesso perché arroccata nel castello, spingendo a privilegiare San Giorgio alla cui costruzione e abbellimento aveva contribuito il popolo.

Lentamente San Giorgio si staccò dalla Pieve fino a raggiungere una certa autonomia non solo liturgica ma anche economica per i numerosi lasciti e donazioni diretti non solo alla sua gestione ma anche al suo abbellimento. Buona parte dei donativi furono destinati dagli offerenti al finanziamento degli affreschi che avrebbero ricoperto integralmente le pareti interne della chiesa.

Nella prima metà del Quattrocento San Giorgio era divenuto il centro non solo dell'attività religiosa ma anche un punto di incontro della comunità per la trattazione di affari di ordine civile.

Alla chiesa si appoggiò anche una confraternita di civili devoti, chiamati Disciplinati o Disciplini, che oltre alle preghiere si dedicavano al proselitismo e alla propria flagellazione per purgare i peccati e impetrare il perdono divino, ricercando le stesse sofferenze della Passione di Cristo.

Su di essi ebbe una grande influenza la predicazione del domenicano Venturino da Bergamo che a partire dal 1335 percorse l'Italia settentrionale e centrale invocando la pace e prescrivendo la penitenza.

I Disciplinati svolgevano anche attività di carattere sociale come l'assistenza ai bisognosi e l'intervento diretto per sedare le lotte endemiche del periodo che sconvolgevano la comunità sia per le uccisioni che per la devastazioni dei beni che ne seguivano.

Il punto di riferimento di questi penitenti divenne il portico di San Giorgio, oggi non più esistente, essendo loro interdetto dalle norme canoniche l'uso dell'interno della chiesa.

Alcuni autori ritengono che i cosiddetti Disciplinati di San Giorgio si svilupparono tra il XIV e il XV secolo, in momenti di grande e drammatica tribolazione politica aggravati dalle ricorrenti pestilenze, che favorirono la nascita e la diffusione un po' dappertutto di questo genere di movimenti penitenziali.
In questa seconda ipotesi avrebbero influito più che le parole di Venturino da Bergamo quelle irruenti di Bernardino da Siena.

L'inizio della decadenza di San Giorgio coincise con l'aumentare della virulenza delle lotte intestine tra i Guelfi e i Ghibellini, i primi fautori di Venezia, che li sosteneva, i secondi alleati dei Visconti in quell'annosa lotta che avrebbe visto ancora a lungo Venezia e Milano contrapposti.
Nei primi decenni del Quattrocento Lemine fu spettatrice di ruberie, devastazioni delle proprietà, uccisioni e attentati intestini che i contrasti tra Venezia e Milano viscontea esaltavano fornendo di volta in volta la copertura politica.

Prevalsero alla fine i guelfi di Lemine superiore, o per meglio dire Venezia, e scoppiarono ritorsioni nei confronti dei ghibellini di Lemine inferiore che culminarono nella distruzione dell'abitato di questa, ordinata il 13 agosto 1443 da Andrea Gritti podestà di Bergamo, e nella dispersione della sua comunità.

Dopo questa data vennero a mancare a San Giorgio il suo substrato umano e i suoi sostenitori mentre di contro si sviluppava la parte settentrionale del paese.

La sconfitta dei ghibellini causò lo spostamento del baricentro della comunità verso Lemine superiore, il che comportò la costruzione di nuove chiese distogliendo l'attenzione da San Giorgio, abbandonata all'incuria e all'oblio.

La chiesa di San Giorgio rimase isolata in un'area spopolata e Venezia vendendo ai propri sostenitori le proprietà confiscate ai perdenti la condannava alla decadenza, come è testimoniato dalle relazioni delle diverse visite pastorali che vi si succedettero fino al XVII secolo.

Fu con la peste manzoniana del 1630 che San Giorgio, in un certo senso, rinacque. Questa peste colpì duramente il territorio di Lemine, ora Almenno, causando un impressionante numero di morti, quasi un terzo della popolazione, ai quali bisognava dare sepoltura e per questa funzione San Giorgio con il suo piccolo cimitero risultò particolarmente idonea: isolata nei campi ma facilmente raggiungibile rappresentò la soluzione ideale. Da allora si caratterizzò come la chiesa dei Morti mantenendo questa funzione anche dopo la fine della peste e si creò, in maniera inconsapevole, l'usanza di seppellire i propri morti nel cimitero di San Giorgio, quasi una moda che crebbe al punto da farvi istituire, nel 1761, una cappellania per i suffragi funebri.

Da ciò derivò una più ampia devozione e una maggiore attenzione per la manutenzione dell'edificio ecclesiale che fortunatamente non portò all'imbiancatura della pareti interne salvando così gli affreschi superstiti.

San Giorgio attraversò l'Ottocento tra alterne vicende, momenti di cura e di abbandono si susseguirono in funzione della maggiore o minore attenzione dei prevosti incaricati, riducendosi tuttavia a quasi rudere agli inizi del XX secolo. Solo a partire dagli anni cinquanta del secolo scorso si riaccese l'interesse storico-artistico verso San Giorgio di cui si iniziavano a riscoprire e rivalutare gli affreschi come uno dei più importanti esempi di quest'arte nell'area lombarda.

