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lunedì 10 agosto 2015

CUEL ZANZANU'



Il Cùel de Zanzanù, in val Droanello, è una grotta legata al ricordo del brigante Giovanni Beatrici, realmente vissuto all'inizio del XVII secolo, ma le cui vicende sono sfumate in un alone di leggenda.

Il Cùel Zanzanù, detto anche Cùel o Covolo del Martelletto, è una grotta situata nel territorio del comune di Valvestino in provincia di Brescia.Il sito posto alla base della Corna del Martelletto a circa metri 700 sul livello del mare nella parte meridionale della Valle del Droanello è raggiungibile solo a piedi salendo lungo un tracciato di circa due chilometri che parte dal greto del torrente Droanello.

Il cùel è costituito da una serie di anfratti posti su due livelli lungo una bastionata rocciosa, detta Corna del Martelletto, lunga circa un centinaio di metri. La volta è alta 15 metri e forma un arco di 50 metri, mentre nella base sono stati creati nei secoli passati dei pianori e alcuni muri a secco per evidente protezione del bestiame o delle persone.

Il cùel data la sua posizione strategica che consentiva un agevole controllo sulla sottostante strada del Droanello e vie di fuga a nord e a est, fu un luogo di rifugio di banditi. Oltre al citato Giovanni Beatrice, altri uomini della sua banda, detta degli Zannoni, vi trovarono momentaneo riparo o la morte.

Il nome del sito compare per la prima volta nei documenti nell'inverno del 1606, precisamente il giorno 10 novembre, quando Eliseo Baruffaldi di Turano e Giovan Pietro Sette detto Pelizzaro e il nipote Giacomino Sette di Maderno, tre banditi ricercati dalla magistratura veneta di Salò, vennero qui sorpresi in un agguato notturno teso dai cacciatori di taglie Orazio Balino, Giovan Battista Duse e Agostino de Andreis detto Giacomazzo, tre pericolosi banditi di Desenzano del Garda, Giuseppe Ton, altro sicario della Riviera di Salò, e da alcuni nemici del Beatrice di Toscolano, Gargnano e Tignale che conoscevano molto bene i luoghi ove si nascondevano, che il provveditore generale in Terraferma di Verona, Benedetto Moro, in tutta segretezza, aveva inviato sulle loro tracce fornendoli di salvacondotto, armi e denari.

Il Pellizzaro fu subito ucciso a colpi di archibugio e poi decapitato mentre Eliseo e Giacomino, quest'ultimo ferito, riuscirono invece a fuggire seppure braccati da decine di persone.
Il diciassette agosto 1617 sui monti di Tignale, con un colpo di archibugio, termina la turbolenta esistenza di uno dei più celebri e fuggevoli fuorilegge della Repubblica di Venezia, Giovanni Beatrice, noto a livello popolare come Zanzanù. Pochi personaggi del Seicento hanno catturato l’attenzione come il famoso bandito del lago che, a partire dal 1602  in risposta a un’offesa arrecata alla sua famiglia sul piano dell’onore  diede vita a una lunga serie di rapimenti, di omicidi e di avventure che scossero in profondità la società lacuale e smobilitarono le alte magistrature di Venezia, i cacciatori di taglie, i mercanti e i gentiluomini gardesani, tutti intenzionati a catturare vivo o morto il temibile fuorilegge di Gargnano, protetto dalla popolazione locale.Spesso relegata al ruolo di personaggio leggendario e inevitabilmente romantico, la figura di Zanzanù da vent’anni è al centro di approfondite ricerche, capitanate da Claudio Povolo, docente di Storia delle istituzioni politiche e Antropologia giuridica all’Università Cà Foscari di Venezia: grazie alla collaborazione di studenti, di storici e di varie istituzioni locali (tra cui l’Ateneo di Salò, recentemente vittima della crisi economica) si è riusciti, negli ultimi decenni, a restituire un’immagine realistica del Beatrice, basata sul vaglio scientifico delle fonti documentarie, senza per questo togliere, al mitico bandito, i suoi vividi tratti di umanità. Uno dei meriti principali di quest’attività consiste nella particolare modalità con cui è stata condotta e quindi resa nota al pubblico la ricerca: nel 2008 è nata infatti una net community facente capo al sito websideofhistory.it, nel quale ricercatori, studenti e archivisti hanno raccolto e condiviso tutti i documenti (più di 350) relativi a Zanzanù reperiti negli archivi di Venezia, di Brescia e di varie comunità del Garda. È stata la vita stessa del fuorilegge a permettere agli studiosi di superare i tradizionali metodi di scrittura e d’espressione tipici della letteratura accademica.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/08/valvestino.html