Uno dei più appassionati ed esperti cultori degli affreschi di San Giorgio fu don Angelo Rota.
Il Rota si prodigò per la sua rinascita, avendone compreso il valore artistico e storico, e riuscì a coinvolgere negli anni sessanta-settanta la Commissione Diocesana di Arte Sacra, la Soprintendenza alle Belle Arti e alcuni sostenitori privati nel restauro della chiesa e nel recupero dei suoi affreschi. Di questi alcuni furono salvati con la tecnica dello strappo ma diversi furono sottratti indebitamente e non più ritrovati nonostante un processo per furto, 24 settembre 1976, ne riconobbe il colpevole.

Dopo la morte di don Rota, 1982, fu effettuato nel 1989 un ulteriore ciclo di restauri a carattere prevalentemente architettonico che restituì San Giorgio nella stesura attuale al godimento degli amanti dell'arte in genere e di quella romanica di cui assieme a San Tomè è uno degli esempi più belli del territorio lombardo e in particolare di quello bergamasco.

La rilevante importanza che San Giorgio assume nella storia dell'arte non solo lombarda è dovuta, oltre che alla sua architettura romanica, agli affreschi che ornano le sue pareti, superstiti di quello scenario pittorico che all'origine foderava quasi completamente l'interno della chiesa.

Si tratta di opere di grande bellezza e compiutezza artistica che si svolgono con un movimento filmico coprendo i diversi periodi storici in cui sono stati realizzati.

L’interno della chiesa è a tre navate su pilastri che sorreggono tre archi a tutto sesto, sugli archi al centro sono visibili due cicli di affreschi di pregio. Sull’arco a destra viene narrata la via Crucis di nostro Signore, dalla presentazione a Ponzio Pilato alla morte in Croce (fascia superiore, da sinistra a destra), seguita (nella fascia inferiore, da destra a sinistra) dal Giudizio Universale all’incontro di Gesù risorto con la Maddalena.
Gli affreschi sulla sinistra (peggio conservati) riportano altre vicende relative alla vita di Cristo.
Sui costoni del tetto, in fondo alla navata centrale, è conservato un osso (presumibilmente di balena) che la leggenda vuole che sia appartenuto a un mostro che terrorizzasse la zona e che venne sconfitto da San Giorgio.

Costruita in età medioevale, la chiesa è dedicata al santo cavaliere San Giorgio: a quei tempi, nobiltà e guerra andavano a braccetto e la figura di San Giorgio, impavido condottiero, rappresentava il non plus ultra, cioè colui che combatte il male e gli infedeli.

Dalle finestre sulle pareti laterali piove una luce diafana appena sufficiente ad ammirare lo sviluppo degli affreschi che coprono le pareti.

La facciata esterna presenta una doppia coloritura dovuta ai diversi materiali usati nelle due fasi di costruzione dell'edificio: la parte inferiore in materiale lapideo più pregiato e più scuro, ben squadrato e ben definito e la parte superiore in materiale meno nobile, calcareo e di colore chiaro quasi bianco. L'abbinamento dei due colori, sicuramente non voluto ma necessitato, disposto in maniera occasionale, forse un unicum nell'architettura sacra, testimonia i due momenti costruttivi senza nulla togliere alla bellezza dell'edificio.

In asse sulla porta d'accesso è stata aperta, in tempi successivi, una finestra incorniciata in alto da un corso di mattoni rossi che crea una tricromia che movimenta la facciata. A quest'ultima era stato aggiunto nel XVIII secolo un piccolo portico a copertura dell'entrata che provvidenzialmente è stato eliminato all'inizio del Novecento.

La parte posteriore esterna dell'abside è di grande eleganza e leggerezza per le sottili colonnine che delimitano delle nicchie e incorniciano le finestrelle.

Le pareti laterali esterne evidenziano le due fasi costruttive con un corso inferiore dello stesso materiale della parte inferiore della facciata e uno superiore in materiale povero, prevalentemente borlanti di fiume, legati con malta, e blocchi calcarei uniti casualmente.

Nel 1700 fu sistemato a sera il piccolo cimitero che specializzò San Giorgio nella chiesa dei Morti, come fu a lungo chiamata: un piccolo spazio aperto con delle lapidi e delle cappellette che ne addolciscono l'aspetto.

L'esito complessivo è di grande fascino e richiama i momenti storici che la chiesa visse con le difficoltà e le passioni dell'epoca.

Gli affreschi della chiesa di San Giorgio in Lemine hanno una importanza storico-artistica notevole per i dettagli da cui si possono ricavare indicatori attendibili sulla loro datazione e sulla loro committenza, e perché caratterizzati dalla finalità votiva, funzionale a una devozione locale e dall'assegnazione a maestri rigorosamente appartenenti all'area linguistica bergamasca, con assoluta prevalenza di maestranze che, presenti anche altrove sul territorio, dobbiamo ritenere locali.
Non è agevole l'attribuzione degli affreschi, nella maggior parte databili tra la fine del Trecento e i primi decenni del Quattrocento, a singole personalità artistiche quali il Maestro del 1388, il Maestro della Vita di Cristo, il Maestro delle Nozze Mistiche, il Maestro della Deposizione, mentre è attendibile la presenza di botteghe artigiane, fortemente radicate nel territorio, che interpretavano e applicavano i desideri della committenza.

Gli affreschi, di particolare freschezza e leggibilità, posti nell'angolo tra la parete di destra e la controfacciata formano un trittico asimmetrico piuttosto atipico. Raffigurano nel riquadro di sinistra San Giorgio che uccide il drago davanti alla Principessa riccamente vestita, secondo una concezione stereotipata della leggenda, nella parte centrale la Madonna e il Bambino, che, curiosamente, tiene nella mano destra una tavoletta con le lettere dell'alfabeto, quasi un abecedario, e nel riquadro di destra Sant'Alessandro, il patrono di Bergamo. I due cavalieri, addobbati secondo un canone rinascimentale, montano entrambi cavalli bianchi. La simbologia della raffigurazione, nella sua composizione, fa riferimento alla pace tra le fazioni guelfe e ghibelline del 1385. L'affresco è stato attribuito al Maestro del 1388 e datato alla fine degli anni ottanta del XIV secolo.

Parte centrale del trittico con San Giorgio e San Alessandro, risalta per la delicatezza della scena quasi in movimento: una madre accompagna il figlio che tiene in mano un abecedario in un amoroso gioco di sguardi. La Madonna si interpone tra due guerrieri quasi con funzione pacificatrice, forse esprimendo l'intenzione del committente. L'affresco, XIV secolo è attribuito alla bottega del Maestro del 1388.

L'affresco di San Cristoforo si trova sulla parete a sinistra della porta d'ingresso affiancato a quello di Sant'Antonio abate in cui si insinua in basso; ben conservato tranne che nell'estremità inferiore da cui manca una parte. La figura con espressione ieratica fissa muta lo spettatore, grazioso il Bambino sulla spalla, appena leggibile quel che rimane delle pie donne ai piedi del santo. Il colore dominante, il rosso in varie sfumature, risalta sullo sfondo blu e contrasta col verde della tunica del Bambino. L'affresco, XIV secolo è attribuito al Maestro della Vita di Cristo.

L'affresco di Sant'Antonio abate fa il paio con quello di San Cristoforo da cui subisce un inserimento nella parte inferiore. Il santo, a figura intera, è rappresentato in atto benedicente; molto definiti i tratti del volto specie l'ornamento del mento. Bello il riquadro floreale con una piccola figura umana sopra la testa. L'affresco, XIV secolo è stato attribuito al Maestro del 1388.

Seppure in una cornice separata sembra formare quasi un unicum con la Madonna in Trono e San Giovanni Battista e l'altra Madonna in Trono e San Giovanni Battista e Sant'Andrea fra cui è inserito. Molto definito e leggibile il volto della Madonna che risalta sul blu dello sfondo, piuttosto rovinato nella parte inferiore. Leggero e delicato nel tratto, l'affresco, XIV secolo, è di incerta attribuzione, forse del Maestro delle Nozze Mistiche.

La Madonna in Trono e San Giovanni Battista inserito nello stesso riquadro del San Defendente forma con questo quasi un trittico. Il trono culminante in pinnacoli fa da quinta alla Madonna evidenziandone la figura aureolata e il Bambino. Curate nei dettagli e nelle pieghe le vesti, graziosa quella del Bambino, sontuosa quella di San Giovanni benedicente con in mano un cartiglio con scritto ece agnus dei ece qui tolit pecata. L'affresco, XIV secolo, è attribuito alla bottega del Maestro del 1388.

Nella stessa cornice della Madonna in Trono e San Giovanni Battista si staglia in posizione frontale San Defendente addobbato riccamente da cavaliere. Il capo aureolato è incorniciato da una corta picca e dalla palma del martirio. L'affresco, XIV secolo è attribuito alla bottega del Maestro del 1388.

Abbastanza rovinato e mutilo si può leggere nel riquadro di destra una Natività con la Madonna sdraiata di grandezza maggiore degli altri personaggi, San Giuseppe che dorme e delle pie donne che lavano il Bambino. Molto più leggibile il Battesimo di Cristo raffigura San Giovanni che battezza Cristo benedicente che esce dalle acque mentre lo Spirito Santo sotto forma di colomba discende su di lui. Affresco, XIV secolo, è stato attribuito al Maestro del 1388.

San Defendente, aureolato d'argento, addobbato da guerriero, con la destra armata e con la palma del martirio nella sinistra, è identificato dal nome scritto nella cornice sopra la testa.
L'affresco, XIV secolo, abbastanza leggibile, di non eccelsa qualità, è stato attribuito alla bottega del Maestro del 1388.

La Madonna in Trono tra S. Andrea e S. Giovanni affresco trecentesco, ben conservato e quasi intatto a parte una piccola mutilazione nell'angolo superiore destro, è stato attribuito alla bottega del Maestro del 1388. Elaborato e scenografico il trono per fare risaltare meglio la Madonna, graziosa e delicata l'immagine del Bambino benedicente con l'uccellino nella mano sinistra. Dettagliate e definite le figure dei Santi Andrea e Giovanni Battista, rispettivamente alla destra e alla sinistra della Madonna. Elaborate le volute delle vesti dei personaggi raffigurati.

Affresco  particolarmente rovinato e mutilato, appena leggibile la Madonna in Trono e quel che resta di Sant'Antonio abate. Riconoscibile il Bambino aureolato sulle gambe della Madonna. L'affresco del XIV secolo è di incerta attribuzione, forse della scuola del Maestro del 1388.