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giovedì 23 luglio 2015

LE GROTTE DELLE MERAVIGLIE

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Il Complesso carsico delle Grotte delle Meraviglie si apre entro il bancone calcareo di color grigio chiaro che sovrasta la provinciale per la valle Brembana in prossimità della galleria di Zogno. La formazione geologica è quella denominata “Calcare di Zù” ricca di coralli, del Retico Inferiore. Il complesso ha due accessi. Quello superiore è costituito da una stretta apertura (Büs de la Marta) situata in località Ravagnì, che consente la discesa lungo una serie di pozzi verticali, con un dislivello complessivo di 60 metri circa.



L’ingresso inferiore, ubicato nel parco sovrastante la provinciale per la valle Brembana, offre in alternativa una comoda via di accesso alle grotte, lungo una galleria artificiale, scavata nella roccia, lunga 73 metri, con andamento sinuoso e in leggera salita fino a raggiungere la grotta più interna. Il complesso delle Grotte delle Meraviglie, pur nella sua modesta estensione, presenta spunti di notevole interesse sia per la comprensione delle vicende geologiche legate alla formazione della cavità, sia per i fenomeni carsici che vi sono riccamente rappresentati. Le grotte devono la loro fama alla generosità e alla tenacia di Ermenegildo Zanchi del Gruppo Grotte S. Pellegrino che ne fece una delle prime grotte turistiche d’Italia nel 1939.



Stalagmiti di varie forme e dimensioni vanno ad incontrare le stalattiti, costruendo una serie interessante di colonne.
Il contesto ricco di fascino e debitamente illuminato, rende la visita stimolante e piacevole. Da alcuni anni la gestione è affidata al gruppo speleologico "Grotte delle Meraviglie" che, oltre ad un continuo studio dell'interno, ne segue anche il comportamento e ne gestisce le visite.




LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/visitando-zogno.html


                              http://popovina.blogspot.com/2015/07/le-grotte-dei-sogni.html




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martedì 21 luglio 2015

IL SANTUARIO DELLA CORNABUSA

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  "E’ il Santuario più bello che esista, perchè non l’ha fatto la mano dell’uomo, ma Dio stesso”.  

Papa Giovanni XXIII

Secondo la leggenda, tra il 1350 e il 1440, la Valle era scossa dalla guerra tra Guelfi e Ghibellini. Per trovare scampo dalle violenze e dai saccheggi, gli abitanti del piccolo villaggio di Cepino di Sant’Omobono Imagna si ripararono in una ‘corna busa’ che nel dialetto bergamasco significa ‘roccia buca’, che doveva presentarsi come una grande cavità naturale costituita da due enormi pareti tagliate nello sperone montagnoso, delimitanti un ‘soffitto’ che non è altro che un massiccio banco calcareo sovrastante.
Sicuramente era buio e molto umido, dato che ‘piove’ abbondantemente all’interno anche oggi (specie dopo giorni di precipitazioni). Ciascun rifugiato si era portato qualche minimo oggetto più caro o indispensabile, e chissà come mai una delle anziane del paese portò con sè l’effigie di Maria Vergine Addolorata, sottoforma di una statuetta lignea.
Questo gruppo di persone non venne scoperto dai guerriglieri, non essendoci sentieri nè vie di accesso. Quando la situazione tornò tranquilla, poterono tornare alle proprie abitazioni ma come ringraziamento alla invocata Madre Vergine Addolorata, il simulacro ligneo venne lasciato in loco e ivi rimase fino a che si verificarono nuovi sviluppi.