La Deposizione nel Sepolcro è sapientemente rappresentata in tutta la sua drammaticità e l'affollamento dei personaggi, ore clamante, attorno al sepolcro ne esalta la tensione. Il Cristo è quasi sospeso tra le mani di Giovanni di Arimatea e Giovanni Evangelista, mentre in secondo piano le pie donne gridano il proprio dolore. Particolarmente espressiva la pia donna al centro della scena con le braccia alzate. Maddalena bacia le ginocchia del Cristo e la Madonna Addolorata il viso. In terzo piano altre pie donne si lamentano. L'affresco di incerta attribuizione, ma di scuola locale, è stato fatto risalire ai primi anni del Quattrocento.

La Deposizione dalla Croce è una scena affollata attorno all'abbraccio tra il Cristo, che si porge, e San Bernardo da Chiaravalle presenta tratti di intensa drammaticità, anche se inferiore alla Deposizione nel Sarcofago, mitigata dalla presenza delle Madonne in Trono. Particolarmente significativo il simbolismo del movimento del Cristo che si stacca dalla Croce per abbracciare San Bernardo per manifestare una particolare predilezione. È uno scenario quasi surreale: a sinistra una Madonna in Trono, protettrice, con il Bambino avvinghiato, all'altra estremità una Madonna che allatta e al centro la Passione: la vita, la morte, quasi un percorso. Sant'Antonio abate, con la fiamma in mano, l'Addolorata e San Giovanni Evangelista muti testimoni dell'abbraccio. Affresco del XV secolo attribuito da alcuni autori alla mano del Maestro della Deposizione.

Santa Lucia dal volto curato e dettagliato, con la capigliatura bionda racchiusa da un diadema, è raffigurata secondo l'iconografia tradizionale con il piattino e gli occhi in mano, mentre San Gerolamo, dal particolare copricapo, reca nella mano destra due libri e nella sinistra il pastorale. L'affresco del XV secolo è di incerta attribuzione.


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LA ROTONDA DI SAN TOME'



La Rotonda di San Tomè è un edificio ecclesiale a pianta circolare in stile romanico-bergamasco risalente alla prima metà del XII secolo, dedicato a san Tommaso.

Il territorio su cui sorge la rotonda faceva parte di un ben più ampio comprensorio abitato già in epoca precristiana dai Galli Cenomani, tradizionali alleati di Roma di cui acquisirono la cittadinanza nel 49 a.C., denominato Lemine.

I romani lasciarono tracce notevoli della loro presenza in questo territorio importantissimo sotto l'aspetto strategico, percorso dalla strada militare che collegava Bergamo a Como, parte terminale di quella che univa il Friuli alle regioni retiche.

Questa strada scavalcava il fiume Brembo, proprio nelle vicinanze dell'area di San Tomè, con un ponte imponente i cui resti ne lasciano immaginare la grandezza. Del ponte crollato a più riprese nel corso dei secoli non sono rimaste che scarse tracce e una memoria popolare che lo ha attribuito ai Longobardi, tanto da essere comunemente conosciuto come il Ponte della Regina, in questo caso Teodolinda.

È comune fra la gente del posto che quasi tutto quanto sappia di antico venga attribuito all'epoca longobarda e molto spesso alla loro regina più famosa. Questo accade anche per il Priorato di Sant'Egidio, per la Basilica di Santa Giulia e per altri monumenti di epoca più tarda.

Della presenza romana sono rimasti molti altri reperti archeologici il più significativo dei quali è un'ara dedicata al dio Silvano ritrovata nel territorio almennese. Altri reperti, alcuni di fattura pregiatissima come una Venere mutila, un torso d'uomo, una testa efebica, numerosissime steli funerarie e are votive testimoniano la presenza nella bergamasca di una comunità romana numerosa, strutturata e non soltanto militare.

Lemine, un comprensorio territoriale scarsamente abitato nel medioevo che si sviluppò sulla sponda occidentale del Brembo, comprendeva la Val Brembana fino al confine con la Val Taleggio, la Valle Imagna, quindi si incuneava a sud nella cosiddetta Isola bergamasca, tra l'Adda e il Brembo, fino all'attuale territorio di Brembate.

Le comunità che via via si erano succedute dopo quella romana, eredi di questa ma anche di quelle che inevitabilmente erano state attratte e avevano ruotato attorno ad essa, erano state duramente colpite da eventi bellici e da pestilenze. Le genti sopravvissute, piuttosto sparpagliate sul vasto territorio di Lemine privo di centri abitativi definiti, costituirono delle vicinie dalle quali sono quasi sempre derivati gli attuali centri urbani.

Con la conquista longobarda Lemine divenne una corte regia molto importante sia per avere ospitato alcuni re longobardi sia per essere stata, nella prima fase del consolidamento del potere longobardo, un crocevia militare di notevole valenza politica.

L'atto di Astolfo certifica anche l'esistenza della corte regia, mentre il toponimo Lemine sarà sempre più documentato nelle diverse varianti che porteranno poi a quelle di Almenno, Almé e così via.