Si narra che un anziano contadino della zona, trovandosi un giorno nei dintorni della grotta, entrò in perlustrazione e trovò la statuetta. Questo fatto lo sorprese molto e fu probabilmente come un ‘presagio’ . La lasciò lì ma continuò con regolarità ad accedere alla grotta in solitudine per un buon periodo di tempo, sentendosi diviso tra il desiderio di farne partecipi i compaesani o tacere e tenere la scoperta solo per sè, in attesa del fatidico “segno divino”, che arrivò qualche anno dopo.
La protagonista fu una giovinetta sordomuta, una contadina, che pascolava le pecore nei dintorni della grotta. Fu attratta dal mistero e dalla curiosità di entrare e trovò la statuetta. La ragazza corse subito a casa dichiarando quanto aveva trovato e tutti si accorsero che aveva riacquistato la voce, e anche l’udito! Secondo una versione della medesima narrazione, sarebbe stata la Madonna ad aver donato i sensi mancanti alla giovane, per consentirle di esprimere la volontà che venisse eretto un santuario nella caverna. In breve la notizia della giovane risanata e della statuetta ‘miracolosa’ si diffuse a macchia d’olio in tutti i paesi limitrofi.
La prodigiosa effigie, divenne in breve tempo oggetto di discussione tra le popolazioni su chi dovesse tenerle. Infatti ben presto venne trafugata dalla grotta per portarla prima nella chiesa di Bedulita, da cui proveniva la giovane, e poi a Cepino.
Avvenne un prodigio ancora più eclatante, di notte infatti la statuetta tornava al suo posto e la si trovava l’indomani ancora nella sua spelonca! Tutti i fedeli, sbigottiti, pensarono di dover eseguire il trasporto con solenni cerimonie; dunque scomodarono pure il vescovo che, avrebbe autorizzato una traslazione in pompa magna, con tanto di processione, ministri di culto, devoti e tutto quanto è consono ad un importante rito.
Ma quando furono sul fianco del monte innanzi che incominci la discesa, la statuetta della Vergine Addolorata voltò la testa in direzione del suo ‘rifugio’, con tale espressione di dolore, tutti capirono che era là che voleva ritornare e non andare altrove.
Ebbe così inizio il culto della Madonna della Grotta, solo in seguito cambiato con quello di Madonna della Cornabusa; un culto costellato di grazie ricevute e di prodigi.
Il 4 febbraio 1510 il vescovo di Bergamo concesse la licenza di celebrare la S. Messa nella grotta; da qui l’esigenza di attrezzare quanto meno sufficientemente la strada per accedere al sacro luogo.




Ricavato da una grotta naturale, aperta in una montagna  a strapiombo sulla Valle, questo santuario fu costruito nel corso dei secoli a partire dal ’500.

La statuetta che viene venerata nel santuario della Cornabusa di Sant’Omobono Imagna (fraz.Cepino) ha un’altezza di ottanta centimetri ed è stata scolpita in un legno di squisita fattura che le analisi scientifiche hanno datato alla prima parte del XV secolo, di provenienza toscana. Non si conosce il percorso che abbia potuto fare da quella regione fino a questo sperduto paesino, nè come sia finita nelle mani della anziana signora che si rifugiò- secondo la leggenda- nella spelonca durante la guerra tra Guelfi e Ghibellini.