Dopo la caduta del regno longobardo il comprensorio di Lemine passò ai nuovi dominatori franchi, prima come possesso imperiale fino all'892 poi come feudo dei conti di Lecco, l'ultimo dei quali Attone lo lasciò dopo la sua morte, 975, all'episcopato di Bergamo; le modalità di quest'ultimo passaggio non sono chiare.

San Tomè seguì, subendole, le vicissitudini storiche che portarono alla nascita del comune di Lemine avvenuta il 3 marzo 1220 quando il vescovo Giovanni Tornielli rinunciò ai diritti di vassallaggio e a ogni interferenza nell’elezione degli organi comunali, riconoscendo così l'autonomia della comunità a cui cedette la propria giurisdizione.

Il XIII secolo fu il periodo di maggiore splendore della rotonda, che coagulò attorno a sé una grande affluenza di fedeli con benefici ritorni economici per le generose donazioni ricevute, mentre il XIV secolo segnò l'inizio della sua decadenza.

Le lotte fratricide tra guelfi e ghibellini che afflissero il comune di Lemine durante il Trecento e che portarono alla sua divisione nei comuni di Lemine Superiore e Lemine Inferiore colpirono anche San Tomè.

I contrasti fra le contrapposte fazioni comportarono la lenta diminuzione del numero dei fedeli di San Tomè fino ad arrivare alla loro quasi scomparsa dopo la distruzione di Lemine Inferiore dovuta al podestà di Bergamo, Gritti, 13 agosto 1443.

Solo il XX secolo avrebbe fatto riscoprire e rinascere la rotonda come importante opera d'arte dell'architettura romanica bergamasca, frutto di quella devozione popolare che produsse altri capolavori romanici come la Chiesa di San Giorgio in Lemine, solo per citare il più emblematico.

Non c'è certezza storica sulla datazione dell'attuale Rotonda di San Tomè.

Alcuni studiosi hanno ritenuto che la chiesa poggiasse sui resti di un antico tempio romano a causa di alcuni imponenti pezzi di muro che ne avrebbero potuto costituire parte delle fondazioni. Ipotesi questa che è stata contraddetta da recenti ricerche archeologiche, anche se la zona ha vissuto una notevole presenza romana.

Altri l'hanno fatta risalire al periodo longobardo, magari a Teodolinda; altri ancora hanno propeso per il periodo franco.
Si è concordi invece nel ritenere che in epoca franca, sotto i conti di Lecco, signori del territorio, sia stato costruito un primo edificio ecclesiale di forma rotonda che alcuni elementi architettonici, riutilizzati nella sua seconda ricostruzione, datano attorno al X secolo.

Non aiuta, per la datazione, la sua architettura che fra l'altro ha subito notevoli rimaneggiamenti e una ricostruzione tra la fine dell'XI secolo e l'inizio del XII. La sua struttura circolare, il suo sviluppo verticale e concentrico, la sua somiglianza con il Duomo vecchio di Brescia piuttosto che con il battistero di san Giovanni di Arsago Seprio ne impediscono una datazione antecedente l'anno 1000.

Il trascorrere del tempo, in un'epoca particolarmente tumultuosa, la probabile disattenzione dei fedeli pressati da altre urgenze e, non ultima, la tecnica di costruzione piuttosto primitiva contribuirono al degrado della primitiva chiesa attribuita al periodo franco.

Tale degrado doveva essere così grave all'alba del XII secolo da spingere il Vescovo di Bergamo alla ricostruzione ex novo del tempio, utilizzando le fondazioni del precedente e tutti quei materiali il cui stato ne consentiva il recupero, come le colonne ed i capitelli che furono riutilizzati nel piano terra della Rotonda.

Non si hanno atti storici da cui ricavare una data certa di questa ricostruzione ma dalla analisi stilistica della sua architettura, dallo studio dei materiali usati e della tecnica costruttiva è stato indicato come il più probabile il periodo che intercorre tra il 1130 e il 1150.

Solo dopo il 1180 compaiono atti da cui si desume l'esistenza della Rotonda a quella data.

Verso la fine del XII secolo furono aggiunti alla Rotonda il presbiterio e l'abside creando all'esterno un gioco di volumi ascendenti che ne snelliscono e movimentano la struttura.

Alla ricostruzione della chiesa di San Tomè seguì, alla fine del 1100 e su iniziativa dell'episcopato di Bergamo, la fondazione di un piccolo monastero femminile contiguo e unito alla chiesa stessa. Il monastero avrebbe dovuto assolvere, oltre all'esigenza di un luogo di preghiera e di rifugio femminile, alla custodia e alla manutenzione della chiesa. Anche in questo caso non si ha una datazione certa ma solo presunta; l'unica data sicura è quella riportata in un documento del 1203 che ne testimonia l'esistenza, ricavando da ciò che la sua costruzione era necessariamente antecedente, forse contemporanea a quella del presbiterio e dell'abside.

Il convento ospitò monache di provenienza locale appartenenti alla classe sociale medio-alta e qualcuna alla nobiltà di Bergamo.

Il monastero, sempre sottoposto all'autorità e al controllo episcopale, ebbe una vita abbastanza travagliata specialmente nel XIV secolo, con scandali di ordine morale e finanziario che ne minarono la credibilità.

Lentamente ma inesorabilmente iniziò la decadenza del complesso, accelerata anche dalle lotte tra guelfi e ghibellini che infuriavano nel territorio coinvolgendo San Tomè e il suo monastero. Il complesso monastico cessò di esistere come istituzione nel luglio del 1407 quando, con i suoi beni e la chiesa, fu incamerato dal Vescovo di Bergamo.

Dell'edificio conventuale non è rimasto altro che qualche traccia come i resti del muro d'innesto nella rotonda e tracce di fondazioni che si suppongono suoi.

Dopo l'incameramento del complesso di San Tomè, chiesa, convento e terreni da parte del Vescovo seguì un periodo d'incertezza e di abbandono.

I terreni, i beni più appetiti, furono dati in affitto ad affittuari a cui poco importava della chiesa che lasciarono nel più completo abbandono. Vi fu un effimero tentativo dell'episcopato di salvare dal degrado San Tomè e il convento affidandoli a degli eremiti ma con scarsi risultati. Si arrivò così al 29 aprile 1536 quando l'episcopato vendette il complesso ecclesiale alla Prepositura di San Salvatore di Almenno.

Il passaggio formale di San Tomè nella proprietà della prepositura di San Salvatore fu l'inizio di una lite plurisecolare.

San Tomè era stata precedentemente sottoposta alla giurisdizione canonica della parrocchia di San Bartolomeo pur rimanendo, tra alterne vicende, gestita di fatto dalla parrocchia di San Salvatore. L'atto di vendita che sanzionava questo stato di fatto costituì l'inizio di una lite che si sarebbe risolta solo nel 1907.

La situazione si aggravò maggiormente quando le due comunità che facevano riferimento rispettivamente alle parrocchie di San Bartolomeo e di San Salvatore furono giuridicamente suddivise, nel 1601, in due comuni separati, quello di Almenno San Bartolomeo e quello di Almenno San Salvatore.

L'autonomia non poteva non degenerare in campanilismo in presenza di una situazione oggettivamente bizzarra: una chiesa canonicamente dipendente da un ente era gestita di fatto da un altro ente.

Piccole ritorsioni e grandi gelosie portarono a manifestazioni popolari a volte violente e ad appelli alle massime autorità canoniche ivi compreso il Papa.

Solo nel 1907, a più di tre secoli dal suo inizio, e con l'intervento diretto di Papa Pio X la lite si risolse: San Tomè rientrò nella gestione di fatto e di diritto della parrocchia di San Bartolomeo di Tremozia da cui dipende tuttora.

San Tomè è uno dei più leggiadri esempi di architettura romanico-bergamasca con caratteri stilistici evoluti, anche se propri e tipici di tutto il romanico.

Si tratta di una costruzione a pianta circolare e a struttura piramidale formata da tre volumi cilindrici concentrici sovrapposti e degradanti, opera di artigiani sapienti e informati dei movimenti artistici che attraversavano l'Europa dell'epoca, capaci tuttavia di mantenere una propria autonomia espressiva tale da rendere la rotonda un'opera unica nel panorama romanico italiano.

La rotonda suggerisce una sensazione di eleganza e di leggerezza a cui contribuiscono le nervature verticali, delle semicolonne sul primo corpo, che ad intervalli quasi regolari ne scandiscono e slanciano la superficie esterna.

Il gioco delle ombre creato da queste nervature conferisce all'edificio un aspetto quasi teatrale che si inserisce in un paesaggio campestre, alla sommità di un pendio boscoso, fiancheggiato da filari di alberi cui fa da quinta, in lontananza, la corona delle Orobie in una sorta di magica e surreale sovrapposizione di fondali, di toni, di contesti.

La parete esterna del secondo volume, il matroneo, è alleggerita da lesene piatte, mentre quella del terzo, la lanterna, non presenta sporgenze ma quattro eleganti bifore contrapposte che ne sottolineano la leggerezza.

Dalla parte posteriore della rotonda fuoriescono il presbiterio rettangolare e l'abside semicircolare,

« secondo un andamento scalare, definito dalle due differenti quote di imposta delle coperture che incentivano, di sicuro non casualmente, una scansione di cinque gradoni che portano alla sommità. Verso l'alto. »

L'insieme, presbiterio e abside, innervato nella parte orientale della rotonda, secondo la più diffusa tradizione romanica restituiscono un effetto plastico di grande armonia architettonica.

Le pareti, incorniciate nel sottogronda da una ornatura ad archetti nei primi due volumi della rotonda, ad archetti intrecciati nell'abside e nel presbiterio, presentano delle finestrelle e delle feritoie che oltre a snellire la struttura ne costituiscono efficaci sorgenti di luce.

L'interno del primo corpo è caratterizzato da otto colonne che seguono un percorso circolare creando due spazi concentrici con degli effetti chiaroscurali di particolare fascino; la parete circostante è scandita da nicchie che ne muovono lo sviluppo in un magico gioco d'ombre esaltato da semicolonne su cui poggiano eleganti capitelli; vi è anche traccia di un affresco ancora leggibile.

Il matroneo, il corpo superiore, presenta anch'esso otto colonne, sovrastanti quelle inferiori, che creano un corridoio circolare, il deambulatorio, che si affaccia sul vuoto centrale del corpo inferiore.