La strada per raggiungerlo è in salita ma senza particolari difficoltà in auto; lungo il percorso si incontrano otto cappelle dedicate ai Misteri Mariani e alla storia della giovinetta sordo-muta. Bisogna lasciare obbligatoriamente la macchina un bel po’ prima della meta e proseguire a piedi. Giunti sul piazzale della grotta, a 700 m s.l.m., si nota una cappella chiusa da inferriata che custodisce un simulacro della Madonna della Cornabusa, ricoperta da un manto dal quale fuoriesce soltanto la testa nera di un Bambino.

La vera icona venerata attualmente si trova però all’interno della grotta, che si apre alla gente con semplicità, e offre uno spazio abbastanza vasto, in cui c’è un altare, le sedie per i fedeli, un altro paio di altari costruiti posteriormente, molti ex voto appesi alle pareti, e naturalmente il tabernacolo che custodisce la santa iconografia della Madre Addolorata con il Cristo in grembo, stranamente molto piccolo rispetto a lei.

In origine la caverna era larga venti metri e aveva un’altezza di dodici metri a sinistra e di nove a destra , una lunghezza di una settantina metri che verso il centro gradatamente si abbassava..
Nel 1938 si era costruita una prima muraglia di protezione al piazzale antistante la grotta ma, senza motivo apparente, crollò al di sotto, fortunatamente senza provocare vittime; la popolazione ci riprovò con successo nel 1940 (poichè il santuario è nato e progredito per volontà espressa del suo popolo di fedeli).
Da questo piazzale si gode un panorama suggestivo e di ampio respiro su tutta la zona circostante, che evoca riflessioni e sensazioni coinvolgenti.

La festa solenne nel Santuario si tiene la seconda domenica di settembre. Il Santuario è aperto dal lunedì dopo Pasqua al mattino della solennità di Ognissanti (1 novembre).


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/santomobono-terme_21.html






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lunedì 13 luglio 2015

LA TOMBA DI TAINO



Sotto il paese di Comasira sulla sponda destra del torrente Pioverna, si apre una spaccatura della montagna. Ha una forma irregolare,un tronco di cono alto una trentina di metri e largo alla base circa venti. Dall’alto cade un rigagnolo d’acqua che arriva dalla val di Brein e che prima di giungere al suolo si rompe in enormi goccioloni. Il paesaggio è da favola, enormi tronchi di alberi caduti sono coperti da un fitto, lungo e morbido muschio ci sono cespugli con foglie larghe come piccoli tavolini e la vegetazione ricopre ogni cosa. L’imbocco della grotta è ostruita da ammassi di legni caduti dall’alto e trasportati dall’acqua durante i furiosi temporali di montagna e obbligano il visitatore ad una comunque facile arrampicata. Fino ad una quindicina di anni fa c’erano più possibilità per raggiungere la Tomba di Taino, poi i sentieri sono franati e sono stati portati via dalla violenza del torrente, ora si può raggiungere solo facendo un guado nei periodi di forte siccità oppure calandosi nel bosco legandosi con corde agli alberi.  La località prende il nome da una leggenda, si narra infatti che un antico Signore di Comasira, di nome Taino appunto, venne sepolto dai suoi sudditi sul fondo dell’antro con tutti i suoi tesori e poi venne coperto con una enorme pietra circolare e il torrente fu deviato per coprire il tutto.
Narrasi, infatti, che Taino fosse un signore che aveva residenza in Comasira: valoroso guerriero, egli era il terrore dei nemici ai quali aveva saputo predare molte ricchezze. La sua gente lo amava e quando egli venne a morte volle seppellirlo col suo tesoro in una tomba che nessuno potesse più toccare. Ne trasportò le spoglie alla Pioverna, allora ancor più paurosa e ricca di acque di oggi, scavò un avello nella roccia, ve le pose, le coperse con una gigantesca pietra e deviò il corso del fiume.
Quale briciola di vero abbia ispirato tale tradizione non so; certo è, tuttavia, che il toponimo Comasira presenta due radici germaniche, probabilmente longobarde, homa e hiro (si trovano entrambe evolute nell’odierna tedesco, la prima in heim, casa, la seconda in herr, signore), ed ha quindi il significato di “residenza del signore”. È da ricordarsi, poi, che il piccolo villaggio, negli ultimi decenni del tutto abbandonato e solo da poco tempo raggiunto da una strada agibile, si trovava sulla via antica che congiungeva la Valsassina a Bellano; una costruzione medioevale, ancora in questo secolo denominata “pretorio” aveva un grande stanzone che si assicurava essere stato una prigione.