Alcune tracce di affreschi piuttosto degradati ingentiliscono l'absidiola del matroneo. L'affresco, di anonimo, raffigura un'Annunciazione ed è racchiuso in una mandorla che copre la parte interna della semicupola dell'absidiola. Dio, al centro e in posizione dominante, campeggia la scena mentre si svolge il dialogo fra l'Angelo e la Vergine in una narrazione permeata da rustica vivacità e da attenzione per il particolare.

Si tratta di un'opera, probabilmente trecentesca, dai colori vivi e dalla descrizione vivace e realistica, che testimonia la devozione popolare verso la Vergine: tema piuttosto comune e diffuso nell'iconografia religiosa dell'epoca nel territorio.

La decorazione della rotonda, prevalentemente di tipo scultoreo, è costituita dalle colonne che suddividono le aree del corpo principale e del matroneo, dalle mezze colonne appoggiate alle pareti interne e dalle nicchie inserite nelle pareti stesse.

Molto belli e splendidamente scolpiti i capitelli delle colonne di entrambi i corpi, come quelli che concludono le mezze colonne e le lesene piatte disposte sulle pareti.

I motivi ornamentali prevalenti dei capitelli che definiscono il deambulatorio del corpo inferiore sono di tipo geometrico, una rivisitazione locale di archetipi decorativi longobardi da cui si discostano alcuni capitelli di tipo corinzio e figurato appoggiati alla parete.

I capitelli del matroneo, diversi uno dall'altro e variamente scolpiti con figure zoomorfe, umane e geometriche, presentano una maggiore varietà decorativa e una più ricercata fattura stilistica.

Alcuni di questi sono aniconici mentre altri rappresentano figure bibliche o simboli evangelici che richiamano quelli scolpiti sull'ambone romanico della pieve di Almenno San Salvatore.

La diffusione e distribuzione della luce all'interno della rotonda diventa elemento decorativo teso a esaltare gli apparati architettonici che fanno da proscenio alle funzioni liturgiche.

La proiezione delle ombre create dalle colonne e la scelta della aperture rispondono a un disegno tipico dell'architettura romanica attenta ai cicli solari nelle diverse stagioni, nei diversi luoghi, nelle diverse ore: la monumentalità dell'edificio è esaltata dai giochi di luce che la scansione del tempo crea.

Sul tutto svetta la lanterna circolare da cui piove all'interno una luce quasi mistica che attira lo spettatore al centro della rotonda.

Durante gli equinozi un raggio di sole attraversa la rotonda e colpisce il tabernacolo posto nell'abside creando così uno spettacolo affascinante e magico in cui le colonne sembrano muoversi come muti officianti.





Bellissima, la Rotonda parla di un'arte romanica semplice e complessa insieme, che certamente ha conosciuto l'influenza dei Maestri Comacini, di segreti depositati nelle sue pietre a partire dalla sua forma circolare, che secondo alcuni vuole replicare il Santo Sepolcro di Cristo a Gerusalemme.

L'ex monastero è oggi un bel complesso che ha conservato in parte l'antica architettura ed è divenuto sede del Centro Studi Romanico Lombardo. Vi si svolgono conferenze, c'è uno spazio espositivo, una biblioteca/mediateca specializzata in storia dell'arte medievale, un piccolo museo, un punto di ristoro e uno di informazioni, in cui si possono ritirare mappe dei percorsi, audioguide, o acquistare pubblicazioni. Da qui partono gli itinerari di visita guidata collegati alla Rotonda ma anche ad altri tre edifici romanici (Madonna del Castello, San Giorgio, San Nicola, tutti interessantissimi); inoltre sono possibili escursioni turistiche nel territorio alla scoperta della gastronomia locale. Il tutto in un contesto che viene appellato Parco del Romanico degli Almenno, che tra le altre attività organizza convegni divulgativi di alto profilo culturale.

Nella prima fase di edificazione  furono codificate le direzioni astronomiche fondamentali che hanno condizionato la posizione topografica e l'orientamento in tutte le successive fasi di riedificazione e di evoluzione del tempio. Guardando l'orizzonte visibile a est del San Tomè (dalla parte dell'abside), esso è caratterizzato da una catena di monti: quello collocato di fronte è il Monte Canto Alto, mentre a sinistra il Monte Ubione. Nell' VIII secolo, il punto di levata del sole il giorno del Solstizio d'estate dietro il monte Canto Alto ha determinato la scelta geografica del luogo dove erigere questo tempio, poichè veniva a trovarsi in allineamento perfetto con il centro dell'edificio circolare stesso. Concordiamo con la tesi dello studioso in merito al fatto che l'idea di un 'centro sacro', per gli architetti medievali,  non rappresentava soltanto l'identificazione di un particolare punto sul territorio ma assumeva le caratteristiche cosmogoniche del centro del mondo conosciuto. Attorno ad esso si erigevano e si sviluppavano edifici sacri e civili, la città intera. Tale punto, nella concezione del tempo, veniva indicato dalla volontà divina (talvolta manifestatasi con  fenomeni naturali/celesti cui si attribuiva un significato trascendente; apparizioni mariane, eventi prodigiosi o fonti d'acqua miracolose) e veniva contrassegnato da una pietra (che naturalmente diveniva 'sacra' o un omphalos), un'ara o un altare, sul quale si costruiva il tempio di culto, che doveva rispettare determinate regole, perchè -come replica del cosmo che per natura è 'pertinenza di Dio' - doveva armonizzarsi con esso ed enfatizzare i fenomeni naturali integranti come le albe, i tramonti, i punti cardinali, i Solstizi e gli Equinozi, ma anche il passaggio di talune stelle e perfino le fasi lunari. Un piccolo cosmo in miniatura che scandiva i cicli giornalieri (le ore), mensili, stagionali, annuali e anche oltre. La chiesa va quindi inquadrata -nella sua lettura- secondo precisi orientamenti astronomici che i costruttori vi hanno decodificato.

Il primo edificio noto sotto l'attuale Rotonda di Tomè era formato da un cerchio con un prolungamento verso est di due muri paralleli, le cui attaccature delimitavano due direzioni astronomicamente significative: una allineata verso il punto di levata della Luna al lunistizio estremo superiore e l'altra verso la levata eliaca (del Sole) agli Equinozi. Anche nella seconda fase edificatoria, le correlazioni astronomiche risultano simili, e secondo le ricerche del prof. Gaspani questo tipo di conoscenza è riconducibile alla maniera di costruire nord -europea dell'alto medioevo, appannaggio dei monaci Irlandesi, che risentivano di influenze celtiche. L'orientazione 'solstiziale' divergeva dai dettami della Chiesa di Roma, che prescriveva quella 'equinoziale' per gli edifici di culto cristiani; si evince pertanto che il substrato culturale degli architetti incidesse parecchio sulla realizzazione della costruzione e si ritiene che nell'alto medioevo fosse infarcito di 'modelli' pagani.

La posizione delle colonne in circolo non è casuale: secondo gli studi archeoastronomici condotti dal prof.Gaspani, due colonne stabiliscono la direzione nord- sud celeste (cioè la direzione del meridiano astronomico locale), altre due scandiscono la direzione est- ovest astronomica, cioè equinoziale (che è ortogonale alla meridiana), le direzioni cardinali intermedie sono stabilite dalle rimanenti quattro colonne.Una sola delle otto colonne ha una base ottagonale e anche questo non è frutto del 'caso' poichè essa -con un'elevata probabilità (88%)- si trova in un punto 'astronomicamente significativo' che in base ai rilievi topografici si materializza nel fatto che per il centro del suo piedistallo passa il meridiano astronomico locale, prolungandosi poi per il centro geometrico della Rotonda e per quello della colonna circolare posta di fronte sullo stesso asse nord-sud. Ma prolungando ulteriormente e virtualmente questa direzione astronomica verso il Nord astronomico, e tenendo presente la direzione solstiziale estiva stabilita dall'asse del presbiterio, si ha che il punto in cui queste due 'direttrici' si intersecano, costituisce il centro della Rotonda. Eseguendo un semplice test all'interno dell'aula sacra, il dr. Gaspani ha teso una corda tra il basamento della colonna ottagonale e quello della opposta colonna nel matroneo al secondo piano; nel prolungamento verso l'alto, virtualmente ottenuto, si interseca la Sfera Celeste in prossimità del Polo Nord Celeste, in direzione parallela all'asse di rotazione terrestre. Dall'analisi della geometria inserita nell'edificio, usata per 'dimensionare il cilindro principale di cui è costituito, lo studioso ha anche trovato un'altra importante chiave: la chiesa codificherebbe l'inclinazione dell'asse terrestre rispetto al piano della sua orbita. Parrebbe tutto calcolato e che l'architetto doveva possedere delle conoscenze piuttosto specifiche in materia probabilmente un monaco, dato che i monasteri erano la vera fucina del sapere in quel tempo, che doveva avere anche un'equipe di collaboratori al pari preparati. Tuttavia la prerogativa principale che costoro dovettero possedere era certamente l'osservazione del cielo.

Il primo piano presenta la monofora centrale dell'abside disassata verso sud di circa 6 gradi rispetto al presbiterio, per cui non è in asse con la navata, che è allineata con la levata del Sole dietro il Monte Canto Alto al solstizio estivo (calcolato il 16 giugno, al tempo in cui fu realizzata) ma risulta 'deviata' per essere allineata con  il sorgere del sole  di un giorno di Pasqua di metà aprile in cui una particolare 'alba' si potè vedere entro la sella di tre Monti all'orizzonte visibile. Gaspani propone alcune possibili date in cui questo fenomeno si è verificato nel periodo che coinvolgerebbe la rotonda: il 919, il 1014,1109, 1204. Dalla porta principale situata sul lato occidentale tramonta invece il sole al solstizio invernale.

Intervengono anche orientazioni in base ai lunistizi, sia nelle monofore laterali dell'abside al primo piano che in quelle del matroneo.

Nei giorni di equinozio (ma anche qualche giorno prima e dopo), è possibile assistere ad un suggestivo fenomeno: verso le 17.20 (ora locale) viene proiettato un fascio di luce sull'altare, che assume l'aspetto di un disco solare che illumina il tabernacolo (messo nel XIX secolo). In origine è assai probabile che andasse però a colpire una pietra sacra collocata poco più avanti dentro l'abside.

Indagini archeologiche hanno portato a considerare che l'edificio potesse essere circondato da un recinto murario provvisto di aperture laterali.



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