Le acque scorrono nel loro letto nascondendo per sempre il segreto di Taino.


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mercoledì 24 giugno 2015

IL BUCO DELLA VOLPE

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Il Buco della Volpe è un'ampia caverna che si trova a 585 m d'altezza con laghetti e collegamenti d'acqua sotterranei.

Si tratta di una cavità risorgente ad andamento suborizzontale piuttosto complesso. Superata la galleria di ingresso (Antica), si giunge ad un primo importante bivio. A sinistra si imbocca la galleria Sud-Ovest che dopo un lungo tratto allagato conduce (ancora a sinistra) alla galleria Ovest e al "ramo dei pozzi". Se al bivio invece pieghiamo a destra si raggiunge in breve il "Grande Plastico", la sala della "Colata Bianca" e il "Duomo Gianchero", da dove iniziano anche una serie di condotte in risalita ("Vie Aeree"). Alla sala della "Colata Bianca" girando a sinistra ci immettiamo nella "Galleria Moro" che, chiudendo un ampio anello, riconduce alla "Galleria Ovest". Procedendo dritti invece si raggiunge il "Sifone Arge". Oltre questo sifone (chiuso piuttosto sovente) si raggiunge poco dopo un settore di condotte piuttosto complesse delimitate ai quattro apici da quattro sifoni (sifone "dei Ghiri", sifoni"dei Nani", sifone "Scarafaggio", sifone"Renzo"). 



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IL BUCO DELL'ORSO



La Grotta dell’Orso o Buco dell’Orso, si trova all’estremità settentrionale del comune di Laglio, nella frazione di Torriggia a circa 400 m. sul livello del lago di Como, vi si arriva salendo da Torriggia per un sentiero di montagna piuttosto impervio. La grotta è celebre per le ossa pietrificate ritrovate nelle sue viscere, ossa non solo di orso, ma di molti altri animali nei secoli estinti, un luogo d’importanza mondiale per i reperti ivi ritrovati. Nell’estate del 1849 Vincenzo Barelli fu il primo che vi rinvenne un frammento d’osso, cominciarono le prime esplorazioni che sortirono ottimi risultati, dal suolo della caverna si riuscirono a raccogliere un gran numero di fossili e reperti. Molti fossili furono donati a Dott. Emilio Cornalia, un giovane studioso di paleontologia che si recò sul posto, esaminò le ossa, studiò la località e i depositi fossili, infine scrisse una memoria scientifica molto dettagliata. I giornali ripresero la notizia della scoperta di questi antichi fossili e molti professori, studiosi, scienziati, sia nazionali che esteri giunsero su questa sponda del lago di Como, alla grotta del Buco dell’Orso, per vedere con i propri occhi questa meraviglia della natura, un incontro tra acqua e roccia, immutato nei millenni. Le pareti della grotta sono coperte da stalattiti e stalagmiti, dopo alcuni metri si inizia a sentire il suono del torrente che scorre al suo interno, dopo il torrente il sentiero sale, le pareti mostrano a nudo le diverse e successive stratificazioni calcari; a circa 200 m. dall’entrata troviamo uno stagno che occupa tutto il fondo della caverna, l’acqua dello stagno ha una profondità da 1 a 2 metri e una temperatura costante di 9°centigradi. Il Buco dell’ Orso per la sua lunghezza e per l’aspetto del suo interno, è una delle più belle grotte naturali che si conoscano, tutti i visitatori ne escono ripieni di stupore e meraviglia.




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